I cieli di Alkabeth/07

State per leggere un racconto fantasy, il quarto di questo blog. Spero vi piaccia!

I grandi occhi neri dell’essere non tradivano alcuna emozione, ma li invitava solamente a entrare dentro la grotta.  

“Sono sicuro che vi piacerà, è la cosa che desiderano tutti gli uomini!” esclamò gioviale.  

“Beh, che cosa desideriamo?” chiese Benjamin.  

“Che i nostri genitori tornano in vita e ci raggiungono?” domandò Alexander, il cui ricordo di David e del dardo sulla fronte era molto vivido, impresso sugli occhi.  

“Ma no, ma no! Il denaro… non è forse il denaro ciò che desiderate? Eh?” l’ometto continuò ad ammiccare, poi ridacchiò. Danya sentì di fidarsi sempre meno.  

Venite, e vi mostro la felicità, il benessere, la fama, il potere! Venite con me, e vi mostrerò come far affiorare la gloria e dell’oro essere alfiere! Perché non seguite i miei passi, in modo da giocare coi folletti e alla moneta appartenere? Perché Folletti siam e ce ne vantiam!” cantò il piccolo, allungando ancora la mano verso l’interno della grotta.  

“Con questo invito, dubito che chiunque rifiuterebbe!” esclamò divertita Danya. “E sia! Andiamo dentro” 

“Ma io ho sonno” protestò Alexander.  

Danya cercò di comunicare con lo sguardo, ma poi, vedendo che entrambi erano confusi e spiazzati, esortò “State dietro di me” 

Avanzarono, ancora riluttanti, seguendo il piccolo folletto. Una volta giunti a debita distanza, perché procedevano più lentamente della creatura, Danya ordinò, fissandoli con lo sguardo più allarmato che possedeva: “Qualunque cosa accada, non toccate nulla.” 

Che cosa fate? Perché così piano andate?” cantò ancora il folletto, da qualche parte dietro le rocce. “Venite, venite, e vi mostro la felicità!” 

Benjamin vide i massi e toccò la parete umidiccia della roccia. Una stalagmite impediva di procedere con comodità. Alexander, aiutato dalla luce che emanava Danya, trovò un teschio.  

“Aiuto…” bisbigliò. E dire che non vedeva l’ora di fare esperienza della dormita in una grotta! 

I tre ragazzi avanzavano, non senza difficoltà, una stalagmite dopo l’altra. Giunsero in un’altra sala, più piccola dell’entrata della grotta, occupata da ogni ricchezza che potessero immaginare.  

Un’enorme montagna d’oro arrivava fin quasi alla vetta. In mezzo alle monete, c’erano lingotti, rubini, zaffiri, smeraldi, corone, scrigni e collane di perle. Ma la presenza più strana che potessero notare era la grande quantità di Foletti che circondava quel tesoro. Alcuni giocavano a carte, altri giocavano con le pietre come se fossero biglie, altri ancora cantavano o suonavano dei piccoli liuti.  

Taluni bevevano e singhiozzavano ubriachi agli angoli più umidi. Tutto era illuminato da torce.  

“Perfetto, benvenuti al paese dei Folletti! La nostra piccola tribù è gioviale, beneaugurante e allegra! Vi troverete molto bene con noi!” esclamò il folletto che li aveva accompagnati.  

Danya stava per commentare qualcosa ma un altro folletto scese dalla cima della montagna, facendoli barcollare. Ricordando le parole quasi disperate che Danya aveva comunicato loro, Alexander e Benjamin cercarono di cadere lontano dalla massa di monete.  

Un conio arrivò proprio dritto davanti agli occhi di Benjamin. C’era raffigurata l’effigie di un Drago.  

“Non sono monete comuni. Oggi le monete raffigurano il grande Evenmoth” disse, ma nessuno lo ascoltò, perché c’era un tale frastuono che le sue parole si persero nel caos.  

“Va bene, giovani amici miei! La festa è cominciata ormai, prendete, bevete, mangiate con noi! Si canta e si fa festa, fino a domani e al giorno dopo ancora!”  

Si era levato un coro in loro onore.  

Sia lodata la rossa, fa la voce grossa ma bella fulgida è! Sia ringraziato il giovane allegro, anche io mi rallegro! E sia fatto un applauso al malinconico giovane, il malloppo di monete fa dalle mani spiovere!”  

Danya fulminò con lo sguardo Alexander, che aveva già adocchiato un lingotto.  

“Non. Toccare. Nulla.” avvertì di nuovo.  

