Il genio e la professoressa

“Sai chi mi piace?” chiese la professoressa di storia al genio.

Questi distolse lo sguardo dalle provette e disse “No, come faccio a saperlo? È vero che sono un genio, ma…”

“Della tizia che fa l’inserviente in questa stessa scuola! Mamma mia, è così affascinante!”

“Okay” rispose il genio. “Sono un genio, però non riesco a capire perché non le chiedi di uscire”

“Beh, perché? Come, perché? Perché sbava già per un’altra!”

“Ah. E chi? Pur essendo un genio, non…”

“So che si chiama Gianarmanda” tagliò corto la professoressa.

“Andiamo a ucciderla. Essendo un genio, non so come mi vengono queste cose” disse il genio, che stava cominciando a diventare irritante.

“Bene, allora come possiamo ucciderla?”

“Gianarmanda? Essendo un genio, so rispondere. Già muore lentamente ogni giorno, con questo nome orribile che si ritrova” commentò il genio

“Capisco. Va bene, allora. Andiamo a uccidere qualcun altro, allora?”

“Sì. Benché io sia un genio, devo ammazzare il mio rivale”

///

Il rivale del genio dormiva beato.

“Secondo te dovremmo ucciderlo a colpi di laser oppure soffocarlo con uno spray adatto?” chiese la professoressa, coinvolta suo malgrado in quell’avventura.

“E che ne so, purtroppo anche se sono un genio non so proprio tutto” rispose il genio. “Devo pensare”

Improvvisamente arrivò il Tizio, proprio lì in mezzo a loro, con tanto di barba ricolma di cioccolatini.

“È il momento di fare un viaggio nel tempo” annunciò il Tizio, e dopo un grande flash bianco la coppia si ritrovò in mezzo alla campagna.

“Una volta qui era tutta campagna” disse il Tizio, prima di sparire.

“Incredibile, deve essere successa una cosa fisica che, essendo un genio, ho notato ma non so spiegarmi”

“Già, nemmeno io so spiegarmi in che periodo storico siamo finiti” disse la professoressa, vedendo tutti alberi e verde dove prima c’era un appartamento.

Che fare, dunque? Continuare a uccidere o la ricerca di un futuro passato?

Storia random/2

“Beh, sai, ieri è venuta a trovarmi la MORTE”

le parole di Fredalfonso atterriscono tutta la combriccola di amici.

“Ma… non hai avuto paura?” chiede Maragianna, la quale ha paura pure della sua ombra, quindi non è che faccia testo.

“Beh, se per paura intendi quella volta che hai lanciato un grido degno di un soprano nel vedere una forma nera che poi si è rivelata essere la tua ombra prodotta da un lumino… no, non ho avuto paura. Ma sono rimasto sorpreso, quello sì”

“E allora che cosa hai fatto?” chiede Astolfo.

“Ho fatto l’unica cosa possibile per questi momenti”

Segue un momento di pausa colma d’ansia.

Un altro momento.

E un altro ancora.

Se ho detto un momento, un momento dev’essere, no?

Va bene, proseguo con la storia.

“Allora, quale deve essere l’unica cosa possibile per questi momenti?”

“Offrirle una lista di tizi papabili per una morte prematura!” esclama Fredalfonso, sperando di apparire simpatico, ma i suoi amici sono ancor concentrati sul suo incontro.

“E lei? Cos’ha risposto?” chiede Marcantonio che di cognome fa Cleopatra. Dovevo dirla per forza, non me ne frega niente

“Mi ha detto Ciao, sono la triste mietitrice

Tutti rispondono stupiti. Cos’altro c’è da aspettarsi dalla Morte?

“Sicuramente tu le hai supplicato di risparmiarti, vero? E poi avete cominciato una sanguinosa partita a scacchi risolta come fece Karpov contro Kasparov!”

Nessuno però ha colto la citazione di Maragianna.

Fredalfonso quindi prosegue in un racconto pieno di suspence: “Io le ho risposto Beh, se sei triste perché non guardi un programma comico? Allora lei si è messa la mano in faccia e ha risposto Forse non hai capito l’entità della situazione. Tu adesso vieni con me che devo portarti al triste giudizio. Io ho scosso la testa, sicuramente stava scherzando, infatti le ho detto No, ma guarda che Forum è appena finito in televisione! La morte allora si è adirata non poco e ha fatto cadere un fulmine. Basta! Ha detto. Devi passare a miglior vita adesso, e non puoi svicolare dicendo cose insensate!

Tutti gli amici stanno sudando freddo, in attesa della conclusione.

“E come mai sei rimasto in vita?” chiede Antonmarco.

“Beh” risponde Fredalfonso. “Le ho detto Puoi anche portarmi a miglior vita, ma… ANHCE IO SONO LA MORTE! MUHAHAHAHAH!”

Fredalfonso si toglie la maschera di gomma che ha in faccia rivelando un teschio ed estrae una falce dall’interno del cappotto.

Cosa farà adesso la nuova Morte?

I have a pen

C’era una volta una penna. Non era una penna qualsiasi, era una penna a spirito, come quelle che si usavano una volta per colorare, arte che va scomparendo.

Era oblunga, e si lamentava del fatto di essere troppo oblunga, quasi invisibile.

Era di plastica, e si lamentava del fatto che alcune sue parenti erano trasparenti.

Odorava di spirito, ma a lungo andare si essiccava e poi serviva a poco.

Poi le venne in mente una cosa, così chiese al tavolo dov’era poggiata:

“Scusa, Tavolo? Ma io posso essere assaggiata?”

Il tavolo si riscosse da una profonda fantasticheria che riguardava lui, le sue quattro gambe e un ornitorinco random e rispose “Beh, perché non provi?”

Allora la penna cominciò a prodursi in un balletto, per essere notata.

“E dai, notami! Notami tanto, notami poco, basta che mi noti!”

Finalmente, dopo essersi prodotta in questa strana canzoncina, venne presa e utilizzata come prova su un foglio.

“Non su un foglio! Voglio scrivere su una lingua! Allora sai che faccio? decido di non scrivere e vedere che succede!”

Una volta resasi conto che la penna non stava funzionando, la mano provò a riscaldare il contenitore del pennarello sul gas della cucina.

“Oh, ma che caldo che fa! Sembra di essere in estate!” e in effetti era giugno.

“Eh, siamo molto focosi” dissero le fiammelle.

