Kaden e le Fontane di Luce/27

Capitolo 27

Già, Caleb non vedeva sua madre e sua sorella da parecchio tempo. Aveva pochi ricordi legati a loro, ricordi che via via sbiadivano col passare del tempo.

Al ragazzo venne in mente Isabel, la sorella nata poco prima di Jakob, ma generalmente ignorata nella scala degli eredi poiché donna, e dunque impossibilitata a mantenere il proprio cognome. Abraham diceva sempre che era meglio per le donne Hesenfield rimanere nubili e senza figli, per due motivi.

“Il primo” diceva “è che non c’è nessun uomo degno di sposare una donna Hesenfield. In secondo luogo, voi stesse non avete bisogno di un uomo per potervi realizzare, e anche se fosse siete già realizzate sin dalla nascita, poiché portatrici di un grande cognome e di radici storiche senza pari”

Quello lo aveva detto ad una delle ultime cene in famiglia, tutti assieme. Isabel ascoltava rapita, e chissà se col tempo aveva assorbito quelle istruzioni o se alla fine si era concessa ad un uomo. Di certo, Caleb non dubitava che fosse molto desiderata, anche se non capiva come gli altri uomini non capissero quanto fosse poco intelligente. Secondo Jakob, era proprio un’oca.

Un altro ricordo che aveva, più piacevole dei momenti seri e rigidi che erano state le cene in famiglia prima della separazione, riguardava lui e Isaiah che la prendevano in giro, a volte nascondendole i gioielli, o altre volte giocando spensieratamente ad acchiapparsi attorno all’albero di mele, che a quei tempi era ancora rigoglioso.

E tutti quei momenti erano così lontani che sentì una fitta al cuore. Era deciso, si disse, se fosse uscito vivo dallo scontro contro Margareth, sarebbe andato a far visita a loro, e poi glielo doveva: due lutti nello stesso giorno erano stati un durissimo colpo per la loro famiglia e un uomo che si dica tale sarebbe dovuto andare da loro, qualunque cosa fosse successa per farle allontanare dalla casa.

Si ricordò solo dopo che ad Isabel aveva donato una tiara… chissà se l’aveva mai indossata.

Nel frattempo osservava Kaden, Mary e Klose un po’ in difficoltà nel loro scontro contro i Plexigos, ma non dovevano assolutamente sapere che lui li stava seguendo. Dopotutto era la loro missione, la sua consisteva solo nel vegliare su Kaden e fargli aprire le Fontane. Tutto il resto, importava poco, e chissà se in quel difficile percorso avrebbe capito cosa significava davvero essere un buon Re.

Nel frattempo, il livello due della Torre della Fontana si aprì agli occhi di tutti, e si presentò perfettamente identico a quello precedente.

“Che cosa intendi fare, Caleb? Inseguirci per sempre?”

A un certo punto, la voce dell’arciere si levò potente nell’aula.

Kaden rimase paralizzato. “Come facevi a sapere che ci stava inseguendo? È qui, allora?”

Klose lo indicò, in quanto l’erede degli Hesenfield era visibile adesso, ormai scoperto. Dal canto suo, pensò con rammarico che Isaiah si sarebbe nascosto meglio.

Non sembrava affatto il tipo autoritario che aveva deportato loro, Mary e Taider nel Labirinto funesto. Anzi, sembrava più un ragazzo come tutti gli altri, e agghindato di un’armatura non per scelta.

“Che ti è successo?” chiese Kaden.

Caleb sospirò, scacciando quelle domeniche felici in cui lui e Isabel si dilettavano a scovare Isaiah, finendo per trovarlo nei punti più improbabili della Villa per poi cenare a base di pasta riscaldata in padella, fra quelle risa spensierate che chiamavano infanzia. “Ormai lo sapete, io diventerò Re. Lasciate che sia io a uccidere Margareth, mentre i miei uomini occupano la città. Questo è quello che deve fare un Re, questo è quello cui sono chiamato a fare. Reclamerò il trono che è stato di Isaac e che sarebbe dovuto essere di mio padre, prendendo la testa di quella donna. Consideratelo un gesto di scuse per la morte di Taider”

Nel sentire quel nome Mary trattenne il respiro, ma poi disse: “E perché non ci hai accompagnato subito, allora?”

