Nell’isola deserta.

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Ricordo a tutti che le barche non volano

Quando a Luglio vado al mare, penso soprattutto a quanto sia bello il cocco. È bello? Marrone, peloso, un po’ umidiccio all’interno. Diciamo che non è la prima cosa che ti viene in mente quando pensi a qualcosa di bello. Una volta sono stato in un’isola deserta. Che poi, le isole deserte non lo sono mai. C’è il cocco, appunto. Il cocco in questione si chiamava Peppoldo e ambiva a diventare una nuvola. “Voglio essere una nuvola” lo ripeteva ogni martedì. “Ehi, le nuvole sono a forma di cocco oggi, non credi?”diceva il mercoledì alla sua amica palma. Il giovedì, invece, stava zitto, perché gli serviva concentrazione per sparare il profumato latte di cocco all’ignaro paguro. “Ahaha, tanto non mi bagni! Io ho una casa!” allora Peppoldo con grande smacco, pensava che il suo universo fosse troppo limitato per la sua carriera. Prese una foglia spaziosa di palma, poi un’altra, e l’attaccò ai lati. “Pss” mi chiese, mentre io mi limitavo a cercare una tintarella. “Ehi tu! Umano! Quali sono i lati del cocco?” “Ma scusa” dissi “non lo sai tu e devo saperlo io? però decisi di rispondere “Il lato di un cocco è inversamente proporzionale all’area di una foglia di palma. Da questo, spiega perché il giovedì viene prima di venerdì”
al cocco cadde un altro cocco in testa. “Ahahah!È il colmo!” esclamò il mare. Al che mi resiu conto che non potevo vivere fra me e il mare, così mi tuffai e venni catturato da un gruppo di cannibali. Venni inserito dentro un grande calderone pieno di acqua non salata, bollente. Sembrava di stare alle terme. “Tu! Verrai mangiato bollito perché hai osato parlare di geometria in un’isola deserta!”
Mi sentii spacciato. Non credevo che la cultura risultasse ad alcuni indigesta! Ma non era finita. Mentre pensavo a lle capitali del sudest asiatico, arrivò planando il cocco volante, fece scendere un filo marrone e peloso sul quale mi aggrappai e venni trasportato via, non prima di aver salutato i cannibali con queste parole “Bye bye! Non disperate, tanto è venerdì, non si mangia carne!”
Non avevo pensato però che Pippoldo arrivò fino in cielo e lì rimase, perché evidentemente sapeva come salire ma non come scendere. “Te lo avevo pur detto che volevo diventare una nuvola!”
Che fare? Ricorsi a ciò che dico sempre nel buio della mia stanza: “Qualcuno ha una candela?” Mi pervenne e caddi in mare, proprio sulla spiaggia assolata di metà luglio, appena in tempo per il festino della mia città.

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Pierozza e i social media.

Pierozza era stata investita.

Cioè.

Non c’entrava nulla l’automobile, in realtà aveva ricevuto un investitura, che riguardava i suoi particolari poteri.

Il potere di Pierozza era quello di entrare nei social media e di interagire con loro. Stette di fatto che Pierozza usò questo potere per un giorno soltanto, poi non ne parlò mai più con nessuno, nemmeno col suo patrigno, e a lui diceva tutto, visto che era diventato sordocieco.

Per prima cosa entrò su Facebook, trovandolo chiuso. C’era un’enorme porta blu a doppia anta.

“Per prima cosa devi digitare il nome utente e la password” disse la porta. ” È gratis e lo sarà sempre”

“È quel sempre che ti frega” commentò Pierozza, digitando il suo nome utente e la sua password, che qui non divulgo per rispetto della privacy.

Una volta entrata, Pierozza vide Like che camminavano a trenino, link condivisi che si moltiplicavano, commenti pieni di parole che sfrecciavano in ogni dove e soprattutto lo SPAM che stava cominciando ad arrampicarsi su di lei, finendo ben presto per ritrovarsi piena di messaggi sponsorizzati e pubblicitari.

Soprattutto, colorata di un blu orribile. E Pierozza odiava il blu.

“Ma… si può sapere tutta questa confusione?” chiede lei, snervata.

“Tu chi sei? Chi ti ha fatto entrare senza ritegno?” chiese un Commento.

“A quanto pare è una super eroina!” esclamò divertita la reazione Ahah.

“Oh! Ma tu ridi sempre?” chiese la reazione Sigh. “No, perché io piango e… AAAAA”

Detto quello scappò via chissà dove a piangere le sue lacrime.

Pierozza non sapeva bene dove recarsi: ogni secondo si condivideva,k ogni millesimo di secondo spuntava un Like e lei era pure senza ombrello.

“Meglio andare su Twitter!”

Su Twitter la gente era più calma, ma appena sbarcata la ragazza dovette schivare un hashtag volante che altrimenti le avrebbe sfracellato la testa a metà verticale.

“Misericordia!” esclamò lei, sudando freddo. “ma… ma… cos’è questo rumore?”

Un frastuono incessante di tweet cominciò a trapanarle le orecchie. C’era stata una volta in cui Pierozza amava il suono degli uccellini, ma quello era cento volte amplificato.

Non poteva stare. Era come il rumore del fax, rumore che lo si conosce se si frequenta un call center.

Non le rimase che Instagram. Lì era molto più bello, c’erano cuori e foto, foto e cuori, nient’altro.

Alla lunga, però, le annoiava. Ogni tanto, peraltro, si pungeva le scarpe per via degli hashtag e aveva il forte sospetto che alcuni utenti la stessero seguendo.

