I ricordi di Adalgisa/36

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“Stavo cercando l’Unico citofono, che è possibile recuperare solo dopo aver bussato a tutti i campanelli del mondo, ossia nel mio tempo” spiegò Adalgisa, sperando di farsi capire. Aveva detto una sola frase, e già aveva attirato l’attenzione di molti altri caschi volanti, ma anche diversi raggi interruppero per un attimo il loro funzionamento.
“Qui non ci sono più campanelli, non esistono. Ci basta connetterci con la mente di chi vogliamo e farci aprire, sempre che qualcuno voglia aprire qualcosa, non esiste più neanche il concetto di porta” obiettò il casco volante.
“Mi ricorda di quella volta in cui la nostra porta si ruppe e abbiamo avuto molto da fare per non farci vedere mentre facevamo i nostri bisogni fisiologici” rammentò Adalgisa. Era stato molto strano farla mentre tutti guardavano e, anche se effettivamente nessuno si era mai fermato per osservare, la ragazza la raccontava così.
“Quindi, raccontarci un’altra balla” disse un cane.
“Oh” lei si spiazzò. “Molto bene. Dovrò dirvi perché non è una balla”
“Che ci fate qui? Sgomberato il campo, subito!” esclamò un vigilante. Era un robot robusto e sembrava molto potente, soprattutto dotato di un classico manganello.
“La gente deve passare” spiegò con un tono più gentile.
“Beh, secondo me non sai calcolare quanti anni sono cinquecento milioni di secondi!” esclamò Adalgisa.
“Osi sfidarmi? Non sono programmato per picchiare la gente ma se insisti ti darò un assaggio di codesto manganello”
Era incredibile come tutti la capissero nonostante lei parlasse una lingua perduta dal tempo.
Il robot batté leggermente quell’arma e la ragazza non si fece nulla.
“Non ti contorci dal dolore? Eppure ti ho colpita sul cranio” si stupì il robot. Adalgisa pensò che forse le ossa umane si erano indebolite parecchio.
“Non avete l’unico campanello e non avete idea di come riportami a casa. Che cosa ci faccio nel futuro dove tutto è nuvolo, eh?”
Nessuno aveva una risposta per lei, eppure era il 99.000.

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