La leggenda dei tre compagni e del figlio della luna/53

la leggenda dei tre compagni e del figlio della luna

Tutt’attorno, fuori, proseguì indifferente a quella dichiarazione. Il vento continuava a soffiare gelido, la gente ammirata ed esaltata per l’avvento di Endymion continuava a festeggiare e il cancello rimaneva muto e impassibile alle loro spalle.

Tuttavia, due ragazzi, magnifici nella loro pelle immacolata e luminosa, si osservarono. Uno di loro era imbarazzato, l’altra esterrefatta.

“Non puoi!” esclamò infine la ragazza, mettendosi una mano fra i capelli. “Ci hanno detto che il figlio della Luna è morto, hanno anche bruciato il cadavere!”

“Con quanti testimoni?” chiese Mond. Doveva essere stata un’idea del precettore, per proteggerlo e continuare il suo viaggio sulla Terra.

“Be’, nessuno del popolo… perché il tuo precettore si è auto proclamato Re e ce lo ha comunicato, ma col tempo la nobiltà ovvero i tuoi amici… ma non le sai, queste cose?”

“Sì, e no” ammise Mond. “Io sono il figlio della Luna. Di Selenia e di Endymion, così come si usano chiamare il re e la regina di questa città. E mia madre è morta.”

“Sì, la regina è stata assassinata davanti al popolo, decapitata sulla pubblica piazza. È successo proprio durante i dieci giorni di regno del tuo precettore” affermò la ragazza.

Mond si toccò il collo. Non era sicuro di conoscere altri particolari.

“Sembrava essere felice di morire, in ogni caso” concluse lei. “Ma allora sei il figlio che ha perduto? Davvero? E dove cazzo sei stato negli ultimi tre anni?”

“Se te lo dicessi, non mi crederesti” rise Mond, continuando a guardare lei e il castello a turno. Scoprì di non poter reggere a lungo quello sguardo magnetico. “Chi è stato ad assassinarla?”

“Ha un nome, lo ha comunicato lui stesso mentre esibiva la testa della regina davanti a tutti noi” rispose lei. “Nessuno di noi lo ha, lui invece sì. Vieni”

Lei lo prese per l’avambraccio e si nascosero alla fine di un vicolo lercio e pieno di spazzatura. Alcuni gatti mangiavano lische di pesce marcio.

La ragazza era vicinissima al suo corpo, e sembrò stesse prendendo il coraggio per pronunciare quel nome. Mond pendeva e continuava a pendere dalle sue labbra, in attesa. Il suo cuore prese a battere.

Poi la ragazza si riscosse e sogghignò. “Non me la dai mica a bere! Va bene, saprai anche fare magie superiori, ma non sei il figlio della Luna. Il principe saprà anche entrare nel suo castello, o no?”

Mond si sentì colpito, peggio di uno schiaffo di Gerald. Sospirò. “La verità è che non sono mai uscito dalla mia torre”

“Però sei scappato tre anni fa e la gente ti ha considerato morto” scrollò le spalle la ragazza.

“Non sono scappato” borbottò Mond. “Non avrei mai voluto andarmene… in realtà, sono felice di averlo fatto.”

“Stai dicendo un sacco di cazzate, ti contraddici in continuazione. Non è che sei un po’ tocco?”

“Sono stato sulla Terra, va bene? Adesso, però, sono tornato per riprendere il mio trono!”

Per un attimo, la ragazza fu sinceramente colpita da quella rivelazione. Mond notò un bagliore particolare, come certe albe che potevano vedersi alla scogliera.

Poi rise. Una risata divertita, sincera, energica, come le piogge estive accanto alla torre del Mago.

“D’accordo, d’accordo…” la ragazza rise ancora. “Sei totalmente pazzo. Non rimane che una sola cosa da fare”

“Cosa?” chiese Mond.

“Presentarti ai miei” disse lei. “Sono coloro i quali vivono più vicino al castello. Ti riconosceranno”

La ragazza lo afferrò una terza volta e lo trascinò di peso verso l’abitazione di suoi genitori.

Era una casa modesta, dai colori spenti e rattoppata in più punti. Tuttavia, sembrava accogliente.

La ragazza bussò.