“Perché mi state seguendo?” chiese infine.

“Follow4follow, per esserle utile!”

Ed ecco spiegato il motivo per cui pierozza capì che fare la supereroina non faceva per lei.

Ed era bella.

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Sakura mi aspettava. Era lì, sorridente, con in mano il suo solito ombrellino rosso.
Ed era bella.
Mi sorrideva ed era bella.
Aveva il kimono ed era bella.
Mi stava dicendo “ciao” ed era bella.
Era il giorno dei mandorli in fiore, e avevo deciso di andarli a vedere insieme. Io ero impresentabile, soprattutto per il fatto di essere ritardo e col fiatone, dopo una lunga scarpinata con salita di interminabili scale compresa.
“Ehm…”
Non avevo idea di cosa dire. Ero totalmente impacciato, mi sentivo di troppo ma allo stesso tempo il suo sorriso era rassicurante.
“Sai, di solito ci si saluta, eh”
Aveva ridacchiato.
“Sì beh, io… io… andiamo?”
Le offrii il braccio. Quando graziosamente cominciavamo ad andare, mi venne in mente tutto quello che ho dovuto penare per portarla fuori!

È stata male, ha lavorato, è andata in Europa due settimane, poi è stata indaffaratissima con un trasloco e infine altri piccoli imprevisti proprio quando credevo che ce l’avessi fatta!
Però poi i mandorli decisero di sbocciare.
È la meraviglia della natura, la vita che si colora di rosa.

 Ad un certo punto, un petalo si posava sulla mia mano.
Lo misi su un lato dei suoi capelli.
“Stai benissimo”
Le sorrisi.
Mi sorrise.
Lei mi baciò, istintivamente, come se lo volesse davvero. Rimasi impalato, stupefatto ed euforico allo stesso tempo. Sapeva di primavera, di mandorlo, ed anch’io risposi fiorendo assieme ai petali che ancora vorticavano fra noi. Ci baciavamo ed eravamo belli.
Era quella la magia dei mandorli in fiore? Era finalmente giunta la primavera, e chissà che cosa ci avrebbe portato.
Bellezza, forze. Sakura, probabilmente.
L’amore, sicuramente.
“Non te lo aspettavi” disse lei sorridendo, mentre vorticava il suo ombrellino. “E ancora non parli”
Non potevo parlare. Ma lei che ne sapeva?
“Ehm…” esitai, senza sapere cosa fare né come rivolgermi. Ero cotto.
Rideva. Il suono ricordava il ruscello lì vicino.
Ed era bella.

La Ropa Sucia/123

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“Visto?”

Analisa annuì e fece cenno al suo nuovo amico di uscire. Non desiderava vedere oltre.

“E così abbiamo una lavatrice che giura e che funziona” disse lei. “Ma laverà i panni sporchi?”

“I panni sporchi si lavano in famiglia” citò Pedro. “In ogni caso, non so se vorrai continuare a frequentare questa casa”

“No, e perché mai” rispose Analisa molto seria. “Casomai, non vorrei farla vedere a Jùan. Lui si impressionerebbe. Cambiando argomento” disse lei “dobbiamo capire chi è che è stato a rubare il servizio di argenteria di Carlo V”

“Non ho proprio idea di chi ce l’abbia con noi…” disse Pedro, ma Ana Lucia riuscì a sentirlo anche dall’altra stanza, quindi la sua voce scavalcò ogni legge fisica e sembrò che parlasse accanrto a lui:

“Sei proprio un imbecille, Pedro Augusto Gonzalo Sanchez! Sono anni e anni che siamo in lotta coi Riquelme e ti chiedi chi possa essere stato a farci questo sfregio?”

“Dobbiamo ripagare con la stessa moneta” disse Analisa. “Non avete ladri o spie infiltrati chissà dove?”

“Mia sorella Clara è entrata a far parte del clan dei Neri” osservò Pedro, come se fosse una cosa normalissima.

“Che cos’è il clan dei Neri?” chiese la ragazza.

“Si tratta di una società segreta che si occupa di mettere i bastoni fra le ruote a tutta lo società altolocata di Villa Nueva. Se solo sapessimo chi è il capo li elimineremmo tutti”

“Ah, sì? E dillo subito! Io ho un fratellino, che si chiama Jùan. Lui risesce sempre a vedere, a scoprire, e sa anche la tabellina del sette! Insomma lo farei entrare al Clan, se solo sapessi come si fa”

“Nessuno lo sa” disse Pedro. “Io penso che ci siano loro dietro tutto questo”

Analisa si guardò attorno. “Dietro… cosa? L’armadio a muro? Dietro i comò? O dietro quel quadro raffigurante un’aquila umana?”

“Lui…?” Pedro si girò e guardò quella specie di mostro pieno di brufoli. “Non offendere la mia trisavola Carmen Sanchez! Era solo un po’… diversa, ecco tutto”

“Capisco. Andiamo da Jùan, allora”

Nel frattempo che i due andavanmo a casa Islas, peraltro durante il tragitto furono visti da una mezza dozzina di persone e qualche cespuglio, i genitori della rnuova amica di Pedro andarono a incontrare i coniugi Garcia.

Javier ed Emilia Garcia erano caduti in disgrazia, o almeno si consideravano tali: non tanto perché avevano perso denaro, in effetti non spendendo avevano ancora un consistente patrimonio, ma perché avevano perso la figlia e lo scrigno segreto che era nelle mani del fratellastro, Romàn, il quale aveva persino un castello con tanto di torrioni e molteplici stanze che non servivano a nessuno. Per quello furono piacevolmente sorpresi che i nuovi arrivati in città contattarono proprio loro; così li fecero sedere sui gloriosi sgabelli di legno, servendo del tè in tazzine vuote.