Caleb rispose: “Credi che sia facile uccidere un’altra persona? Per di più, è la Regina, e ucciderla vorrebbe dire alzare la voce e reclamare il trono, azione che non sono per nulla pronto a fare. Inoltre, il sangue di mio fratello Jakob scorre ancora sulle mie mani, sai?”

Mary deglutì. Entrambi avevano l’anima spaccata a causa degli omicidi di cui si erano fatti carico e dunque non c’era bisogno di altre parole.

“E va bene” disse Klose. “Verrai con noi. Veglia su Kaden, deve aprire le Fontane”

Kaden ebbe un sudore freddo. Erano vicini, il momento della verità e il senso del viaggio erano giusto a qualche passo. Ma lui era davvero in grado di aprirle?

“Io… io ho bisogno di un po’ di coraggio. Non so se riuscirò ad aprire le Fontane e ho bisogno di sapere che fine hanno fatto i miei genitori” disse.

Mary sospirò. Conosceva ormai troppo bene Kaden per non riconoscere in lui i sintomi della tensione nervosa e l’ansia: era fermo come uno stoccafisso e sudava. “Caro mio, ascoltami bene. per cosa sono morti Shydra e John ?”

John? Kaden dedusse che si trattasse di Taider, ma nessuno l’aveva mai chiamato per nome. Per cosa erano morti?

“Perché… perché l’Australia potesse ritrovare la pace. Ti ringrazio, Mary. Adesso mi sento più consapevole”

“Lo spero” disse lei, provando una delle arti magiche con la protesi di legno e creando una specie di brezza che le lasciò ben sperare.

“Bene, bravi… che scena patetica” dichiarò la voce femminile appartenente alla regina Margareth, che aveva assistito al quadretto tramite la telecamera.

Tutti si spaventarono nel sentire così, di punto in bianco, una voce esterna, ma poi ascoltarono con trepidazione.

“Avete un’ora di tempo” disse in seguito, chiudendo tutte le possibilità di evasione. “Chi riesce a passare vivo al terzo livello oltrepassando le sbarre sarà il benvenuto, gli altri periranno soffocati dal gas”

Subito dopo aver concluso la frase, una coltre di fumo giallastro passò da un condotto posto sul soffitto.

“Quindi si tratta solo di non respirare il gas? Ottimo” Kaden si avventò sulle grate, ma urlò e si toccò la mano dolorante.

“Le grate sono caricate elettricamente! Fate attenzione!” sentenziò.

“Immagino che un’ora sia il tempo per il gas di agire” disse Caleb. “Dovremmo riuscire ad oltrepassare prima di questo tempo”

“Grazie tante, Lord dell’Ovvio” disse Kaden sarcastico. “Proverò a tagliere le sbarre con la lama Giustizia”

“Se permetti” ribatté il figlio di Abraham ”la mia spada, la mia cara Mezzanotte, è molto più potente della vecchia Olocausto. Quindi lascia provare me”

Kaden, in nome dell’amicizia appena avvenuta fra gli Hesenfield e chi non lo era, gli lasciò campo libero.

Il futuro Re prese una rincorsa e tagliò le sbarre, o meglio, così credeva.

Nel momento in cui la lama toccò le inferriate, infatti, si vide una piccola esplosione e il metallo andò in frantumi.

“Non è possibile… Mezzanotte era forgiata con la stessa lega di Ombra e Inverno, le spade dei miei fratelli! È inammissibile che abbia reagito alle scariche di questa trappola!”

Kaden tirò un sospiro di sollievo. Era una fortuna, si disse, che Caleb avesse avuto quella mania di protagonismo, almeno così lui non aveva più una spada, mentre lui sì.

Nel frattempo il tempo passava e i quattro rimasero a meditare.

“Ci vuole più tempo per pensare, con i limiti non riesco a riflettere bene!” esclamò Kaden. “Penso che la soluzione ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma il tempo che scorre velocemente ci impedisce di vederla”

Klose sospirò. “Per di più, la paura di inalare il gas ci sta inibendo le vie respiratorie. Io riesco solo a vedere una soluzione”

“Quale?” chiese Kaden. Per tutta risposta, l’arciere si alzò e osservò bene il soffitto.

“Se ci fosse qualcosa che potesse tappare questo buco, riusciremmo a passare, credo” dichiarò, e con un balzo aiutato da una sedia che era posta in quella sala, riuscì per un pelo ad aggrapparsi alle sbarre del condotto.

