Serenata rap

Continua il nostro viaggio attraverso il vecchiume che ho deciso di riproporre attraverso il blog. È il 24 luglio del 2013 e io… mi annoiavo, ecco.

“MA STAI SCHERZANDO?”

Stan era allibito. Le parole che Gerald aveva appena pronunciato non poteva credere, fino a qualche minuto primo, che un giorno avrebbe potuto dirle.

“No. Tanto lo sai che tu che…” disse Gerald, ma Stan lo anticipò.

“Ma ti rendi conto? Noi che siamo votati al Power Symphonic Gothic Epic Metal polifonico! E tu… tu… tu…”

“Sì. Il tuo genere mi ha stufato”

Gerald voleva proprio far suicidare il suo migliore amico.

“Ma non puoi fare una serenata rap per una ragazza! È inutile!”

Per Stan, il rap era un sottogenere indegno di essere ascoltato. Per l’amico invece, era un genere che andava rivalutato.

A Gerald si erano aperti gli occhi e voleva convincere anche Stan della bontà della sua idea. “Beh, allora tu cosa faresti per una ragazza figa che ascolta Tupac?”

“Tupac che sarebbe? Una ditta di spedizione pacchi?”

“Ma è il più grande rapper…”

“Allora non m’interessa! Mi cercherò un altro chitarrista!”

Detto quello, Stan Trafford vagò per la sua strada. Gerald invece quella sera si ritrovò sotto in via BH 17 a fare quella serenata rap.

“Oh Jenny, sei sempre viva come una pianta, oh Jenny, come una luna e i politici…”

Jenny uscì e gli tirò una padella insaponata in pieno volto, facendo centro. Al buio. Con quattro piani di differenza.

“E non farti mai più rivedere!” urlò, prima di chiudere la finestra.

“Povero Gerald” esclamò un passante, che sapeva come si chiamava il ragazzo infortunato perché l’aveva scritto da tutte le parti, appeso al collo e nei finti piercing. “Sempre così sfortunato”

Gerald e le serenate rap. Da quel giorno, avrebbe lasciato il rap a chi di dovere.

 

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Ciò che fanno i gatti.

Apro una rubrica che parla di amarcord, ovvero storie vecchissime che ho scritto in passato e che ci terrà compagnia ogni venerdi. Spero vi piaccia 🙂 

Questa è datata 24 luglio 2013.

È incredibile! Ogni giorno ne accade una! Ad esempio non trovo più il mio lettore!

« Ehi, non trovo più il mio lettore mp3 » dico a mia madre, come se fosse mia sorella. Quando sono arrabbiata non capisco più niente.

“Eh, sarà da qualche parte!” risponde lei, troppo indaffarata per darmi attenzioni. Ma si tratta del mio lettore! Io non posso vivere senza! Poi come faccio a non prestrarle attenzione? Dovrò per forza ascoltarla non appena mi rivolgerà la parola!

“Toh, eccolo” lo trovo infine. “ma perché ce l’ha il gatto?” mi chiedo, senza aspettarmi risposta alcuna.

“Si vede che la canzone che stavi ascoltando gli piace!” dice mia madre, che finendo quello che stava facendo è venuta a curiosare. In effetti, il nostro micio si è raggomitolato rilassandosi sulle note di Hotel California degli Eagles.

“E come avrebbe fatto ad accenderlo?” le chiedo.

“Sai, smanettando si fanno cose impensabili!”

Non le sarà uscita male questa dichiarazione? In ogni caso, devo ammettere che ha ragione.

“Hmmm… però è troppo grazioso così! Che ne dici se facessimo una foto?” le chiedo, estraendo la mia  compatta personale.

“D’accordo” dice lei, andandosene.

E così, adesso, ho come screen saver del cellulare questa foto del mio micio che ascolta la buona musica. L’ho cresciuto bene, no?

///

La mia padrona mi ha appena fatto una foto. Lo so, sono adorabile. E poi ADORO la musica che ascolta, mi rilassa, ecco.

Tutto molto bello, certo, ma… dove sono i miei croccantini?

 

 

Kaden e le Fontane di Luce/32

Capitolo 32

“Isabel! Prendi la tua spada! Presto!” urlò Caleb alla sorella, e quella, aprendo un’altra porta, lasciò la scena.

“Non potrò farcela da solo” mormorò, chiudendo gli occhi e prendendo consapevolezza di stare lottando contro un mostro al di sopra delle sue capacità.

Il Basilisco lanciò due laser dagli occhi e Caleb si scansò sulla destra, e poi un’altra coppia, che ferì Kaden di striscio sulla spalla destra, e poi una terza coppia che rase i capelli di Mary, la quale si era abbassata appena in tempo.

Mary tossicchiò, a causa della fuliggine. “Ma è mai possibile che con tutti i soldi che avete non avete installato un cazzo di allarme antincendio?”

Neanche a dirlo che quello si azionò, bagnando tutta la stanza e spegnendo l’incendio. Tuttavia, l’acqua non aveva certo il potere di cancellare il Basilisco, che strisciò mandando laser ovunque, e Caleb li respingeva come poteva, in attesa della sorella.

