Racconto a catena/30

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“Vedi” spiegò Cheope, con il suo fare saggio che contava più di quattromila anni di ozio. “Tutto è iniziato quando regnavo.”
Il varano sbuffò. “Ma qui non ci sono zanzare. Con cosa inganno il tempo?”
“Stai zitto! Fa’ spiegare a Cheope la sua vita, di sicuro è un bell’inedito!”
“Devi sapere dunque che ai miei tempi non c’era il Wi-Fi. Forse non c’era neanche l’elettricità. Non c’era, vero?”
“No Giorgio, non c’era” spiegò un archeologo di passaggio, che stava studiando i geroglifici.
“Ok” disse Cheope. “Chissà perché questo vizio di chiamarmi Giorgio. Comunque. Io regnano, ed ero vivo. Tutto attorno a me risplendeva alla luce del sole egizio. C’erano i papiri e sono abbastanza sicuro che tutti quelli attorno a me erano vivi e mi adorano. C’erano sacerdoti, eccetera. Un giorno andai da uno di questi sacerdoti, e gli chiesi un piatto”
“Un piatto?”
“Non posso chiedere un piatto a un sacerdote?” si difese Cheope. “Sono il famoso figlio del sole, posso eccome!”
“Ci sta. Dai, prosegui”
“Non potevo tollerare che i miei sacerdoti non sapessero cucinare” proseguì Cheope, che, agitandosi, stava facendo ballare alcune parti della sua mummificazione “Così quelli si buttarono a terra e inginocchiatosi mi riempirono di lodi. Ma non avevo bisogno di lodi. Dovevo sapere se erano bravi a cucinare, perché mi serviva per una cosa che non ricordo più. Dopo quattromila anni, figlio mio, molte cose te le dimentichi. Al che mi prepararono una zuppa di lenticchie. Ma non loro, i cuochi di corte”
Fece una pausa.
“Forse c’è ancora da qualche parte, qui, nella mia tomba”
L’archeologo corse a vedere, eccitato per quella probabile scoperta, proveniente direttamente dal mondo dei morti.
“Un momento. Mi hai chiamato figlio mio. Allora discendo da te”
“Certo. Tutti quelli che si chiamano Alessandro discendono dal faraone” spiegò Cheope, con tutta la naturalezza del mondo.
E in lui iniziò una festa che coinvolse molti organi.

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