“Non sembrano molto dure” dichiarò. “Proverò ad allargarle”

Kaden non aveva idea di cosa Klose stesse facendo, ma poco prima che l’arciere potesse fare altri movimenti, appeso com’era alle sbarre, Mary urlò.

“Fermo, Klose! Non farlo! Deve esserci un altro modo!”

Ma Klose sorrise.

“Ti amo, Mary” disse con un’espressione felice e serena, come Kaden non l’aveva mai visto. Dopo aver detto quelle parole, allargò le sbarre e si infilò nel buco dove usciva il gas.

Kaden e gli altri assistettero a una scena tremenda: dopo un tetro balletto accompagnato dalle urla disperate di Mary, le gambe di Klose smisero di fermarsi.

Era morto, dopo aver inalato tutto quel gas. Ma la buona notizia stava nel fatto che la sostanza non passava più, in quanto bloccata dal corpo dell’uomo.

A costo della sua vita, Klose l’arciere aveva in pratica permesso all’amata e a Kaden di avere tutto il tempo di passare, e forse era proprio quello che voleva la regina Margareth, che morisse qualcuno per vedersi ridurre il numero di nemici da affrontare.

Kaden, con la morte nel cuore e con l’aria di uno che aveva visto centinaia di sofferenze senza confidarle, raccolse arco e faretra da terra e guardò gli altri due.

“Non possiamo lasciarle qui” disse.

“O forse sì, a memoria imperitura di un uomo valoroso, che ha sacrificato se stesso per un bene superiore” dichiarò Caleb, con la voce spezzata. Quel gesto aveva colpito anche lui, chiedendosi se sarebbe stato capace di compierne uno simile.

Aveva davvero visto che cos’era un buon Re e quella rivelazione lo sconvolse, e tuttavia lo rese più determinato.

Mary, dopo essersi sfogata e in totale stato di shock, puntò il dito di legno verso Caleb e urlò con tutte le sue forze le seguenti parole, fissandolo sgranando il più possibile gli occhi rossi. “Adesso, se davvero affermi di essere nostro amico, dovrai accompagnarci ad aprire non solo la Fontana Kashna, ma anche la Fontana Chemchemi a Sidney! Solo allora ti redimerò dai peccati che hai verso di noi! Prima di allora ti odierò con tutto l’odio possibile!”

“Perlomeno è solo odio, non è gelida indifferenza” osservò Caleb.

“Ci hai portato in un luogo di morte, per due volte! Ne dovrai mangiare, pane duro, per conquistare la nostra fiducia! Stanno morendo tutti, Shydra non voleva questo!” insisté Mary, gettandosi in ginocchio a terra e sospirando, avendo esaurito le energie.

“Ricorda chi sei, Caleb Hesenfield. Figlio di un cognome bagnato di sangue. Non posso dimenticarlo, questo” aggiunse Kaden, non riuscendo a togliere i suoi occhi neri dal nero della morte rappresentato da quelle gambe immobili e incastrate nel tubo venefico.

Alla fine, con immenso sforzo e come uscito da una profonda fantasticheria, osservò Caleb e Mary, non riuscendo ad odiare l’un e provando immenso affetto per l’altra. Era rimasta solo lei ad accompagnarlo, fra quelli che avevano accettato per quel pericoloso compito a Perth. Quel pomeriggio sembrava tranquillo e luminoso… ma era stato più di mille anni prima.

“Le spade non funzionano, le frecce non servono… occorre la magia” sentenziò Caleb. “Tu sai come utilizzarla?”

“Taider, che tuo fratello ha ucciso, è arrivato ad insegnarmi a lanciare solo le bolle d’aria”

Caleb arricciò le labbra nel sentire cosa era riuscito a fare suo fratello. Ma allora aveva fatto bene ad eliminarlo? Essere un buon re prevedeva anche quello?

“Bene, in tal caso state a vedere” ordinò loro di spostarsi e stese la mano destra in direzione delle sbarre.

Rabbia, frustrazione, malinconia: ecco cosa stava attanagliando Caleb. E tutto era partito perché aveva guardato quegli occhi.

Lady Mary Fonheddig, una perfetta sconosciuta alla quale non avrebbe mai rivolto la parola. Eppure, non appena aveva saputo che suo padre stava per compiere un eccidio nella sua famiglia, Caleb si era sconvolto, arrivando a mettere dubbi persino sulla sua stessa esistenza.