“Parola d’ordine!” esclamò una voce maschile.

“È mio fratello” bisbigliò lei. “Focaccia!” ed entrò.

Ciò che vide non gli piacque. Il padre aveva in mano una spada e un’altra era poggiata accanto al tavolo pronta all’uso; il fratello, invece, gli aveva aperto e aveva in mano un martello d’argento.

La madre, invece, cuciva febbrilmente una cotta di maglia.

“Chi è costui?” chiese il padre.

“Padre, dice di essere il figlio della Luna” affermò la ragazza, scettica anche lei.

L’uomo scoccò uno sguardo alla donna sua moglie. Lei arricciò le labbra. Di sicuro, era molto cambiato: aveva imbastito un fisico da atleta e aveva passato molte giornate all’aperto, doveva aver combattuto ed essersi graffiato in più punti. Aveva vissuto travagli e povertà, uno stile di vita totalmente diverso da colui che poteva definirsi un principe.

“Mia sorella è stata la tua nutrice” disse la donna. Anche lei aveva i capelli rossi, più vivaci tuttavia della figlia. “Mi diceva sempre una cosa su di te, quando eri piccolino. La tua prima parola. Qual è stata? È talmente assurda che a corte ti hanno preso in giro per anni”

Buono a sapersi, si disse Mond. Eppure gli piaceva la sua musicalità!

“Sconquasso” rivelò Mond, controvoglia. Immediatamente, la donna si gettò ai suoi piedi, imitata da tutti i suoi familiari.

“Di cosa hai bisogno, mio principe?” chiese la donna.

“Voglio sbucciare la pelle di chi ha ucciso mia madre” dichiarò lentamente il figlio della Luna. “E non mi fermerete”

“C’è solo un modo per entrare al castello, la magia non funziona” rivelò il padre. “Abbiamo la botola. Mia figlia, che già vedo conosci, ti farà da guida. Magari incontri il tuo precettore, che ci ha insegnato quello che sappiamo della corte”

“Non è più lui il re, dunque?” chiese Mond.

“No, da tre anni” rispose l’uomo. “Adesso siamo sotto la corona di un certo Lord Knuglut, uno stregone che si è affibbiato un nome e si è seduto sul trono di tuo padre e tua madre. Noi non ti giudichiamo perché ti sei fatto credere morto, avrai avuto i tuoi buoni motivi. Ma, adesso che sei qui, fa’ qualcosa per noi. Rimuovi quel bastardo dal trono”

“Vedrò di rimuoverlo” disse Mond, sentendo l’ira che montava. “Portami alla botola”

“Ma con piacere!” esclamò dolcemente la ragazza. Adesso che sapeva di avere davanti un principe, i suoi modi divennero gentili e colloquiali, come se potesse servire davvero a colpire un uomo dell’elevato rango come lui.

Mentre scendevano in cantina, Mond chiese “Ma tu, alla fine, che ci facevi vicino alle grate?”

“Ispezione”rivelò lei, ridacchiando. “C’è gente che spera sempre di scavalcare e dare l’assalto al re con le sue povere forze. Ma tu discendi da Endymion. Qualcosa la saprai fare!”

La ragazza esitò nell’aprire la botola e osservò il suo interlocutore, con l’aria scettica.

“Saprai fare qualcosa, vero?” chiese.

“Chiariamo una cosa” disse Mond, con deliberata lentezza. “Se mi mettessi a combattere seriamente non rimarrebbe del castello pietra su pietra”

La ragazza deglutì e aprì la botola. Scese senza aver paura, atterrando sulla nuda terra, composta forse da pietrisco.

“Forza, vieni!” lo incoraggiò.

“Mi chiamo Mond” disse distrattamente, prima di scendere.

“Mond? Che cazzo di nome” disse lei. “Nessuno di noi ne ha uno, quindi devi essertelo inventato durante il tuo… esilio. Se sei stato davvero sulla Terra, dovevi averne bisogno”

“Sì” disse lui. “Decisamente”

“Io non ne ho bisogno” rivelò la nuova compagna. “I nomi sono talmente scomodi… ti etichettano, capisci. Lo sai meglio di me, visto che è precisa volontà di Selenia ed Endymion. Però tu te ne sei dato uno lo stesso. E sentiamo, nominatore, che nome mi daresti?”

