I cieli di Alkabeth/05

State per leggere un racconto fantasy, il quarto di questo blog. Spero vi piaccia!

Fu Alexander a chiudere la porta. Nel frattempo, gli altri cominciarono ad andare a occupare i propri posti di lavoro. Come ogni mattina, l’uomo chiamato Bruno consegnava loro i compiti, quanto avrebbero dovuto fare quel giorno. Si sarebbe presto accorto che mancavano quattro persone all’appello.  

Nel vedere la quieta calca di persone che prendevano tutti una direzione, mentre loro scendevano dalla valle, gli venne in mente che forse era l’Oracolo stesso un sogno. Aveva superato tutti senza farsi notare, comparendo silenziosa a dirgli parole allegre, positive, e tenendoli sereni nonostante l’improvvisa e violenta morte di David.  

Il villaggio fu ben presto alle spalle. Benjamin chiese alla ragazza se aveva un nome.  

“Danya” rispose lei. “Chiamatemi Danya” 

Fece una pausa.  

“Ci dirigeremo verso il ruscello. Voi avete imparato a memoria quanto scritto nella stele, vero?” 

Alexander fu spiazzato.  

“È fondamentale, perché poi dovrete tenere a mente quattro parti diverse.” spiegò frettolosa.  

“Ne ricorderemo due ciascuno” disse incespicando Alexander. “Benjamin, vuoi ricordare tu questa frase?” 

“No, sei stato tu a trovarla. È giusto che la ricordi tu” rispose Benjamin.  

“No invece, sono il maggiore e io voglio ricordare le parti più importanti!” 

“Ehi, ehi! Vuoi essere picchiato o no?” 

“Calma, fratelli” ordinò Danya, tendendo una mano su di loro. “Per questo di Voi abbiamo bisogno/ Affinché nella notte più buia/ Il Regno verrà, in nome della giustizia. Adesso ripetete con me” 

Una volta sentito l’ordine, ripeterono senza davvero volerlo, come spinti da una forza che ancora non conoscevano. Ripeterono più e più volte, finché entrambi non la conobbero a memoria. Provarono anche a dire una parola ciascuno, in modo che l’altro potesse proseguirla senza essere interrotto.  

“Va bene, posso essere soddisfatta. Adesso scusatemi, ma mi dirigerò verso il ruscello. Voi potete fare colazione” disse Danya, sbirciando oltre le loro spalle. Aveva un’impellente bisogno. Non se l’aspettava, forse i suoi poteri si stavano affievolendo? 

“E con cosa? Qui non ci sono mele!” esclamò Benjamin, indicando il prato verde scuro. C’era una fila di frassini, ma non portavano frutti.  

“No? Uomini di poca fede!”  

Danya stese una mano contro un tronco mozzato e questo si risvegliò rigoglioso. Mele rosse e succulente presero forma come per magia davanti ai loro occhi.  

“Ricordatevi sempre questa è Alkabeth la Felice. I Draghi le hanno dato tutte le loro conoscenze. È impossibile non saper compiere una magia del genere, poiché l’uomo e la natura qui sono figli dei Draghi, e in quanto fratelli devono collaborare” 

Disse quello anche per rimarcare il piccolo diverbio appena conclusosi.  

“E invece nessuno sa compiere magie del genere, come dici tu” le fece notare Alexander. Danya, tuttavia, era corsa verso il corso d’acqua come aveva detto.  

“La doveva fare prima di partire, o no?” disse Alexander. Mentre Danya si allontanava, poteva anche pensare di vederla per la prima volta. Vederla senza la sua tunica rossa, in particolare.  

Si riscosse, non era giusto. Inoltre, il suo cuore era ancora pesante per pensare ancora alle forme della ragazza. Benjamin aveva già assaporato tre mele.  

“Basta, che ti fanno male!” esclamò lui, avvicinandosi al fratello e togliendogli quella che stava mangiando dalle mani.  

“Tu non sai quanto sono buone!” rispose Benjamin. “Prendine quante ne vuoi, non ho mai mangiato niente del genere”  

Alexander vide quei frutti. Erano molto rossi, di sicuro al villaggio non se ne trovavano colorate in quel modo. Chissà, magari erano zuccherate e succose come diceva il fratello, anche se sua madre gli diceva di non prendere niente dagli alberi.  

Avvicinò una mano e… 

Un grido nel ruscello. I due fratelli corsero verso Danya, che tanto forte era parsa. C’era un pericolo.  

Basso, su due zampe, si leccava le dita. Tra gli alberi c’era un Succhiatore. Gli occhi verde scuro avevano puntato la preda.  

“Tu, vedi se ce n’è altri! Io affronterò questo” ordinò Benjamin. Alexander commentò “Sempre problemi, sempre problemi!” 

Benjamin aveva con sé un coltellino appartenuto a sua madre. Alexander aveva preso il bracciale di suo padre. Non poteva andare male.  

Il Succhiatore aveva una pelle squamosa, due zampe piene di artigli acuminati e gli arti inferiori che si adattavano alla perfezione sul terreno. L’unico rumore, in quel momento, era il corso d’acqua che rimase indifferente al resto.  

Danya, nuda, si copriva come poteva mentre recuperava le vesti. “Ho bisogno di una mano contro loro!” 

“Già” 

Benjamin non aveva idea di come affrontarli. Il Succhiatore cominciò la sua corsa, pronto a succhiare il sangue dalla gola della vittima e poi mangiarne la faccia.  

Benjamin, tuttavia, in un riflesso istintivo si scansò all’ultimo momento, lasciando che l’animale rimanesse muso a terra.  

Danya, nel frattempo, si era ricoperta. Stese un braccio e partì una lingua di fuoco, che si estese per diversi passi.  

