Chi ha tempo non aspetti tempo

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Il tempo passa, purché tu ne faccia buon uso. Non come ho fatto io.

C’era lei. Volevo parlarle, conoscerla se ci riuscivo.

Mi sono detto “Magari dopo”.

Capitò di andare in gita, qualche settimana dopo averla vista per la prima volta, e scendendo dal pullman le cedetti il passo. Mi sorrise.
Mi sorrise, e per un attimo mi parve un caldo giorno d’estate, attorniato da un particolare odore di girasoli.

E la vidi danzare in piazza, prendere una chitarra dal nulla e suonare una improvvisata che mai mi sarei aspettato. Applaudii con gli altri, e nel momento di tornare in albero mi parve mi stesse guardando.
Mi dissi “Magari è stanca”.
Capitò di rivederla in chiesa, mentre confessava peccati che non aveva mai commesso, là dove l’incenso sottace il profumo della primavera.
E mi capitò di vederla anche alla posta, intenta a pagare una bolletta, lei che l’unica tassa che poteva pagare era quella della bellezza. Mi chiese chi fosse l’ultimo. Questa parola faceva scattare in me sensazioni diverse, uniche forse.
L’ultimo dei figli della strada, della luna e delle cadenti, l’ultimo a cui qualcuno rivolge la parola. E risposi: “Sì, il signore in fondo”. Pensai a molte cose, a come proseguire la conversazione, per esempio.
E tu… tu ti scostavi i capelli, sospiravi e con pazienza, uno dopo l’altro, si avvicinava il tuo turno.
Mi capitò di pensarti in palestra, a letto, mentre lavavo i piatti. Tutto mi parlava di te. Tutto era come una pallida mattina di giugno, là dove il mare è placido e i gabbiani cantano.
E come un naufrago, fra la pioggia e la tempesta, trovai lei.
Me lo dissi ancora una volta: “Magari ha fretta”. Neanche a dirlo, guardò il telefono. Una notifica, come tante ne riceveva una come lei, lei che gli uomini hanno sempre in testa, perché non si vive senza amore.
E venne la sera, davanti al telegiornale. Come al solito il mondo la odiava, perché si dimenava fra maldicenze, invidie e altre sporcizie, lei così pura.
“Grave incidente nell’autostrada, morta una giovane donna caduta in mare dopo uno sbando con la motocicletta”
La tua figura, sorridente per sempre, campeggiava inquietante in mezzo al mare di pixel.
Lei, che l’oceano l’ha voluta per sé, sirena di un regno atlantidese ormai obliato.
E lei avrei parlato, le avrei chiesto se davvero i pesci cantano alle navi che affondano, le avrei chiesto se il tempo, fra i coralli, è lo stesso, malinconico e fuggente.
E mai più, non dopo la sua voce, nessun’altra melodia avrebbe lenito il dolore del tempo perduto.

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