Ed era bella.

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Sakura mi aspettava. Era lì, sorridente, con in mano il suo solito ombrellino rosso.
Ed era bella.
Mi sorrideva ed era bella.
Aveva il kimono ed era bella.
Mi stava dicendo “ciao” ed era bella.
Era il giorno dei mandorli in fiore, e avevo deciso di andarli a vedere insieme. Io ero impresentabile, soprattutto per il fatto di essere ritardo e col fiatone, dopo una lunga scarpinata con salita di interminabili scale compresa.
“Ehm…”
Non avevo idea di cosa dire. Ero totalmente impacciato, mi sentivo di troppo ma allo stesso tempo il suo sorriso era rassicurante.
“Sai, di solito ci si saluta, eh”
Aveva ridacchiato.
“Sì beh, io… io… andiamo?”
Le offrii il braccio. Quando graziosamente cominciavamo ad andare, mi venne in mente tutto quello che ho dovuto penare per portarla fuori!

È stata male, ha lavorato, è andata in Europa due settimane, poi è stata indaffaratissima con un trasloco e infine altri piccoli imprevisti proprio quando credevo che ce l’avessi fatta!
Però poi i mandorli decisero di sbocciare.
È la meraviglia della natura, la vita che si colora di rosa.

 Ad un certo punto, un petalo si posava sulla mia mano.
Lo misi su un lato dei suoi capelli.
“Stai benissimo”
Le sorrisi.
Mi sorrise.
Lei mi baciò, istintivamente, come se lo volesse davvero. Rimasi impalato, stupefatto ed euforico allo stesso tempo. Sapeva di primavera, di mandorlo, ed anch’io risposi fiorendo assieme ai petali che ancora vorticavano fra noi. Ci baciavamo ed eravamo belli.
Era quella la magia dei mandorli in fiore? Era finalmente giunta la primavera, e chissà che cosa ci avrebbe portato.
Bellezza, forze. Sakura, probabilmente.
L’amore, sicuramente.
“Non te lo aspettavi” disse lei sorridendo, mentre vorticava il suo ombrellino. “E ancora non parli”
Non potevo parlare. Ma lei che ne sapeva?
“Ehm…” esitai, senza sapere cosa fare né come rivolgermi. Ero cotto.
Rideva. Il suono ricordava il ruscello lì vicino.
Ed era bella.
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Se gli occhi potessero combattere.

“Hai dei begli occhi”

Questo complimenti mi lascia sempre perplesso.

“In che senso?” chiedo. “Secondo quale scelta di parole dovrebbe compiacermi questo complimento? Che forse ho gli occhi tipo barocco? Stile gotico? Le pupille come rosoni in una chiesa che ha tale struttura?”

La mia interlocutrice rimane spiazzata. Ci  pensa su.

“Pensa che una volta, a proposito, avevo detto hai dei bei capelli a uno capellone e mi ha cominciato a dire In che senso? Pensi forse che i miei capelli siano ondulati come il mare? Che i fili del mio cuoio capelluto siano affascinanti come le corde di una chitarra? Al che, mi frustro, sai?”

Ciò che mi dice mi lascia indifferente. Se non sa fare i complimenti non è mica colpa mia!

“Sai” dico “dovresti provare a fare un complimento a una parte del corpo che non sia sensibile”

La tizia dice “Ok… hai un bel pancreas”

Il Pancreas tossisce tutto fiero, lo sento dentro di me.

“Visto fegato? Sono più bello di te”

Il fegato dona due euro per una scommessa precedente e io ci penso su. Forse è meglio tornare agli occhi.

“E quale occhio è più bello? Il destro o il sinistro?”

Non l’avessi mai detto… l’occhio destro e il sinistro se la giocano a pari e dispari. “Ehi ehi! Ho vinto!” dice il sinistro, che avevo giocato dispari. Al che il destro, che aveva detto pari, tira fuori la spada laser. “Allora ce la ragioniamo alla vecchia maniera!”