Benjamin, con suo stupore, notò che l’erba non ne sortì alcun danno, mentre la bestia selvaggia rimase coinvolta e solo cenere ne rimase.  

“Era da solo” esordì Alexander, tornando da loro. “Cos’era quel fuoco?” 

“È stata Danya” disse Benjamin, ammirato e ammaliato. “Ha fatto qualcosa col braccio e l’animale si è consumato” 

“Sì” rispose l’Oracolo, riprendendo sicurezza. “So difendermi, ecco. Ho notato che Benjamin ha molti riflessi. Che ne diresti se tirassi di spada?” 

“Non l’abbiamo portata” osservò il fratello minore, ma Danya stese il braccio sinistro e comparve un’arma.  

“Ecco, prendi questa, per il momento. Ha solo una durata limitata, ma al prossimo villaggio vedremo le spade che faranno al caso tuo” 

Benjamin la osservò. Era molto leggera e la lama molto breve, ma era molto calda. Nel momento in cui avvicinò il dito al filo, si scottò.  

“E per me? C’è niente?” chiese speranzoso Alexander. Danya lo osservò intensamente, e come al solito il maggiore si sentì nudo e in imbarazzo.  

“Forse” rispose lei. Frugò nella tasca e gli lanciò un oggetto tondo, contenente una specie di ago.  

“Questa si chiama bussola” spiegò Danya. “Nel caso dovessimo separarci, ricordate che il nostro obiettivo, in ogni caso, è il nord, la capitale, l’abitazione di Evenmoth. La seconda pietra l’avete trovata voi e si trova a casa vostra. Rimangono solo due pietre. Secondo voi dove sono?” 

Riprese il cammino, ma li invitò ad addurre congetture, una più strampalata dell’altra. La maggior parte riguardavano cose che sapevano o avevano visto. Una di quelle teorie vide coinvolta persino Juliet, la signora delle scodelle.  

“No, ma che dici!” si stizzì Alexander. “Secondo me è al di là della montagna, proprio in alto” 

“Ma che alto, e alto. Secondo me è sepolto sotto il mare” rispose Benjamin.  

E andarono avanti per ore. Pranzarono in una radura simile alla prima, mentre il paesaggio rimase monotono per molte miglia, seguendo il ruscello, che infine divenne fiume, per poi fermarsi a cercare una barca che lo avrebbe potuto guadare.  

“Tu sai dove sono, vero?” chiese Benjamin, non appena smisero di fare congetture. Danya sorrise. “Certo che lo so. La prossima tappa, però, è ancora lontana. Dobbiamo parlare con chi possiede questa barca, per guadare il fiume. 

Alexander si guardò attorno. Il cielo era nuvoloso, il pomeriggio stava avanzando veloce. Sarebbe stata la prima notte all’addiaccio per loro, e non sapeva bene come comportarsi, che cosa fare, o come raccogliere provviste.  

Il fiume che inizialmente era solo un ruscello era ormai diventato enorme.  

“Secondo te” cominciò a dire, mentre osservava i ciuffi d’erba che si disperdevano lungo tutta la portata d’occhio “Verranno a cercarci con i cavalli?” 

“Può darsi” rispose la ragazza “è anche per questo che dobbiamo sbrigarci. Una volta guadato il fiume, dovremo cercare un villaggio. Sono anni che non visito questa zona, e anche se conosco i posti che custodiscono le altre pietre, non so esattamente come arrivarci. Sarà un viaggio lungo” 

“Il nostro villaggio si chiama Arzachele, se può esserti d’aiuto” rispose Alexander, osservando la barca. Non ne aveva mai vista una, ma ne aveva sentito parlare durante le fiere. Gente come i pescatori che passavano la loro vita a disturbare i cosiddetti pesci, per poi rivenderli persino a gente come loro, rigorosamente sotto sale.  

“Sì, sapevo che si trovasse lì, ma se nessuno avesse riscoperto la frase incisa sulla stele non avrei mai trovato il villaggio. Pensate che fossi sicura si trovasse a sud, vicino al mare” ridacchiò. “Sono pessima” 

“No. Ci hai aiutato” 

La ragazza non rispose, piuttosto alzò la voce richiamando un eventuale proprietario della barca.  

“Non credo che ci sia alcuno, qui” borbottò. “molto strano. In ogni caso, la barca ci serve. Voi, immagino, non avete mai guidato un’imbarcazione, vero?” 

“No, mai” ammisero i due fratelli. Danya, allora, prese i remi e decise di spiegare loro come guidare una barca, mostrandoglielo.  

“Capito come fare? Penso che, in quando a forza fisica, siete più forti di me, in fondo siete pur sempre boscaioli, pertanto sarebbe stato meglio se foste stati voi a portare la barca” 

Danya, per la prima volta, sentì la fatica e ogni muscolo tirato all’inverosimile. Da dove veniva lei non si pagaiava, o in ogni caso camminavano da sole, con la sola forza del pensiero. Invece, nel mondo di Alkabeth, che avrebbe dovuto essere perfetto, si faticava e si usavano le braccia.  

Nel bel mezzo del tragitto, mentre i due ragazzi guardavano con sospetto le trote e le anguille che nuotavano sotto di loro, comparve, in maniera improvvisa e violenta, un altro Succhiatore.  

Poi, ne comparve un altro e infine un terzo. Tutti e tre aprivano la bocca.  

Danya capì. Evidentemente il vecchio proprietario di quell’imbarcazione era rimasto coinvolto in un attacco di quelle bestie e dunque non era più.  

Loro, però, avevano una missione da compiere e non avrebbe permesso una sconfitta, non così in fretta. 

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