Nell’isola deserta.

lago-verde

Ricordo a tutti che le barche non volano

Quando a Luglio vado al mare, penso soprattutto a quanto sia bello il cocco. È bello? Marrone, peloso, un po’ umidiccio all’interno. Diciamo che non è la prima cosa che ti viene in mente quando pensi a qualcosa di bello. Una volta sono stato in un’isola deserta. Che poi, le isole deserte non lo sono mai. C’è il cocco, appunto. Il cocco in questione si chiamava Peppoldo e ambiva a diventare una nuvola. “Voglio essere una nuvola” lo ripeteva ogni martedì. “Ehi, le nuvole sono a forma di cocco oggi, non credi?”diceva il mercoledì alla sua amica palma. Il giovedì, invece, stava zitto, perché gli serviva concentrazione per sparare il profumato latte di cocco all’ignaro paguro. “Ahaha, tanto non mi bagni! Io ho una casa!” allora Peppoldo con grande smacco, pensava che il suo universo fosse troppo limitato per la sua carriera. Prese una foglia spaziosa di palma, poi un’altra, e l’attaccò ai lati. “Pss” mi chiese, mentre io mi limitavo a cercare una tintarella. “Ehi tu! Umano! Quali sono i lati del cocco?” “Ma scusa” dissi “non lo sai tu e devo saperlo io? però decisi di rispondere “Il lato di un cocco è inversamente proporzionale all’area di una foglia di palma. Da questo, spiega perché il giovedì viene prima di venerdì”
al cocco cadde un altro cocco in testa. “Ahahah!È il colmo!” esclamò il mare. Al che mi resiu conto che non potevo vivere fra me e il mare, così mi tuffai e venni catturato da un gruppo di cannibali. Venni inserito dentro un grande calderone pieno di acqua non salata, bollente. Sembrava di stare alle terme. “Tu! Verrai mangiato bollito perché hai osato parlare di geometria in un’isola deserta!”
Mi sentii spacciato. Non credevo che la cultura risultasse ad alcuni indigesta! Ma non era finita. Mentre pensavo a lle capitali del sudest asiatico, arrivò planando il cocco volante, fece scendere un filo marrone e peloso sul quale mi aggrappai e venni trasportato via, non prima di aver salutato i cannibali con queste parole “Bye bye! Non disperate, tanto è venerdì, non si mangia carne!”
Non avevo pensato però che Pippoldo arrivò fino in cielo e lì rimase, perché evidentemente sapeva come salire ma non come scendere. “Te lo avevo pur detto che volevo diventare una nuvola!”
Che fare? Ricorsi a ciò che dico sempre nel buio della mia stanza: “Qualcuno ha una candela?” Mi pervenne e caddi in mare, proprio sulla spiaggia assolata di metà luglio, appena in tempo per il festino della mia città.

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La Ropa Sucia/196

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Cecilia Mendosa non aveva mai creduto di trovare così tante persone solo per un colloquio informale.

“Sappiamo che hai cercato favori anche verso il Clan dei Neri” disse Cecilia. “Che cosa hai da dire a tua discolpa?”

“Sto cercando di farmi tutti amici, in modo da risollevare l’evidente difficoltà economica in cui mi trovo” rispose lei.

“Beh” interloquì Francisco Miranda, colui che avrebbe dovuto essere Sindaco “se magari lasciaste lavorare i Sindaci legittimati a esercitare, magari avreste potuto godere di alcuni benenfici. È inammissibile che mille persone non riescano as trrovare soddisfazione economica”

“Non è il momento di fare politica” lo interruppe Roberto, l’aitante runner. “Adesso, è il momento di trattare. Come vedi, abbiamo in mano una pedina importante fra il clan dei Neri”

Schioccò le dita e due servitori vestiti di bianco portarono una strepitante Rebecca Jones, legata e imbavagliata, che mugolava probabilmente implorando di nessere liberata.

“Lei è Rebecca Jones, giornalista assunta dal clan dei Neri probabilmente per mettere in giro notizie false su di noi. Ma noi l’abbiamo rapita, quindi non può scrivere alcunché” disse Roberto.

“Il riscatto potrebbe essere il maniero dei Gutierrez, no?” proseguì il ragazzo. “In questo modo saremo tutti contenti, ed anche io di vivere in un castello, in pratica. Certo, vivere nella stessa casa del tuo ex mi disturba non poco, però sarà anche casa mia, perciò sarà una bella vendetta”

“Ricordati, figlio mio, che sei anche discendente dei Sanchez, quindi portai vivere anche lì” gli ricordò sua madre. “Ci sto, allora. possiamo siglare l’accordo”

Era molto strano vedere madre e figlio stringersi la mano come se fossero dei perfetti sconosciuti e Pepa Gutierrez, che aveva assistito senza dire niente, si era detta che non ce l’avrebbe mai fatta. Da quando aveva saputo che suo figlio stava migliorando era molto più tranquilla e decisa più che mai a ribaltare la situazione che stava vedendo i Neri intoccabili, nonostante lo scandalo del portinaio, che evidentemente riguardava il solo Ambrogio, non l’intera amministrazione comunale.