E aveva condotto alla morte due anime innocenti, che stavano cercando solamente di risolvere a modo loro la crisi in Australia. E aveva lasciato che Klose morisse per la loro salvezza, inalando tutto quel gas.

Quante colpe doveva ancora lavare, per dire di tornare a essere quel bambino giocondo che amava le battaglie?

Quei grandi, amabili occhi azzurri… Mary Fonheddig, l’amante che non sarebbe mai stata.

E allora, qual era il motivo per cui stava salvando la sua famiglia? Come mai il sangue di Klose e di Jakob stava ancora pesando sul suo cuore?

Per amore, forse? Lo stesso amore che aveva dimostrato Klose nei loro confronti?

Si diceva che per primeggiare occorreva indossare il grembiule e cominciare a lavare i piedi al prossimo, gesto tipico dei servi. Forse Klose aveva adottato quella filosofia. Gente come lui non avrebbe mai giudicato nessuno, qualunque cosa facesse.

Ma Caleb non meritava pietà. Nessuno degli Hesenfield meritava pietà.

O forse sì?

Ad ogni modo, decise di lanciare una fiammata che né Kaden né Mary avrebbero dimenticato.

L’unica soluzione era combattere il fuoco col fuoco, e in effetti la fiammata prodotta dal ragazzo distrusse con un fragoroso boato la sbarra che li imprigionava e rivelava la porta in mogano che permetteva di salire al terzo livello.

“Secondo te quanti livelli ci sono?” chiese Kaden, infine rivolgendogli la parola.

“Tre, Margareth adora il tre” disse l’altro, osservando la donna seduta sul Trono.

Kaden e le Fontane di Luce/26

Capitolo 26

Kaden e i suoi compagni giunsero a piedi fino a Kashnaville, senza mai fermarsi in nessun villaggio.

Furono nove giorni duri: stare nascosti per timore di essere inseguiti, cibarsi di bacche e sfuggire ai Draghi che di tanto in tanto percorrevano la loro stessa rotta: non era facile, e non vi erano abituati. Solamente la guida esperta di Caleb, il quale esercitava un enorme terrore verso i sui avversari, impedì l’accadere di ostacoli più gravi.

In quei giorni nessuno di loro parlò molto, affranti com’erano da quanto era successo al Labirinto e dalle notizie sempre più nefaste che pervenivano a Caleb tramite corvi messaggeri spediti dalla Villa, adesso gestita da Frederick.

Il Mangiacuore era di nuovo fuggito e mieteva vittime su vittime, nella città di Perth, luogo natale di Kaden, la guerra era finita con la morte in battaglia di Cassius il Magnifico, lasciando Isaiah Hesenfield proclamarsi Lord dell’Ovest e fissare la capitale nel paesino marinaro di Port Hedland.

“Il che è una buona notizia per te” disse Klose a Kaden. “Adesso che è il fratello di Caleb a comandare, possiamo chiedergli che ne è stato di tuoi genitori e della tua famiglia”

Kaden deglutì. Era vero ciò che diceva l’arciere: in quel marasma e nell’apatia in cui erano caduti dopo gli avvenimenti del Labirinto, Kaden aveva del tutto dimenticato che aveva ancora delle persone che l’aspettavano in ansia, a migliaia di chilometri di distanza.

“È per quello che vado ancora avanti” disse Kaden, con la voce rauca non avendo parlato per giorni. “Per i miei… per la mia famiglia. Finché c’è una possibilità che siano vivi, vale ancora la pena aprire le Fontane”

“Che discorsi sono?” interloquì Caleb. “Allora se mio fratello Isaiah trovasse i tuoi genitori morti, smetteresti di punto in bianco la tua missione?”

“Caleb ha ragione” disse Mary, tenendo in mano un bastone per camminare con la nuova protesi. “Pensa a Shydra, pensa a… a…”

E proruppe in lacrime. Il nome del Cavaliere Corrotto aleggiò per un attimo sulla radura e Kaden capì di aver detto una stupidaggine.

“Scusatemi” disse.

Il giorno dopo quell’episodio, un altro corvo arrivò dalla Villa, e Caleb comunicò che la Fontana a Sydney era scomparsa.