Una volta finita la sauna, il pennarello tornò a pattinare sul foglio bianco, che assomigliava a una pista di ghiaccio.

“No, nemmeno stavolta funziono, perché devo scrivere sulla lingua e sentire che gusto ho!”

La mano però non demorde e, dopo aver praticato quell’incantesimo che serviva ad aprire i pennarelli, aggiunge una goccia di spirito al pennarello stesso.

Al che, venne l’illuminazione!

“Ma certo! Io sono un colore a spirito, e con lo spirito vivo! Quindi, il mio gusto sarà lo spirito!”

“Ci sei arrivato, finalmente” commentò la lingua. “Adesso, puoi anche ubriacarti di spirito”

COSA?

 

La seggiovia sull’oceano.

Può capitare, a volte, che l’oceano si lamenti. Perché è umido, perché a volte si agita causando disagi alle navi, oppure semplicemente perché sente troppi pesci dentro dio sé e allora finisce col sentirne la presenza.

“Ebbene, non capisco perché ti lamenti” dice il vento all’oceano. “Almeno tu sei fisico e materiale, io ci sono e non ci sono allo stesso tempo”. L’oceano risponde “Ebbene, non può più essere questa situazione, voglio risolvere almeno un problema che mi affligge. Ad esempio, tu sapevi che ogni volta che le navi passano su di me soffro il solletico? “
“Ah” risponde il vento. “Quindi è così che si crea la schiuma”
“Esatto. Quindi da ora in poi voglio che le persone passino su di me tramite seggiovia!”
L’esclamazione dell’oceano atterrisce tutti quelli in ascolto:  il vento, i pesci e persino uno scoglio sperduto su un’isola deserta, il quale spalanca la bocca. “Ma è impossibile! Impossibile quanto una pista di sci al posto delle scale nei condomini!” risponde seccato il vento. “Ed io che pure ti ascolto”.
Fatto sta che l’oceano continua a lamentarsi, e a volere la seggiovia su di sé, al che chiede lumi proprio allo scoglio: “Senti scoglio, non è che sia un’idea scema, vero?”
Lo scoglio risponde: “Vediamo,. dobbiamo chiederlo alle cozze”
Lo scoglio prova a svegliare le cozze chiuse, ma si sa, sono dormiglione e non è semplice aprirle con la sola voce. Al che l’oceano si adira e si ingrossa, scatenando violente onde. Questo fenomeno attira l’attenzione di una nave da crociera, e nello specifico di due persone che, notando l’andirivieni del mare, commentano: “È come stare sulla seggiovia, vero?”  “Eccome, vecchio mio!”
Mai parole furono più magiche.
L’oceano si placa immediatamente e va a raccontare il tutto al vento, che annoiata sta sbuffando ancora sulla superficie increspata.
“Ehi vento!Gli uomini hanno già la seggiovia su di me! Basta che io mi agiti e guarda come dondolano, nemmeno stessero ballando il twist!”
“Fantastico” risponde il vento. “Quindi hai smesso di lamentarti?”
“Un po’, ma sento ancora tipo mostri marini enormi nuotare dentro di me e credimi, certe volte scambio il loro passaggio per movimenti di meteorismo!”
“Fa’ attenzione a non agitarti in mia presenza, allora” risponde il vento.E così, da allora, tutte le volte che passiamo col mare agitato, questo effetto prende il nome di “Effetto seggiovia”

Se Pac Man fosse un’arancia.

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“Basta, io sono stufa!”

La voce dell’arancia risuona per tutto il portafrutta.

“Che hai, mia cara arancia arancione?” chiede la clementina.

“Non ne posso più di essere spremuta ed essere bevuta! E cosa sono io, un agrume?”

Cala un silenzio imbarazzato. Tutti, nel portafrutta, sanno la vera identità dell’arancia, ma dirglielo avrebbe rischiato un litigio selvaggio.

“Guardate, sono capace di cose migliori che stare nel portafrutta in attesa di chissà cosa” continua lei, incapace di accorgersi dell’atmosfera pesante che ha creato. Afferra un coltello con i poteri telecinetici e questi, mosso da un’improvvisa voglia di fare lo scultore, taglia l’arancia in modo da farla assomigliare al noto personaggio dei videogiochi, quello che mangia le palline e viene inseguito da quattro fantasmi.

“Eccomi” annuncia infine l’arancia. “Grazie coltello, adesso puoi tornare fra le posate”

Tuttavia quest’ultimo ormai possiede vita propria e comincia a scolpire qualsiasi cosa che vede, diventando la sua vena artistica del tutto incontrollabile.

“Comincerò a mangiare le palline al formaggio!” esclama il frutto.

“Scusami, arancia” chiede umilmente la pera. “Non sai quant’è buono il formaggio con le pere?”

“Silenzio, risparmia questi commenti fuori luogo” ribatte tagliente l’arancia. “E fammi mangiare”

Uno dopo l’altro, l’arancia si nutre di tutte le palline al formaggio contenute nel sacchettino, finché uno squillo di tromba non interrompe quel massacro.

“Che succede?” si chiedono tutti.

“Sono la brocca della spremuta…” risponde con voce cavernosa la brocca vuota. “Adesso TU entrerai dentro di me, e diventerai liquida”

“Ma non posso!” esclama furibonda l’arancia. “Adesso sono imbevibile: hai ami provato l’ebbrezza di rinfrescarti con un’arancia al sapore di formaggio?”

“Non posso crederci, l’ha detto!” esclama disperata la banana. “E adesso avrò gli incubi la notte!”

“Piantala, Ban” dice la mela. “Pensa a te, che hai a che fare con i fili  che ti legano!”

In effetti, le banane hanno quei fili fastidiosi che sembrano tentacolari. Ma dicevamo dell’arancia.

“Non mi avrai, Brocca!” esclama l’arancia. “Mangerò anche te, come se fossi un boss di fine livello!”

“Lo vedremo!”interviene una mano, che come se fosse una gru preleva l’arancia ribelle e la spreme senza troppi complimenti nello spremi agrumi, il quale si compiace… un po’ troppo, di quel contatto.

*dopo alcuni anni*

“E adesso” racconta la clementina a tanti mandarini curiosi “vi racconterò della leggenda dell’arancia che voleva conquistare le palline di formaggio…”

“Sì, che bello! E poi c’è la brocca infernale che spara i laser giganti?”

