Quel che un asparago avrebbe detto…/12

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12 … se dicessi che i fiori non sono tortellini

“I fiori non sono tortellini”
Una settimana dopo lo spiacevole equivoco della perla, l’autore di questa storia si mise a dire quella massima filosofica durante una riunione anche molto importante, pronto a dispensare saggezza a tutti coloro che erano disposti ad ascoltare.
“Beh, e nemmeno i fiorellini sono tortellini, ma cosa c’entra?” gli fu chiesto.
Il ragazzo aveva enunciato solo parte di un’equazione, infatti si sentì alquanto spiazzato.
In quel periodo aveva preso l’abitudine di portare un tortellino in tasca. Lo estrasse.
“Come potete vedere, potrebbe anche avere la somiglianza con un fiore” esordì “ma vi posso assicurare che sono letteralmente diversi. Mi ricorda di quella volta che ho mangiato il risotto con gli asparagi in busta. Fu un’esperienza tragica, mai mangiato un piatto talmente insapore come quello”
A chilometri di distanza, un paio di asparagi si sconvolsero.
“Cosa ha detto riguardo noi?” chiese uno.
“Non hai sentito?” ribatté l’altro. “Ci ha definiti insapore, bene, adesso applicheremo la nostra vendetta, Sarà applicata di notte, perché la notte porta consiglio, e sarà una notte di dicembre, perché si sa che la vendetta è un piatto che va consumato freddo”
“Ma non il risotto con gli asparagi, quello va servito caldo”
“Giusto, concordo, sei un bravo ortaggio tu”
Venne la notte del primo dicembre. Era vero che andava servita fredda la vendetta, ma non c’era motivo di aspettare oltre.
“Vai di tatami!”
Un gruppo di asparagi colpirono come bastoni di bambù il ragazzo che dormiva sul tatami, pieno di piumoni.
“Ma smettetela! Non vedete che sono un giacomino galoppante?”
Gli asparagi si guardarono perplessi.
“Cosa potrà mai significare?”
Il ragazzo si rese conto di che tempo e spazio era, e si scusò “Stavo sognando. Voi siete asparagi, vero? Perché state cercando di uccidermi? Che vi ho fatto? Forse non potete sopportare l’idea che messi nel risotto siete…”
Notò l’espressione arcigna nei loro volti, quali che fossero.
“Oh”

 

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