Il serpente decise poi di puntare sugli spaventatissimi Caleb e Mary, ma venne bloccato dalla coda da parte di Josafat, il quale si arrampicò sul ventre, pronto a mangiare anche il cuore del rettile; tuttavia a quest’ultimo fu sufficiente scrollarselo di dosso per mandare il Mangiacuore fuori combattimento.

Il Basilisco fu pronto per attaccare.

“Kaden! Sei stato magnifico!” Mary scelse quelle come sue ultime parole.

“Mi dispiace di essere un idiota!” esclamò Kaden. Ormai la morte si stava avvicinando…

Il Basilisco però non colpì, perché un paio di frecce, scagliate dall’arco di Isabel, colpirono il mostro ai fianchi, distraendolo.

“Dovrai combattere contro di noi, maledetto!” esclamò Isabel. Kaden la osservò meglio e notò che aveva cambiato completamente espressione: avendo osservato la madre giacente a terra e rendendosi conto che solo in quel modo aveva trovato la pace interiore, Kaden ne dedusse che lei era certamente sconvolta, ma non per questo meno determinata.

Caleb e Isabel fronteggiarono dunque il Basilisco, un essere enorme dotato di zanne lunghissime e di raggi laser che partivano dagli occhi a intervalli irregolari. Caleb aveva Mezzanotte, che gli era stata consegnata da Isabel stessa, poco prima che lei tirasse le frecce.

Fu tutta una serie di colpi andati a vuoto, da una parte e dall’altra, mentre Isabel, un po’ impedita causa dell’abito elegante usato per la cena, non riusciva a correre per attuare il piano che prevedeva di girare attorno al basilisco per confonderlo.

Kaden si rivolse a Mary, mentre il serpente colpiva ancora coi suoi raggi. “Che cosa possiamo fare?”

“Difenderci dal Mangiacuore!” rispose lei, con la voce alterata dall’ansia. Ed effettivamente Josafat era giunto di fronte a loro, ghignando malefico. Stava sentendo delle nuove prede, la sua cena non era ancora finita.

Kaden e Mary erano dunque costretti a difendersi dal Mangiacuore, e se Kaden aveva quasi sperato che con la vendetta sulla madre la sua sete omicida si sarebbe saziata, era stato smentito dai fatti, così si avventò su di lui per proteggere l’amica e affrontare un corpo a corpo fuori dalla residenza, finendo quindi per spaccare un altro vetro e arrivare nel giardino circostante, mentre all’interno si consumava uno scontro tre contro uno, poiché si era aggiunta Mary.

Lei si sentì leggermente in colpa nel lasciare Kaden da solo, ma dopo quell’avvenimento aveva troppa paura del più piccolo della famiglia Hesenfield.

Kaden e Josafat rotolarono sull’erba fresca della sera, ma Kaden notò quanto in effetti Josafat fosse più lento e meno sicuro nei movimenti… forse, dentro di lui, viveva ancora quel bambino innocente che era stato prima del fattaccio e adesso che aveva ucciso colei che gli aveva fatto tanto male, era diventato una macchina vuota, morta assieme a Katrina.

E Kaden capì che era giunto il momento di metterlo a letto. Non avrebbe desiderato che toccasse a lui, ma in effetti c’erano così tante cose che non avrebbe desiderato e che erano successe comunque, che ci si poteva fare una lista.

“Bene” si disse Kaden. “Adesso, addio. Possa tu riposare in pace. Hai sofferto troppo nella vita, è ora che tu chiuda gli occhi e ti riposi”

Non aveva idea del perché lo aveva detto, né il motivo di cotanta sicurezza, ma forse aver scoperto la storia triste del suo avversario lo aveva indotto a conoscere anche il suo punto debole. E infine, lo vide arrivare, coprendo la pur breve distanza che aveva accumulato.

Josafat balzò come un Plexigos modello puma, diretto al cuore di Kaden.

Peccato per lui che quest’ultimo lo aveva previsto, ampiamente. Il solo interesse dell’ultimo degli Hesenfield era strappargli il cuore, neanche metterlo fuori combattimento.

Kaden trasse un respiro. Uno corto, uno rauco, uno intriso di compassione, più che di rabbia. E chiuse gli occhi, per non vedere cosa sarebbe successo.

Kaden sollevò il braccio destro, riempiendolo della tecnica dell’Aria, e affondò.

Un rumore sordo di qualcosa che si spezza riempì l’aria. Un rauco rumore come di gola che gratta, segno che Josafat un tipo di voce lo aveva sviluppato.

E poi, Kaden aprì gli occhi. E li vide: due avambracci posati a terra, che terminavano con una mano destra e una sinistra.

L’aveva fatto, aveva troncato le braccia a Josafat, che in quel momento stava contorcendosi dal dolore, mentre fiotti di sangue sgorgavano sporcando tutto.

“Non nuocerai più a nessuno” Kaden trattenne una lacrima. Gli faceva pena, ma doveva farlo.

