Storia random.

C’era una volta un fiume.

Questo fiume era protagonista di qualcosa che avrebbe sconvolto tutti per i mesi a venire.

Un furgone, infatti, era appena passato, e trasportava materassi. O almeno sembravano materassi, in realtà erano cuscini gonfiabili di gomma e dentro erano nascosti alcuni segreti segretissimi destinati all’Uomo Hamburger.

Questi abitava in una casa a forma di panino, con delle lattughe a crescere sui davanzali delle finestra e pomodori coltivati in giardino.

“Forza… quando arrivano?” si chiese l’Uomo Hamburger, cominciando a fumare e ad emanare un forte odore di carne alla griglia. Peraltro, l’Uomo Hamburger aveva messo persino il profumo di rosmarino quel giorno.

“Quando meno te lo aspetti” si azzardò a dire una delle lattughe. “Quindi sta’ calmo, prima o poi arriveranno tutti”

E infine, come se fosse profetica, il furgone parcheggiò davanti l’Uomo Hamburger.

“Salve, ho dei materassi che sembrano cuscini gonfiabili da consegnare. Una firma qui e qui”

L’Uomo Hamburger firmò e finalmente si lanciò sui cuscini, i quali scoppiarono tutti, uno dopo l’altro.

“Ma scusa” intervenne allora la lattuga polemica “Ma allora perché ti sei sbattuto tanto per avere i cuscini, se devi scoppiarli in questo mod… eh?”

Non aveva ancora finito di porre la domanda che dai cuscini venne fuori uno strano mostro, dalla pelle gommosa e quattro occhi.

“Benvenuto, Bjorzof, signore dei Panini Volanti ” disse l’Uomo Hamburger. “Vai e vendica tutti noi hamburger dalla tirannia della carne bianca!”

In effetti, da quanto era salita al potere la temibile Regina Bianca, gli Uomini Hamburger erano confinati tutti in villette squadrate con orticello e lattughe alla finestra, e nient’altro. Invece i petti di tacchino, di pollo e quant’altro giravano con le auto lussuose.

Bjorzof, che ancora non si era capito di che forma fosse fatto, volò al cospetto della Regina Bianca, la quale stava ridendo della carne rossa.

“Siete così rossi, e buffi! Ricordate che però noi bianchi siamo più facili da digerire!”

“Questo lo pensi tu, Regina Bianca!”

Una voce riempì il vuoto della sala del trono, il cui trono era fatto di ossa di pollo allo spiedo.

“Oh no, Bjorzof!” esclamò la regina, coprendosi col suo mantello di pelle di pollo.

Bjorzof sputò un sacco di fiamme perché la carne rossa piccante era buonissima e la Regina Bianca venne sconfitta.

è una storia banalissima e senza senso, Aven

Perché invece le altre sono da Oscar, vero?

Lettera al cielo.

Lettera nata da uno degli incontri del Newbookclub, club di scrittori ideato a Palermo e che frequento con piacere.

 

Caro Cielo,

come stai? Ancora a scacchi, eh? Io tutto a posto, le grate della prigione, pur chiamandosi così, non sono grate e piuttosto si assicurano che io rimanga dentro la cella. Ma come dice il poeta: “Dentro a sta cella nun ce voglio sta’”.
Come, perché?
Che ne sai tu, che stai sospeso, di noi e del nostro mondo limitato? E infine, o cielo, sai veramente quello che succede qui? No? Te lo racconto, allora.
Ci si alza presto, c’è la mensa, si fa tutto quel che si deve fare, per tutti un’ora d’aria e insomma, più in generale si sottosta a dei regolamenti precisi, cose che tu, cielo, non riuscirai mai a comprendere. Il massimo del tuo limite sono certe nubi che ti passano davanti, mentre io vedo muri da tutte le parti. Ogni giorno.
Potrai dirmi: beh, ma prima di entrare eri esattamente come me, libero e soprattutto con la testa fra le nuvole. vero. ma chi sbaglia è giusto che venga punito e adesso ti sto scrivendo questa lettera perché sono un po’ invidioso. Ogni giorno che passa ti vedo lì, azzurro, libero, sereno, mentre noi, io, gli altri detenuti e i secondini, non lo siamo e piano piano ci rendiamo conto che, in fondo, la libertà non è così scontata; al che mi chiedevo che ne pensassi tu, o cielo. E se un giorno venissero il sole e le altre stelle e ti dicessero: “No, guarda, non vogliamo più essere appese su di te. Preferiamo metterti in gattabuia!”
Come reagiresti? Non bene, vero? E a quel punto capiresti come la penso io ora, come sono io ora.
Non vedo l’ora di uscire.
Quando uscirò, ti prometto che faremo una partita a scacchi… come dici? In realtà non lo sei ed è solo un effetto ottico delle sbarre?