“Allora” disse Ambrosio Islas, controllando la tazzina vuota e in effetti c’era un po’ di polvere. Non aveva abbandonato una certa smorfia perplessa da quando era entrato, imitato perfettamente dalla moglie. Si portevano dire fratelli. “Siamo venuti qui per una proposta importante. Abbiamo notato come qui siete morti di fame”

I Garcia repressero un fremito violento.

“Siccome noi abbiamo intenzione di… ampliare le nostre proprietà diventando ricchi sfondati e enmtrare nella vostra società come i più possidenti, pensavamo di buttare giù la vostra catapecchia fatta di legno marcio e teoricamente inagibile per costruirre sulla vostra area un supermercato. Sarebbe il primo supermercato di Villa Nueva, il che diverrebbe un polo turistico per tutit i paesini del circondario, risollevando quindi il tursismo di questo posto, che fino a questo momento consiste solo nella chiesetta e nella piazza. Quanto offrite per sloggiare?”

Garcia non poté resistere più. Si alzò, rovesciò il tavolino e diede un puigno dritto sul naso al povero Garcia che, dal canto suo, pensdava di aver detto una cosa giusta.

“Maledetto porco” sibilò Garcia, le vene sulla fronte. “Noi siamo dieci volte più ricchi dei Sanchez e dei Riquelme messi assieme, e se ci piace la vita spartana è perché è la nostra passione. Come OSI venire a dirci di voler abbattere la nostar villa lussuosa?”

Diesse mentre un asse del soffitto cadde poco lontano.

“Comunque duecentomila pesos possono bastare” disse Emilia, sorseggiando il tè vuoto.

Javier guardò la moglie sgranando gli occhi, mentre la lavatrice continuava a girare…

Intervista a Nicholas Mercurio.

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LA DEFINITIVA RUBRICA DELLE DOMANDE!

Sono le sei del pomeriggio. A casa di Aven c’è molta agitazione, perché il padrone di casa deve ospitare Nicholas Mercurio, autore di un ciclo fantasy che lui stesso ha comprato. E, adesso, Aven deve intervistarlo. Che fare, a parte lo spazio tè, caffè e biscotti?

Davanti a loro, il Signore dei Giusti, di cui è appena uscito anche il cartaceo, il Segno del Corvo, le Fiamme di Agasor, il Tramonto dei Giusti e le Rose di Elgand; tutti libri fantastici, che compongono una collana facente parte di un mondo che respira.

Ci sediamo e cominciamo la nostra intervista:

  1. Ciao, Nicholas! Ci conosciamo da anni e finalmente sono riuscito a proporti un’intervista. Rompiamo un po’ il ghiaccio! La prima domanda da fare è: perché il self publishing? Cosa risponderesti a coloro che potrebbero dirti che è come se ti dessi un cinque da solo?

Ciao, Andrea. Grazie per lo spazio che hai deciso di dedicarmi nel tuo blog, che seguo con ammirazione. In primis, desidero lanciare un messaggio: io non consiglio a nessuno il selfpublishing perché è una strada molto complicata. Non si tratta soltanto di pagare qualcuno per farsi editare il libro, trovare un’ottima copertina e soprattutto promuoversi. È anche doversi confrontare con una realtà editoriale che è irta di difficoltà. Chi intende seguirla deve assolutamente essere consapevole che non è facile.
Guarda, io non posso cambiare il loro giudizio. Se la pensano così io non posso farci nulla. Sono sempre il primo a darmi uno zero.

 

 

  1. Chi è Argail di Lytel, protagonista a cui facciamo riferimento? Come nasce? Perché nasce? Insomma, raccontaci qualcosa che proviene da dietro le quinte e che sveli per noi.

Argail di Lytel è un Guardiano dei Draghi, uno sgominatore di stregoni e uomini, appartenente a un Ordine che è stato fondato secoli fa. È nato ne “Le Rose di Elgand” e la sua serie è la “Saga dell’Ultimo”, disponibile su Amazon in ebook. Ma ben presto uscirà anche il cartaceo.

 

  1. Hai già scritto parecchio. Cosa risponderesti a Tizio Qualunque che vorrebbe prendere ispirazione da te per creare una fan fiction sul tuo mondo?

Ecco, questo è un discorso abbastanza complicato. Sarebbe un onore che qualcuno avesse questa intenzione, ma tengo molto ai miei libri. Se una persona dovesse presentarsi con un fanfiction sul mio mondo, io la leggerei con piacere. Ovviamente spetterà a me giudicarla.

 

 

  1. Hai rapporti con altri self-publisher? Fate scherzi come “suona il citofono e scappa” oppure lasci che vivano la loro carriera senza intasarli troppo?

A volte chiedo loro qualche consiglio, ma lascio che loro vivano la loro carriera. Ho sempre pensato che il lavoro sia una cosa, l’amicizia un’altra. Ci sono casi specifici in cui sono amico di qualche altro collega.

 

  1. Quali sono state le maggiori difficoltà ad autopubblicarti?

La copertina. La copertina è una stronza, e perdona il francesismo. A dire il vero, lo è a ogni libro.

  1. Il tuo mondo è in continua espansione e io ne sono diretto testimone, in quanto sono tuo cliente abituale. Ma, per chi dovesse entrare per la prima volta nel tuo complicato universo, cosa consiglieresti, a parte di portare con sé almeno uno stiletto?