Tutto quello che aveva letto, tutto quello che Isabel gli aveva spiegato… e chi avrebbe immaginato che dopo qualche minuto avrebbe ucciso il ragazzo più sfortunato del mondo?

Aveva letto che era stato viziato, pieno di capelli ricci, tutti lo adoravano in quanto piccolo e dolce.

E poi… l’inferno. Aver perso la bambina aveva ferito Katrina in maniera così profonda da farla diventare pazza, finendo per insegnare a Josafat a diventare un assassino, e poi la follia non fece che aumentare, trovando il suo culmine alla notizia della morte di Abraham, l’unico uomo che avesse mai amato.

Mentre Kaden pensava a tutto questo, Josafat Ismael Samuel Hesenfield non si mosse più, morto dissanguato.

“Buona notte, Josafat” disse il ragazzo, per voltargli le spalle e raccogliere i cocci della sua anima, appena infrantasi. O quantomeno, avrebbe voluto: una serie di rumori, esplosioni e urla lo riportarono alla realtà.

Con lo stomaco contorto, Kaden rientrò in villa e ciò che vide non gli piacque.

Il Basilisco strisciava letale, diretto alle gambe degli eredi della famiglia.

“Lascia perdere, Isabel, e spostati” stava dicendo Caleb. “Lo distruggerò con Mezzanotte, la mia spada”

E la estrasse. “Ammira la lucentezza della lama. Con lei, posso mirare il brutto volto del Basilisco come e quando voglio”

E così fece. Chiuse gli occhi e, fidandosi delle vibrazioni che gli dava il manico che respingeva violente scariche di raggi laser come fossero state noccioline, puntò alla testa, che doveva trovarsi in direzione dei raggi.

E con un colpo secco, il corridoio si riempì di sangue. Il mostro era morto e Mary era semplicemente ammirata.

“Alla fine sei riuscito a eliminarlo da solo” disse. “Come mai allora non ci hai pensato prima?”

Caleb scosse la testa e non rispose. Piuttosto, si accasciò a terra, singhiozzando , presto imitato da Isabel.

“Josafat…” disse lei “Josafat… dov’è…”

“Stava per uccidermi” disse Kaden. “Mi dispiace. Ho dovuto farlo. Adesso riposa e nulla più di questo mondo può ferirlo”

Kaden si rese conto che c’era gente che solo con la morte poteva trovare la pace, perché vivere era diventato impossibile. Due di queste erano Katrina e suo figlio, e per una strana coincidenza avevano trovato la serenità la stessa sera.

Seguì una pausa lunghissima, in cui Caleb e Isabel piansero i loro morti e li seppellirono accanto, proprio fuori dalla villa.

Furono due tumuli spogli, scavati in maniera perpendicolare all’edificio, in modo da guardare la Luna, che in quel momento era parzialmente coperta da un Drago che volava molto in alto.

“E adesso che succederà?” chiese Mary.

Kaden rispose: “Io devo comunque andare a Sydney. Chi se la sente, mi accompagnerà” e cominciò a fare strada allontanandosi dal gruppo, ma Mary lo richiamò con la voce. “Fermo! Credi davvero che dopo tutto questo ti lasceremmo andare da solo? Io ad ogni modo non posso, perché ormai voglio vedere con i miei occhi la capitale”

“Io devo reclamare il Trono” disse Caleb, spaventato alla sola idea.

“E io devo proteggere mio fratello” concluse Isabel, la quale era cambiata tantissimo in un giorno solo. Aver visto morire la madre l’aveva resa non solo più affascinante, ma più determinata e pronta ad accettare cose orribili come la guerra, pur di mettere fine alle sofferenze del mondo. Insomma, non era più tempo di ballare e si rese conto che lasciare la truppa personale era stato un errore.

Kaden era stupito nel sentire ciò che aveva sentito.

“Non ho capito” affermò, ancora fermo a pochi passi dai tumuli. “Voi vorreste aiutarmi ad aprire la Fontana?”

“Sì, è la cosa giusta per noi e anche per te. Per quanto tu sia cresciuto, non sei ancora in grado di cavartela nella città più protetta al mondo” disse Caleb. “Hai la protezione degli Hesenfield, il che non è poco”

“Bene, meno male”  rispose Kaden, e sorrise. Era bello e confortante sapere di non essere soli. “Anche perché non ho proprio idea di dove andare. Quanto tempo ci vuole per arrivare a Sidney?”

“Poco se usiamo un mezzo, un giorno e mezzo. E ti assicuro che non ci saranno intoppi, siamo due dei migliori atleti in circolazione, nessuno può batterci” disse Isabel, sicura come non mai.

“Sei sicura di accompagnarmi vestita in questo modo, sorella?” disse Caleb, guardandola perplesso. “Non dobbiamo andare a una serata di gala”

“Oh, già, scusatemi” e, imbarazzata, andò a cambiarsi e mettersi un vestito più adatto a un viaggio.

