Quel che un asparago avrebbe detto…/52

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52 … se l’asparago non avesse detto nulla
“… ed è così che sono venuto fin qui da te, alla fine del mondo.” concluse l’asparago. Si erano fatte ormai le sette, e dopo dieci tazze di caffè, finalmente il pianista ebbe modo di inquadrare meglio sia il soggetto che gli aveva parlato ininterrottamente, sia recuperare abbastanza funzioni cognitive per potergli dare una risposta che fosse conveniente.
“Una storia affascinante, ma da quando gli asparagi parlano?” chiese il pianista, tornando a fare i suoi accordi sui tasti bianchi e neri, al cocco e al cioccolato.
“Beh, ecco…”
Forse aveva capito. Se avesse detto A, il mondo si sarebbe assestato a proporgli un’altra avventura. Ma lui non cercava avventure, solamente una vita tranquilla con un piatto, del risotto e poco altro. Se invece avesse detto B, il fato gli avrebbe propinato altre cose avverse, e così via, fino alla G.
Il pianista non conosceva altre lettere, d’altro canto. Non esisteva la nota H, e l’asparago gliene fu grato. Fu grato per molte cose, ma quella melodia sembrava scritta e composta da lui e per lui.
La melodia finì, e il pianista sospirò. Erano ormai le otto.
“Devo andare a lavoro, ma ho un sacco sonno. Sei congedato” annunciò.
L’asparago credeva di poter rimanere ancora qualche ora, ma non aveva molto da dire. Anzi, aveva smesso di parlare da ore e la sua voce non gli mancava.
“Mi…” cominciò “mi metterai nel risotto, a pranzo?”
Il pianista lo osservò. Forse era un’ultima disperata richiesta di poter stare assieme alla chiave di sol, che, se magari non potevano stare insieme fisicamente, almeno una parte di lui sarebbe entrata insieme alla musica.
“Che cosa avresti detto se non avessi detto nulla?” chiese il musicista.
“Se non avessi detto nulla… beh, se non altro non avrei conosciuto messer Pera, il che, mi pare, sia un ottimo vantaggio”
“Bisogna sempre vedere il lato positivo nelle cose” disse l’uomo. Si mise la giacca e aprì la porta.
“Prima tu”
L’asparago uscì.

FINE

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