Lei sei cose che ritengo impossibili.

Gianmarco e Pierpaolo stavano discutendo sul muretto della scuola.

“Sai, Pierparolo?” stava dicendo Robertangela. “Al mondo, ci sono solo sei cose impossibili”

“Beh” disse Pierpaolo “Elencamele, Gianmarco”

Gianmarco le contò mentalmente sulle dita, e vedendo che ne mancava sempre una, ci mise un bel po’ a rispondere. Nel frattempo, Robertangela elencò le sue.

“Ad esempio, è impossibile che la campanella suoni in un orario diverso delle otto del mattino”

“Giusto. Sono le sette e cinquantadue minuti” disse Pierpaolo.

“Un’altra cosa impossibile è chiaramente l’Uomo Lavavetri” enunciò la ragazza, che portava la cartella con solo una spallina.

“Cosa?” chiesero all’unisono Pierpaolo e quell’altro.

“Beh sì… insomma, chi mai si metterebbe a scrivere una serie a fumetti su un uomo lava vetri?”

Gianmarco capì dove aveva lasciato il sesto punto che aveva contato mentalmente e improvvisamente gli venne voglia di chiedere a Robertangela di uscire.

“La terza cosa impossibile” proseguì ingenua la ragazza “sono le mosche bianche. Non ne ho mai vista una, eppure si dice sempre eh, è una mosca bianca

“Evidentemente hanno sbagliato candeggio” rispose saggiamente Pierpaolo. “vai avanti, mi sto appassionando”

“Un’altra cosa impossibile, rimanendo nell’ambito scolastico, è che il professore di storia rilasci compiti di biologia. Cioè, sarebbe apocalittico”

“Già” disse Gianmarco “O prendere un’insufficienza in educazione fisica”

“No” scosse la testa la ragazza. “io parlo di cose veramente impossibili. Ad esempio, è impossibile che dagli occhi ci si senta e dalle orecchie si annusi”

“Già. Anche perché, col cerume, cosa vuoi annusare?” convenne Pierpaolo.

“Esatto” disse Robertangela. “L’ultima cosa che avevo pensato è ovviamente la cosa più importante di tutte, una cosa che è talmente ovvia che voi mi prenderete in giro sicuramente”

Ma nessuno dei due ragazzi lo stavano facendo, pendevano dalle sue labbra.

“Oh.. e va bene, lo dico. È impossibile che io diventi una marmitta!”

Gianmarco si spiazzò nel sentire quella rivelazione. “Oh, non direi, sai?”

“Davvero? Vuoi diventare una marmitta, Federico?” chiese Pierpaolo, utilizzando il soprannome dell’amico.

“Provate a mangiare un piatto di fagioli e vediamo se non diventate marmitte catalogate!”

 

 

 

 

 

 

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Pierozza e i social media.

Pierozza era stata investita.

Cioè.

Non c’entrava nulla l’automobile, in realtà aveva ricevuto un investitura, che riguardava i suoi particolari poteri.

Il potere di Pierozza era quello di entrare nei social media e di interagire con loro. Stette di fatto che Pierozza usò questo potere per un giorno soltanto, poi non ne parlò mai più con nessuno, nemmeno col suo patrigno, e a lui diceva tutto, visto che era diventato sordocieco.

Per prima cosa entrò su Facebook, trovandolo chiuso. C’era un’enorme porta blu a doppia anta.

“Per prima cosa devi digitare il nome utente e la password” disse la porta. ” È gratis e lo sarà sempre”

“È quel sempre che ti frega” commentò Pierozza, digitando il suo nome utente e la sua password, che qui non divulgo per rispetto della privacy.

Una volta entrata, Pierozza vide Like che camminavano a trenino, link condivisi che si moltiplicavano, commenti pieni di parole che sfrecciavano in ogni dove e soprattutto lo SPAM che stava cominciando ad arrampicarsi su di lei, finendo ben presto per ritrovarsi piena di messaggi sponsorizzati e pubblicitari.

Soprattutto, colorata di un blu orribile. E Pierozza odiava il blu.

“Ma… si può sapere tutta questa confusione?” chiede lei, snervata.

“Tu chi sei? Chi ti ha fatto entrare senza ritegno?” chiese un Commento.

“A quanto pare è una super eroina!” esclamò divertita la reazione Ahah.