Lasciati soli, quindi, Caleb chiese a Kaden: “Dimmi di Josafat”

Kaden avrebbe preferito raccontare gli ultimi istanti di vita del Mangiacuore in un momento più lontano, a mezzogiorno e nel conforto di una casa sicura, non di sera e proprio accanto alla sua tomba. Tuttavia lo fece, e precisò che si era trattato di legittima difesa.

Caleb sospirò. “Stai parlando con uno che ha ucciso suo fratello e ha lasciato che sua madre morisse. Tutti abbiamo peccato, e io non posso giudicarti, piuttosto dovremmo aiutarci a vicenda. Sai maneggiare Olocausto, a quanto so”

“Si chiama Giustizia, adesso” rispose Kaden, adirato. Perché tutti si ostinavano a chiamare la sua spada con quel nomignolo?

“Comunque sia, ecco Isabel. Andiamo”

E partirono, scortati dalle carrozze con cui erano arrivati, diretti verso la Capitale.

Sydney, la città inespugnabile e tuttora inespugnata, nonostante diversi anni di assedio.

E inoltre, vi era Kraken l’Angusto in persona a presidiare quelle strade, non vi era nessuno al mondo in grado di oltrepassare le pesanti porte d’acciaio senza permesso.

Re Anthony aveva messo dunque la metropoli in fermento, coi preparativi per la cerimonia dell’Incoronazione. Una volta appreso della morte della sua matrigna, aveva capito che era rimasto solo lui come unico sovrano incontrastato, ed aveva pensato di rendere l’evento ufficiale e quindi riunire l’Australia sotto la sua bandiera sotto gli occhi del popolo.

“Per quanto riguarda le persone che vengono da lontano come facciamo? Abbiamo dato pochissimo preavviso, molti non potranno convenire. Inoltre, i treni sono stati dismessi” disse uno dei servitori.

A sentire quelle parole, Re Anthony ebbe la sensazione che sarebbe stata una festa molto intima.

“Meglio così, il Banchetto non sarà esoso” rispose. “Per poter permettere alla gente fedele al Re ma che non si trova nei miei territori, faremo installare dei maxi schermi in tutto il regno. In una settimana ce la faremo”

“Perdonatemi, Maestà, ma cosa sarebbero?” chiese il servitore.

Per tutta risposta, il Re prese un rotolo dalla biblioteca privata e lo mostrò.

“Questi sono schermi. Una volta, prima dell’Apocalisse, erano molto in voga. Poi sono stati soppiantati dalle macchine tele trasportatrici, ma noi non ne abbiamo. Pertanto, risolleveremo le vecchie tecnologie e permetteremo anche alla gente povera di vedermi incoronato”

Il servitore era più confuso che persuaso, visto che non capiva come funzionava, ma annuì e si allontanò dal Re.

Anthony tornò ad osservare il magnifico panorama. Vedere la capitale, che maestosa proliferava, mentre un Drago volava alto nel cielo, era qualcosa di magnifico e sensazionale, e lo aiutava a snebbiare la mente.

Nessuno aveva trovato ancora Kaden, il ragazzo che aveva aperto due delle tre Fontane.

Lui era al sicuro, ma lo preoccupava quella falla. Doveva assolutamente fermarlo, per essere ancora più sicuro che nessuna minaccia potesse toccarlo. Inoltre, da quando Isaiah Hesenfield aveva occupato Perth, non aveva più ricevuto informazioni sui territori dell’Ovest e non aveva idea di quale sarebbe stata la prossima mossa, e inoltre non aveva neanche tempo di pensarci, poiché aveva intenzione di attaccare Kashnaville e occuparla, ora che era morta Margareth.

Ciò che Anthony non sapeva era che Isaiah stava preparando una flotta diretta a Sydney, mentre Caleb aveva reclamato come suo il territorio della regina Margareth, ma che avrebbe governato un altro dei suoi capitani in vece sua.

In ogni caso, gli Hesenfield potevano fare di nascosto ciò che volevano: una volta auto proclamatosi Re, di lì a sei giorni, tutti avrebbero dovuto chinare il capo, senza se e senza ma.

Crisi.

Questo racconto partecipa alla XVII Challenge indetta dal gruppo Facebook “Circolo di scrittura Creativa – Raynor’s Hall. Il tema uscito era “Crisi”, ed io l’ho riadattato secondo ciò che l’ispirazione mi ha detto di fare.

“Aven, Aven, sono un po’ in crisi!”

Mi sveglio dal mio sonnellino pomeridiano e guardo Gianborfio.

“Che succede?” chiedo, ancora nella fase REM.

“Ma se i monti dovessero stancarsi, cadrebbero?”

“I monti… che?”

Gianborfio dovrebbe sapere che le domande difficili non si fanno a uno che è semi sveglio.

“È una cosa che dobbiamo risolvere! Se i mondi cadessero, anche il cielo cadrebbe!”

“Ma… che stai dicendo”

Gianborfio mi prende di peso e andiamo sulle montagne. Per inciso, quelle montagne fanno parte della Catena Montuosa degli Uomini Rocciosi, che robusti si mimetizzano fra le pietre.

Si chiamano tutti Pietro.

