I cieli di Alkabeth/01

State per leggere un racconto fantasy, il quarto di questo blog. Spero vi piaccia!

Il cielo era azzurro.  

A valle, la vita procedeva tranquilla. Dopo qualche giorno di temporali, si godeva del primo giorno di sole. Molti pastori ne approfittarono per lasciar pascolare il proprio gregge, o la propria mandria.  

Alexander, scostandosi il sudore dalla fronte, sospirò. Benjamin era molto più bravo di lui, anche perché era più giovane, più atletico, il preferito perché il minore della famiglia. Boscaioli entrambi.  

“Maledizione” imprecò. “Questo albero è duro da tagliare!”  

Ed era vero. Una corteccia che era stata lì sin dall’alba del tempo, mentre il sole giocava con le punte più alte e la terra riassorbiva l’acqua caduta.  

Fastidiosissimi suoni di mosche e vespe gli passavano attorno.  

“Benjamin!” esclamò, rivolto al fratello che nel frattempo ne abbatteva un altro. “Vieni subito qui, ho bisogno di te.” 

Quest’ultimo si mosse verso di lui, pronto ad ascoltare le paturnie dell’altro. Lo sapeva, se c’era qualcosa che ad Alexander non piaceva, gli rivolgeva la parola. Rispose “Stavo… lavorando. Che hai da urlare? Spaventerai gli uccelli” 

Neanche a dirlo, una ghiandaia cominciò a cantare, intenta ad avvisare li altri animali della presenza degli intrusi.  

“Quello che spavento o no, è affar mio” rispose secco Alexander. “Guarda questo albero”  

Entrambi i fratelli lo osservarono. Sembrava uguale a tante altre querce che crescevano tutt’attorno.  

“L’ho guardato” rispose infine Benjamin. “Adesso posso tornare a lavorare?” 

“Non finché non mi avrai detto perché non riesco a tagliarlo”  

Alzò l’accetta e scagliò un deciso fendente, ma non scalfì che di un minimo la corteccia. Un altro colpo e un altro in successione, la situazione non era mutata. Benjamin osservò con interesse quella pantomima e si grattò il mento.  

“Non è la prima volta che ti ritrovi senza forze. Forse ti occorre riposare?” suppose.  

“Riposare? Ma la giornata è appena iniziata!” 

Calò un silenzio gelido, nel frattempo gli uccelli continuavano a cantare. Benjamin gli volse le spalle, lasciandolo al suo destino. Alexander cominciò ad agitarsi. Anche per quella giornata lo avrebbe battuto a chi raccoglieva più legna? 

Non poteva accettarlo, dunque si fece coraggio e continuò ad attaccare quel legno, che, come tanti altri come lui, risiedeva in quella zona da secoli.  

Dopo un altro paio di colpi, dati con tutta la forza possibile, notò che sul filo dell’accetta c’erano delle segnature. No, qualcosa non andava.  

“Fratello?” si sentì chiamato. “Hai risolto?” 

Sì, si disse. Era un albero particolare. Gettò l’accetta per terra e cominciò a sradicare, a mani nude, la corteccia.  

Vi era un’iscrizione, intagliata su quella che era… 

“Roccia” disse Alexander. “C’è della roccia. C’è scritto qualcosa” 

Non sapeva leggere. I suoi genitori non hanno potuto insegnargli, poiché non sapevano leggere neanche loro. Lui e il fratello non sapevano nemmeno a chi chiedere, così Alexander sospirò.  

Stava per voltare le spalle al tronco quando tutto ad un tratto Benjamin urlò. Allarmato, corse verso di lui.  

“Che succede?” chiese, incespicando fra le fronde.  

“Fratello” rispose l’altro. “Qui c’è un’iscrizione!”  

“Lo so” rispose Alexander “ma non sappiamo leggerla. Non sappiamo manco perché questa iscrizione si è messa proprio qui, in mezzo al bosco. Comunque è roccia, ed è stata protetta in mezzo a un albero.”  

