La Ropa Sucia/188

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El tiburòn sospirava.

Era sicuro di potere fare centro nel cuore di Clara o Adele, o anche di Rosa, la chica formosa, e soffiarla a suo fratello. Era un bel ragazzo, anche se era l’unico a definirsi tale.

Quando era finalmente al centro della scena, era arrivata Cecilia Mendosa a rovinare tutto. Questo non poteva accettarlo.

Era come se fosse che nessuno credeva in lui, o quasi. Aveva persino detto di sì allo zio, facendosi sentire, credendo in quel piano che finalmente l’avrebbe portato ad avere una relazione con ragazze bellissime, invece adesso era saltato tutto. Si era persino tirato a lucido, comprando un vestito costosissimo e introvabile.

La rabbia era talmente tanta che decise di scendere comunque in paese e vedere chi avrebbe acchiappato.

Ignorando la strana sensazione di essere seguito, constatò che effettivamente qualcosa era cambiato a Villa Nueva, dopo dieci giorni di amministrazione Fernandez. Adesso, tutto attorno a sé era diventato più pulito, in un certo qual modo, e le persone non si fermavano a chiedere indicazioni. Poi il ragazzo pensò che fosse inutile chiedere indicazioni, dato che Villa Nueva si componeva di un’unica via principale intervallata da una piazza.

Giunto in piazza, decise di sedersi su una delle panche, non sapendo in realtà come si potesse fare per abbordare una ragazza. Tuttavia, non ce n’era bisogno, perché fortunatamente il ragazzo che di nome faceva Ramiro Paulo era abbastanza gradevole da attirare le ragazze, invece di cercarle lui.

Stava di fatto che accadde esattamente che una ragazza del pueblo si sedette accanto a lui.

“Ciao” esordì quella. “Sei nuovo in città?”

El tiburòn guardò la sua interlocutrice ed era davvero bella. Capelli ondulati castani, occhi un po’ piccoli ma che l’avevfano appena catturato.

“No” disse a bassa voce. “Sono il figlio dei Gutierrez, del quartiere nobile”

“Oh” disse lei. “Io invece sono Elisa, Elisa Velazquez” e gli tese la mano.

Sembrava una ragazza interessante, alla quale non importava il suo tono di voce, e peraltro non smebrava avere bisogno di un interlocutore, perché si mise a apralre di molti argomenti, la maggior parte dei quali li aveva vissuti in prima persona perché riguardavano le trame che avevano coinvolto la sua famiglia, i Sanchez, i Riquelme e gli Espimas.

“Sai che sei simpatico?” disse lei. “Io, però, adesso devo andare a lavoro… però questo finesettimana ci vediamo!”

E, com’era venuta, se n’era andata, lasciando da solo el tioburòn che aveva detto poco e niente.

Chissà chi erano i Velazquez. Non restava che andare al Municipio, del tutto dimentico che in quel momento andare al Municipio significava andare alla tana del lupo.

Andò e venne fermato dal portiere.

“Alt, Gutierrez!” esclamò Ambrogio. “Devi dire nome e motivo della visita”

Ambrogio sogghignò. El tiburòn considerò l’idea che probabilmente le donne le facevano salire senza un motivo preciso.

“Sono l’erede dei Gutierrez e tu mi farai salire… brutto burattino che non sei altro”

Ambrogio non ci vide più. Prese la pistola e sparò al ragazzo, a sangue freddo, proprio lì, davanti al municipio.

E la lavatrice continuava a girare…

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La Ropa Sucia/187

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Pedro era rimasto a bocca aperta. Come poteva quella statua vivente essere parente di due idioti come el loco e el tiburòn?

Rocìo sorrise timida.

“Non te l’aspettavi, eh?”

Il suo interlocutore si allontanò un attimo per guardarla meglio. Non aveva nessun tratto in comune con nessuno dei Gutierrez che conosceva.

“Il fatto è che nemmeno io sapevo di essere imparentata dei Gutierrez… fino a ieri. Ecco perché sono venuta qui, perché volevo sapere chi fra la gente nobile di Villa Nueva potesse introdurmi in quella famiglia. Ho diciotto anni, nella fattispecie, e mia madre ieri, giorno del mio compleanno, mi ha preso da parte e mi ha rivelato una verità che non ero sicura di voler conoscere. Ebbene sono figlia del muerto, proprio lui, con una donna del pueblo. Però lui non mi ha mai voluto riconoscere. Mia madre l’ha riconosciuto quando è stato arrestato per omicidio, l’omicidio del muratore, che peraltro era stato il mio padre adottivo fintantoché ha lasciato mia amdre per inseguire Pepa Gutierrez”

Rocìo stava raccontando tutte quelle cose come se non avessero nessuna rilevanza, ma Pedro era semplicemente sconvolto.

“Il che fa di te l’erede legittima di casa Gutierrez, in base a quello che ha detto el viejo nel suo testamento. Ha passato tutto a Matìas, el muerto, appunto. Ma adesso sta marcendo in galera, e Pepa non si sa che fine abbia fatto, quindi puoi presentarti per bene a casa Guitierrez e prendere il potere, legittimata da alcune prove che hai in mano, vero?”