I miei occhi cominciano quindi a duellare. Non deve essere un bello spettacolo, infatti la ragazza che mi aveva fatto quel complimento iniziale dice “Ma io non intendevo scatenare una guerra civile!”

“Troppo tardi” rispondo. L’occhio destro ha come alleati la narice del naso sinistro e l’orecchio destro, mentre l’altro ha convinto il Pancreas, la Milza e uno dei polmoni a combattere con lui.

“Così, se dovessi perdere, almeno mi faccio un panino!” ha pensato.

La ragazza, vedendo i bombardamenti sulla mia faccia, segnati da quella che preferisco chiamare acne) se ne va stizzita. “Ma uno che deve fare per rimorchiare?” chiedo al cuore.

Il cuore risponde “Devi odiare le parole: scrivi parola su un foglio, appendilo e ci giochi a freccette, vedrai che le tipe cadranno ai tuoi piedi”

Già.

A meno che non siano colpite dalla guerra fra gli occhi!

 

 

Come nasce la Birra?

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Racconto nato con la collaborazione di Alice Raimondi, alla quale va tutta la mia gratitudine :’)

Ciao.

Sono l’Orzo.

Forse vi ricorderete di me perché sono stato a Gardaland e ho affrontato un estintore volante, ma oggi non racconterò di quest’avventura…

“Eh, come al solito ti vuoi mettere in mostra!”

Silenzio, Luppolo. Torna a rotolare da un’altra parte. Volevo spiegare come sono fatto: cresco dalla terra, vengo rapito dagli alieni, vengo rilasciato da altri alieni, divento un semaforo e vengo messo dentro un grande… un grande che, in effetti?

Barile? Cassa? Container? Valigia? Ornella Muti? Mappamondo?

Qualunque cosa sia non sono figlio della zia e mi tocca essere mescolato e… “Mescolato, tsé! Neanche stessimo giocando a briscola!”

Ti ho detto di fare silenzio, Luppolo. Solo perché sei stato scartato dal casting per i nani di Biancaneve perché ti sei presentato sbronzo non vuol dire che adesso puoi fare il bello, il cattivo e il mezzo tempo.

La fase successiva arriva nel momento in cui… uh?

“AIUTO AIUTO!”

Cosa c’è, caro il mio cassone o qualunque cosa tu sia che mi contenga?

“Ti ho chiamato perché ho bisogno di aiuto. Una cosa da cui può dipendere il desino della birra stessa!”

Il mio pensiero si rivolge immediatamente a un problema tipico che capita spesso in queste occasioni, cioè che è diventato un divano; oppure un divano ha bussato a questo coso di metallo che mi contiene. Così chiedo “Che succede?”

Il contenitore risponde “QUANTO FA TRE PER DUE? ODDIO TI PREGO SE LO SAI DIMMELO”

A sentire questa domanda mi sento Carlo Conti e da Orzo divento liquido e spumoso. Devo rispondere?

Dico al contenitore “Menta piperita, ovviamente! Mi chiedo dove tu sia andato a scuola”

Il contenitore mi fa “Sì, scusa, è la spuma che è troppo bianca e mi distrae!”

Non ho parole. Mi viene voglia di prendere una bella birra per dimenticare… un momento! Sono io la birra! B di Birra! Bevo me stessa!

Bi di Balbuzie! Bi di Babbuino, che è proprio l’animale a cui assomiglia il tizio che sta per bere dal B di Bicchiere, che è la mia nuova casa!

Certo, se non ci fosse l’abusiva spuma candida…

 

 

Tag – I sette peccati capitali

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Ringrazio La Corte per il tag! Ormai dovremmo fare un gemellaggio di blog XD voi comunque leggetelo, è molto valido!