“Anche quello, mio caro”

 

 

 

Il cactus che credeva di essere un GPS

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Ho come la vaga impressione che questa pianura sia un po’ in discesa

Quel giorno, nell’arido deserto, il cactus pensava ai suoi cugini siciliani.

“Almeno loro ogni tanto producono i fichi d’india” stava dicendo a se stesso, poi si rivolse a uno scorpione “Secondo te come si può ravvivare un deserto?”

“E che ne so, lasciami in pace se non vuoi che ti avveleni!”

“Come sei sgarbato” commenta il cactus. Poi guarda le sue braccia verdi e spinose. Si sarebbero dette pronte a indicare qualsiasi direzione!

Arriva un tizio con la pettinatura afro.

“Scusi, per il mare?” chiede, come se ci fosse mare in pieno deserto. E che ne so io dove si trova? Ma non posso fare brutta figura col primo cliente, per cui rispondo “È di là” indicando una delle mie molteplici braccia, e spero che abbia indovinato.

Ecco che giunge un secondo tizio. “Scusi, lei è un GPS?”

Un GPS… che bello, che mi chiamano così. “Sì, lo sono, che c’è?”

“Ebbene, che cosa vuol dire GPS? me lo sono sempre chiesto e volevo conoscere che ne pensano loro stessi”

 Ah! E io che pensavo che volesse indicazioni per il mare!

“Beh, ecco… Gran Premio Solare” rispondo, non abbastanza sicuro ma una risposta devo pur darla.

“Ah, fantastico, arrivederci!”

Ecco che giunge una tizia che mi vede e chiede “Ma i cactus possono essere GPS affidabili? io credevo che esistessero solo per l’acqua”

Io non mi scompongo e rispondo “Sì, ma l’acqua è un ottimo GPS. Voglio dire, tutti sanno che i fiumi portano o al monte o al mare, quindi non è che ti puoi perdere”

“E mi sembra giusto” risponde lei, andandosene.

Poi arriva l’Uomo Padella, il quale cuoce le carni sulle rocce roventi di questo deserto.

“Ehi, sono l’Uomo-Padella, l’uomo che ha una padella al posto della testa. Vuoi per caso un uovo fritto?”

Me lo chiede puntandomi gli indici ammiccante.

“Ehm… no?”

“Ah, meno male!” esclama sollevato. “Anche perché non ho uova… uhuhuhu. Sai per caso dove si trova la Donna Spugnetta, quella che lava le padelle? Sa, devo sposarmi con lei e mi sono perso”

“Oh beh… sarà in cucina a sgrassare altre padelle?”

“COSA? MALEDIZIONE!” commenta lui, e vola via.

Insomma, non è facile essere un GPS. Ma sarò in grado di fare anche il cactus?

Un due giugno magico.

Si ingrazia il generatore di prompt del sito “Racconti Vaganti” per la gentile collaborazione!

Personaggio: una protagonista femmina,un mago
Genere: nonsense
Caratteristiche: esplosione,vita vuota,scambio di persona
Coppia: het

Diciamo che Carola fino a quel momento non ha avuto una vita piena, anzi una vita proprio vuota.

Quando era piccola, giocava con le bambole con le amiche, mangiava la pasta e poi i compiti. Crescendo, è diventata una ragazza poco attiva, perché le secca persino sbuffare. Per quel motivo un giorno di giugno, il due giugno, è andata a prendere il pane, l’unica cosa che faceva volentieri perché al panificio c’era sempre un ottimo odore di pane appena sfornato.

E così anche quel pomeriggio è andata.

///

Il Mago Pinoppio era ormai molto vecchio, ma non ha mai smesso di fare incantesimi e pozioni nella sua grotta.

“Ah, questa tecnologia! Adesso devi perfino mettere l’insegna per potere vendere qualcosa altrimenti nessuno ti considera!” stava esclamando, finendo di affiggere la suddetta insegna sulla sua grotta.

Quel giorno stava aspettando Lambergiorgio, un sedicente avvocato con un sogno nel cuore: diventare una Vespa. E non una vespa nel senso di insetto, ma una Vespa Piaggio, magari anni Cinquanta.

Era successo che la settimana precedente Lambergiorgio aveva buttato una voce nella grotta.

“UNA VOCE” urlò dunque a pieni polmoni, e il vecchissimo e normopeso Pinoppio uscì fuori con la barba non proprio fatta.

“Cosa vuoi, o ragazzo dalle poche primavere?” chiese.

“Veramente siamo quasi in estate” lo corresse Lambergiorgio. “Ad ogni modo, ho un sogno nel cuore”

“I cassetti non vanno più di moda?”

“Nei cassetti ci tengo le robe stirate e lavate, proprio in quest’ordine”

“Ah” commentò il mago. “Che cosa vuoi?”

“Voglio diventare una Vespa”

“Perfetto, presentati fra sette giorni per l’incantesimo”

Pinoppio gli diede la ricevuta e un orario per l’appuntamento e quindi oggi Pinoppio aspetta con ansia sull’ingresso.

Sta di fatto che il panificio si trova sulla stessa strada della grotta, quindi non è un caso che Carola, che abita in questo strano paese dove si trovano grotte anche in centro città, ci passa davanti.

///

C’è da dire che Carola in quel periodo porta i capelli corti, come un maschio, e dato che Lambergiorgio è biondo esattamente quanto lei, Pinoppio crede di aver di fronte il suo tanto decantato cliente.

“Uppi uppi, Vespa diventerai!”

Una volta recitato l’incantesimo, una nebbiolina a forma di Vespa entra nelle narici della povera Carola, la quale dopo aver starnutito, si sente in effetti diversa, e anche coi capelli lunghi.

“ODDIO SONO DIVENTATA UNA VESPA!” urla disperata, e Lambergiorgio a portata d’orecchi si dispera non poco. “Mago Pinoppio! Non sai distinguere un uomo da una donna? Era il mio fidanzato Lambergiorgio che voleva diventarlo, non io!”

Pinoppio sbalordisce e decide che da quel momento in poi si sarebbe dedicato ai tarocchi, ma ormai è troppo tardi. Carola lascia Lambergiorgio e va all’avventura come Donna-Vespa.

 

 

 

 

Kaden e le Fontane di Luce/14

Capitolo 14

Shydra aveva sconfitto Flavia la Magnifica non senza sforzi, usando solo l’arte della Magia e i semplici pugni. Adesso, Flavia giaceva morta davanti a lei.