MayoMan e le salse pazze!

“Con i poteri che ho, da oggi sarai MayoWoman!”

La Maionese divenne finalmente un super eroe, o meglio, una super eroina. Ormai c’erano tutti, mancava solo lei.

“Sono pronta” disse soddisfatta. “Adesso posso finalmente volare!”

Provò a saltare ma le gambe dense non glielo permettevano.

“Posso sparare raggi laser!”

Puntò le dita contro l’interno del frigorifero ma non fuoriuscì alcunché, a parte forse un po’ di maionese, della quantità esatta per poterci immergere un gamberetto.

“Sono infrangibile!”

Non appena l’ebbe esclamato, una voce le pervenne all’orecchio.

“Ehi, eh! Perché tu sì e noi no? Cosa siamo noi, salse minori?”

Così MayoWoman suo malgrado vide la salsa Tonnata, il Ketchup e l’irriducibile salsa Barbara impazzire ed estrarre alcune scimitarre.

“Tutte donazione della salsa Barbara, ché è vandalica  e incivile!” esclamò il Ketchup, sputando un po’ di fuoco in quanto piccante.

“Esatto, e adesso ti affetteremo!”

Tuttavia, nonostante i numerosi attacchi e ferite, MayoWoman era veramente invincibile e per quanto fosse tagliata, tornava sempre alla maniera originale.

“Uhuhuhu… avete finito?” chiese divertita.”Adesso tocca a me. Guardate cosa so fare!”

Si mise dentro un tubetto che poi esplose usando tutto la forza garantita dalle dita che spremevano il suddetto e colpì… la Senape.

“Ma che ti ho fatto? Io non  ti stavo attaccando!” protestò quella.

“Scusami, hai ragione… ma adesso come ci scolliamo?”

La salsa Tonnata, il Ketchup e la Salsa Barbara ridacchiarono nel vedere MayoWoman e la Senape attaccate in un grumo inqualificabile.

“Adesso siamo acidi e amari” disse. “ma sconfiggeremo lo stesso perlomeno la salsa tonnata!”

Quest’ultima invece ribatté: “fate come volete, tanto sono insuperabile!”

E volò chissà dove.

“Inglobiamo il Ketchup!” esclamarono all’unisono MayoWoman e la Senape,. ma quest’ultimo schizzò via lasciando dietro di sé macchioline che sembravano di sangue.

Nel momento in cui si aprì il frigorifero l’umano esclamò atterrito: “Per tutte le cavallette! ma che macello è stato combinato qua? ERIC, hai di nuovo lasciato il tuo cadavere nel frigo?”

Nonostante questo incidente, MayoWoman trovò il modo di scollarsi dalla Senape, semplicemente utilizzando la ventola del frigo stesso.

“Aaah, adesso veniamo a noi!” esclamò MayoWoman, guardando con ostilità la salsa Barbara, rimasta solo lei.

“Ma io ti amavo…” borbottò la senape, guardando l’eroina per poi essere cancellata dalla salsa tonnata, caduta rovinosamente su di lei.

Barbara la Salsa ridacchiò istericamente  e si mise a sfasciare tutto il frigorifero, disturbando persino le uova, per poi esplodere in mille briciole.

 

Tramonto in solitudine.

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Eccomi mentre tramonto! Non sembro un uovo fritto? 

 

Non è poi così semplice tramontare. Voglio dire, a me piace, ma certe volte ci sono cose che preferisco non vedere.

Guardo malinconico le coppiette che a loro volta mi guardano inabissarmi nel mare, anche se in realtà sto fermo.

“Guarda, amore: il sole ci saluta, nascondendosi fra le onde fredde dell’oceano” dice l’uomo alla sua compagna, e lei annuisce, sospirando per il momento romantico. Io sospiro per altri motivi.

Diciamo piuttosto che sono stufo di sentire certe frasi diabetiche! E fra l’altro non è nemmeno un oceano, è il mar Tirreno.

