La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/19

 

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

Pioveva.

Un ragazzino era in ginocchio, proprio sul ciglio della strada. Piangeva, mentre non riusciva a tenere fermi gli occhi, dato che roteavano contro la sua volontà.

Sapeva solamente che nulla più aveva senso. Era un mostro, e i mostri si eliminavano. Aveva un pezzetto di vetro, che neanche ricordava più dove lo avesse raccolto.

Non ce la faceva più. Era tutta la vita che gli faceva male ogni singola parte del suo corpo. Lo chiamavano mostro. Aveva un pezzetto di vetro in mano e guardò a tutt’occhi il polso destro, bianchissimo, troppo bianco per poter essere sopportato dagli altri occhi. Quelli che non si muovevano.

“Vuoi uccidere te stesso per vivere, vero?”

Alzò lo sguardo, tenendo sempre gli occhi rossi sbarrati, perché avrebbe voluto vedere il momento in cui…

E c’era lei. Lo osservava un po’ triste. Aveva una mano tesa verso di lui, ma lui non capiva cosa potesse significare.

“Perdona il ritardo” disse in tono dispiaciuto la donna.

“Non aspettavo nessuno” obiettò il ragazzo.

“Voglio farti vedere perché è vero quando dico che la vita non ti odia. Ti va?”

Lord Habraxan era seduto a riflettere, sul trono che aveva voluto per il suo nascondiglio. Gli sembrava che i piani stessero ben procedendo, ma c’era una strana sensazione, un qualcosa che stava trascurando. Eppure aveva fatto tutto quello che era in suo potere, che in effetti si estendevano oltre l’umana comprensione.

Aveva soggiogato il nuovo Re, le spie lo stavano istruendo per suo conto e nei casi di necessità sarebbe entrato nella sua mente come il coltello nel burro. Mentre giocava con un pezzetto di vetro, stupendosi dei riflessi che generava grazie anche al suo occhio, adesso splendido, giunsero tre figure.

“Mio Signore! L’abbiamo trovata!”

Habraxan distolse la sua mente dai molteplici pensieri, non ultimi quelli riguardanti Teodolinda e quanto aveva compiuto per lui.

“Chi avreste trovato?” chiese incuriosito. Una donna continuava a sbracciarsi, imbavagliata affinché non urlasse e disturbasse la sensibilità di Habraxan stesso.

“Si chiama Florence e viene da Rockafort” spiegò uno dei soldati. “Pare che sia una diretta testimone degli avvenimenti dell’assedio degli Ibridi!”

“Oh”

Habraxan capì cosa gli mancava. Un testimone di quegli eventi, degli occhi che avevano visto cosa fosse quell’abbaglio che impedì la vittoria degli Ibridi del Vecchio Alexis. Poteva chiederlo a quella scalmanata. Non si era fermata un istante, aggrappandosi a una speranza di salvezza sempre più flebile. Eppure…

“Portatela al tavolo” dichiarò.

Florence venne condotta all’interno dell’altra stanza, dove c’erano Teodolinda e gli altri a discutere sulle vicende di Salisbourgh, per rendere il Regno Invisibile una realtà concreta. La sala, scavata nella roccia, era costituita da un tavolo di legno e, per le riunioni, e un secondo tavolo dove stesero Florence e la legarono, mani e piedi, a delle catene. Successivamente la resero libera di parlare.

“Ecco, ora è tutta vostra, milord” disse uno dei due uomini che l’avevano trascinata.

“Grazie” disse Habraxan. Sperò ardentemente che il suo cappuccio coprisse bene i suoi occhi, che presero a muoversi.

Fu Florence a prendere la parola per prima. “Cosa vuoi che ti dica? Io non so niente!”

“Menti” disse lui. “Tu… tu conosci la magia?”

“Sì, ed è il male!” sbraitò Florence, cercando di liberarsi dai polsi delle catene ma ottenendo solo del rossore. In alcuni punti era arrugginita.

“Potrei farti davvero male, se entrassi nella tua mente per trovare ciò che cerco” sussurrò flebile Habraxan, tanto quanto Florence urlava. “Potrei, e non mi piace far del male a una donna. Teodolinda lo sa, puoi chiedere a lei”

Florence gettò uno sguardo dietro l’uomo incappucciato. Ne contava davvero troppi, e se tutti erano capaci di usare la magia non aveva speranze.