“Se non fosse stata afflitta dagli ultimi avvenimenti, avrei perso” constatò Shydra, stanca da quello scontro. Era indolenzita e non credeva di poter andare molto lontano, qualora ci fosse un modo per fuggire da quell’inferno. A poca distanza da loro, due Draghi si stavano alleando sotto gli occhi di un disperato Caleb.

“Che ne dici? Uccidiamo questo verme?” chiese Achtalesh rivolto a Kolmetoistant, leccandosi i denti.

L’altra rispose: “No, teniamolo per ultimo. Guarda lì: c’è dell’ottima carne fresca che non chiede altro di essere cotta alla fiamma”

“Oh, no… ragazzi?” Klose richiamò all’attenzione gli altri compagni. “Si sono accorti di noi! Vogliono ucciderci!”

“Maledizione!” rispose Mary. “Se fossi stata nel pieno delle forze li avrei affrontati sicuramente!”

“Non credo cambierebbe molto. Sei un’umana, non puoi sconfiggerci” tagliò corto Achtalesh.

“Dicevate così anche al mio avo, eppure…” Caleb aveva raggiunto i suoi obiettivi. Non aveva certo dimenticato che il suo compito era quello di rapire gli incaricati all’apertura delle Fontane e condurli al cospetto di suo padre. “Eppure siete stati entrambi sconfitti da lui, e non dimenticate che sono ancora io il vostro avversario!”

Puntò Mezzanotte verso di loro, ma loro lo ignorarono. “Sta’ zitto, tu” disse Kolmetoistant. “Abbiamo detto che ti avremmo lasciato per ultimo, adesso abbiamo fame. Io direi di cominciare dal più giovane…”

“E comunque” volle aggiungere Achtalesh “Sei a portata di tiro, mi basta anche solo una leggera fiammata e di te non rimarrà neanche il ricordo. Lo sai questo, vero?”

Ma Caleb non rispose nulla. “Senti, perché non dai un taglio a questa faccenda? D’altro canto, il mio avo è morto da secoli, ormai, e io non ho nessuna colpa se non quella di essere nato da mio padre. Si dice che le maledizioni valgano fino alla settima generazione, ed essendo passati milleottocento anni, ormai, della settima generazione non sono rimaste nemmeno le ossa”

“Come osi parlarmi in questo modo?” Achtalesh si adirò alquanto. Dalle sue narici fuoriuscì del copioso fumo, un fumo nero che indusse alla tosse tutti gli umani.

“Sono quasi due millenni che attendo il momento per vendicarmi” proseguì Achtalesh. “Non puoi nemmeno immaginare il dolore e la sofferenza che abbiamo patito noi Draghi, sentimenti che ci porteranno alla vendetta completa e allo sterminio della vostra famiglia! Kolmetoistant, procedi!”

Il Drago femmina non se lo fece ripetere sue volte. Spiccò il volo e si diresse verso Kaden. Nessuno dei suoi compagni poté fare nulla, paralizzati com’erano dalla paura.

Nessuno… tranne Shydra, la quale percepì il pericolo prima degli altri.

Lei era stata una madre. Aveva due giovani maschi, uno dell’età di Kaden e l’altro dell’età di Caleb. Entrambi erano morti sotto i colpi della guerra, e preferiva ricordarli quando si rincorrevano per casa, piuttosto che… ma non poteva pensarci.

Non voleva pensarci. E in quel momento, Shydra Aldebaran decise.

“Peter, Jack… e anche tu, Paul. Sto tornando” pensò fra sé, prima di fare l’unica cosa che poteva essere fatta.

Balzò verso il ragazzo e lo spinse con tutta la forza che aveva ancora in corpo, spingendolo via dalla traiettoria dritta della fiammata, che invece colpì proprio lei, lei che era stata potente fra le donne e aveva preso in mano, non desiderandolo, le redini della Rivoluzione.

Con quel suo gesto, ogni singolo muscolo del suo corpo era cosciente che avrebbe posto fine alla sua vita, ma avrebbe garantito la pace ai posteri, la luce alle Fontane e probabilmente la fine di quegli anni neri.

La fiammata del Drago investì Shydra Aldebaran in pieno, recando dolore fisico al suo corpo e una stilettata al cuore di molti, lì presenti.

Ciò che successe avvenne in un lungo e doloroso attimo e, fra le risate dei Draghi, si poterono sentire le urla disperate di Klose, Mary e Taider, che videro il sacrificio della donna e svuotò loro di ogni speranza.

Il Cavaliere Corrotto bloccò appena in tempo la spadaccina e l’arciere che erano andati a spegnere il fuoco inestinguibile del Drago, poiché lui aveva capito e non occorrevano addii pieni di parole. Allo stesso tempo, la conosceva abbastanza bene da sapere che non desiderava essere salvata.

I tre che Shydra Aldebaran aveva scelto per accompagnare Kaden poterono solamente constatare il lento bruciare del suo corpo, che divenne sempre più nero, come se si stesse riproducendo dal vivo ciò che stava succedendo anche nei loro cuori. Lei li aveva salvati da una vita scialba e senza regole, arruolandoli nell’Armata, aveva dato loro una seconda possibilità, e nel suo gesto si stava offrendo gratuitamente, esattamente come quando aveva deciso di prendersi cura della Rivoluzione, che altro non era che un gruppo di sbandati e tuttavia vogliosi di vivere. Shydra girava nell’Arena come una trottola, mentre lembi di vestiti, ormai inceneriti, cadevano a terra.

Kaden, dal canto suo, non capì molto di quegli istanti. Era rimasto ammutolito nel vedere la vecchia Preside, che nel suo passato le aveva dato tanti grattacapi e altrettanti insulti. Non riuscì a muoversi, scosso dalla paura, mentre lei gli stava salvando la vita offrendo la sua, gridando a causa del dolore delle ustioni. Il ragazzo seppe che non avrebbe mai dimenticato quella danza mortifera, l’ultimo canto di una donna che era andata al di là di ogni umana concezione.

Il lamento di Shydra, che accompagnò lenti ma inesorabili istanti, divenne poco più di un rantolo; poi, improvvisamente, cessò. Era libera adesso, libera di tornare dai suoi figli, i quali le erano stati strappati troppo presto. E, allo stesso tempo, anche i suoi soldati erano liberi di vivere una seconda vita, e anche una terza, tutto per dare un futuro a quelle terre martoriate. Kaden, tuttavia, una volta rimessosi in piedi, poté solo constatare il cadavere nero che adesso giaceva a pochi metri dai suoi occhi.