“Oh! Ma tu ridi sempre?” chiese la reazione Sigh. “No, perché io piango e… AAAAA”

Detto quello scappò via chissà dove a piangere le sue lacrime.

Pierozza non sapeva bene dove recarsi: ogni secondo si condivideva,k ogni millesimo di secondo spuntava un Like e lei era pure senza ombrello.

“Meglio andare su Twitter!”

Su Twitter la gente era più calma, ma appena sbarcata la ragazza dovette schivare un hashtag volante che altrimenti le avrebbe sfracellato la testa a metà verticale.

“Misericordia!” esclamò lei, sudando freddo. “ma… ma… cos’è questo rumore?”

Un frastuono incessante di tweet cominciò a trapanarle le orecchie. C’era stata una volta in cui Pierozza amava il suono degli uccellini, ma quello era cento volte amplificato.

Non poteva stare. Era come il rumore del fax, rumore che lo si conosce se si frequenta un call center.

Non le rimase che Instagram. Lì era molto più bello, c’erano cuori e foto, foto e cuori, nient’altro.

Alla lunga, però, le annoiava. Ogni tanto, peraltro, si pungeva le scarpe per via degli hashtag e aveva il forte sospetto che alcuni utenti la stessero seguendo.

“Perché mi state seguendo?” chiese infine.

“Follow4follow, per esserle utile!”

Ed ecco spiegato il motivo per cui pierozza capì che fare la supereroina non faceva per lei.

La Ropa Sucia/174

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A casa Salcido molte verità stavano saltando fuori, con quattro persone col fiato sospeso, più una che si stava ingozzando di biscotti, tutti preparati dalla sapiente mano di Ambrogio, il maggiordomo di casa che, dal suo angolino, stava aspettando chissà cosa, o semplicemente si teneva pronto per qualche ordine che difficilmente sarebbe arrivato, presi com’erano dal racconto di Pepa Gutierrez, che era evasa e probabilmente le sarebbe stato affibbiato quel nomignolo. Finalmente ne avrebbe avuto uno anche lei, anche se non lo desiderava, ma si sa: alla fine i soprannomi ti prendono; piaccia o non piaccia.

“Augusto Goicochea cosa se ne fece di quel milione?” chiese Roberto, l’aitante runner. Lui sapeva cosa poter fare di un milione di pesos. Ad esempio lo avrebbe investito per una pista di atletica regolamentare, in modo da poter correre tranquillamente senza che i ciclisti rischiassero di ammazzarlo.

“Beh” disse lei “Lo usò a suo vantaggio, in modo da distruggere coloro che gli hanno tappato la bocca, tappandogliela di rimando, probabilmente per sempre. Sapeva, lui, che Francisco Miranda avrebbe vinto facilmente le elezioni a sindaco di Villa Nueva, così lo rapì”

“Ma come” disse la signora Salcido “un soldato della rivoluzione che si fa rapire in quel modo?”

Pepa sgranò gli occhi. Le sembrava tutto così ovvio che non riusciva a capire come mai tutti avessero gli occhi velati “Appunto, proprio perché era un soldato della rivoluzione. Convinto com’era che la guerra fosse finita, dormì un po’ sugli allori. Anzi, si addormentò sul serio. E fu rapito nel suo letto, dislocato in un posto che adesso rivelerò. Al suo posto si pose lui, Augusto Goicochea, che si travestì in modo da somigliare a colui che aveva rapito. Tuttavia, i suoi due fratelli avevano capito che fosse lui perché fece una cosa che non doveva fare”

“Cosa?” chiese Catalina.

“Andò assieme al commissario a visitare Ramòn Fernandez, proprio dritto nel suo covo. E ora, come faceva a sapere lui dove si trovava? E dai… ecco perché fu scoperto come neanche il più idiota! Ovvio che non poteva essere il vero Sindaco”

“Quindi, il vero Sindaco si trova…?” chiese Roberto.

“Nei sotterranei del castello di Romàn Garcia, fratello o fratellastro di Javier!”

Tutti spalancarono la bocca.

“Allora è veramente un criminale!” esclamò adirato il signor Salcido, adirato chissà per quale motivo. “Andiamo a catturarlo!”

“No, aspettate!” esclamò Roberto, l’aitante runner. “E tu come fai a sapere tutte queste cose?”

