La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/41

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

Florence sulle prime non volle dire alcunché di quel che aveva vissuto con Silvanus, perché era stato talmente inquietante che non era sicura di aver incontrato la persona giusta, né che conseguenze avrebbe potuto avere nell’immediato.

Tuttavia, mentre si dirigeva mesta verso il castello, decise di non nascondere nulla almeno a Jezrael, il quale, dal canto suo, la aspettava con trepidazione, senza capacitarsi del motivo.

Non era stato un compito facile, ma poteva dire di essersela cavata. Entrando nel giardino antistante l’entrata, notò una bambina che annusava dei fiori accanto alcune persone, perlopiù uomini. Doveva essere la figlia del re che prendeva lezioni di botanica.

Si fece identificare, salì le scale e si diresse verso le stanze di Jezrael, senza sapere esattamente cosa dire. Lo scorse troppo presto. Sentì un nodo allo stomaco.

“Florence!”

Florence… era ancora quello, il suo nome. Detto da lui aveva una connotazione diversa, ma forse perché parlava un altro dialetto.

“Sì, eccomi”

Eccola. C’era. Era davanti a lui. Le si avvicinò con fare circospetto, come se ormai la paura di essere origliato lo stesse dominando.

“Com’è andata?” sussurrò a mezza voce.

“Ho incontrato Silvanus. Ha un negozio di pozioni”

“È lui” disse Jezrael.  La fissò intensamente.“Dov’è la boccetta?”

“L’ho bevuta per intero” spiegò affranta, come se avesse commesso un crimine orribile. Spiegò in fretta e furia ciò che le era capitato e Jezrael continuò a non dire niente, pendendo dalle sue labbra e soppesando di tanto in tanto ciò che ascoltava. Florence avrebbe tanto voluto scendere dentro quei pozzi che erano diventati i suoi occhi, per vedere quale universo fosse presente.

“Ha detto davvero che il suo re avrà avuto le sue ragioni?” sussurrò Jezrael, dopo quelle che parvero ore. Florence tremò. Aveva detto davvero così? Non era tanto sicura.

“Per quel che riesco a ricordare, sì” disse. “Ha forse un significato recondito?”

“Non lo so. Forse. Dovrò comunicare con Lord Habraxan” osservò lui. “In ogni caso, mi serve una mano. Dobbiamo capire chi ci ha ascoltato stamattina. Acaz ha deciso di non aiutarmi, anche se lui conosce l’identità della spia. Tuttavia, se costui dovesse parlare la voce si propagherà e il Regno Invisibile smetterà di essere tale, con gravi  conseguenze. Mi aiuterai?”

Jezrael, quasi volerlo, prese le delicate mani di Florence nelle sue. Erano calde, morbide, e invece le sue erano tanto brutte da non essere sicuro di poter cogliere un fiore così prezioso.

Lei arrossì. Ma cosa stava accadendo fra loro?

“ Sì, Jezrael, ti aiuterò” rispose accorata. “Cercheremo lungo il castello”

Detto quello, dovevano innanzitutto conoscere chi vi abitava e quante persone potevano essere spie. Nel frattempo, Jezrael pensava a Lord Habraxan, cercando di contattarlo. Non riusciva.

“Perché non riesco?” si chiese. Poi sentì un risolino.

“Acaz! Stai interferendo!” esclamò Jezrael, arricciando le labbra.

“Certo. Ti ho detto che dovrai trovare la tua talpa da solo. Io sorveglierò il re, in modo che nessuna voce possa arrivare alle sue orecchie. Buona fortuna.”

Acaz naturalmente agiva in quel modo per il suo bene, ma Jezrael trovò difficoltoso capire quel modo contorto di voler bene a una persona.

Le ricerche cominciarono. Furono giorni concitati, in cui sia lui che Florence poterono vedersi solo pochi minuti alla volta in privato, per poi presenziare a tutti i pranzi e tutte le cene, in presenza del re. Quei pochi minuti erano pregni di significato e sguardi fugaci, e informazioni brevi e critiche, ma che in entrambi continuavano a incidere graffi sul cuore.

Secondo quelle informazioni, tutto a corte si stava preparando per ricevere il re di Ontaria e i suoi delegati, per trattare la pace. Sembrava anche che potesse esserci un accordo commerciale sigillato con un matrimonio fra la figlia di Elijah e il principe di Ontaria, che si chiamava Mark.

In quel modo, tuttavia, si profilava l’unione dei due regni con buona pace dei rivoltosi di Ashengard, che avevano fatto scoccare la scintilla armata causando quell’orribile conflitto, combattuto avendo il mare a destra e a sinistra e come alleato proprio il vecchio Elijah Quarto, il padre del nuovo re.

Jezrael seppe tutto quello ascoltando e spettegolando coi cuochi e i valletti, ma niente che potesse avvicinarsi all’identità di una spia.

