Le avventure delle nuvole/37

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37 Guardare le nuvole in aereo
“Sai una cosa?”
Il Cirrocumulo interruppe il silenzio che penetrava fra le case.
“Dimmi”
“Ma quando gli umani ci guardano da oltre il finestrino degli aerei, non siamo un po’ come a teatro, aspettandosi loro di vedere uno spettacolo?”
La domanda, doveva ammettere l’Altostrato, era legittima.
“Dovremmo chiedere a Georgino. Sempre che lui abbia mai effettivamente trasportato umani nei suoi viaggi. Secondo me ci disturba e basta”
Georgino, improvvisamente, ebbe un fastidio alle orecchie. Poi ricordò che non ne aveva alcuna, anzi, rendeva sordi la gente con quel rumore tipico che faceva, come i rumori degli aerei. Si arrabbiò per quel motivo. Avrebbe tanto voluto avere delle orecchie. Un bel paio, come quelle che avevano gli elefanti, in modo da potere, con le ali, spulciare all’interno della cavità alla ricerca di cerume invecchiato cinquant’anni. In barrique.
“Ho deciso. Voglio un orecchio. Anche uno solo.” annunciò. Poi sentì un fischio. Sapeva bene che quello era il codice internazionale per le nuvole. Quel segnale indicava l’accerchiamento di aerei.
“Oh, Strato! Cumulo” salutò lui. Le due nuvole indossavano degli occhiali da sole.
“E così vuoi un orecchio” disse il primo. “Ma, prima di questo, ci serve la tua vista!”
“Ho diversi occhi, non ne ho più bisogno” rispose Georgino.
“Intendiamo solo dire che vorremmo vedere questi umani che tu trasporti ogni giorno. Perché li trasporti, vero? Non ci disturbi e basta. Tu lavori, vero?”
In effetti la domanda non era stupida. Magari se gli avesse chiesto se era vero che quarantacinque minuti fossero tre quarti d’ora se la sarebbe potuta cavare con un insulto, ma quello era un quesito che non poteva essere ignorato, esattamente come la necessità di un nuovo orecchio.
“E va bene” disse. “Vi farò vedere gli esseri umani che trasporto. Vi avverto però che alcuni possono essere suscettibili e fotofobici, per cui usate cautela”
“Eh, addirittura”
Le nuvole guardarono ciascuno dei passeggeri. Un tizio con gli occhi a mandorla li fotografò.
“Ehi! Avevi detto che erano tutti foto fobici!”
“Non ho detto tutti” disse Georgino. “Adesso datemi il mio orecchio”
“Non abbiamo nessun orecchio da darti”
Georgino si indispettì non poco. Gli venne in mente che effettivamente c’erano le hostess che parlavano con l’altoparlante, ma lui voleva proprio un orecchio. Cercò in tutte le zone di cielo che poteva vedere, ma non ne trovava.
“Avanti! Fatemi sentire che ci siete!” esclamò furibondo alle nuvole. Tutte quante alzarono un braccio e saltarono.
“DJ Georgino alla consolle!”
“Se non metti l’ultimo non ce ne andiamo!”
L’aereo si preoccupò. Dentro di lui, i passeggeri non smettevano di fare foto e anche la gente che dormiva si incuriosì per quello strano fenomeno: un sacco di luci, non dovute al sole, si susseguivano fra le nuvole.
“Dai, facci ballare!”
Fu allora che Georgino imparò una lezione fondamentale: a volte era meglio non averle proprio. Lui non le aveva mai avute, quindi si consolò con quel pensiero, che al tempo stesso non restava chiuso lì, ma volteggiava su ali dorate.
Per terra, su una nuvola, c’era un orecchio.
“Ma allora sei stronzo!”
Eh, lo so.
Il punto era che Georgino, una volta decisa una cosa, gli seccava fare un’inversione a U, cosa che effettivamente gli aerei non facevano mai.
Giunse a un compromesso: si fece installare, corrompendo un fabbro con poca paura di cadere, un altoparlante enorme proprio sulla testa, e, a intervalli regolari, suonare una sirena molto potente.
“È alquanto bizzarro, degno dei peggiori tamarri” commentò a un certo punto un Altostrato.
“Quale io sono” rispose lui.

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