Consiglierei di non aspettarsi un finale dove tutti vivono felici e contenti. Purtroppo il mondo non è così, e basta guardarlo. Durante la stesura de la Saga dell’Ultimo, ci sono stati svariati attacchi terroristici in Europa e nel Medio Oriente. Ho cercato di spiegare il perché si diffondano l’odio e la paura, il dissenso e la cupidigia.

  1. A tuo avviso, il self-publishing avrà futuro in Italia?

Ormai è un presente. Che piaccia o meno alle case editrici, è così e sarà così ancora per molto tempo. Io ho scelto di autopubblicarmi perché ci tengo tanto a miei libri e alle mie saghe. Se posso essere sincero mi dispiacerebbe essere messo negli scaffali vicino a titoli abbastanza discutibili.

 8. In generale, cosa pensi del self-publishing? Ti senti di consigliarlo?

Come ho spiegato prima non è una passeggiata. Anzi, è una strada piena di difficoltà e bisogna sempre avere la risposta pronta e affrontare le questioni con calma e consapevolezza dei propri mezzi

9. Lo sai, questo è un blog comico. O almeno, tenta di esserlo: una storia seria come la tua stride forte con il messaggio che voglio mandare. Tenendo bene a mente questo, te la senti di raccontare un aneddoto divertente sui Guardiani dei Draghi?

Ovvio, e lo faccio su Argail. “Quando un uomo incappucciato incontra un drago incazzato, il drago incazzato è un drago morto”. Ma non solo i draghi. Anche le persone

10. Veniamo adesso a John Ronald Reuel Tolkien, il padre del fantasy. Quanto, da uno a dieci, hai preso ispirazione da lui? E, quando lo hai letto per la prima volta, pensavi che un giorno avresti creato un mondo, con le dovute proporzioni?

Guarda, io non amo prendere ispirazione da nessuno perché il mio mondo è mio e deve essere esclusivamente mio. Che si parli di Tolkien o chiunque altro poco importa. Non voglio assolutamente affermare quanto sia immenso il mio mondo rispetto a un altro autore. Se si parla poi di Tolkien bisogna solo avere rispetto.

11.“Nicholas, i tuoi racconti mi hanno emozionato così tanto che anch’io voglio creare un mondo dal nulla!” mettiamo caso che ti arrivi questa domanda da un giovane di belle speranze. Cosa gli risponderesti?

Di leggere tanto. Un ottimo scrittore deve essere un superbo lettore. Questa è la base. Gli consiglierei di non arrendersi alla prima difficoltà o se qualcuno gli fa notare che sta sbagliando.

12. Il tuo mondo comprende anche una playlist, attualmente in fase di elaborazione. Puoi svelarci qualcosa in anteprima? Che colonna sonora sarà, o ti aspetti?

Sulla colonna sonora voglio citarti la produzione “Age of Chronicles”, che mi ha proposto di realizzarla sul Signore dei Giusti. Io ho accettato dopo averci pensato molto attentamente. Sicuramente faranno un ottimo lavoro perché ho già ascoltato delle loro composizioni.
Oltretutto, uscirà il cartaceo de il Signore dei Giusti, dopo quasi tre anni dalla sua pubblicazione. Ed era ora.

13. Parlaci un po’ dei prossimi progetti futuri! Possiamo realmente aspettarci un “Argail va in città” oppure “La Saga del Penultimo” o anche “I baobab di Elgand”?

 Argail adora i kebab e il sushi, sai? A parte gli scherzi, ho concluso il primo libro de “L’Ombra delle Rose”, “Il Figlio del Mare”, che uscirà questa estate sia in ebook che in cartaceo. Aspettatevi di tutto. Ora sono concentrato sul secondo volume e molto altro.

Grazie Nicholas per il tempo accordatomi e vi invito caldamente a reperire i suoi libri!

Grazie ancora, carissimo. Buona giornata.

 

L’intervista si chiude. Nicholas se ne va, esattamente com’è venuto, come un vento che soffia sui capelli, come quel vento che spira sul suo mondo.

Io mi sento edificato. Non so lui…

 

 

 

Dante, il tortellino gigante.

Buonasera! Sono Dante, il tortellino gigante.

Forse vi ricorderete di me perché mi avete visto alle terme.

“Ehm, no, è la pentola che bolle, Dante”

Oh. Hai ragione… ma… chi ha parlato!”

“Il tuo corpo, stolido! Chi altri pensavi che fossi? Sai che quando ho bisogno di parlare, ci sono!”

Oh. Beh. Allora mi conviene ricominciare.

Buonasera.   Son dante, il tortellino gigante e ho un piccolo problema. Sento le voci dentro il mio corpo! Mi sembra incredibile: sarà il ripieno, comunque.

“Che ripieno sei?” mi chiede la voce.

Ci penso su, non è una domanda semplice. Ci sono tante combinazioni… sgabello e cozze, per esempio!

“Mi piacerebbe essere ricotta e spinaci, sarebbe un bell’argomento verde” affermo poi, ignorando il bianco della ricotta.

“No, sbagliato! Ma se proprio vuoi quel tipo di ripieno, mio caro tortellino, ti conviene aspettarlo”

Spero che non tardi come fanno di solito le terme…

“Ancora! È la pentola!”

Ah, giusto. Comunque, si sa che “Una pentola se osservata non va mai in ebollizione”, no? E stiamo aspettando la ricotta e gli spinaci, che di solito sono… puntuali? Ritardatari? Sono in realtà portoghesi? Chissà. Quel che è certo è che non vedo l’ora di rivedere i miei compagni. C’è ad esempio Frank, il tortellino delle tre, il quale è più un raviolo. Vero Frank?