A parte le grida disperate di Mary che ancora riecheggiavano, non c’era nemmeno il momento di piangerla, perché i Draghi stavano accordandosi sul prossimo obiettivo.

“Achtalesh, adesso tocca a te” lo invitò Kolmetoistant.

“Chi ce la fa, scappi” disse Mary con un rantolo, sedendosi sul terreno pieno di crepe.

Era finita, si disse, Shydra si era sacrificata per Kaden, ma di lì a poco l’avrebbero tutti raggiunta.

“Voi non andrete da nessuna parte” annunciò Caleb, Mezzanotte sguainata e brillante alla luce del sole.

“Voglio proprio vedere come farai a fermarci” rispose Klose. “Anche tu sei acciaccato e fuori forma, mentre io sono quello relativamente più fresco. Diciamo che sarà uno scontro impari, inoltre i due Draghi sono più interessati a te che a noi”

“Intelligente, l’arciere” constatò Kolmetoistant. “Ma dimentichi che abbiamo stabilito che Hesenfield sarà l’ultima delle nostre vittime di oggi. Come premio alla tua arguzia, sarai tu il prossimo ad ardere. Contento? Achtalesh, procedi”

Il Drago si avvicinò a grandi passi nella zona di Klose, ma quest’ultimo non voleva morire. Aveva tanto da fare, da dire… da salvare.

Aveva le sue frecce e si sentiva piuttosto bene, per uno che aveva affrontato così tanti patemi. Così, incoccò velocemente una freccia e sfidò la sorte.

La freccia sibilò sospinto anche dal vento favorevole e penetrò non vista nell’occhio destro del Drago, che preso com’era al suo obiettivo non vide il pericolo e dunque fu costretto a patirne le conseguenze.

Copioso sangue viola cadde dal punto ferito e urla agghiaccianti si sentirono per tutta la zona.

“Maledetto! Maledetto!” esclamò furibondo Achtalesh, il quale cercò di fermare l’emorragia con la sua sola zampa.

“Sei distratto, Achtalesh… meno male che ti chiamavano Furbo” osservò Kolmnetoistant.

“Stai zitta!” esclamò l’altro. “Zitta, o colpirò anche te!”

La minaccia non andò a vuoto, perché con l’altro occhio Achtalesh cercò di colpire il secondo Drago con un raggio laser partito dall’altro occhio, che tuttavia Kolmetoistant parò con una mano.

“Maledetto, e la nostra alleanza?”

“Non c’è nessuna alleanza! Combattiamo!”

I due tornarono a scambiarsi colpi velocissimi, sia con le mani che con la coda, e grandi fiammate partirono da entrambe le bocche, generando violente esplosioni.

“Dobbiamo scappare” disse Caleb, ormai avendo raggiunto gli altri. “Andremo a Villa Hesenfield. Là saremo al sicuro”

“Non è la vostra casa? I Draghi dovrebbero averla già rasa al suolo, no?” osservò Taider, con la voce spezzata a causa del gran pianto che aveva fatto. Erano le prime parole che pronunciava da quando aveva visto Shydra morire.

“Certo che no, noi siamo gli Hesenfield” tagliò corto Caleb. “La nostra casa non può essere corrotta dal fuoco. Credi che hai a che fare con degli stupidi? Sappiamo chi è il nostro nemico, e la Villa fu costruita da Isaac stesso. Pertanto, andiamo!”

Non ebbero nemmeno il tempo di fare un passo che, infine, lo scontro fra Draghi ebbe termine. L’uno aveva perforato il torace dell’altro con i rispettivi pugni, copiando fra loro la stessa tecnica.

Kolmetoistant e Achtalesh… due idee diverse, una sola fine possibile. La loro potenza era assolutamente pari e dunque entrambi conclusero la loro vita lì, nel Reame dei Centauri, proprio coloro i quali si diceva potessero affrontarli senza troppo timore di morire.

“Incredibile” commentò Mary, accertandosi lei stessa dell’effettiva fine del Drago più vicino a loro. “E dire che Achtalesh stava festeggiando la vittoria… invece è morto al pari della sua avversaria”

“Ma siamo sicuri? Voglio dire, non è che poi si risvegliano?” chiese Kaden.

“No, non credo… anche se, parlando di Draghi, non è del tutto da escludere” disse Taider, aggrappato alla spalla di Klose. Poi gli si rivolse. “Non voglio essere di fastidio per nessuno, ma credo… credo che mi faccia male la gamba”

Caleb controllò ed effettivamente la gamba destra dell’uomo era vistosamente fratturata.

“Il dolore ti fa impazzire, vero? Ciononostante, non possiamo fermarci. Ricordatevi che siete attesi a Villa Hesenfield, al centro delle Fosse Demoniache e nessuno, dico nessuno, ha mai fatto attendere un Hesenfield, nemmeno nel loro periodo più buio. Ricordatevi che abbiamo cominciato l’Invasione dell’Ovest dopo aver occupato i territori della Regina Margareth. Ci sono ottime probabilità che persino l’assedio che io e i miei fratelli stavamo comandando sia terminato. Ho lasciato tutto nelle mani del mio Capitano, ed egli sa bene che destino lo attenderebbe se fallisse”

“Non avete ancora vinto” disse Klose. “Shydra non ha dato la sua vita per… per far tornare gli Hesenfield sul trono”

“Tuttavia è ciò che accadrà” concluse lui. “E una volta morto mio padre, il Regno spetterà a me, e dopo di me mio figlio, e così via. Inoltre, Isaac è a caccia dei Draghi con Cassius il Magnifico, e nel frattempo l’Ovest tremerà di fronte alla potenza del suo esercito”

Seguì un attimo di pausa.

“E va bene” disse infine Taider. “Verremo con te a Villa Hesenfield, a patto che, dopo, ci lascerete aprire le Fontane”

“Su questo non c’è alcun dubbio” disse Caleb. “Mio padre vuole solo conoscere… il prescelto”

Esitò un attimo. Aveva dei forti dubbi che Kaden, quel ragazzo che sembrava così fuori luogo, avesse potuto aprire la Fontana Lind dando nuova speranza alle ambizioni della sua famiglia.

“Mi sa che Klose dovrà per forza tenermi ancora per un po’” aggiunse Taider sorridendo all’arciere.