Ambrogio che dal canto suo aveva appena finito di piangere, dopo aver raccontato una strana storia, persino in quelle lande.

Pioveva, a Villa Nueva. Lo stenografo della centrale non riusciva a credere a cosa aveva scritto. Il commissario posò il suo sigaro, sconcertato.

“V… va bene, Ambrogio. Non me la sento di condannarti. Sei assolto da tutte le accuse.”

Ambrogio non disse nulla, rivolse solamente un’occhiata grata a quell’ufficiale e si allontanò soddisfatto dalla centrale.

“Antonio” disse il commissario rivolto allo stenografo di cui sopra. “Faresti bene a cancellare ciò che abbiamo sentito. Ciò che la scrittura ha catturato dalla voce, lo deve liberare. Straccia quel foglio”

Antonio, però, sembrava riluttante.

“Non mi va, commissario. Io… mi sono innamorato di lui”

“Di Ambrogio?” chiese l’ufficiale. “Oh, Gesù, Giuseppe e Maria…”

Così, non aggiungendo altro, Antonio prese quel foglio, lo ripiegò con cura e lo infilò dentro la giacca da poliziotto. Lo avrebbe letto e riletto prima di andare a dormire.

Rimasto solo, il commissario guardò la pioggia da oltre la finestra. Davvero esisteva una storia come quella di Ambrogio?

Davvero c’era una lavatrice che, continuando a girare, permetteva tutto questo?

La Ropa Sucia/195

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“Le visite sono aperte solo ai familiari. Come posso sapere che lei sia una familiare?”

Elisa, l’infermiera molto sospettosa che si stava curando particolarmente del secondogenito dei Gutierrez, a sua volta colpito da una pallottola per colpa di Ambrogio, portinaio del Municipio, aveva più di un motivo per impostare la domanda in quel modo. Purtroppo Rocìo era troppo bella per restare da sola, quindi la sua curiosità femminile la stava consumando da dentro.

“Io sono la sorellastra. Sono figlia del pipa, ma sono stata cresciuta dal muratore, recentemente assassinato dal muerto Gutierrez, mio zio” rivelò quest’ultima, con una sicurezza che non lasciava adito a dubbi. O era quello, o era una’avida mentitrice arrampicatrice sociale disposta anche ad uccidere per ottenere uqello che voleva e non era escluso che non lo avesse già fatto.

“Oh” molto più tranquilla, Elisa lasciò andare la sua interlocutrice. Sembrava fosse finita, ma Rocìo era la sorellastra. Sorellastra… il che voleva dire legame a metà.

Era in pieno orario di turno, Elisa, non poteva bighellonare per l’ospedale. Tuttavia, da quanto tempo era che non si prendeva cura dei pazienti di quella stanza?

Così, con la scusa di fare un giro visite, potè ascoltare quello che Rocìo aveva da dire al sensuale tiburòn.

“Ciao” salutò per prima cosa. Era educata, Rocìo.

“Ciao… ci conosciamo?” chiese Ramiro.

Elisa ridacchiò. Aveva mentito, quella stronza. Come ne sarebbe uscita?

“Ehm… no, in effetti no” ammise lei ridacchiando. “però in realtà avremmo dovuto conoscerci sin dal primo giorno in cui siamo nati”

“Oh” disse el tiburòn. “Sei mia sorella?”

Elisa registrò solo in quel momento che Rocìo riuscisse a captare le onde bassissime della voce di quel ragazzo.

“Sì… sorellastra” lo corresse lei. “Solno figlia del pipa, la parte fem,minile della votsra generazione., Insomma, el pipa non ha avuto solo due maschi. Anzi, ha avuto una relazione extraconiugale che ha dato alla vita me, che peraltro sono stata cresciuta dal Muratore, recentemente assassinato. Ho pianto tutte le mie lacrime quel giorno e mi manca ancora tantissimo, ma adesso che ho compiuto diciotto anni posso attuare la mia vendetta su di voi, cominciando a reclamare ciò che mi spetta di dirttio”

Elisa sudava freddo, mentre faceva finta di controllare la flebo di un altro paziente. Dimostrava adavvero diciotto anni?

“E cosa c’entriamo noi con questa vicenda? El muerto adesso è in prigione” osservò Ramiro.

“Oh, sai quanto me che aspetta solo il momento opportuno per evadere. Voglio dire, è evasa persino Pepa Gutierrez, non deve riuscirci uno che è tornato dai voli della morte? Ecco che quindi il mio piano deve attuarsi prima che ciò accada”

“Già…” pensò fra sé il secondogenito dei Gutierrez. “Cosa… in cosa consiste il tuo piano?”

