La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/48

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

Mond si sentiva assolutamente a proprio agio. La notte era giovane e la sua pelle aveva trovato la brillantezza consueta. Godere del suo corpo una notte al mese, doveva ammetterlo, era fonte di gioia.

L’unica cosa che lo preoccupava era l’uomo che aveva davanti.

“Ti devo parlare” gli aveva sussurrato, proprio nel momento in cui si sentiva libero da qualsivoglia pensiero. Gli doveva parlare, e sentì come una forza insita in lui che lo spinse a seguirlo.

“Che cosa vuoi?” chiese, rompendo il silenzio glaciale che si era creato. Mond aveva la vaga sensazione di essere osservato da Mary e Gerald.

“Tu sei il figlio della Luna. Basta guardarti” sussurrò Habraxan “Ma se ti dicessi che non sei l’unico?”

“Sono l’unico” affermò il principe. “Non c’è nessun altro uomo che può affermare di non essere nato sulla Terra”

“Sapevo che avresti detto così…”

Habraxan slacciò il manto che fino a quel momento lo ricopriva, con movimenti deliberatamente lenti. Abbassò il cappuccio e il mantello cadde.

Mond trattenne il respiro.

L’uomo davanti a lui era bianco latteo. Dai capelli alle mani, tutto ciò che si vedeva era una pelle molto simile alla sua. Persino la camicia e il calzone erano stati scelti di colore bianco.

Entrambi figli della Luna, ma in maniera diversa. Figli e fratelli di un mondo dimenticato, di ricordi che non erano mai stati e pieni di malinconia di ciò che avrebbe potuto essere.

Uno di loro aveva due grandi occhi neri, come la notte senza stelle. L’altro luminosi occhi rossi, come la rabbia e l’agitazione che stava crescendo in lui. Disperato, aveva di fronte colui che gli aveva rubato l’identità.

“Guardami!” comandò. “Io sono George. Il mio vero nome è George, figlio di una madre assente e un padre sconosciuto. Ho vissuto anni in cui la luna mi è stata l’unica compagna, dove gli altri, che si dicevano miei simili, mi hanno umiliato, illuso, denigrato. E solo per la mia pelle troppo chiara. E venne Teodolinda, e mi diede un nuovo nome, il titolo di Lord Habraxan, colui che deve diventare Re di questo regno, se esiste giustizia in questo mondo. Nessuno dovrà più soffrire e chi si azzarda a non essere d’accordo con me muore! La Luna mi è testimone! E ora dimmi, tu, usurpatore, come osi dire che ne sei il figlio diretto?”

Mond non capì. Non aveva vissuto nessuna delle cose che aveva detto Habraxan, ma aveva  invece soggiornato abbastanza sulla Terra da conoscere il dolore e la paura. In base a questo, rispose: “Mia madre è la regina della Luna. Sono stato cresciuto sul suo seno. Ho vissuto notti oniriche, fra feste, balli e nobili adulatori. Giacevo in un baldacchino di seta, nelle terre dove non fa né caldo né freddo e l’acqua sgorga da immense fontane d’argento.  E giunsi sulla Terra, dove per la crudeltà umana mi sono macchiato di omicidio e assistito a scene orribili. E ora dimmi, tu, figlio della Terra. Dimmelo! Cosa ne sai della Luna? Perché tu, con i tuoi simili, avete osato graffiare l’immacolata coscienza di un ragazzo, di un principe luminoso?”

“È per questo che ti ho convocato, figlio della Luna” disse Habraxan. “Dobbiamo confrontarci. Chi ha graffiato l’altro? Chi ha davvero il sangue grigio? A chi sta sorridendo la dolce Selenia? Lo dirà un duello, una singolar tenzone ha sempre la parola definitiva su ogni cosa!”

Il signore del Regno Invisibile si concentrò e dopo pochi istanti la terra sotto di lui cominciò a tremare. Il suo corpo venne percorso da scariche elettriche violente. Sembrava un temporale umano, ricordo di tanti, troppi pomeriggi ad osservare il cielo iracondo che puniva i malvagi come lui. E finiva sempre per nascondersi sotto il letto, tappandosi le orecchie, sperando che anche quel giorno gli dei del tuono non l’avrebbero portato via.

