Condivisione: l’alterazione dei colori

Buonsalve a tutti! Diamo un caloroso bentornato a Elsa Hysteria, sia come intervistata qui sul blog, sia sul mondo letterario, perché è da pochissimo uscito il suo nuovo romanzo e non potevo farmelo scappare!

L’alterazione dei colori“, edito da Triskell Edizioni, si pone già nella wishlist di per sé, poi se ci mettiamo anche che ha accettato ancora una volta di buttarsi in questo blog non possiamo che comprarlo tutti!

Ma vediamo un po’:

Amelia, ventiquattro anni, vive a Swanster, piccola cittadina sulla costa inglese. Allena una squadra scolastica di calcio e fa volontariato per una linea amica di prevenzione contro il suicidio, cercando di dare un senso a ciò che le ruota attorno: le difficoltà sociali, l’astio con la famiglia, la passione per il calcio, il suicidio apparentemente senza senso della ragazza più popolare della classe quando aveva quattordici anni.
Invece di trovare risposte, però, Amy si imbatte in nuove domande quando Hayden – affezionato della linea amica – diventa un affare personale. Si ritroverà così sbattuta di nuovo con prepotenza nei corridoi della scuola, pieni di ricordi dolorosi e bui, di drammi e insicurezze.

Amy capirà che ciò che le persone ci lasciano vedere è solo la punta di un iceberg immenso e che non tutti vogliono (o possono) essere salvati.

Figo, no? Adesso vi invito a leggere ciò che ha detto l’autrice stessa riguardo il libro: è sempre un dovere per me sostenere i colleghi emergenti e la chiacchierata che ne è venuta fuori è super interessante. Buona lettura!

  1. Ciao Elsa, bentornata! Raccontaci un po’ com’è nata l’idea di questo libro!
    Ciao Andrea, grazie per avermi concesso di nuovo questo spazio! Era una storia che volevo raccontare da anni, diciamo che ce l’ho sempre avuta “sulla punta della penna” ma non riuscivo a trovare la maniera giusta per farlo. Poi un giorno mi è arrivata l’idea definitiva, come capita a tutte le mie idee – ovvero in piena notte e segnata nelle note del telefono! Trovo molto difficile dire se sia nata prima la storia in sé o il
    bisogno di affrontare certi temi all’interno di un romanzo, diciamo che sono due percorsi andati di pari passo.
  2. Come sono venuti fuori, invece, i protagonisti?
    Amelia è nata spontaneamente, un giorno ha preteso di uscire dalla mia penna e lo stesso ha fatto Jake, il co-protagonista. Sono venuti fuori da soli, forse perché sono un misto di esperienze mie ed esperienze a cui ho comunque assistito, da vicino o lontano che fosse. King Francis, ovvero il più malefico fra i gatti, è un omaggio a Kimi – il gatto che mi ha sopportata come umana da compagnia per sedici lunghi anni e a cui vorrò bene per sempre. Per non far torto a nessuno, però, gli ho affibbiato la stazza di Charlie, il gatto che mi ha adottata dopo di lui.
    I comprimari sono venuti fuori tutti per esigenze narrative man mano che esse si presentavano, l’unico studiato realmente a tavolino è stato Hayden che è il “caso”, chiamiamolo così, che segue Amelia alla linea amica per la quale lavora.
  3. Quanto tempo hai impiegato a scriverlo?
    Tanto, tantissimo, quasi due anni. Ho subito moltissime battute d’arresto perché i temi trattati sono piuttosto pesanti. Si parla di salute mentale, suicidio, dell’incapacità di star bene con se stessi. A volte non ce l’ho fatta emotivamente, altre non mi sono sentita all’altezza, perché comunque quando parli di questi temi all’interno di un romanzo non puoi permetterti di inventare nulla e devi pesare ogni singola parola e svolta narrativa.
  4. Quanto è stato difficile seguire la stesura? La trama ha preso pieghe inaspettate?
    Pieghe inaspettate non direi, diciamo che avevo progettato alcune scene su un personaggio e poi magari sono state interpretate da un altro, ma questo fa parte del gioco in fase di stesura. Quello che è stato difficile, è capire cosa non andasse inizialmente. Ne avevo scritto più o meno due terzi quando finalmente sono riuscita a comprendere che a stonare fosse l’utilizzo della prima persona nella prima parte del romanzo. L’ho riscritta tutta in terza persona ed è stato un lavoraccio, ma sono abbastanza soddisfatta del risultato finale, perché questa scelta permette alla prima persona della seconda parte della storia di risaltare molto di più emotivamente, di avere un impatto più forte.
  5. Sei un’autrice che con questo libro hai cercato di portare un messaggio, una morale o no?
    Sì. Come ho detto prima, è una storia che volevo raccontare da tantissimo. Volevo affrontare il tema della salute mentale perché non se ne parla abbastanza, soprattutto in Italia. È un tema stigmatizzato,
    siamo nell’anno 2020 e ci sono ancora genitori che fanno di tutto perché non venga fuori che i figli vanno dallo psicologo, che lo considerano motivo di umiliazione e che li fanno crescere con questa concezione
    sbagliatissima. È importante capire che va bene non sentirsi bene e va bene dirlo ad alta voce. Che non si deve provare nessuna vergogna nel cercare aiuto. Che non ci si deve sentire colpevoli solo perché
    non tutti gli occhi sono settati per vedere il mondo alla stessa maniera. E, soprattutto, che la cosa più importante che si possa imparare, è che tutti noi – davvero tutti – combattiamo battaglie personali, piccole o grandi che siano, di cui nessun altro è a conoscenza. E che non si dovrebbe mai, MAI, pretendere di sapere come chi abbiamo davanti si debba sentire. E per questo dovremmo sempre pensarci due volte prima di permetterci di giudicare le vite degli altri.
  6. Passiamo ora alla copertina. Com’è stata creata?
    Quando ho firmato con una casa editrice uscendo dal self, la mia paura più grande riguardava proprio la copertina. Ero quasi terrorizzata all’idea di non averne il controllo e di ritrovarmi in mano qualcosa che
    potesse non piacermi – perché siamo onesti, le librerie sono strapiene di copertine inguardabili. Invece mi è stata concessa una grande libertà creativa per cui sono immensamente grata. Non l’ho fatta io, ma
    me l’hanno fatta esattamente come avevo suggerito. C’è tutto, il molo che nel romanzo fa da sfondo a due scene importantissime e i papaveri che hanno un significato simbolico preciso all’interno della storia.
  7. Domanda di rito! Raccontaci, se esiste, qualche aneddoto che ti è capitato durante la scrittura o nella trama!