“Va bene, ma non possiamo lasciare perdere sempre tutto! Anche l’altro giorno non hai voluto chiedere conto del lattaio, e il giorno prima non hai voluto litigare con quel…” 

“Fa’ silenzio” borbottò il fratello maggiore. “Non c’è bisogno che me lo ricordi sempre. Sono uno che ha paura, va bene? Preferisco la pace alla guerra” 

La guerra. Era un argomento ricorrente, anche in un villaggio come quello, anche se ogni tanto passava qualche mercante, soprattutto nei momenti della fiera. In quel peiodo del’anno, arrivavano le notizie più disparate. Morte, sparizioni, soldati che sbeffeggiavano le ragazze, e le molestavano, mandando in rovina molte famiglie.  

Ma quello era il tempo in cui vivevano, quindi decise non di porsi più domande. Per fortuna, le epidemie che ogni tanto imperversavano nella regione non erano ancora giunte tra le vie che conosceva tanto bene: non era gente che si avventurava lontano, non c’era niente da vedere. Non ad Alkabeth, almeno.  

Peraltro, le montagne che contornavano la valle bastavano come paesaggio per una vita intera, passando in maniera graduale dall’argento al verde, ed era proprio in quel modo che lui e i suoi avevano deciso di dividere l’anno.  

Alexander si riscosse: Benjamin stava sradicando un intero l’albero, la stessa pianta che non voleva farsi tagliare.  

Lui era sempre stato, sin da quando era nato, il figlio preferito. I suoi gliele facevano passare tutte, e anche prima che nascesse gli dicevano “Nascerà qualcuno che ti farà le scarpe”. Alexander era molto piccolo, dunque non comprendeva cosa volesse dire, ma ebbe modo di capirlo col passare degli anni. Ecco perché era molto più estroverso, il sole e la luna, qualcuno che ogni volta che vi era un problema cercava con tutto se stesso di risolverlo, mentre lui… lui si rifugiava nell’ombra, o nell’intagliare i legni. Ebbene, in quel momento lo trovava lì, intento a fare qualcosa che forse era al di fuori della sua stessa portata.  

“Che stai facendo?” 

Benjamin aveva ormai completato ogni rimozione della corteccia, ed in effetti un albero adesso si stagliava fiero da un monolite, pieno di iscrizioni, che comprendevano la metà del masso.  

“Ecco qui. Adesso è completa. Vedrai che in paese ci aiuteranno” dichiarò il fratello minore. “Devi solo darmi una mano a spostarlo, perché da solo, mi sa che non ce la faccio” 

Da solo non ce la fa. Era difficile sentirlo dire da lui, per cui si incuriosì. “Voglio solo sapere perché ti interessa tanto” 

“Molto semplice” rispose l’altro. “oggi è una grande giornata. Abbiamo scoperto qualcosa che era stato nascosto, e sai cosa dice il vecchio Gerald, no? Ciò che rimane nascosto prima o poi viene alla luce” 

“Ma quello è un vecchio rimbambito! Serve solo ai bambini per fargli passare un po’ il tempo: i soldati non vanno nemmeno più da lui per punirlo, tutti sanno che dice solo cose senza senso” 

Ma Benjamin era andato molto al di là di suo fratello, anche con la mente. Sapeva bene che era nel torto. Una volta, lo ricordava come se fosse stato il giorno prima, Gerald aveva citato i Draghi, quando tutti dicevano che non esistevano. Invece, lui aveva un medaglione nero, forgiato con la pietra di fuoco, o perlomeno così aveva raccontato. Era un monile prodotto da grandi esseri che sputavano fuoco, anche se ce n’era qualcuno che viveva sott’acqua, ma prendevano il nome di Tritoni o qualcosa del genere. Lui, tuttavia, era rimasto affascinato dalle fiamme e dal semplice produrle con la bocca.  

