La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/31

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

Da quando Thomas ebbe mostrato al resto della compagnia come si lanciava un arco, si era creato un clima di apprensione nei confronti del ladro. Non aveva più parlato, era sempre rimasto in disparte e, mentre Mond migliorava giorno dopo giorno apprendendo anche lezioni di caccia, nessuno gli rivolse più la parola. Infine, una sera si ritrovarono a mangiare tutti assieme, perché Thomas ebbe dimenticato la sua razione prima di sedersi lontano da loro.

Fu Gerald a prendere per primo la parola. Era una notte serena e tiepida. La luna stava raggiungendo il suo apice e i tre compagni non vedevano l’ora di rivedere quell’effetto luminoso sulla pelle di Mond, che avrebbe confermato la teoria secondo la quale i suoi poteri derivavano dal moto del satellite.

“Quello che non capisco” disse, bloccando Thomas proprio mentre prendeva la sua razione “è il motivo per cui ti stai comportando in questo modo. Che succede?”

“Forse non riesci a non sentirti in colpa per quello che hai fatto, anzi, per quello che non hai fatto, in questi giorni?” chiese sir Edward. “Pensi, in realtà, che io debba venire consegnato alla giustizia?”

“No…” rispose Thomas.  “Che idea stupida”

“O forse” proseguì Gerald “c’è qualcosa che non approvi nella nostra condotta? Forse vuoi arraffare il malloppo che pende sulla testa di Mond, prima di compiere qualsiasi altra mossa? Lo sai, vero, che potrebbero venire a riprendersi il ragazzo in qualsiasi momento e il minimo che possiamo fare è restituirlo alla sua famiglia almeno in grado di cavalcare?”

“Ehi! Hai detto che sto migliorando!” protestò Mond. Gli diedero stufato di coniglio, ma decise di non lamentarsi del suo eccessivo calore.

“A meno che non sia una mossa voluta e non stiano osservando ciò che facciamo con lui” interloquì Edward. “In tal caso, lo riprenderanno quando riterranno che non saremo in grado di insegnargli ancora”

Thomas non disse nulla, si limitò a guardare prima Gerald, che conosceva da più tempo, che Edward. Decise di sedersi con loro.

“Quando ero piccolo avevo un sogno” esordì, senza più mangiare e passando la propria scodella a Mond “diventare un cavaliere. Venivo da un piccolo villaggio, ridente, dove tutti si conoscevano e ci si dava una mano. Avevo conosciuto il figlio del signorotto, e mi aveva concesso di diventare il suo scudiero. Di sicuro, una carriera migliore di quel che facevano i miei genitori, soprattutto mio padre, che si alzava in piena notte per fare il pane… in ogni caso, fu lì che imparai a scoccare le frecce. Il giovane crebbe, ed io con lui. Non potevo fare lo scudiero, lo sapevamo entrambi. Ma ormai eravamo come fratelli, e Peter cercò in tutti i modi di farmi arruolare nell’esercito. Una settimana dopo l’altra, stavo lì, a sperare, a frequentare il palazzo… finché poi non arrivò Isabel, la seconda figlia dell’altro signorotto, quello della contrada vicina, e sir Peter, vicino a diventare lord, non ebbe più tempo per me.”

Deglutì. Cominciò a tremare. “Cominciai a fare il mugnaio, e col tempo me lo feci piacere. Conobbi Elisabeth, la sposai. Ebbi una figlia. Per un po’, il tarlo nella mia testa, quello che mi continuava a ripetere di essere stato derubato si quietò. Fu solo una breve parentesi. Improvvisamente, una mattina, mia figlia litigò col figlio di Peter, anche se non ricordo più quale fosse la disputa… cose da bambini. Fu allora che lo rividi. Il mio nuovo signorotto era un amico, un vecchio fratello. Mi odiò e mi mise alla gogna, solo per aver indispettito il figlio. Mentre la gente mi tirava la verdura marcia, mi tornò alla mente tutto quanto passato con lui, al mio sogno infranto, a ciò che mi era stato rubato. Da allora decisi che se non potevo avere ciò che desideravo, nessun altro doveva. E cominciai a rubare. Elisabeth mi lasciò, che in ogni caso aveva provato vergogna per me, lasciai il mio villaggio, viaggiando di quando in quando e vivere di espedienti. Conobbi Gerald, e il resto è storia”

Tutti rimasero in silenzio. Persino Mond sentì un brivido e gli venne voglia di piangere.

“Credete che mi piaccia? No, no davvero. Ma non so fare altro. Voi state costruendo le vostre vite, persino Gerald è amato e ammirato, lui che è un criminale quanto me. Sir Edward sarà presto riabilitato. Ma adesso… io… sono rimasto solo, sempre col solito pugno di mosche in mano”

“No, Thomas. Io lo impedirò.”

Mond si alzò e impose il braccio destro sulla testa del compagno. Agli altri due parve di vedere un lume piuttosto potente, invece.

“In quanto principe ed erede della Luna, se mi aiuterai a tornare a casa ti conferirò il titolo di Lord del monte Agnes” annunciò con tono solenne. Gerald e Edward si osservarono perplessi.

“Non date nomi agli umani ma alle montagne, invece, sì?” chiese Edward.