 

  • Nominare e taggare l’ideatore del tag – Shioren!
  • Usare l’immagine del TAG
  • Rispondere il più sinceramente possibile alle domande, potete anche mettere immagini
  • Taggare, nominare e  avvisare 15 amici blogger

Le Domande

  • #1 peccato:  -SUPERBIA – Vi siete mai sentiti superiori a qualcuno ed in quale occasione? In realtà è vero il contrario nel mio caso. Non mi sono mai sentito superiore a nessuno e anzi, ritengo che tutti siano più bravi di me a fare qualsiasi cosa. Quindi, non soffro certo di superbia!
  • #2 peccato: – AVARIZIA – Siete mai stati attaccati o lo siete ancora al denaro o beni materiali? Purtroppo i soldi sono molto importanti, e dico purtroppo perché se fosse per me tornerei al baratto LOL diciamo che ora come ora le chiavi, il portafogli e il telefonino tutte le volte che esco non posso farne a meno. Inoltre, riguardo questo peccato, ho problemi seri nel prestare qualcosa a qualcuno, per via di brutte esperienze. Ricordate che oggi non si fanno prestiti, domani sì…
  • #3 peccato: – LUSSURIA – Siete mai stati attratti dal sesso al punto tale da dimenticare tutto? No, mai. Qualcuno mi ha detto che il sesso è qualcosa di naturale, e forse è vero, ma non è così indispensabile come mangiare o bere. Insomma tutto sta nel trovare l’equilibrio nelle cose e sicuramente fare sesso solo per soddisfare il proprio ego personale piuttosto che dare amore all’altro in modo da verificarsi due anime che si intrecciano, proprio no.
  • #4 peccato: – INVIDIA – Siete mai stati invidiosi di qualcuno? Lo ammetto, a volte cado nell’errore di dire che l’erba del vicino è sempre più verde, ma questo accade perché io impiego più tempo degli altri a raggiungere gli obiettivi e mi frustro non poco. E mi frusto non poco.
  • #5 peccato: – GOLA – Siete dei “peccatori” di gola? SI. Sì cento volte. Il mio pancione sta a testimoniarlo. Amo la tavola e mi rimpinzerei di banchetti ogni giorno. Non posso farci niente, mi chiamano anche scavaforno e in effetti devo vedere sempre i cibi finiti per sentirmi soddisfatto.
  • #6 peccato: – IRA – Siete mai stati ossessionati dal desiderio di vendetta per un torto subito? Il racconto è fresco di stampa, anche se ormai sono passati alcuni mesi. Ho subito un torto, ecco, da persone che non mi aspettavo, e ogni tanto penso a quale sia il modo di vendicarsi. Tuttavia, non credo che ne sia diventata un’ossessione, anche perché starei realizzando un piano malvagio piuttosto che rispondere a queste domande… no?
  • #7 peccato: – ACCIDIA – Il male interiore, indifferenza e negligenza verso la vita e verso se stessi, quanti di voi si sono ritrovati a vivere una situazione del genere? (spero nessuno) Per poco ci stavo cadendo. Sapete, nel periodo di settembre/ottobre 2016 ero giunto a un punto che pensavo che forse se mi isolassi definitivamente, senza più parlare né vedere nessuno, sarebbe stato meglio per tutti, e non solo, stare da solo mi stava dando una sensazione di libertà e agio che spariva nel momento in cui stavo con gli altri… ecco, forse non avrei dovuto dirlo, ma in quel periodo pensavo pure di chiudere il blog. Insomma, ho passato un brutto periodo, anche per via delle stesse persone da cui ho ricevuto il torto di cui parlavo prima.

 

Taggo TE che mi stai leggendo!

La Ropa Sucia/133

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… Ma Ana Lucia si scansò da lei all’ultimo momento e piuttosto sparò in aria un colpo di avverttimento, facendo esplodere una lampadina di un lampadario dall’aria costosa.

“Badate che non sto scherzando” sibilò la vecchia a Violetta, che era caduta di muso su un tavolino. “Ho un fucile e posso sparare. Inoltre, è regolarmente dichiarato, quindi posso fare il bello e il cattiv o tempo. Sono stata campionessa cittadina di tiro al bersaglio, un tempo”

“Sì, beh” interloquì Diego “il paesino non conta nemmeno mille persone…”

“Silenzio!” esclamò Ana Lucia, puntando il fucile su di lui, e lui alzò le mani istintivamente. “Era la sagra dell’asado, che si tiene in giugno. Vengono parecchie persone”

“Oh” rispose Diego. Gli piaceva quel piatto.

