L’Uomo biscotto e…

L’uomo-biscotto era amato da tutti.

Davvero, dico, non c’era uno che lo odiasse. Persino i celiaci, persino chi seguiva la dieta e mangiava solo integrali… tutti.

Era dolce, era commestibile, e tutte le volte che passava non lesinava di farsi assaggiare, anche da chi era già sazio.

Vi dico che era amato da tutti, dovete crederci.

Quando andava a fare la spesa, nessuno aveva bisogno di comprare i biscotti, perché li aveva già lui pronti.

Quando veniva invitato nelle case altrui, gli ospitanti potevano permettersi di offrire solo il tè, ché i biscotti li portava lui.

Quando presenziava alle feste, nessuno pensava di prendere i biscotti, perché?

Esatto, c’era l’uomo-biscotto, bastava lui e la sua eterna fragranza come se fosse appena sfornato, per sdaziare tutti.

Inoltre, quando due squadre pareggiavano apposta, non si poteva non citare il “biscotto”, ed ecco che veniva lui a spiegare che non c’entrava niente con quella pratica un po’ anti sportiva.

Insomma, lui era amatissimo. Era assurdo pensare di trovare uno che poteva averlo in antipatia.

Quel giorno era domenica. Si sa, i weekend c’è sempre brutto tempo.

Lui stava passeggiando, con la sua solita forma umanoide ma con la pelle a forma di biscotto, con scaglie di cioccolato che lui chiamava nei ma era cioccolato vero.

Il villaggio non perdeva occasione di dargli un morso, salutarlo o perlomeno nutrirsi delle parti non vitali. Lui si limitava a sorridere e a rigenerarsi.

Ad un tratto, però, come ogni maledetta domenica, iniziò a piovere.

“Oh, no! Povero Uomo-biscotto! Adesso si scioglierà!” aveva esclamato la signora Pina, casalinga ficcanaso che guarda caso stava osservando da fuori la finestra il passeggio del suddetto.

In effetti, il povero uomo non era tanto felice di quella situazione. “È sicuramente il mio arci-nemico, il signor Uomo-pioggia, a mandarmi addosso tutto questo quantitativo d’acqua! ma io non mi fermerò davanti a simili facezie! Adesso userò… l’OMBRELLO!”

Seguì un forte rombo di tuono, condito da decine di sguardi attoniti.

Fatto quell’annuncio, al Biscotto umano non rimase altro che aprire il proprio ombrello, disegnato a motivi di gallette.

“Ha! Ben ti sta, brutto pagliaccio!”

E anche quella volta l’uomo-biscotto sconfisse il suo rivale, che rimase con un palmo di naso.

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Il Tucano e il Bradipo.

“Non ho ancora capito come mai stai appollaiato sul ramo a non fare niente” mi fa il tucano.

“Ma staio zitto, tamarro che non sei altro. In realtà io osservo. Osservo ad esempio quel coccodrillo seppellire un cadavere molto sospetto”

Il tucano ridacchia. “Ma che ne sai, te, dei cadaveri molto sospetti?”

“Ma sì, dai…” gli dico. “Dopo anni di esperienza a guardare, so distinguere un gioco da un giallo, no? E io ti dico che questo è un giallo in piena regola! Il coccodrillo sta seppellendo un tapiro, proprio accanto al Rio delle Amazzoni!”

Il Tucano fa schioccare il becco coloratissimo. Dio mio, quanto è tamarro questo becco! So che mio cugino si è soffermato a guardarlo un attimo di troppo e gli sono venti un sacco di trip mentali, come ad esempio di quella volta, completamente a random, che ha creduto di essere un fenicottero! Ma dico io?

Meglio il nostro manto grigio, no?

“Ci credo poco. E poi tu che ne vuoi sapere? Hai sempre sonno, infatti sbraiti ma sei sempre qui a parlare, non sei andato nemmeno ad indagare!”

“Vero” concordo stavolta. Il fatto è che mi secca molto scendere dall’albero a vedere come stanno i fatti, non è proprio un’opzione contemplata. “Quindi sarai tu i miei occhi, ci stai?”

“Cosa? Ma ci non penso nemmeno!” esclama scandalizzato il Tucano. “E dire che ti ho solo chiesto che ci fai appollaiato, e invece questa conversazione sta prendendo una brutta piega”

“E dai! E dai! Ti regalo questo mango!” gli dico per convincerlo. Non ho intenzione di estrarlo. Ma sapete quanto può essere faticoso estrarre un frutto dall’albero? Okay, ce l’ho proprio accanto, ma ad ogni modo non è possibile che io mi muova, perché non voglio perdere la mia comodità. Inoltre, ho già riscaldato esattamente questo punto dell’albero, non vorrete che io ricominci da capo nel riscaldare la mia nuova eventuale posizione?