Era una bella domanda. Mentre scorrevano lungo la galleria girando a volte a destra e a volte a sinistra, ci pensò su.

“Allora?” incalzò lei, sempre dandogli le spalle.

“Alba” decise. “Hai i capelli rossi, arancioni forse, e anche gli occhi ricordano una sfumatura vicino al sole del primo mattino. Sulla Terra, per un periodo, mi sono svegliato sempre a quell’orario. E Alba è il loro termine per indicare quel momento della giornata in cui il sole sorge, fiammeggiando alto in mezzo a un orizzonte placido di mare e gabbiani. Tu ne sei sicuramente l’allegra figlia, che illumina i mattini degli uomini”

La ragazza si sentì arrossire. Per fortuna, gli dava le spalle ed erano arrivati.

“E… eccoci” disse lei. Si schiarì la voce. “S… siamo arrivati. Buon pro ti faccia!”

Detto quello fuggì via a gambe levate. Mond la ritenne una ragazza strana.

Aprì la porta, o quello che era. Sembrava più una corteccia di un albero d’argento. Entrò dentro una sala piena di colonne, e un pavimento a scacchi bianco e nero.

Lo riconobbe come il sotterraneo del palazzo, che vide solo una volta, durante una spedizione accanto al suo precettore, quando gli fece visitare tutte le sale concesse dalla regina.

Si sentiva molto solo in mezzo a quell’aula silenziosa e impolverata. La sua pelle illuminava quanto bastava per poter vedere, ma quel luogo comunicava abbandono.

L’eco vaga dei suoi stivali rimbombava sui muri.

C’erano segni evidenti di lotta. Colonne scheggiate, libri caduti e strappati. Sangue.

“… E qui, come puoi vedere, abbiamo la cantina dei vini” disse una voce stanca. “La Fecondità d’Argento è chiamato così perché…”

“Perché viene dai vigneti nelle regioni del Mare della Fecondità! Ma certo! Precettore!”

Mond abbracciò il vecchio uomo, che si stava avvicinando zoppicando.

Anche lui aveva perso un braccio come Jezrael e presentava ustioni e graffi anche gravi su tutto il corpo. Uno dei due occhi era bendato.

“Eh…” disse il Precettore, tossendo e rigettando un grumo di sangue. “Quanto ho desiderato vederti… prima di morire.”

“Non morirai!” esclamò isterico Mond. Pianse di gioia. “Non lo permetterò!”

“Sei tanto caro” disse il precettore, sorridendo. “Allora abbiamo avuto un’ottima idea, nello spedirti sulla Terra…”

“La migliore che abbiate mai avuto!” urlò Mond, generando un po’ di eco.

“Ti sei trovato bene, allora…” sussurrò l’altro.

“Voglio assolutamente tornarci, ho già un ambasciatore!” comunicò entusiasta Mond, fra le lacrime.

Il Precettore rise. Poi tossì.

“Ascolta” disse lui, poggiandogli una mano. “Sono… felice che tu sia tornato, ma sono tutto un dolore e ho spinto il mio… corpo, fino al limite, per aspettarti. Sapevo che tu fossi… tornato, il Mago me lo ha comunicato. Solo che… che non posso più rispondere, non ce la faccio, e gli altri servitori miei amici che hanno organizzato il tuo… viaggio assieme a me, sono… tutti morti.”

Mond sentì dei brividi. Gerald la chiamava pelle d’oca, ma doveva esserci per forza un nome più crudele da poter dare.

“Ti condurrò alla tomba di tua madre, la figlia di Sel…” tossì e varie chiazze di sangue sporcarono sia Mond sia il pavimento. “Selenia. Lì deciderai che cosa fare”

“Ma è ovvio che cosa farò! Ridurrò in poltiglia quel lurido verme che ha poggiato le chiappe sul trono dei miei genitori e ridotto te in questo stato!”

“Mio caro principe…” disse il precettore. “Lord Knuglut… non può essere fermato. Ha il sangue di Endymion nelle vene… nessuno…” tossì. Mond non poté vederlo oltre.

“Knuglut è tuo fratello”

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