“Senti, Pietro?” chiede Gianborfio, di conseguenza facendo voltare tutti i Pietro rocciosi.

“Mi chiedevo come stessero le montagne. Sono giù? Sono su? Serve loro un tiramisù?”

Uno dei Pietro batte sulla spalla del mio amico. “Non preoccuparti, ci pensiamo noi alle montagne. Voi tornate pure da dove siete venuti. Inoltre, non credo che poi abbiate il potere di sconfiggere il Cielo, se dovesse cadere”

Io ancora non ho capito che cosa vuol dire che il cielo debba cadere.

“Vuol dire che il cielo cade” risponde Pietro, un altro dei tanti, uno che legge nel pensiero. “E quando il cielo cade, dipende. Se è giorno, cade solo il sole, se è buio cadono anche tutte le altre stelle”

Non riesco a credere alle sue parole.

“Ma… vi rendete conto?” chiedo io, sia a Gianborfio, sia a tutti i Pietro che vedo, e ne vedo spuntare parecchi. “Il cielo come può cadere per colpa delle montagne? Vi rendete conto dell’assurdità della cosa? È come se fossi un tostapane!”

“OMMIODDIO! Sei un tostapane!” Gianborfio sembra sconvolto, si porta le mani sulla bocca e reagisce come se mi avesse davvero visto trasformarmi in un tostapane, con tanto di filo della spina svolazzante.

“Che c’è?”

“Sei diventato un tostapane” dice un Pietro. “In realtà, ti avevamo avvertito: noi vigliamo affinché il cielo non cade riducendo il mondo in crisi, ma ci sembra che TU stesso sia in crisi… non è vero?”

Non mi sento in crisi. Ho solo tanta, ma tanta voglia di abbrustolire dei tramezzini…

Oddio!

 

 

 

 

Graffette vs Spillatrici

“Adesso l’attacchiamo alla graffetta… là”

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Ehi.

Non pensavo che fosse così piacevole. Mi hanno attaccata a un sacco di fogli, per tenerli uniti ché altrimenti cadono.

“Vero, siamo molto litigiosi” rispondono in coro i fogli. “Ad esempio l’ultimo foglio in realtà crede di essere il numero uno e questo ha fatto scatenare un feroce dibattito a colpi di bordi… non sapete quanto graffiano!”

Ascolto attentamente la testimonianza dei fogli e rimango stupita.

“Ma non dovreste essere amici, voi?”

“No, noi fogli ci sopportiamo poco” risponde il primo foglio. “Quindi è tuo compito tenerci uniti!”

Prendo a cuore questo mio compito, in quanto graffetta posso fare questo e altro!

///

“Secondo me più che la graffetta servirebbe la spillatrice per questi fogli”

///

“Eccomi, sono la spillatrice!”

Un enorme oggetto rosso si avvicina al mio nuovo regno.

“Che cosa vuoi?” chiedo guardinga.

“Devo spillare quei fogli, quindi abbi la cortesia di andartene da te, o sarò costretta a farti male”

“No! non puoi! Difenderò questi miei fogli fino all’ultimo spasimo!”

Così la spillatrice apre la bocca e CLACK! I fogli sono spillati, alla faccia della graffetta.

“Non crederai di spaventarmi” risponde lei. “Sapevi che da una graffetta si può fabbricare tutto?” detto quello, va ad interpellare l’elastico.

“Adesso siamo un’arma termonucleare, morirai!”

Ma la spillatrice è pronta per sparare altre spille. Sembra tutto pronto per un duello all’ultimo sangue, ma una mano arriva e, dopo aver prelevato la spillatrice stessa, la ripone viva murandola in un cassetto buio e privo di spifferi.

La graffetta rimane così sola, mentre sullo sfondo i fogli sono felici e contenti uniti dalla forza delle spille.

“Uff” sbuffa. “Come mai io sono stata risparmiata?”

In effetti era vero: fra le due, era stata la cattiva sputatrice di spille pungenti ad essere rinchiusa dalla grande e temibile mano.

“Ho un altro destino in serbo per te” afferma quest’ultima. “Tu dovrai darmi una mano a fermare i terribili Fogli Ribelli!”

“Ancora?” chiedo stufa. “Sono già stati sedati dalle spille”

“Ah, già. Ok, fa niente. Puoi andare a distruggere il mondo con l’elastico!”

E alla graffetta si apre un mondo. Riuscirà davvero a distruggere il mondo o solo il tavolo su cui è riposta?

 

Se qualcuno ci ha visto una piccola citazione a una nota serie tv, siete bravi.

 

Se guardiamo le pentole, non bollono mai.

È l’ora di pranzo. In cucina una pentola comincia a bollire, a causa dell’elevata temperatura alla quale è sottoposta.

“Uff” dice la pentola. “Non bastava solo il caldo estivo, ma adesso devo stare sopra la fiamma”

La fiamma non sembra però dimostrare alcuna pietà per la pentola. “D’altra parte, hai mai visto una fiamma che dà  freschezza?”

La pentola risponde “No, in effetti no. Però… che succede?”

