I cieli di Alkabeth/15

State per leggere un racconto fantasy, il quarto di questo blog. Spero vi piaccia!

Tuttavia, tre ore dopo, Danya trovò Prudence, Temperanza ed Eluveitia pronte assieme all’uomo ubriaco davanti all’ingresso della taverna.  

Si sentì presa in giro.  

“Siamo contente che tu ci abbia parlato” sibilò con enfasi Temperanza. “Credevamo che ormai fossimo amiche” 

“Fino a qualche sera fa ci siamo prese a sberle, no?” disse Danya, evasiva. “Come avete fatto a…” le venne in mente che c’era un corvo appollaiato su uno dei davanzali dell’osteria. “Già.” 

Si sentiva stupida. Era la figlia dei Draghi, ma faceva ancora errori da bimba.  

“Andiamo, dunque” ordinò Prudence, trascinando di peso l’ubriacone, che in effetti possedeva un calesse. Il motivo per cui volesse un cavallo era forse un capriccio che sarebbe svanito una volta tornata la lucidità. 

“E tuttavia non capisco perché dobbiamo andare a Capperdal se stiamo rubando il calesse” fece notare Alexander.  

“Ti sei risposto da solo” disse Prudence, mettendosi alla guida. “Non stiamo rubando” 

Il tizio prese a ronfare beato.  

“Un cavallo ci serve, questo è indubbio” proseguì “Tuttavia, per essere corretti, ce ne servirebbero tre, visto che noi tre voliamo. Il cavallo di Capperdal possiamo anche vincerlo, ma ci servirebbero altri due destrieri e, dunque, tenteremo la fortuna in quella città, e chissà che non ce la mandino buona” 

Occorrevano due giorni a cavallo e fu un viaggio parecchio scomodo, a modo di vedere dei due fratelli. I Succhiatori non erano all’altezza della velocità di un calesse, ma il sentiero scelto dalle donne-Corvo era malmesso e le ruote si impigliarono spesso e volentieri, tra buche e rovi.  

La cittadella, inoltre, scoprirono trovarsi sopra una collina. Caratteristico era il castello che era edificato proprio sopra un precipizio.  

Il signore della città doveva non soffrire di vertigini, pensò Alexander, e per un attimo si immaginò padrone di un feudo. Avrebbe avuto vassalli, avrebbe avuto servi della gleba come lo erano loro, ed essendolo stato ne avrebbe compreso le esigenze e le storie più di chiunque altro. Sarebbe stato un grande capo, ma nessuno gliene avrebbe mai dato la possibilità. Tuttavia, poteva esserlo. Poteva ergersi in testa a quel gruppo e guidare il proprio fratello alla ricerca della preghiera.  

Il calesse si spinse in una strada ripida e si fermò alle prime casette. In quel momento, caddero alcune gocce. Dopo alcuni giorni di tempo incerto, una breve pioggerella cadde sulle loro teste.  

“Siamo arrivate” annunciò Prudence. “questo tizio ha dormito due giorni. Che schifo di uomo” 

Proprio in quel momento, aprì gli occhi.  

“Bene, sono passate le tre ore immagino… che mal di testa” bofonchiò. “Era una bella vacca… dove sei?” 

Danya, la figlia dei Draghi, era diventata una vacca. Lasciò che fossero le donne-Corvo a occuparsi di lui, mentre lei scese. Le piaceva molto il mantello che aveva preso in osteria. Era rosso e ricamato, di sicuro era stato dimenticato da una nobile, o una borghese, che aveva alloggiato alla Capra Monella.  

Ripensò alle parole dell’uomo e dei soldati. Sapeva di essere molto attraente, o comunque più attraente delle tre cornacchie che la stavano accompagnando, ma gli uomini non sapevano davvero regolarsi. La Stagione Verde riaccendeva gli animi, si disse. In ogni caso, guidò la fila che salì il sentiero, là dove non si poteva entrare con i cavalli.  

Le case ricordavano torri, le strade erano come gradini e le persone giravano allegre e armate. Si poteva dire a metà tra un villaggio e un accampamento.  

Seguendo le voci che si susseguivano, il gruppo arrivò verso una piccola arena, dotata di spalti. Si trovava in un punto più basso della collina, pianeggiante quel tanto che bastava per costruirci quell’edificio.  