“Noi siamo il Regno Invisibile. Non c’è un leader, tutti siamo uguali, ed è ciò che vorremmo dimostrare a questo regno pavido, infido e corrotto. La divisione in caste ha portato, non ultimo, ad Ashengard e a una terribile epidemia di febbre. Pertanto, converrai con me che ci proponiamo di costruire un mondo migliore di quello in cui viviamo, non è vero?”

Florence non rispose.

“Non è vero?”

La ragazza vide per un attimo un bagliore rosso oltre il cappuccio.

“Sì… è vero” ammise Florence. “Ma non mi piacciono i vostri metodi! Perché mi avete rapita?”

“Tu eri presente quella notte a Rockhafort. La notte degli Ibridi. Quelle creature appartenevano al nostro esercito ma sono state sconfitte. Voglio sapere perché”

Lord Habraxan era fortemente curioso di sapere quale storia si sarebbe inventata. Tuttavia, Florence rise.

“Buffo” disse “che proprio il motivo per cui stavo galoppando verso la capitale per avvisare del pericolo, sia stata rapita proprio da coloro i quali lo stanno generando! Per non parlare di coloro i quali mi hanno rapita a casa mia e volevano sacrificarmi! Sono diventata il vostro bersaglio preferito?”

“Quegli idioti fanno parte dell’ala estremista di ciò che pensiamo. Non fanno più parte del Regno Invisibile, o perlomeno, ne sono ai margini. Ti prego di fidarti. Vogliamo soltanto capire perché i nostri Ibridi sono stati sconfitti, in modo da non ripetere più l’errore” spiegò Lord Habraxan. “Raccontami tutto quello che sai e non ti torturerò”

Florence decise di fidarsi. Non sopportava il dolore e continuare a resistere era inutile. Si trovava in una situazione disperata e l’unica cosa che riusciva a pensare era la forma della porta in fondo alla sala, l’unica via di salvezza. Si aggrappò disperata alle parole di quell’uomo e disse “C’è un ragazzino… un ragazzino dalla pelle totalmente bianca, che sostiene di essere il figlio della Luna. È accompagnato da tre uomini, di cui tuttavia non ricordo il nome. Questo bambino probabilmente dice la verità, perché è stato lui ad emettere un violento bagliore, che abbiamo visto tutti, anche se ci trovavamo oltre le mura. Possiede poteri che neanche immagina egli stesso”

Lord Habraxan decise di abbassare il cappuccio, e nel frattempo alcune torce si accesero, in modo da far vedere meglio chi fosse e che cosa era costretto a esibire.

Florence urlò, urlò come se non l’avesse mai fatto, urlò tutto quello che aveva in corpo, principalmente la paura e l’angoscia che le sormontavano dentro.

Non aveva mai visto un… mostro. Niente a che vedere con gli Ibridi che pure aveva affrontato.

Era bianchissimo, i capelli color neve, gli occhi rossi e alcune vecchie cicatrici.

“Ti conviene non prendermi in giro” sussurrò lui, non appena Florence finì di urlare e cominciò a piangere. “Non esiste gente che viene dalla Luna, non è minimamente accettabile. Inoltre, non può esistere gente della Luna che abbia la mia stessa… benedizione”

“Eppure esiste” piagnucolò Florence. “Risparmiami, ti prego…”

Habraxan voltò lo sguardo verso i suoi complici. C’era Alec, il primo ad unirsi a loro. C’era anche David, molto abile col fuoco, accanto a lui c’erano Acaz e Jezrael, oltremodo potenti anche loro. Chiese con lo sguardo cosa fare: non gli andava scavare nella mente, ma doveva assolutamente verificare se fosse vera quell’informazione.

“Non occorre uccidere nessuno” disse Teodolinda, gli occhi azzurro cielo che si scontravano col rosso sangue di lui, del suo amato. “Qualcosa mi dice che incontreremo il cosiddetto figlio della Luna molto presto. Ma tu, tu puoi risparmiarla”

“E sia. Non ti negherò niente” sussurrò dolcemente Lord Habraxan, con un tono che Florence non avrebbe mai scommesso che potesse usare.

 

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