Insomma, qui non si ha rispetto per il sole che tramonta! Oppure, guarda lì. Un pittore!

“Voglio dipingere questo sole arancione!”

Giallo, miseriaccia! Sono sempre stato giallo! Anzi, a dire il vero non ho nemmeno un colore, perché seriamente, il bianco è un colore?

Oppure, un altro esempio tipico è il corrispettivo del pittore, il fotografo.

“Bene, sposina, adesso fai una posa che sembra che stai prendendo il sole con le mani”

No, eh, anche questa no. Da domani, tramonto in solitudine!

“Non puoi tramontare in solitudine, perché dobbiamo darci il cinque ogni pomeriggio. Ricordi?”

Anche la Luna ci si mette.

“Pure tu ti ci metti? Non vedi che gli umani mi fanno i dispetti? Anche tu tramonti, ma te non ti vede nessuno perché si dorme a quell’ora, generalmente”

La Luna deve ammettere che ho ragione e sta zitta. Oh, no! Ma cosa fa quella mucca mentre sto tramontando?

“Proprio così, sta facendo i suoi bisogni” afferma la Luna.

“Ma… ma io… come farò adesso? Mi sveglierò durante la notte urlando, lo so! E anticiperò l’alba, per lo spavento che mi prenderò!”

Sono veramente nel panico. Vi immaginate il sole alle due di notte?

“No, quello preferiremmo evitare” dice la Luna. “A quel punto, preferisco che tu tramonti in solitudine”

Proprio come dicevo all’inizio.

 

 

Il posto dove volano le aquile.

We’ll never stop we all run
Far away, not alone
To the place where the eagles fly
On wings we’re riding high
Until the time will come
Anywhere, anyone
Where the rays of eternal life
Are shining to the sun

(Freedom Call – Journey into Wonderland)

La cavalcata di sir Jack aveva lasciato il posto a un leggero trotto.

Era giunto, egli, accompagnato da una piccola scorta, nel posto desiderato: davanti a sé, un’immensa vallata verde, bagnata dall’oro del sole al suo tramonto.

“È magnifico qui, mio signore” volle dire Barbaros, il suo scudiero, in preda all’emozione.

“Vero? È il posto in cui sono nato, e presto vedremo il Santo, che ci fornirà tutte le risposte”

Per quel motivo sir Jack si era mosso, aveva bisogno di risposte e le avrebbe ottenute. Ne aveva sentito parlare tantissimo, da ragazzo, e per lui era una figura mistica, leggendaria.

Anche se, guardando e vivendo il paesaggio che si estendeva ai suoi occhi, stava pensando che anche solo quel posto fosse santo di suo.

Tutto sembrava disegnato da un mirabile artista, ogni cosa sembrava essere naturalmente al suo posto e al gruppo pareva proprio essere catapultati in un sogno, in una terra così lontana dagli orrori della guerra, delle trame politiche, delle prevaricazioni e delle ingiustizie.

La valle presentava al centro un fiume che scorreva placido verso sud, dove si trovava il mare.

“In questo fiume sgorga non solo l’acqua, ma tantissimi miei ricordi legati all’infanzia” spiegò sir Jack. “Quante cose sono capitate qui”

Il fiume lambiva un piccolo bosco, che il cavaliere sapeva essere abitato da una tribù selvaggia ma pacifica.

“Chissà che fine ha fatto Jonathan…” pensò fra sé Jack, riferendosi al vecchio capo tribù che non vedeva da anni.

Mentre la spedizione procedeva, il paesaggio cambiava con loro: dal bosco e il fiume, il paesaggio lasciava il posto a un piccolo villaggio, annunciato da alcune fattorie poste appena fuori.

“Non siamo diretti al villaggio” annunciò il cavaliere al suo gruppo “ma fra le montagne”

Queste non erano poste lontano dal villaggio, il quale seppur visto da fuori rimaneva molto invitante e colorato, dati i suoni allegri e i profumi che giungevano a loro, ma il paesaggio che offrivano era unico al mondo: era possibile attraversarle attraverso alcune gole che conducevano sempre più in alto ma richiedevano di smontare da cavallo, e nel frattempo al di sopra delle teste dei visitatori volavano le aquile.

Che spettacolo erano! Veleggiavano libere nell’aria, avanti e indietro, come se stessero veramente facendo la guardia a quel paesaggio incantato.

