Di arachidi e nuove conoscenze.

Per me è un mondo tutto nuovo, la città, i volti, le situazioni…

Non è facile.

Tutto ciò che provo è rabbia.

Frustrazione, forse dettata dalla delusione.

Sono stata abbandonata, qui. Non è semplice spiegarlo, e sicuramente i rumori di questo bar, dalla musica di sottofondo e le faccende del barista non mi aiutano. Ma d’altra parte, se non fossi venuta chissà cosa sarebbe successo a casa, e non mi va nemmeno di saperlo; mi vengono i brividi al solo pensarlo.

Comunque, vedo che arriva un uomo, al bancone, sedersi accanto a me.

Ordina un aperitivo, niente di troppo pesante.

“Agli arachidi non si dice mai di no” mi dice, tanto per rompere il ghiaccio, mentre il tizio dietro il bancone gli porge una ciotola piena di semi giallastri e un bicchiere colmo di un liquido rosso. A parte me, lui e il povero barista non vi è nessun altro e l’atmosfera è un po’ deprimente, in effetti.

“A te piacciono?” mi chiede, mentre ne assaggia un paio.

“Se mi piacciono? Non saprei” rispondo vaga. L’uomo non sembra convinto e ne prende un pugno generoso dalla ciotola. “Assaggiane un po’. Vedi se ti aggrada la croccantezza, la quantità di sale e come si sposano bene questi sapori”

Non sono del tutto convinta, sembrano semi come ne ho visti tanti a casa. Ne prendo dunque una manciata dalla sua mano e li metto tutti in bocca.

Mentre mastico, devo dire che la voglia di prenderne ancora mi assale, così ne ordino una ciotola anche io. L’uomo alla mia destra ride sonoramente.

“Lo dicevo io… ma non li avevi mai assaggiati?”

Io rispondo facendo spallucce “No, non di questo tipo” ; sperando che basti.

L’uomo annuisce comprensivo “Capisco… beh, non puoi dire di aver mangiato arachidi senza aver assaggiato quelli tostati e salati, anche se quelli in guscio dicono ancora la loro… ma non perdiamo tempo in chiacchiere! Non ti ho mai visto qui, se nuova?”

Annuisco. Eccome se sono nuova, eccome se non mi ha mai visto prima di oggi, potrebbe metterci la firma col sangue.

“No. Infatti sono nuova” rispondo a bassa voce, impedendo che i miei sentimenti negativi prendano il sopravvento.

Vorrei distruggere tutto al momento, ma non mi sembra il caso.

“Oh, piacere, piacere” risponde l’uomo. Un po’ strano. Piacere di cosa?  “Io sono Alexander, e sono un povero impiegato in cerca di un’alternativa all’acool. Oh, non pensare male, mi basta anche un’anima parlante” mi porge la mano, tendendo il palmo aperto ma in modo che io non possa mettere arachide alcuna su questa.

Quindi che vuole fare?

Poi ricordo che è un modo per conoscersi e presentarsi, così gliela stringo, tanto non ho niente da perdere.

Restiamo in questa posizione per qualche secondo di troppo finché non mi accorgo che Alexander mi guarda perplesso.

“Ehm… quanto deve durare questa stretta di mano?”

“Oh, mi scusi” rispondo, sciogliendo la stretta. “Io mi chiamo… Erika, molto lieta di conoscerti”

Cavolo, non ricordo neanche come mi chiamo! Spero che non si veda troppo che…

E invece “Erika… mai sentita. E conta che in questo paesetto si conoscono tutti. Sei davvero nuova”

Rifletto intensamente a quelle sue parole. Non sembrano ambigue. Successivamente, Alexander prende a guardare il liquido rosso (che ricordo abbia definito ‘gingerino’) che ancora campeggia di fronte a lui.

Sembra stia riflettendo. È un tipo gioviale, come mai si è incupito così?

Poi riprende a parlare “E cosa ti ha portato in questa città, perdona il linguaggio, in culo alla Luna?”

Già.

Cosa mi aveva portato in questa città… come ha detto? In culo alla Luna? Ma siamo sulla Terra o no?

Dove sono andata a finire? Non è che hanno sbagliato i calcoli come al solito?

“Ehi, non ti spaventare. Se sei sconvolta puoi anche non rispondere” mi rassicura lui.

Cavolo, devo essere davvero sbiancata se si sta preoccupando in questo modo.

“Non è facile spiegare quello che sono, dunque il più delle volte evito. Se mi permettessi di farlo anche adesso, gliene sarei grata.” Dico, con semplicità.

“Oh… misteriosa, eh? Va beh, si è fatto tardi. Ci si vede!”

E sparisce, varcando la soglia del bar. Restiamo io, con i miei arachidi che diventano ancora più buoni ogni volta che ne prendo una manciata, e il barista che ha seguito tutta la scena.

Finisce di pulire il bicchiere e mi osserva curioso.

Cosa sta guardando? Non la scollatura! A parte che non avrebbe niente da vedere…

No, sembra più interessato ai miei occhi e al mio volto in generale.

“Non sai cosa sono le arachidi, non avevi idea di cosa stessi facendo quando hai stretto la mano a quel tizio, sei sbiancata quando si è riferito al culo della Luna come se ti stessi convincendo di essere davvero lì  e anche adesso ti stai chiedendo cosa sia il ginger che ha lasciato. Puoi essere solo una cosa”

E sorride ammiccando. Io deglutisco, non vorrei che…

“Tu sei un’extraterrestre. Non ti chiami neanche Erika, secondo me. Come ti chiami?”

Ecco, lo sapevo! Dannata madre! Ma perché non poteva spedire mio fratello qui? No, lui deve combattere, che c’entra…

“E va bene” ammetto. “Questo non è neanche il mio vero aspetto. Mi chiamo Ela e vengo da Obbroxus Delta, piacere”

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