La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/14

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

“Cosa?”

La voce tonante di Habraxan echeggiò per tutto il salone. Non riusciva a crederci e le bugie gli davano il nervoso.

Non era uno che credeva nel destino, ma da quando gli era giunta voce che un’ala estremista del suo Regno aveva gettato il caos fra Sparwier e Senerbez arrivavano sempre o quasi sempre cattive notizie. Lui e i suoi fedelissimi avevano scelto un rifugio in una grotta e, oserebbe dire di conseguenza, non ne è più andata bene una. C’era per forza un collegamento fra quegli episodi.

Adesso, un altro resoconto. Habraxan osservò il suo sottoposto, un messo abbastanza veloce che sapeva bene come correre e quali cavalli prendere, oltre a essere un esperto di scorciatoie. Non conosceva affatto la magia e il suo enorme potenziale, ma di per sé era un mago nel portare tempestivamente le notizie, anche lontane, anche se si trattava della città di Rockhafort, che si trovava praticamente a ridosso del confine con il Senerbez, che a sua volta era nella zona di Ashengard.

Ashengard. Che brutta, vile, perdita di tempo. Però, col senno di poi, si era rivelata fondamentale.

“Ho detto la verità, mio Re” disse il messo. “Ho visto coi miei occhi tutto l’accaduto e le fasi della battaglia. Non posso sbagliarmi”

Habraxan si alzò dal trono di legno incastonato di pietre preziose. Non era molto alto, ma incuteva terrore nelle persone che non lo conoscevano bene. Sapeva che avere gli occhi rossi non era una prerogativa molto comune, ma era nato così, e ne soffriva molto, così come soffriva alla luce, per via della sua pelle molto chiara, e dei capelli bianchi come la neve già da bambino. Solo col tempo capì che sarebbe potuto essere un enorme vantaggio. Vestiva sempre di nero, che gli ricordava il dolore passato nella sua vita, che aveva finito per corrodere la sua anima.

Tutti lo additavano come mostro e nessuno aveva mai voluto avere alcun grado di confidenza, mai. Piuttosto, molto spesso gli si raccontavano bugie, e una dopo l’altra, Habraxan decise di non credere più a nessuno.

Tranne a una persona.

Gli parve che il messo, così fedele e veloce, in quel frangente stesse provando a prenderlo in giro, dopo tutto quello che aveva passato, provato e vissuto. Era per quel motivo che si era alzato e abbassato il cappuccio. Gli occhi rossi risultavano del colore del fuoco, alla luce delle torce.

“Non ti credo” sibilò. Cominciò a passeggiare, cercando di ricapitolare le informazioni ricevute, da quelle, estrapolare la verità.

“E va bene, l’ala estremista è stata messa in fuga da un ragazzino in grado di spostare la gente a distanza. Al che presi la decisione di dividere questi fanatici sparpagliandoli per il regno. Tutto bene, pensai, ma tu mi stai dicendo che qualche giorno fa il mio amico, il Vecchio Alexis, è riuscito a creare gli ibridi che voleva fortissimamente, e non solo li ha schierati come se fosse un esercito ma li ha anche mandati a morire semplicemente come esperimento? E senza il mio permesso, vero? E adesso mi vieni a dire che Lord Enwick è morto, ma che abbiamo perso la città solamente perché tutti hanno visto un grosso abbaglio provenire dalla cima delle mura, che ha causato l’esplosione di alcune mine?”

Seguì una pausa di silenzio.

“È così? Perché non dici niente?”

“… è così, signore. Io sto soltanto riferendo cosa accade nella zona di mia competenza, signore” strascicò il messo. Habraxan si chiese come si chiamasse. Pensò a quanto fatto dal Vecchio Alexis e da cosa fosse successo realmente in quella città. Perché l’abbaglio?