Il Tucano ad ogni modo ci casca e va a vedere cosa in effetti è successo fra il coccodrillo e il tapiro. Povero tapiro! Vuole solo nutrirsi di formiche, ma a volte gli animali non lo capiscono e credono che vogliano risucchiare il fiume, addirittura, perché credono nella teoria del complotto. I pappagalli continuano a ripetere che c’è fra noi una talpa, un animale che vuole il superpotere che salverà l’Amazzonia.

Ma andiamo, i tapiri?

Il Tucano sta tornando. Chissà che mi deve rivelare! Sono pronto a tutto, tranne a muovermi!

“Bradipo” esordisce. “Mi sa che stai morendo di sonno. Il coccodrillo stava semplicemente seppellendo un cibo per poterci piangere su in un secondo momento! I tapiri non c’entrano niente!E adesso prendimi il mango, ché ho fame!”

“Prenditelo tu, tua è l’esigenza” lo invito freddamente. È raro che io mi sbagli, ma che volete farci. Ho sonno.

“Brutto str…!”

Ops. Ho fatto arrabbiare n uccello volante e mi ha fatto cadere a terra. Mi fanno un po’ male le chiappe, ma quel che è peggio è che adesso mi tocca risalire l’albero.

Seh. E chi ce la fa? Mi appisolo qui e se c’è qualche volatile compassionevole che mi faccia traslocare su, gliene sarei grato. Nel frattempo, buonanotte.

Kaden e le Fontane di Luce/Klose

Prosegue il nostro focus!

“Kaden e le Fontane di Luce” ci ha tenuto compagnia fino a fine ottobre, e adesso è il momento di chiederci chi sono i personaggi, quantomeno i principali!

Dopo Mary, è il turno di Klose. Il nome è preso palesemente dal cannoniere tedesco, ritiratosi tempo fa e che ha avuto una parentesi anche con la Lazio. Mi piaceva come suonava e l’ho riciclato come nome proprio.

Klose, al contrario di Kaden, ha avuto un’infanzia difficile, sempre sotto i colpi della guerra: suo padre ha combattuto per l’armata reale ed è morto, sua madre dopo questo evento è caduta in depressione finendo per diventare schizofrenica e lui ha sempre cercato di cavarsela da solo.

Tuttavia,m in mezzo a tutte queste problematiche ha dovuto pensare a crescere anche una sorella, ma il suo temperamento mite e cordiale gli ha permesso di affrontare di petto i problemi della vita e alla fine prendere la decisione di unirsi ai rivoluzionari, questo perché è sua convinzione che se non ci fosse stata la guerra, suo padre non sarebbe morto, al che ha cominciato la sua vita da ricercato.

Il suo rapporto con Kaden è molto più mite rispetto a Mary: se la ragazza, infatti, ha deciso di prenderlo in antipatia perché lo ritiene inadatto alla missione (aprire le Fontane), Klose invece è molto più democratico e ha deciso di dargli una possibilità persino con l’arco!

Inoltre, nel gruppo dei protagonisti è colui che si procaccia il cibo a lunga distanza. La passione per l’arco è una cosa abbastanza recente, nata quasi per caso, quando gli hanno dato un arco in mano ha fatto subito centro e da allora non ha più smesso. Di fare centro? NO, di allenarsi.

Voglio dire, non è mica Legolas, potrà capitare di sbagliare anche per lui. Sbaglierà davvero? Non vi resta che vederlo all’opera!

 

Amarcord/Veleno

Poteva mancare il veleno in questa raccolta del 2012? Certo che no, quindi ecco cosa ho fatto:

Il crepuscolo mi da sempre noia.

Sono qui, seduta, a fissare questa bottiglia, dal contenuto liquido viola.

Mi hanno detto che serve a una roba da fare stasera, ma non ho afferrato bene cosa.

Sapete, da quando i miei genitori se ne sono andati per sempre sono stata affidata a questa nuova coppia che purtroppo ha troppe cose da fare per darmi retta, e  il massimo del dialogo è “Sorveglia questo” “Non fare entrare nessuno, soprattutto degli uomini in blu” “Non toccare le bottiglie viola”

Che fra l’altro, chi sono gli uomini in blu? Mio padre, fra quello che riesco a ricordare, si vestiva anche lui in blu.

Da quanto mi hanno detto, è morto in una sparatoria perché aveva scoperto della gente che commerciava le stesse bottiglie viola che adesso ho davanti.

Poi, oltre la bottiglia e il tavolo decorato a fiori, noto un buco che non avevo visto mai prima.

Forse perché di solito è abitato da un ragno.

Mi avvicino per guardare meglio.

Urca, non ce n’è solo uno! Poco più in là ne noto un altro, e un altro, e un altro ancora!