“Ho un sacco di cose in mano” l’assicurò lei.

Nel frattempo che Sanchez aveva quella patata bollente in mano, finalmente era giunto anche l’orario di visita carceraria, così el loco e Pepa salirono verso el muerto, il quale sembrava più sciupato rispetto alla volta precedente.

“Zio” esordì senza troppi preamboli colui che era chiamato loco, ma in realtà si chiamava Paulo Ramiro “abbiamo novità intriganti da esporti”

Lo zio non rispose subito, poi disse “anche io.”

Dato che quella prigione aveva un separé opaco, il ragazzo non poteva vedere che l’uomo teneva in mano una strana carta che rigirava fra le mani.

“Prima tu, allora” disse el loco, guardando Cecilia perplesso.

“No, prima tu” accordò Matìas, facendo trapelare agitazione.

“Sembriamo fidanzati” borbottò la donna, impaziente.

“Chi ha parlato?” chiese il carcerato.

“Ecco… qui accanto a me c’è Cecilia Mendosa, che in realtà di cognome fa Gutierrez, che sarebbe la discendente diretta dell’unione fra el viejo, tuo padre, e Ana Lucia Sanchez. Ana Lucia le ha concesso di vivere in uno stanzino della sua tenuta, ma lei ambisce ad averla completamente. Inoltre, ciò fa di lei erede universale anche della nostra famiglia, dato che è figlia della figlia di quella coppia, al di là di quello che dice il testamento”

“Ah” disse Matìas. “Purtroppo, però, io non sarò l’erede Gutierrez. E nemmeno Cecilia. Io… io devo dirvi una cosa”

I due visitatori si guardarono perplessi. Che cosa stava succedendo a quella visita?

“Proprio ieri è venuta a trovarmi… lei, una mia vecchia fiamma. Diciotto anni fa abitava a Villa Nueva, ma poi dopo alcuni… fatti si è allontanata vivendo a Cordòva. Non avrei mai immaginato potesse tornare, e invece lo ha fatto e lo ha fatto proprio lo stesso giorno in cui sono stato arrestato. Diciotto anni fa avevo una relazione con una dona del pueblo, dalla quale è nata… Rocìo”

Da un buchino spuntò fuori una foto. Era una ragazza bellissima, che sorrideva davanti a delle candeline.

“Rocìo Gutierrez, a tutti gli effetti. Inoltre, io le ho ucciso il patrigno, che era il Muratore”

Quelle rivelazioni avrebbero lasciato di stucco chiunque, e i due visitatori non fecero eccezione.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/186

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Analisa Islas, la ragazza che si era detta innamorata di Pedro, stava invece baciando appassionatamente un bellimbusto chiamato Rodrigo, che era venuto da chissà dove appositamente per riavere la sua ex, e in effetti ci era riuscito, grazie alla pioggia.

La scena fu vista dal giovane Sanchez, che era capace di suonare la chitarra classica e pensava di fare una serenata dedicata a lei.

Probabilmente, pensò Pedro, fu la pioggia ad essere stata galeotta, perché si sapeva che gli uomini robusti erano più affascinanti bagnati, soprattutto se indossavano uan camicia bianca.

Pedro quindi, affranto dal dolore e beandosi del tocco freddo dell’acqua scrosciante, si sedette su un gradino di una casa qualunque e cominciò ad arpeggiare, chiamando quella melanconica melodia Mi Alma Mojada.

“Che bella melodia” disse una voce celestiale.

“Le mie lacrime si confono con la pioggia…” disse Pedro, continuando ad arpeggiare.

“Posso cantare anche io?” chiese quella ragazza, che Pedro non aveva mai visto.

“Fa’ pure” disse lui scrollando le spalle, completamente distratto. Ma, quando la ragazza si mise a cantare Pedro fu costretto a voltarsi.

Era magnifica. Capelli rossi umidicci che le si erano attaccati alla pelle nivea, occhi verdi come i prati della Pampa in piena estate, vestitino ingenuo bianco che era stato sorpreso dalla pioggia, quindi si erattaccato alla suddetta pelle, e una voce che proveniva da chissà quale divinità celeste.

Pedro non osva smettere di arpeggiare, ma al tempo stesso per poterla guardare rischiava di sbagliare accordo… che fare, dunque? E chi era quella ragazza?

Mentre cantava, Pedro lasciò galoppare la fantasia. Sicuramente era una principessa venuta da qualche fiaba… oppure era una ragazza del pueblo amata e ammirata, soprattutto mentre usciva la mattina a dare da mangiare agli animali. Se la immaginava, lui, mentre col suo grembiule, regegndo una buona fetta di mangime, si calava verso i porci e li soddisfaceva. Poi c’erano altri porci che la guardavano abbassarsi, soprattutto per ammirarne il fondoschiena. Erano tutti imbecilli, quelli.

In ogni caso, quell’idillio terminò e anche la pioggia smise di battere.

Sia Pedro che la ragazza misteriosa erano fradici. Sanchez si girò e anche Analisa scomparve con Rodrigo… non volel sapere dove fossero finiti.