“Un abbaglio, di notte… non tutto ciò che conosco può provocare questo effetto. Non può essere stata la magia, perché in questo regno non la si conosce, nessuno la studia. Un abbaglio che peraltro ha messo in funzione le mine senza che nessuno abbia acceso alcuna miccia. Mi pare molto strano… un’idiozia, oserei dire”

Fece un’altra pausa. Camminare non lo stava aiutando e tornò a sedersi.

“Per quello che ho visto, si è trattato di una luce forte quasi come quella del sole a mezzogiorno. Non ho potuto tenere gli occhi aperti, e quando ho potuto, le fiamme erano già molto alte” disse il messo.

“Sì” disse vago Habraxan, perso nei suoi pensieri.

“Cercate di capire chi è l’uomo adesso al comando di quel feudo e ottieni le risposte che cerchiamo. Nel frattempo perlustreremo la zona in cerca di specchi o marchingegni. Altrimenti dovrò pensare che qualcuno stia tradendomi, e non mi piace”

Non gli piaceva… ciò di cui aveva paura più di ogni altra cosa. Ma doveva fidarsi di coloro che aveva scelto, avevano dato prova più volte di condividere le sue idee. Il messo si congedò, mentre Habraxan tornò dagli altri, colui che considerava fedelissimi. Aprì la porta di legno, che aveva costruito lui stesso.

“Chi ha voglia di un ballo?” chiese, senza neanche annunciarsi, davanti a cinque persone attonite a causa di quell’improvvisa apparizione. Erano tutte attorno a un tavolo che discutevano su carte sparse e diversi scarti di cibo.

“Sei per caso impazzito?” chiese Teodolinda, interrompendo il sorseggiare dalla sua fedele tazza. “Non volevi…”

“Sì, però il messo mi ha comunicato una strana situazione riguardante Lord Enwick. Devo vedere esattamente qual è la situazione a palazzo… e conoscere il nuovo Re” rispose mellifluo Habraxan. Prese un calice dal tavolo e brindò alla salute dei suoi compagni.

Era quella la vita che desiderava per lui, si disse Habraxan. Era quello che voleva, rivalutare la magia e avere un sovrano pronto a rispondere affermativamente a qualsiasi sua richiesta. La morte di Elijah Quarto era stata un beneficio troppo grande per non poterne approfittare, e il figlio, omonimo del padre, doveva per forza di cose essere molto più malleabile. Era il momento perfetto per introdurre il Regno invisibile anche a corte, e nel frattempo tenere con la tenaglia della paura tutti gli altri feudi.

La paura, l’incertezza e le bugie. Proprio ciò che odiava al mondo, e proprio quando era arrivato a una mal sopportazione ecco che si rese conto che era ciò che odiavano anche tutti gli altri. Quindi, perché non approfittarne?

A cominciare dal nome fittizio che si era attribuito.

“Andiamo, dunque? Pare che si terrà fra tre giorni” disse Teodolinda. I suoi occhi azzurri erano fantastici e non riusciva a reggerli per più di qualche secondo.

Ma non osava. Non doveva osare. No…

“Se ti va di ballare, chiedi se vuoi essere il mio cavaliere” ridacchiò.

Ecco. Lo sapeva. Non avrebbe dovuto chiedere in quel modo. Si era lasciato andare dall’impeto e le conseguenze non erano state minimamente calcolate. Ebbe un piccolo mancamento, così si abbasso il cappuccio, anche per non far vedere le sue iridi che andavano e venivano incontrollate.

“V… va bene” biascicò, mentre gli altri ridacchiavano, a causa della sua reazione. Erano dei fedelissimi, ma ogni risatina era come una frustata per lui, per la sua pelle sensibile. “Sarei… ehm… onorato se…”

E Teodolinda si aggrappò al suo braccio destro, come se volesse passeggiare con lui sul tappeto rosso del palazzo reale. Gli altri applaudivano e si lanciavano in commenti sarcastici, o ironici, o consigliavano il portamento da seguire. A lui, che fino a quel momento era sempre stato scartato dalla società. A lui, che Teodolinda guardava con occhi di ammirazione e predilezione.

Habraxan non era mai stato così felice.

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