Sconcertata, e ricordandomi che appena rivedo di nuovo i miei genitori adottivi dovrò riferirlo, mi aggiro per la casa per verificare se l’arredatore ha avuto lo stesso gusto anche per le altre stanze.

E con mia grande sorpresa, noto che c’è almeno un buco per ogni stanza, persino il bagno.

Incredibile.

Incuriosita da questi strani fenomeni, inciampo per caso in uno spigolo di un mobile, che come al solito è malriposto davanti al muro, e coincidenza si pare un cassetto pieno di articoli di giornale.

27 Aprile 2004

ANCORA STRAGI E ORRORE NEL BRONX

Se ieri notte vi aggiravate nella 27th Avenue fra le 3.00 e le 4.00 del mattino non avrete potuto non sentire i colpi di mitragliatrice e le urla disumane che hanno fatto capolino nel silenzio della notte.

Ancora una volta questo pericoloso quartiere si fa riconoscere nella Grande Mela per la sua ferocia, mostrando solo il lato oscuro. Ma purtroppo anche stavolta il morto è un rappresentante della legge, Anthony Walker, 47 anni, nel blitz che ha portato la sua squadra a scovare la banda di pericolosi ricettatori di veleno e armi. È con grande sconcerto annunciare che il suo sacrificio è stato vano, infatti la banda è riuscita anche a scappare.

E come se non bastasse, oltre al danno la beffa; perché a quanto risulta il capo della banda, l’ormai arcinoto Ben “Squartamani” Filles è il fratello della moglie di Walker, al quale verrà affidata la piccola Julie, in quanto anche la madre di lei ha avuto un mancamento nelle ultime ore ed è morta poche ore dopo all’Ospedale.

Che strano, il destino. La piccola Julie va a vivere con lo zio assassinio. Si spera che l’innocenza di lei possa redimere Squartamani, ma ne dubitiamo.

 

L’articolo è datato 2004, lo stesso anno della morte dei miei.

Mio padre si chiamava Anthony. Mia madre è morta per colpa di un arresto del cuore. Il mio papà adottivo si chiama Ben, soprannominato “Squartamani”, ma più che altro pensavo che fosse uno scherzo.

Non mi sento tanto bene, adesso. Credo che un sensazione di amaro mi stia salendo dalle viscere e mi stia entrando in testa.

Voci, urla, sparatorie, tutto mi sta entrando in testa come mai prima di oggi.

Eppure zio Ben mi aveva detto che non avevo nulla di cui preoccuparmi.

Ma adesso mi sento pallida, il sudore mi sta attraversando il corpo, e sento che un pezzo di me se ne sta andando.

Ora so come si sente la bottiglia del mio veleno preferito. Quanti segreti nasconde, ecco.

Amarcord/corda

Qui ho parlato di corda, e il personaggio del prompt doveva essere un condannato a morte. Sempre 2012.

Ci siamo, allora.

Solo questi gradini mi separano dalla morte.

Credevo che il mio cuore avrebbe accelerato i battiti per anticipare la fine, invece sono tranquillo.

Perché alla fine ho ragione.

Non avrebbero mai dovuto mettersi a vendere le indulgenze, dunque starò tutta la vita con Martin Lutero.

Primo gradino.

Forse, dopotutto, vivere non è così malvagio, e anche se lo sto facendo per una buona causa, sento dentro di me una piccola voce che mi implora di abiurare.

Le idee di Lutero sono lontane da Cristo.

Secondo gradino.

Me lo aspettavo: mi stanno tremando le gambe. Non voglio morire, ho tre figli piccoli da accudire e una moglie che piange per me.

Ma mettersi contro l’Inquisizione, oggi come oggi, non ti lascia scampo.

Terzo gradino.

Alzo lo sguardo: la forca si erge minacciosa davanti a me. Riabbasso lo sguardo, anche perché potrei vomitare il cuore se insistessi.

Ultimo gradino.

Bene: l’ultimo sforzo l’ho fatto, anche se non sono più così sicuro di partire con Lei.

La Morte.

Vestita di nero e in prestito le sembianze del boia grasso il quale non vede l’ora di tirare la levetta che avrebbe aperto la botola sotto la forca.

Quel suo sorriso sdentato e pieno di sporcizia mi da la nausea.

L’ultima nausea della mia vita.

Il secondino che mi accompagna mi fa indossare il cappio in modo da fissare il Papa negli occhi.

All’improvviso la sua voce risuona nella pubblica piazza gremita.

“Tu, peccatore davanti al popolo di Dio, hai un’ultima possibilità di abiurare prima che la maledizione di satana scenda a rapire la tua anima”

Quelle parole.

Sembra che le abbia dette il Cristo stesso, similarmente a come aveva perdonato il rinnegamento di Pietro.

Non sono pentito. Ho solo avuto paura di finire fra le fiamme.