Fu Klose il primo a commentare la notizia. “Non sapevo potesse succedere, e non immaginavo che Re Anthony desse alle stampe questa notizia in particolare. Voglio dire, tutti sanno, o meglio, la gente comune sa che le Fontane sono spente e non possono essere riaccese, tenendole lì come monumenti antichi e sempre più fatiscenti. Perché allora rimuoverla?”

“Deve essere una strategia” disse Caleb. “Ormai sono passati quasi sette giorni dagli avvenimenti alla Villa, e la morte di Abraham Hesenfield ha ormai fatto il giro del Triregno. Il che fa di me un ricercato, anche se dubito molto che colleghino la mia latitanza a quella del ragazzo delle Fontane. In ogni caso, probabilmente Re Anthony ha deciso di provocare Kaden o perlomeno Taider comunicandoci che ha nascosto la Fontana, chissà dove, in modo da preservare la sua immortalità e unitamente scoraggiarlo”

Tutti e tre erano profondamente ammirati da quella deduzione. Caleb si dimostrava ancora una volta un ragazzo intelligente e comandante navigato. Probabilmente, anche Taider sarebbe giunto alle stesse conclusioni e questo spinse Mary ad appoggiare quella tesi.

“Sì, hai ragione, Hesenfield” disse. “Be’, sarà meglio piombare a Kashnaville e concludere il tuo assedio, allora”

“Già, sarà meglio” concordò Caleb, non sapendo cosa avrebbe trovato in quella capitale. A quanto aveva capito, lady Margareth era tutt’altro che sconfitta e a quel che pareva il suo vice era persino morto in battaglia, allontanando la possibilità di mettere sotto scacco lei e quel che rimaneva del suo regno. Conveniva arrivare subito in quei luoghi, in modo da chiudere quella guerra e pareggiare con Isaiah, che aveva già concluso la sua.

Per quanto Caleb fosse il primogenito, infatti, era Isaiah ad essere più veloce, più abile con le mani, e più istintivo nella vita. Lui invece doveva sempre avere il controllo su tutto, altrimenti non riusciva a ragionare, e per inciso il non sapere bene come stesse andando la guerra a Kashnaville lo metteva in apprensione.

Alla fine, dopo oltre nove giorni di cammino, arrivarono. La città non era accessibile, visto che vi era l’accampamento della truppa di Caleb. Grosse torri di fumo nero accoglievano i folli viandanti che decidevano di entrare. Per di più, un Drago sembrava bombardare di fiamme la già martoriata città. Tutto attorno nuvole grigie persistevano compatte e un’aria pesante rendeva difficile una buona respirazione.

“Non è quello che si dice il miglior benvenuto” disse ironico Klose.

“Non temete” li rassicurò Caleb. “Adesso entrerò nel mio accampamento dove mi spiegheranno bene la situazione. Voi restate fuori, tornerò e vi dirò come entrare”

Dopo quelle che parvero ore, il primogenito della Casata più potente del Triregno uscì dall’agglomerato di tende.

“Tutto a posto” sorrise. “La città non è affatto sicura, ma rispetto a due giorni fa siamo noi ad essere in vantaggio e fra poco tempo Margareth cadrà, che sia la Fontana o no a tenerla in vita. La cosa migliore è che sia io a comandare le mie truppe, perché ho intenzione di sfondare con un attacco massiccio e dare il colpo di grazia a questa città. Nel frattempo voi dovrete mescolarvi in mezzo ed entrare, poi da lì entrerete nella piazza principale dov’è ubicata la Fontana, poi userete l’oggetto per cui avete tanto penato”

Kaden lo estrasse dalla tasca e tornò a guardarlo. Era un bel manufatto, anche se per prenderlo Taider aveva pagato con la vita.

“Bene” disse Klose. “Faremo come dici”

L’arciere lo disse, ma non poteva credere alle sue parole. Solamente dieci giorni prima, non si sarebbe mai affidato a un Hesenfield.

Così accadde che, dopo l’usuale discorso di incoraggiamento, Klose, Kaden e Mary videro coi loro stessi occhi l’imponenza e la maestosità della macchina da guerra progettata, pensata e voluta da Abraham e compiuta dai figli. Nessuno dei tre Re poteva avere quello spiegamento di forze, quelle armature bianche e nere, quelle spade di ottima fattura, quei guerrieri con gli occhi iniettati di sangue e Caleb era riuscito ad arruolare anche qualche gigante, e anche due battaglioni di Plexigos inferociti e muniti di picche.