“Voglio diventare un tostapane io! Come si fa?”

Grazie, Frank. È un po’ ambizioso. Poi abbiamo Marco, il tortellino gusto talco, il quale ha da anni una cotta per il dado Star. È insopportabile ed io non…

“Cioè, ma non la vedi? È così bella, perché dovrei impegnarmi con la bruttezza?”

Grazie, Marco. Improvvisamente guardo l’orologio e vedo che fra poco le terme cominceranno a scaldarsi…

“MA MALEDIZIONE! SONO DANNATISSIME PENTOLE! PORCA ROWENTA!”

Per chi non si accontenta.

Comunque ha ragione, ma il fatto è che non mi entra in testa. Però è anche vero che queste cosiddette pentole hanno l’idromassaggio… in ogni caso, rivolgo la parola alla voce del mio ripieno. “Tu sai quando arriverà la ricotta e lo spinacio, ammesso che esistano?”

“Beh, sai, l’attesa della ricotta è essa stessa la ricotta!”

Colpito da quedsta affermazione, chiedo ancora. “Quanto agli spinaci, cosa sai dirmi?”

“Se non li ha rapiti Braccio di Ferro, legandoli e imbavagliandoli dovrebbero venire”

Al che, mi viene un’illuminazione, dovuta alla luce accesa della cucina. Il tizio sta proprio per farci scendere dentro l’acqua calda.

“Un momento… non è che dentro di me siete davvero ricotta e spinaci e mi avete depistato?”

“Mannaggia, ci ha scoperto! Mayday! Mayday! Ritirata!”

Sospiro. Tanto vale tuffarmi in queste terme…

“SONO UNA PENTOLA!”

 

Cara Valigia

Cara Valigia,

Non capisco perché,ma ogni volta che devo partire non riesci mai a chiuderti! Perché, eh? Ad esempio: devo andare in questo posto e tu mi chiedi, tanto per cominciare: “Ma dove devi andare? Perché?”

Allora io, non rispondendoti, perché so bene che per nessuno, nemmeno per una valigia, è semplice essere risvegliati, comincio a estrarre fuori dalla casa tutte le cose che mi servono per partire. Innanzitutto l’asciugamano: parto senza asciugamano? E per coprirmi la testa come farei? Per sventolarlo nel caso passasse un toro, cosa sventolerei?

Dopodiché, posso prendere le magliette: possono essere di tutti i tipi. All’ora della partenza ne spuntano davvero di ogni specie, forma e colore. Soprattutto, una maglia che erto sicuro di avere buttato, ma che è tornata impunemente ad occupare il mio guardaroba!

Tant’è vero che me lo chiedi tu stessa, valigia: “Ma questa maglia non l’avevi buttata?”

“Ssssh! Zitta, sbirra!” Esclama la maglia.

Va beh. Come diceva la mia professoressa delle scuole medie “Vestitevi a cipolla!”; quindi aggiungo un bel costume da cipolla, in onore dei vecchi tempi.

“Immagino l’odore” mi dici. È vero, ma metti caso che serve fare un soffritto in piena autostrada! Con 40° all’ombra, le auto possono essere ottime padelle!

Dopo le maglie e l’asciugamano, posso passare certamente a lamette, deodoranti, dentifrici, calze, pantaloni, occhiali, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale.

Ora è il momento di chiuderti, o valigia, che è un po’ il motivo per cui ti sto scrivendo questa lettera. Provo una volta… niente.

Provo una seconda… e lanci tutti i vestiari!

Provo una terza, ma ti ribelli. Non buoi chiuderti!

Quando imparerò a non portarmi da casa… tutta la casa? E poi, non è che tu, valigia, una volta entrata nel gate tiri fuori tutto, magari lanciando lontano per prima la mia amata tazza di Pac-Man?

Comunque, se vuoi la verità, ti dico: l’anno prossimo mi compro una piscina.

Tommaso è una mosca?

Tommaso è una mosca. Di solito le mosche volano; ma la maggior parte di loro preferiscono avere una precisa destinazione, ossia i vetri spalancati delle finestre.

 

Perché, se la luce ci passa, perché loro non dovrebbero? Allora, Domenica, la mosca polemica, invita Tommaso per il nuovo gioco dell’estate: “Forza, vieni a schiantarti con noi sui vetri! Chi va più veloce vince un sacco di punti! Andiamo a schiantarci a 130, dai!”

 

Ma a Tommaso non interessava tanto. Anzi, per tutta risposta afferma: “Ma lo sai che più sbattiamo contro le finestre, più diventiamo sceme? E siccome il vero potere è la conoscenza, mi sa che andrò a conoscere quel naso laggiù!”

Dopotutto, Tommaso è una mosca semplice: vede un naso, ci si posa su.

 

Nel frattempo Gianalfonso è un uomo importante d’affari. Si dà il caso che stia leggendo un’importante giornale di economia e quando lo fa non gradisce essere disturbato. Ebbene, Tommaso la mosca si appoggia proprio sul naso di quest’uomo, e prontamente con la mano lo scaccia via, non prima però che Tommaso possa dire: “È stato un piacere conoscerti, Naso!” e il naso: “Anche io, Tommy! Non abbandonarmi!”

 

Al che, Tommaso non se lo fa ripetere due volte e torna sul suo naso preferito. “Secondo te quale attività di amicizia possono fare una mosca e un naso?” chiede Naso.