Rocìo estrasse dalla borsa il testamento del viejo riveduto e corretto dal notaio Goicochea.

“Questa è la scrittura del nonno… ma è impossibile, perché il testamento lo abbiamo letto tutti e non sei mai stata menzionata”

Elisa prese un appunto nella sua cartelletta e invece di ordinare farmaci scrisse qualcosa su un testamento, probabilmente condannando a morte un paziente.

“Ecco perché avete letto il testamento sbagliato. Questo è stato rinvenuto fra le carte del viejo, che sapeva della malefatta del figlio e mi ha sempre spedito una somma di denaro”

Quella scusa sapeva di bugia bella e buona, pensò Elisa. Tutti conoscevano el viejo Gutierrez ed era stato un tirchio di prima categoria. Solo per il giorno del suo centesimo compleanno non ha badato a spaese, ma probabilmente per farsi notare dalla bella Ana Lucia, ottuagenaria vecchia fiamma.

“Beh” disse el tiburòn. Memore della promessa annunciata da Cecilia, che aveva previsto l’evvento di quella ragazza e aveva già cominciato a elaborare un piano, pensò che la cosa migliore era non illuderla nelle sue pretese.

“Sembri molto convinta delle tue pretese. E se ti dicessi che c’è anche un’altra donna che pretende le nostre ricchezze?”

Rocìo si destabilizzò. Credeva di essere l’unica… e anche Elisa si destabilizzò. C’era forse un’altra ragazza?

“Sto parlando di Cecilia Mendosa, la madre di Roberto, l’aitante runner”

Elisa si tranquillizzò. Era una signora. Certo, la madre di Roberto era davvero un bel colpo. E Roberto era molto bello quando correva, anche lei ci aveva fatto più di un pensiero.

In quello stesso frangente, Cecilia era al cospetto di Catalina Salcido e Roberto stesso. Dietro di loro, in piedi, stava Pepa Gutierrez, la latitante.

La lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/194

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Il fatto che Guillermo avesse rubato il tesoro dei Garcia non aveva fatto di lui un uomo ricco. Per prima cosa non sapeva dove rintracciare Catalina, anche se in effetti era reperibilissima a casa sua.

Secondo punto, non aveva idea di dove scambiare quelle perle. Non poteva girare, in fondo, con un sacco nero, sarebbe parso sospetto. Soprattutto in una cittadella come Villa Nueva in cui si sapeva tutto di tutti ancora prima che accadesse.

Terzo punto, era stanco di portarlo appresso. Non rimaneva altro che sospirare e mettersi in un punto indefinito.

Nello stesso istante Jorge Gutierrez, detto anche el pipa, fece vedere il suo naso nell’immenso maniero di Romàn Garcia, fratellastro dei prigionieri coniugi Garcia e quindi attuale erede dell’immensa fortuna che Guillermo teneva nel sacco.

Era stato ricevuto con mille cortesie. Sembrava che Romàn non stesse soffrendo della cattura di Ambrogio. Aveva davvero molteplici servitori e ogni sorta di comfort.

“Capisci? Dobbiamo andare a denunciare il furto dei tesori della nostra famiglia”

Romàn scosse la testa. La rivelazione che Jorge fossse suo cugino di secondo grado non lo aveva fatto né sobbalzare, né chiedere approfondimenti. Sicuramente, era stato abituato nella sua misteriosa vita, da ben altre vicende ancora più scioccanti.

“Casomai, io sarei tuo cugino di secondo grado, non tu nei miei confronti” osservò lui. “Con ciò, voglio dire che io posso vantare dei privilegi sulla tua Casa. Che però non mi interessano. Insomma, guarda un po’ qui”

In effetti il lusso era evidente e anche ostentato in certi punti. C’era scritto palesemente Sono ricco inciso in una targa laccata d’oro in ogni singola porta.

“In effetti è proprio questo che sto cercando di dirti” proseguì Romàn. “Il tanto decantato tesoro dei Garcia non consiosete in nessuna pietra preziosa che possa essere presente nel sacco che adesso Guillermo tenta di smerciare. Anzi, che lo smerci! Si renderà conto che è un falso!”

El pipa sgranò gli occhi, crfedendo di stare avendo una crisi di nervi.

“Il tesoro dei Garcia l’ho già investito in questo maniero, nella sua parte liquida. Nella sua parte solida… beh, sono io”

Si scostò i capelli vantandosi, e Gutierrez represse un riso.

Non sapeva, tuttavia, che un’altra ragazza poteva vantare dei diritti a casa Gutierrez. Quella ragazza era appena stata dal notaio, e si era fatta falsificare, grazie al dio denaro, il testamento del viejo, in modo da poter essere inclusa.

Ecco perché aprì la porta, ma non le venne aperto.