“Ma quanti sono?” chiese Kaden impallidito. Aveva sempre sentito parlare della guerra, ma non aveva mai afferrato cosa significasse davvero.

“Almeno mille sicuro” disse Mary, infiltrandosi fra le file. “Non perdiamoci di vista e teniamoci per mano, qui è facile che ci travolgano”

In quel modo, Mary che teneva Kaden e quest’ultimo che teneva Klose, entrarono, non vedendo purtroppo la spettacolare esplosione di una parte delle mura di cinta per poi deviare verso la piazza principale, mentre le truppe reali e quelle di Caleb si davano battaglia in ogni via.

Esplosioni, tempeste di sabbia, tutto divenne confuso e le urla contribuirono alla concentrazione, e morti su morti, usati come barricate umane, sbarravano loro la strada.

Infine, nessuno dei tre capì come poterono arrivare intatti alla piazza principale, dalla quale si ergeva un’imponente torre.

“Eccoci” annunciò Klose. “Ma la Fontana non la vedo… eppure mi era stato detto che si trovava dirimpetto al Palazzo Reale”

I tre guardarono la piazza nel suo perimetro, ancora estranea alle lotte furiose che stavano concentrandosi in periferia.

Vi era la torre, svariati edifici monocromatici e una cattedrale, che probabilmente era servita nei giorni del Cattolicesimo, e che forse serviva ancora, ma per altri scopi. Ad esempio Klose sapeva che la cattedrale di Perth era stata riutilizzata come piccola infermeria, dove stuoli e stuoli di persone boccheggiavano attendendo la morte o la guarigione.

“Dobbiamo interrogare la Regina, per sapere dove si trova la Fontana, il che vuole dire consegnarci spontaneamente a coloro che ci cercano” dichiarò l’arciere, distogliendo la mente da quelle raccapriccianti immagini. “Sei pronto ad affrontare il tuo destino? Dovrai aprire la seconda Fontana”

“Certo, sono partito per questo motivo” rispose Kaden, concentrato più che mai.

Per tre criminali ricercati in tutto il Continente, entrare in quel modo dalla porta principale sarebbe risultato quantomeno irriverente, tuttavia lo fecero e parlarono col portiere di guardia ai portoni.

“Siete voi” disse quegli, osservando la foto nelle taglie e confrontandole con le facce che aveva di fronte. Certo, avevano molta più barba e profonde occhiaie, oltre ad essere sciupati, e Mary aveva ferite profonde, ma erano inequivocabilmente loro.  Anzi, l’essere in quelle condizioni testimoniava la loro identità. “Vi state consegnando, eh? E va bene, non c’è nemmeno bisogno che vi faccia uccidere, sarà lei stessa a farlo”

“Sì, infatti” rispose Klose. “Possiamo entrare, dunque?”

“Certo, non c’è problema. Un po’ sciocco consegnarvi, vi pare?” li congedò il portiere.

Ad ogni modo, penetrarono nell’edificio, che constatarono essere del tutto vuoto, a parte una rampa di scale in fondo alla sala che portava al piano superiore.

“Buon pomeriggio.” Esordì una voce femminile. “Vi sembrava che questo fosse ancora il mio palazzo reale, vero? Non sarei mai stata alla mercé di voi stupratori e assassini. Piuttosto voglio vedervi morti, così ho adibito il mio vecchio Palazzo reale a Torre di Guardia per la mia Fontana, che così non può essere aperta da tutti, come quello sciocco del Re Walter”

“Ne deduco che l’apertura della Fontana si trovi all’ultimo piano, fungendo da estremità, no?” chiese Kaden.

“Non arriverete mai all’ultimo piano, consegnandovi avete già firmato la vostra condanna a morte” rispose la Regina Margareth, la quale osservava tutto dalla telecamera nascosta.

Non avrebbe mai perdonato, mai, la morte di sir George e la conseguente disfatta totale che aveva subìto nei territori ad Ovest, dove adesso comandava Isaiah Hesenfield e lei non aveva più notizie di nessun soldato ancora fedele. Piuttosto, conoscendo il carattere impulsivo e focoso del ragazzo, avrebbe potuto voler far piazza pulita in maniera totale e dare una mano al fratello gemello con le nuove truppe spingendosi ad Est circumnavigando l’Australia e sorprendendo Anthony dal mare, in modo da vendicare il padre morto per misteriosi motivi. Com’era che un uomo apparentemente in salute morisse così? E anche lord Jakob?