Mond, invece, scrutava quella trasformazione come la peggiore delle nefandezze. Decise di concentrarsi: se era vero come dicevano che fosse capace di magie immense, era il momento di dimostrarlo.

Fu Habraxan ad avere il primo turno, avventandosi su di lui per colpirlo con un pugno destro. Mond trattenne il respiro e parò all’ultimo momento. Il colpo del nemico venne dunque bloccato dal palmo aperto del figlio della Luna.

L’impatto esplose e le orecchie di entrambi furono coperte per qualche istante dal rumore secco che produsse.

Sogghignarono a vicenda, complici. Habraxan si allontanò da lui e mise i palmi candidi a terra. Il suolo rispose creando due enormi braccia che bloccarono le caviglie del ragazzo, ma quest’ultimo impedì la riuscita del piano saltando e creando una sfera invisibile attorno a sé.

“Costui vola!” esclamò Habraxan, ma Mond diede solo l’illusione del volo, perché si diresse verso di lui e lo colpì con un montante sinistro allo stomaco.

Habraxan si piegò in ginocchio, sputando del sangue.

“Rosso” commentò Mond. “Il colore dei plebei”

Habraxan tossì, ma si rimise in piedi. Alzò una mano, creando un vortice di fuoco.

“Con questa mano ho distrutto i Sotterranei!” sibilò, cominciando a innervosirsi. “Tu quante persone hai ucciso, Mond dei miei stivali?”

Un’enorme palla di fuoco fu pronta a ingoiare il principe della Luna, ma questi rispose creando una barriera d’aria, che non limitò i danni, La sfera, infatti, divenne una spirale infiammata e il ragazzo deglutì, sudando freddo.

“Ti sei messo in trappola da solo” commentò Habraxan. “Quanta esperienza hai in combattimento?”

Il Lord si concentrò sulla spirale, cominciando a restringere il campo, in modo da dare fuoco a quel corpo tanto odiato.

Mond, vedendosi in trappola e totalmente perso nei suoi pensieri, prese a urlare: “Anche eliminando me, cosa otterresti? Anche se dovessi usurpare il trono di Elijah, saresti felice? Cancelleresti ciò che ti è stato fatto? Dimmelo, George!”

Mond non aveva idea di cosa avesse detto lui stesso, ma quelle parole diedero l’effetto di fermare quella trappola mortale. Sudava e tossiva, ma era ancora vivo. Mond allargò le braccia e la bolla di fuoco si distrusse, creando mille piccole fiammelle. Il ragazzo, allora, ricordò le lezioni di Thomas. Le fiammelle gli ricordarono tanto le sue amate frecce, e, con la forza del pensiero, comandò a tutte di conficcarsi sul nemico.

Habraxan, mentre rifletteva sulla bella domanda di Mond, spense le fiammelle aprendo e chiudendo il palmo della mano sinistra. Si sollevò del fumo prontamente spirato dalla lieve brezza della sera.

“Ti  rispondo con un’altra domanda, piccolo saputello” disse sprezzante. “Cosa dovrei fare allora, eh? Mi hanno calpestato, ma non sanno che anche i deboli, se alzano le braccia, possono far rovesciare coloro che li calpestano!”

Mond parò un paio di calci ma alla fine subì un pugno in piena faccia. Credé di aver perso un dente. Ciò non poté sopportarlo e decise di alimentarsi dell’ira montante per illuminarsi ulteriormente e trasformare quella luce in energia da concentrare sui pugni, e rispondere colpo su colpo agli incantesimi di Habraxan.

L’incontro divenne dunque fisico, laddove gli scambi generarono piccole esplosioni e scosse.

“E l’amore?” chiese a un certo punto Mond, mentre colpiva il nemico con un pugno alla spalla. Erano entrambi esausti, utilizzavano la magia per aumentare il dolore reciproco e l’energia richiesta li stava consumando.

Notò con una certa soddisfazione che Habraxan fosse ferito sulla fronte e un occhio tumefatto. L’altro, invece, brillava di un rosso vivido.

“Che ne sai tu dell’amore? Io e Teodolinda siamo disposti a morire, l’uno per l’altra, gratuitamente! Sei in grado di concepire questo tipo di amore? O sei solo un patetico ragazzino ancora in attesa di sapere cosa c’è sotto le gonne?”

Habraxan si mosse in fretta, troppo in fretta, e bloccando entrambe le braccia di Mond e ignorando le forti ustioni che gli stavano pervenendo, decise di colpirlo con una forte testata.

