La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/33

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

Florence era più confusa che persuasa. Ciò che aveva ascoltato nella sala del trono era unico nel suo genere e non capiva come mai un sovrano avesse accettato di ospitare tre completi estranei, inoltre, cinque secondi prima era quasi tentato di metterli tutti in ceppi.

Era a quello che pensava, sdraiata sul suo letto a baldacchino, il più soffice mai provato da quando era nata. Tutte quelle stoffe, gli arazzi, lo scrittoio e la raffinata consolle presentava molto più di quanto riusciva a immaginare. Il balcone dava direttamente alla cittadella. Fortunatamente, la stanza non era ubicata nelle torri a strapiombo, tuttavia la vista della gente brulicante fra le vie le fece venire in mente che lei apparteneva a loro, più che al lusso.

“Ti sembra strano, vero?” le chiese una voce.

Florence si voltò. Era Jezrael, proprio l’uomo di cui si fidava di meno, fra i suoi due accompagnatori.

“Sì” ammise la ragazza. “Trovo anche tutto molto confuso e difficile da accettare. Mia madre è morta, probabilmente. Non lo so nemmeno. Un ragazzino che dice di essere il figlio della Luna cammina fra di noi e i re vengono manipolati a migliaia di miglia di distanza, solo con l’ausilio della magia. Non sono forse tempi strani?”

“Aggiungi anche la guerra appena terminata, la siccità, e la febbre che ancora imperversa e che ha portato con sé anche il defunto sovrano” disse Jezrael, avvicinandosi a Florence. Doveva dirle qualcosa di molto serio e necessitava della sua più totale attenzione.

“Siamo qui per un motivo. Non so in che modo tu possa tornarci utile, ma cerca di apprendere il più possibile. Nel frattempo, ti invito a scendere giù in città. Si trovano più informazioni fra i vicoli che nelle sale del trono”

Florence deglutì. Come faceva a sapere, lui, che era proprio ciò che desiderava?

“Per aiutarti nella tua impresa, vorrei che prendessi questa”

Le presentò una boccetta tonda piena di liquido blu acceso.

“Il Regno Invisibile si fregia del suo nome non solo come modo di dire, ma perché lo è davvero. Qui nella capitale e ci conoscono, a me ed Acaz, e sanno che abbiamo la boccetta. Tu, invece, sei nuova. Bevi un solo sorso e resterai invisibile per tre ore. Nel frattempo vai all’Emporio e chiedi di Silvanus”

Florence strinse gli occhi. “Perché?”

Jezrael sbuffò irritato. “Fallo e basta. Fa parte del tuo addestramento”

La ragazza osservò la boccetta e poi la prese in mano. Sembrava acqua, se non fosse blu. Risplendeva alla luce del sole, assumendo sfumature più decise a seconda del taglio di luce.

“D’accordo” cedé. “Chiederò per te del signor Silvanus. Cosa dovrei dirgli, una volta incontrato? Me lo dirai tu manipolandomi?”

Jezrael rispose. “Tienilo bene a mente, perché non si sa mai. In ogni caso, gli uomini non possono manipolare la mente delle donne né può accadere il contrario, è impossibile nella nostra magia. Dirai a Silvanus che sta per arrivare un grosso carico di Artigli di Gatto”

“L’artiglio di gatto? Sarebbe la pianta?” chiese Florence.

“Sì” disse Jezrael, un po’ infastidito da quel commento. Era convinto che loro fossero gli unici a conoscerla. “Sai anche quali sono le sue proprietà?”

“No…” esitò lei. “Ma mi fido. Andrò da Silvanus e gli dirò che sta per arrivare l’Artiglio di Gatto. Ma perché non puoi penetrare tu nella sua mente e comunicarglielo?”

Jezrael sbuffò impaziente. “Non conosci nessuna regola della magia? Povera stolta, la magia ha dei limiti ben precisi! Anche noi non ci trasportiamo da un luogo a un altro solo perché ci piace, ma dobbiamo conoscere bene il posto dove vogliamo arrivare, prima di compiere l’incantesimo, altrimenti non funziona! Allo stesso modo funziona con la mente. Non so che aspetto abbia Silvanus, né che forma abbia l’Emporio. Solo Lord Habraxan conosce entrambi, ma anche se me li descrivesse non riuscirei a figurarmeli in mente, perché non ci sono mai stato! Ed io devo rimanere qui con Acaz perché a corte c’è molto movimento e converrai con me che quattro occhi sono meglio di due.”