“Ecco, è qui che abita il Santo, colui che conosce tutte le risposte”

“Mio signore, guardate!”

Sir Jack si voltò e mirò il paesaggio della sua infanzia dall’altro. Il villaggio al centro, il bosco sulla sinistra, tutto contornato dal fiume placido che scorreva sempre ed eternamente, mentre la verde vallata si spegneva verso il sole ormai morente.

Mentre osservavano tutti, la brezza della sera esordiva accarezzando loro la faccia, portando con sé un certo odore fresco.

Era quella, la landa dove volavano le aquile, un’isola felice completamente estranea alle loro realtà quotidiane.

Ed ecco che un pensiero gli si fece strada: era poi necessario andare dal Santo a chiedere… che cosa doveva chiedere poi? Quel posto non aveva forse tutte le risposte?

E sir Jack capì. Capì che forse non c’è un posto come casa propria, quando non si ha un altro posto dove andare.

Il mago delle lumache

C’era una volta un mago, che giocava a tennis nel tempo libero.

Stava di fatto che un giorno, mentre giocava, la pallina che colpì di dritto cadde su una lumaca di passaggio.

“Game. Set. Match!” disse qualcuno.

“Mi hai fatto male” commentò la lumaca, tutta spaccata.

“Scusami” disse il mago. “Come posso farmi perdonare?”

“Aggiustami. Sei un mago, no?”

Il mago estrasse la sua bacchetta e riparò la lumaca, sperando bastasse.

///

C’era una volta un mago, che giocava a tennis nel tempo libero.

A un certo punto, si rese conto di avere appena perso sei game a quattro nell’amichevole con un amico suo.

“Porca miseria!” esclamò furibondo, lanciando la racchetta a terra.

“Ehi! Di nuovo? Mi hai fatto alquanto male!” esclamò furibonda la lumaca, tutta spaccata.

“Ehm… scusa, ma sei un po’ sfortunata, devo dire”

“Sto cominciando a pensarlo anche io” commentò la lumaca. “È pazzesco che su due giorni, due volte mi colpisci. Adesso mi aggiusti, eh!”

Detto fatto, il mago pronunciò lo stesso incantesimo che aveva usato la partita precedente e tutto tornò a posto.

///

C’era una volta un mago, il quale adorava il tennis e stava appunto giocando una terza partita, per completare la serie che poteva fare in una settimana.

Prima di battere per commettere il fallo “di scarico” che si compie sempre prima di cominciare a giocare, il mago decise di far rimbalzare la pallina, ma al primo impatto questa non fece “pong” come al solito, ma “splatch”.

Il mago ebbe una vaga sensazione di quello che era appena successo.

“EHI MA ALLORA CE L’HAI CON ME!”

Appunto.

“Scusa, Luma” disse il mago. “Non posso farci niente, a me piace il tennis e…”

“EBBENE IO LO ODIO! ADESSO NON SOLO DEVI RIPARARMI, MA ANCHE OFFRIRMI UNA LATTUGA PER FARTI PERDONARE!”

Il Mago la esaudì e si fece perdonare.

///

C’era una volta un mago, e la lumaca si aggirava ancora lì per il campo…

Va beh, la storia ormai l’avete capita, no?

Piliffo e gli Unicorni fastidiosi.

 

 

 

Piliffo non era un ragazzo come tutti gli altri, e questo lo aveva sempre saputo. Ma da qui a vedere gli Unicorni ce ne passava!

Andava a scuola e gli unicorni si appostavano appena davanti all’ingresso per salutarlo_: “Ehi, sai che il nostro corno si può mangiare?”

“MA PORCA MISERIA!” si ritrovò a urla Piliffo, con tutti gli studenti e un gruppetto di ragazze che lo guardavano stranito, mentre a lui batteva il cuore velocemente per lo spavento.

Gli Unicorni si palesavano a lui anche al ritorno da scuola, quando sua madre lo andava a prendere con la macchina.

La donna girava spesso le manopole della radio e una volta beccata la sua stazione preferita, Piliffo sentiva “La ricezione è giusta? Piliffo, non puoi ignorare gli Unicorni! Davvero, mangia il nostro corno! Ti garantisco che il bolo non è così grumoso come gli altri!”

“LASCIAMI IN PACE!” esclamò quindi Piliffo, e sua madre lo squadrò disgustata. “Non  ci si rivolge così a tua madre, Piliffo. E pensare che non ti ho nemmeno chiesto come ti è andata a scuola, perché so che risponderesti sempre con Niente. E per quanto riguarda i voti, la sufficienza dobbiamo cercarla con la lanterna!”

