I cieli di Alkabeth/13

State per leggere un racconto fantasy, il quarto di questo blog. Spero vi piaccia!

Danya curò se stessa semplicemente aumentando la temperatura del suo corpo. Qualsiasi altra persona, pensò Alexander, sarebbe morta con quel febbrone. Dopo essersi rimessa in sesto, impose un braccio solo sul corpo della donna-Corvo, recitò alcune preghiere e delle scintille scesero come fiocchi di neve dal palmo dell’Oracolo.  

Prudence tornò a essere in piena forma.  

“E comunque è stato un pareggio” fu la sola cosa che disse per il resto della sera. Temperanza si complimentò con Alexander “Hai avuto un’ottima idea… sei stato bravissimo” 

Alexander arrossì, e rimase imbarazzato fino all’ora del riposo. I suoi sogni furono molto confusi, tra le movenze di Danya e la voce brillante di Temperanza. Ne era certo, nessuna delle due lo lasciava indifferente.  

“Allora! Pelandrone, vuoi muoverti? Stiamo aspettando tutti te!”  

La voce di Benjamin gli riempì le orecchie. Si era addormentato in maniera profonda, di solito era lui che si alzava per primo. Quel giorno, le donne decisero di prendere sentieri più stretti, in modo da confondere le tracce e trovare meno Succhiatori.  

Nel frattempo, a svariate miglia di distanza, un cavallo senza testa compiva la sua corsa nel bel mezzo di un accampamento. Tende su tende si stendevano a perdita d’occhio e, sullo sfondo, un piccolo castello. 

“Oh, la posta” esordì un soldato. “Oggi più del solito, no?” chiese, rivolto a un commilitone. Entrambi indossavano solo la cotta, ed erano disarmati. L’aria era fresca e il sole tarda va a rischiarare, ma il clima che si poteva respirare era sereno.  

Sul dorso teneva un fagotto dall’aria pesante.  

“Oggi più del solito, Maresciallo” rispose il soldato.  

“La gente non capirà mai” borbottò rassegnato quello che era il Maresciallo. Cominciò a rovistare tra i dispacci, finché non ne trovò uno dall’aria curiosa.  

Lo lesse e prese a ridere a crepapelle.  

“Guarda questi villici” disse tra le risate. Anche il soldato rise quanto il suo superiore, il che attirò l’attenzione degli altri compagni. Col passare delle mani, le risate contagiarono tutti, per poi ribattere alla lettera allo stesso modo in cui era stata scritta.  

“Allora?” 

Una voce profonda e autoritaria provenne dal fondo dell’accampamento.  

“Questa pace vi sta dando alla testa” proferì, vagamente deluso, un uomo alto, robusto, dai lunghi capelli neri e gli occhi grigi. Sulla destra, portava una spada dall’aria molto pesante. Era vestito con l’armatura e sembrava pronto per combattere in qualunque momento. Sull’armatura lucida, l’effigie della testa di Re Evenmoth.  

“Scusateci, Supremo Ardàlion” si scusò l’uomo che diede inizio a quel momento divertente “Ma anche voi non potete non sorridere per com’è stata scritta questa lettera. Tenete” 

Ardaliòn prese con i guanti il dispaccio ma non rise nemmeno un po’.  

“Ci sono dei boscaioli fuggiaschi” borbottò. “Ci sono dei boscaioli fuggiaschi e voi ridete. Avete anche voi i cavalli senza testa, e qui ne è arrivato un altro. Aggregatelo alla fanteria, andate verso Colletta e poi verso il battaglione di Dried, fin ad Arzachele. Annullate tutte le fiere che potrebbero esserci. Per quanto ignorante, non è uno che sottovaluta la situazione. Ha cercato e non ha trovato. In effetti, quei luoghi sono impervi, ci sono sentieri anche invisibili e i Succhiatori sono in maggior numero che in qualunque altra zona del mondo. Spero per loro che siano morti, sventrati dalla fame di quegli esseri immondi. In ogni caso, ho bisogno di vedere il loro cadavere. Muovetevi!” 

Aveva una strana sensazione, mai provata in tanti anni di comando. Quei due fratelli, seppur sembrasse un’informazione abbastanza blanda, destarono delle preoccupazioni. Accartocciò il dispaccio, poi, rimasto solo, le sue labbra si piegarono in un sorriso storto, impedito da alcune cicatrici.  

Dried non aveva mai saputo scrivere.  

Tornato a palazzo, chiamò le serve.  

“Donne” esordì, seduto su una poltrona in pelle che dava la schiena a una grande vetrata e spogliato dell’armatura. “Trovatemi il vestito migliore che ho nel guardaroba, poiché stasera il bellissimo fiore d’Inverno compie il ventesimo anno. Sono un’età consona a trovare marito, ed io intendo chiederne la mano. Re Evenmoth non può trovare un partito migliore di me in tutta Alkabeth, e la mia casa e la sua saranno unite in un vincolo imperituro” 

Le serve si inchinarono e lo lasciarono solo nel suo studio, comprendente uno scrittoio, alcune rare piante grasse dalla forma appuntita e dei ritratti che raffiguravano le grandi imprese di Evenmoth.  