Dentro la pentola, qualche minuto prima, era stata messa una certa quantità d’acqua, che adesso ha generato un bel po’ di bollicine.

“Eccoci! Siamo le bollicine!” esclamano contente le piccole pesti, successivamente si mettono in fila.

“Attenti! Mettersi in posizione! Oggi ci eserciteremo nel volo!” esclama la bolla generale, un po’ più grossa delle altre.

“Ma io soffro di vertigini, uffa” protesta una bollicina.

“Poche ciance! Avanti, marsch!”

Subito dopo l’ordine le bollicine cominciano a saltellare, andando fin sulla linea di galleggiamento, ossia dove finisce l’acqua e inizia l’aria. Purtroppo però così facendo le bolle muoiono, diventando vapore.

“L’acqua comincia a riscaldarsi, immagino che adesso sia ottima per un bagno alle terme” riflette la pentola, la quale comincia a sudare.

“Uhuhuhu, e non hai visto niente” commenta il fuoco. Nessuno gli fa notare che è azzurro alla base e rosso alla fine, ma forse perché non si scherza col fuoco.

Nel frattempo, le bollicine cominciano a dare il via a un party dentro l’acqua, con tanto di consolle e DJ Bolla a gestirla.

C’è chi balla, c’è chi sale su scoppiando in superficie, c’è chi rimane giù a cercare una compagna bolla per unirsi, c’è anche chi, come si può vedere, diventa enorme e mette paura alle bollicine più piccole.

È il momento in cui l’equilibrio dell’acqua viene turbato: settanta grammi di spaghetti, infatti, è sull’orlo della pentola.

“Guardate, qui c’è un lago” commenta uno spaghetto.

“Già, l’acqua però è bollente” osserva un altro spaghetto.

Un terzo spaghetto vuole fare una battuta stupida. “Ehi! Secondo voi è bollente perché… bolle? Ahahahah! Bollente, bolle!”
Per punizione, è il primo a tuffarsi in quelle acque bollenti e per giunta salate. Il sale era già stato messo prima, quindi non è poi un lago, ma un mare salato alla perfezione.

Uno dopo l’altro, gli spaghetti si tuffano, non sapendo che tuttavia si scioglieranno, da duri come sono.

Le bolle infatti dicono loro “Ehi! come siete rigidi! E scioglietevi, ballate con noi!”

Gli spaghetti fanno come richiesto e diventano mollicci e simili a vermi, perdendo anche la capacità di parlare.

“Ehi, Bolle! Quello che fa le battute non è più!” esclama una delle tante bolle.

“Beh, è una fortuna… ne faceva di squallidissime” risponde un’altra bolla.

Infine, la fiamma che ha tanto torturato la pentola, viene spenta. È il momento di scendere la pasta e separare l’acqua calda dagli spaghetti morti.

“Salve, sono lo scolapasta! Sapete che se fosse senza buchi non servirei a nulla?”

Il genio che…

Personaggio: un genio,un vecchietto
Genere: giallo
Caratteristiche: perdita di memoria,viscosità
Coppia: nessuna

Prompt fornito dal generatore del sito “Racconti vaganti“.

“AAAAAH COSA È SUCCESSO?”

L’urlo dello scienziato squarciò l’aria altrimenti tranquilla della notte.

Il genio stava semplicemente scendendo in laboratorio per poter bere un bicchiere di latte, visto che non riusciva a dormire, quando vide.

I suoi occhiali! Non c’erano più! Gli erano fondamentali, senza di quelli non poteva più condurre nessun esperimento!

Per fortuna, abitava al paese un vecchio ispettore, ormai in pensione e che certamente sarebbe stato disponibilissimo, più della polizia, a cercare i suoi occhiali alle tre del mattino.

“Califragili! Califragili! Ho bisogno di lei! Mi hanno rubato gli occhiali fotonici!” esclamò trafelato alla cornetta.

Il vecchietto, ancora intontito dal sonno, disse: “Oh certo, vengo subito. Sia mai che distruggano i suoi preziosi occhiali e rivendano i pezzi al mercato nero!”

Seguì un silenzio imbarazzato.

“Venga! Quegli occhiali sono fotonici e sono in grado di distruggere il mondo!”

Alla fine, anche se il genio aveva leggermente esagerato gli effetti degli occhiali, l’ex ispettore venne.

“Allora” esordì il vecchietto “dove sono stati l’ultima volta che li ha visti?”

“Erano qui sul tavolo” rispose prontamente il genio. “Adesso non sono più”

Il vecchio ispettore, con l’istinto di chi ne ha viste veramente troppe per poter concludere la carriera con questo caso banalissimo, osservò quanto lo scienziato amasse il suo lavoro: tutta la stanza era piena di strumenti, di computer, di cose che si muovevano da sole e tantissimi bip che provenivano da punti improbabili.

Lo si sarebbe detto un genio, ma… quegli occhiali, dove potevano essere finiti?

“Per caso, questi occhiali hanno una montatura particolare, prevalentemente nera?”

“Il nero è il mio colore favorito” rispose lo scienziato.

“E mi dica, quando non li ha indosso non vede nulla, vero?”