Pepa sospirò. Prese l’ultimo biscotto e lo mangiò con gusto. Poi rispose “Ho avuto come compagna di cella una persona molto bene informata sui fatti. L’unica persona al mondo che poteva conoscere tutti questi fatti e rivelarli, dato che comunque ha avuto l’ergastolo e non può uscire come ho fatto io, che sono giovane e atletica ed evadere per me è un giocao da ragazzi”

“E chi sarà mai?” si chiesero tutti.

Pepa fissò tutti quanti, considerando se fossero pronti a ricevere quel nome, un nome che era rimasto a lungo celato. Un nome che nemmeno lei, sulle prime, stentava ad accettare.

“Il nome è… Cassandra Espimas. Proprio così, la madre di Carlos Espimas e matriarca di quella famiglia. Ecco cosa c’entrano loro! Ecco perché Goicochea si era rivolto a quella casata per compiere quell’omicidio! Ecco perché gli Espimas sono così tanti! Ecco perché nella carbonara ci vuole il guanciale, ed ecco perché Cassandra si è costuita alla giustizia dopo quell’incendio, addossandosene tutta la responsabilità, anche se non lo aveva proprio commesso!”

Calò un silenzio gelido a casa Salcido. Tuttavia, se si aguzzava l’orecchio, si poteva sentire il rumore di una lavatrice che girava…

La Ropa Sucia/173

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Il Clan dei Neri non aveva mai vissuto una situazione come quella e nessuno sapeva bene come agire. In primis, c’era Fernando Espimas, che fu liberato sottecchi da Rebecca Jones, la quale si era vvicinata dsi soppiatto al prigioniero e con molta difficoltà era riuscito a ridargli la piena libertà di movimento, anche se il Boss, sempre serduto nell’ombra della sua poltrona nera, non l’aveva chiamata prigionia in senso stretto.

In secondo luogo c’erano Pedro Sanchez e Analisa, che, spiazzati, vollero vedere gli sviluppi della faccenda. Dal canto suo, Jùan era tornato fra le braccia della sorella, perché ebbe paura; così come Benjamin tornò fra le braccia dlela madre che nel frattempo stava puntando un’arma contro Augusto Goicochea, che aveva preso le sembianze del Sindaco e che puntava un’arma contro il Boss, Ramòn Fernandez. Tutt’attorno, un sacco di gente vestita di nero e Carlos Espimas.

In terzo luogo, si potevano osservare Rosa, la chica formosa, e el loco, che stava cercando di far funzionare un distributore automatico. Poi venne un tizio dei Neri che gli offrì un espresso.

Improvvisamente, a togliere quella situazione dall’empasse che si era creato, Ramòn si alzò e, sapendo di essere sotto tiro, fece una telefonata.

“Sì” disse alla cornetta. “Sì, è qui… va bene”

E chiuse.

“Ho parlato col commissario di polizia” disse lui. “A momenti sarà qui, capeggiato da mio fratello Alfonso, che è il vero Boss del Clan dei Neri”

“Potremmo morire tutti” disse Pedro ad Analisa. “Che ne dici di baciarci un’ultima volta?”

“Va bene” disse lei, e si baciarono.

“Ohibò” commentò Rosa. “Tesoro, guarda come sono disgustosi questi due”

“I ragazzi che si baciano se ne fregano della gente che li guarda… non era così la poesia?” chiese el loco, incapace di citare correttamente. “Poi, comunque, credo che…”

“NESSUNO SI MUOVA!”

Una voce roboante squarciò l’aria sotterranea di quel locale. Era il commissario, guidato proprio da Alfonso Fernandez, proprio com’era stato annunciato da Ramòn.

Augusto Goicochea fu arrestato, col diritto di rimanere in silenzio e quant’altro. Tutti gli altri furono considerati liberi e a Fernando fu data dispensa dal matrimonio con Raquel.

“Ramòn Fernandez” annunciò Alfonso “Ecco qui le chiavi della città. Da oggi sei Sindaco a tutti gli effetti”

Il piano era stato attuato. Il Clan dei Neri adesso governava su Villa Nueva.

Nel frattempo, Pepa Gutierrez fu fatta entrare a villa Salcido, al cospetto di Catalina, di Robverto l’aitante runner e dei genmitori di lei, che, scoprendosi ficcanaso, decisero di assistere a un’incredibile racconto dell’ex moglie del pipa, coraggiosa a tal punto.