Nella sua testa c’era solo lui. Il Re. Il grande Re corrotto mai morto, fratello dei demoni e compagno del male e di quanto c’era di triste sulla terra. Il suo mondo segreto non aveva veli per lui e, nel silenzio della notte, ogni notte, un’ossessione oscura si impadroniva di lui. Indugiava a pensare alle sue mani, alla sua voce, ai suoi grandi occhi rossi, all’aria annoiata con cui si approcciava agli affari governativi. Era il suo idolo, il prescelto.  

E poi vi era la figlia, il capo delle Majare. Il bellissimo Fiore d’Inverno, che neanche conosceva il suo nome. Anche lei era molto attraente, adorava il modo con cui trattava con sarcasmo chiunque le si parava davanti. Ma quella sera… quella sera, sotto l’incantesimo della luna, ognuno di loro avrebbe tolto la propria maschera e avrebbe ballato con lei. Avrebbe abbracciato la Notte in persona, cingendola per la vita quando nessun altro uomo ci era mai riuscito, fissandola dentro quei grandi pozzi neri che non avevano mai conosciuto pietà o indulgenza.  

Sospirò. Sperò che, chiedendo la mano del Fiore d’Inverno, la sua famiglia, i leggendari Montgomery, avrebbero potuto riconsiderarlo.  

Giunse dunque il momento, per il sole, di levarsi alto, raggiungendo lo zenit. Quel giorno doveva combattere con alcune nubi.  

“Forse pioverà, nel tardo pomeriggio” disse Alexander, fiutando l’aria. Aveva deciso di impegnarsi molto di più, all’interno del gruppo, sia per essere considerato da Danya e d Temperanza, sia perché aveva la sensazione che le altre dessero ascolto più a Benjamin, che a lui. In effetti era proprio il fratello minore che si allenava di più e compiva gli esercizi più difficili.  

“Siamo arrivati. La tua pioggia non ci bagnerà” disse Prudence, indicando un punto lontano. Era la prima volta che vedevano una città diversa da Arzachele. Colletta, inoltre, era cinta da delle mura.  

“Altolà” ordinarono delle sentinelle. “Buongiorno, signorine. Volete visitare la città?” 

“Se volete, offriremo il pranzo in osteria!”  

Ridacchiarono. Eluveitia rispose “Continuate in questo modo e non potrete mai più usare il vostro uccello” 

L’aveva detto in maniera talmente minacciosa che anche i due fratelli sentirono dolore. I soldati si scusarono e le invitarono a entrare. Oltrepassarono il portone senza altri commenti.  

“Ogni volta che parla Eluveitia la gente si ferma ad ascoltare” notò Benjamin. “Forse era lei che Danya doveva affrontare, quella sera al falò” 

“Beh” commentò l’Oracolo, la quale non vedeva l’ora di cambiarsi “Sarebbe finita allo stesso modo” 

“Sei molto sicura di te…” borbottò Eluveitia, indicando un’osteria. La cittadella era lastricata da delle pietre regolari. Tutto era nuovo, per Alexander e Benjamin: i tetti dritti e non spioventi, gli angoli retti di ogni curva, le osterie curate i cui piatti erano di ottima fattura.  

Tra i tavoli, si potevano incontrare le stesse persone e creature che una volta l’anno passavano per le fiere, ma, lo si poteva capire, quegli individui abitavano a Colletta, vendendola ogni giorno. Gruppi di otto o anche di dodici persone urlavano e brindavano, come se fosse sempre festa.  

“Benvenuti alla Capra Monella, damigelle e signori” salutò l’oste. Era un uomo panciuto e gioviale. “è la prima volta a Colletta? Purtroppo non ho tavoli vuoti da darvi, ma se non vi dà troppo fastidio, potete sedervi assieme a quella signora da sola, in fondo” 

I tavoli erano separati da delle tavole verticali in legno, in modo che i sedili fossero in realtà delle panche allungate. Stava di fatto che, in fondo alla sala, una signora dall’aria malinconica maneggiava una tazza di terracotta, osservando oltre la vetrata qualcosa che Alexander non riuscì a percepire.  

“Salve” disse Benjamin, sedendosi accanto a lei. Accanto a lui, si sedettero Temperanza e Eluveitia. Di fronte a loro, Danya, Prudence e Alexander, il quale potè avere la sconosciuta davanti agli occhi.  

“Oh. Salve”  

La signora sembrava essersi riscossa. Li salutò con eccessivo entusiasmo, forse. In quel momento, qualcuno mise mano a un salterio, ma riuscì a essere di sottofondo.  

“Io mi chiamo Agatha” rivelò. I suoi occhi castani passarono in rassegna i nuovi compagni. “Volete che vi legga le carte?” 

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