Rocìo sospirò. A chi poteva chiedere? Poi ricordò che c’era un componente della famiglia Gutierrez all’ospedale, così si diresse lì nonostante la pioggia che iniziò a cadere. Era ormai marzo, e come si diceva anche in quelle latitudini, marzo pazzerello.

L’estate era davvero finita, e a Villa Nueva l’autunno si stava annunciando piovoso.

Salì, sfruttando l’orario di visita, e venne fermata da Elisa Velazquez.

“Buongiorno” salutò lei. “Come posso aiutarla?”

“Devo assolutamente fare una domanda a el tiburòn, figlio dei Gutierrez”

Elisa si turbò. Certo, Rocìo era molto bella. Che potesse essere…?

La lavatrice continuava a girare.

La Ropa Sucia/193

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Quando Pedro riaprì gli occhi, vide due ragazze stupefacenti che lo sventolavano per rianimarlo. Per un attimo, si sentì come quei Faraoni che avevano le schiave che fungevano da ventilatori.

“Come ti senti?” chiese Marìa, la procace giardiniera.

“Beh” sbuffò Pedro. “Sicuramente non bene, non credi? Mi sento come se fossi in paradiso e due angeli stessero cercando di farmi aria, in questi ultimi scampoli di estate”

“E dimmi” sussurrò Marìa “qual è l’angelo migliore fra noi due?”

“Scusa eh” la interruppe Analisa “tu non stavi con un certo Diego Sanchez?”

Neanche avesse avuto i radar, Diego Sanchez irruppe nella stanza.

Que pasa?” chiese Diego, stupendosi di quella scena.

“Marìa! Perché stai con quel zotico?”

Marìa sgranò gli occhi. Non aveva mai visto Diego così bello… e nemmeno così somigliante a Pedro.

Dieguito! Oh, mi amor!” esclamò lei, buttandosi fra le braccia della sua fiamma.

Se c’era stata una minima parte di una ripresa fra Pedro e Marìa, quell’attimo volò via come una fiamma.

“Beh, visto che l’altra pretendente si è ritirata, direi che l’angelo migliore sei tu, Analisa” sussurrò Pedro. “Ma dimmi… perché mi hai tradito? Non ti piaccio?”

Analisa sospirò. “No, ma non ti ho tradito” rivelò lei. “Ho fatto sesso con Rodrigo, il bel fidanzato che ho avuto nell’altra città, ma in realtà ho pensato a te in tutti quei momenti. Quindi non ti ho tradiuto”

“Oh” disse Pedro. “Anche io ho pensato a te e ti ho dedicato una ballata alla chitarra”

“Oh, davvero? Fammela sentire! Ce la fai?”

“Sì, sono guarito” disse Pedro, anche se gli girava un po’ la testa. Gli fu data una chitarra dalla servitù… ricordò che non c’era Ambrogio e gli parve stranissimo. In quel torno di tempo c’era sempre stato.

Insomma, Pedro comincioò ad arpeggiare. “La ballata sai chiama mi alma peligrosa

“Meraviglia” commentò Analisa. Si lasciò cullare dalla chitarra e vide che effettivamente Pedro aveva mille risorse. Sapeva anche suonare una chitarra.

“Maledetto!” esclamò Diego, che era rimasto nella stanza ad assistere a quella scenetta, con Marìa sottobraccio. “Anche io so suonare la chitarra!”

Gliela strappò dalle mani e si produsse in una spericolata riproduzione di Cielito lindo, il che fece spuntare dal nulla alcuni mariachi, che si misero ad accompagnare allegramente quell’esibizione.

“Allora!” esclamò Diego, rivolto alle due donne. Sicuramente ne sapevano di chitarra. “Chi è stato più bravo fra me o lui?”

“Beh, Pedro ha composto una melodia sua, è ovvio che è stato bravo lui!” esclamò Analisa, abbracciando il suo ragazzo.

“Ma l’hai visto come armonizzava?” chioese Marìa, abbracciando invece Diego. “È ovvio che sia lui! Ricordava i mariachi messicani!”

“Bah” esordì José Riquelme, intervenendo sulla scena. “Io ho ascoltato entrambi e ritengo che lo stuimento migliore sia il pianoforte. Chi osa contraddirmi?”

Non lo fece nessuno, perché contraddire un convalescente ferito equivaleva ad essere senz’anima.

Nel frattempo Ambrogio era stato portato al commissariato, al cospetto di un ufficiale del tutto nuovo, che aveva compiuto una creescita morale non indifferente.

“Allora, mio caro Ambrogio” disse dunque l’uomo. “Che cosa ti ha portato a sparare al caro tiburòn, al secolo Ramiro Paulo?”

Ambrogio non rispose subito. Sapeva che lo aveva fatto per una giusta causa e disse l’unica cosa che poteva scagionarlo.

