I cieli di Alkabeth/18

State per leggere un racconto fantasy, il quarto di questo blog. Spero vi piaccia!

“All’interno? Che significa?” chiese Michele, a nessuno, perché nessuno sapeva dargli una risposta. Danya e Benjamin erano perplessi, ma seguirono il nobile mettendosi appena dietro di lui.  

La pioggia rese difficile gestire l’enorme folla creatasi, ma il signore di Cappaderal aveva preso le chiavi e aprì le porte del palazzo. Li condusse tutti attraverso il salone di ingresso e aprì una seconda porta.  

“Ah, adesso ho capito!” esclamò Michele.  

“Che hai?” chiese Benjamin, rivolgendosi forse un po’ troppo bruscamente, pensò. Michele lo guardò torvo.  

“Il Granduca carissimo ci sta concedendo, o meglio, sta concedendo ai due sfidanti, di battersi nella sua palestra personale!” 

“Ma se non la usa mai…” disse Benjamin. Michele era se possibile ancora più torvo e aveva una gran voglia di dargli un pugno sul naso.  

“Stai zitto, non capisci nulla. A Cappaderal se sei un po’ in carne vuol dire che sei buono. Tu sei uno stronzo, a quanto mi sembra” 

Benjamin era mingherlino, anche se ben piantato. “Non che tu sia un colosso, lasciatelo dire” commentò Benjamin. Michele aveva un po’ di pancetta, ma niente a che vedere con il Granduca, che sembrava una palla da mazzafrusto. Benjamin immaginò che gli anelli fossero i chiodi. Sperò di non litigare mai con lui e non disse mai nulla di tutto ciò ad alta voce.  

Si sedette al centro e trovò Danya alla sua destra e Temperanza alla sua sinistra, esattamente com’erano seduti in tribuna. Sospirò: c’era da avere pazienza, anche perchÉ era precisa richiesta di Danya di non sedersi accanto alle donne-Corvo, le quali avevano ancora delle riserve su di lei, e viceversa.  

“Ora” esordì l’Oracolo senza mezzi termini “Non sta scritto da nessuna parte che dobbiamo diventare amicone, no? Stiamo condividendo una parte del nostro cammino con loro perché in effetti ci serve il loro aiuto, e non conviene a nessuno separarci a Cappaderal. Inoltre, abbiamo i soldati alle calcagna, o all’incirca. Il fatto che non abbiamo mai subito un’imboscata, se non dai Succhiatori, mi lascia di stucco. Siamo stati bravissimi noi a scegliere i sentieri oppure… oppure ci attende qualcosa di peggio nel prosieguo del nostro cammino. Tuttavia questa collaborazione può non sfociare in amicizia, giusto?” 

“Danya” disse Benjamin “questa è una faccenda che devi risolvere con le donne-Corvo, vero?” 

“Sei uno stronzo” rispose Danya, per poi concentrarsi sull’interno della palestra, che era composta solamente da un palco sopraelevato, fatto in marmo.  

“E comunque il problema non sono io. Chiaro?” disse Danya. Benjamin sapeva perché si comportava in quel modo: le dispiaceva che le donne-Corvo parlassero alle sue spalle, ma doveva ammettere che essere la prescelta delle divinità di Alkabeth un minimo di invidia avrebbe dovuto prevederla, almeno da parte di chi aveva a che fare con lei ogni giorno, fianco a fianco.  

Tuttavia non espresse nessuna opinione. Era preoccupato per Alexander, il quale era bardato da capo a piedi e disarmato. L’altro avversario, che Michele affermò di chiamarsi Frederick, aveva in mano una semplice spada di legno, che si dava ai bambini per giocare alle fiere.  

“Siamo dunque giunti” esclamò tonante il Granduca “Allo scontro finale. Frederick e Alexander si sono mostrati meritevoli, ognuno a loro modo, di questo atto. Ebbene, non dico altro. Vinca il migliore e possa Cappaderal trionfare!”  

Alexander ritenne giusto quel gesto spudorato, ma si offese lo stesso. Frederick fece cadere la spada.  

