I cieli di Alkabeth/09

State per leggere un racconto fantasy, il quarto di questo blog. Spero vi piaccia!

E sorse il sole su Alkabeth, ancora un altro giorno concesso. Gli uccelli presero ancora a cinguettare, i villaggi si risevagliarono, ognuno nelle sue occupazioni, e sei giovani si ritrovarono di fronte a una grotta che nascondeva indicibili segreti.  

“Essere così vicini a una ricchezza e non poterla prendere” si disse Danya. “Draghi, che in questo luogo avete deciso di colloquiare con l’uomo… vi dà piacere sapere che i Folletti abbiano stabilito qui la sua dimora? E questo altare, che tante offerte ha dato? Vi sta bene un mondo che va a catafascio, solo per una tanto declamata libertà di scelta?”  

A un certo punto sognò di essere in pieno mare, cercando di reggere una ruota del timone, nel bel mezzo di una tempesta. Acqua di pioggia e di mare le lambivano il viso e vedeva molto poco. Mentre pensava quelle cose, aveva in mente solo la salvezza dei due fratelli, che in quel momento erano più in difficoltà di lei. Non era pronta, non era affatto pronta.  

Si svegliò. Non credeva di essersi addormentata. Le tre donne-Corvo erano già alzate e vestite come al solito della tunica nera. Stavano preparando ciò che rimaneva della giumenta.  

“Non dovete disturbarvi. Noi abbiamo una missione da compiere, ma se il vostro viaggio comprende un’altra direzione non vogliamo disturbare” 

“Non se ne parla neanche!” esclamò d’un fiato Temperanza. “Verrete con noi” 

Danya notò che il suo sguardo indugiava su Alexander. Non ne capiva il motivo. In quel momento comparve una figura.  

“Che posto affollato, per essere dimenticato da tutti” pensò l’Oracolo. Poi si cominciò a sentire il delicato suono di un flauto.  

“C’è un Satiro” disse Prudence. “Stiamo attente.” 

Proprio nel momento in cui Alexander e Benjamin cominciarono a muoversi sui loro giacigli, il Satiro si stupì nel vedere tutte quelle persone.  

“Che succede? Devo fare la mia preghiera quotidiana sull’altare. Non c’è Uloric?” chiese allarmato.  

“Chi cazzo è Uloric?” le venne da chiedere Eluveitia, per poi vergognarsi. Aveva parlato in presenza di estranei, e in maniera così volgare.  

“Come sarebbe, chi è Uloric?” rispose il Satiro, poi portò ancora il flauto alla bocca, suonò un motivetto e recitò: “La parola maledetta resta in bocca a chi l’ha detta.” 

Calò il silenzio.  

“Che… sta succedendo?” chiese Alexander dal suo giaciglio. Temperanza si rese conto di aver sentito per la prima volta la sua voce. Era stata ammaliata dai suoi occhi, ma la sua voce era forse ancora meglio.  

“No, un momento” insisté il Satiro. Alexander lo vide: era basso, dal corpo che ricordava una capra e la faccia ricoperta da una vaga barbetta. Due piccole corna spuntavano dal cranio. Sua madre gli aveva anche raccontato, durante le favole notturne, dell’esistenza di quelle piccole creature, che perdevano tempo nei boschi a suonare e a bere vino. A volte gli uomini vi si perdevano, ma il ragazzo aveva ben chiara nella sua mente, o meglio, nel suo stomaco, la nottata di gozzoviglie e giurò di non mangiare mai più in vita sua.  

“Voi avete ucciso Uloric” dichiarò il Satiro, squadrando sospettoso tutti gli astanti. “E la tizia è innamorata del ragazzo sdraiato” 

Prudence ed Eluveitia guardarono spiazzate Temperanza, la quale arrossì più dei capelli di Danya.  

“Ora si spiega… siamo alle solite” sospirò rassegnata Prudence.  

“Andiamo, si vede lontano un miglio!” esclamò il Satiro, come se fosse normalissimo. Danya decise di non fidarsi.  

“Come ogni mattina” riprese l’essere “devo colloquiare col famoso Uloric, signore di queste rocce. Sta seduto proprio sull’altare che voi avete insozzato!” 

Indicò il rettangolo di roccia dov’era incisa l’effigie di un Drago. Danya osservò “Veramente lo trovo pulitissimo” 

“Scempiaggini da popolana! Magari sei stata tu a staccare il collo del povero Uloric, vero? Vero?” 

Si stava adirando per qualche motivo. L’Oracolo provò ad avvicinarsi “No, allora, non dire queste idiozie. Stai esagerando. Ci vuoi dire chi è Uloric?” 

Il Satiro suonò un motivo col flauto, ma gli riuscì nella maniera peggiore poiché aveva suonato troppo forte. “Ho capito cosa è accaduto. D’altra parte, la scena mi pare fin troppo chiara. Tu hai camminato di soppiatto al cospetto del povero Uloric, lo hai catturato cingendogli il collo col tuo braccio candido e poi gli hai tagliato la gola. Infine, hai nascosto, aiutato da queste tre ragazze, il suo corpo sotto quell’albero” indicò un frassino sulla sua destra “e adesso state facendo finta di niente, consapevoli di aver commesso un crimine orribile” 

Danya si sentì le mani sporche di sangue. Forse era vero quel che stava dicendo.  

“Infine” continuò deliziato il Satiro “Avete ubriacato questi poveri giovani, che infatti si sentono spiazzati e confusi! Solo per amore di quella donna tu non li hai uccisi. Chissà… siete donne-Corvo, vedo. Il mantello non inganna. Solo voi avete un tessuto così particolare, recante figure che si confondono col nero” 

Le tre donne non avevano mai visto uomini o esseri che si fossero mai accorti di quell’effetto, ma era vero. Il loro mantello aveva dei ricami poco visibili alla luce.  