“Allora siamo tutti d’accordo che Ana Lucia Sanchez sia la nuova padrona della villa?”

“Hai detto la tua prima cosa sensata, Marìa” disse Ana Lucia.

Nel frattempo, a chilometri di distanza, Fernando Espimas vide con estremo disappunto Miguel suo fratello socializzare con quell’arpia che rispondeva al nome di Clara Espimas. Va bene, non aveva più quel cognome ma certe cose rimanevano. Al che represse un brivido.

“Scusa” disse Rebecca “ma a me non smebrano fratelli. Guarda come si toccano e si baciano, davanti al portiere, peraltro”

“Già, beh” disse Fernando. “Evidentemente è successo qualcosa che ignoro a Villa Nueva che dovrò approfondire una volta tornato”

“Villa Nueva… è la città dove vivete, vero? Io non ci sono mai stata” disse Rebecca, sorseggiando il suo aperitivo. Era vero, aveva ricevuto direttive dal Boss solo tramite raccomandate ma addirittura non aveva mai nemmeno messo piede in Argentina.

“Sì, ma non ti consiglio di andarci” disse Fernando. In quella, arrivò Luisa Ortega, l’amica ed assistente di Raquel, sua moglie.

“Fernando! Fernando! Raquel ha bisogno di… ah”

Luisa Ortega vide la ragazza accanto a Fernando e la sua mente filò come un treno, veloce come non se n’erano mai visti.

C’era da dire che Luisa abitava anche lei da New York e aveva fatto una veloce carriera. Lei era nata e cresciuta a Villa Nueva e si sa come la mentalità del paesano abbia certi standard. Fece finta di non vedcere come i due stessero effettivamente mangiando un aperitivo e si concentrò sull’interlocutrice.

“Rebecca Jones…” sibilò.

Rebecca dal canto suo sgranò gli occhi. “Luisa Ortega… Fernando! Tu conosci Luisa Ortega?”

“New York è piccola” commentò Fernando.

Nel frattempo anche Miguel vide il fratello combattuto fra due ragazze che non erano sua moglie.

“Clara… guarda Fernando” disse lui sogghignando.

“Maledetto” commentò Clara. Da quella posizione non riuscivano a sentire ciò che le due donne si stavano dicendo, ma non erano parole di benvenuto. Anzi, erano piene di rancore e veleno.

“Rebecca Jones” stava dicendo Luisa Ortega. “Lascia perdere Fernando Espimas. È sposato con la mia migliore amica, e se dovesse tradirla, che almeno sia con me”

Rebecca soffocò una risata. “Ma per favore, assomigli a una scopa!”

Luisa inspirò profondamente assorbendo quell’insulto e lanciò una pezzuola che aveva trovato lì vicino, gettandola in piena faccia della truccatissima Rebecca.

Fernando convenne con se stesse che forse tagliare la corda era la solluzione migliore ma entrambe le donne gli dissero ad alta voce “Non abbiamo ancora finito dove credi di andare!”

E la lavatrice continuava a girare…

Astorgio e le Maioliche.

Fra tutti i supereroi, quello più colorato è l’Uomo/Maiolica.