“Tutto è iniziato quando i Goicochea hanno assistito alla morte violenta di Sandra Ezquivél” disse Pepa, entusiasta di avere un pubblico. “Augusto voleva raccontare tutto, ma i due fratelli gli imposero un certo veto. Al che, sul conto di Augusto pervennero un certo numero di pesos…”

“Quanti?” chiese lì per lì il padre di Catalina.

“Un milione.” rispose lei. “Un milione, mentre gli altri due fratelli smisero di parlarsi, anzi, covarono un odio inestinguibile, al punto da insultarsi pubblicamente occupando molto spazio nei giornali dell’epoca. Uno diceva all’altro quanto fosse senza cervello, mentre l’altro diceva all’uno che se un uomo perde il filo, è soltanto un uomo solo. Tutto questo era a conoscenza sia di Ana Lucia Sanchez, che progressivamente perse l’uso delle gambe, sia da Ramòn Fernandez, che appunto era il sicario che diede fuoco a quella casa. Ecco la situazione in cui siamo finiti. Tutto è partito da queste tre persone”

Tutti rimasero allibiti, ma la lavatrice girava…

Se gli occhi potessero combattere.

“Hai dei begli occhi”

Questo complimenti mi lascia sempre perplesso.

“In che senso?” chiedo. “Secondo quale scelta di parole dovrebbe compiacermi questo complimento? Che forse ho gli occhi tipo barocco? Stile gotico? Le pupille come rosoni in una chiesa che ha tale struttura?”

La mia interlocutrice rimane spiazzata. Ci  pensa su.

“Pensa che una volta, a proposito, avevo detto hai dei bei capelli a uno capellone e mi ha cominciato a dire In che senso? Pensi forse che i miei capelli siano ondulati come il mare? Che i fili del mio cuoio capelluto siano affascinanti come le corde di una chitarra? Al che, mi frustro, sai?”

Ciò che mi dice mi lascia indifferente. Se non sa fare i complimenti non è mica colpa mia!

“Sai” dico “dovresti provare a fare un complimento a una parte del corpo che non sia sensibile”

La tizia dice “Ok… hai un bel pancreas”

Il Pancreas tossisce tutto fiero, lo sento dentro di me.

“Visto fegato? Sono più bello di te”

Il fegato dona due euro per una scommessa precedente e io ci penso su. Forse è meglio tornare agli occhi.

“E quale occhio è più bello? Il destro o il sinistro?”

Non l’avessi mai detto… l’occhio destro e il sinistro se la giocano a pari e dispari. “Ehi ehi! Ho vinto!” dice il sinistro, che avevo giocato dispari. Al che il destro, che aveva detto pari, tira fuori la spada laser. “Allora ce la ragioniamo alla vecchia maniera!”

I miei occhi cominciano quindi a duellare. Non deve essere un bello spettacolo, infatti la ragazza che mi aveva fatto quel complimento iniziale dice “Ma io non intendevo scatenare una guerra civile!”

“Troppo tardi” rispondo. L’occhio destro ha come alleati la narice del naso sinistro e l’orecchio destro, mentre l’altro ha convinto il Pancreas, la Milza e uno dei polmoni a combattere con lui.

“Così, se dovessi perdere, almeno mi faccio un panino!” ha pensato.

La ragazza, vedendo i bombardamenti sulla mia faccia, segnati da quella che preferisco chiamare acne) se ne va stizzita. “Ma uno che deve fare per rimorchiare?” chiedo al cuore.

Il cuore risponde “Devi odiare le parole: scrivi parola su un foglio, appendilo e ci giochi a freccette, vedrai che le tipe cadranno ai tuoi piedi”

Già.

A meno che non siano colpite dalla guerra fra gli occhi!

 

 

Giochino

Ci sono 26 parole nell’alfabeto. Scrivi una storia senza una lettera a tua scelta.

Per non barare, ho usato random.org e fra 1 e 26 mi è uscito il 23. Sta di fatto che il 23 è la W.

random.org ha parlato, gente.

“E tu cosa vuoi fare da grande, Eustorgio?”

“Mah, io vorrei avere un lavoro ed un tetto sopra la testa… niente di che”

///

Eustorgio è un salumiere. Ogni giorno gli si pongono davanti quesiti fondamentali sul come affettare un salame e se le cosine verdi della mortadella sono veramente pistacchi oppure no. Sapete, fanno finta di esserlo ma Eustorgio si è ripromesso di conoscere la verità quanto prima.