Le avventure dell’Uomo-Ape/ Giangiorgio

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Voglio fare un piccolo articolo dove parlo de Le avventure dell’Uomo-Ape, di cui sono già partite le prevendite e che quindi aspetto solo TE per pubblicarlo!

Nessuna presentazione è efficace se non presento il protagonista come prima cosa, e potrei coprirci diversi articoli con lui.

Giangiorgio Giacaloni dovrebbe avere trentacinque anni quando esce dalla casa dove abita per andare a fare la spesa.

Sapete, ci sono uomini che fanno la spesa. Giangiorgio è uno di questi, e la fa senza spendere un soldo, anche perché ha un metodo tutto suo, coniato e brevettato da lui che poi è un casino chiedere i diritti e io aaaa.

Giangiorgio fischietta, passando dalla via principale del suo paese e, siccome è insopportabile, gli vengono lanciati addosso tutti i tipi di frutta e verdura che riuscite a immaginare: mango, papaya, cavolfiori, Cassano… e così via.

Di sicuro non basta per sapere chi è Giangiorgio, vero? Di professione fa il restauratore di mobili e opere d’arte, ospita uno scheletro nell’armadio e, successivamente, anche lo spietato Fedèrico, l’ananas polemico.

Nella sua vita ha incontrato tanta gente bizzarra: dal libro si noterà che ha una zia chiamata Betta, alla quale non piace depilarsi, due genitori che sono fan sfegatati di Star Wars ed è cotto di Carola, ala donna Vespa che avrà un articolo qui su WordPress in cui la intervisteremo.

Ma, soprattutto, Giangiorgio ha avuto talmente spirito critico da scegliersi da sé il costume di supereroe, comprando in cartoleria la maschera e andando in giro mascherato da ape, ed ecco perché i banner delle prenotazioni prevedono il brutto muso di un’ape. Non è che abbia voluto.

Sono terrorizzato dalle api.

Certo, a onor del vero Giangiorgio non ha senso estetico, strano a dirsi da uno che fa quella professione. Però, ehi, almeno si è impegnato!

E che dire dei Lapardei? Ma di questo ne parliamo una prossima volta!

 

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Serenata rap

Continua il nostro viaggio attraverso il vecchiume che ho deciso di riproporre attraverso il blog. È il 24 luglio del 2013 e io… mi annoiavo, ecco.

“MA STAI SCHERZANDO?”

Stan era allibito. Le parole che Gerald aveva appena pronunciato non poteva credere, fino a qualche minuto primo, che un giorno avrebbe potuto dirle.

“No. Tanto lo sai che tu che…” disse Gerald, ma Stan lo anticipò.

“Ma ti rendi conto? Noi che siamo votati al Power Symphonic Gothic Epic Metal polifonico! E tu… tu… tu…”

“Sì. Il tuo genere mi ha stufato”

Gerald voleva proprio far suicidare il suo migliore amico.

“Ma non puoi fare una serenata rap per una ragazza! È inutile!”

Per Stan, il rap era un sottogenere indegno di essere ascoltato. Per l’amico invece, era un genere che andava rivalutato.

A Gerald si erano aperti gli occhi e voleva convincere anche Stan della bontà della sua idea. “Beh, allora tu cosa faresti per una ragazza figa che ascolta Tupac?”

“Tupac che sarebbe? Una ditta di spedizione pacchi?”

“Ma è il più grande rapper…”

“Allora non m’interessa! Mi cercherò un altro chitarrista!”

Detto quello, Stan Trafford vagò per la sua strada. Gerald invece quella sera si ritrovò sotto in via BH 17 a fare quella serenata rap.

“Oh Jenny, sei sempre viva come una pianta, oh Jenny, come una luna e i politici…”

Jenny uscì e gli tirò una padella insaponata in pieno volto, facendo centro. Al buio. Con quattro piani di differenza.

“E non farti mai più rivedere!” urlò, prima di chiudere la finestra.

“Povero Gerald” esclamò un passante, che sapeva come si chiamava il ragazzo infortunato perché l’aveva scritto da tutte le parti, appeso al collo e nei finti piercing. “Sempre così sfortunato”

Gerald e le serenate rap. Da quel giorno, avrebbe lasciato il rap a chi di dovere.

 

Ciò che fanno i gatti.

Apro una rubrica che parla di amarcord, ovvero storie vecchissime che ho scritto in passato e che ci terrà compagnia ogni venerdi. Spero vi piaccia 🙂 

Questa è datata 24 luglio 2013.

È incredibile! Ogni giorno ne accade una! Ad esempio non trovo più il mio lettore!

« Ehi, non trovo più il mio lettore mp3 » dico a mia madre, come se fosse mia sorella. Quando sono arrabbiata non capisco più niente.