“La lavatrice continua a girare…”

La Ropa Sucia/192

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Pedro sentì di aver fatto una buona azione, una volta usciti dal Municipio. Guardò Rocìo con pieno affetto, poi era bellissima quando sorrideva.

“Adesso ho in mano il documento che rovescerà lo status quo” disse lei. “Grazie, Pedro”

Lo abbraccio. Pedro, in quel contatto, sentì tutto quello che gli mancava da quando aveva visto Analisa baciare quel bellimbusto.

Passò una notte e il giorno successivo Pedro cominciò a guardare il telegiornale. Una cosa che non aveva mai fatto in tanti anni di vita.

“… proseguono le indagini sul Municipio di Villa Nueva. Sembrerebbe che Ambrogio, il portiere appena assunto dal nostro beneamato sindaco Ramòn Fernandez, si sia riconosciuto colpevole di tentato omicidio, e nel frattempo ricopriva anche molti altri incarichi, come maggiordomo, in tutte le famiglie di Villa Nueva che possono permettersi una tal figura

Pedro spense. Era vero, non c’era Ambrogio quella mattina a Villa Sanchez. Decise di dare un colpo di telefono a  Fernando Espimas.

“Pronto, Fernando?” chiese.

“No, sono Carlos Espimas. Devo maledire il mio cameriere, Ambrogio, perché oggi non c’è e sono costretto a rispondere a questo aggeggio infernale! Chi è lei e che cosa vuole?”

Visto il tono alterato del capofamiglia, Pedro decise di chiudere la telefonata senza dire nulla. Prepoccupato, chiamò anche casa Espimas, stavolta ramo Miguel. Miguel aveva sposato Clara, che era stata sua sorella per tanti anni ma poi era venuto fuori che era la figlia naturale del dottor Gonzalez, anche se non era ancora chiaro chi fosse la madre.

Pensando un attimo al fatto che i due sposini si erano tenuti lontani dalle ultime vicende di Villa Nueva e chiedendosi come avevano fatto, chiese “Pronto, Miguel? Sono Pedro”

“No, sono Clara. Cosa c’è?” chiese lei.

“Da voi c’è Ambrogio?”

“Certo! Tu non chiami per settimane, facendoci a stento un regalo di nozze che neanche mi ricordo cosa fosse, e la prima cosa che riesci a dire è se c’è Ambrogio! Ma sposatelo, Ambrogio, che ci fai più figura!”

Seguitò un tutututu abbastanza innervosito.

Pedro dovette ammettere che come fratello non aveva fatto una bella figura. Poi ricordò che effettivamente non era un fratello e si concentrò sul mistero di Ambrogio.

Come mai aveva deciso di servire, nello stesso momento, tutte le famiglie di Villa Nueva e anche di essere il portinaio del Municipio? Che cosa nascondeva? Qual era stato il suo obiettivo, prima di trasdirsi sparando al tiburòn?

E soprattutto, qual era il vero nome del tiburòn?

Adesso che Ambrogio era stato arrestato, forse non aveva più importanza.

Mentre scendeva a colazione, si sentì bussare alla porta. Fece per aporire, ma fu anticipato da Marìa, la procace giardiniera.

Le due mani si strinsero sul pomello nello stesso momento. Era la prima volta da mesi che non accadeva quel tipo di contatto.

I due si guardarono e arrossirono. Che cosa stava succedendo? Si stavano davvero guardando con occhi luminosi, in quel momento? Dal nulla non c’era forse una musica sensuale?

Si sentì suonare di nuovo il campanello.

“Forse… dovremmo aprire” disse Marìa. Predro tossicchiò, come risvegliatosi da una profonda trance. Si era persino avvicinato alla faccia della procace giardiniera con la scusa di levarle una briciola di fetta biscottata dalla bocca, ma non gli riuscì.

“Sì, forse sì” sussurrò Pedro. All’ingresso si era presentata Analisa Islas.

Era veramente bellissima. Anche Marìa era veramente bellissima.

“Ciao, Pedro” Analisa sorrise. Aveva la faccia da senso di colpa, ma Pedro non voleva cadere. Però poi lei disse una cosa:

“Facciamo continuare a girare la lavatrice?”

Pedro cadde.

La Ropa Sucia/191

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Calò la notte, al cantiere degli Islas. Se dal capanno giungevano strani rumori, all’esterno due ombre si aggiravano furtive.

Un uomo, con in mano una chiave, stava cercando di aprire la porta per vedere se nelle fondamenta c’era ancora un frigorifero.

Poco distante, un’altra figura stava cercando un buco rettangolare dove infilare un certo scrigno.

In ogni caso, fu l’uomo con la chiave a vincere e quindi a spalare. Furono ore concitate, ma alla fine Jorge Gutierrez non trovò nulla che potesse assomigliare a un frigorifero. Piuttosto, con suo grande scvorno, sentì un cigolio dietro di sé.