Sta di fatto che Eustorgio lavora dalle nove del mattino fino alle sette di sera, perché la salumeria è un negozio molto richiesto, ha una partita IVA (che lui non è mai riuscito a vedere, neanche su rojadirecta) e fra una vendita e l’altra, deve rispondere agli operatori del call center che non è interessato a qualsiasi informazione veloce che volevano dirgli.

“Signora, è un etto e mezzo, lascio?” chiede.

“No, veramente volevo chiedere se è disposto a ricevere un nostro consulente…” risponde la signorina con la voce da maschio al telefono.

“Ah okay, no!” esclama furioso Eustorgio, chiudendo la telefonata.

Questa è la vita di Eustorgio.

A fine giornata, di quella giornata in particolare, Eustorgio mentre chiude la saracinesca sospira. L’indomani avrebbe ricominciato da capo.

“Ehi, Eustorgio!”

Il saluto di Ginevro lo fa sobbalzare.

“Dimmi, Ginevro”

Ginevro è il cliente più di fiducia che ha, ed è anche un ottimo amico. Si vedono persino ogni tre mesi, progettando uscite che non si realizzano mai.

“Non avevi detto di volere un tetto sopra la testa?”

Eustorgio guarda l’amico perplesso. “Sì, ma… che cosa c’entra”

“ECCOMI!”

Un’altra voce, stavolta femminile, compare sulla scena. Il salumiere si guarda attorno e si chiede da dove provenga.

“Chi sei?” chiede spaventato.

“Tsk, Tsk… ti chiedi chi sei e mi hai cercato per tutto questo tempo? Sono ERNESTA, il tetto sopra la testa!”

Eustorgio, fra le risate dell’amico Ginevro, alza lo sguardo: è vero, c’è un tetto spiovente di mattoni rossi sopra di lui! Con tanto di comignolo!

“Ma… ma…” commenta inorridito.

“Mettiamola così” dice Ginevro, estraendo la sua tegola personale dalla tasca. “Se non altro, non dovrai più prendere l’ombrello”

Eustorgio comprende che la sua vita non sarà più la stessa.

 

 

Come nasce la Birra?

Immaginen

Racconto nato con la collaborazione di Alice Raimondi, alla quale va tutta la mia gratitudine :’)

Ciao.

Sono l’Orzo.

Forse vi ricorderete di me perché sono stato a Gardaland e ho affrontato un estintore volante, ma oggi non racconterò di quest’avventura…

“Eh, come al solito ti vuoi mettere in mostra!”

Silenzio, Luppolo. Torna a rotolare da un’altra parte. Volevo spiegare come sono fatto: cresco dalla terra, vengo rapito dagli alieni, vengo rilasciato da altri alieni, divento un semaforo e vengo messo dentro un grande… un grande che, in effetti?

Barile? Cassa? Container? Valigia? Ornella Muti? Mappamondo?

Qualunque cosa sia non sono figlio della zia e mi tocca essere mescolato e… “Mescolato, tsé! Neanche stessimo giocando a briscola!”

Ti ho detto di fare silenzio, Luppolo. Solo perché sei stato scartato dal casting per i nani di Biancaneve perché ti sei presentato sbronzo non vuol dire che adesso puoi fare il bello, il cattivo e il mezzo tempo.

La fase successiva arriva nel momento in cui… uh?

“AIUTO AIUTO!”

Cosa c’è, caro il mio cassone o qualunque cosa tu sia che mi contenga?

“Ti ho chiamato perché ho bisogno di aiuto. Una cosa da cui può dipendere il desino della birra stessa!”

Il mio pensiero si rivolge immediatamente a un problema tipico che capita spesso in queste occasioni, cioè che è diventato un divano; oppure un divano ha bussato a questo coso di metallo che mi contiene. Così chiedo “Che succede?”

Il contenitore risponde “QUANTO FA TRE PER DUE? ODDIO TI PREGO SE LO SAI DIMMELO”

A sentire questa domanda mi sento Carlo Conti e da Orzo divento liquido e spumoso. Devo rispondere?