“Eh, sarà da qualche parte!” risponde lei, troppo indaffarata per darmi attenzioni. Ma si tratta del mio lettore! Io non posso vivere senza! Poi come faccio a non prestrarle attenzione? Dovrò per forza ascoltarla non appena mi rivolgerà la parola!

“Toh, eccolo” lo trovo infine. “ma perché ce l’ha il gatto?” mi chiedo, senza aspettarmi risposta alcuna.

“Si vede che la canzone che stavi ascoltando gli piace!” dice mia madre, che finendo quello che stava facendo è venuta a curiosare. In effetti, il nostro micio si è raggomitolato rilassandosi sulle note di Hotel California degli Eagles.

“E come avrebbe fatto ad accenderlo?” le chiedo.

“Sai, smanettando si fanno cose impensabili!”

Non le sarà uscita male questa dichiarazione? In ogni caso, devo ammettere che ha ragione.

“Hmmm… però è troppo grazioso così! Che ne dici se facessimo una foto?” le chiedo, estraendo la mia  compatta personale.

“D’accordo” dice lei, andandosene.

E così, adesso, ho come screen saver del cellulare questa foto del mio micio che ascolta la buona musica. L’ho cresciuto bene, no?

///

La mia padrona mi ha appena fatto una foto. Lo so, sono adorabile. E poi ADORO la musica che ascolta, mi rilassa, ecco.

Tutto molto bello, certo, ma… dove sono i miei croccantini?

 

 

Kaden e le Fontane di Luce/32

Capitolo 32

“Isabel! Prendi la tua spada! Presto!” urlò Caleb alla sorella, e quella, aprendo un’altra porta, lasciò la scena.

“Non potrò farcela da solo” mormorò, chiudendo gli occhi e prendendo consapevolezza di stare lottando contro un mostro al di sopra delle sue capacità.

Il Basilisco lanciò due laser dagli occhi e Caleb si scansò sulla destra, e poi un’altra coppia, che ferì Kaden di striscio sulla spalla destra, e poi una terza coppia che rase i capelli di Mary, la quale si era abbassata appena in tempo.

Mary tossicchiò, a causa della fuliggine. “Ma è mai possibile che con tutti i soldi che avete non avete installato un cazzo di allarme antincendio?”

Neanche a dirlo che quello si azionò, bagnando tutta la stanza e spegnendo l’incendio. Tuttavia, l’acqua non aveva certo il potere di cancellare il Basilisco, che strisciò mandando laser ovunque, e Caleb li respingeva come poteva, in attesa della sorella.

Il serpente decise poi di puntare sugli spaventatissimi Caleb e Mary, ma venne bloccato dalla coda da parte di Josafat, il quale si arrampicò sul ventre, pronto a mangiare anche il cuore del rettile; tuttavia a quest’ultimo fu sufficiente scrollarselo di dosso per mandare il Mangiacuore fuori combattimento.

Il Basilisco fu pronto per attaccare.

“Kaden! Sei stato magnifico!” Mary scelse quelle come sue ultime parole.

“Mi dispiace di essere un idiota!” esclamò Kaden. Ormai la morte si stava avvicinando…

Il Basilisco però non colpì, perché un paio di frecce, scagliate dall’arco di Isabel, colpirono il mostro ai fianchi, distraendolo.

“Dovrai combattere contro di noi, maledetto!” esclamò Isabel. Kaden la osservò meglio e notò che aveva cambiato completamente espressione: avendo osservato la madre giacente a terra e rendendosi conto che solo in quel modo aveva trovato la pace interiore, Kaden ne dedusse che lei era certamente sconvolta, ma non per questo meno determinata.

Caleb e Isabel fronteggiarono dunque il Basilisco, un essere enorme dotato di zanne lunghissime e di raggi laser che partivano dagli occhi a intervalli irregolari. Caleb aveva Mezzanotte, che gli era stata consegnata da Isabel stessa, poco prima che lei tirasse le frecce.

Fu tutta una serie di colpi andati a vuoto, da una parte e dall’altra, mentre Isabel, un po’ impedita causa dell’abito elegante usato per la cena, non riusciva a correre per attuare il piano che prevedeva di girare attorno al basilisco per confonderlo.

Kaden si rivolse a Mary, mentre il serpente colpiva ancora coi suoi raggi. “Che cosa possiamo fare?”

“Difenderci dal Mangiacuore!” rispose lei, con la voce alterata dall’ansia. Ed effettivamente Josafat era giunto di fronte a loro, ghignando malefico. Stava sentendo delle nuove prede, la sua cena non era ancora finita.

Kaden e Mary erano dunque costretti a difendersi dal Mangiacuore, e se Kaden aveva quasi sperato che con la vendetta sulla madre la sua sete omicida si sarebbe saziata, era stato smentito dai fatti, così si avventò su di lui per proteggere l’amica e affrontare un corpo a corpo fuori dalla residenza, finendo quindi per spaccare un altro vetro e arrivare nel giardino circostante, mentre all’interno si consumava uno scontro tre contro uno, poiché si era aggiunta Mary.