Margareth non aveva idee, ma le bastava un solo indizio per potersi intromettere fra quegli ingranaggi che sembravano inarrestabili e rovesciare così la situazione che altrimenti sarebbe rimasta disperata.

Pertanto le crisi di nervi e gli esaurimenti nervosi che aveva avuto in quei giorni erano stati tanti, e per di più il suo figliastro aveva dichiarato che non gliene sarebbe importato, ma che piuttosto avrebbe preservato in maniera originale la propria Fontana.

“Possiamo considerare i territori dell’Ovest perduti, momentaneamente” aveva dichiarato Re Anthony. “Per fortuna, anche lord Abraham Hesenfield è morto, e anche se l’eredità è andata a lord Caleb non dovrebbero esserci più problemi dagli Hesenfield, a parte il Mangiacuore, che ufficialmente risulta disperso. Isaiah ha subìto molte perdite e Caleb stesso è latitante. La cosa migliore da fare è proteggere le nostre Fontane, da ora in poi mantenere il nostro primato sarà più facile che mai. Non angustiarti, gli Hesenfield cadranno da soli. Hanno già perso due pedine e la truppa di lady Isabel, che anche lei aveva velleità militari, è sconfitta”

Così si era pronunciato Anthony, ma non aveva rivelato a nessuno la nuova ubicazione della sua Fontana. Ad ogni modo, lui non sapeva che Isabel e la sua truppa, invece di spingersi a est, aveva preso piega verso Ovest, forse per dare man forte a Caleb.

Sarebbe caduta? Tutto dipendeva da quell’assedio e (dal) far luce sulla morte di Abraham. Per farlo, avrebbe dovuto interrogare quei tre e già averli in pugno la considerava come la prima vera bella notizia da settimane.

Ed ecco perché interruppe le comunicazioni con loro e li lasciò al Primo Livello.

Kaden provò ovviamente a salire le scale senza aver affrontato nessun ostacolo, ma un laser gli tagliò la strada appena prima di affrontare il primo gradino.

Un esercito di Plexigos, almeno due dozzine, sbucò fuori dal nulla tagliandogli la strada.

Kaden suppose che avrebbero dovuto farli fuori tutti, per poter salire al piano superiore.

“Klose! Hai le tue frecce? Mary, hai la tua spada?” chiese, mentre lui estraeva Giustizia

“Oh, ma certo. In questi giorni ho particolarmente curato le mie nuove creazioni” rispose lui, toccando la faretra di nuovo piena e costruita con le sue stesse mani.

In effetti, anche se non aveva comunicato con Kaden, Klose aveva pensato bene di costruire da sé le nuove frecce.

Invece Mary rispose: “Certo, Kaden, ho proprio voglia di testare la mano destra immobile e quanto può essere devastante!”

In questo modo era pronto per dare una mano a Kaden, contro tutti quei mostri, che si muovevano senza un ordine preciso, ma che avevano tutti lo stesso scopo: uccidere.

Nel frattempo Kaden ne stava affrontando uno alla volta, in quanto i suoi avversari preferivano affondare l’attacco e poi sparire piuttosto che tenere uno scontro a lungo termine, in quel modo il ragazzo però era costretto a cambiare ogni volta avversario senza riuscire ad eliminarne nessuno.

Ecco che quindi se un Plexigos arrivava da lui per attaccarlo con uno dei loro pugni potenti, Kaden lo respingeva con la semplice lama di Giustizia, ma poi era costretto a sorbire un calcio sulla schiena che lo costringeva a terra.

Kaden si rialzò dunque per l’ennesima volta, mentre assisteva impotente alla distruzione di quella sala. Quelle bestie immonde erano troppo pericolose per essere lasciate in uno spazio così chiuso.

Eppure lui poteva farci ben poco, come detto. Quelle bestie non sembravano disposte a uno scontro fisico.

Gettò un’occhiata a Klose. Anche lui sembrava avere qualche difficoltà, aveva ancora la prima freccia incoccata e le labbra arricciate, poiché faticava a prendere la mira con quei bersagli molteplici in movimento. Mary invece presentava difficoltà con la protesi di legno e usare la sinistra non le era mai stato semplice, tuttavia la situazione sembrava ancora gestibile per lei.