“Così va il nostro regno. Gli oggetti inanimati non hanno una coscienza, e noi pensiamo che gli esseri umani, se togliessero il nome, si scoprirebbero tutti uguali” disse Mond. “Mi pare di averlo già detto. È la prima lezione che mi ha impartito il mio precettore, una lezione che trae le sue radici dalla volontà dei primi Selenia ed Endymion”

Mond sembrò di colpo più saggio. Edward si chiese se fosse merito della luna piena molto vicina oppure perché il momento era catartico e richiedeva un’autorità degna di un principe?

Thomas, d’altra parte, rimase molto colpito da quelle parole e la sua testa si ritrovò più leggera. Si ritrovò a sorridere, e per ringraziarlo si inginocchiò.

“Grazie, mio principe” sussurrò Thomas, rivolto ai piedi di Mond. “Non ti deluderò”

“Ne sono certo” sussurrò Mond, poi tornò a sedersi.

Passò qualche minuto e Thomas sembrò più allegro, quando da lontano si sentirono alcuni scalpiccii di cavalli.

Alla loro testa c’era una ragazza. Era vestita al modo dei cavalieri, per qualche motivo a tutti ignoto.

“Altolà!” comandò agli altri. Tenevano alta, ciascuno di loro, una torcia. “Chi siete? Chi vi ha dato il permesso di guadare il fiume?”

“Nessun…” esordì Edward, mentre cercava una buona scusa da rifilare, ma Mond prese l’iniziativa alzandosi e sfidando la donna guardandola dritta negli occhi.

“Io ho dato loro il permesso” annunciò gelido e orgoglioso. Gli altri tre cominciarono a preoccuparsi.

“Ti sei bevuto il cervello?” chiese la donna, a metà fra lo spiazzata e divertita. “Di che malattia soffri per dire cose che non capisci? E perché sei così bianco, al punto che sembri brillare?”

“Me lo chiedono in molti” rispose Mond. “Sempre la medesima domanda, ed io rispondo invariabilmente nell’unico modo che conosco. Sono il principe ereditario del regno lunare, ma nel vostro mondo mi è stato dato il nome di Mond. In quanto nobile, posso andare dove più mi aggrada senza…”

“Qui siamo nella provincia di Calend” spiegò la donna “non gradiamo i visitatori. Forestieri in cerca di guai, senza dubbio”

“Per fortuna li abbiamo trovati” intervenne un uomo. “Avrebbero potuto vedere ciò che non dovrebbero”

Nessuno capì che intendesse dire. Edward si alzò e mostrò un lasciapassare.

“Ho il permesso del signore di Droword. Forse egli sapeva che avemmo incontrato delle difficoltà, così mi ha donato questo foglio”

La donna decise di non guardarlo neanche. “Sarà, ma potrebbe anche essere un falso. Certo, se fosse vero guadagneremmo un sacco…” alcuni dietro di lei si misero a ridere.

“Siete dei briganti?” chiese Gerald.

“No… o sì” ammise la donna. “In ogni caso, siamo noi, coloro che vedi, i padroni di queste terre, e non gradiamo i visitatori. Ecco perché nessuno ci trova o ci consegna alla giustizia, quindi, o messere, puoi anche metterti quel tuo documento su per il culo, per quanto mi riguarda”

La donna guardò i quattro. Loro erano nove, e ben armati.

“Prendeteli” comandò. La vittoria più facile. Tre cavalieri contro Gerald, tre contro Thomas e tre contro sir Edward, il quale era rimasto senza spada.

“No… non voglio!” esclamò Mond. “Non alzerete neanche un dito contro i miei compagni!”

Mond spalancò gli occhi, senza esserne pienamente cosciente, e aizzò il fuoco davanti a lui posizionandolo davanti ai cavalli, che dunque, impazziti, scapparono via, portando con loro anche i cavalieri.

Dopo aver fatto quello, creò con le fiamme un gigante armato di ascia, che spaventò la donna, e, prima che potesse essere attaccata, scese dal suo cavallo e si mise in ginocchio.

“Per favore, no! Risparmiatemi, vi prego! Volete andare dal re, fatelo! Ma risparmiatemi!”

Mond osservò la donna. Percepì la paura in lei, ma non sembrava mentisse. Il gigante di fuoco dietro di lui era pronto a colpire.

“Sei davvero sicura di quel che dici?” chiese, tanto gelido quanto rovente era l’essere da lui creato. Il clima stava di conseguenza salendo e il ragazzo si sentì sudare.

“Sì! Conosco queste terre… vi condurrò sani e salvi dal re Elijah! Sono contrade aspre, piene di briganti come noi che si atteggiano a fare i paladini e… davvero, non voglio morire!”

Mond avrebbe voluto ascoltare quella voce che l’avrebbe voluta in cenere, ma non riusciva a trovare la menzogna nelle sue parole.

“E sia” disse Mond.  “Tuttavia, manterrai fede alla tua parola e ci scorterai fino alla fine della provincia”

“Grazie…  grazie…” biascicò lei, ancora faccia a terra, mentre il gigante di fuoco svaniva, tornando a esser un’innocua fiammella guizzante da campo.

Gerald, Edward e Thomas si guardarono perplessi. Chi era Mond? Se era capace di creare quegli effetti col fuoco, che cosa sarebbe accaduto la notte di luna piena?

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