“Benvenuti!” esclamò gioviale un uomo vestito da una tunica viola e colmo di anelli. “Sono il Granduca. È un onore vedere tante donzelle in un colpo solo. Ah, ma vedo che siete donne-Corvo. In tal caso…” 

Fece una pausa.  

“Benvenute! Oggi mi sento magnanimo!” 

Le donne si scambiarono un’occhiata rassegnata. Nessuna di loro godeva di buona reputazione. Alexander immaginò fosse a causa che la gente nei villaggi parlava e gonfiava gli avvenimenti, in maniera simile di come capitava ai Satiri. Tuttavia, la setta si impegnava nel rubare il denaro, che a loro volta era stato rubato dai Folletti agli uomini e, stando a quanto aveva visto, i Folletti non erano mai stati avvistati da essere umano. Inoltre, vivevano nelle grotte.  

“Salite sugli spalti, orsù! Immagino abbiate accompagnato questi due baldi campioni a combattere?” 

Danya avrebbe tanto voluto rispondergli che in realtà si stava candidando lei, ma lasciò che la sua testa annuisse.  

“Alexander e Benjamin concorrono per il cavallo, sì” 

“Magnifico” ridacchiò il Granduca. “Ma forse avete capito male. Non sto mettendo in palio un solo cavallo della mia scuderia. Ma tutti.” 

“Tutti?” esclamarono in coro, stupefatti. 

“Tutti, sì! Come potete vedere, sono un po’…” si toccò l’abbondante porzione di pancia che aveva “… dunque non posso più cacciare come una volta. Non posso più cavalcare, perché il dottore me lo ha vietato. La ciccia ha affaticato anche il mio cuore, pertanto sostituirò la mia scuderia con una bella vasca d’acqua calda! La zona è piena di acque termali, come abbiamo visto, dunque sarà semplice farla sgorgare dallo stesso punto in cui, un tempo, mangiavano i miei cavalli. Non è un’idea meravigliosa?” 

Nessuno rispose, ma il nobile proseguì il racconto. “Sono ben felice di regalare ai villici meritevoli i miei cavalli. Possono ancora dare tanto, e mi dispiaceva vederli senza fare niente.” 

“Quanti cavalli possedete?” chiese Alexander.  

“Sei, per l’esattezza, più un cucciolo che però ho già regalato al mio figlio maggiore, ché quando sarà grande se lo ritroverà. È il mio erede, sapete. Non potevo negargli un cavallo” 

“No, non lo volevamo” specificò Alexander.  

“Siete in sei anche voi. Per quanto io dubiti che le donne sappiano cavalcare…” ridacchiò “Sapete come si dice, no? Donne e cavalli… non mi ricordo più come finisce il modo di dire” 

Nessuno gli venne in aiuto.  

“Dov’è che andate? Non ditemi che siete giunti qui solo per sentire un vecchio sproloquiare!” 

“Stiamo andando alla Roccia del Corvo” spiegò Prudence, omettendo Adelmas e la missione di Danya.  

“Eh, vorrei ben dire. Le donne-Corvo… dov’è che devono andare?” rispose, un po’ scocciato di rivolgere loro la parola. “E voi? Per caso siete stati rapiti?” chiese rivolto a Danya e i due fratelli.  

“No, in realtà… sono nostre amiche” disse Benjamin. 

Amici e guàrdati” motteggiò il Granduca. “Non ho più amici, neanche a Corte, anche se qualcuno potrebbe dire che a Corte non ci sono amici. Vorrei lasciarvi con questo avvertimento. No davvero, la mia unica fonte di persone sono i miei villici e basta, credo. Inoltre, come si può fare amicizia con delle cornacchie… ma comunque!” batté le mani. “Siete gli ultimi che volete partecipare o ne aspettiamo altri?” chiese il nobile a uno dei suoi servi, che stava tenendo una tavoletta in cera sulle mani.  

“No, in realtà possiamo accettare solo uno di loro, non tutti e due gli uomini. In questo modo fanno trentadue partecipanti. Se ne accettassi trentatré mi confondo, e capite bene che…” 

“Sei stupido, ecco cosa” rispose il Granduca “Ma mi accoderò alla tua stupidità e…” conteggiò con le dita. “Tu” si rivolse ad Alexander. “Parteciperai tu. Segui Michele, che ti armerà”  

Così Alexander si separò dal Granduca e seguì il suddetto Michele, mentre il resto della compagnia venne condotta dal nobile sugli spalti, anche perché in ogni caso doveva dare il benvenuto a tutti i convenuti e fare partire il gioco.  