L’impatto fu tale che caddero entrambi. Uno sanguinava di uno splendido sangue argenteo, l’altro, invece, aveva forti capogiri.

“Hai ragione. Non so niente dell’amore e non mi sono mai innamorato” biascicò Mond. “Ma una cosa la so, perché l’ho vista. Ho visto i sorrisi e i teneri sguardi che vi siete scambiati, e non credere che tu sia l’unico detentore di quell’amore. Conosco un uomo che ha letteralmente dato la vita per salvarne un’altra, un uomo che adesso riposa in pace, perché ha molto amato. Quell’uomo si chiama Thomas, ucciso dalla Mano della Morte! Pertanto, cerca di scendere dal tuo piedistallo e guarda in faccia la realtà. Tu e Teodolinda…” Mond cominciò a lanciare frecce d’argento in sua direzione cercando di colpire in ogni modo Habraxan, che tuttavia fu bravo a pararne alcune “Non siete gli unici! Non siete gli unici! E se ti dicessi che è tuo preciso dovere condividere l’amore che covi per lei verso il tuo prossimo? Solo così puoi fermare la spirale d’odio che tanto hai odiato e fatto soffrire!”

Una delle frecce colpì la spalla sinistra di Habraxan e un’altra la gamba destra. Era stanchissimo.

Col fiatone, rispose. “Tutti mi odiano, tranne lei.”

Fu tutto quello che riuscì a dire.

Mond si avvicinò verso di lui. Sapeva di aver praticamente vinto la battaglia, ma zoppicava e un altro colpo a tradimento lo avrebbe messo fuori gioco. Mantenne alta la guardia, ma se riusciva a dire per bene ciò che pensava di lui, forse l’avrebbe cambiato.

“Io… io non ti odio, George.” Esordì.

Si inginocchiò al suo cospetto. Anche Habraxan lo era, e si guardarono. Nero contro rosso, la notte che finalmente finisce contro il sangue degli uomini afflitti dal rancore.

“Dovresti solo cambiare prospettiva. Non tutti ti odiano.” Affermò Mond. “Io vengo dalla Luna, e noi suoi abitanti ci amiamo. Potremmo anche avere i nostri diverbi, ma a fine giornata siamo sempre pronti a mangiare alla stessa scodella. Non prendere il potere, perché sarà causa di avidità ed egoismo, oltre a macchiarti di furto. Sii invece il consigliere di cui Elijah ha bisogno. Col tuo potere ragguardevole e la tua intelligenza potrai cambiare, e in meglio, questo mondo. Io cambierò il mio.”

Habraxan digrignava i denti. Di colpo, tuttavia, si afflosciò e assunse un’espressione sofferente che nulla aveva a che fare con i colpi subiti.

“Vorrei tanto crederti…” disse tossendo. “Ma… ma come faccio a sapere che nessuno mi farà più del male?”

“Non te lo posso assicurare, anzi, ti dico che accadrà ancora” disse Mond. “Ma io stesso non mi sarei mai aspettato di subire, perché sulla Luna ragioniamo in un altro modo. Tu puoi capirmi, quindi lo dico a te. Sarai un grande consigliere. La Terra, in qualche modo, mi ha giovato, è stata un’esperienza che rifarei daccapo. E ci saranno altre tragedie, altre delusioni. Ti dirò una cosa: non siamo venuti al mondo per cancellare la tristezza, ma per accompagnarla condividendola gli uni con gli altri.”

Habraxan si sentì crollare. Per la prima volta, non sapeva come poter ribattere e capì che, forse, non era possibile.

“Non lasciare che io ti uccida, o meglio, che tu uccida te stesso. Per quanto tu sia potente, non appartieni al mio mondo, ma al tuo e credimi, è un’enorme ricchezza” concluse Mond, tendendogli una mano insanguinata. “Lascia perdere la Luna e i suoi sogni. Vivi la tua realtà, e fa’ di tutto per cambiarla e dire agli altri quanto sei felice”

Habraxan sospirò. Respirava in maniera difficoltosa a causa dei colpi subiti. La mano di Mond, però, era simile a un’altra Luna. Non fu difficile stringerla, e chinò il capo, sibilando un “Grazie” che solo il ragazzo sentì.

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