La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/08

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

Florence, mentre camminava e si arrampicava, non riusciva a non pensare a ciò che aveva visto ed incontrato. Un uomo molto robusto stava portando a spasso un bambino dalla pelle cadaverica, proprio diretti in luoghi dove era meglio non andare. Più di quello che le era successo, più di quello che non ricordava, più del tremore che sentiva quando percepiva che la sua vita fosse in pericolo… c’era quel bambino.

Non poteva essere un ragazzino normale, lei lo sapeva. Forse era gravemente in difficoltà, forse era solamente il demonio in persona.

Continuò a camminare, e tentò di arrampicarsi fra le strette gole del Senerbez, là dove terminava il valico e cominciavano le montagne vere e proprie, che chiudevano il lago e davano il via a diversi punti scoscesi, senza sentieri e poco percorribili, evitando dunque di raggiungere un’altra città, che forse sarebbe stata ancora più pericolosa della precedente.

Il Regno Invisibile… non riusciva a ricordare chi l’avesse nominato. Ricordava solamente che era a casa, con sua madre. E fu rapita.

Non ricordava nulla, pensò mentre ancora pioveva e rendeva difficile appigliarsi sulle rocce. O meglio, a volte tornavano vivide immagini e subito dopo sparivano, come se si fosse davvero gettata nel lago e avesse avuto un blocco mentale.

Quel che contava era mettere molta strada fra sé e il villaggio dov’era nata e cresciuta, perché la voleva morta.

E c’era molta confusione, e urla, e tormenti e violenze. Correva voce che il Re fosse morto. Che la guerra fosse finita.

Si ritrovò in piedi a camminare per una gola stretta, inciampando, a volte, fra alcuni rametti. Alcuni di quelli erano appuntiti.

Tornò alla ricerca del perché. Non era più possibile recuperare sua madre, quello lo sapeva. Anzi, forse era stata proprio lei a esortarla a uscire fuori di casa, consigliandole un riparo.

Tuttavia, era stata rapita. C’era gente incappucciata, quello lo ricordava bene. Sentì un moto dentro di lei, il cuore prese ad accelerare. Si sentì ancora una volta toccata, e tappata la bocca, e poi, dopo quello che parve tutto nero, si ritrovò immersa nell’acqua del lago.

Infine, li vide. Sembravano davvero padre e figlio, e quest’ultimo aveva una pelle che non aveva mai visto, e grandi ed espressivi occhi neri. Non sapevano a cosa stavano andando incontro.

Non lo sapeva nemmeno lei, ma era disposta a vivere di bacche per il resto della vita, piuttosto che avere a che fare con dei rapitori che la toccavano ovunque, e magri l’avrebbero torturata, o data in pasto a chissà quale animale.

Smise di piovere. Di sicuro, era un chiaro segno del tempo. C’era stata una carestia in quelle settimane, e adesso pioveva. Davanti a lei, altri sentieri e grotte, e sporadici ciuffi verdi. Il suo sguardo si concentrò su una lumaca.

Le lumache… che vita stupenda, si disse. Pensò intensamente a come sarebbe stato bello portare la propria casa sulle spalle per tutta la vita, e non dover più fuggire. Tuttavia, la vita la stava mettendo di fronte all’incertezza, al pericolo, al freddo e al dubbio. Come non era mai stata.

Dietro di lei, uno scoppio. Si voltò di scatto, al punto che sentì un pizzico al collo. Proveniva da una delle grotte di fronte a lei, era facile riconoscerla, era l’unica da cui fuoriusciva un filo di fumo nero. Decise di entrarvi, la curiosità vinse sulla paura e l’ansia di dover scappare.

Con sua sorpresa, se l’entrata era molto stretta, si accedeva invece a uno spazio dove una persona adulta poteva stare in piedi senza problemi. Era molto umida e alcune gocce scendevano da sopra. Della melma non permetteva di mantenere una corretta posizione. La ragazza deglutì nel vedere che cosa vi fosse.

C’era un uomo con il busto chinato, incappucciato, che stava armeggiando con un sacco di boccette e cadaveri di animali morti. Non c’era altro e un odore acre di pelle bruciata prese a invadere quello spazio angusto. Florence si pentì della propria curiosità.

L’uomo prese a rantolare, come se quello fosse il suo respiro. “Esiste… esiste…” stava sussurrando. Florence decise di fuggire via.

Quel che vide non sarebbe stato semplice dimenticarlo, ma doveva provare, e provarci mentre correva, rischiando di cadere, era ancora più difficile. O forse, si disse mentre scendeva un pendio, cadere non le avrebbe che fatto bene, per dimenticare più in fretta.

Una volta superate le montagne e i suoi complicati sentieri, la ragazza si ritrovò in un’ampia radura. Non sembrava esserci più nessuno. Aveva però un segreto, un grande segreto che doveva rivelare.

Si guardò attorno: non c’era altro che silenzio, e desolazione. La città più vicina, lo ricordava, distava un paio di giorni, a piedi com’era lei. Per la prima volta era sola nella sua vita, non c’era nessuno a cui chiedere, a chi affidarsi, a non avere nemmeno un tetto sotto la testa.

Sua madre, suo padre… nessuno. Era stata rapita e la sua vita era appena cambiata radicalmente. La pianura non vedeva l’ora di accoglierla, lei o il suo cadavere.

“Mi chiamo Florence” erano quelle le sue ultime parole, e da lì doveva ripartire. Si chiamava Florence e, invece di dimenticare, doveva ricordare. Le sue origini, ad esempio, ma anche le operazioni orribili che stava compiendo quel mago dentro la grotta. Avrebbe detto questo al suo Re, quando sarebbe stata ricevuta, dopo molti chilometri verso nord.

Tuttavia un quesito rimaneva insoluto. Come si chiamava la capitale del Regno? Sapeva bene che ad Ovest, l’alleato di Ashengard si chiamava Salisbourgh e a capo c’era Elijah Quarto o Quinto, che però si diceva fosse morto dopo una violenta febbre. Dopo di lui, si sarebbe succeduto il misericordioso e comprensivo figlio, omonimo del padre.

La capitale sorgeva con i suoi bei palazzi a cavallo del fiume più lungo del continente, che rendeva la città luminosa anche di notte.

“La capitale di questo regno si chiama…” ebbe un vuoto di memoria: ancora una volta, sentì spaccare un vetro nella sua testa, e prese a farle male.  Le dispiaceva essere così lacunosa nelle vicende politiche del suo stesso paese, ma si basava solo sui racconti che aveva sentito. Il messaggio che doveva dare, quello che di cui si era spaventata nella grotta maledetta, non poteva fermarsi per una quisquilia del genere.

“Non ha importanza. Devo avvisare il Re del pericolo che corriamo. Sono… sono…”

Florence era troppo stanca. Vide il buio davanti ai suoi occhi, perse il controllo del suo corpo e svenne, cadendo faccia a terra.

Il suo corpo rimase lì, mentre un leggero vento le lambiva la pelle, in attesa degli eventi che nel frattempo precipitavano.

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