Dico al contenitore “Menta piperita, ovviamente! Mi chiedo dove tu sia andato a scuola”

Il contenitore mi fa “Sì, scusa, è la spuma che è troppo bianca e mi distrae!”

Non ho parole. Mi viene voglia di prendere una bella birra per dimenticare… un momento! Sono io la birra! B di Birra! Bevo me stessa!

Bi di Balbuzie! Bi di Babbuino, che è proprio l’animale a cui assomiglia il tizio che sta per bere dal B di Bicchiere, che è la mia nuova casa!

Certo, se non ci fosse l’abusiva spuma candida…

 

 

La Ropa Sucia/149

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Scusate se pubblico di nuovo ma il capitolo di oggi è improvvisamente sparito ^^” mi scuso per il disagio.

“La conversazione è terminata” disse il Boss, cacciando i due fuori.

“ Fate venire adesso Analisa Islas. Sarà Jùan islas a interrogarla. Credo che ci sarà da divertirsi”

Così, in ceppi e palla al piede, la bella Analisa Islas venne portata l cospetto del Boss, e fatta sdraiare sul lettino dell’interrogatorio. Anche el tiburòn venne fatto sdraiare, ma di sicuro non aveva tutti quelgli sguardi lussuriosi degli uomini presenti in sala. Infatti, aveva solo una donna lui, e non lo degnò di uno sguardo presa com’era dal fascino di Ramòn.

“Bene, Analisa Islas…” colminciò Jùan, per poi sbuffare. Aveva in mano una specie di carta. “Ma non è giusto così, uiffa! Perché devo dire le tue domande e non posso interrogare con domande che voglio io?”

“Perché tu potresti parlare in codice, Jùan” rispose il Boss. “Inoltre, si suppone che essendo fratelli tu conosci molto bene al qui presente Analisa, la caliente straniera”

“In effetti sì, è mia sorella, ma non so cosa avete tutti da guardarla in quel modo. Voglio dire, è solo una donna”

“Oh, povero bambino” disse uno degli scagnozzi di Ramòn. “Non si vedevano queste bellezze dai tempi di Catalina Salcido, che prima che arrivasse lei era considerata la più bella di Villa Nueva”

“Ok… come volete. Leggerò le domande” annunciò Jùan.

“Lo spero per te” rispose il Boss, stappando un’altra gazzosa. Era una giornata molto calda.

“Che cosa speri di ottenere ammaliando Pedro Sanchez?”

“Che cosa vuol dire ammaliando?” chiese Jùan, perplesso.

“Sei ancora troppo piccolo per poterlo capire” rispose Analisa. Guardò i suoi ceppi e sospirò. “In realtà, a me nemmeno piace. Voglio dire… un po’ sì, ma no. O mi piace? Aaaah, è così diverso dai miei ex che aveva là dove vivevo!”

“Già… voglio vedere che faccia farai quando li vedrai di nuovo” sussurrò il Boss, tornando a voltare le spalle come faceva una volta.

“Non li vedrò mai più, ormai chissà dove sono e quale donna corteggiano” disse Analisa dispiaciuta.

“Oh, io non ne sarei così sicuro” tagliò corto il Boss, facendo un gesto eloquente con la amno. Venne capito e una porta nascosta venne aperta, lasciando passare la luce del giorno per un attimo.

Analisa sgranò gli occhi e Jùan fece cadere il foglio delle domande.

“Non è possibile…”

“Ciao, Analisa”

Era proprio lui. Alto, occhi e capelli neri, una certa abbronzatura e un fisaico scolpito dagli angeli.

Era Rodrigo Silvestre, il fidanzato bello del terzetto.

“Ma sei bellis… voglio dire, che ci fai qui a Villa Nueva?”

“Che domande, Analisa” rispose lui, sedendosi su uno sgabello di legno fatto pervenire da chissà dove. “Sono qui por ti, Analisa”

Analisa cominciò a sudare freddo. Non perwnsava di meritare quel tipo di tortura, infatti Rodrigo cominciò a spogliarsi.

“Tutto quello che devo fare ora è spogliarmi davanti a tge, così confesserai. Questo è il piano, Analisa” disse Rodrigo, facendo volare via la camicia, che andò a finire su Ramòn.

“Ehi ehi, calma!” esclamò quest’ultimo. “Intanto, tu non devi fare proprio niente! Era Jùan a condurre l’interrogatorio! Ti avevo promesso la mano della caliente Analisa, ma nei patti non c’era scritto che dovevi essere claiente pure tu!”

