I cieli di Alkabeth/03

State per leggere un racconto fantasy, il quarto di questo blog. Spero vi piaccia!

Neanche la magia della lettura, e neanche l’idea di nascondere un albero in mezzo a tanti alberi aveva funzionato. Alexander e Benjamin, in fondo, erano taglialegna. Avrebbero dovuto dare loro istruzioni più precise, rispetto a quali zone tagliare.  

Dried affrontò muso a muso David. “Non vuoi dunque darmi il sasso? È proprietà della Nazione, e di Re Evenmoth. Tutto ciò che sto vedendo è proprietà del signore di Alkabeth. Io sono sua proprietà. Tu lo sei al par mio. Tutti e tutto lo sono, per cui questa pietra dove non vi è scritto nulla se non una favola viene con me. O muori.” 

Alexander tirò su col naso, spaventato. Avrebe tanto voluto dire a suo padre di andare con loro, di dare la pietra, ma non riusciva a spiccicare parola.  

“E tu chi diavolo sei?” chiese il soldato. 

“I-io sono Alexander… u-uno dei taglialegna” fece balbettando. Il suo sguardo andava dai suoi occhi cinici al suo spadone.  

“Non sei stato da Bruno, oggi, e nemmeno quest’altro idiota. Siete in arresto” annunciò un soldato, tra quelli armati di balestra.  

“Ah, molto interessante” commentò Dried grattandosi la barba mal fatta. “Abbiamo una famiglia di fedifraghi.” 

“Metti una mano su uno dei miei figli e te la taglio” sibilò David, tirando fuori un coltellino.  

“Eh?” rispose Dried. Poi rise. Una risata che preannunciava morte. “Non uccidere me, ma Juliet. È un’ottima cantante, sai?” 

“Maled…” fece David, ma non appena si mosse partirono sette dardi.  

Per Alexander e Benjamin fu un momento fugace. I soldati dietro Dried fecero un passo avanti e colpirono David sette volte. Una delle frecce si conficcò sulla fronte. Dried, invece, rimase impassibile, sorpassato da quella piccola fiumana.  

Mary spalancò gli occhi, mentre veniva catturata. Nessuno riuscì a dire nulla.  

“Che facciamo del masso?”  

Una voce dietro l’altra, seguita da delle urla, ma nessuno riuscì a seguire quei momenti. I due fratelli guardarono le incisioni per intero e le odiarono. 

“Sono solo incisioni che nessuno sa leggere. Mary, devi venire con noi, al posto di Alexander e Benjamin. A quanto pare, mi sta venendo in mente che tra i boscaioli ci sono stati degli infortuni, o almeno così ho capito, e non possiamo togliere mani al legname. Ve la siete cavata, ma riceverete il doppio del lavoro” 

Dried pronunciò quelle parole, ma non venne ascoltato. Piombò un silenzio denso di stupore, paura e morte improvvisa.  

David non era più. Colpito da sette dardi, là dove il sangue ancora colava. Bocca aperta. Occhi spalancati, esattamente come Gerald, che era morto qualche ora prima.  

“Perché li ha attaccati? Poteva restare vivo!” esclamò Alexander, senza pensare a quel che stava dicendo. Benjamin, inginocchiato, accarezzava i capelli del padre.  

Entrambi sapevano che sarebbe stata l’ultima volta che avrebbero visto anche la loro madre, catturata in vece loro. Lei non sarebbe stata accompagnata da nessun pianto, nessun dolore. Niente più pranzi o cene, niente più litigi. Niente più normalità di famiglia. 

Alexander pose una mano sul fratello e disse “Ci sono io.” 

Non riusciva a vederlo bene, tutto era diventato umido.  

Benjamin interruppe un attimo i singhiozzi.  

“Non… non c’è nessuno, fratello. Siamo soli.” 

Per Alexander fu come uno schiaffo in faccia. Le ore passavano e non sapevano più cosa fare. Poco distante, il masso giaceva dimenticato. 

Per quanto messo da parte, tuttavia, le incisioni si illuminarono in maniera molto fioca. I due fratelli non se ne accorsero.  

“Suvvia, perché piangete? Non sapete che Alkabeth è anche detta La Felice?” 

Nessuno dei due riuscì a capire da dove proveniva la voce. In ogni caso, sembrava davvero fuori luogo. Era vivace, allegra, come un ruscello in quella giovane stagione, chiamata Verde dagli abitanti di Alkabeth.  

Ma, per loro, c’era solo la morte. Solo la morte, e nient’altro. David morto, pieno di dardi, quando un attimo prima era vivo e pieno di energie. Laggiù, in miniera, avrebbero avuto un uomo in meno. Una storia in meno. Una mano coraggiosa che non sarebbe più stata. Un uomo che li aveva accompagnati sempre, consigliandoli durante nella loro breve età dell’innocenza.  

E che dire di Mary, i cui tessuti erano invidiati da molte donne? In quel momento era senza dubbio in cella, in attesa del suo destino, perché pagava al posto dei figli, quando anche lei sapeva leggere e sapeva a cosa andavano incontro. Ma che cosa significava quell’iscrizione che tanta disgrazia aveva portato al villaggio in un solo giorno? 

Mentre Alexander pensava tutte quelle cose, le pensava tutte e poi tornava all’inquietante realtà. Non vedeva altre vie d’uscita. 

L’uomo scomparve dai loro occhi. Si dissolse. Di lui rimase solamente un bracciale, intessuto con il cuoio.  