“Proprio nulla” rispose il derubato. “Sono molto miope, quindi non riuscirei a distinguere una giraffa da un cavolfiore, da lontano”

“bene, caro mio, allora li ha proprio sul naso! Arrivederci!”

Lo scienziato si sentì crollare il mondo addosso. Come poteva averli sul naso? Se lo tastò ed effettivamente li aveva proprio lì.

E il genio si sentì molto stupido.

Il peso del rinoceronte.

È un giorno come un altro in Africa. Clodovildo la giraffa e Snapurzio il rinoceronte battibeccano. È normale per loro battibeccare, soprattutto per motivi irrilevanti.

“E comunque” sta dicendo Clodovildo “sei ingrassato.”

Snapurzio freme col naso. Questo è un chiaro segno di quando si altera, e non solo: dal suo corno vengono emessi certi rumori che ricordano le fastidiosissime note di una canzone napoletana neomelodica, sparata a tutto volume, come se fossero sirene stonate.

“Io ingrassato? Come osi? Noi rinoceronti non cambiamo mai taglia, tali siamo e tali rimaniamo!”

“Guarda” ribatte Clodovildo “ho qui giustappunto una bilancia, che è caduta dalla jeep dell’ultimo safari. Proverò ciò che dico”

Snapurzio nota che effettivamente c’è una bilancia. È però piccolissima, rossa e analogica. Una lancetta rachitica tremola attorno allo zero.

“E sia” dice Snapurzio poco convinto, e mette una zampa sull’unico piatto disponibile.

Crash.

La bilancia si distrugge in un milione di pezzi, ma solo la lancetta rimane intatta.

Clodovildo e Snapurzio, nel vedere ciò che è successo, si cambiano un’occhiata piena di apprensione.. L’hanno fatta grossa, se lo sentono.

“L’abbiamo fatta grossa” dice Snapurzio.

“Tu sei grosso, io sono filiforme” ribatte piccato Clodovildo, ma improvvisamente arriva lo Sciacallo, accompagnato dal fedele avvoltoio/telecamera e da una musichetta di un telegiornale piuttosto noto.

“Buona sera e benvenuti a Savana5, l’unico programma che cvi dice la verità tutta intera, fuori dal coro e fata con il cuore! Oggi parliamo della triste storia di Snapurzio: un rinoceronte grasso, forse, ma che si ritrova nei guai per aver distrutto un prezioso reperto umano! Come ti senti? Eh? sconvolto? pagherai i danni?”

Lo Sciacallo non sembra aver bisogno di risposte, limitandosi a tenere il microfono vicino alla bocca del povero rinoceronte, guardandolo con occhi spiritati.

Vedendo che non trova reazione, si rivolge alla lancetta. “E tu, lancetta? Come ti senti nell’aver perso tutti i tuoi componenti? A pezzi?”

La lancetta non fa in tempo a rispondere che Clodovildo interviene non richiesto, attratto dal fatto di essere in televisione: “Sì, io ho visto tutto! Snapurzio ha posato la sua enorme zampa come… come.. UN RINOCERONTE GRASSO!”

“Ok, grazie mille!”

Lo sciacallo ha quello che gli serve e scappa via, lasciano il rinoceronte e la giraffa senza parole.

 

 

Che nottata!

“Oddio… come sono stanca” dico, commentando il mio sbadiglio. Per fortuna è proprio il momento di andare a letto, il mio momento preferito.

Do uno sguardo alla scollata carta da parati a pois neri e gialli, e mi chiedo quando ho autorizzato mio marito a metterla cosa avevo in testa. Mi piace sempre di meno, ecco.

Cerco di dormire, ma dopo mezz’ora, un’ora, un’ora mezza… niente, mi limito a rigirarmi fra le coperte. Per fortuna, mio marito ha il turno di notte, per cui non può lamentarsi come fa di solito quando mi agito, dicendomi che ha “il mal di mare”. Ma che posso farci. Peraltro, quando non riesco a dormire il cuore comincia a martellarmi furiosamente, come se aspettasse qualcosa.

Improvvisamente, mentre penso a tutte queste cose, la porta della camera cigola, aprendosi.

Non può essere Marco. È piena notte e lui torna alle sei, all’alba.

Mi tiro su le coperte, in un gesto istintivo. Sulla soglia compare una donna.

Fra tutte quelle conosco ce che ho incontrato, questa è la più pittoresca: piena di timore e apprensione, non riesco a non guardarla dettaglio per dettaglio, aiutata dalla lucina dell’abat-jour. È vestita di una tunica porpora, ma ciò che attira la mia attenzione è la maschera. Una maschera, proprio così, inespressiva, bianca come la mia pelle in questo momento.

“Si è svegliata mrs Keats, ci ha fatti preoccupare molto…” sussurra, veleggiando verso di me. Non sta camminando, effettivamente, sembra che voli sul pavimento. Ma che cosa sta succedendo? Mi limito a trattenere il respiro e a chiedermi chi accidenti sia mrs Keats!