Un uomo e una donna, svestiti, stavano ridacchiando mentre correvano.

“Abbiamo il tesoro” stava dicendo la ragazza.

“Sì, Analisa” rispose l’uomo.

Il tesoro… era già stato preso allora. Jorge strinse il passepartout, che da chiave poteva anche diventare strumento di tortura.

Ignorando completamente l’altra figura che ancora poggiava lo scrigno in tutti i buchi che somigliavano a un rettangolo aspettandosi chissà quale miracolo, Jorge andò armato di chiave verso la coppietta felice.

“Sentite, ho bisogno di quei soldi” disse senza troppi preamboli e ignorando gli spaventi che seguirono quell’apparizione improvvisa. “Quindi adesso rinuncerete! Non so ancora chi siate, ma appropriarsi in questo modo di proprietà altrui è un reato abbastanza grave!”

“Chi ha parlato!” esclamò Analisa Islas. “E tu che ci minacci con una chiave?”

“Io? Io sono Jorge Gutierrez, mia madre faceva di cognome Garcia!”

Quella rivelazione scosse l’intero paese. Molte persone aprirono le finestre e alcuni cani cominciarono ad abbaiare.

“Siete stupiti, eh? Mia madre, la santa Consuelo Garcia, è la cugina di Javier, che adesso è in prigione. Pace all’anima sua!”

Tutti a Villa Nueva conoscevano Consuelo Garcia, che assieme a Cassandra Espimas avevano tenuto in mano per anni le sorti del paese, conoscendo tutto di tutti. Poi, però, Consuelo morì di vecchiaia e Cassandra si era consegnata alla giustizia per i motivi già trattati.

“Adesso rivelatemi dove si trova il tesoro o…”

“ECCOLO, L’HO TROVATO!”

Una voce tutta contenta dichiarò di aver trovato un bel gruzzolo di quel che si rivelarono essere pietre preziose.

Il fatto era che Guillermo, attirato dalle voci, riuscì a entrare dentro il capanno del cantiere. Una volta entrato, gli fui sufficiente incastrare il famoso scrigno nell’unico busco rettangolare della stanza e aprire così il forziere che era già stato visto dalla coppietta felice.

Così, i tre precedenti pretendenti rimasero impotenti nel vedere Guillermo prendere tutto e scappare con un bel bottino, dsiretto a casa Salcido, passare la notte e annunciarsi come un uomo ricco.

Tuttavia, el pipa sorrideva.

“Cos’hai da sorridere?” chiese Analisa, affranta.

“Beh” disse lui. “Abbiamo ancora Romàn Garcia da poter consultare”

Attimo di silenzio.

“Si tratta di mio cugino”

E così accadde, ma non fu seguito dalla coppietta felice.

“Senti, tu” disse Analisa, non ricordando più il nome del bel Rodrigo “Ti ho solo utilizzato per cercare il tesoro di cui tutti parlano, ma fra noi non può funzionare… vedi, amo Pedro infatti ho pensato a lui mentre lo facevamo”

Rodrigo sbiancò, sospirò e disse “Allora non abbiamo più niente da dirci”

E se ne andò, lasciando Analisa semi vestita, dove lo era anche lui, ma lui se ne andò con l’umidità della notte chissà dove. La coppietta felice si era separata, forse per sempre, e la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/190

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“Oh”

El tiburòn venne informato di tutte le cose che avevano tenuto el loco e Cecilia Mendosa svegli prima che lui fosse colpito. Esisteva una terza sorella Gutierrez, e probabilmente, un giorno o l’altro, avrebbe preteso una parte o tutta l’eredità.

“Siamo nei guai e quello che riesci a dire è solo un oh?” chiese el loco.

“Non so che altro dire” disse l’altro. “In effetti, questa storia dei figli segreti sta un po’ sfuggendo di mano. Non sappiamo che effetti potrà avere, ma è evidente che ormai l’eredità si svolge fra zia Cecilia e questa ragazza nuova”

“Oh, sapete bene chi vincerà… vinceremo noi, se faremo squadra” assicurò Cecilia, che venne chiamata zia. Peraltro, lei si era anche avvicinata per sentire quello che il malato doveva dire.

“Va bene, ma non abbiamo un piano, né sappiamo dove cercare questa sorellastra” disse el loco, affranto. “magari possiamo sposarci e…”

“Ehi!” esclamò Rosa, la chica formosa. Anche lei aveva voce in capitolo, dato che era la compagna del loco si aspettava di ereditare tutto.

“Un piano ci verrà in mente… lasciatemi fare, e saprò dirvi qualsiasi cosa. Ricordatevi che io sono l’anello di congiunzione fra i Sanchez e la vostra Casa, ho in mano tutta Villa Nueva in pratica”

I due fratelli si spaventarono nel vedere la zia sorridere in quel modo, ma si fidarono.