“Ebbene? Che hai da dire a tua discolpa?” chiese altero il Satiro, producendosi nell’ennesimo motivetto, dal ritmo incalzante.  

Danya si sentì in colpa per qualcosa che non aveva mai compiuto. “Non so di cosa tu stai parlando” 

“È ciò che dicono tutti i colpevoli” rispose l’essere. “Voglio vedere se non c’è. Se non c’è, mi scuso. Ma se trovo il corpo di Uloric senza testa, allora dovrai venire con me ad espiare le tue colpe” 

Le tre donne-Corvo si consultarono tra di loro. Eluveitia osservò Danya. Era da quando l’aveva vista, la notte prima, che era confusa e spiazzata, e non aveva mai abbandonato quell’espressione, a parte forse le ore notturne.  

“Abbiamo incontrato un’assassina e i due ragazzi che sono con lei sono stati rapiti da lei” suppose Prudence.  

“Quello è un Satiro, tuttavia” disse Eluveitia. “Io non credo che lei sia un’assassina. Sapete che quelle creature sono ottimi cantastorie. Tanti solo gli uomini che si sono trovati, da un giorno all’altro, in galera, solo per la testimonianza di un Satiro” 

L’essere aveva un modo molto particolare di camminare. Tenendosi in equilibrio sugli zoccoli, ben sapendo che il terreno era pietroso e poco adatto a stare su due zampe, andò personalmente sotto il frassino. Suonò l’ennesima melodia e una zolla di terreno si svelò, come se fosse una coperta col letto.  

“Eccolo. Lo sapevo, io!” esclamò trionfante. Le donne-Corvo corsero verso il luogo del misfatto e lo videro: il cadavere di un uomo molto anziano giaceva sepolto, privo della testa.  

“Ammetti che l’hai ucciso tu, ed eviterai guai peggiori!” ordinò con tutta la sua statura il Satiro. Danya si trovò spalle al muro ancora una volta: se avesse ammesso in presenza delle donne che lei era la figlia dei Draghi, e che in quanto tale se avesse ammazzato qualcuno non per legittima difesa sarebbe stata incenerita immantinente, si sarebbe tradita da sola. Tanto valeva, allora, farsi ammazzare davvero dal Satiro a colpi di flauto. 

Nel frattempo, si svegliò anche Benjamin. Alexander era confuso e non riusciva a dire nulla: Danya un’assassina? 

“Danya” esordì infine. “Hai ucciso qualcuno mentre eravamo coi Folletti?”  

“No” disse Danya, ma non ne era certa. C’era qualcosa, nel Satiro, che la spingeva a credere che, forse, quella notte aveva messo le mani su un uomo molto anziano. Una vaga immagine di lei che teneva in mano un coltello le affiorò nei suoi pensieri.  

Si avvicinò al cadavere. Non riuscì a capire se fosse morto quella notte o poco prima. In ogni caso, non era più.  

“Devi venire con noi ed essere interrogata dal mio capo. Io non ho potere di condannare nessuno. Solo, hai ucciso Uloric. Pentiti, prima che sia troppo tardi” 

Le Donne-Corvo non sapevano cosa pensare. Danya aveva gli occhi lucidi e i pugni chiusi. Sentivano di dover credere alla creatura, ma una parte di loro non riusciva a credere che potesse aver ucciso qualcuno.  

“Su, andiamo” intimò l’essere.  

“Veniamo con voi” disse a un certo punto Prudence.  

“A che scopo? Forse volete ufficializzare il matrimonio tra la signora bionda e il ragazzo che si sta mettendo in piedi in questo momento?” chiese il Satiro. “In tal caso, non v’è motivo per cui dobbiate seguirci. Io sono in grado di celebrare matrimoni, sapete? Odoacre il Flauto Dolce è qui per servirvi. Sono stato investito giusto l’anno scorso” si inchinò come potè.  

“Senti, Odoacre” cominciò a dire Prudence, ma l’altro non l’ascoltò nemmeno, piuttosto impose le mani su Temperanza.  

“Siamo qui riuniti” cominciò “per celebrare, nel nome della dea della Terra, delle Piante, dei Fiumi e del Vento, l’unione di due anime.” 

Fece una pausa.  

“Dov’è l’altra anima?”  

Alexander si avvicinò a Danya e chiese “Che sta succedendo? Cosa vuole questo Satiro? Cosa devo dire a Benjamin?” 

“Ci vorranno solo pochi minuti” lo rassicurò Odoacre. “Vieni, dai la mano alla tua donna” 

“Eh?” il ragazzo arrossì. “Io… con lei?” 

Gettò uno sguardo fugace a Danya. Lei era confusa, lui lo era ancora di più. Odoacre notò quel momento di esitazione.  

“Ah, la faccenda si complica!” esclamò estasiato l’essere, suonando un breve motivetto. “Tu sei innamorato dell’assassina!” 

“Assassina?” chiese Alexander.  

“Innamorato?” chiese Danya, allarmata. “Io… io non sono venuta qui per innamorarmi” 

“Ecco, appunto” borbottò Temperanza.  

“Eh sì, anche perché starai in ceppi nella nostra tribù per svariati anni. Non hai il tempo per sposarti” disse Odoacre. “Hai ucciso Uloric. Lo hai fatto anche senza che lui ti avesse fatto del male. Eppure era custode di molte verità, e stava seduto sull’altare in attesa dei Draghi. Adesso andiamo, risolveremo il tutto davanti al capo” 

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