“Sembra che lo siano tutte” sbottò infine Florence, all’alba del settimo giorno. Si trovavano proprio accanto alla fontana, nel giardino dove la principessa studiava botanica. “Se sono tutte spie, non lo è nessuno”

“Già” rispose Jezrael. “Ormai, dopo sette giorni, la notizia è trapelata, solo che nessuno ha ancora menzionato… ciò che sappiamo, e comunque l’informazione non arriverà alle orecchie del re perché c’è Acaz che sorveglia”

“Allora, ormai di cosa ci stiamo preoccupando?” chiese Florence. Jezrael stava per rispondere, ma Florence arricciò le labbra. Era la prima volta che lui la vide perplessa e in qualche modo gli piacque.

“Che ti prende?” chiese.

“Ho sentito uno starnuto” sussurrò lei, impercettibilmente, usando il labiale. “Sapevo che prima o poi qualcuno ci sarebbe cascato. I fiori sono la prima causa di questi, lo sapevi?”

“No” disse Jezrael. “Sono solo piante, se non sbaglio”

“Allora non hai capito niente?” disse Florence, sorpresa. “L’Artiglio di Gatto cura la febbre, ad esempio. I fiori che si trovano qui possono dare fastidio al naso, e la nostra spia ha appena starnutito. Peggio per lui”

“E tu come le sai queste cose? Sei una popolana”

“Ho ascoltato la principessa e le sue lezioni” ammise la ragazza. “Per parecchie ore, mi sono persa guardando il precett…”

Si interruppe perché il suo interlocutore si rabbuiò. In effetti il precettore aveva un grande eloquio e una voce fonda, ma dove avrebbe trovato due paia di occhi della stessa intensità di Jezrael?

L’uomo non disse nulla, estrasse solo una violetta accanto a lui e la diede alla ragazza.

“Mi hai regalato una viola” disse lei, arrossendo.

“Sì” ammise lui. “L’ho appena fatto. Tu avrai anche guardato il precettore e la sua voce fonda, ma i minuti passati con te in questi sette giorni… non li dimenticherò mai.”

Florence sentì pizzicare le palpebre. La luce del primissimo mattino stava facendo risaltare la faccia di quell’uomo, stanco e malinconico, ma felice di stare con lei.

“E poi stai benissimo con la treccia” concluse Jezrael. Fece per alzarsi, ma venne bloccato per un braccio da Florence, la quale lo trasse a sé e lo baciò.

Fu un bacio dal vago sentore di violetta e la barba le pizzicava, ma Florence sapeva di stare facendo la cosa giusta nel momento preciso in cui andava fatta. E lui ricambiò, ricambiò come se avesse avuto bisogno proprio di quello. E si alzarono, e corsero su per la torre che dava al giardino, e si chiusero nella stanza di Jezrael, e non furono visti per tutta la mattina.

La loro assenza fu notata.

“Com’è che si chiama… Jezrael, vero? Come mai non è qui in consiglio?” chiese Elijah ad Acaz. Quest’ultimo non osò entrare nella mente del compagno per non trovare spiacevoli sorprese, così azzardò: “Sta… lavorando per il regno.”

“Capisco” disse lui. “In ogni caso…”

Si udì un’esplosione.

“Guardie! Andate a controllare!” sbraitò il re, battendo i pugni sul tavolo. Guardò arcigno Acaz.

“Tu e il tuo amichetto non c’entrate niente… vero?”

Acaz non disse nulla.

“Sono stato raggirato da due imbecilli vestiti con la tunica! Ma perché ho una dannata corona in testa?”

La prese e la gettò con forza a terra. Urlò inviperito.

“La gente è in subbuglio, là fuori” sibilò Acaz. “perché non scendete voi stesso a vedere cosa succede?”

Acaz stava riflettendo molto più velocemente del sovrano, il quale preferì sbraitare contro di lui, insultandolo con le peggiori parole triviali.

Era passata una settimana da quando Florence era andata da Silvanus a riferirgli della carico di Artiglio di Gatto. Doveva essere giunto. Ma allora perché Silvanus non si è rivolto ad Habraxan, che poi avrebbe contattato uno di loro due? In quel modo avrebbero potuto sobillare il popolo gradualmente, non aizzandolo con la violenza.

Silvanus nascondeva qualcosa. Jezrael aveva totalmente dimenticato la missione, e non si trovava. Ma dove diamine era?

Chiuse gli occhi e lo trovò immediatamente. Dormiva, coperto solo da un lenzuolo, accanto a Florence, altrettanto nuda.

Certo, si disse amareggiato, c’è una guerra e la cosa più intelligente da fare è scopare. Non gli rimase che chiamarlo.

“Jezrael! Jezrael, maledizione!”

Quegli si destò. “Acaz. Cosa succede?” pensò.

“Succede che sei una merda umana, cazzo! Da quant’è che non sputi allo specchio per lavarti la faccia? Ascolta fuori!”

Jezrael tese l’orecchio ed effettivamente scoppi e grida erano perfettamente udibili.

Il cuore gli sprofondò addosso. Era cominciata una battaglia fuori dalle mura del castello.

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