Piuttosto, la ragazza richiamò di nuovo la sua attenzione. “Fa male, vero?”

“Cosa?” chiese Pedro.

“Andiamo” disse lei. “Ho visto come la guardavi. Baciava quel fusto come se non aspettasse altro… e poi hai preso la chitarra in mano e stavi parlando di anime sporche. Poi le lacrime che si confondono con la pioggia e poi io con i miei gorgheggi. Ho preso lezioni di canto intensissime, lo sapevi? Voglio provare a diventare una cantanate lirica, e cantare per i palcoscenici più famosi del mondo”

La ragazza continuava a parlare, decantando i pregi di quella sua carriera, ma a Pedro non interessava proprio. Aveva ancora il cuore infranto, però quella giovane era più bella del previsto… che fare, dunque?

“È stato bello cantare con te” disse lei. “Sei anche piuttosto bravo ad arpeggiare, ma come ti ho detto c’è poco spazio per la chitarra nell’opera lirica”

Pedro non disse nulla.

“Beh, ciao!” sorrise, e quel sorriso fu l’unicva cosa che fece veramente breccia nel suo cuore, soprattutto perché si trattava di un sorriso triste e un po’ deluso.

“Aspetta!” Pedro prese il polso della ragazza. “Non così in fretta…”

Posò la chitarra, si alzò e la abbracciò, in un modo che neanche lui riteneva possibile. Sentiva di dirle qualcosa, che proveniva dal cuore.

“Grazie…”

“… Rocìo Gutierrez, piacere”

E la lavatrice continuiava a girare…

La Ropa Sucia/185

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“Sei… mia zia?” chiese el loco Gutierrez, il primo genito di una grande casata. “Non sapevo di avere zie, ho sempre pensato che mio padre fosse l’unico erede… poi è arrivato el muerto, mio zio, che mi ha chiesto un favore. Inoltre, mia madre si è messa con mio zio, e non fanno altro che fare sesso. Poi sono andati in prigione, e poi mia madre è evasa e adesso è latitante… insomma, ne ho da raccontare”

“Già” disse Cecilia, posando il suo tè. Era troppo forte. “Per uno che si fa chiamare loco, tutte queste cose assieme provocano un elevato stress”

Gutierrez arrossì lievemente.

“Comunque, possiamo arrivare a un accordo” disse Cecilia, prendendo un biscotto. Si vedeva che non era fatto dal padrone di casa, ma che c’erano dei cuochi. “Io sono veramente chi dico di essere “ ed esibì il famoso certificato di nascita “quindi, lasciate che sia io ad occuparmi di questa tenuta. Con i fondi dei Gutierrez, comprerò il terreno su cui sorgono Villa Sanchez e Villa Riquelme, divenendo padrona grazie alle amicizie che ho al Comune”

Cecilia aveva per le mani la carta vincente. Non c’era più bisogno, forse, di far accoppiare el tiburòn?

El loco ci pensò su. Se Cecilia pretendeva di comandare, chi era lui per impedirglielo? A lui bastava vivere da mantenuto e poter mandare avanti il suo piano… piano che prevedeva il matrimonio con Catalina Salcido.

Era impossibile non innamorarsi di lei.

“Il fatto è questo” spiegò. “Noi abbiamo un mezzo impegno con Matìas, il carcerato. Ci ha chiesto se possibilmente possiamo far incrociare el tiburòn con una ragazza dei Sanchez, in modo da gettarli nel caos, ma visto che sei spuntata tu forse non c’è più bisogno…”

Cecilia non seppe che fare. “Fammi parlare con Matìas, il carcerato”

“Occorre andare in prigione”

“Ebbene, ci andremo”

Fecero per alzarsi, ma la porta si aprì violenta. Era el tiburòn, che disse qualcosa che nessuno dei due interlocutori riuscì a capire.

“Ah! Beh… ma guarda il lato positivo, no? Adesso sei libero di scegliere la ragazza che ti piace, invece di puntare troppo in alto!” esclamò el loco, senza riflettere al fatto che suo fratello non parlava con lo stesso tono di voce degli altri.

Così, offeso, el tiburòn, che rispondeva al nome di Ramiro Paulo, se ne andò in ghingheri verso la pioggia scorsciante che aveva appena colpito Villa Nueva, prendendosi una bruta polmonite.

“Bah, affari suoi” disse el loco. Presero la macchina e andarono, zia e nipote, al carcere, ignorando che giorno fosse e se fosse orario di visita.

Nel frattempo che quindi attesero che fosse orario di visita, parcheggiando poco distante dal carcere, Pedro Sanchez maledisse la pioggia.

Erano già dieci giorni da che i fatti avvenuti nei sotterranei si erano svolti, e non vedeva Analisa da allora. Aveva deciso, proprio quel giorno, di farle una serenata, ma si era messo a piovere.

In ogni caso, vide che a casa Islas c’era calma piatta. Probabilmente, tutta la famiglia si era trasferita temporaneamente ai caniteri dove una volta sorgeva Villa Garcia, per sorvegliare i lavori del supermarket.

