La Ropa Sucia/196

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Cecilia Mendosa non aveva mai creduto di trovare così tante persone solo per un colloquio informale.

“Sappiamo che hai cercato favori anche verso il Clan dei Neri” disse Cecilia. “Che cosa hai da dire a tua discolpa?”

“Sto cercando di farmi tutti amici, in modo da risollevare l’evidente difficoltà economica in cui mi trovo” rispose lei.

“Beh” interloquì Francisco Miranda, colui che avrebbe dovuto essere Sindaco “se magari lasciaste lavorare i Sindaci legittimati a esercitare, magari avreste potuto godere di alcuni benenfici. È inammissibile che mille persone non riescano as trrovare soddisfazione economica”

“Non è il momento di fare politica” lo interruppe Roberto, l’aitante runner. “Adesso, è il momento di trattare. Come vedi, abbiamo in mano una pedina importante fra il clan dei Neri”

Schioccò le dita e due servitori vestiti di bianco portarono una strepitante Rebecca Jones, legata e imbavagliata, che mugolava probabilmente implorando di nessere liberata.

“Lei è Rebecca Jones, giornalista assunta dal clan dei Neri probabilmente per mettere in giro notizie false su di noi. Ma noi l’abbiamo rapita, quindi non può scrivere alcunché” disse Roberto.

“Il riscatto potrebbe essere il maniero dei Gutierrez, no?” proseguì il ragazzo. “In questo modo saremo tutti contenti, ed anche io di vivere in un castello, in pratica. Certo, vivere nella stessa casa del tuo ex mi disturba non poco, però sarà anche casa mia, perciò sarà una bella vendetta”

“Ricordati, figlio mio, che sei anche discendente dei Sanchez, quindi portai vivere anche lì” gli ricordò sua madre. “Ci sto, allora. possiamo siglare l’accordo”

Era molto strano vedere madre e figlio stringersi la mano come se fossero dei perfetti sconosciuti e Pepa Gutierrez, che aveva assistito senza dire niente, si era detta che non ce l’avrebbe mai fatta. Da quando aveva saputo che suo figlio stava migliorando era molto più tranquilla e decisa più che mai a ribaltare la situazione che stava vedendo i Neri intoccabili, nonostante lo scandalo del portinaio, che evidentemente riguardava il solo Ambrogio, non l’intera amministrazione comunale.

Ambrogio che dal canto suo aveva appena finito di piangere, dopo aver raccontato una strana storia, persino in quelle lande.

Pioveva, a Villa Nueva. Lo stenografo della centrale non riusciva a credere a cosa aveva scritto. Il commissario posò il suo sigaro, sconcertato.

“V… va bene, Ambrogio. Non me la sento di condannarti. Sei assolto da tutte le accuse.”

Ambrogio non disse nulla, rivolse solamente un’occhiata grata a quell’ufficiale e si allontanò soddisfatto dalla centrale.

“Antonio” disse il commissario rivolto allo stenografo di cui sopra. “Faresti bene a cancellare ciò che abbiamo sentito. Ciò che la scrittura ha catturato dalla voce, lo deve liberare. Straccia quel foglio”

Antonio, però, sembrava riluttante.

“Non mi va, commissario. Io… mi sono innamorato di lui”

“Di Ambrogio?” chiese l’ufficiale. “Oh, Gesù, Giuseppe e Maria…”

Così, non aggiungendo altro, Antonio prese quel foglio, lo ripiegò con cura e lo infilò dentro la giacca da poliziotto. Lo avrebbe letto e riletto prima di andare a dormire.

Rimasto solo, il commissario guardò la pioggia da oltre la finestra. Davvero esisteva una storia come quella di Ambrogio?

Davvero c’era una lavatrice che, continuando a girare, permetteva tutto questo?

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Lei sei cose che ritengo impossibili.

Gianmarco e Pierpaolo stavano discutendo sul muretto della scuola.