Forse nessuno ne ha mai sentito parlare, perché probabilmente oggi è il suo primo giorno. Quest’uomo nasce nel paese delle ceramiche, si ciba essenzialmente di coloranti alimentari e conduceva una vita tranquilla. Si chiamava Astorgio. Astorgio amava pescare: pescava gomme, sacchetti, ami ed esche, quelle degli altri e infatti una volta litigò con l’uomo/armadio, il quale essendo molto quadrato aveva la facoltà di rapire le persone costringendole su una gruccia. Un giorno però, mentre andava in bicicletta, cadde inciampando dentro un enorme contenitore per vasellame, assumendone quindi forme e colori. “Santa arte! Sei diventato un uomo/maiolica!” Astorgio, nel sentire la notizia datagli dal fabbricante, andò subito a creare un mantellino a fantasie romboidali arancione e blu, e si chiese: “Ebbene, cosa può fare un uomo/maiolica?”
Lo chiese al saggio pesce rosso che rispose: “Ebbene, puoi sparare vernice, lanciare pesanti mattonelle infinite, preparare il tè grazie alò vasellame… ma c’è una specie di effetto collaterale”
“Quale?”
“L’uomo/maiolica è come il suo mantello: se lo stendi diventa un foglio”
Astorgio fu colpito. “Ma tu come sai tutte queste cose, che sei solo un pesce?”
Il pesce rosso scomparve dalla boccia, ripetendo ad eco queste parole: “I tuoi poteri individuali salveranno l’universo, ma attento ai fogli… fogli… fogli…”
Astorgio capì allora per qualche strana ragione che doveva andare a sconfiggere il malefico Lord Foglio, il nemico a due dimensioni. Lord Foglio aveva rapito persino la povera Lady Inchiostro e le disse: “Da adesso in poi ci penserai due volte ad imbrattarmi!” esclamò Lord Foglio con una risata malvagia da perfido cattivo inventato sul momento. Ebbene l’uomo/maiolica chiamò la fedele piastrella a scacchi volante, si fiondò su Lord Foglio, gli disse “Tu! Sai quante dimensioni hai?”
E lui: “Due”
“Ebbene, io tre! Tre a due! Palla al centro!” e lo bucò con una forbice, perché forbice batte carta. Lord Foglio venne sconfitto, Lady Inchiostro scrisse “Grazie <3” sopra il mantello di Astorgio e quest’ultimo seppe che in fondo, per quanto ipnotiche e affascinanti le ceramiche, se lanciate fanno male.

Tommaso è una mosca?

Tommaso è una mosca. Di solito le mosche volano; ma la maggior parte di loro preferiscono avere una precisa destinazione, ossia i vetri spalancati delle finestre.

 

Perché, se la luce ci passa, perché loro non dovrebbero? Allora, Domenica, la mosca polemica, invita Tommaso per il nuovo gioco dell’estate: “Forza, vieni a schiantarti con noi sui vetri! Chi va più veloce vince un sacco di punti! Andiamo a schiantarci a 130, dai!”

 

Ma a Tommaso non interessava tanto. Anzi, per tutta risposta afferma: “Ma lo sai che più sbattiamo contro le finestre, più diventiamo sceme? E siccome il vero potere è la conoscenza, mi sa che andrò a conoscere quel naso laggiù!”

Dopotutto, Tommaso è una mosca semplice: vede un naso, ci si posa su.

 

Nel frattempo Gianalfonso è un uomo importante d’affari. Si dà il caso che stia leggendo un’importante giornale di economia e quando lo fa non gradisce essere disturbato. Ebbene, Tommaso la mosca si appoggia proprio sul naso di quest’uomo, e prontamente con la mano lo scaccia via, non prima però che Tommaso possa dire: “È stato un piacere conoscerti, Naso!” e il naso: “Anche io, Tommy! Non abbandonarmi!”

 

Al che, Tommaso non se lo fa ripetere due volte e torna sul suo naso preferito. “Secondo te quale attività di amicizia possono fare una mosca e un naso?” chiede Naso.

 

Tommaso non risponde, preferendo sfregarsi le zampe senza soluzione di continuità, mentre l’importante uomo d’affari sta ormai… meditando profondamente sul crollo della borsa.

 

Il naso incalza. “Allora? I miei peli fremono e ho voglia di starnutire!” ma Tommaso sembra immobilizzato dal suo interminabile sfregare le zampe. Alla fine, il naso finisce per dare uno starnuto particolarmente violento, che spaventa la povera mosca, provocandogli un bel volo e farlo finire proprio sulla finestra. Tutte le altre sue amiche mosche fischiano e ronzano, allibite e stupefatte.

 

“Caspita, Tommaso!” dice Domenica, la mosca polemica. “Hai fatto un volo da record! Hai vinto una fornitura per un anno di cassonetti dell’umido!”