In mezzo alla pioggia, vide che anche casa Espimas sembrava poco vissuta. Che cosa era successo a Fernando e agli altri?

Non volle saperlo, nel frattempo decise di recarsi a casa Islas, dove per esempio vide Rodrigo fare il filo ad Analisa.

Era lontano, Pedro, con la chitarra in mano, ma vide tutta la scena: Rodrigo, che in tutto quel tempo non aveva mai smesso di aspettare Analisa ai cantieri, fu accontentato, e qando la vide si precipitò su di lei, abbracciandola e baciandola, mentre lei rimase immobile, e dopo un attimo di titubanza rispose anche lei al bacio, accarezzando la possente schiena di quel bellimbusto.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/184

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Cecilia sapeva di avere la ragione dalla sua parte. Se la strada per arrivare ad Ana Lucia era sbarrata, o quantomeno occorreva tanto lavoro per far breccia in quel cuore rattrappito e addolorato, lei decise di andare a visitare i due fratelli Gutierrez, el loco e el tioburòn, che erano figli del suo ex compagno, e attualmente erano i padroni di casa, visti i retroscena che hanno voluto Matìas in carcere con sua moglie, che invece era evasa e in quel momento latitante.

Di sicuro non avevano appellativi gentili, ma si doveva accontentare. Dal loro punto di vista, erano due fratelli molto impegnati: occorreva trasformare el tiburòn in una persona attraente abbastanza da mettere zizzania a casa Sanchez: che fosse Adele o Clara non avrebbe avuto importanza, purché il piano machiavellico di Ezequiel funzionasse.

Innanzitutto trovava la stanza che Ana Lucia le aveva regalato molto carina e semplice, anche se una come lei non si sarebbe maia contentata di una stanza sola, ma avrebbe voluto tutta la Villa, che aveva capito appartenere ancora a Marìa, la procace giardiniera, probabilmente però solo di nome. Era diventata una ricca ereditiera e aveva paura che con quei soldi avrebbe potuto superarla.

In ogni caso, prese le sue gambe e andò a casa Gutierrez, che col passare dei giorni diveniva sempre più trascurata: i due fratelli erano quasi sempre assenti, e la servitù, senza più un padrone, aveva deciso di bivaccare in quella tenuta, sentendola di loro proprietà.

A gestire il tutto era Ambrogio, il maggiordomo.

Cecilia vide il maggiordomo per la prima volta e capì: era proprio lui che aveva visto! Quel giorno del compleanno del viejo, che sarebbe suo nonno.

“Buongiorno, Ambrogio” salutò. “Sai che somigli tantissimo a tanti altri Ambrogio in questo paesino?”

“È un nome molto comune” disse lui.

“Fin troppo” convenne lei. che cosa nascondeva quell’uomo? Poteva davvero essere in più posti contemporaneamente? Finora, quell’alibi era l’unica cosa che ne sorreggeva l’innocenza. Era davvero lo stesso maggiordomo, e che cosa voleva dall’alta società di Villa Nueva?

Soldi, forse? Potere? Donne? Cibo?

“State cercando i padroni?” chiese infine il maggiordomo.

“Sì… fatemi annunciare”

Ambrogio andò e Cecilia attese fuori. Il giorno prima c’era caldo, invece in quel momento il cielo era coperto. Era ormai pieno marzo, il tempo cominciava a guastarsi e l’estate stava definitivamente andando via. Se nell’emisfero boreale quei giorni annunciavano la primavera, in Argentina si celebrava l’autunno.

Dopo qualche minuto, Ambrogio tornò per annunciare che erano pronti a riceverla.

“Ah, quindi ci sono!” esclamò Cecilia, guardando con apprensione il cielo che minacciava pioggia.

“Sì, oggi sì. Probabilmente, per esigenze di trama”

Arrivati nel soggiorno, Cecilia si sedette di nuovo. Era la terza volta in tre giorni che si sedeva, ogni volta con un interlocutore diverso. Per un attimo, le sembrò che stesse facendo casting.

“Chi è lei? Che cosa vuole?” chiese el loco, versando del tè alla sua interlocutrice, poi a se stesso. Cecilia notò che el tiburòn non c’era, ma forse era un astuto piano.

O forse sarebbe stato inutile tenere un uomo che non parlava.

“Sono Cecilia Gutierrez, figlia della figlia del viejo

Il ragazzo sgranò gli occhi. Aveva davanti una zia?

La lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/183

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Casa Sanchez era molto diversa da come la ricordava Cecilia. Aveva pensato, lei, che la cosa migliore fosse andare a reclamare la sua discendenza agli occhi della vechia matrona.

C’era persino un cancello con un inserviente a guardia, che millantava dei biglietti per visitare le due case, adesso unite da una muraglia che non si poteva scavalcare, visto che avevano infisso anche dei cocci di vetro, in modo da far venire il tetano anche solo a guardarle.

Cecilia deglutì e, temendo che forse stessero nascondendo qualcosa di losco, andò a chiedere lumi all’inserviente.