“Sai, Pierparolo?” stava dicendo Robertangela. “Al mondo, ci sono solo sei cose impossibili”

“Beh” disse Pierpaolo “Elencamele, Gianmarco”

Gianmarco le contò mentalmente sulle dita, e vedendo che ne mancava sempre una, ci mise un bel po’ a rispondere. Nel frattempo, Robertangela elencò le sue.

“Ad esempio, è impossibile che la campanella suoni in un orario diverso delle otto del mattino”

“Giusto. Sono le sette e cinquantadue minuti” disse Pierpaolo.

“Un’altra cosa impossibile è chiaramente l’Uomo Lavavetri” enunciò la ragazza, che portava la cartella con solo una spallina.

“Cosa?” chiesero all’unisono Pierpaolo e quell’altro.

“Beh sì… insomma, chi mai si metterebbe a scrivere una serie a fumetti su un uomo lava vetri?”

Gianmarco capì dove aveva lasciato il sesto punto che aveva contato mentalmente e improvvisamente gli venne voglia di chiedere a Robertangela di uscire.

“La terza cosa impossibile” proseguì ingenua la ragazza “sono le mosche bianche. Non ne ho mai vista una, eppure si dice sempre eh, è una mosca bianca

“Evidentemente hanno sbagliato candeggio” rispose saggiamente Pierpaolo. “vai avanti, mi sto appassionando”

“Un’altra cosa impossibile, rimanendo nell’ambito scolastico, è che il professore di storia rilasci compiti di biologia. Cioè, sarebbe apocalittico”

“Già” disse Gianmarco “O prendere un’insufficienza in educazione fisica”

“No” scosse la testa la ragazza. “io parlo di cose veramente impossibili. Ad esempio, è impossibile che dagli occhi ci si senta e dalle orecchie si annusi”

“Già. Anche perché, col cerume, cosa vuoi annusare?” convenne Pierpaolo.

“Esatto” disse Robertangela. “L’ultima cosa che avevo pensato è ovviamente la cosa più importante di tutte, una cosa che è talmente ovvia che voi mi prenderete in giro sicuramente”

Ma nessuno dei due ragazzi lo stavano facendo, pendevano dalle sue labbra.

“Oh.. e va bene, lo dico. È impossibile che io diventi una marmitta!”

Gianmarco si spiazzò nel sentire quella rivelazione. “Oh, non direi, sai?”

“Davvero? Vuoi diventare una marmitta, Federico?” chiese Pierpaolo, utilizzando il soprannome dell’amico.

“Provate a mangiare un piatto di fagioli e vediamo se non diventate marmitte catalogate!”

 

 

 

 

 

 

Pierozza e i social media.

Pierozza era stata investita.

Cioè.

Non c’entrava nulla l’automobile, in realtà aveva ricevuto un investitura, che riguardava i suoi particolari poteri.

Il potere di Pierozza era quello di entrare nei social media e di interagire con loro. Stette di fatto che Pierozza usò questo potere per un giorno soltanto, poi non ne parlò mai più con nessuno, nemmeno col suo patrigno, e a lui diceva tutto, visto che era diventato sordocieco.

Per prima cosa entrò su Facebook, trovandolo chiuso. C’era un’enorme porta blu a doppia anta.

“Per prima cosa devi digitare il nome utente e la password” disse la porta. ” È gratis e lo sarà sempre”

“È quel sempre che ti frega” commentò Pierozza, digitando il suo nome utente e la sua password, che qui non divulgo per rispetto della privacy.

Una volta entrata, Pierozza vide Like che camminavano a trenino, link condivisi che si moltiplicavano, commenti pieni di parole che sfrecciavano in ogni dove e soprattutto lo SPAM che stava cominciando ad arrampicarsi su di lei, finendo ben presto per ritrovarsi piena di messaggi sponsorizzati e pubblicitari.

Soprattutto, colorata di un blu orribile. E Pierozza odiava il blu.

“Ma… si può sapere tutta questa confusione?” chiede lei, snervata.