 

Ma Tommaso in mezzo agli applausi, ha in mente solo una cosa: l’amicizia fra le mosche e il naso non s’ha da fare.

 

La vita di noi sassi

La vita di noi sassi

La vita di noi sassi è dura.

 

“Certo che se già cominci a dire cose ovvie… i sassi sono duri, la vita di conseguenza non può essere morbida”

 

Zitto, gabbiano. Ora, come dicevo, la vita di noi sassi è dura. Dura come un sasso. Soprattutto in estate! Se in inverno veniamo lasciati tranquilli dalle persone, nel periodo fra aprile e settembre veniamo continuamente, schiacciati, lanciarti, beccati dai gabbiani, e insomma in generale veniamo infastiditi continuamente dai tappi fastidiosi di bottiglia…

 

“Stai parlando di me, eh? Eeeh, che dire, sono sempre nei tuoi pensieri! Metallo – minerale – sasso! Siamo così simili… e poi, come dissetiamo noi tappi non disseta nessuno!”

 

Silenzio, Tappo. A parte loro, ci infastidiscono anche coloro i quali vogliono fare per forza un castello. Ma non possono usare le conchiglie? Per forza noi?

 

“Ma insomma, a voi pietre che cosa vi piace fare?”

 

La domanda del gabbiano è tutt’altro che scontata. la cosa preferita di noi sassi è una e una sola, ovvero quella di abbrustolirci al sole diventando incandescenti e…

 

Oh, NO! Un ragazzino ha appena lanciato un sasso a pelo d’acqua per vedere quante volte strisciava!

 

No, adesso basta. È il momento di vendicarci.

 

Il nostro Pietro, supereroe duro con la testa dura, darà una lezione a tutti i gabbiani, alghe e tappi di bottiglie che osano sfidarci!

 

Dov’è, a proposito? Qualcuno ha visto Super Pietro?

 

“No” mi si risponde.

 

“Io l’ho visto!” interviene un sassolino, di quelli che si divertono a entrare nelle scarpe delle persone.

 

“Ah sì? E dov’è? Dobbiamo affidargli una missione importante!”

 

“Temo che sia impossibile… Super Pietro sta adempiendo l’incarico delicato di formare la data di oggi con tutti gli altri sassi usati al Foro Italico! Pensa se si levasse, nessuno saprebbe che giorno è!”

 

“Ah” dico io. Insomma, c’è poco da fare: la vita di noi sassi è dura. Dura come un sasso.

 

Tuttavia di una cosa sono fiero: sasso batte forbice.

 

“Cosa c’entra?” chiede il gabbiano, masticando vistosamente un verme. “Beh, metti caso che una forbice gigante spaziale spunti all’orizzonte? Sapremmo difenderci, no?”

 

“Già… peccato che nessuno ne ha mai vista una!” dice il gabbiano, deludendo le mie speranze.

 

Vuoi vedere che anche per noi sassi la vita è mai una gioia?

applausi

“SCARLATTI!”

L’urlo imperioso del Maestro colse di sorpresa Nathan, che in mezzo al coro si sentì nudo.

“Non sei in accordo col coro! Ma come devo fare con te? Hai un talento pazzesco, ma credi di essere un solista! Indovina un po’: questo è un CORO! Un stramaledettissimo corso di una stupidissima chiesa, dannazione! E devi, DEVI, stare al passo con gli altri!”

Nathan si sentì avvampare. Qualcuno avrebbe potuto cuocere della carne sulle sue guance.

“Dai, puoi farcela” si sentì dire, non sapendo da chi perché non riusciva a sostenere lo sguardo di nessuno.

***

Anche quella volta, ci furono bis e applausi a scene aperte. Venivano da tutto il mondo per sentirlo cantare, e ogni volta non volevano che smettesse.

Però lui non era fatto per interagire col pubblico. In realtà gli interessava cantare, e basta. E non solo, cantare da solista, qualunque fosse l’opera in questione oppure un concerto proprio.