È successa una cosa assurda e bellissima: a fare da colonna sonora portante del romanzo c’è “Make Believe” dei The Faim e proprio mentre ne ultimavo la stesura, i The Faim hanno fatto uscire una canzone intitolata “Amelie”. La mia protagonista si chiama Amelia. E, come se questo non bastasse, la
canzone potrebbe essere stata scritta per lei. Sono quel genere di coincidenze che a me fanno piangere – letteralmente parlando – perché la musica è una componente importantissima della mia ispirazione.

8. La Triskell Edizioni è una nota casa editrice. Secondo te, conta comunque l’impegno e non arrendersi ai primi rifiuti, vero?
Verissimo. È un discorso lungo e complesso, ma per ridurlo in breve diciamo che spesso e volentieri il manoscritto non viene letto nella sua interezza, oppure ci si affida direttamente solo alla sinossi per decidere se dargli una chance di lettura o meno. Scrivere una sinossi d’impatto è difficilissimo, io ammetto candidamente di non esserne capace. Ci sono poi case editrici che ricevono così tanti manoscritti al giorno, che a meno che non siano dotate di un esercito di piccoli umpa lumpa lettori, è
impossibile che riescano realmente a leggerli tutti – molti finiscono per perdersi nell’oceano di mail ricevute. Ci sono poi tutta una serie di case editrici che accettano manoscritti ma poi si affidano solo alle
proposte di agenti letterari selezionati. Per altre, oltre alla qualità dello scritto contano anche i tuoi numeri sui social in veste di potenziale pubblico di lettori. Discorso lungo e complesso, come dicevo. Quindi un rifiuto – che poi al giorno d’oggi è semplicemente una risposta mai pervenuta – nella maggior parte dei casi non è sinonimo di “non ci è piaciuto il tuo romanzo” o “non fa per noi” o “cambia mestiere”. Conosco molti autori self che non hanno nessun desiderio di approdare a una casa editrice e hanno le loro valide motivazioni. Ma se uno ambisce a fare questo tipo di salto, non dovrebbe assolutamente arrendersi. Ho bisogno di pensare che se uno ha talento, prima o poi l’impegno lo ripagherà.

9. Qual è stata la ricerca più strana che hai fatto per questo libro?
Hayden, uno dei personaggi, ha uno strano amore per i paroloni altisonanti di cui solo lui conosce il significato. È stato divertente cercarli.
È stata particolare anche la ricerca sui moli inglesi, alla fine ho optato per quello di Southend perché il fatto che il molo più lungo del mondo si affacci sulla foce di un fiume (il Tamigi) è un concetto di cui mi sono innamorata follemente.

10. L’Inghilterra che non ti aspetti. Secondo te, quanto può essere complesso ricreare le atmosfere britanniche?
Sono sincera, io non l’ho trovato difficile anzi, mi sono resa conto subito in fase di progettazione che questa storia non poteva avere nessun altra ambientazione. C’è da dire che io in Inghilterra ci sono stata tantissime volte, l’ho girata parecchio, e sono sempre stata affascinata dall’ambiente socio-culturale che la caratterizza, soprattutto quello che esula da Londra. Quindi questo è stato un lavoro abbastanza semplice. Inizialmente avevo pensato a Manchester, ma avevo bisogno di un luogo meno vasto, uno di
quelli in cui è facile incappare in tutti quelli che non vuoi vedere almeno tre volte al giorno. Alla fine per soddisfare tutte le mie esigenze è stato più facile inventarmi una cittadina da zero, ma se fossi stata a Bristol prima di scriverla, l’avrei ambientata lì perché sarebbe stato lo sfondo reale PERFETTO. È forse il piccolo rimpianto che ho per questo romanzo, ma ormai avevo firmato il contratto, i dadi erano stati tutti tratti e in ogni caso, era impensabile riscrivere tutto solo per quello che, in fondo, sarebbe stato un capriccio personale.

11. Le domande, ahimè, sono finite. Grazie per essere stata ancora una volta qui!
Grazie a te per la disponibilità e il supporto!

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