“Ma figurati. Quante volte hai aiutato me e Mary? È il minimo che potessi fare. E poi potremmo sempre darci il cambio”

“Scordatelo! Io non porto nessuno!” esclamò Mary, volendo fare l’acida; infatti i tre ne risero, ma Kaden non capiva cosa vi fosse da ridere.

Prima di partire, seppellirono Shydra proprio in mezzo all’Arena, e le dedicarono qualche minuto di silenzio. Kaden, dal canto suo, non sapeva a cosa pensare: era per merito suo che adesso stava vivendo quell’esperienza, lontano da casa.

Già, la casa. Adesso che Shydra era scomparsa, chi avrebbe protetto i suoi genitori? E come stavano procedendo i disordini a Perth? Nessuno gliel’avrebbe più potuto dire. Poi guardò Caleb, che aveva ripreso il mantello e lo annodò sulle sue spalle. In quel momento, seppe di non essere l’unico così affezionato ai propri consanguinei.

“Grazie, signora Preside” si ritrovò a dire il ragazzo, e tutti si volsero a guardarlo. “Farò in modo che questo suo sacrificio non sia stato vano. Aprirò le altre due Fontane e… vivrò, vivrò perché è il mondo che me lo chiede”

“Questo è parlare” commentò Mary, fiera del ragazzo. “Anzi, guarda” sparì senza dire nulla a nessuno, poi tornò dopo qualche ora.

“Questa è Olocausto” disse infine, mostrando la spada che era riuscita a trovare chissà dove. “È la spada che ho rubato a quel lord l’altro giorno… ora è tua, l’hai meritata. Io mi terrò Tenebra e diventerò mancina”

Kaden non seppe cosa dire, mentre Klose e Taider si scambiarono un’occhiata stupefatta. “La chiamerò Giustizia” disse Kaden. “Giustizia, perché… perché la Preside vuole giustizia, e ci sono ancora troppe cose ingiuste qui fra i vivi”

“Fai sempre schifo con i nomi, eh?” ridacchiò Mary, e infine, guidati da Caleb, si avviarono verso le mura del Reame, rimasto vuoto e grigio, dopo che le fiamme vennero domate.

Nel frattempo, un ultimo raggio di sole abbandonò quelle terre, lasciando spazio alla sera.

 

Kaden e le Fontane di Luce/13

Capitolo 13

Caleb conosceva a memoria tutti i nomi dei Draghi e non poté non provare un brivido quando sentì quel nome.

Kolmetoistant… la Femmina Ammaliante. Era famosa nei tempi antichi per illudere gli uomini con la sua voce melodiosa, eppure quella che aveva usato non lo era stata affatto. Forse, milleottocento anni di inattività avevano indebolito anche delle razze supreme come i Draghi.

O forse, più semplicemente, era la sua vera voce, e quella descritta nelle Memorie del suo antenato era quella che usava per attirare gli Uomini in una trappola.

A differenza della razza maschile, quella femminile si caratterizzava per il colorito rosa della pelle.

Ogni parte del corpo aveva una sua sfumatura: rosa pallido per il busto, rosa acceso per le ali, rosa scuro per le quattro paia di corna e le unghie parevano smaltate di rosso.

Anche le pupille erano rosa.

Intanto, notò che i quattro soggetti che avrebbe dovuto rapire erano tornati nell’arena sconquassata dalla prima lotta contro Actalesh. Adesso che erano due, Caleb poteva solo accettare la sua morte.

“Mio caro Achtalesh…” salutò Kolmetoistant, accovacciandosi. Non sembrava avere intenzione di combattere, inoltre lo spostamento d’aria delle sue ali aveva spento molti incendi. “Ancora fedele a Kraken, eh?”

“Kraken?” si chiese Taider.

Achtalesh annuì. “Sì, non nominarlo con la tua viscida bocca, umano. Lui è il nostro signore, e se ha deciso per una tregua temporanea con un Re noi dobbiamo obbedirgli”

Ma Kolmetoistant scosse la testa come a voler scacciare quella frase che trovava orrenda. “Un vero Drago non si piega alle logiche umane. Potrebbe tradirci, potrebbe scaraventarci ancora in quella dimensione! Non puoi prevederlo, quindi è meglio che giochiamo d’anticipo e lo tradiamo prima noi, non credi?”

“No, non credo! Un vero Drago ripaga sempre i propri debiti!”

“Un vero Drago non si piega a nessuno!”

Si misero uno contro l’altro. Caleb non poteva crederci: stavano per combattere fra di loro! Una fortuna inaspettata!

Nel frattempo, anche Kaden e gli altri avevano il fiato sospeso.

“Che cosa succederà?” chiese il ragazzo a Taider.

“Beh, se è vero ciò che ho sentito, a quanto pare fra i Draghi si è creata una spaccatura. Come pensavo, è stato Re Anthony a risvegliarli, era l’unico che poteva farlo, visto che aveva sempre accesso alle biblioteche segrete. Tuttavia, se alcuni Draghi hanno deciso di collaborare con lui eliminando solo i suoi nemici e lasciando vivere gli altri, un’altra fazione ha deciso di fare per conto proprio così com’è sempre stato, ponendosi nemici di tutti e tutto. Bisogna vedere quanti e chi sono coloro i quali hanno lasciato Kraken l’Angusto e chi sarebbe il loro porta bandiera”

“Ma che importanza ha per noi?” chiese Mary.

“Molto poca, in effetti. Non conosco i nomi dei Draghi, inoltre visto che siamo nemici del re ci siamo inimicati tutti e diciotto. In effetti, sono elucubrazioni che potrei anche non fare! Tuttavia, è interessante sapere quali sono le manovre dei Draghi”

“Io direi di fuggire, piuttosto!” esclamò Mary, attonita nel sentire le stranezze del Cavaliere Corrotto.

I quattro e Shydra cominciarono a fuggire, ma vennero fermati da Flavia, l’unica Amazzone rimasta.

Si leggeva fin troppo bene il tormento e la disperazione nei suoi occhi. Aveva visto tutte le sue compagne morire, il Reame distrutto dalle fiammate del Drago e per di più coloro i quali aveva condannato a morte erano ancora in vita. Poco più lontano, i due Draghi si stavano affrontando in un duello fisico, sotto gli occhi di un impaurito Caleb Hesenfield.

“Noi abbiamo una legge… e secondo questa legge dovete morire” disse Flavia.