Il sipario si chiuse e Nathan tirò un sospiro di sollievo. Ogni volta che succedeva, non poteva fare a meno di venirgli in mente ciò che disse il suo maestro di musica, quella volta di trent’anni prima: era un solista, e quella definizione lo accompagnò per tutta la vita.

“Non è che da solista passerai a solitario?” gli aveva chiesto sua sorella, quando le aveva confessato di voler intraprendere la carriera da cantate tenore.

Sulle prime non aveva saputo rispondere, ma adesso, a distanza di anni, non poteva sentirsi più felice di così.

“Eccezionale”, “Straordinario”, “Tocchi le corde giuste nei cuori di ognuno”, gli stavano dicendo, per fargli i complimenti. Ma lui a parte piegare un angolino della bocca, non disse altro. Davvero, tutto quel contatto umano lo metteva a disagio.

Prese un lungo sorso d’acqua e tornò nel suo camerino. Anche quella serata era stata un successo, pensò mentre si sedette davanti al tavolino dove di solito veniva truccato prima dell’esibizione. Ecco che in effetti lo specchio restituì il suo sguardo stanco ma lieto.

Pensò ai suoi allievi dell’accademia. Come lui quando era agli inizi, avevano paura di tutto.

Pensò ai suoi cani. C’era Chopin, il primo, il jack russell bravissimo a prendere i fresbee, il bulldog Schumann, che aveva preso dall’autostrada; e infine Mozart, l’alano bravissimo a cantare.

Pensando ai suoi cani, sgranò gli occhi  e anche lo specchio fece lo stesso.

“Oh mio Dio… oh mio Dio” ripeté, mettendosi le mani nei capelli. E se avesse cantato come un cane e tutti lo avessero perdonato comunque, per via di un credito mai esistito?

Al solo pensiero si scoraggiò. Aveva fatto cilecca, non era poi così bravo come tutti dicevano. Certo, sulle prime non ci pensava mai, ma poi, finita l’adrenalina, tutti i difetti della serata emersero crudeli nella sua mente.

Sospirò, d’altra parte poco poteva farci. Gli vennero in mente le parole di sua sorella, quando le aveva confidato di essere andato male la prima volta che si era esibito: “Smettila con queste paranoie e trovati una tipa, piuttosto”

Ma lui scosse la testa. Come poteva lei dire una cosa del genere se l’unico modo che conosceva per esprimersi era il canto? E, sinceramente, intonare Nessun Dorma al primo appuntamento, seppur d’effetto, non era fra le cose più gradite in assoluto. A parte che sarebbe stato difficile inserirlo in un contesto logico.

Sospirò, Nathan, osservando il suo stanco riflesso. Promise a se stesso di migliorarsi ancora… e la prossima volta, di essere un insegnante migliore, coi suoi allievi.

Starnuti

Starnuti

“Etcì!”

Il rumore di uno starnuto interrompe il momento altrimenti poetico.

“Accidenti, Jessica, non dirmi che sei allergica a questo tipo di fiori!” esclamo imbarazzata.

Jessica mi fulmina con lo sguardo. “Guarda” dice con la voce impastata dalle conseguenze dello starnuto “se non fosse che dobbiamo proprio fare questo servizio fotografico, ti avrei già lanciato questo apparecchio in testa! E poi vediamo se farai ancora colpo”

Ha ragione, non c’è dubbio. Ma ho assolutamente bisogno di un posto originale dove poter fare il mio servizio fotografico da poter mandare alle riviste che cercano modelle. La settimana scorsa sono andata a fare un po’ il giro dei posti qui vicino per vedere se effettivamente esistesse qualcosa che mi ispirasse e infine eccomi qui, in mezzo a questi fiori rosati, che arrivano più o meno al mio fianco.

“Ecco, come prima foto dovrai farmene una dove io ho la faccia spiritata e le mani larghe come se volessi abbracciare questi fiori. Okay?”

Jessica sta lacrimando e tira su col naso. “Non ho gabido nulla. La faccia come deve essere?”