“Oh” disse laconico Rodrigo.

“E poi se c’è qualcuno che deve spogliarsi quella è Analisa!”

“Siete pazzi” disse lei. “E se credete che io dica qualcosa, siete fuori strada, qualunque cosa possa chiedermi Jùanito

A Jùan venne un’idea. “Cosa dici quando devi cercare un determinato oggetto e non ti viene il nome per specificarlo?”

“Qualcosa” dsisse Analisa scrollando le spalle. Poi sgranò gli occhi: lo aveva detto, scatenando un “HA!” generale.

Analisa venne sconfitta, si lasciò cadere sulla brandina e sospirò. “E va bene. Confesserò. Ho cercato di sedurre Pedro Sanchez perché ha una lavatrice.”

Lavatrice che continuava a girare…

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VENIAMO SUBITO ALLE REGOLE

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  1.  Il vostro Lovely letterario: autori o autrici che con le loro qualità vi fanno battere il cuore attraverso i loro romanzi. JRR Tolkien e Douglas Adams sono grandi artisti, più che scrittori e devo loro tutto. Tutto, altro che JK Rowling, che non si ricorda quello che ha scritto lei.
  2. Il vostro Lovely sportivo: personaggi legati al mondo dello sport, che siano ancora in attività o in vita non importa, basta che sono riusciti a farvi sognare con le loro imprese. Beh, ne citerò uno per sport: Alessandro del Piero, Michael Jordan, Michael Phelps, Usain Bolt e Roger Federer. Trofei ne abbiamo?
  3. Il vostro Lovely cinematografico: attori o attrici che si sono guadagnati un posto d’onore nella vostra top ten cinematografica (magari raccontando anche con quale interpretazione). Jim Carrey (Ace Ventura, Una settimana da Dio, Scemo+Scemo, Truman Show), Anne Hathaway (Les Mis, Principe azzurro cercasi, Il diavolo veste Prada), Paolo Villaggio (devo proprio scrivere che film ha fatto?), Lena Hadey (eh beh come attrice è straordinaria, dalla moglie di Leonida a Cersei Lannister), Ian McKellen (Il mio Gandalf e Magneto preferito).
  4. Il vostro Lovely musicale: il cantante, la cantante, il gruppo, il cantautore/trice che vi fa sognare con la loro musica. Billie Joe Armstrong, Lzzy Hale, Tony Kakko, Chris Bay e Tobias Sammet. mi piace anche Annalisa
  5. Il vostro Lovely fumettistico: I vostri idoli fumettistici! Da La Pimpa a Bonelli a Toriyama, chiunque abbia fatto breccia nel vostro cuore e per questo sono diventati i vostri preferiti. Dragon Ball e One Piece sono i miei favoriti forever and ever e voglio assolutamente scrivere una storia come sa fare Oda
  6. Il vostro Lovely serial TV: gli attori che hanno fatto battere il vostro cuore (scrivete anche la serie che hanno interpretato così possiamo guardarla se interessati), ma mi raccomando, solo attori di serie TV. SOPHIE TURNER del trono di spade mi fa battere il cuore anche se è una 96 e sta con quello dei Jonas Brothers. Io boh
  7. Il vostro Lovely teatrale: Il teatro, il grande teatro e i suoi grandi interpreti, che siano di prosa, di musical o di danza classica il discorso non cambia, basta che vi hanno emozionato. Mi ha emozionato Matteo Setti e la sua esibizione per il musical Notre Dame de Paris, ma anche Manuel Frattini (Pinocchio nel musical dei Pooh), peraltro anche il tizio protagonista di American Idiot Musical che non ricordo come si chiama… che professionalità eh? John Gallagher jr.
  8. Il vostro Lovely televisivo: I personaggi della TV italiana che non vi stancate mai di seguire, ovviamente se la seguite xD non ce ne sono molti… ma credo la Gialappa’s Band su tutti LOL
  9. Il vostro Lovely fantastico: Il personaggio di fantasia che più amate. Non l’attore o l’attrice che lo interpreta, ma proprio il suo personaggio, esempio Harry Potter 😉 Gandalf, Ninfadora Tonks, se devo dirne un terzo dico Tony Stark.
  10. Il vostro Lovely di sempre: Colui o colei che hanno superato le barriere del tempo, che nonostante gli anni che passano, continuate a seguirlo ed a amarlo come il primo giorno (o che avete amato e ora non c’è più).

