Racconto a catena/20

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“Reginaldo! Guarda questo audio!”
Reginaldo si mise le mani sulla faccia. Ne aveva diverse, dato che era un alieno.
“Eriberto! Ma che stai dicendo? Si possono osservare gli audio? E da quando?”
Eriberto doveva ammettere che forse il collega aveva ragione, però disse lo stesso “Beh, da quando siamo alieni, ossia da quando siamo nati, madre natura ci ha dato diverse mani e diversi occhi, al punto da fare un giro immenso e ascoltare dalla bocca, vedere dalle orecchie e sentire con gli occhi”
Reginaldo schioccò le dita, come se schioccassero un sacco di persone, e chiamò Luciano. Luciano pervenne con una moka in mano.
“Non è poi così calda” esordì Luciano. “Mi ha chiamato, messere”
“Smettila di fare lo stupido” ordinò Reginaldo. Luciano se ne andò. Poi chiamò Felipe.
“Tu vuoi ascoltare questo audio?”
Felipe ascoltò, ma dovette chiamare anche Gilberto, il quale espose la sua teoria solo dopo aver ascoltato la registrazione undici volte.
“Si dibatte da secoli riguardo la differenza tra camminare e nuotare, e nel finale due volte i saluti. Tuttavia, sono abbastanza sicuro che questa registrazione riguardo essenzialmente una cosa”
Gli altri alieno lo guardavano. Aveva qualcosa come cinquecento paia di occhi tutti puntati addosso, e ognuno dal colore diverso. Non era semplice, data anche la povertà di unità che poteva esserci all’interno dell’astronave.
“Qualcuno ha anscosto i guanti da forno”
“Per la galassia di Alexis Sanchez!” esclamò Gilberto. “Bisognerà chiamare Diego”
Il fatto era che Diego stava dormendo. Come si poteva riuscire a svegliare un qualcuno che dormiva della grossa con tanti occhi?
“Lo fai tu?” chiese Eriberto a Reginaldo. Felipe scosse la testa.
“Allora nesusno prenderà i guantoni da forno? Sono stati rapiti!”
Diego si svegliò come se non avesse mai avuto sonno.
“Ditemi, ragazzi, chi li ha rapiti. Mi servono per fare la crostata”
Eriberto e Luciano risposero in coro “Dobbiamo per forza scendere sulla terra, ma prima dobbiamo fare visita a zia Islanda”
“La zia Islanda…” Diego riflettè. “Va bene, ma dobbiamo fare in fretta”

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