“Allora” esordì senza mezzi termini Michele, rivolto a tutti i partecipanti, i quali, tutti rinchiusi in uno stanzino, sembravano mastodontici con le loro armature improvvisate e lance. Michele, invece, sembrava un ragazzino anche più giovane di lui. “Sono emozionato perché è la mia idea, quella che il Granduca sta mettendo in atto. Gli ho proposto un grande tabellone”  

Tolse un telo enorme e consunto e rivelò una pietra nera, sulla quale vi erano scritte parole.  

“Questa è una pietra che esiste solo da noi, in una montagna che ne ha in abbondanza. La vendiamo a peso d’oro” spiegò “soprattutto da quando sappiamo lavorarla e scriverci sopra e non solo, anche cancellare e riscrivere all’infinito. In ogni caso ho creato questa tavola” mostrò l’intricato intreccio fatto da rettangoli, che ricordava vagamente il triangolo composto da Agata. Il pensiero a Benjamin si fece fortissimo e la voglia di andare a vedere come stava si fece impellente.  

“Adesso vi presentate tutti… tu non ti muovere” fece Michele , poiché aveva notato Alexander alzarsi “E vi scriverò all’interno di questi rettangoli. Come potete vedere, è una composizione sempre più ristretta. Ora siete trentadue, ma se vi sfiderete uno contro uno andrete al secondo turno in sedici, e poi in otto, successivamente in quattro e alla fine, alla finale, si sfideranno i due più forti. Il vincitore prenderà tutti e sei i cavalli. Semplice, no?” 

Fece una pausa compiaciuta.  

“Semplice e geniale. Non come si faceva una volta, che il campione attendeva e attendeva e vinceva sempre lui. Adesso, col mio metodo, ciascun campione deve meritare questo titolo” commentò. “Tu come ti chiami?” 

Lentamente, i ragazzi rivelarono il loro nome e di seguito si formavano gli accoppiamenti. Alexander, a quel che pareva, secondo il tabellone, doveva scontrarsi contro un certo Mahalik. Un giovane nero che provò a salutarlo con un cenno.  

Lui, tuttavia, non aveva mai avuto delle armi in mano. Non era mai andato a cavallo. Non era bravo in niente: sapeva solo lamentarsi, diffidare dal prossimo ed essere eccessivamente protettivo nei confronti del fratello, il quale, in ogni caso, aveva una sentenza di morte sulla testa. Si chiese che cosa potesse provare.  

Sperò di non dover mai assistere alla sua dipartita, ma sapeva che le Majare, durante le fiere, prevedevano sempre ciò che sarebbe successo di lì a poco.  

Sapeva anche che non si sfuggiva al proprio destino. Il suo era quello di partecipare a un torneo che avrebbe visto molti esclusi e un solo vincitore.  

Senza essere preannunciato, una voce dichiarò la sua fine.  

“È il tuo momento” gli fu detto, e dovette alzarsi. La panca era diventata, a un tratto, confortevole e ospitale, così come quello stanzino pieno di scarafaggi.  

“Proprio ora che doveva abbandonarlo, si disse. Si alzò, tuttavia, e volse uno sguardo a Mahalik, il ragazzo nero che doveva abbattere per passare avanti nel torneo. 

Tremava.  

“Tutto bene?” chiese.  

“No” rispose l’altro. “Ma pensa per te, non siamo qui per fare amicizia. Mi servono quei cavalli. Non ci sarà pietà per te” 

E fu con quelle parole che si allontanò, mentre Michele annunciava al pubblico i due sfidanti. Gli fu dato un cavallo. Per un fugace momento, pensò di montarlo e scappare via, lontano dai guai, lontano da Benjamin. Lontano da Danya. Una pausa dai suoi molteplici doveri, i quali non smettevano mai di inseguirlo in quanto fratello maggiore. Non era giusto, non era il momento. Inoltre, il cielo si era rannuvolato.  

Montava un cavallo. Gli fu data una lancia colorata, così come a Mahalik. Gli fu ordinato di indossare un elmo. Il Granduca non amava il sangue, e comunque era un torneo amichevole, seppur il premio era considerevole.  

“Cominciate la disfida, e divertite il Granduca!” annunciò l’araldo.  

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