“Io direi sei” disse Florence, guardando un punto oltre Jezrael. Egli se ne accorse e voltò lo sguardo.

Una veloce ombra sparì nel corridoio verso sinistra.

“Abbiamo parlato con la porta aperta…” disse Jezrael. Si mise una mano in faccia. “Come sono stato stupido! Stupido!”

Jezrael tornò a fissare Florence coi propri occhi neri. Nero contro marrone, i quattro occhi si fissarono per troppi, eterni secondi.

Dentro di lui c’era paura, ansia, vergogna e in un certo qual modo della supplica.

Dentro di lei invece albergava tanta voglia di fare e di dimostrare. Quell’errore le aveva fatto capire, in uno strano modo di rivelarsi, quanto tenesse al Regno Invisibile e sposarne la causa. Erano umani esattamente quanto lei e lei intendeva apprendere il più possibile.

Jezrael pose le mani sulle sue spalle. Aveva i guanti.

“Ti prego, fa’ questa cosa. Ora va’”

Florence tornò alla realtà. Un’idea balzana che era appena volata via dalla sua mente e che non ricordava più l’aveva costretta a rimanere impalata a guardarlo, a osservare alcune vecchie cicatrici e l’accenno di occhiaie. Si allontanò da lui e ancora aveva delle domande senza risposta. Le parole, a volte, erano solo superflue e non potevano che ferire. Ne aveva paura?

Si sentì tesa quando scese le scale, facendo bene attenzione perché erano ripide.

Tanti, troppi occhi la stavano osservando. Forse pensavano che sarebbe dovuto rimanere nelle stanze a tessere, o forse il discorso di Jezrael si era già sparso e desideravano chiederle cosa avesse sotto quella veste, per poter vedere la boccetta o prenderla con la forza.

Mentre percorreva l’ennesimo corridoio, inavvertitamente fece cadere un vaso. In mezzo al silenzio e ai propri pensieri, trasalì guardandosi attorno per un minuto lunghissimo. Respirò con la bocca, col cuore ancora galoppante.

Scese ancora altre rampe, e la sensazione di essere osservata si amplificò quando vide due cortigiani fermarsi dalle loro effusioni solo per guardarla disgustati.

“Anche i muri hanno le orecchie… a corte, occorre avere quattro occhi”

Così si era espresso Jezrael.

Fu una liberazione quando oltrepassò le porte del palazzo per tornare all’aria aperta.

In quello stesso istante, Jezrael la vide attraverso una delle finestre, non riuscendo a fare a meno di pensare a quel momento, al momento in cui l’aveva avuta fra le braccia, mentre le teneva le spalle.

Le parole non erano necessarie. Potevano solo fare male. Il silenzio… ecco, quella era la soluzione. Molte cose erano state taciute e per il bene comune sepolte, tanto più che c’era stata una spia che aveva sentito tutto.

Poteva trattarsi di chiunque, così chiamò Acaz attraverso la sua mente.

“Hai fatto un disastro” disse questi, senza preamboli. Jezrael ebbe un balzo nello stomaco.

“Mi dispiace” disse lui, per difendersi. Non occorreva nemmeno farsi spiegare come lui sapesse tutto.

“Per tua fortuna, anche io ero presente in quella stanza e l’ho visto. Ho visto il ragazzino che ha origliato. Tuttavia, non ti dico chi è. Tuo è l’errore, tua la soluzione”

Acaz chiuse la comunicazione non riuscendo a simulare una nota polemica, lasciando Jezrael da solo con una burrasca che era appena cominciata nel suo cuore.

Florence sparì dal suo campo visivo. Era appena entrata nel paese.

Lui, invece, l’avrebbe aiutata da dentro le mura, sperando in qualcosa che non riusciva a definire.

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