Lei si sentì leggermente in colpa nel lasciare Kaden da solo, ma dopo quell’avvenimento aveva troppa paura del più piccolo della famiglia Hesenfield.

Kaden e Josafat rotolarono sull’erba fresca della sera, ma Kaden notò quanto in effetti Josafat fosse più lento e meno sicuro nei movimenti… forse, dentro di lui, viveva ancora quel bambino innocente che era stato prima del fattaccio e adesso che aveva ucciso colei che gli aveva fatto tanto male, era diventato una macchina vuota, morta assieme a Katrina.

E Kaden capì che era giunto il momento di metterlo a letto. Non avrebbe desiderato che toccasse a lui, ma in effetti c’erano così tante cose che non avrebbe desiderato e che erano successe comunque, che ci si poteva fare una lista.

“Bene” si disse Kaden. “Adesso, addio. Possa tu riposare in pace. Hai sofferto troppo nella vita, è ora che tu chiuda gli occhi e ti riposi”

Non aveva idea del perché lo aveva detto, né il motivo di cotanta sicurezza, ma forse aver scoperto la storia triste del suo avversario lo aveva indotto a conoscere anche il suo punto debole. E infine, lo vide arrivare, coprendo la pur breve distanza che aveva accumulato.

Josafat balzò come un Plexigos modello puma, diretto al cuore di Kaden.

Peccato per lui che quest’ultimo lo aveva previsto, ampiamente. Il solo interesse dell’ultimo degli Hesenfield era strappargli il cuore, neanche metterlo fuori combattimento.

Kaden trasse un respiro. Uno corto, uno rauco, uno intriso di compassione, più che di rabbia. E chiuse gli occhi, per non vedere cosa sarebbe successo.

Kaden sollevò il braccio destro, riempiendolo della tecnica dell’Aria, e affondò.

Un rumore sordo di qualcosa che si spezza riempì l’aria. Un rauco rumore come di gola che gratta, segno che Josafat un tipo di voce lo aveva sviluppato.

E poi, Kaden aprì gli occhi. E li vide: due avambracci posati a terra, che terminavano con una mano destra e una sinistra.

L’aveva fatto, aveva troncato le braccia a Josafat, che in quel momento stava contorcendosi dal dolore, mentre fiotti di sangue sgorgavano sporcando tutto.

“Non nuocerai più a nessuno” Kaden trattenne una lacrima. Gli faceva pena, ma doveva farlo.

Tutto quello che aveva letto, tutto quello che Isabel gli aveva spiegato… e chi avrebbe immaginato che dopo qualche minuto avrebbe ucciso il ragazzo più sfortunato del mondo?

Aveva letto che era stato viziato, pieno di capelli ricci, tutti lo adoravano in quanto piccolo e dolce.

E poi… l’inferno. Aver perso la bambina aveva ferito Katrina in maniera così profonda da farla diventare pazza, finendo per insegnare a Josafat a diventare un assassino, e poi la follia non fece che aumentare, trovando il suo culmine alla notizia della morte di Abraham, l’unico uomo che avesse mai amato.

Mentre Kaden pensava a tutto questo, Josafat Ismael Samuel Hesenfield non si mosse più, morto dissanguato.

“Buona notte, Josafat” disse il ragazzo, per voltargli le spalle e raccogliere i cocci della sua anima, appena infrantasi. O quantomeno, avrebbe voluto: una serie di rumori, esplosioni e urla lo riportarono alla realtà.

Con lo stomaco contorto, Kaden rientrò in villa e ciò che vide non gli piacque.

Il Basilisco strisciava letale, diretto alle gambe degli eredi della famiglia.

“Lascia perdere, Isabel, e spostati” stava dicendo Caleb. “Lo distruggerò con Mezzanotte, la mia spada”

E la estrasse. “Ammira la lucentezza della lama. Con lei, posso mirare il brutto volto del Basilisco come e quando voglio”

E così fece. Chiuse gli occhi e, fidandosi delle vibrazioni che gli dava il manico che respingeva violente scariche di raggi laser come fossero state noccioline, puntò alla testa, che doveva trovarsi in direzione dei raggi.

E con un colpo secco, il corridoio si riempì di sangue. Il mostro era morto e Mary era semplicemente ammirata.

“Alla fine sei riuscito a eliminarlo da solo” disse. “Come mai allora non ci hai pensato prima?”

Caleb scosse la testa e non rispose. Piuttosto, si accasciò a terra, singhiozzando , presto imitato da Isabel.