“Tu chi sei? Chi ti ha fatto entrare senza ritegno?” chiese un Commento.

“A quanto pare è una super eroina!” esclamò divertita la reazione Ahah.

“Oh! Ma tu ridi sempre?” chiese la reazione Sigh. “No, perché io piango e… AAAAA”

Detto quello scappò via chissà dove a piangere le sue lacrime.

Pierozza non sapeva bene dove recarsi: ogni secondo si condivideva,k ogni millesimo di secondo spuntava un Like e lei era pure senza ombrello.

“Meglio andare su Twitter!”

Su Twitter la gente era più calma, ma appena sbarcata la ragazza dovette schivare un hashtag volante che altrimenti le avrebbe sfracellato la testa a metà verticale.

“Misericordia!” esclamò lei, sudando freddo. “ma… ma… cos’è questo rumore?”

Un frastuono incessante di tweet cominciò a trapanarle le orecchie. C’era stata una volta in cui Pierozza amava il suono degli uccellini, ma quello era cento volte amplificato.

Non poteva stare. Era come il rumore del fax, rumore che lo si conosce se si frequenta un call center.

Non le rimase che Instagram. Lì era molto più bello, c’erano cuori e foto, foto e cuori, nient’altro.

Alla lunga, però, le annoiava. Ogni tanto, peraltro, si pungeva le scarpe per via degli hashtag e aveva il forte sospetto che alcuni utenti la stessero seguendo.

“Perché mi state seguendo?” chiese infine.

“Follow4follow, per esserle utile!”

Ed ecco spiegato il motivo per cui pierozza capì che fare la supereroina non faceva per lei.

La Ropa Sucia/181

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Guillermo era convinto che fosse lo scrigno la vera chiave del tesoro dei Garcia.

Jorge Gutierrez, una volta tornato a casa Mendosa, girò la chiave fra le mani, con un atroce dubbio nella mente.

Mentre pensava alle parole dette da quello strano tipo che ambiva alle grazie di Catalina, arrivò Cecilia Mendosa a casa. Entrando in soggiorno, lo vide armeggiare con quel passepartout enorme.

“Ciao” salutò lei, preoccupata o quais per la salute mentale dell’uomo. non vide bottiglie, però, con suo sollievo.

“Ciao” rispose lui. Non aveva bottiglie in mano. Quella chiave non era abbastanza grossa per poterla pensare una bottiglia.

“Che ci fai con quella chiave?” chiese lei. Posò le borse della spase e cominciò a distribuire gli acquisti nei vari posti, facendo bene attenzione a non confondere il detersivo con la salsa.

“Devo pettinarmi i capelli” rispose el pipa.

Davvero, non avrebbe mai creduto che la sua compagna fosse così scema da non capire a cosa servisse una chiave.

Incredibilmente, Cecilia si sedette e disse al suo compagno: “È da un po’ che mio figlio si comporta in modo strano. non lo vedo mai, né a casa, né a correre. Stare con te gli crea problemi, ma io ti amo e quindi non voglio lasciarti, nonostante tu beva come una spugna”

“E dire che oggi non ho toccato un goccio” osservò el pipa.

“Il punto è che abbiamo problemi economici. Tu sei stato diseredato e…”

“E… niente” disse lui. “Guarda questa chiave. È il passepartout che ci porterà al tesoro dei Garcia, quello a cui loro hanno rinunciato andando in galera”

Cecilia sospirò. “Ed esiste davvero? Voglio dire, non è che si tratta di monete fuori corso o pensieri filosofici sull’amicizia?”

“No, altrimenti non si spiega perché i Garcia abbiano vissuto come pezzenti” disse lui. “Quindi,a meno che non fossero veramente dei pezzenti e abbiano frequentato l’alta società come clandestini, il loro tesoro esiste. E noi lo troveremo”
“Ma quando mai…” pensò fra sé Cecilia. Da quello che aveva avuto modo di vedere, il suo compagno era molto un sognatore, uno di quelli che si fissa su una cosa e non la ottiene finché non ne perde interesse o non la raggiunge.