“Ma allora sei scema!” esclamo spazientita. La mia fotografa sarà anche molto brava, ma è lenta di comprendonio. “Quando qualcuno ti chiede nei book una faccia spiritata, tu che cosa capisci?”

Jessica scrolla le spalle. “Nessuno me l’ha mai deddo.Inoltre che idea sarebbe quella di abbracciare questi fiori… etcì! Inutili?”

Porgo un pacchetto di fazzoletti dalla mia provvidenziale borsa. Mentre Jessica strombazza, rispondo a gesti: allargo le braccia e guardo un punto imprecisato  del posto sperduto in cui siamo capitate, mentre su nel cielo si sta preparando per piovere. Eh, tipico! Una si mette in ghingheri per fare un book come si deve e le nuvole accorrono per rovinare tutto! Che poi questo vestitino carinissimo color senape l’ho trovato anche scontato, nessuno può rovinarmelo!

“Sembri una tipa che si chiede quanto faccia uno più uno” afferma Jessica. Quanto è divertente, accidenti! Chissà come mai è single?

In ogni caso, starnutendo ancora, prepara la macchina fotografica per cominciare a scattare.

“OMMIODDIO CHE SCHIFO UN’APE!”

Mi muovo tutta cercando di scacciarla il più lontano possibile da me.

“Che caspita fai? Sei impazzita?” chiede Jessica. “È solo un’ape, accidenti a te e a me che ti vado appresso!”

“Le api non sono invitate!” ribatto isterica.

“Siamo in aperta campagna in mezzo a… a… etcì! Dei fiori… è normalissimo che ci siano le api” risponde lei, concludendo con un’altra sonora strombazzata al fazzoletto.

“Hai ragione” rispondo sbuffando, ma un’altra creatura strana mi si avvicina e caccio un urlo stridulo. Per fortuna non c’è anima viva…

O forse giusto quel signore anziano che sta passando proprio adesso con la bicicletta e mi sta fissando colmo di terrore, poi fugge via come se fossimo matte.

“Maria” dice Jessica, cambiando argomento continuando a tirare su col naso e lacrimando “Se continui a urlare non finiremo mai. Già… sniff… sto malissimo, poi sta anche per piovere. Muoviamoci”

“E va bene, cercherò di stare ferma” dico io, anche se non è semplice. Adesso che so dell’esistenza degli insetti, me li sento addosso e non è piacevole.

“Bene… ferma così… e… scusa un attimo. Pronto?”

Mi cascano le braccia. Ma come si fa a tenere acceso il cellulare in un momento del genere? Meglio che controlli le notifiche di Facebook a questo punto!

Una volta finito, il cielo è abbastanza coperto. Fra qualche minuto piove, ma cerco di concentrarmi di nuovo su un punto fisso. Le mani sfiorano queste piante… oddio! E se le api poi scambiano la mia mano per un fiore? Dovrò girare per strada col MIO ragazzo con una bolla che sembrerà un sesto dito? Eh?

“Ferma così… okay, ne faccio un’altra… brava, pensa sempre a quanto faccia due più due… esatto… bene così”

Jessica starnutisce due volte di fila.

“Abbiamo finido, puoi togliere la posa” mi fa notare. Ma il fatto è che non posso.

“Maria? Avanti, sta per piovere, dobbiamo tornare subito nella civiltà!”

“Non posso, scema!” esclamo. “Mi è appena passato fra i piedi un serpente, ne sono sicura! Non potrò più muovermi in vita mia!”

Per tutta risposta, Jessica mi starnuta in faccia e mi volta le spalle. Non avrà mica intenzione di lasciarmi qui? Ehi!

“Aaah, lo vedi che non sei stata paralizzata?” chiede Jessica, pungente come sempre. “Dai, ti faccio vedere la f… la f… etcì!”

Mentre scorro le immagini, devo dire che sono venuta molto bene. “Che figo, c’è pure il movimento dei miei capelli!”

“Eh certo” dice Jessica, mentre si pulisce il naso. “Sarò anche allergica a quei maledetti fiori, ma il mio lavoro lo so fare”

Sorrido, sapendo che sta dicendo la verità.