Non saprei dire, ce ne sono tanti e tali nomi che potrei parlarne all’infinito: ho amato ragazze, amo ancora persone, e poi c’è qualcuno più in alto di me a cui devo tutto, ma questa è un’altra storia…

 

 

Taggo TE che stai leggendo!

La Ropa Sucia/141


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“Ma i miei figli?”

Era un nuovo giorno in casa Gutierrez. Il sole splendeva e l’estate sonnacchiosa di Villa Nueva proseguiva senza intoppi. Il corpo del Muratore marciva lentamente nel giardino, e un uomo sexy come el muerto giaceva a petto nudo accanto a lei, mostrando degli addominali mostruosi e un petto non indifferente. Sì, si disse Pepa Gutierrez, era proprio una bella vita quella dei ricchi. Anche lei era nuda, e aveva passato la notte a mostrare quel suo seducente corpo pieno di curve proprio a quell’uomo, facendolo spesso e provando molte nuove posizioni.

Peraltro, l’orologio segnava le undici e dieci di un determinato giorno di febbraio, forse.

Pepa si stupì di se stessa: non aveva mai cercato i suoi figli, dopo che questi avevano compiuto di diciotto anni, però davvero, era da qualche giorno che né el locoel tiburòn si facevano vedere. Persino lei li chiamava coi nomignoli.

“Uhmmvsgvff…” mugugnò el muerto. A Pepa pareva che si chiamasse Matìas o giù di lì.

“Tesoro” chiamò lei, svegliandolo con calma.

“Cossuccedd” biascicò el muerto. Aveva fatto un bel sogno, dove proprio Pepa faceva la parte della protagonista vestita da poliziotta in autoreggenti.

“Dove sono i miei figli?” chiese lei.

Il suo compagno non capiva di cosa stesse parlando. Lui e lei non avevano ancora figli!

“I figli…”

“Ma sì, quelli miei e del pipa” chiarì Pepa.

“Non ne ho idea… fammi dormire” disse el muerto. Mentre parlava, non gli veniva proprio in mente di chi lei stesse parlando.

Pepa, allora, sbuffò e andò a cercarli. Il suo dovere di madre agiva per lei, mentre pensava a tante cose, come ad esempio se el tiburòn sarebbe mai riuscito a parlare con un tono un po’ più alto; e se el loco sarebbe mai diventato un po’ meno loco.

Insomma, si ritrovò ad uscire dalla villa, ad andare chissà dove e andare a finire nella piazza di Villa Nueva.

“Avete per caso visto i miei figli?” chiese Pepa a due anziani finiti sulla panchina per qualche motivo.

“No, non direi” rispose qualcun altro.

“E tu chi sei?” Pepa si voltò e la vide. Si trattava nientemeno che di Cecilia Mendosa, la madre di Roberto, l’aitante runner.

“Mi riconosci” disse Cecilia. “Sono la nuova compagna del marito che hai ripudiato perché ha il naso gigante”

“Ah… beh,ti ringrazio a nome di tutto il mondo femminile” disse lei. “hai salvato me e tutte le altre donne di questo mondo dalla visione di quel naso enorme”

Cecilia disse “Ho un messaggio per te da parte del pipa

“Quindi mi stavi cercando?”

Fra le due donne sembrava non intercorrere più nulla. Non era più la piazza di Villa Nueva, non  erano più le panche degli anziani, non era più una bella giornata. Solo uno spazio bianco, fra le due uno scambio di sguardi assassini. Nessuno attorno a loro sapeva chi fra le due donne aveva già ucciso qualcuno, e chi invece attendeva di farlo una seconda volta.

“Certo” disse Cecilia. “E ti ho trovata”

“Villa Nueva è troppo piccola” commentò Pepa.

Cecilia sogghignò. Poi disse il messaggio del pipa, ma fu completamente coperto dal forte rumore delle campane della chiesa, che suonavano il mezzogiorno.

“Scusa, puoi ripetere?” chiese Pepa, ma Cecilia sogghignò ancora e le diede le spalle.

Pepa rimase lì, tornando in piazza, dimenticandosi persino cosa ci era venuta a fare, e la lavatrice continuava a girare…