Prese il barattolo del caffè, Cecilia, e aprendolo venne investita da una zaffata di quell’aroma e da un foglio di carta.

“E questo…?”

L’aprì e lesse:

Cara Cecilia Mendosa,

se hai aperto questa lettera significa che hai aperto il barattolo del caffè. Ebbene, ti scrivo per ricordarti le tue origini. Tu sei figlia del viejo e Ana Lucia Sanchez… in realtà lo era tua madre, Cecilia Mendosa senior. Devi, e ti ripeto, devi, arrogarti la tua parte di eredità fra le tue famiglie, v isto che ne rappresenti il punto d’unione. Come prova di quello che ti dico, ti allego il tuo certificato di nascita, che ho rubato appositamente per te.

Oh, non ringraziarmi, non l’ho fatto perché ti voglio bene o smancerie simili: in realtà, ti voglio aporire gli occhi perché mi servi, servi a Villa Nueva e al suo Sindaco, perché vorrei mi aiutassi a mantenere l’equilibrio della città.

Il Boss dei Clan dei Neri

Cecilia si sentì mancare, ma resse il colpo. Doveva assolutamente guardare quel certificato di nascita… era unito da una graffetta, al che lo lesse e in effetti Alfio Gutierrez e Ana Lucia Sanchez si erano uniti in un matrimonio segretissimo ed ebbero proprio sua madre, che si chiamava Cecilia, proprio come lei.

Poi erra vissuta in Italia e quant’altro.

Lei era l’erede, la prescelta. Lei era nipote alla lontana di quell’idiota che giocava con la chiave.

Sogghignando, tornò dal pipa.

“Caro mio” disse lei, schiaffandogli lettera e certificato in faccia “Tu sei mio zio, in quanto fratellastro di mia madre. Non possiamo stare insieme”

El pipa guardò quelle carete. Sospirò.

“Lo sapevo” ammise. “Ma ciò non fa di te una donna ricca, vedo”

“Bah” disse lei, e se ne andò senza nemmeno aver fatto il caffè. Jorge, dal canto suo, prese le sue cose e partì chissà dove, probabilmente andò proprio a prendere il tesoro dei Garcia, anche senza sapere dove cercarlo.

E la lavatrice continuava a girare…

Ed era bella.

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Sakura mi aspettava. Era lì, sorridente, con in mano il suo solito ombrellino rosso.
Ed era bella.
Mi sorrideva ed era bella.
Aveva il kimono ed era bella.
Mi stava dicendo “ciao” ed era bella.
Era il giorno dei mandorli in fiore, e avevo deciso di andarli a vedere insieme. Io ero impresentabile, soprattutto per il fatto di essere ritardo e col fiatone, dopo una lunga scarpinata con salita di interminabili scale compresa.
“Ehm…”
Non avevo idea di cosa dire. Ero totalmente impacciato, mi sentivo di troppo ma allo stesso tempo il suo sorriso era rassicurante.
“Sai, di solito ci si saluta, eh”
Aveva ridacchiato.
“Sì beh, io… io… andiamo?”
Le offrii il braccio. Quando graziosamente cominciavamo ad andare, mi venne in mente tutto quello che ho dovuto penare per portarla fuori!

È stata male, ha lavorato, è andata in Europa due settimane, poi è stata indaffaratissima con un trasloco e infine altri piccoli imprevisti proprio quando credevo che ce l’avessi fatta!
Però poi i mandorli decisero di sbocciare.
È la meraviglia della natura, la vita che si colora di rosa.