Piliffo lo sapeva non studiava, ma che poteva farci? Gli Unicorni spuntavano anche quando faceva i compiti.

“Mangia il nostro corno… Piliffo, mangialo e ti possiamo garantire un reale rimedio contro i compiti!”

“No sentite, dobbiamo trovare un equilibrio! Voi mi lasciate in pace se mangio il vostro corno?” chiese disperato il ragazzino.

“Dipende” rispose l’Unicorno.

“Da che dipende?” riprese Piliffo, curioso.

“Da che punto guardi il mondo, tutto dipende” osservò criptico l’Unicorno. “Ad esempio oggi siamo noi a disturbarti, ma se domani fosse… l’UOMO-CACIOCAVALLO?”

Piliffo sgranò gli occhi nella visione di quello strano tizio, magari grasso e maleodorante come quel formaggio, e si disse che forse gli unicorni erano meglio.

 

Le avventure di Isda/43

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Isda e l’ordine delle stelle marine

Proprio quando Isda si era lasciata convincere al proliferare, la stagione degli amori è passata e quindi lei è rimasta l’unica zitella senza uova da fecondare. Le toccherà aspettare l’anno prossimo.

Nel frattempo quindi le conveniva tornare ai suoi passatempi preferiti, ovvero quello di spaventare le sardine e combattere contro le meduse luminose.

Ed è a loro che sta pensando quando le si presenta davanti una stella marina. O meglio, è lei che la chiama visto che queste sono perennemente attaccate allo scoglio.

“Isda! Isda! Ho bisogno di parlarti!”

“Che vuoi?” chiese sgarbata il pesce spada.

“Vuoi far parte dell’ordine delle stelle marine? Abbiamo bisogno della tua spada laser per difenderci…”

“Difendervi da cosa, che non vi caga mai nessuno?”

La stella marina si stizzisce. “Come osi essere così sfacciata? Sai di mentire e menti comunque! Noi stelle marine abbiamo un sacco di predatori!”

Isda ribatte, fintamente interessata: “Ah, sì? E chi?”

Segue un minuto di pausa imbarazzata, dove un pesce palla gonfio passa sospinto dalla corrente.

“I… i PARASSITI! Non sai come si attaccano!”

“Ah, certo, sono terribili” commenta Isda, enfatizzando l’aggettivo. “In ogni caso… sì, farò parte del vostro ordine, ma voglio essere pagata”

La stella marina sospira. “In che modo? Conchiglie non ne abbiamo”

“Figurati, quelle si trovano” risponde Isda, memore della piccola avventure coi delfini poliziotto. “Voglio un relitto extralusso con idromassaggio incorporato!”

La stella marina non ha idea di dove poterla reperire ma dice “Andata”, così Isda segue felice la povera stella che cammina strisciando.

“Di solito noi ci riuniamo settimanalmente, e la riunione è tenuta dalla Gran Maestra” spiega la stella. “Attualmente stiamo cercando di capire come liberarci dai piazzisti, che sono i peggiori parassiti. Cercano di venderti sempre aspirapolveri, sacchetti, lattine… tutte cose che a noi non servono! Ma il nostro obiettivo è solo uno: farci considerare dalle BALENE!”

Isda non ha sentito proprio nulla del discorso, ma non vedeva l’ora di suonarle a qualcuno, ma quando ha sentito la parola balene le è venuto un tremito.

“Perché proprio le balene?” chiede Isda.

“Perché sono grosse e noi vogliamo sopraffarle”

Il ragionamento non fa una piega, ma Isda sarebbe stata in grado di picchiare un cetaceo simile?

Il genio e la professoressa

“Sai chi mi piace?” chiese la professoressa di storia al genio.

Questi distolse lo sguardo dalle provette e disse “No, come faccio a saperlo? È vero che sono un genio, ma…”

“Della tizia che fa l’inserviente in questa stessa scuola! Mamma mia, è così affascinante!”

“Okay” rispose il genio. “Sono un genio, però non riesco a capire perché non le chiedi di uscire”

“Beh, perché? Come, perché? Perché sbava già per un’altra!”

“Ah. E chi? Pur essendo un genio, non…”

“So che si chiama Gianarmanda” tagliò corto la professoressa.

