La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/29

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

I Sotterranei non avevano mai affrontato una sconfitta così umiliante. La morte dei Maghi e del capo del Consiglio non aveva avuto precedenti nella loro storia.

Ciò aveva spinto Lord Mothgom, uno dei Demoni più in alto nella loro scala sociale, ad inforcare il proprio cavallo e correre lontano da quelle contrade che ormai conservavano un ricordo bruciante.

Senza dire niente a nessuno si diresse verso Est, e credendo di essere solo cavalcò spronando il cavallo, che era uno dei più potenti della sua setta, a dare del suo meglio. Percorse miglia e miglia senza pausa, costringendolo infine alla morte, e solo allora poté sbollire un minimo la sua ira.

Una volta morto il cavallo, fu costretto a fermarsi davanti a un lago, che placido era indifferente alla sua inquietudine. Voltandosi indietro, riuscì a scorgere un altro paio di cavalli, ancora molto lontani.

Il posto in cui si trovava era molto tranquillo e il cielo era sereno. Vicino a lui, c’era un cipresso solitario, che alle sue radici ospitava una tomba.

Lord Mothgom si avvicinò per osservarla: i Demoni non seppellivano i cadaveri. I Demoni li mangiavano. Da sempre, la sua gente rideva per quella strana abitudine umana di raccomandare l’anima a dei signori dell’universo la cui esistenza era incerta.

Sulla lapidee di marmo, c’era scritto: “A Edith, in affettuoso ricordo. 1317-1348. Innocenti erano i giorni, un assaggio di bei ricordi.”

Poco più basso, come inciso in un secondo momento, c’era un’altra scritta che diceva “La Mano della Morte è stata qui

Lord Mothgom ebbe un breve sussulto. Non era la prima volta che sentiva quel nome. Il suo amato signore, Lord Thangot, lo ebbe nominato in più occasioni. Si pentì di non avergli mai chiesto chi fosse.

Alzò lo sguardo e vide molte altre lapidi. In ciascuna di quelle, campeggiava sempre la stessa scritta, e ogni tanto qualcuno gridava vendetta contro lo stesso.

La Mano della Morte avrebbe potuto vendicare anche Thangot e tutti i suoi compagni uccisi mentre stavano per terminare il loro sogno.

Dove trovarlo? Non c’era nessuna notizia su di lui, poteva solamente partire da quelle lapidi e capire che zona avesse toccato. Se erano lì, quei morti dovevano abitare nel villaggio più vicino, che tuttavia non riusciva a vedere nonostante la sua vista andasse oltre la potenza degli esseri umani. Vide il cavallo morto… sarebbe stato molto più comodo averlo vivo.

Tese l’orecchio e capì che gli altri suoi compagni, quelli che avevano deciso di seguirlo, stavano per arrivare. Gli avrebbero dato un passaggio.

“Perché questi morti si trovano sotto questo cipresso, ma nelle vicinanze non c’è nessuna città?” si ritrovò a chiedere. Man mano che il tempo passava, l’idea di una Mano della Morte si impadronì di lui. Doveva trovarla, o trovarlo. Poteva essere la chiave per risollevare le sorti dei Sotterranei, creature sempre destinate al buio e alla segretezza, ma che ambivano a tempi più felici.

Passò avanti e indietro a tutte quelle lapidi, cercando di imparare a memoria ogni nome e data. Erano quattordici in tutto, sei uomini e otto donne. Sembravano di recente fattura, ma il posto al tempo stesso non dava segno di altri passaggi di mano umana. Probabilmente qualcuno aveva seppellito quella gente e se n’era andato, smettendo di curarsene. La Mano della Morte, accortosi di quel gesto, aggiunse la propria firma di ciascuna delle pietre, a memoria imperitura di quel che aveva fatto.

Tuttavia, rimaneva da capire perché. Continuò a pensarci e al tempo stesso a costruire una storia per quell’uomo misterioso, o donna intrigante. Sperò di assoldarlo, sembrava interessante averci a che fare.

I demoni arrivarono di lì a poco, facendo fermare i cavalli lasciando che potessero riposarsi. Gli altri avevano più senno di lui. Decise, infine, di non sfogarsi mai più sui cavalli.

“Pazzo!” esclamò Lady Tarja. “Abbiamo perso, ma far sfinire un cavallo non è mai una buona idea! Non durante un’epidemia di febbre!”

