La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/52

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

Mond aprì gli occhi. Non gli piacque.

Era sicuramente il suo regno, la sua città, vista da un’altra prospettiva, la prospettiva del popolo.

Un vento gelido gli sferzò la faccia, ma tutto attorno a lui comunicava una battaglia, forse in atto. Case diroccate, incendi, polvere grigia e fuliggine.

“Attento! Sparagli!” urlò una voce femminile alla sua destra. Un raggio giallo gli sfiorò il braccio, mentre si scansava. Il dardo concluse il suo viaggio esplodendo dietro di lui.

“Chi sei?” chiese un uomo. Capelli neri, occhi neri, pelle bianca e brillante.

Era tornato a casa. Non c’era neanche bisogno di controllarsi allo specchio. Tornare a guardare un suo simile dopo tutti quei mesi fu strano ma anche una gioia.

“Nessuno” rispose quegli. “Tu perché mi hai aggredito?”

“Be’, ragazzino, compari all’improvviso mentre stiamo lottando! Dovevo pur fare qualcosa, no?”

Era grande e grosso e sputava mentre parlava. Niente a che vedere con Gerald.

“Voglio entrare a palazzo” cambiò argomento Mond. “Tu sai come si fa, no? Un… personaggio come te”

L’uomo rise in maniera folle, sputacchiando ancora. “Ma certo!” esclamò mellifluo. “Ti accompagneremo a palazzo. Vero ragazzi?”

“Alcune persone dietro le macerie di un edificio si trovarono d’accordo. La donna che aveva urlato prima si diresse verso una carrozza, la preparò e Mond si sedette all’ultimo posto.

Viale dopo viale, tafferugli di ogni tipo e sciacalli approfittatori della situazione si susseguivano davanti ai suoi occhi. C’era un bel da fare, una volta ripreso il trono. Piccole esplosioni, bambini che piangevano, trovarono anche pazzi armati di ascia che cercarono di aggredirli. Mond non aveva mai visto come fosse fatta la sua stessa città, sua madre non lo aveva mai lasciato uscire per nessun motivo. Fu ironico che la prima volta che la visitava era in fiamme.

Con uno scarto violento, colui che guidava prese un vicolo stretto.

“Toglietemi una curiosità” chiese Mond, sistemandosi di nuovo al suo posto. “Voi che dovete farci, a palazzo,  al punto da offrirmi un passaggio?”

“Sei un ingenuo” disse la donna accanto a lui. “Questo non è un portantino. Non stiamo andando a palazzo”

Estrasse un coltello e anche l’uomo davanti a lui si girò e ne mostrò uno. Mond avrebbe dovuto avere paura, ma non ne ebbe. Piuttosto, sbuffò.

“Fai anche lo sbruffone?” chiese la donna, avvicinando la lama alla gola del principe. Improvvisamente, un sacco nero gli coprì la visuale e un pugno nello stomaco gli fece perdere i sensi.

Appena si riebbe, si ritrovò legato mani e piedi in quello che sembrava uno scantinato, illuminato dalla sua stessa presenza. Pezzi di metallo arrugginiti, vetri rotti e materiale di riserva conservato in grandi scatole componevano la stanza. Davanti a lui, una scaletta che dava alla porta, che era certamente chiusa dall’esterno.

Mond suppose che lo avrebbero ucciso dopo avergli chiesto chi fosse e come mai fosse comparso in quel modo in mezzo alla strada. Dato il suo aspetto e il suo vestiario, agli occhi altrui doveva rappresentare un mezzo scemo dai dubbi gusti estetici. Peraltro, utilizzando la luce che il suo stesso corpo produceva, notò che la faretra fosse ancora lì, buttata a caso accanto a lui. Evidentemente, i predoni la considerarono di nessun valore. In effetti, non c’erano le frecce…

Si dispiacque, perché in fondo erano sempre suoi sudditi, probabilmente stanchi e disillusi dalla condotta dei piani superiori, di chi deteneva il potere. Mond, dopo essersi liberato dai legacci, eseguì un piccolo riscaldamento, poi si disse pronto per dimostrare che il Re era tornato, e non c’era più spazio per i complotti,  gli intrighi e gli inganni. Ognuno sarebbe tornato al proprio posto, muto e obbediente come i cani.

Si scrocchiò le dita, per omaggiare Mary. Ricordò di George e di come fosse capace di generare fulmini attorno al suo corpo. Adesso sapeva farlo anche lui, e in maniera perfettamente cosciente.