“Andiamo a ucciderla. Essendo un genio, non so come mi vengono queste cose” disse il genio, che stava cominciando a diventare irritante.

“Bene, allora come possiamo ucciderla?”

“Gianarmanda? Essendo un genio, so rispondere. Già muore lentamente ogni giorno, con questo nome orribile che si ritrova” commentò il genio

“Capisco. Va bene, allora. Andiamo a uccidere qualcun altro, allora?”

“Sì. Benché io sia un genio, devo ammazzare il mio rivale”

///

Il rivale del genio dormiva beato.

“Secondo te dovremmo ucciderlo a colpi di laser oppure soffocarlo con uno spray adatto?” chiese la professoressa, coinvolta suo malgrado in quell’avventura.

“E che ne so, purtroppo anche se sono un genio non so proprio tutto” rispose il genio. “Devo pensare”

Improvvisamente arrivò il Tizio, proprio lì in mezzo a loro, con tanto di barba ricolma di cioccolatini.

“È il momento di fare un viaggio nel tempo” annunciò il Tizio, e dopo un grande flash bianco la coppia si ritrovò in mezzo alla campagna.

“Una volta qui era tutta campagna” disse il Tizio, prima di sparire.

“Incredibile, deve essere successa una cosa fisica che, essendo un genio, ho notato ma non so spiegarmi”

“Già, nemmeno io so spiegarmi in che periodo storico siamo finiti” disse la professoressa, vedendo tutti alberi e verde dove prima c’era un appartamento.

Che fare, dunque? Continuare a uccidere o la ricerca di un futuro passato?

Storia random/2

“Beh, sai, ieri è venuta a trovarmi la MORTE”

le parole di Fredalfonso atterriscono tutta la combriccola di amici.

“Ma… non hai avuto paura?” chiede Maragianna, la quale ha paura pure della sua ombra, quindi non è che faccia testo.

“Beh, se per paura intendi quella volta che hai lanciato un grido degno di un soprano nel vedere una forma nera che poi si è rivelata essere la tua ombra prodotta da un lumino… no, non ho avuto paura. Ma sono rimasto sorpreso, quello sì”

“E allora che cosa hai fatto?” chiede Astolfo.

“Ho fatto l’unica cosa possibile per questi momenti”

Segue un momento di pausa colma d’ansia.

Un altro momento.

E un altro ancora.

Se ho detto un momento, un momento dev’essere, no?

Va bene, proseguo con la storia.

“Allora, quale deve essere l’unica cosa possibile per questi momenti?”

“Offrirle una lista di tizi papabili per una morte prematura!” esclama Fredalfonso, sperando di apparire simpatico, ma i suoi amici sono ancor concentrati sul suo incontro.

“E lei? Cos’ha risposto?” chiede Marcantonio che di cognome fa Cleopatra. Dovevo dirla per forza, non me ne frega niente

“Mi ha detto Ciao, sono la triste mietitrice

Tutti rispondono stupiti. Cos’altro c’è da aspettarsi dalla Morte?

“Sicuramente tu le hai supplicato di risparmiarti, vero? E poi avete cominciato una sanguinosa partita a scacchi risolta come fece Karpov contro Kasparov!”

Nessuno però ha colto la citazione di Maragianna.

Fredalfonso quindi prosegue in un racconto pieno di suspence: “Io le ho risposto Beh, se sei triste perché non guardi un programma comico? Allora lei si è messa la mano in faccia e ha risposto Forse non hai capito l’entità della situazione. Tu adesso vieni con me che devo portarti al triste giudizio. Io ho scosso la testa, sicuramente stava scherzando, infatti le ho detto No, ma guarda che Forum è appena finito in televisione! La morte allora si è adirata non poco e ha fatto cadere un fulmine. Basta! Ha detto. Devi passare a miglior vita adesso, e non puoi svicolare dicendo cose insensate!

Tutti gli amici stanno sudando freddo, in attesa della conclusione.

“E come mai sei rimasto in vita?” chiede Antonmarco.

“Beh” risponde Fredalfonso. “Le ho detto Puoi anche portarmi a miglior vita, ma… ANHCE IO SONO LA MORTE! MUHAHAHAHAH!”

Fredalfonso si toglie la maschera di gomma che ha in faccia rivelando un teschio ed estrae una falce dall’interno del cappotto.

Cosa farà adesso la nuova Morte?