Vide sulla targhetta che c’era scritto Ambrogio. Pensò che fosse una coincidenza, ma giurava di aver visto anche quell’Ambrogio da qualche parte, e che somigliava tantissimo all’Ambrogio portiere del Sindaco. I due erano sosia dell’Ambrogio che non ricordava di aver visto.

In ogni caso chiese “Scusate, per entrare…?”

“Dieci pesos” rispose lui prontamente.

“Sono la nipote di Ana Lucia Sanchez” rispose seriamente Cecilia, esibendo il certificato di nascita. “Sono qui per reclamare ciò che è mio”

Ambrogio deglutì sudando freddo. “Certo, certo… entrate, garantisco io per voi”

Le cancellate si aprirono magicamente e Cecilia entrò impettita, come se fosse già la regina dell’universo.

Mentre attraversava il giardino, fu fermata da una ragazza col prendisole e cappello di paglia, che innaffiava le piante. Esibiva una certa pancia.

Pur essendo marzo non faceva fresco, l’estate a Villa Nueva non accennava ad andarsene.

“Oh, abbiamo visite!” esclamò la ragazza, avvicinandosi gioviale a Cecilia. Poi tese la mano. “Mi chiamo Adele Sanchez, piacere. Voi siete…?”

“Cecilia Me… Gutierrez” si corresse lei.

Adele sgranò gli occhi. Una Gutierrez! Lei! In effetti per certi versi ricordava el viejo, ma qualcosa le diceva che c’era qualcosa che non andava.

“Entra” disse lei. “Mia nonna sarà felice di conoscerti”

“Lo credo bene” disse lei, non riuscendo a trattenersi.

Entrò a Villa Sanchez, salì il primo piano ed entrò in una camera appartata, arredata con tanti centrini dove il rosa era predominante.

Seduta su una sedia a dondolo, c’era Ana Lucia Sanchez, che ricamava. Accanto a lei, un nervoso José Riquelme stava facendo riabilitazione. Era forse stato colpito da una pistola, a giudicare dalle fasciature sul busto.

Era un miracolo della natura che fosse vivo.

Nessuno dei tre disse nulla. Ana Lucia sollevò lo sguardo veros la visitatrice e la riconobbe subito. Capì anche cosa voleva, ma non poteva darglielo.

“Sparisci” disse infine. “Non puoi reclamare ciò che chiedi”

“Nonna” rispose Cecilia, avvicinandosi e sedendosi accanto a lei. José si incuriosì, ma non capiva di cosa stessero parlando.

“Nonna, lo so cosa stai provando. Tu hai amato mio nonno per tanti anni, ma non avete potuto stare insieme. Io sono ciò che rimane della vostra unione, il risultato che il vostro amore ha provato tanti anni fa. E poi, i nonni non danno soldi ai loro figli? perché negare ancora quell’amore? Perché negare l’amore? Perché negare? Perché? Per?”

Ana Lucia si irritò così tanto che sbagliò un punto del suo ricamo.

El viejo non avrebbe mai approvato la tua condotta” preoseguì Cecilia, sapendo di star facendo breccia.

“Che ne sai tu di quello che voleva el viejo, un uomo talmente imbecille da donare il nostro pegno d’amore imperituro a un idiota patentato qual è Fernando Espimas?” sibilò Ana Lucia. Quel particolare le faceva ancora male.

“Forse l’avrà fatto” concesse l’altra “ma renditi conto che ormai siete vecchi. Non è più l’antichità. È il 1984 e una lavatrice sta girando, quindi io…”

“Zitta! Non parlare di cose che non capisci” Ana Lucia sembrava spaventata. José avrebbe giurato che in altri contesti avrebbe già tirato fuori il fucile. “Cecilia… tu ti chiami come nostra figlia e questo mi fa più male di tutto il resto. Ma capirai bene che le nostre vite, la mia e quella di Alfio, sono andate avanti. Adesso i miei eredi sono Adele, questo cretino” indicò José che salutò con la mano “e Diego Sanchez, figlio rinnegato da Gonzalo ma adottato da mia nuora, Violetta. Forse sono i frutti dell’amore proibito che mi affascinano, ma non il mio. Non i tuoi occhi”

Cecilia capì di avere gli occhi del viejo. “Non importa. Sono tua nipote e vivrò con voi, fintantoché la lavatrice gira”

E in effetti continuava a girare…

Pierozza e i social media.

Pierozza era stata investita.

Cioè.

Non c’entrava nulla l’automobile, in realtà aveva ricevuto un investitura, che riguardava i suoi particolari poteri.

Il potere di Pierozza era quello di entrare nei social media e di interagire con loro. Stette di fatto che Pierozza usò questo potere per un giorno soltanto, poi non ne parlò mai più con nessuno, nemmeno col suo patrigno, e a lui diceva tutto, visto che era diventato sordocieco.

Per prima cosa entrò su Facebook, trovandolo chiuso. C’era un’enorme porta blu a doppia anta.

“Per prima cosa devi digitare il nome utente e la password” disse la porta. ” È gratis e lo sarà sempre”

“È quel sempre che ti frega” commentò Pierozza, digitando il suo nome utente e la sua password, che qui non divulgo per rispetto della privacy.

