La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/17

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

Il Vecchio Alexis conosceva quei passi. Misurati, lenti, ma che alle sue orecchie erano come campane.

Mise le mani sul proprio tavolo da lavoro. Il suo sogno e gli anni di progetti erano tutti lì. Come spiegare dunque ad Habraxan ciò che sentiva dentro?

“Buongiorno.” Salutò, usando un tono pacato e tranquillo, ma che ad ogni sillaba era una stilettata.

“Voltati, per favore.”

“Lord Habraxan…” tentò, ma quest’ultimo non disse nulla.

“Ti ricordi perché ti ho permesso di realizzare il tuo sogno?” chiese. “Nessuno ti dava credito, dandoti per pazzo e suggerendo di consegnarti alla giustizia per farti impiccare. Io però ho creduto in te, dandoti una possibilità. Avere quel tipo di esercito ci avrebbe dato un sicuro vantaggio, se vogliamo davvero rovesciare il poter dando atto a quello che ci siamo prefissati. Altrimenti rimangono solo parole vuote, che avremmo potuto dire uno squallido pomeriggio in una taverna, in un momento che nessuno avrebbe più ricordato.”

Quelle parole pesarono sul povero Vecchio Alexis, che tuttavia pensò di difendersi.

“Ho voluto provare se funzionassero, certo della mia vittoria. Non mi aspettavo, come dicono, di incontrare quel tipo di resistenza. C’è chi afferma di aver visto un lampo partire dalle mura di Rockhafort. Inoltre…”

“Inoltre sei stato sconfitto, quale che sia il motivo, e hai sciupato l’effetto sorpresa dando adito a voci dell’esistenza degli ibridi che comunque sono quasi innocui” disse Habraxan.  “costringendomi a deviare il mio viaggio verso la capitale per dirti quello che penso.”

“E cosa pensate, mio Lord?” chiese il Vecchio Alexis.

“Voltati.” Ordinò per la seconda volta Habraxan, con più fermezza.

Il Vecchio Alexis aveva il volto segnato dalle rughe ma una certa vivacità negli occhi. Sembrava stanco e deluso, di sicuro non dormiva da parecchio tempo. Alcuni ciuffi di capelli grigi gli cadevano sulle spalle, e portava un leggero inchino, in doveroso segno di rispetto per l’uomo a cui doveva la vita.

Lord Habraxan fissò il suo alleato e, se voleva colpirlo, ci ripensò un attimo dopo. “Ciò che penso è questo: non fare mai più altri colpi di testa. Non mi piace combattere e deploro la guerra.  Non dimenticare mai che gli ibridi, un tempo, sono stati esseri umani e creature viventi, ed esigono rispetto. Da me e da te.  Ce ne serviamo solamente per la libertà, pertanto sei autorizzato a ricostruire un esercito, migliore forse, ma sotto la mia totale giurisdizione. È chiaro?”

“Sì, Lord Habraxan”

Quest’ultimo uscì dalla grotta senza neanche aver visto l’inchino del vecchio. All’esterno incontrò Teodolinda, alla quale offrì il braccio. Era il momento di andare alla Capitale, per poter presenziare al Ballo dell’Incoronazione.

Quell’anno sarebbe stato molto parco ed essenziale, vista la situazione politica e per esplicita volontà del nuovo Re, il quale sarebbe stato incoronato e dopo festeggiato come da tradizione.

Non sapeva, il Quinto Elijah della sua stirpe, che anche Lord Habraxan era stato presente ad entrambe le cerimonie. D’altro canto, quest’ultimo non era ancora riconducibile allo spietato attacco che aveva ricevuto Lord Enwick alla sua Rockhafort e dunque aveva potuto partecipare al nome fittizio di Lord Kamardan, signore di alcune terre libere a sud est, così come si era presentato ai tempi in cui Elijah era principe.

Il vero Lord Kamardan, infatti, era un avido alleato di Habraxan e gli aveva permesso di usare il suo nome, sicuro che quell’idea gli avrebbe dato risvolti positivi. Per quel motivo aveva potuto assistere alla cerimonia di incoronazione, e commentare disgustato ogni parola detta, ogni squillo di tromba e ogni applauso del popolo.

Habraxan, mentre volteggiava con Teodolinda, non riusciva a godersi la serata, pensando ripetutamente a cosa dire al nuovo Re. Anche lei se ne accorse e gli sorrise. Habraxan si sentì riscaldato.

“Hai paura, non è vero?” chiese.

“Sì” rispose lui, dopo qualche secondo. “Ho paura perché quello che stiamo facendo…”

“… è importantissimo e cambierà la storia” completò lei, con un certo brillìo agli occhi. Era col suo vestito elegante migliore, creato con la magia. “Crediamo tutti in te. Adesso vai”

Teodolinda si avvicinò per potergli dare un piccolo bacio sulla fronte, ma Habraxan si ritrasse istintivamente. Pensò che sarebbe stato troppo, per lui che non meritava nulla. Andò scivolando dalle di lei braccia bellissime, senza dire nulla, verso il nuovo Re, che stava tranquillamente parlando con alcuni consiglieri. Uno di loro era Sebastian, sua spia all’interno della Corte.

Quegli lo notò e disse “Chiedo scusa, vostra Maestà, ma desidero presentarmi un mio caro amico. Lord Kamardan, signore delle terre a sud ovest”

“Ci siamo già incontrati” sorrise Elijah, con un leggero inchino. Habraxan rispose di rimando. “Come vanno gli affari?”

“Molto bene” rispose il mago, cercando il contatto visivo col nuovo re. “sono contento che la guerra di Ashengard sia terminata. Adesso posso sperare che diate l’ufficialità e ritirate le truppe in quei terreni difficili, vero?”

Chi ascoltava si chiedeva per quale motivo il signore di lontane terre a sud est avesse così a cuore le vicende di Ashengard, ma non commentarono nulla perché Elijah rispose “Sì. Ritirerò le truppe. C’è molto bisogno di uomini, adesso, considerata la siccità e l’epidemia di febbre che… ahimè…”

“Lo so, mio signore, lo so” disse Habraxan, accarezzando la spalla in modo che per tutti potesse sembrare un segno di conforto. Pensò di aver fatto un buon lavoro e tornò da Teodolinda, la quale stava osservando la luna.

“Hai compiuto un grandissimo gesto” esordì lei, senza osservarlo ma sapendo che fosse alle sue spalle. “Siamo tutti fieri di te”

“Ed io di voi” rispose lui. “Siamo una squadra. Tutti uguali. E lo sarà anche Elijah, è nel suo destino”

Teodolinda osservò il grande giardino antistante il palazzo lievemente illuminato dalle torce e pensò a quanto sarebbe stato bello viverci da regina, con al fianco Habraxan, perché avrebbe significato salvarlo da se stesso.

Esattamente come aveva fatto lui con lei.

Lo amava.

E venne dunque il momento in cui fra loro non servirono più parole, ma solo uno sguardo intenso, là dove era proibito toccare più del dovuto, là dove i muri erano scavalcati da un semplice grazie detto a fil di labbra, che poi si perse nell’aria umida della sera.

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