Si disse che i suoi fulmini fossero decisamente più potenti, perché lui era stato addestrato sulle rive di una scogliera, e le tempeste erano state una grande fonte di ispirazione.

Stese un braccio. Era ora di aprire la porta. Quella esplose. Mond tossicchiò e starnutì, a causa dei calcinacci e dei quintali di polvere sul naso. Non aveva mai imparato a farlo in maniera ordinata.

Ovviamente, tutte le truppe disponibili scesero di fretta verso lo scantinato, per osservare la fonte di quel rumore assordante. Mond decise di generare un arco argenteo e di estrarre un po’ di frecce. Una dopo l’altra, finirono  ciascuna sulla fronte dei suoi nemici, che caddero senza colpo ferire. Lui, nel frattempo, si diresse verso la porta di ingresso e tornò per strada, mentre si ritrovò davanti l’uomo che somigliava a un armadio.

Gli avrebbe insegnato a ingoiare la propria saliva. Paonazzo d’ira, si scaraventò su di lui ma Mond si scostò come se stesse facendo passare cortesemente un’anziana sulla via.

L’uomo cadde battendo il mento.

“Ma chi sei? Parla, cane!” sbraitò. Mond seppe di aver vinto: perdere il controllo non era mai un buon segno nei duelli.

“Chiamatemi Mond” disse lui, e, estratta una freccia, uccise anche quell’individuo. Rilassò le spalle e voltò lo sguardo verso il grande palazzo. Non l’aveva mai visto dal basso e sembrava davvero imponente. Chissà chi ci abitava. Sperò che il precettore avesse resistito fino ad allora, altrimenti…

Cominciò a correre, ricordando tutti i bei momenti passati con Mary. Era lei che gli aveva insegnato quell’arte. Mentre correva, con gli occhi sparò raggi di energia in modo da sgombrare la strada e uccidere chi gli si  poneva davanti. Nel frattempo, le voci correvano.

“È lui!” “È Endymion!” “Dice di avere un nome!” “È venuto a liberarci!”

Il Figlio della Luna non aveva ancora risolto nulla, ma boati di approvazione si sollevarono lungo la città e più la gente si radunava, più gli fu difficile avvicinarsi a palazzo.

Non gli rimase che arrampicarsi.

Prese un palazzo che gli sembrò integro e si mise sul tetto, pronto a saltare da un punto all’altro e coprire le ultime distanze.

Finalmente, sorpassò il corteo e si pose davanti all’enorme inferriata. Gli parve un brutto segno il fatto che non ci fosse nessuno. Le urla delle persone festanti era l’unica cosa che si sentiva, ma nessuno osò avvicinarsi come stava facendo lui. Toccò il ferro freddo del cancello e, oltre quello, si stagliava il castello. Sembrava non esserci anima viva. Gli parve di sentire un odore di erba bruciata, ma non era sicuro.

“Tu! Che cazzo fai?”

Mond si voltò. Era una ragazza. Venne colpito da uno strano pensiero, perché lei era bellissima e totalmente diversa dalle donne che aveva trovato sulla Terra.

Poteva avere la sua stessa età e la stessa altezza, i capelli arancioni raccolti in una treccia e grandi occhi gialli.

Fu allora che ricordò: il suo precettore, analizzando il popolo della Luna, gli aveva accennato alla possibilità di nascite maschili o femminili nei giorni di eclissi di Luna. Quando la Luna era frapposta fra il Sole e la Terra, i bambini nascevano con un colore che ricordava “il fuoco giovane”, occhi e capelli.

E lui ne aveva incontrata una. Era stupenda, ma in quel momento sembrava adirata e gli puntava un lungo dito contro. “Non lo sai che è proibito avvicinarsi?”

“Proibito? Ma se non c’è nessuno!” osservò Mond. La ragazza prese a salire e scavalcare, ma venne spinta in là da una forza invisibile. Mond si chiese se si fosse fatta male, e in effetti biascicò un ahia sommesso, mentre si toccava alcune parti della schiena.

“Vedi che mi hai fatto fare?” sbraitò, rifiutando i soccorsi. “Vieni con me, scellerato!”

“Come osi dire scellerato al tuo Re?”

La ragazza si votò a guardarlo sgranando gli occhi. Mond si coprì la bocca con la mano.

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