La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/37

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

Jezrael avrebbe tanto voluto parlare con Acaz, ma quest’ultimo si era reso talmente impegnato da non aver neanche un minuto da dedicargli.

Chi, dunque, aveva origliato la sua conversazione con Florence?

Il palazzo, come ebbe modo di vedere, era molto grande. Aveva anche scorto una sala dove vi era dipinta tutta la nazione, ovvero tutte le contrade che appartenevano alla corona di Elijah, il quinto della sua famiglia. Probabilmente sarebbe stato anche l’ultimo, perché aveva solo una bambina di otto anni che dunque avrebbe sposato un lord di una famiglia diversa. Jezrael pensò che molti principi la stessero importunando non poco o, se ancora non l’avevano fatto, l’avrebbero fatto molto presto.

Era stata lei, dunque, ad origliare? Valeva la pena tentare.

La principessa era sorvegliata da due o tre guardie reali e un precettore, che le insegnava a leggere, scrivere e far di conto. Nel frattempo, lei imparava la dizione, partecipava alle discussioni politiche e osservava come e quando comportarsi a corte.

Quel giorno c’era un’importante lezione di botanica, dunque era tutta impegnata ad annusare i fiori assieme all’insegnante.

Scese dunque a vedere, ma la bambina non sembrava avere avuto mai intenzione di origliare qualcosa o qualcuno. Tuttavia, le persone che stavano circolando attorno al giardino lo stavano osservando. Alcuni di loro non riuscirono a nascondere un sorrisetto complice.

Le voci a corte giravano come trottole impazzite. Avrebbe dovuto saperlo meglio di chiunque altro, dato che lui stesso aveva rinunciato agli agi della sua corte per servire Lord Habraxan.

In quello stesso frangente Florence scese per i gradini che separavano il palazzo dalla città e si ritrovò in mezzo a una calca di persone.

Gente che andava, che veniva, dai profumi più rancidi a quelli più delicati, gente che parlava in dialetto stretto o che si esprimeva in un eloquio più ricercato. In ogni caso, quella strada non era pensata per contenerne così tante e a stento di riusciva a passare. I mercanti con le loro stoffe e con le loro carrette, infatti, preferivano prendere strade più larghe. I rifornimenti per la corte, invece, avevano un monta carichi costruito mirabilmente da un vecchio architetto, il cui progetto era andato perduto e dunque era unico al mondo.

Florence fu costretta a entrare in un negozio di ceramiche per poter respirare un po’.

La donna dietro al bancone attaccò subito con la solita domanda: “Benvenuta, cara. In cosa posso esserti utile?”

Florence si voltò per osservarla meglio. Sembrava parecchio anziana, accanto a lei c’era un gatto sovrappeso. Miagolava, mentre era intento a giocare con un gomitolo.

“In realtà potete essermi utile” esordì la ragazza, guardandola negli occhi. Sembrava immobile, dall’aria stanca. “Sapete dirmi dove si trova il buon Silvanus?”

“Il droghiere?” ribatté lei. “è un bastardo. Non fidarti di lui. Sei per caso l’ennesima figlia illegittima?”

Detto quello, se ne andò nel retro bottega, borbottando cose ormai al di fuori della portata d’orecchio di Florence. Tuttavia, doveva pensare a come uscire dal negozio, c’era troppa gente. Inoltre, quella frase sibillina le stava facendo venire in mente strani pensieri. Con che tipo di persone si allea il Regno Invisibile?

“Cosa fai ancora qui? Esci, non sei gradita!” esclamò furibonda la donna, dopo qualche minuto. Florence dovette abbassarsi per evitare un piatto, che si ruppe a pochi centimetri dalla sua testa.

Florence fuggì facendosi largo usufruendo del suo corpo robusto, spingendo e urlando reclamando il proprio spazio. Infine, dopo quelle che parvero ore, vide una traversina e si infilò, trovando un uomo armato di spada.

“Ma ciao, ragazzina” disse l’uomo. Aveva una barba ispida e furenti occhi rossi. Non era qualcuno da poter sopraffare a suon di spinte. “Cos’è, ti sei persa?”

Florence prese la boccetta e la bevve tutto d’un fiato, dimentica delle istruzioni di Jezrael. Pochi attimi e sparì, lasciando a metà strada il colpo di lama che l’uomo voleva infliggerle.

“Ma dove cazzo è andata?” si chiese l’uomo, mentre Florence cominciò a correre in mezzo ai vicoli, alle minuscole strade e a sempre più intricati incroci.

Alla fine, dopo dieci minuti, un cane abbaiò.

“Buono, bello. Che hai visto?” chiese un uomo, uscendo dalla sua bottega non lontana da dove si trovava la ragazza, poi si abbassò ad accarezzarlo. Strinse gli occhi e si fece pensieroso.