 

Tommaso non risponde, preferendo sfregarsi le zampe senza soluzione di continuità, mentre l’importante uomo d’affari sta ormai… meditando profondamente sul crollo della borsa.

 

Il naso incalza. “Allora? I miei peli fremono e ho voglia di starnutire!” ma Tommaso sembra immobilizzato dal suo interminabile sfregare le zampe. Alla fine, il naso finisce per dare uno starnuto particolarmente violento, che spaventa la povera mosca, provocandogli un bel volo e farlo finire proprio sulla finestra. Tutte le altre sue amiche mosche fischiano e ronzano, allibite e stupefatte.

 

“Caspita, Tommaso!” dice Domenica, la mosca polemica. “Hai fatto un volo da record! Hai vinto una fornitura per un anno di cassonetti dell’umido!”

 

Ma Tommaso in mezzo agli applausi, ha in mente solo una cosa: l’amicizia fra le mosche e il naso non s’ha da fare.

 

Novelle per un anno/2

02 – By the grace of the Ocean. Seconda parte della storia narrata ieri, ispirata a White Pearl, parte II.

L’abbraccio gelido del mare mi conforta.

Apro gli occhi e scopro di essere poggiato prono su una spiaggia bianchissima. Dietro di me, il regolare moto ondoso. Su di me, sparse nuvole bianche.

“Sono vivo…”

È la prima cosa che mi viene in mente. Incredibile, in altre occasioni sarei stato più che sicuro che un volo come quello avrebbe ucciso chiunque.

Chissà perché sono vivo. La spiaggia fa da prefazione a un piccolo bosco pieno di alberi verdissimi e dai frutti che sembrano succosi.

Poi, guardo il cielo e i pensieri piombano di nuovo spietati, come se fossero caduti in ritardo dal faro.

Già. Avevo una casa fatta di luce, di tè e di mare; porto sicuro nella vita infelice che ho condotto. C’era anche una ragazza, che ha portato via il mio cuore e il farlo le è costata la vita.

Io, invece, a quanto pare sono stato risparmiato, ma… dove sono finito? E come mai ho questa veste bianca che mi copre dalle spalle ai piedi?

È curioso il fatto che non sia più turbato, invece dentro di me ho quasi una sensazione di… serenità. È come se il mare alle mie spalle abbia trattenuto tutti i veleni e mi abbia restituito la vita ripulita. Dentro di me, ho come la sensazione che anche Mary, la donna che ho perduto, sia anche lei serena e stia provando le stesse cose.

Ad ogni modo, sono curioso di provare questa nuova vita. Sono approdato in questo fazzoletto di terra, poco più che un atollo, e davanti a me si trovano palme e cespugli così fitti che non riesco a vedere bene l’interno dell’isola. Non mi resta che avvicinarmi, anche perché dovrò pur nutrirmi, no? Altrimenti il regalo che ho ricevuto dal dio del mare sarà stato vano, e morire di fame e di stenti, seppur qui, dove tutto è colorato e sembra invitante, non è una bella prospettiva.

Le mie speranze sono state ben riposte: ci sono un sacco di bacche di tutti i colori, dall’odore paradisiaco e dal sapore ancora migliore. E poi il cocco, facilmente prelevabile, e andando avanti fra le frasche, che solleticano le mie gambe, ho anche trovato un piccolo ruscello, dove l’acqua limpida scorre ininterrottamente.

Insomma un posto lieto in modo da poterci stare per sempre. Mentre mangio il mio cocco dopo averlo rotto sopra uno scoglio provvidenziale, guardo su nel cielo limpido.

Mary…  chissà adesso se si trova nella mia stessa situazione o adesso riposa in pace. È l’unica, l’unica che io abbia mai sognato, che abbia mai potuto sfiorare, e al ricordo del suo bacio e del profumo dei suoi capelli, mi sento più forte.

Mentre assaggio il mio cocco, sento un rumore dai cespugli.

Ma allora c’è qualcuno qui! Credevo di essere solo, di passare il resto dei miei giorni lontano dal contatto umano perché è ciò che meritavo!

Una veste bianca come la mia, esattamente identica, fa capolino in mezzo al verde. Al suo interno…

Mary.

Proprio lei. Esattamente come la ricordavo. Capelli, occhi, forma del corpo… tutto corrisponde.

“Ma allora…” comincio a dire, ma lei sorride.

Ho trovato la donna salvata dall’oceano. Non ha niente da dire, sorride e basta; ed ecco perché è l’unica che abbia mai amato.

Corro subito ad abbracciarla, mentre il prato dell’isola scorre sotto i miei piedi.

Mentre lei affonda fra le mie braccia, tutto mi sembra più vivo, più bello.

E, ancora una volta, Mary ha reso al mondo un nuovo me.

La casa della luce.

White Pearl, Black Oceans – novella liberamente ispirata alla canzone dei Sonata Arctica.

Adoro il mare agitato.

Le onde si increspano, si imbiancano e finiscono miseramente sugli scogli.

Cosa c’è di più poetico di questo?

Ho sempre pensato che il mare, quando è agitato, rappresentasse la furia. La furia trova il suo culmine nell’onda e poi dimostra tutta la sua futilità quando incontra lo scoglio, che altri non è che l’ineluttabilità della vita. A che serve, infatti, adirarsi? Può forse cambiare il corso degli eventi?

Ed ecco, ecco che un’altra nave passa sull’orizzonte, attraccando sicura del punto di riferimento rappresentato dall’unico fascio di luce che emette il mio faro.