Chissà che ha intenzione di fare, magari vuole uccidermi. Sto per urlare, ma una delle sue mani me lo impedisce. È fresca, vellutata, come se volesse rassicurarmi e non sventrarmi come un vitello.

“Non preoccupatevi” sussurra la donna mascherata. “So che può essere un trauma, ma sono qui per aiutarvi… per aiutarvi…”

Chissà come, ma sento le palpebre pesanti…

*

Quando riapro gli occhi sono quasi le quattro. Non c’è nessuno nella stanza, meglio così. Mi giro e caccio un urlo, stavolta davvero.

Quattro bambini! Due maschietti con una maschera nera e due femminucce con una maschera viola, per la precisione. Cambia il colore, ma la stessa espressione indefinibile rimane.

“Maestra, si sente meglio adesso?” chiede una delle bambine. Maestra? Che abbia a che fare con la mrs Keats di qualche ora fa? E poi perché non hanno mosso il minimo muscolo quando ho urlato?

Comincio a tremare e sento che mi sta salendo la febbre. Questi bambini inquietanti mi osservano da dietro la maschera inespressiva e non so che fare… voglio solo chiudere gli occhi di nuovo.

*

Quando li riapro, sono le quattro e mezza. Che nottata, di sicuro non la scorderò per i prossimi mesi. Inoltre, sento il letto matrimoniale un po’ affossato accanto a me. Certa che ancora Marco è lontano dal tornare, mi giro e vedo due ragazzini, diversi dai bambini di prima e soprattutto… senza maschera. Mi osservano e basta. Una ha le trecce dorate, l’altro ragazzo ha i capelli rasati a zero. Mi pare di conoscerli, ma al momento non mi sovviene niente. Che vogliano uccidermi?

“Vi prego… n-non fatemi del male” supplico loro. Ma loro non muovono un muscolo. In ogni caso, sento di stare per svenire…

*

“Tesoro” mi dice preoccupato Marco, vedendomi tutta imbacuccata e imperlata di sudore. Sono le sei passate ed è appena tornato, e mi ha svegliata coi suoi rumori. “Ma hai dormito stanotte? Che ti è successo? Sembra che tu abbia incontrato un dinosauro o che so io”

“Marco” gli dico io, sicura come non lo sono mai stata stanotte “Marco, mai più peperonata di sera. Mai più”

Storia random.

C’era una volta un fiume.

Questo fiume era protagonista di qualcosa che avrebbe sconvolto tutti per i mesi a venire.

Un furgone, infatti, era appena passato, e trasportava materassi. O almeno sembravano materassi, in realtà erano cuscini gonfiabili di gomma e dentro erano nascosti alcuni segreti segretissimi destinati all’Uomo Hamburger.

Questi abitava in una casa a forma di panino, con delle lattughe a crescere sui davanzali delle finestra e pomodori coltivati in giardino.

“Forza… quando arrivano?” si chiese l’Uomo Hamburger, cominciando a fumare e ad emanare un forte odore di carne alla griglia. Peraltro, l’Uomo Hamburger aveva messo persino il profumo di rosmarino quel giorno.

“Quando meno te lo aspetti” si azzardò a dire una delle lattughe. “Quindi sta’ calmo, prima o poi arriveranno tutti”

E infine, come se fosse profetica, il furgone parcheggiò davanti l’Uomo Hamburger.

“Salve, ho dei materassi che sembrano cuscini gonfiabili da consegnare. Una firma qui e qui”

L’Uomo Hamburger firmò e finalmente si lanciò sui cuscini, i quali scoppiarono tutti, uno dopo l’altro.

“Ma scusa” intervenne allora la lattuga polemica “Ma allora perché ti sei sbattuto tanto per avere i cuscini, se devi scoppiarli in questo mod… eh?”

Non aveva ancora finito di porre la domanda che dai cuscini venne fuori uno strano mostro, dalla pelle gommosa e quattro occhi.

“Benvenuto, Bjorzof, signore dei Panini Volanti ” disse l’Uomo Hamburger. “Vai e vendica tutti noi hamburger dalla tirannia della carne bianca!”

In effetti, da quanto era salita al potere la temibile Regina Bianca, gli Uomini Hamburger erano confinati tutti in villette squadrate con orticello e lattughe alla finestra, e nient’altro. Invece i petti di tacchino, di pollo e quant’altro giravano con le auto lussuose.

Bjorzof, che ancora non si era capito di che forma fosse fatto, volò al cospetto della Regina Bianca, la quale stava ridendo della carne rossa.

“Siete così rossi, e buffi! Ricordate che però noi bianchi siamo più facili da digerire!”

“Questo lo pensi tu, Regina Bianca!”

Una voce riempì il vuoto della sala del trono, il cui trono era fatto di ossa di pollo allo spiedo.

“Oh no, Bjorzof!” esclamò la regina, coprendosi col suo mantello di pelle di pollo.

Bjorzof sputò un sacco di fiamme perché la carne rossa piccante era buonissima e la Regina Bianca venne sconfitta.

è una storia banalissima e senza senso, Aven

Perché invece le altre sono da Oscar, vero?