 Ad un certo punto, un petalo si posava sulla mia mano.
Lo misi su un lato dei suoi capelli.
“Stai benissimo”
Le sorrisi.
Mi sorrise.
Lei mi baciò, istintivamente, come se lo volesse davvero. Rimasi impalato, stupefatto ed euforico allo stesso tempo. Sapeva di primavera, di mandorlo, ed anch’io risposi fiorendo assieme ai petali che ancora vorticavano fra noi. Ci baciavamo ed eravamo belli.
Era quella la magia dei mandorli in fiore? Era finalmente giunta la primavera, e chissà che cosa ci avrebbe portato.
Bellezza, forze. Sakura, probabilmente.
L’amore, sicuramente.
“Non te lo aspettavi” disse lei sorridendo, mentre vorticava il suo ombrellino. “E ancora non parli”
Non potevo parlare. Ma lei che ne sapeva?
“Ehm…” esitai, senza sapere cosa fare né come rivolgermi. Ero cotto.
Rideva. Il suono ricordava il ruscello lì vicino.
Ed era bella.

La Ropa Sucia/160

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“Ebbene? Che notizie mi porti?”

Il Boss aveva di fronte Rebecca Jones.

“Beh” esordì la giornalista “Espimas e la Garcia si sono separati quasi ufficialmente perché Raquel aveva tradito Fernando col massaggiatore e lui ci ha provato con me con un aperitivo, ma non vedo perché questo debba essere utile al piano…”

“Tutto è utile al piano” tagliò corto lui. “Adesso ti voglio qui. La tua penna affilata risponderà ad Ana Lucia Sanchez in modo talmente… affilato, che la povera vecchia chiuderà la bocca per sempre, come se non avesse mai imparato a parlare”

Nessuno sapeva che cosa intendesse dire Ramòn, ma poi fu chiaro il giorno dopo, con l’edizione del corriere di Villa Nueva in bella vista sia al municipio che in tutte le mani dei paesani.

“M… maledizione” Rebecca era allibita.

“Visto?” chiese il Boss, che non sembrava turbato. “Adesso la vecchia può evitare di ripetere la stessa storia a tutti quelli che glielo chiedono, perché è qui, nero su bianco.”

“E gli Espimas sono coinvolti…” Rebecca era allibita. Poteva Fernando sapere di quella vecchia faida? E perché? E perché Fernando era mancino come il resto della sua famiglia?

“Va bene, Boss” disse infine. “Scirverò un articolo di risposta sul giornale”

“Peccato che non ci sia un giornale rivale a Villa Nueva” rispose l’uomo. “Sarebbe stato interessante quante e quali copie sarebbero state vendute, quale fra i due articoli avrebbe fatto più presa. Ma non importa,  noi colpiremo altrettanto duramente”

Nel frattempo che Rebecca Jones scriveva l’articolo sotto dettatura, Catalina Salcido stava prendendo da sola un cornetto, al bar della piazza.

Il problema della piazza di Villa Nueva, a parte il fatto di essere troppo piccola, si presentava nell’elevata quantità di persone che vi transitavano.

Fra questi, c’era el pipa, Jorge Gutierrez. Lo sapeva, aveva già visto la bellissima Catalina in atteggiamenti poco consoni con il suo figliastro, che si chiamava Alejandro o qualcosa del genere.

Così, decise di approcciarsi a lei, in modo da buttarla nel caos e magari evitare un matrimonio che sarebbe costato troppo.

“EHI, GENTE!” urlò a gran voce Jorge. “CATALINA SALCIDO FREQUENTA ALEJANDRO!”

Tutti si scambiarono occhiate furtive, e persino il barista per poco non ebbe a raccogliere una fresca limonata da terra.

“Chiedo scusa” borbottò Catalina “Ma Alejandro, chi è?”

Gutierrez sgranò gli occhi.

Nel frattempo, Alejandro, meglio noto come Roberto l’aitante runner, si mise a correre, allontanandosi dal paese, con in mano una strana lettera.

“Chiedo scusa”

Una voce bloccò la sua corsa. Era in aperta campagna, dove un’unica strada portava verso l’infinito. Per il resto campi e campi sterminati, intervallati da macchioline bianche che potevano essere pecore o mucche.