Una volta entrata, Pierozza vide Like che camminavano a trenino, link condivisi che si moltiplicavano, commenti pieni di parole che sfrecciavano in ogni dove e soprattutto lo SPAM che stava cominciando ad arrampicarsi su di lei, finendo ben presto per ritrovarsi piena di messaggi sponsorizzati e pubblicitari.

Soprattutto, colorata di un blu orribile. E Pierozza odiava il blu.

“Ma… si può sapere tutta questa confusione?” chiede lei, snervata.

“Tu chi sei? Chi ti ha fatto entrare senza ritegno?” chiese un Commento.

“A quanto pare è una super eroina!” esclamò divertita la reazione Ahah.

“Oh! Ma tu ridi sempre?” chiese la reazione Sigh. “No, perché io piango e… AAAAA”

Detto quello scappò via chissà dove a piangere le sue lacrime.

Pierozza non sapeva bene dove recarsi: ogni secondo si condivideva,k ogni millesimo di secondo spuntava un Like e lei era pure senza ombrello.

“Meglio andare su Twitter!”

Su Twitter la gente era più calma, ma appena sbarcata la ragazza dovette schivare un hashtag volante che altrimenti le avrebbe sfracellato la testa a metà verticale.

“Misericordia!” esclamò lei, sudando freddo. “ma… ma… cos’è questo rumore?”

Un frastuono incessante di tweet cominciò a trapanarle le orecchie. C’era stata una volta in cui Pierozza amava il suono degli uccellini, ma quello era cento volte amplificato.

Non poteva stare. Era come il rumore del fax, rumore che lo si conosce se si frequenta un call center.

Non le rimase che Instagram. Lì era molto più bello, c’erano cuori e foto, foto e cuori, nient’altro.

Alla lunga, però, le annoiava. Ogni tanto, peraltro, si pungeva le scarpe per via degli hashtag e aveva il forte sospetto che alcuni utenti la stessero seguendo.

“Perché mi state seguendo?” chiese infine.

“Follow4follow, per esserle utile!”

Ed ecco spiegato il motivo per cui pierozza capì che fare la supereroina non faceva per lei.

la Ropa Sucia/182

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Cecilia Mendosa aveva avuto giorni difficili. Non aveva mai capito cos’è che facesse suo figlio Roberto, l’aitante runner, anche se effettivamente non correva più da un bel po’ di tempo.

Non le rimase altro che chiedere informazioni al Boss del Clan dei Neri, che dalla lettera si evinceva fosse diventato il Sindaco stesso.

Andò al Municipio, che si trovava poco distante dalla piazza principale, un edificio incassato fra una casa e l’altra, dotato di scalinata e bandiera argentina sopra l’uscio. Accanto alla bandiera nazionale, il simbolo di Villa Nueva: uno stemma con dentro alcune case immerse nella Pampa, con sotto scritto il motto della città: i panni sporchi si lavano in famiglia.

Giunta in segreteria, chiese.

“Scusate… serve appuntamento per conferire col Sindaco?”

L’addetto il cui nome sulla targhetta recitava Ambrogio, rispose “No, signora Mendosa. Può salire tranquillamente: sono finiti i momenti in cui rapivamo le persone, adesso il Sindaco è disposto sempre a ricevere chicchessia, anche se non sappiamo né nome né provenienza”
Cecilia squadrò quello strano maggiordomo con sospetto: sembrava sorridente: diceva sul serio oppure scherzava?

E inoltre, dove lo aveva già visto?

“Mah, sarà” disse lei, e salì al primo piano, dove venne accolta da Alfonso Fernandez.

“Benvenuta, Cecilia Mendosa” disse subito il ragazzo, “Io sono Alfonso Fernandez, vicesindaco. Entra, entra”

Alfonso aveva un ufficio tutto suo, ma passava la maggior parte del tempo nella stanza del Sindaco. In quel caso, però, fu incaricato di accogliere la nuova visitatrice secondo tutti i crismi.

“Allora, sappiamo perché sei qui. Tu ci servi, Cecilia Mendosa… o forse dovrei dire Gutierrez”

Quel cognome accostato al suo nome le parve strano, apocalittico quasi.

“Cosa posso fare?” chiese lei. Non vide biscotti né tè in quella scrivania, solo scartoffie che forse servivano anche a fare scena, vedendo com’erano disordinate. Sembrava, dai fogli sparsi e dai vestiti spiegazzati del suo interlocutore, che ci fosse stata una colluttazione.

“Non lo immagini?” chiese Alfonso, congiungendo i polpastrelli delle dita e accavallando le gambe. “Eppure nella lettera abbiamo parlato chiaro… devi reclamare la tua parte di eredità, regnando sui Sanchez er sui Gutierrez con scettro di ferro. In cambio noi ti daremo tutto l’appoggio civico di cui abbisogni”

La ragazza era d’accordo. Non ne poteva più di vivere in mezzo al peblo. Era chiamata per essere nobile, lo sentiva dentro di sé e malediceva sua madre per non averci pensato prima.