Nel frattempo, Jorge Gutierrez cominciò a fidarsi del suo naso. Aveva sempre avuto un feticismo per questo suo organo, organo che peraltro gli era valso l’appellativo di pipa, organo che lui aveva cominciato a suonare.

Insomma, visto che la sua compagno voleva lasciarlo, e forse erra meglio così dato che si trattava di una sua parente, aveva deciso di ricreare la casa Gutierrez partendo da lui, il figlio rinengato ma che aveva ancora una carta da giocare.

Il tesoro dei Garcia.

Aveva deciso di cercare il tesoro pèartendo dalla chiave, mentre Guillermo aveva deciso di cercare il teasoro partendo dallo scrigno. Uno dei due aveva torto.

Tuttavia, Jorge conosceva una cosa dei Garcia che Guillermo non poteva sapere. Innanzitutto, aveva conosciuto Javier, il capofamiglia, dato che lui e sua moglie avevano partecipato a tutti i salotti e i ritrovi fra nobili fin qui organizzati. Una volta, al compleanno di José Riquelme, che si era svolto il precedente luglio, aveva origiliato un piccolo discorso che era nato fra lui e sua moglie, davanti a delle tartine e musica di sottofondo che aveva occluso le parole più significative:

“Sì beh, come sai abbiamo il tesoro” aveva detto Javier quella sera. “Che poi, ho anche cambiato posto, l’ho messo nel” e un pezzo venne chiuso dalla musica alta “e quindi non” un altro pezzo venne perduto “nessuno sa dove l’ho messo”

Jorge Gutierrez aveva cresciuto el tiburòn, un ragazzo che parlava sempre e solo con voce molto bassa. Per lui non era un problema decifrare quel messaggio segreto ed era piuttosto sicuro che Javeier avesse detto “Ho anche cambiato posto: l’ho messpo nel frigorifero e quindi non credo proprio che qualcuno veada a vedere nello scomparto dei surgelati, a meno che uno non voglia sciogliere qualche roba da mangiare, nessuno sa dove l’ho messo”

Ecco perché si stava dirigendo al cantiere degli Islas, là dove avevano ormai demolito la casa dei Garcia e ormai sorgeva un edificio abbastanza visibile, seppur fosse solo lo scheletro ancora.

“Scusate” si schiarì la voce, rivolto al capo cantiere o ad Ambrosio, che stavano discutendo di qualcosa.

“Si può parlare solo per preso appuntamento” specificò Islas, senza nemmeno guardare chi fosse stato a parlare.

“No, ma io voglio solo un frigorifero” osservò Jorge.

“Ebbene” Ambrosio sbatté una mano sul tavolo, rialzandola tutta appiccicosa “Te ne potrò vendere almeno cento, frigoriferi, ma mi devi lasciare finire l’edificio”

Jorge capì che chiedendo legalmente non avrebeb ottenuto nulla, quindi decise di andare al cantiere nottetempo.

Ambrosio Islas sentì la mano appiccicosa: cosa era successo su quel tavolo, per renderlo così appiccicoso?

E la lavatrice continuava a girare…

Lei sei cose che ritengo impossibili.

Gianmarco e Pierpaolo stavano discutendo sul muretto della scuola.

“Sai, Pierparolo?” stava dicendo Robertangela. “Al mondo, ci sono solo sei cose impossibili”

“Beh” disse Pierpaolo “Elencamele, Gianmarco”

Gianmarco le contò mentalmente sulle dita, e vedendo che ne mancava sempre una, ci mise un bel po’ a rispondere. Nel frattempo, Robertangela elencò le sue.

“Ad esempio, è impossibile che la campanella suoni in un orario diverso delle otto del mattino”

“Giusto. Sono le sette e cinquantadue minuti” disse Pierpaolo.

“Un’altra cosa impossibile è chiaramente l’Uomo Lavavetri” enunciò la ragazza, che portava la cartella con solo una spallina.

“Cosa?” chiesero all’unisono Pierpaolo e quell’altro.

“Beh sì… insomma, chi mai si metterebbe a scrivere una serie a fumetti su un uomo lava vetri?”

Gianmarco capì dove aveva lasciato il sesto punto che aveva contato mentalmente e improvvisamente gli venne voglia di chiedere a Robertangela di uscire.

“La terza cosa impossibile” proseguì ingenua la ragazza “sono le mosche bianche. Non ne ho mai vista una, eppure si dice sempre eh, è una mosca bianca

“Evidentemente hanno sbagliato candeggio” rispose saggiamente Pierpaolo. “vai avanti, mi sto appassionando”

“Un’altra cosa impossibile, rimanendo nell’ambito scolastico, è che il professore di storia rilasci compiti di biologia. Cioè, sarebbe apocalittico”

“Già” disse Gianmarco “O prendere un’insufficienza in educazione fisica”

“No” scosse la testa la ragazza. “io parlo di cose veramente impossibili. Ad esempio, è impossibile che dagli occhi ci si senta e dalle orecchie si annusi”

“Già. Anche perché, col cerume, cosa vuoi annusare?” convenne Pierpaolo.