La mia casa, la mia luce. Sono guardiano del faro da anni… forse da sempre. Conosco tutto del mare, della sua pericolosità e del suo fascino. E quest’unica luce è di consolazione ai naviganti, che dopo un lungo viaggio sanno di poter toccare terra di lì a poco. Questa sensazione mi ha sempre spinto a portare avanti questa missione a tutti i costi, anche sacrificando il tempo libero.

La luce è mia amica. Il faro è mio padre. Il mare è mia madre. I miei simili?

Sicuramente sono in fermento per il prossimo Capodanno, che si terrà stasera in paese.

Non ho mai assistito al Capodanno. Non mi interessa né mi piace. Troppa gente, semplicemente. Vuoi mettere l’orrida calca di persone che sgomitano e si avvinghiano augurandosi in maniera ipocrita un buon anno con la calma perfetta di questo posto, al confine fra terra e mare?

Sospiro, mentre bevo un buon tè caldo. Comincia a far freddo, come sempre verso sera. Per fortuna è stata una bella giornata. Il tramonto ne è la parte più bella, sapete? Il sole affonda, con la promessa di tornare l’indomani, regalano un bagno dorato a chi lo sta osservando. “Rosso di sera, bel tempo si spera”. Perfetto, allora.

Questa serata ventosa attende per il suo prosieguo il faro, che fra poco si accenderà.

Attendo con calma. È un manufatto vecchio, ci sta che ogni tanto si inceppi.

“Dannazione, non si accende! Deve essersi guastato qualcosa” penso fra me. Devo abbandonare il momento di relax fatto di tè e biscotti e andare a vedere nel generatore.

Accidenti, è finito il diesel che dà l’alimentazione al generatore elettrico! Devo scendere in paese a comperarlo, altrimenti saranno guai.

Già, in paese… stavo giusto pensando che odio le persone!

Al che, non mi resta che andare con la bici. La sera arriva a grandi passi in questi giorni dicembrini e non vorrei presentarmi in ritardo all’appuntamento con la dea Luna. Per di più, devo sfidare il vento gelido che soffia agitando il mare e minacciandomi di bronchiti.

Infine, dopo aver pedalato attraverso il tranquillo sentiero che porta al paese, vengo frastornato dal rumore della gente, della musica e dei loro discorsi inutili. Dimenticavo che il 31 dicembre danno la fiera! Accidenti, sarà più difficile ottenere un po’ di diesel!

Fra le vie c’è traffico. Quando non c’è traffico, ci sono le persone e quando non ci sono le persone, ci sono gli stand. Colori, profumi, musica ovunque e ogni ben di Dio messo lì, invitante, mentre le persone danno fondo a tutti i loro stipendi per qualcosa che non useranno mai.

Conosco un benzinaio che fa al caso mio. Per adesso devo adottare questa soluzione “tampone”, per poi scrivere ai fornitori che mi manderanno un bel cargo col loro camion appena possibile. Non avrei mai voluto scendere in città e per poco rischio di mettere sotto una ragazza.

“Ma porca miseria! È così che si attraversa? Già c’è casino, io non avrò per sempre questi riflessi pronti!” sbraito, ma scendo dalla bici e l’aiuto a rialzarsi, ché nel frattempo era inciampata. Non l’ho nemmeno sfiorata, ma probabilmente lo shock l’ha spinta ugualmente a terra.

E… accidenti, è bellissima! I suoi occhi, i suoi occhi incantevoli! Non so descriverli, o forse non bastano le parole umane: riflettono tutto il mare, è come se l’oceano stesso mi stesse dicendo di tuffarmici.

“Ehm..” come al solito sudo e comincio a balbettare. “Scusa se sono stato sgarbato, ma per fortuna sono riuscito a frenare in tempo…”

Non so proprio farci con le donne.

“Non… non preoccuparti. Ho solo sporcato il mio vestito per la festa. Che sarà mai? Sono solo poche centinaia di dollari. Un ottimo modo per cominciare il 2004, vero?”

“Ehm… ehm…” il suo tono distaccato e sarcastico è così… onirico. Vorrei dire qualcosa a tono, ma mi escono fuori solo ehm e non sto facendo bella figura.

“Per farmi perdonare, posso solo portarti a cena fuori. Più di questo, non posso permettermi”

La ragazza sgrana gli occhi e le cade qualche ciuffo biondo sulla faccia. Non può crederci, e anche io rimango allibito dalla mia audacia: chi la conosce? Portarla fuori solo per una banale caduta?

“Cosa stai dicendo… sei talmente assurdo che accetto, guarda! E bada che deve essere una cena incantevole, degna del vestito!” risponde.

Non potrei essere più felice di così. Ho acquisito abbastanza sicurezza da poter affermare: “Conosco il ristorante più bello della città, non te ne pentirai”

Ma se non sei mai uscito dal faro, cosa devi conoscere? Mi chiede una vocina nella testa, ma la zittisco. Questa notte niente può andare male: una ragazza bellissima mi ha detto sì, per cui…

Per cui il ristorante Dal Tritone si è rivelato davvero un ottimo posto per portarci una ragazza. Quattro portate a base di pesce, del miglior pesce che abbia mai mangiato.

E Mary… be’, Mary è pazzesca. Simpatica, ironica, pungente, misantropa quanto me, avversaria della città che le sta troppo stretta, ed io non mi sono mai divertito tanto come in quei momenti. E dopo, poi dopo mi ha chiesto una cosa allucinante. Momenti, passioni indimenticabili.

“E se vedessimo i fuochi d’artificio per il nuovo anno?”