Mothgom non disse nulla, continuando a guardare la luce del sole giocare con la superficie del lago.

“Cosa sono tutte queste lapidi, in ogni modo?” chiese Tarja. “Ci hai portato qui, perché?”

“Non mi sono fermato volutamente, è stato il cavallo che…” cominciò a dire Mothgom, ma Tarja lo interruppe. “Chi è la Mano della Morte?”

Il Demone si sentì depredato. Era un segreto che avrebbe preferito tenere per lui, perché Tarja avrebbe contorto ogni possibilità di trovarlo. Sbuffò impaziente.

“Non lo so” ammise. “Se tu noti, c’è un’incisione in cui si fa riferimento di lui in ogni lapide. Può essere stato un suo vezzo, oppure…”

“Non  ci sono villaggi qui vicino” disse Tarja. “Non abbiamo nessuna informazione”

“Lo troveremo. Lo troveremo e gli chiederemo com’è giusto che sia, che faccia la sua parte in questa guerra” disse Mothgom, rivolto ai suoi compagni, che lo ascoltarono rapiti e improvvisamente consapevoli di essere in guerra.

“Lord Smothkol!” esclamò in tono autoritario, rivolto al demone più vicino. “Ti chiedo di farmi sedere sul tuo cavallo, ché…”

“Certamente, mio signore” disse lui, poi sguainò la spada. “In questo momento di dolore e di rivalsa, proporrei alla Vostra Signoria di ricostituire, qui ed ora, il gruppo dei Sotterranei, eleggendo voi come nuovo Generale”

Mothgom rimase colpito da quella proposta, ma vide che anche gli altri sguainarono la spada. Persino Tarja.

“Da adesso in poi” prosegui Smothkol “giuriamo fedeltà a Lord Mothgom, oggi e sempre, fintantoché la vita ci veda camminanti”

“Così sia!” esclamarono forte e chiaro tutti gli altri. Mothgom sguainò la propria spada e passò la sua mano sul filo, in modo da sanguinare copiosamente ma che era un simbolo facente parte del simbolo. Improvvisamente gli venne un’idea.

Si avvicinò alla tomba della sconosciuta di nome Edith e smosse la terra dal tumulo, rivelando una bara spoglia. Mothgom vide dunque coi propri occhi un cadavere non ancora del tutto consumato e realizzò che non aveva nessuna ferita.

“Hai fame? Certo, non è più freschissima ma…” cominciò Tarja, ma Mothgom comandò di tacere.

“Stiamo parlando di una persona che non ha bisogno di tagliare i suoi nemici per ucciderli” disse il nuovo capo dei Sotterranei. “Ciò, tuttavia, non ci avvicina”

Si avvicinò al cavallo di Smothkol e, prendendone le redini, guidò la compagnia a fare una perlustrazione in zona, allargando gradualmente l’ampiezza della zona di indagine.

Era ormai notte quando, infine, Tarja vide una grotta. Si erano allontanati molto dalla zona delle tombe, ma lei era sicura di aver visto una presenza vivente dentro una fessura alla base di un monte. Nessuno dei presenti sapeva che contrada fosse, non erano zone esplorate dai Sotterranei. Si sentirono molto curiosi.

La montagna sembrava prendere molte miglia da ovest a est, mentre tutto attorno il terreno era verde e rigoglioso. Erano zone, quelle, dove la siccità non era arrivata. Soffiava anche un vento fresco, e Mothgom comandò a Lord Zmyrnof di entrare e vedere.

Zmyrnof, fra i pochi demoni rimasti, era il più basso del rango. Nessuno si stupì nel vederlo entrare già a spada sguainata.

La grotta era piccola e dalla bassa volta. C’era soltanto un uomo seduto, intento a rimirarsi la mano destra.

Non aveva maglia, vestiva soltanto di strani calzoni, recanti diversi disegni tondeggianti.

“Che vuoi, Demone? Ti ho già detto che ho rifiutato. Non sono un uomo dalle due parole, ma dalla parola… di morte.”

Zmyrnof ascoltò con profondo turbamento, la voce gli arrivava da qualcuno che sicuramente non era abituato a parlare. Furono anche le ultime che sentì nella sua vita, anche se non capì perfettamente il modo in cui quell’uomo lo uccise.

Detto quello, la Mano della Morte uscì dalla grotta.

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