“Josafat…” disse lei “Josafat… dov’è…”

“Stava per uccidermi” disse Kaden. “Mi dispiace. Ho dovuto farlo. Adesso riposa e nulla più di questo mondo può ferirlo”

Kaden si rese conto che c’era gente che solo con la morte poteva trovare la pace, perché vivere era diventato impossibile. Due di queste erano Katrina e suo figlio, e per una strana coincidenza avevano trovato la serenità la stessa sera.

Seguì una pausa lunghissima, in cui Caleb e Isabel piansero i loro morti e li seppellirono accanto, proprio fuori dalla villa.

Furono due tumuli spogli, scavati in maniera perpendicolare all’edificio, in modo da guardare la Luna, che in quel momento era parzialmente coperta da un Drago che volava molto in alto.

“E adesso che succederà?” chiese Mary.

Kaden rispose: “Io devo comunque andare a Sydney. Chi se la sente, mi accompagnerà” e cominciò a fare strada allontanandosi dal gruppo, ma Mary lo richiamò con la voce. “Fermo! Credi davvero che dopo tutto questo ti lasceremmo andare da solo? Io ad ogni modo non posso, perché ormai voglio vedere con i miei occhi la capitale”

“Io devo reclamare il Trono” disse Caleb, spaventato alla sola idea.

“E io devo proteggere mio fratello” concluse Isabel, la quale era cambiata tantissimo in un giorno solo. Aver visto morire la madre l’aveva resa non solo più affascinante, ma più determinata e pronta ad accettare cose orribili come la guerra, pur di mettere fine alle sofferenze del mondo. Insomma, non era più tempo di ballare e si rese conto che lasciare la truppa personale era stato un errore.

Kaden era stupito nel sentire ciò che aveva sentito.

“Non ho capito” affermò, ancora fermo a pochi passi dai tumuli. “Voi vorreste aiutarmi ad aprire la Fontana?”

“Sì, è la cosa giusta per noi e anche per te. Per quanto tu sia cresciuto, non sei ancora in grado di cavartela nella città più protetta al mondo” disse Caleb. “Hai la protezione degli Hesenfield, il che non è poco”

“Bene, meno male”  rispose Kaden, e sorrise. Era bello e confortante sapere di non essere soli. “Anche perché non ho proprio idea di dove andare. Quanto tempo ci vuole per arrivare a Sidney?”

“Poco se usiamo un mezzo, un giorno e mezzo. E ti assicuro che non ci saranno intoppi, siamo due dei migliori atleti in circolazione, nessuno può batterci” disse Isabel, sicura come non mai.

“Sei sicura di accompagnarmi vestita in questo modo, sorella?” disse Caleb, guardandola perplesso. “Non dobbiamo andare a una serata di gala”

“Oh, già, scusatemi” e, imbarazzata, andò a cambiarsi e mettersi un vestito più adatto a un viaggio.

Lasciati soli, quindi, Caleb chiese a Kaden: “Dimmi di Josafat”

Kaden avrebbe preferito raccontare gli ultimi istanti di vita del Mangiacuore in un momento più lontano, a mezzogiorno e nel conforto di una casa sicura, non di sera e proprio accanto alla sua tomba. Tuttavia lo fece, e precisò che si era trattato di legittima difesa.

Caleb sospirò. “Stai parlando con uno che ha ucciso suo fratello e ha lasciato che sua madre morisse. Tutti abbiamo peccato, e io non posso giudicarti, piuttosto dovremmo aiutarci a vicenda. Sai maneggiare Olocausto, a quanto so”

“Si chiama Giustizia, adesso” rispose Kaden, adirato. Perché tutti si ostinavano a chiamare la sua spada con quel nomignolo?

“Comunque sia, ecco Isabel. Andiamo”

E partirono, scortati dalle carrozze con cui erano arrivati, diretti verso la Capitale.

Sydney, la città inespugnabile e tuttora inespugnata, nonostante diversi anni di assedio.

E inoltre, vi era Kraken l’Angusto in persona a presidiare quelle strade, non vi era nessuno al mondo in grado di oltrepassare le pesanti porte d’acciaio senza permesso.

Re Anthony aveva messo dunque la metropoli in fermento, coi preparativi per la cerimonia dell’Incoronazione. Una volta appreso della morte della sua matrigna, aveva capito che era rimasto solo lui come unico sovrano incontrastato, ed aveva pensato di rendere l’evento ufficiale e quindi riunire l’Australia sotto la sua bandiera sotto gli occhi del popolo.

“Per quanto riguarda le persone che vengono da lontano come facciamo? Abbiamo dato pochissimo preavviso, molti non potranno convenire. Inoltre, i treni sono stati dismessi” disse uno dei servitori.

A sentire quelle parole, Re Anthony ebbe la sensazione che sarebbe stata una festa molto intima.

“Meglio così, il Banchetto non sarà esoso” rispose. “Per poter permettere alla gente fedele al Re ma che non si trova nei miei territori, faremo installare dei maxi schermi in tutto il regno. In una settimana ce la faremo”

“Perdonatemi, Maestà, ma cosa sarebbero?” chiese il servitore.

