Il vero nome di Fibrizza

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“Non so cosa scrivere”
Le parole di lagna della signora Fibrizza risuonarono per tutto il circondario. Ad altri, sembrarono parole di lasagna, ma la tizia non aveva quel cognome, e non si trovava nemmeno in un’aula magna, così come non esisteva un animale che si chiamava Lavagna.
“Fibrizza, è solo una lista della spesa”
Lei si illuminò. Qualcuno aveva acceso una lampada da scrivania e quella la investì di luce.
“Giancarlo” rispose. “Vecchio mio, quando dico che non so cosa scrivere, intendo dire che a volte forse le forbici potrebbero pure aiutarmi”
Tutto ebbe inizio sette anni prima.
Manigolda era al parco. Stava dando da mangiare ai piccioni quando un fascio di luce le apparve davanti.
“Tu” esordì una voce. Il proprietario della voce era una specie di scheletro molto alto che la indicava stendendo tutto il suo braccio destro. In quello sinistro reggeva invece un bastone, che appunto faceva luce, oltre alla luce solare del giorno. La prima cosa che notò, al di là del vestito elegante, era la sua pelle colorata di blu.
“Da adesso ti chiamerai Fibrizza” annunciò, poi scomparve. Credendo fosse uno scherzo di Giancarlo, che si presentava come suo marito, scrollò le spalle e continuò a dare da mangiare ai piccioni.
Tuttavia, non era un’attività fattibile, perché le squillò il cellulare. Era uno di quelli che si apriva e che si chiudeva, poi rispose “Pronto?”
“Parlo con la signora Fibrizza Castelloni?”
“No… cioè, sì?”
“No o sì? Non mi faccia perdere tempo! Noi delle offerte abbiamo da lavorare, qua!”
Manigolda deglutì. Ricordava ancora,a dato che era avvenuto solo pochi minuti prima, l’incontro con quello strano angelo, o comodino, o qualunque esso fosse stato.
“No, non sono io” chiuse il telefono e cominciò a inspira are. Era sicuramente uno scherzo. Guardò la data, non era il primo aprile.
Era il trentuno marzo, però. Decise di chiamare la cara sorella Acara, che odiava non ricambiata e peraltro iniziava tutte le sue conversazioni in un unico e solo modo, chiamandola per nome.
“Fibrizza! Che piacere sentirti! Dimmi, dimmi”
Chiuse il telefono, già la sola voce la irritava. Controllò la carta di identità. Poco prima era stata fermata da un vigile che le chiese patente e libretto.
“Fibrizza Castelloni”
Manigolda deglutì. Un temperino prese a saltellare proprio ai piedi della panchina dov’era seduta. Aveva un’aria truce. Si fermò davanti a lei, le fece la linguaccia e se ne andò.

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