“Affronta me” si propose Shydra. “Affronta me e lascia andare loro, mi sacrifico io”

“Shydra, credi che te lo potremmo permettere?” s’intromise Mary.

“No, ma vedi: siete troppo importanti per la missione. Io, invece, ho fallito qui” disse Shydra, riferendosi alla trattativa con Cassius, che aveva preferito gli Hesenfield alla rivoluzione.

“Siamo cinque contro uno, direi” interloquì Klose.

“Ah, sì? E allora perché…” ma s’interruppe, perché un violento scossone dovuto allo scontro fra i Draghi fece tremare la terra, generando altri crepacci.

“Maledizione…” commentò Flavia. “Non riesco a ragionare! So bene che potrei sconfiggervi tutti e cinque, ma i due Draghi mi tolgono la concentrazione! Non so più cosa fare!”

Era straziante vederla in quello stato. In realtà, non erano i Draghi a bloccarla, ma la paura e la disperazione di aver perso così tante compagne in un giorno solo, ed essere sopravvissuta solo lei. Non poteva esserci scontro, non contro un avversario così prostrato.

Intanto, gli scossoni si ripetevano. “Flavia…” esordì Klose. “So che voi Centauri potete sconfiggere i Draghi e…”

Ma Flavia lo interruppe bruscamente “Zitto! Non rivolgermi la parola!” sollevò un pugno ma, avendo lo sguardo offuscato dalle lacrime, mancò il bersaglio.

Tentò ancora e ancora una volta, ma Klose schivò ogni qualvolta gli perveniva un attacco.

“Non riesco nemmeno a combattere” commentò Flavia. Guardò poi le sue mani. Era davvero ridotta in quello stato? Le altre Potenti non avrebbero voluto che il loro capo, leader di un colpo di stato senza precedenti nella storia dei Centauri, cadesse in quella maniera.

“E va bene… combattiamo!” esclamò Flavia, con una nuova verve in corpo. Guardò i cinque avversari… non sembravano gran che, a parte Shydra Aldebaran. Aveva sentito parlare di lei e non era affatto da sottovalutare.

Nel frattempo che Flavia e Shydra aspettavano l’una le mosse dell’altra, poco più in là i due Draghi continuavano a guardarsi in cagnesco. Adesso sì che Achtalesh aveva dimenticato Caleb.

Entrambi si stavano studiando, consci che avere in mano la prossima mossa avrebbe significato avere un enorme vantaggio sull’altro.

Kolmetoistant non aveva occhi che per il suo avversario. Lo conosceva benissimo, lo aveva frequentato per mille e ottocento anni. Ma c’era chi diceva che un Drago non lo si poteva mai conoscere fino in fondo, e la stessa cosa valeva anche per Achtalesh, o perlomeno per loro due, in tutti quei secoli era nata anche una sorta di rivalità.

Spalancò le ali e vide che anche il Furbo lo fece. Lei sapeva che ogni qualvolta il suo avversario voleva sparare una fiammata, era costretto a prendere molta aria per inspirarla dalle narici.

Nello stesso istante Achtalesh si stupì: credeva che la sua avversaria intendesse spiccare il volo, ma non lo aveva fatto. Perché? Quali erano le sue intenzioni? Pur essendo considerato Furbo, Achtalesh non aveva mai capito le sue simili femminili. Le considerava misteriose, e nemmeno in diciotto secoli, quando aveva affrontato in duello le altre compagne, era riuscito a spuntarla. Tuttavia, adesso erano tornati tutti quanti in vita, dunque sarebbe stata tutt’altra storia.

Infine, capì, ebbe come un lampo: nessuno dei due avrebbe mai fatto la prima mossa fintantoché si scrutavano negli occhi; così, con uno scatto repentino, rifilò una potente gomitata allo stomaco della compagna, che cadde producendo diverse capriole, distruggendo nel frattempo tutto ciò che incontrò, dagli spalti dell’arena agli alberi della foresta ormai disabitata, a parte Flavia che stava lottando contro Shydra, corpo a corpo.

Kolmetoistant si rialzò, ma troppo tardi: Achtalesh l’afferrò nella sua interezza e la portò verso l’alto, intento a rilasciarla per sbatterla a terra

L’avversaria si schiantò sul terreno dell’arena riducendola in milioni di piccoli sassi, costringendo infine Caleb a fuggire lungi da lì. Per tutto quel tempo, era rimasto ammaliato e spaventato allo stesso tempo. Ciò che aveva fatto Achtalesh poteva essere riprodotto solo da un Drago, poiché Kolmetoistant non ebbe nemmeno il tempo di utilizzare le ali ed evitare il fortissimo impatto. Nessun altro ci sarebbe riuscito. Caleb divenne sempre meno convinto della veridicità della leggenda secondo la quale Isaac li sconfisse tutti.

Così il figlio di Abraham scappò ma, purtroppo per lui, Achtalesh aveva memorizzato la sua sagoma e anche se non aveva più il mantello con l’emblema, lo fermò con la sola forza della voce.

“Hesenfield!”

Caleb deglutì. Il suo cognome urlato in quel modo sembrava un rombo di tuono. Poi rispose: “Vuoi uccidermi perché il mio avo ti ha eliminato, eh? Ebbene…”

Non finì mai la frase, perché Kolmetoistant si frappose fra lui e Achtalesh.

“Lui è mio! Lo eliminerò io!”

A Caleb venne in mente che vi erano altri sei membri della famiglia da poter eliminare. L’istinto di sopravvivenza era più forte di quello di appartenenza.

Poi si riscosse: ma che gli stava succedendo? Non era forse discendente di re Isaac? Che quella leggenda fosse vera o no, in ogni caso in Australia non erano più rimasti Draghi, pertanto adesso toccava a lui eliminarli. Anche da solo, se fosse stato necessario.

Riprese Mezzanotte fra le mani e tornò ad osservare lo scontro di sguardi che era ripreso.

“Quell’uomo è anche un mio nemico. Il suo avo mi ha sconfitto milleottocento anni fa esattamente come te, dunque voglio vendicarmi” disse il Drago femmina.

“Però l’ho visto prima io. Quindi, ti eliminerò, perché mi stai mettendo i bastoni fra le ruote”

“Perché non uniamo le forze, invece?” propose Kolmetoistant.