“Dov’è?” chiese quegli al cane, e quest’ultimo abbaiò in direzione della sua sinistra. Andarono insieme.

Dal canto suo, la donna invisibile non pensò fosse molto utile scappare, perché i cani l’avevano sempre battuta nella corsa e non ci teneva a essere morsa, così si arrese e decise di guardare il suo padrone. Sembrava un uomo di mezza età, i capelli ingrigiti alla zona della basette, un accenno di baffi e profondi occhi neri.

Il cane fiutava ancora la sua preda e la donna si sentì estremamente nuda e visibile. L’uomo continuò  perforarla con lo sguardo, e anche se non sapeva esattamente dove si trovasse, emanava una grande aura di mistero. Sembrava esistesse solo lei, eppure anche quella via era abbastanza animata.

“Vieni, seguimi” disse infine, e la ragazza si sentì costretta a seguirlo anche se poteva anche trattarsi di un maniaco assassino. Eppure, sentiva dentro di lei che si trattasse di Silvanus.

Egli non aveva una bottega squallida nascosta negli anfratti della capitale, come lei aveva pensato. Al contrario, il suo locale prendeva molto spazio sulla via e tantissime spezie, cesti di vimini e anche tuniche dai colori vivaci e rifinite a mano introducevano al posto vero e proprio.

Silvanus aprì la porta e, dopo aver rovistato fra gli scaffali, le diede una boccetta argentata.

“Bevi questo. Voglio guardarti” ordinò. Florence ne bevve. Sapeva di mela.

Tornò visibile dopo qualche istante.

“Sapevi che avresti potuto anche rimanere a vita invisibile, se non avessi bevuto questa pozione?” disse Silvanus, congiungendo le mani e mettendole davanti a sé. “Devi stare attenta, quando bevi, e leggere sempre le istruzioni per l’uso. Nelle pozioni come nella vita, peraltro.”

Florence si sentì molto in colpa. “Sì… mi era stato comunicato il dosaggio, ma…”

“Non importa. Nessun danno, no? Adesso dimmi. Cosa ha per me il Regno Invisibile?”

La ragazza guardò il negoziante sentendosi travolta da un attacco di panico. Cosa le aveva detto Jezrael? Si mise una mano sulla faccia, non riusciva a ricordarlo.

“Calma” disse lui, piano ed amichevole. “So che forse sei scossa per qualche motivo, forse lo stesso che ti ha spinto a bere la pozione invisibile per intero, ma quell’informazione è importante e se l’hanno affidata a te, che devi essere per forza una novizia del Regno, vuol dire che hai dell’enorme talento. Dimostra che la fiducia di Acaz e Jezrael è ben riposta”

Certo, belle parole, pensò Florence. Lui non era certo sotto pressione! Tutto di quel negozio comunicava silenzio e prosperità e anche una certa dose di egocentrismo. Il profumo forte di incenso stava diventando quasi asfissiante. Era lo stesso che i sacerdoti usavano quando lei e sua madre ancora andavano alle funzioni religiose prima che il signore della sua città le proibisse.

In totale stato confusionale e sentendosi addosso dei sudori freddi guardò il cane, che, una volta acquietato, riposava dentro il suo cesto, masticando un osso. Quel che le era stato detto aveva a che fare con un animale, ma non era un cane… ma…

“Artiglio di Gatto!” esclamò trionfante. “Sta per arrivare da te un grosso carico di Artiglio di Gatto!”

Silvanus arricciò le labbra. Non sembrava né felice né triste, né sorpreso. Peraltro, lei non l’aveva mai visto chiudere le palpebre.

“Molto bene” commentò lui. “Non è una pianta che cresce in queste terre e sono sicuro che Teodolinda… ah, quella donna. Chissà che arti ha imparato! D’accordo allora. Aspetterò quel carico. Jezrael ti ha detto anche a cosa mi serve?”

“No” disse lei. “Pensavo però che tu avresti capito”

“Mi sopravvaluti” rispose mellifluo Silvanus. Non aveva ancora separato i palmi delle mani, aveva i movimenti talmente misurati che le stava mettendo ansia e agitazione al solo guardarlo.

“Penso che il mio re abbia le sue ragioni”

Florence si sentì travolta da quelle parole. Ma certo, si disse, se Lord Habraxan poteva effettivamente parlare con lui direttamente dalla mente, perché allora mandare lei a comunicargli quell’avviso?

Silvanus, forse, non era solo l’uomo del Regno invisibile. Probabilmente aveva chiuso la mente alla magia mentale dei suoi nuovi compagni e ben pochi riuscivano a capire cosa gli stesse passando per la testa.

“Io… vado, allora” disse lei, incerta e spaventata. Doveva parlare con Jezrael quanto prima.

“La fortuna ti assista” disse lui sorridente.

Di sicuro, non sarebbe stato un volto che avrebbe dimenticato.

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