“Come mai hai una lettera?” chiese la strana figura in macchina che fermò Roberto. Quest’ultimo pensò quanto fosse strano che una macchina proprio lì, in mezzo al niente, avesse incontrato proprio lui.

“Ho una lettera” disse Roberto guardando lontano “perché devo consegnarla ai Salcido, che abitano fuori città. Catalina vuole la sua parte di eredità adesso e in liquidi”

“Oh” disse lo sconosciuto in macchina, prendendo pure un appunto. “Per farne che?”

“Vogliamo costruire un castello in risposta alla catapecchia del clan dei Neri. Nascerà il clan dei Bianchi, che riporterà l’ordine e la pulizia a Villa Nueva”

“Vi rendete conto, sì, che a Villa Nueva non ci sono nemmeno mille anime e sporcare le strade diventa automaticamente impossibile?”

Il tizio sgommò e gettando fuori una coltre di gas andò sparato verso il paesino.

Roberto non era sicuro di aver fatto bene a rivelare il piano a un tizio vestito di nero che peraltro ha pure preso appunti mentre parlava.

E la lavatrice continuava a girare…

L’infanzia in un tag

 

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Non sono mai andato in triciclo, casomai in bicicletta con il sostegno

  • Usare l’immagine del tag
  • taggare e nominare l’ideatore (Shioren)
  • Elencare usando anche delle immagini almeno 5 giochi/oggetti legati alla vostra infanzia (da 0 a 12 anni max).
  • Nominare, taggare e avvisare almeno 5 amici blogger. La Corte dovresti leggere l’articolo
  • Divertirvi.

 

  1. Le palline pazze

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Quando ero piccolo, giocavo con le palline pazze, senza mai farle cadere dalla mano, rimbalzando sul palmo. Ho acquisito una certa abilità, sapete? La mia preferita era quella a 8 del biliardo.

 

2. Solletico e Bim Bum Bam

Okay, non sono oggetti, ma i loro contenuti sono indimenticabili! Mauro Serio e  Bat Roberto mi tenevano incollati per pomeriggi interi e ho visto qualsiasi cartone animato che proponevano, incantandomi e corrompendo il mio animo, infatti adesso sono un malvagio.

Perché lo era anche Uàn.

3. Otto sotto un tetto e la Tata

Anche questi non sono oggetti nel senso stretto, ma Francesca è stata davvero la mia Tata e Steve è stato l’amico ideale con cui passare i tardi pomeriggi. Devo assolutamente recuperarne gli episodi, ma allo stesso tempo ho paura che qualcosa sia cambiato e ho paura!

4. Come Mai e Certe Notti

Neanche questi sono oggetti ma non potevo non citare due canzoni pilastro degli anni 90. Il capolavoro degli 883, ad esempio, è ancora oggi un inno all’amore (il testo mi aiuterà a confermarlo) e Certe Notti, anche se non ne ho mai vissuta una, è un must per chi suona la chitarra. Tanto Mario riapre… prima o poi.

5. I tappi dei succhi di frutta

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Ecco finalmente un oggetto! I tappi dei succhi di frutta, di cui facevo la collezione. Di queste bandiere, ne ho due su tre e la Cambogia ancora non sono riuscito a ritrovarla. Maledetta, è sfuggita e non ho più potuto ritrovarla. Andrò in Cambogia.

 

 

 

 

 

Come nasce la Birra?

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Racconto nato con la collaborazione di Alice Raimondi, alla quale va tutta la mia gratitudine :’)

Ciao.

Sono l’Orzo.

Forse vi ricorderete di me perché sono stato a Gardaland e ho affrontato un estintore volante, ma oggi non racconterò di quest’avventura…

“Eh, come al solito ti vuoi mettere in mostra!”

Silenzio, Luppolo. Torna a rotolare da un’altra parte. Volevo spiegare come sono fatto: cresco dalla terra, vengo rapito dagli alieni, vengo rilasciato da altri alieni, divento un semaforo e vengo messo dentro un grande… un grande che, in effetti?

