Cuscino

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“Sei veramente comodo, mio caro cuscino”

“Oh, grazie, capello, vuoi venire a riposarti un po’ qui?”

E il capello cade.

Il mattino successivo, il succitato si risveglia. “Ahhh” dice “un altro bellissimo giorno per andare a lavorare, fare cose e mangiare tanto!”

Il capello si gira a destra e a sinistra. Non vede altro che l’immensa distesa di telo che ricopre il cuscino stesso. Il suoi padrone non c’è più, è come se si fosse volatilizzato. Senza di lui.

Il capello suda freddo, si agita, chiama anche il 911 e il 115, ma nessuno gli risponde perché non sono previste emergenze per capelli.

“Ma che cavolo succede, per tutti gli shampii?” chiede innervosito al cuscino.

“Mio caro capello” dice ridacchiando quel comodo oggetto “sei caduto nella mia sensuale trappola. Ti ho chiesto di venire a riposarti e tu effettivamente lo hai fatto. Però ti sei staccato dal cranio. Adesso come farai a riunirti ai tuoi fratelli? Il tuo padrone dovrà ricorrere al trapianto, e si metterà un prato di plastica per non sembrare pelato”

Il capello, tuttavia, non si dà per vinto. “Cambierò la storia. Mi riattaccherò ai capelli e vedremo chi ride!”

Sfruttando la forza del vento, scende dal letto, sorpassa un nugolo di formiche e riesce a uscire dalla stanza oltrepassando la piccola fessura della porta.

“Adesso mi tocca uscire dalla porta di casa, che è chiusa dall’esterno. Non importa, mi infilerò dentro la toppa e chi s’è visto, s’è visto!”

Il problema è come farlo. Gli viene un’idea.

“Caro cuscino” dice lui “Potresti farmi da bingo bongo per saltare?”

“Bingo che?” risponde lui, inorridito. “Intendi forse una molla?”

“Ma sì, una roba che ti fa saltare. Molla mi ricorda troppo la mollica”

“Il sugo e la mollica con i pinoli e l’uvetta, la morte sua”

“Allora, lo fai sì o no?”

Il cuscino smette di pensare al sogno in cui il suo padrone ha mangiato tale piatto e dice. “No. Dovrai saltare tu”

“Ommioddio, ho i capelli! Che bello!”

La piastrella sotto di lui è talmente tanto felice di avere almeno un capello che quest’ultimo decide di essere suo per compensare. Almeno finché non passi l’aspirapolvere.

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