“Va bene, allora. Sono conten ta di fare parte di questa squadra, il clan dei Neri”

“È la squadra dell’amore” disse Alfonso, toccandosi negligentemente il colletto della camicia aperta. Cecilia non poté fare a meno di guardare che era sporco di rossetto.

Si alzò, chiedendosi con chi Alfonso se la facesse, ma fu un pensiero che l’abbandonò subito. Dopo pochi minuti, entrò Rebecca Jones, mordendosi le labbra nel guardare Alfonso, quindi richiuse la porta a chiave dall’interno.

Tutto ciò, tuttavia, era stata vista. Una persona vestita da lampada a muro era stata vigilante per tutto quel tempo, così andò subito a casa Salcido e informò i suoi capi di tutti quei fatti.

“E come hai fatto ad origliare?” chiese Cecilia, mentre Roberto si metteva le mani ai capelli, tubato da quella svolta.

“Ho messo un bicchiere sulla porta, no?” disse lo scagnozzo, che peraltro era vestito di bianco, e a sua volta era stato far gli inservienti dei Salcido. Lui non poteva lamentarsi, gli era stato garantito un aumento di stipendio.

“Maledetto bastardo…” sibilò il Sindaco. “Usare l’ufficio del vicesindaco per fare sesso”

“Tu non lo fai da tanto, eh?” chiese Catalina, comprensiva.

“Madre…” disse Roberto. “madre, che cosa stai facendo?”

La lavatrice continuiava a girare…

La Ropa Sucia/181

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Guillermo era convinto che fosse lo scrigno la vera chiave del tesoro dei Garcia.

Jorge Gutierrez, una volta tornato a casa Mendosa, girò la chiave fra le mani, con un atroce dubbio nella mente.

Mentre pensava alle parole dette da quello strano tipo che ambiva alle grazie di Catalina, arrivò Cecilia Mendosa a casa. Entrando in soggiorno, lo vide armeggiare con quel passepartout enorme.

“Ciao” salutò lei, preoccupata o quais per la salute mentale dell’uomo. non vide bottiglie, però, con suo sollievo.

“Ciao” rispose lui. Non aveva bottiglie in mano. Quella chiave non era abbastanza grossa per poterla pensare una bottiglia.

“Che ci fai con quella chiave?” chiese lei. Posò le borse della spase e cominciò a distribuire gli acquisti nei vari posti, facendo bene attenzione a non confondere il detersivo con la salsa.

“Devo pettinarmi i capelli” rispose el pipa.

Davvero, non avrebbe mai creduto che la sua compagna fosse così scema da non capire a cosa servisse una chiave.

Incredibilmente, Cecilia si sedette e disse al suo compagno: “È da un po’ che mio figlio si comporta in modo strano. non lo vedo mai, né a casa, né a correre. Stare con te gli crea problemi, ma io ti amo e quindi non voglio lasciarti, nonostante tu beva come una spugna”

“E dire che oggi non ho toccato un goccio” osservò el pipa.

“Il punto è che abbiamo problemi economici. Tu sei stato diseredato e…”

“E… niente” disse lui. “Guarda questa chiave. È il passepartout che ci porterà al tesoro dei Garcia, quello a cui loro hanno rinunciato andando in galera”

Cecilia sospirò. “Ed esiste davvero? Voglio dire, non è che si tratta di monete fuori corso o pensieri filosofici sull’amicizia?”

“No, altrimenti non si spiega perché i Garcia abbiano vissuto come pezzenti” disse lui. “Quindi,a meno che non fossero veramente dei pezzenti e abbiano frequentato l’alta società come clandestini, il loro tesoro esiste. E noi lo troveremo”
“Ma quando mai…” pensò fra sé Cecilia. Da quello che aveva avuto modo di vedere, il suo compagno era molto un sognatore, uno di quelli che si fissa su una cosa e non la ottiene finché non ne perde interesse o non la raggiunge.

Prese il barattolo del caffè, Cecilia, e aprendolo venne investita da una zaffata di quell’aroma e da un foglio di carta.

“E questo…?”

L’aprì e lesse:

Cara Cecilia Mendosa,

se hai aperto questa lettera significa che hai aperto il barattolo del caffè. Ebbene, ti scrivo per ricordarti le tue origini. Tu sei figlia del viejo e Ana Lucia Sanchez… in realtà lo era tua madre, Cecilia Mendosa senior. Devi, e ti ripeto, devi, arrogarti la tua parte di eredità fra le tue famiglie, v isto che ne rappresenti il punto d’unione. Come prova di quello che ti dico, ti allego il tuo certificato di nascita, che ho rubato appositamente per te.

Oh, non ringraziarmi, non l’ho fatto perché ti voglio bene o smancerie simili: in realtà, ti voglio aporire gli occhi perché mi servi, servi a Villa Nueva e al suo Sindaco, perché vorrei mi aiutassi a mantenere l’equilibrio della città.

Il Boss dei Clan dei Neri

Cecilia si sentì mancare, ma resse il colpo. Doveva assolutamente guardare quel certificato di nascita… era unito da una graffetta, al che lo lesse e in effetti Alfio Gutierrez e Ana Lucia Sanchez si erano uniti in un matrimonio segretissimo ed ebbero proprio sua madre, che si chiamava Cecilia, proprio come lei.