“Giovani amici! Ma non state impalati! Diteci chi siete, assaggiate del buon sidro! Cantate in compagnia degli allocchi, osservate la danza dei pipistrelli, prendete un po’ del nostro tesoro!” cantò un folletto che sembrava una femmina. Era difficile distinguerli, ma lei, a differenza degli altri si avvicinò ai tre e cominciò a spingerli da dietro. Fu ben presto aiutata da altri, che li tirarono per le braccia e in ogni punto che riuscivano a trovare.  

“Mi… mi dispiace” fece Danya, cercando di reprimere la sua ira “Ma dobbiamo proprio andare”  

Avanzò cercando di spostare gli allegri folletti ma, una volta giunta al limite della sala, non riuscì più a fare un passo.  

“Che ospite scorbutica!” esclamò il primo folletto, seduto su un trono ricchissimo,sdraiato sul sedile con una gamba poggiata su un bracciale. “Te ne vai senza aver festeggiato? Eh?” Guarda i tuoi amici, hanno già cominciato!” 

Benjamin, perplesso, guardò Alexander, che aveva preso una moneta. A sua volta, il ragazzo la guardò sul suo palmo inorridito.  

“Spero per te” sibilò infuriato il fratello minore “Che quella moneta ti sia stata messa per forza sul palmo, vero?” 

Alexander non disse nulla, mentre gli altri rumoreggiavano e applaudivano.  

“Allora?” urlò Danya.  

Il ragazzo rispose la moneta dove l’aveva presa, rosso di vergogna.  

“No, ma che fai? Ciò che vedi è tuo, prendine pure tutte quelle che vuoi!” I Folletti si divertivano a spingerlo, a riempirgli le tasche di altre monete, a collocarlo in mezzo alla massa d’oro.  

Danya aveva una grande voglia di piangere. La curiosità l’aveva divorata. Forse, avrebbero comunque trovato il modo di farli entrare, ma accettando l’invito si erano scavati la fossa da soli. Non conosceva incantesimo per oltrepassare il muro invisibile che era piombato tra lei e la libertà.  

I due ragazzi, ne era certa, non avevano mai visto una tale quantità di denaro e di abbondanza. Era naturale che ne fossero attratti, e non poteva biasimare Alexander e nemmeno il suo gesto. Benjamin, invece, si era dimostrato ancora una volta pronto di spirito. Eppure era il fratello minore: quante cose strane si potevano vedere ad Alkabeth, in quel periodo? 

Danya si accasciò poggiando la schiena sul muro incantato, che non poteva vedere. Tirò a sé le ginocchia e affondò la testa sulle gambe, cercando di ignorare i canti e i balli, e anche gli inviti sempre più insistenti dei Folletti, che ancora cantavano in suo onore.  

Non le veniva in mente nulla, nessuna idea. Il vuoto totale. Solo un gran mal di testa, che non sapeva neanche che fosse possibile averne uno.  

Se solo ci fosse silenzio. Se solo ci fosse qualcuno pronto ad ascoltare il suo pianto o la sua delusione. Era arrabbiata con se stessa: perché aveva dei sentimenti così pronunciati? Sin da quando era giunta in quel mondo, aveva provato compassione per i fratelli, un’ira inspiegabile per delle creature che volevano solo mangiare, paura di un innocuo mostro del fiume e adesso delusione e frustrazione. Tutta una serie di emozioni a cui non era abituata, e che i Draghi non avevano insegnato.  

In quello stesso frangente, era ormai notte e il fuoco, mai alimentato, cominciava a spegnersi.  

Un barbagianni cantava, una giornata si concludeva e le creature notturne cominciavano il loro turno, di cacciare, di amare, di riposare, di fare violenza alla preda.  

tre corvi svolazzarono in direzione dell’antico altare, posto proprio di fronte alla Grotta dei Draghi. 

Prima di posarsi da qualche parte, tuttavia, i tre corvi divennero tre donne, alte e dall’aria gelida, come se non volessero in realtà trovarsi in quel posto.  

Abbassarono il cappuccio. Una era rossa, una era bionda e una era castana. Si guardarono.  

“Siamo arrivate” commentò la donna rossa. “Questo luogo ha migliaia di anni” 

“Lo dici ogni volta che giungiamo a una Grotta” osservò la ragazza castana “Non ti sei stancata?” 

Ma la rossa non l’ascoltò. La bionda la seguì e poi invitarono la donna coi capelli castani a entrare con loro dentro la caverna.  

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