Barile? Cassa? Container? Valigia? Ornella Muti? Mappamondo?

Qualunque cosa sia non sono figlio della zia e mi tocca essere mescolato e… “Mescolato, tsé! Neanche stessimo giocando a briscola!”

Ti ho detto di fare silenzio, Luppolo. Solo perché sei stato scartato dal casting per i nani di Biancaneve perché ti sei presentato sbronzo non vuol dire che adesso puoi fare il bello, il cattivo e il mezzo tempo.

La fase successiva arriva nel momento in cui… uh?

“AIUTO AIUTO!”

Cosa c’è, caro il mio cassone o qualunque cosa tu sia che mi contenga?

“Ti ho chiamato perché ho bisogno di aiuto. Una cosa da cui può dipendere il desino della birra stessa!”

Il mio pensiero si rivolge immediatamente a un problema tipico che capita spesso in queste occasioni, cioè che è diventato un divano; oppure un divano ha bussato a questo coso di metallo che mi contiene. Così chiedo “Che succede?”

Il contenitore risponde “QUANTO FA TRE PER DUE? ODDIO TI PREGO SE LO SAI DIMMELO”

A sentire questa domanda mi sento Carlo Conti e da Orzo divento liquido e spumoso. Devo rispondere?

Dico al contenitore “Menta piperita, ovviamente! Mi chiedo dove tu sia andato a scuola”

Il contenitore mi fa “Sì, scusa, è la spuma che è troppo bianca e mi distrae!”

Non ho parole. Mi viene voglia di prendere una bella birra per dimenticare… un momento! Sono io la birra! B di Birra! Bevo me stessa!

Bi di Balbuzie! Bi di Babbuino, che è proprio l’animale a cui assomiglia il tizio che sta per bere dal B di Bicchiere, che è la mia nuova casa!

Certo, se non ci fosse l’abusiva spuma candida…

 

 

La Ropa Sucia/142

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Ciò che Pepa non sapeva era che la situazione stava decisamente precipitando alla casa del Boss, proprio dov’erano imprigionati i suoi figli. Ad esempio pedro aveva intenzione di evadere, e aveva scelto il momednto in cui Ramòn Fernandez avrebbe investito Jùan, in una cerimonia fin troppo pomposa per un solo bambino.

Aveva pensato a tutto, persino la peculiarità del suo compagno di cella, el tiburòn, sarebbe stata utile.

Una campana, da lontano, segnava mezzogiorno. Chissà di quale giorno, chissà di quale mese, chissà di quale anno. Poi Pedro ricordò: era il 1984.

Andò dunque vicino alla porta, mentre il figlio dei Gutierrez borbottò qualcosa.

“Stai zitto, tiburòn” disse Pedro. “noi due, oggi, scriveremo la storia”

Si sentiva coraggioso. Non gli capitava una cosa del genere da tantissimo tempo: era stato impantanato come prigioniero di Marìa, la procace giardiniera, e non aveva avuto modo di far parlare di sé. Pertanto, si era pentito di aver perso tempo e adesso intendeva sconfiggere Fernandez e suo fratello, proprio a casa sua, proprio in quel momento.

“È il momento” aveva detto qualcuno da fuori. Per fortuna i muri di quella catapecchia erano fragilissimi e si sentiva tutto.

“È il momento”disse Pedro, così si diresse verso una piccola finestrella e, dopo aver semplicemente spaccato il vetro con una grossa trave che provvidenzialmente si trovava lì, si calò giù, trovandosi all’aperto.

“Tu” Pedro si rivolse al suo ex compagno di cella “Dovrai dare l’alalrme. Sai come si dà un allarme, vero?”

El tiburòn sudò freddo. Avrebbe implicato alzare la voce… come avrebeb fatto?