Poi erra vissuta in Italia e quant’altro.

Lei era l’erede, la prescelta. Lei era nipote alla lontana di quell’idiota che giocava con la chiave.

Sogghignando, tornò dal pipa.

“Caro mio” disse lei, schiaffandogli lettera e certificato in faccia “Tu sei mio zio, in quanto fratellastro di mia madre. Non possiamo stare insieme”

El pipa guardò quelle carete. Sospirò.

“Lo sapevo” ammise. “Ma ciò non fa di te una donna ricca, vedo”

“Bah” disse lei, e se ne andò senza nemmeno aver fatto il caffè. Jorge, dal canto suo, prese le sue cose e partì chissà dove, probabilmente andò proprio a prendere il tesoro dei Garcia, anche senza sapere dove cercarlo.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/180

Immagine

Rebecca Jones fu portata in un luogo non tanto segreto, che rispondeva al nome di villa Salcido.

In realtà, nemmeno lei riusciva a immaginare cosa aspettarsi, né aveva idea del motivo per cui l’avevano rapita.

Era lì, tenuta ammanettata con le mani dietro la schiena, che osservava una rivoltante coppietta. Lei lo stringeva a sé cingendogli la spalla, lui poggiava la sua testa sul suo petto.

Entrambi però la guardavano con aria altezzosa, che le non piaceva.

“Rebecca Jones…” iniziò Catalina. “Ho qui un tuo articolo dove ti scagli contro il riscaldamento globale. Che razza di argomento è?”

Rebecca non rispose. Posò lo sguardo sul tavolino e vide che c’era un vassoio di biscotti fatti in casa che attendeva solo di essere mangiato. Se solo non avesse le mani legate…

“Ti abbiamo rapita per farci pagare il riascatto, che sarà salatissimo” aggiunse Roberto, l’aitante runner.

Rebecca non rispose nemmeno a quell’annuncio. Di sicuro, quei biscotti non erano salatissimi…

“Strai guardando quei biscotti, vedo” disse Catalina.

“Li vuoi, vero?” chiese Roberto.

Rebecca perse la pazienza. Fissò entrambi con l’occhiata più truce che aveva al repertorio e disse “Non avrete niente di quello che chiederete. Chi troppo vuole, nulla stringe! Ramòn non ci metterà molto a salvarmi!”

“Sempre che ti voglia salvare” disse Catalina, mettendosi comosa e prendendo un biscotto. Lo masticò molto lentamente, godendo di ogni colpo di mandibola, tanto per far innervosire il suo ostaggio.

“Io non capisco che volete da me” disse Rebecca.

“Niente. Sei solo un ostaggio”

Una voce entrò nella sala che somigliava a una biblioteca, con tutti quergli armadi a muro colmi di libri e un unico lampadario di cristallo.

Rebecca si voltò e non poteva credere ai suoi occhi.

“Francisco Miranda!” esclamò.

“Proprio così” disse lui, e con grande eleganza si frappose fra Catalina e Roberto, ignorando totalmente i concetti di estraneità e inopportunità.

“Sono il Sindaco” disse lui, prendendo due biscotti. “Colui che voi avete rapito, mettendo al mio posto una marionetta”

“In realtà no, ma dettagli” corresse Rebecca.

“Come sarebbe, no? Pepa Gutierrez ha raccontato tutto quello che sapeva, ci ha svelato tutti i misteri di Villa Nueva e ancora tu ti ostini a tenere la bocca chiusa? Farai bene a parlare”

“Ah, sì? E Pepa Gutierrez da chi l’ha saputo?” chiese Rebecca Jones.

“Da Cassandra Espimas, sua compagna di cella” risposero in coro tutti e tre. Rebecca si sentì morire: davvero il suo amato Boss aveva fatto un errore di tal genere? Aveva davvero dato per scontato che Cassandra non avrebbe mai avuto compagni di cella cui raccontare la sua torbida storia?

E adesso che Francisco Miranda era lì, sfidando tutte le leggi del sorannaturale, che cosa avrebbe potuto fare lei?

“Il regno di terrore del tuo capo sta per terminare” agigunse Miranda.

“Beh, è durato solo sette giorni e già le strade sono pulite” osservò Jones.

“Beh, chi vuoi che passeggi qui? Non ci sono neanche mille abitanti” fece notare Catalina. “Questo buco di paese è talmente noioso che se non ci fossimo noi a movimentarlo sarebbe un disastro”
“Adesso chiameremo il tuo Boss” disse Roberto. “Chiederemo le dimissioni da Sindaco”

Roberto chiamò, ma non rispose nessuno.

“Non rispondi? Sono i rapitori di Rebecca” disse Alfonso a Ramòn, che era ancora in piedi a guardare oltre la finestra.

“No” disse il Boss, lasciando che i raggi del sole, gli ultimi di quella lunga estate, lo lambissero. “Lascerò che si spaventino, non trovandomi. Devono capire che rapire Rebecca è stato per loro un passo falso”

E la lavatrice continuava a girare…