“Esatto” disse Robertangela. “L’ultima cosa che avevo pensato è ovviamente la cosa più importante di tutte, una cosa che è talmente ovvia che voi mi prenderete in giro sicuramente”

Ma nessuno dei due ragazzi lo stavano facendo, pendevano dalle sue labbra.

“Oh.. e va bene, lo dico. È impossibile che io diventi una marmitta!”

Gianmarco si spiazzò nel sentire quella rivelazione. “Oh, non direi, sai?”

“Davvero? Vuoi diventare una marmitta, Federico?” chiese Pierpaolo, utilizzando il soprannome dell’amico.

“Provate a mangiare un piatto di fagioli e vediamo se non diventate marmitte catalogate!”

 

 

 

 

 

 

La Ropa Sucia/189

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Quando el tiburòn aprì gli occhi, si trovava in una sala bianca, dove tante infermiere lo stavano assistendo con benevolenza.

Attorno a lui, c’era un gruppo nutrito di gente preoccupata. C’era el pipa Gutierrez, c’era Cecilia Mendosa, c’era el loco e Rosa Sanchez/Espimas, la chica formosa… non aveva capito bene che cognome avesse preso.

Mancava sua madre, ma lei era latitante: farsi vedere in un luogo pubblico avrebbe significato la prigione o qualcosa di simile.

“D… dove sono?” disse.

“Permesso, permesso!” una voce che Gutierrez conosceva sorvrastò i toni agitati dei suoi parenti.

Poi lui la vide. “Ma tu sei…”

Elisa sorrise. “Sì… di lavoro faccio la dottoressa. Ho turni massacranti, ma mi piace dare una mano alle persone, quando posso”

El tiburòn si stupì che lei riouscisse a capire il tono basso della sua voce. Per fortuna, ogni tanto se ne trovava qualcuno di quel tipo.

“Non mi aspettavo che ci saremmo rivisti così presto… peraltro, hai rischiato seriamente di morire! Sei il secondo ragazzo che sopravvive a un colpo di pistola in poche settimane”

Il paziente la guardò perplesso.

“L’altro è José Riquelme, non lo conosci?”

El tiburòn ricordò. Si era trattato del matrimonio fra Fernando e Raquel Garcia, in cui Ezequiel aveva sparato al suo stesso figlio perché non poteva stare con la figlia dei Sanchez. Adesso il padre di José marciva in galera per tentato omicidio, e anche lui adesso avrebbe fatto riabilitazione esattamente come quello sfortunato ragazzo.

Però, si ritenne fortunato. Se la dottoressa era Elisa, avrebbe goduto di parecchi giorni di felicità.

“Troveremo quel maledetto che ti ha sparato, non ti preoccupare” sussurrò el loco al suo fratllo, carezzandogli il braccio.

“Maledetto! Maledetto!”

La voce preoccupata di Pepa risuonò pèer tutta villa Salcido. Roberto, l’aitante runner, e Catalina sua compagna compresero esattamente cosa volesse dire Pepa leggendo la prima pagina del giornale:

Portiere del Municipio spara a innocuo visitatore, il figlio dei Gutierrez

Sotto di questo, la foto del moribondo tiburòn.

“Qui dice che il portiere è stato subito arrestato” lesse il padre di Catalina. “Possiamo esporci con un comunicato, che ne dite?”

Roberto guardò la compagna, che annuì. “Sì. se dopo appena dieci giorni l’amministrazione comunale assume degli assassini, dobbiamo farlo sapere. I giorni dei Fernandez sono finiti”

Così si misero a scrivere un comunciato dove il vero Francisco Miranda avrebbe parlato alla comunità.

Nel frattempo, Pedro Sanchez e Rocìo Gutierrez furono visti all’ufficio del notaio.

“Così vorreste che io falsifichi il testamento del viejo in modo che questa ragazza, che viene dal nulla e non sappiamo se dice la verità, risulti proprietaria della villa dei Gutierrez?”

“Sì, esatto” rispose Pedro. “In cambio terremo la bocca chiusa sulla verità riguardante i Goicochea e sull’esistenza di un terzo fratello, il quale, dopo aver interpretato Francisco Miranda, ha ceduto il suo posto a Fernandez. Adesso fa parte del clan dei Neri ed è assessore alla cultura”

Goicochea non poté dire proprio nulla. Non era tanto infrangere la legge che gli seccava, quanto piuttosto fermare il suo lavoro immane riguardante il libro. Però lo fece, per amore della pace.

“E va bene” cedette, imitando alla perfezione la calligrafia del viejo.

E la lavatrice continuava a girare…