“Voglio affrontarti a mani nude, come te” dichiarò, togliendosi anche l’armatura e l’elmo. “Non devono esserci vantaggi. L’unica regola è chi cade dal ring, perde. Ci stai?” 

“Le regole sono proprio queste” fece notare Michele.  

“Ci sto” rispose Alexander, sogghignando e imitandolo nella rimozione delle protezioni. Frederick sembrava simpatico, o in ogni caso ebbe la strana sensazione che sarebbe potuto andare d’accordo con lui. Magari in un’altra vita, o in un’altra stagione, là dove Alkabeth era davvero la Felice, i suoi genitori erano vivi e felici e su Benjamin non pendeva nessuna sentenza di morte prematura.  

“Cominciate, orsù, si avvicina l’ora di cena e i miei cuochi stanno preparando un banchetto per festeggiare il vincitore, che sarà servito dalle migliori dame di compagnia della mia corte!” esclamò il Granduca.  

Frederick si avvicinò a piccoli passi, ponendo il lato destro verso l’avversario e quello sinistro riparato. Alexander non aveva mai visto quel modo di combattere, non sapeva cosa fare e prese un pugno col sinistro, piuttosto che col destro.  

Il dolore al naso fu insopportabile. Starnutì e chiazze di sangue comparvero sulla sua mano. Inspirò e il cattivo odore ferrigno gli pervase le narici.  

“Non devi abbassare la guardia” gli consigliò Frederick. “Altrimenti, ti pesto e vinco. Io mi voglio divertire, piuttosto che vincere” 

Divertirsi… Alexander non avrebbe mai definito una lotta a mani nude come divertimento, ma, da qualche parte nella sua immagine, c’era un ragazzo che era d’accordo con lui, e lentamente sovrastò l’altro ragazzo, quello impaurito e abitudinario.  

“Va bene, va bene, fammi concentrar…”  

Ricevette un calcio allo stomaco e poi un altro pugno.  

“Non puoi concentrarti! Ma come ci sei arrivato in finale?” chiese Frederick, saltellando sulla sua posizione. “Mi sto solo scaldando” 

“Maledizione, le sta prendendo” piagnucolò Temperanza. “Se solo potessi aiutarlo coi miei poteri del vento” 

“Devi fare più donazioni al dio Corvo, per donare quei poteri a qualcun altro, perdipiù un uomo” disse Eluveitia. “Invece che bighellonare e mangiare patate e interiora di agnello, dovresti risparmiare” 

“Bah” commentò Temperanza. Alexander, intanto, si trovava già ad un passo prima di cadere dalla piattaforma.  

“Fammi divertire. È l’ultima volta che te lo dico.” sibilò Frederick. Alexander era dolorante in più punti e un occhio gonfio. Non era riuscito a mettere a segno neanche un pugno, uno schiaffo, a toccarlo, niente di niente. Era ormai solo con il vuoto. Era vicinissimo alla vittoria, in modo da impressionare suo fratello e le ragazze, ma ormai quella possibilità si stava allontanando sempre di più. Cercò dunque di concentrarsi, ma proprio in quel momento ebbe un forte attacco di vertigini che gli fece perdere il senso della posizione. Frederick attendeva, immobile, e gliene fu grato, perché in quel momento avrebbe anche potuto spingerlo e tutto sarebbe finito in quel momento.  

“Finiscilo! Non vedi che è stordito?” urlò con tutta la voce il Gran Duce, ma Frederick non lo stava ascoltando.  

“Non hai nessun dolore” borbottò. “Colpiscimi. Avanti!” 

Alexander strinse le labbra. Non sopportava il sapore del sangue. La lingua toccò un dente ballerino. Sospirò, e il torace prese a fargli male. Aveva preso forse troppa aria.  

“Strinse i pugni e osservò con l’unico occhio che gli era rimasto l’altro, che invece era intatto. E fu allora che tutto divenne più chiaro. Il pugno stava per arrivare. Si scansò all’ultimo momento. Prese il braccio ancora teso, portò l’intero peso del corpo sulle sue spalle e posò poi il corpo di Frederick così preso per terra, facendolo schiantare con la schiena. 