“Non è più il momento di piangere i morti” proseguì ancora la voce cristallina, di ragazza, che aveva già riempito le sue orecchie. “Adesso lasciate che vi spieghi chi sono” 

A quel punto Alexander dovette sollevare il capo e vedere che la ragazza era seduta su suna delle loro sedie. La sedia dove si sedeva la loro madre. Un’ira inspiegabile gli montò addosso. Forse vedendola lì, con quei fulgidi capelli rossi e gli occhi verdi come i prati della valle lo stava irritando. Era felice. Lui non lo sarebbe mai più stato.  

Fu per quel motivo che si alzò, andò verso di lei e urlò, urlò con tutta la voce che aveva in corpo, dimentico delle ronde che proseguivano al di fuori della casa: “La Felice? La Felice, dici? Ma… ma non vedi chi sono morti? Quanti sono morti? Hai appena tolto papà dala nostra vista e io… e io… non voglio vivere più!” 

E proruppe in lacrime, incapace di reggere altro. Benjamin era rimasto inebetito a fissare quel dialogo e non osava pronunciare parola.  

Al che, la ragazza si alzò e, inginocchiatosi verso Alexander, gli mise una mano sulla spalla. In quell’istante il ragazzo sentì subito una sensazione di calore, e tutta la disperazione sconvolta che sentiva dentro si era dileguata, come se non fosse mai successo nulla. 

“Tranquillo” affermò dolcemente la ragazza, accennando un sorriso. “Andrà tutto bene. Te lo posso assicurare. I Draghi non hanno dimenticato Alkabeth e torneranno” 

“I… Draghi?” interloquì Benjamin, riprendendo colore. Anche lui, indirettamente, si era risollevato a quelle parole così dolci e così forti allo stesso tempo.  

Era come se la ragazza stessa venisse da uno strano posto dove il dolore e il caos non esistevano.  

Era come se fosse un sole nel buio più completo e che non faceva altro che irradiare raggi di conforto e placida tranquillità, in risposta al caos che stavano vivendo interiormente i due fratelli.  

“Tu chi sei? Cosa sai dei Draghi?” chiese dunque il fratello minore. La ragazza assunse uno sguardo perplesso, osservando i due fratelli sospettosa. “Che strano” disse. “Eppure sono sicura di essere giunta al posto giusto. Ma se non siete stati voi… allora…?” 

“Deve essere stato vostro padre, forse ha letto l’iscrizione, anche se l’ha solo pensata. Oppure siete stati voi a guardarla? E…” 

La ragazza si interruppe perché Alexander l’afferrò per il bavero.  

“Non nominare nostro padre.” ordinò, in preda alla disperazione. La ragazza, impassibile, incrociò lo sguardo del ragazzo. Quest’ultimo tornò a calmarsi.  

“Come ho detto, Alkabeth significa La Felice nella lingua dei Draghi” spiegò lei, come se non fosse successo nulla. “Ciò che avete recuperato, e i vostri genitori avevano scoperto e nascosto, è solo una parte di un’antica preghiera” 

“Non prega nessuno, qui. Re Evenmoth non ha bisogno di essere pregato, perché decide per tutti” rispose Benjamin.  

“Già. Re Evenmoth. Sapete che non è il suo vero nome?” li provocò la sconosciuta. I due fratelli non capirono, e questo scuscitò in lei altre domande e perplessità.  

“Lasciate che mi presenti. Io sono l’Oracolo, la figlia dei Draghi. Sono stati loro a volere l’intera Alkabeth, per combattere, assieme agli uomini, gli altri continenti dominati dai Demoni” 

“Cos’è un continente?” chiese Benjamin. L’Oracolo sospirò. La situazione, pensò, era molto grave.  

“Va bene. Me l’aspettavo, e mi piange il cuore. Questo masso” indicò la pietra, di nuovo inerte “è solo uno dei quattro che contiene le Frasi Immortali” 

Benjamin continuava a non capire e anche Alexander era in difficoltà. L’Oracolo non sapeva spiegarsi in maniera più semplice, ma ebbe compassione di loro, così strinse la labbra e decise di spiegare tutto in pochissime parole.  

“Ci sono quattro massi, nel mondo, uguali a questo, va bene?” 

Alexander annuì.  

“Raccogliendoli tutti si compone una preghiera, in modo che i Draghi possano tornare da dove abitano adesso” concluse l’Oracolo.  

“Perché è così importante che i Draghi ritornano?” chiese Benjamin.  

“Hanno creato loro, come ho detto, tutto ciò che conoscete. Re Evenmoth vive in una bugia. Lui stesso mente. Non è il suo vero nome. Lui si chiama Acaz. Acaz della famiglia Stonewald, una famiglia ormai decaduta di cui lui è l’unico esponente. Lui e sua figlia, la bellissima principessa” 

“Già. Il Fiore d’Inverno. Bella e altera. È una strega, vero? Una Majara” chiese Alexander.  

“Sì. Un bellissimo fiore nero che è abile a decidere il destino altrui con le carte. Ma non è un argomento che mi interessa, a essere onesta. Ciò che voglio dire è che adesso i Draghi sanno che c’era qualcuno, in fondo, in tutta Alkabeth, nelle valli dimenticate dove i villaggi sono solo posti dove far nascere le fiere una volta all’anno, in questi stessi posti c’era qualcuno che lavorava per far tornare i Draghi.” 

“Sì. Tutto merito di Gerald, o colpa. Lui leggeva e lo ha imparato a mio padre e mia madre” 

“Si dice insegnato, Benjamin” lo corresse paziente l’Oracolo. “Mi dispiace che sia morto anche lui, ma io sono comparsa qui perché è qui che si trova il masso. E la preghiera è stata letta, o vista, qui.” 

“Ma cosa c’è scritto, si può sapere?” chiese Alexander, innervosito.  

L’Oracolo lesse per loro. 

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