Per quel che riguardava il masso, rimaneva il fatto che era molto, molto pesante. Chiese al fratello di spostarlo, ma non ne voleva sapere. Dunque, si chinò e cercò con tutte le sue forze di sollevarlo, ma non vi riusciva. Alexander, infine, impietosito per quella fatica immane, tornò sui suoi passi, si avvicinò alla sua sinistra e fece leva.  

Dopo quelle che parvero ore, in cui Alexander e Benjamin avrebbero anche potuto essere richiesti altrove, visto che non erano nemmeno gli unici boscaioli, riuscirono a sradicare quel monolite. 

“Vedi, fratello? Solo questa faccia è stata scritta. Secondo te che cosa può voler significare?” chiese Benjamin, nella sua ingenuità. 

“Qualcosa di molto brutto, ne sono certo” rispose Alexander, non sapendo che altro dire. “Sei sicuro che al paese ci aiuteanno? Non si insospettiranno se portiamo un masso invece che della scorta di legno?” 

“Ci penseranno gli altri, al legno.Ti ricordo che siamo nella stagione della Montagna Verde, per cui abbiamo lasciato alle spalle giusto qualche giorno fa i tempi freddi. Non dovrebbe più servire in così tanta quantità, il legname, intendo” rispose Benjamin, e doveva ammettere che aveva ragione. Stavano fiorendo le primule e in certe zone un forte odore di fragola ormai pervadeva le narici come se fossero messe lì vicine.  

“E va bene, ma io mi metterò dietro” rispose Alexander.  

Ponendo il masso sulle loro spalle, giunsero infine al villaggio che era passato il mezzodì. Il campanaccio era ormai suonato, il che voleva dire che la pausa pranzo era cominciata.  

“Alexander! Benjamin! Non vi aspettavamo certo!” esclamò la signora Juliet. Era una donna tarchiata e robusta, e serviva sempre e solo la zuppa, in qualsiasi stagione. “Perché siete qui?”  

“Abbiamo… abbiamo un monolite” disse affaticato il povero Benjamin. Poi, sfinito, lo gettò a terra.  

“Perché lo metti proprio qui? La gente sta ancora aspettando la sua scodella!” sbraitò Juliet, facendo cenno, anche col mestolo, di andare via.  

“Calma, calma, nessuno vuole veramente la tua brodaglia” esordì Pep, un uomo che era molto amico di Gerald. “Che avete qui?”  

“Vogliamo leggere le iscrizioni che sono incise in questo masso” disse Benjamin, volgendo lo sguardo dritto negli occhi il nuovo arrivato, ignorando i borbottii dei compaesani.  

“Va bene” rispose l’altro. “Vi darò una mano” 

La casa di Gerald non era molto lontana, ma con un masso sule spalle, anche in tre, sembrarono altre ore consumate. Alexander voleva solo vedere un letto e riposarsi per diverse ore.  

“Gerald! Gerald? Ci sono i boscaioli Alexander e Benjamin, i figli di Mary e David!”  

Nessuno rispose, nonostante i forti colpi sulla porta.  

“Qualcosa non va” borbottò Pep. Benjamin suppose “Forse è occupato a…?” 

Non sapeva nemmeno lui dire, a cosa fosse occupato. 

“Bah”  

Attesero ancora ma non vi era segno di vita. Pep, preoccupato, sfondò la porta. I tre uomini perlustrarono la piccola abitazione cercando di ignorare il forte puzzo che man mano arrivava e, infine, videro il corpo supino di Gerald.  

Una sottile linea rossa circondava la sua gola.  

“Porca miser…!”  

Alexander vomitò istantaneamente. Benjamin e Pep atterrirono. Una pozza di sangue testimoniava un assassinio. La tunica bianca ormai inutilizzabile. Gli occhi spalancati nel vuoto, rivolti a un mondo che ormai non era più.

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