Ovviamente ci siamo andati e, seppure in quel frangente non ci siamo detti nulla, eravamo in estasi a vedere quei colori, quella magia, quel countdown e quel brindisi. Uno, due, dieci. Un countdown a rovescio, a base di alcool.

E fu allora che è successo. Ho poggiato le mie labbra sulle sue, senza pensarci, esattamente come le ho chiesto della cena.

“Non… non posso” bisbiglia, ritraendosi. “Ho la nave che partirà all’alba, non posso”

“Ma… stai dando vita a un nuovo me! Non puoi! E poi, quale nave parte all’alba?”

“La White Pearl” risponde lei. Sembra davvero dispiaciuta, non è una balla. ”Anzi, adesso sta facendosi davvero tardi, guarda come sono dense le nuvole”

In effetti il cielo, pur essendo notte, sembra prepararsi per una tempesta. La luna, che era rossiccia quando l’ho vista al tramonto, adesso è cinerea e quasi non si vede coperta dalle nuvole,“Concedimi almeno una notte. Solo stanotte. Mia solo per queste infelici ore, e poi mai più… mai più…” prendo a baciarle le mani affusolate che si ritrova, e so che potrei stare così per sempre.

Mary sospira. “E… e va bene, tanto comunque non possiamo andare lontano, col tempaccio che sta per cominciare.”

“Esattamente” rispondo io.

Ci rifugiamo in un ostello poco frequentato, dove ci offrono un letto solo matrimoniale. Sembra tutto scritto… mia per una notte, in quel lettino mentre fuori il vento gelido prende a ingrossarsi. Chissà, con un po’ di fortuna la White Pearl non partirà…

Una volta entrati nella piccola stanza, l’abbraccio e la bacio con ardore, come non ho mai fatto per nessun’altra. Lei risponde, gettandomi le braccia al collo. Dio, quanto la desidero! Senza nemmeno averlo calcolato, ci ritroviamo fra le lenzuola…

Apro lentamente gli occhi e mi accorgo di essere nudo. Strano, c’è anche freddo! Forse l’alcool di ieri sera mi ha fatto sentire caldo e, dopo aver riempito di diesel il faro, ho dormito in questo stato coperto dal piumone…

Già, solo che il piumone non c’è e fuori dalla finestra non c’è il mare!

Oddio, che cazzo è successo la notte scorsa?

E dov’è MARY?

L’ultima cosa che ricordo è che scivolammo in questo stesso letto che ha ancora il suo profumo di lavanda, ma deve essersene andata, come gli angeli che alla fine della notte tornano in paradiso.

Mentre metto le mani nei capelli, ho un tuffo al cuore. Aveva detto che avrebbe preso la White Pearl all’alba! E… e…

Il faro stanotte non ha funzionato. Oh, mio Dio.

Oh mio Dio.

Mio Dio, no! Non voglio! C’era brutto tempo ieri! Un rinvio, un guasto, qualsiasi cosa! Ma non deve essere partita, non può!

A perdifiato, corro con la bici verso il faro. C’è troppa gente per i miei gusti e una brutta auto blu si prende tutto il mio campo visivo.

Lascio cadere malamente la bici a terra e gridando alle persone di spostarsi, salgo le scale del faro a due a due. Ciascuno dei miei passi sembra un rintocco funebre di campana, ma cerco di scacciare via quell’ipotesi.

Non sono partiti, mi ripeto. C’era la tempesta fuori, è pericoloso andare in mare…

Mare che adesso è piatto come una tavola, peraltro.

Col cuore che mi scoppia, la mia voce rompe il silenzio contrito delle persone presenti che stanno già esaminando ogni angolo della mia vita, che ha avuto solo un attimo di felicità.

“Per favore, ditemi che è andato tutto bene…” dico, quasi supplicante.

Quello che sembra un ufficiale di polizia mi squadra disgustato. Il suo tono è triste ma fermo. Io non riesco a guardarlo dritto negli occhi.

“Tutti i passeggeri della White Pearl sono morti, e lei era a guardia del faro lasciato incustodito. La nave è andata a scontrarsi fra gli scogli, trascinata dalla corrente, durante questa infausta notte. Se il faro fosse stato acceso… in ogni modo lei è in arresto”

Morti.

Tutti quelli della White Pearl sono morti.

Mi basta sapere questo, che la mia anima scompare per sempre, annegando assieme a lei fra le onde.

Non ricordo nulla dei giorni successivi: l’interrogatorio, il processo… tutte sciocchezze.

La White Pearl è affondata e sono tutti morti. Chi può amare un guardiano del faro? Non ho forse fatto bene ad auto isolarmi? Se non fossi rimasto qui chiuso, lei sarebbe viva…

Sarebbe viva.

E invece è morta.

Morta della morte peggiore, annegata fra queste acque gelide.

Per colpa mia…

Mi ritrovo qui, sul balcone del faro. Una fresca brezza mi lambisce la pelle. Domani ci sarà la sentenza del processo, anche se ovviamente posso solo essere condannato per ciò che ho fatto… ho ucciso un angelo e sono pronto a pagarne le conseguenze.

Dal faro al livello del mare sono almeno trenta metri. Il mare è tornato agitato, come se…

E va bene. Ho perso per sempre il rispetto, la misura dell’uomo. La Luna mi guarda come se si aspettasse ciò che sto facendo. Chissà se ha guardato anche lei…

Salgo sulla ringhiera. Il mare mi aspetta. Mary mi aspetta.

Oceano nero, vieni e inghiottimi.