“Questo l’hai sentito” disse il boscaiolo, col fiatone. Frederick sorrise. Avrebbe anche potuto, Alexander, prenderlo e sbatterlo sul ring, dato che era anche dietro di lui, eppure decise di sbatterlo proprio alla sua destra, là dove la piattaforma di marmo proseguiva.  

“Sei un bastardo” rispose Frederick. “Non hai sentito nessun dolore”  

Sorrise, gli faceva male la schiena. Decise di ballare con i piedi, cercando di rimanere impassibile e immobile al torace in su, ma Alexander decise di non aspettare il pugno veloce che possedeva l’avversario, ma di colpire lui. Frederick, che non se l’aspettava, non potè pararlo e lo prese tutto in faccia. Galvanizzato dal colpo andato a segno, Alexander gridò “Ti sei distratto, ti piace troppo vantarti!” e colpì una, due, tre volte, sempre sulla faccia.  

Un dente volò via. Alexander fu compiaciuto nel vedere che i suoi pugni andavano più a fondo dell’avversario. La differenza, immaginò, di essere boscaioli e chi invece faceva… cosa faceva Frederick per vivere? 

Il ragazzo, tuttavia, continuava a sorridere, nonostante i colpi ricevuti. Approfittando di un attimo di pausa, tornò in posizione di difesa, parando un altro paio di colpi, poi andò indietro, fuori dalla portata dell’altro, chinò la schiena ancora dolorante dalla mossa precedente e cercò di saltare sulle sue gambe, in modo da lanciarsi, testa chinata, su Alexander, e farli sentire dunque tutto il peso del suo corpo su di lui. Il ragazzo, che aveva corso per raggiungerlo, prese in pieno quel colpo, ma se lo aspettava, dunque cercò di arginare la maggior parte dei danni parandosi tenendosi con gli avambracci e proteggendo ciò che rimaneva della faccia. Pensò che, comunque sarebbe andata, avere nel gruppo una ragazza come l’Oracolo era una vera fortuna. Decise che anche Frederick avrebbe dovuto usufruire delle sue cure, che provenivano dai Draghi, padri di quella terra e dunque genitori anche di lui, di quello sconosciuto che lo stava tenendo sulle spine.  

Frederick e Alexander erano entrambi attenti e veloci, e finirono per scambiarsi un colpo per ciascuno, un calcio per ciascuno e alla fine si spinsero allontanandosi.  

“Adesso anche tu hai il fiatone” disse Alexander, mettendosi nella stessa posa che all’inizio aveva usato Frederick. 

“Impari in fretta, eh?” disse l’altro, che invece era in piedi senza nessuna posa. Leccò il sangue che colava dall’angolo della bocca. “Mi diverto. Mi sto divertendo. Voglio vincerti. Ti ho osservato per tutto il torneo e ho una voglia inspiegabile di batterti. Non so perché, ma tar la fortuna e la furbizia ci sono cresciuto, dunque, non so, è come se mi avessi depredato di qualcosa che pensavo fosse solo mia” 

“Mi dispiace…” disse ironico Alexander. “Vuoi venire a riprendertela?” 

“Con molto piacere!” esclamò Frederick, attendendo un pugno e ricevendo invece un calcio.  

“Posso usare anche i piedi” disse Alexander, deliziato dal colpo andato a segno. Vide un altro dente saltare. Frederick cadde e stavolta massaggiò più a lungo il mento.  

“Va bene, va bene” disse il ragazzo. “Mi gioco tutto!”  

Si alzò di scatto, afferrò le gambe di Alexander e lo atterrò usando solo quella forza. I due rotolarono sulla piattaforma continuando a scambiarsi pugni, in un groviglio di corpi, di sudore e di sangue, e in entrambi gli occhi rilucevano di estasi. nessuno dei due si era mai divertito così tanto.

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