“Unire le forze? Con una come te?” rispose subito Achtalesh, tuttavia, in un secondo momento, si chiese: e se avesse ragione? In fondo, Isaac li aveva eliminati proprio perché erano sempre uno contro uno… nessun uomo si sarebbe mai aspettato due Draghi nello stesso posto. E se l’unione avesse fatto la forza?

“Va bene, te lo concedo” rispose infine. A Caleb parvero parole di morte.

Kolmetoistant si gonfiò, assumendo una forma molto più mastodontica, pronta per scatenare l’inferno su ciò che rimaneva del Reame dei Centauri.

Poco più in là, Shydra era riuscita a sconfiggere Flavia, ponendo fine alla sua lunga agonia.

L’autobus/3

 

Previously in The Autobus…

Oh no! Mia sorella è paralizzata dalla paura e non fa che parlare del suo gruppo favorito! ma gli alieni non demordono e vogliono cibarsi di noi aggiungendo un po’ di maionese dopo averci cotti al forno! Che fare? 

Comunque.

Naturalmente il vucumprà tentò di vendere i pericolosi fazzoletti Tempo agli alieni, e miracolosamente questi accettarono, perché il loro odore richiamava loro un’arma di distruzione di massa che usavano i loro alieni rivali del pianeta Scarabocchius VII.

Invece loro erano del pianeta BellaGrafia XII.

L’unica a non venire rinchiusa era la signora Vincenza, la quale ricevette un trattamento di favore e persino le venne concesso di riporre gli acquisti della spesa nei speciali frigoriferi.

Aspettammo ore ad attendere questo fratello, il quale più passavano i minuti (lì un minuto durava cento secondi) più si mitizzava.

Si diceva avesse ripulito il quartiere più sporco della mia città in un solo pomeriggio, mangiandosi anche i rifiuti inorganici, amianto compreso, che per gli alieni è una proteina fondamentale.

Ciò spiegava dunque il mestiere del fratello di Bjozorf, il quale dal canto suo abitava col suo costume di essere umano in un altro quartiere, gestendo un Mc Donald.

Mettendoci le prelibatezze aliene, tutte a base di succo di ratto morto e di amianto, e per quello non si era mai fatto sgamare.

E finalmente eccolo arrivare, Mjungdberg.

“Ah, fratello mio”, e corse ad abbracciarlo: gli abbracci alieni consistevano nel fare uscire la lingua del ginocchio destro e farle incontrare, perché quella lingua era anche dove si depositavano i dati inutili, quindi era per questo motivo che quella razza non si perdeva mai in chiacchiere.

Mjungdberg guardò prima la signora Vincenza, poi con un altro occhio noi prigionieri.

Poi propose a Bjozorf “Fratello, io direi di farli precipitare nell’iperspazio, non credi anche tu?”

L’alieno femmina (lo si capiva dalla voce, in quanto era esattamente uguale agli altri due) disse “Sì, che bello! Io voglio i telefani di tutti però”

Non si poteva pretendere che sapessero perfettamente la lingua.

“Attenta Kaxandrash: lo sappiamo la tua voglia di telefani, però non è che poi ci esce un figlio potentissimo?”

“Tranquillo, Mjungdberg: userò le dovute precauzioni anche stavolta”, lo disse in tono stufato, perché per loro le precauzioni consistevano in una barriera protettiva che partiva dalla bocca centrale, e siccome le femmine di quella razza con quella bocca ci parlavano soprattutto, era alquanto scomodo. Inoltre, si riproducevano coi telefoni umani, soprattutto quelli a rotella li consideravano molto sexy.

Ma per Kaxandras era un sacrificio necessario.

Così aprì un portellone che dava all’esterno e creò istantaneamente un buco nero, poi si rivolse a noi “Forza, entrate”

Così io le chiesi, raccogliendo il coraggio a due mani “Mi scusi, Cassandra”

“Kaxandrash, ignorante”

“Ma come mai parlate pure voi in italiano?”

Kaxandrash non rispose, si tolse dalle orecchie a punta una specie di apparecchio come quello che si mettono i sordi e poi cominciò a parlare di nuovo “Ogesbvefhe, fvbd flgnr< n gwrpojgwq… rtf!yga àòààgg @## / fkebj!”, poi si rimise gli apparecchi e mi chiese “Secondo te che cosa ho detto?”

Quando mi fanno una domanda che non so, tento a guardare ovunque tranne che dalla parte dell’interessata in questo caso, comincio ad arrossire e la voglia di andarmene aumenta, così non risposi ed urlando mi buttai dentro il buco nero, e al diavolo le conseguenze.

Kaxandrash, vedendo tutto questo, poi disse a mia sorella “Certo che tuo fratello è un ragazzo strano, nevvero?”

Mia sorella disse “Sì. Ma che cosa avevi detto poco fa?”

“Che ore sono, nel dialetto della città di Sgorbius”

“Aaaah, molto bene allora”

“CHE COSA HAI DETTO, SCUSA?” chiese l’aliena, una vena di pazzia ben visibile.

“Molto bene, allora…” ripeté mia sorella, titubante.

“Come osi?”, la prese per i folti capelli ricci e la gettò nel buco nero di peso.

Il distinto signore le chiese “Che cosa significa “molto bene, allora” nella vostra lingua?”

“Grassa, e io NON sono grassa”, ma in quel momento ingrassò tanto da sembrare un pallone da spiaggia verde.

Così tutti entrarono in silenzio nel buco nero, perché se si fossero lasciati sfuggire qualcosa magari poi avrebbero subito supplizi peggiori.

Essendo stato io il primo ad entrare nel buco nero, mi resi subito conto che c’erano diversi sentieri da prendere, tutti però nella scrittura del pianeta Sgorbius.

Quindi è plausibile quello che stareste pensando, che fossi nei guai.

E invece no, o lettore.

Perché si dava il caso che la mia scrittura in stampatello corrisponde esattamente ai carattere ivi riportati, e così mi bastò anagrammare quello che c’era scritto nei cartelli per prendere la direzione giusta, lasciando dei bigliettini con la traduzione corretta per gli altri. Avevo anche la carta, fidatevi.

Beh, se non mi credete i bigliettini li presi strappando pezzi di nero dalle pareti del buco.

E fu così che ritornai, autobus compreso, oltre l’incrocio alieno, pronto per una nuova sfida.

Mentre aspettavo gli altri e che si riscaldava il motore del bus, pensavo a quali probabili torture ero scampato.

Non lo seppi mai, e probabilmente fu meglio così.

FINE

THE END

FIN

L’articolo è finito.