I ricordi di Adalgisa/26

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Adalgisa non faceva sconti a nessuno. Non era peraltro il periodo.
“E questo viene ventotto e novanta, signora” disse con fare stanco a una madre di famiglia, che, oltre ad avere diversi pacchi, aveva in braccio due o tre pargoli. Uno di quelli era troppo immobile. Poi si rese conto che era un tritacarne.
“C’erano i saldi però” protestò quella.
La commessa rispose “Signora, i saldi erano a gennaio, ormai…”
“Ormai cosa!” esclamò lei. “Non tornerò mai più, arrivederci”
Adalgisa sospirò, mentre riponeva i soldi nel registratore di cassa. Le ricordava di quella volta che metteva i soldi sotto il letto, regalo della fatina dei denti.
Una volta aveva perso i denti, dicevano che erano da latte. Per quel motivo non ebbe più preso quell’alimento bianco dopo quel periodo. Poi andò a giocare a basket nel campetto sotto casa, quando ancora c’era il campetto.
Una volta abbandonato il posto da commessa, decise di lavorare come cameriera in una gelateria. Venne assunta subito, non appena ebbe messo piede.
“Scusate, vorrei un con…”
“Assunta!”
“No, mi chiamo Adalgisa”
“Intendo dire che cominci domani alle otto e mezza, mi raccomando le brioche belle piene, eh?”
Il giorno dopo vide sfilare un sacco di gente che voleva coni, coppette e brioche. Una persona chiese anche un etto e mezzo di grana. Un’altra ancora chiese se c’era la S. Una terza persona chiese se era uscito il 54.
Infine, arrivò un Grigio.
“Ce l’ha il gusto UFO?” chiese con fare complice. “Eh? Ce l’ha? No? Ce l’ha!”
Adalgisa, sudando freddo, cercò di sbirciare tra i gusti, poi chiese al titolare che si trovava sul retro.
“Abbiamo un alieno fuori che vuole gustare il suo sapore preferito, che faccio?”
Il titolare sospirò. “E così, è giunto il momento, eh?”
Affondò le mani sul mento e tirò. Era una maschera di gomma, che nascondeva le fattezze di un tostapane.
“Sorpresa, eh?”
Adalgisa credé di essere presa in giro.
Capitolo 27
Ogni volta che si ordinava al ristorante, Adalgisa sentiva un fremito.
“Qual è il problema, astice? Non vuoi entrare nel mio stomaco?”
L’astice, ancora messo sul vassoio, era molto indeciso. Non rispondeva, e ciò dava fastidio alla ragazza, che al ristorante comunque andava rigorosamente da sola, prendendo persino il taxi.
“Sai, vecchio mio? Tutto ciò mi ricorda di quando mi sono imbarcata su una nave pirata”
“L’hai già raccontata” si udì una voce dal fondo. La ragazza arrossì.
Raccontare di nuovo un aneddoto le ricordava di quando si era ritrovata bloccata in ascensore in compagnia di un aspirapolvere.
Le aveva detto “Salve. Pare che siamo bloccati, eh?” e lei ebbe paura. Un elettrodomestico del genere che parlava non portava a niente di buono.
“Ti va se aspiro un po’ di polvere? Sai, è che sono allergico e quindi non posso stare a vedere la sporcizia impadronirsi di me”
Ad Adalgisa ricordava uno spaventa passeri che non spaventava nessuno, ma passò ugualmente un’ora e mezza a sentire sempre lo stesso irritante suono dell’aspirapolvere che uccideva un milione di acari, forse anche di più.
Poi venne salvata.
“Grazie”
“Non c’è di che”
Era letteralmente un uomo dalla testa a forma di ascensore, lei se ne innamorò subito perché doveva averlo nella collezione di fidanzati.
“No, non posso mettermi con te” borbottò il tecnico. La ragazza ci rimase molto male.
“Perché?”
“Perché il pollo è asciutto”
Chi era quella megattera che aveva lasciato il pollo asciutto e impedito il loro ricambiatissimo amore?
Decise dunque di prendere una barca che rispondesse alle quattro regole fondamentali. Scelse una rotta calcolata esattamente secondo le direttive della lossodromia. Fu ovvio incontrare, a quelle condizioni, una megattera fatta e finita.
“Non sai cucinare!” esclamò Adalgisa. Il cetaceo liberò qualcosa dallo sfiatatoio e se ne andò. Nessuno seppe dire se fu indignata o contenta di quello che aveva sentito, si seppe solo che aveva gettato del vapore acqueo dal naso.

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