Per tutta risposta, il Re prese un rotolo dalla biblioteca privata e lo mostrò.

“Questi sono schermi. Una volta, prima dell’Apocalisse, erano molto in voga. Poi sono stati soppiantati dalle macchine tele trasportatrici, ma noi non ne abbiamo. Pertanto, risolleveremo le vecchie tecnologie e permetteremo anche alla gente povera di vedermi incoronato”

Il servitore era più confuso che persuaso, visto che non capiva come funzionava, ma annuì e si allontanò dal Re.

Anthony tornò ad osservare il magnifico panorama. Vedere la capitale, che maestosa proliferava, mentre un Drago volava alto nel cielo, era qualcosa di magnifico e sensazionale, e lo aiutava a snebbiare la mente.

Nessuno aveva trovato ancora Kaden, il ragazzo che aveva aperto due delle tre Fontane.

Lui era al sicuro, ma lo preoccupava quella falla. Doveva assolutamente fermarlo, per essere ancora più sicuro che nessuna minaccia potesse toccarlo. Inoltre, da quando Isaiah Hesenfield aveva occupato Perth, non aveva più ricevuto informazioni sui territori dell’Ovest e non aveva idea di quale sarebbe stata la prossima mossa, e inoltre non aveva neanche tempo di pensarci, poiché aveva intenzione di attaccare Kashnaville e occuparla, ora che era morta Margareth.

Ciò che Anthony non sapeva era che Isaiah stava preparando una flotta diretta a Sydney, mentre Caleb aveva reclamato come suo il territorio della regina Margareth, ma che avrebbe governato un altro dei suoi capitani in vece sua.

In ogni caso, gli Hesenfield potevano fare di nascosto ciò che volevano: una volta auto proclamatosi Re, di lì a sei giorni, tutti avrebbero dovuto chinare il capo, senza se e senza ma.

Crisi.

Questo racconto partecipa alla XVII Challenge indetta dal gruppo Facebook “Circolo di scrittura Creativa – Raynor’s Hall. Il tema uscito era “Crisi”, ed io l’ho riadattato secondo ciò che l’ispirazione mi ha detto di fare.

“Aven, Aven, sono un po’ in crisi!”

Mi sveglio dal mio sonnellino pomeridiano e guardo Gianborfio.

“Che succede?” chiedo, ancora nella fase REM.

“Ma se i monti dovessero stancarsi, cadrebbero?”

“I monti… che?”

Gianborfio dovrebbe sapere che le domande difficili non si fanno a uno che è semi sveglio.

“È una cosa che dobbiamo risolvere! Se i mondi cadessero, anche il cielo cadrebbe!”

“Ma… che stai dicendo”

Gianborfio mi prende di peso e andiamo sulle montagne. Per inciso, quelle montagne fanno parte della Catena Montuosa degli Uomini Rocciosi, che robusti si mimetizzano fra le pietre.

Si chiamano tutti Pietro.

“Senti, Pietro?” chiede Gianborfio, di conseguenza facendo voltare tutti i Pietro rocciosi.

“Mi chiedevo come stessero le montagne. Sono giù? Sono su? Serve loro un tiramisù?”

Uno dei Pietro batte sulla spalla del mio amico. “Non preoccuparti, ci pensiamo noi alle montagne. Voi tornate pure da dove siete venuti. Inoltre, non credo che poi abbiate il potere di sconfiggere il Cielo, se dovesse cadere”

Io ancora non ho capito che cosa vuol dire che il cielo debba cadere.

“Vuol dire che il cielo cade” risponde Pietro, un altro dei tanti, uno che legge nel pensiero. “E quando il cielo cade, dipende. Se è giorno, cade solo il sole, se è buio cadono anche tutte le altre stelle”

Non riesco a credere alle sue parole.

“Ma… vi rendete conto?” chiedo io, sia a Gianborfio, sia a tutti i Pietro che vedo, e ne vedo spuntare parecchi. “Il cielo come può cadere per colpa delle montagne? Vi rendete conto dell’assurdità della cosa? È come se fossi un tostapane!”

“OMMIODDIO! Sei un tostapane!” Gianborfio sembra sconvolto, si porta le mani sulla bocca e reagisce come se mi avesse davvero visto trasformarmi in un tostapane, con tanto di filo della spina svolazzante.

“Che c’è?”

“Sei diventato un tostapane” dice un Pietro. “In realtà, ti avevamo avvertito: noi vigliamo affinché il cielo non cade riducendo il mondo in crisi, ma ci sembra che TU stesso sia in crisi… non è vero?”

Non mi sento in crisi. Ho solo tanta, ma tanta voglia di abbrustolire dei tramezzini…

Oddio!