“Dovrai distrarre gli aguzzini del Boss, mentre io, con questa fionda che Jùan mi ha prestato, colpirò in testa il Boss, e lo consegnerò alle autorità, opportunamente legato e imbavagliato. Quegli stronzi non credono mai a niente se non gli si presentano loro prove inconfutabili”

Così, fidandosi di lui, Pedro andò verso l’altro lato della catapecchia. Tutto era immobile, persino il vento.

Improvvisamente, mentre passava davanti una finestra, sentì una voce.

“Pedro! Ma sei scappato?”

Era Analisa, che assieme a Rosa, la chica formosa, e el loco, erano anche loro in cattività, ma non erano scappati.

“Sì, è ora di chiudere questa storia ridicola” disse Pedro, sprezzante.

“Ma avevamo detto di inserire Jùan nel clan dei Neri proprio per trovare chi ha derubato l’argenteria di Carlo V!”

A Pedro cadde il mondo addosso. Era vero, si disse, bisognava pur trovare l’argenteria di Carlo V.

“E allora cosa suggerisci di fare?” chiese dunque.

“Aspettare” disse Rosa. Era sua sorella o no? E da quando era diventata formosa?

“Aspettare… cosa?” disse Pedro, ben attento a non guardare la scollatura della chica.

“Il pullman” disse lei. Pedro si spiazzò e si voltò, perché aveva sentito chiaramente il rumore di un pullman che si fermava.

Era veramente pazzesco che la base di uno dei più pericolosi clan dell’Argentina si trovasse proprio di fronte alla fermata di un autobus. Pedro considerò che Fernandez fosse veramente supido. O un genio del male.

Si mise nei suoi panni: aveva ragione lui, si disse, certe volte scocciava camminare e prendere i mezzi poteva essere molto utile per rapire persone o carpire discorsi.

In quella, dal pullman blu scese una donna molto piacente dall’aria preoccupata.

“Mamma!” esclamò el loco.

E la lavatrice continuava a girare…

Tag – Carta d’Identità dell’anima

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Le anime non scrivono, non hanno dita

Ennesimo tag della mia gemella dei tag LaCorte!

Ecco cosa dice Carla (penso sia l’ideatrice di questo tag):

Ciascuno di noi si presenta con le fattezze che coglie lo sguardo e, finché non si sgretola il silenzio, l’immagine conduce il gioco. E se potessimo esibire, per prima, la CARTA D’IDENTITA’ dell’Anima, cosa cambierebbe? Per alcuni nulla, per altri tanto, TUTTO, potendo mostrare che la vera bellezza ha sede nel Cuore – Il TAG nasce dalla voglia di scoprire i tratti “autentici” di ciascuno di voi, di poter attribuire loro il valore che meritano e di poterci scoprire diversi nella copertina ma simili nelle pagine della vostra storia.

Ebbene, quali sono le regole?

  • Menzionare chi ha creato il TAG – La dimora del pensiero
  • Utilizzare la stessa immagine o crearne una nuova (cimentatevi, saprete fare di meglio!)
  • Compilare la CARTA D’IDENTITA’
  • Nominare tutte le persone che vorrete ed avvisarle di essere state taggate.

Vediamo un po’:

Cognome: Aven
Nome: Andrea
nata il: sono nato il 9 settembre, per alcuni persino il 30 settembre
a: Palermo, dove le case sono a turno rosa e nero
cittadinanza: Abito sul web, su Internet, Facebook, Whatsapp, Instagram e WordPress
residenza: Proprio qui, in questo blog. Venitemi a trovare, ho i biscotti (?) virtuali
via: Boulevard of Broken Dreams, 80
stato civile: single imperituro forever and ever
professione: Scrittore (AHAHAHAH)
statura: sono bassamente alto
capelli: corti, castani, che cadono uno dopo l’altro
occhi: nocciola?
segni particolari: sono pieno di punti neri, sto diventando un uomo nero, proprio quello dentro gli armadi e questa cosa sta diventando un po’ porno LOL
Taggo TE!!