Ciò nonostante, entrambi dovevano fare qualcosa, altrimenti non sarebbero mai potuti salire al livello successivo con lui.

“A quanto pare, ai Plexigos interessa solo che noi rimaniamo qui. Non sembrano volerci uccidere” affermò a un certo punto Klose.

“Davvero? Io credo invece che fra poco mangeranno le nostre carcasse fino all’ultimo osso!” rispose Mary, profondamente turbato da quei mostri, che l’avevano già colpita in diversi punti. “Secondo te come faremo anche solo a colpirli?”

Klose rifletté intensamente. Non vedeva l’ora di provare le frecce che aveva progettato, ma allo stesso tempo occorreva farlo con prudenza. Quel nemico che si rifiutava di combattere era una novità anche per lui che ne aveva viste tante.

Klose aveva sempre odiato le situazioni di stallo, le trovava irritanti. Perlomeno, nei giorni in cui si marciava, quello si faceva e quindi dava la sensazione di movimento, ma in quel momento, in cui la sua vita sembrava appesa a un filo anche se non palesemente minacciata, lo metteva in soggezione.

I molteplici Plexigos si muovevano velocemente, senza attaccare, a meno che i due non si avvicinassero troppo alla scala.

“Bene, il fatto che non ci attaccano gioca a nostro vantaggio” tentò Kaden, mentre ne uccideva uno. “Che ne dite se li affrontassimo qui, al lato opposto della sala? In questo modo non ci attaccano e noi li uccidiamo senza subire particolari ferite, non vi pare?”

Klose considerò la proposta. “Idea stupida” concluse. “Mettiamo caso che sia io il Plexigos che non ti lascia passare. Se non ti attaccassi  e tuttavia tu mi riempissi di legnate, come puoi pensare che io non ti attacchi a mia volta?”

“Hai ragione” rispose Kaden. “Però, restando fermi, è anche vero che non concluderemo niente, e molta gente attende che le Fontane si riaprano”

“L’unica” concluse Klose “è attaccare i Plexigos con le frecce.”

Così, senza aggiungere altro, prese la mira e scoccò la prima. Aveva guadagnato un’ottima velocità, e infatti un Plexigos cadde stecchito, proprio mentre balzava da una parte all’altra della stanza.

“Oh, Klose!” esclamò Mary, fiera di lui.

Qualche colpo andava fuori tiro, ma la maggior parte li centrava. E così, dopo venti frecce, erano morti nove Plexigos.

“Non ne sono morti neanche la metà” osservò Kaden, molto deluso dalla faretra finita, ma l’arciere con sua sorpresa si mise a ridere.

“L’ho fatto apposta, voglio vedere come te la cavi tu con Giustizia”

“Sei uno stronzo, Klose” ridacchiò Mary, che nel frattempo uccideva i suoi.

“Sì, come no, in realtà sei scandaloso, ammettilo” lo rimbeccò Kaden, ma ormai la sua concentrazione era rivolta ai Plexigos.

Aveva Giustizia, un’arma che fino a quel momento era stata poco utilizzata. Davanti a lui quindici Plexigos a guardia della rampa di scale.

“Che Giustizia cali su di voi!” esclamò Kaden, e attaccò uno per uno i Plexigos, dimostrando ottimi riflessi. Purtroppo però, dopo appena tre vittime, un modello Canguro lo atterrò posando tutto il proprio peso sulla schiena del povero ragazzo.

“Nove a tre, mi sa” sentenziò l’arciere, che era intervenuto appositamente per rimuovere il mostro dalla schiena del ragazzo. “Non sei molto forte, anche se eliminare tre Plexigos di fila è comunque un risultato ragguardevole. All’inizio di questo viaggio non saresti nemmeno riuscito a impugnare una spada come Giustizia, ti ricordi?”

“Certo” disse Kaden. “Ammettilo che sei venuto fin qui per recuperare le tue frecce!”

“Ma certo che no” tagliò corto Klose anche se fu contento di riaverle sane e salve. “Vogliamo dare il via a un’azione combinata? Magari riusciamo a distruggere tutti gli ostacoli!”

“Sì, certo, fate comunella voi due!” esclamò Mary indignata, ma entrambi i ragazzi sapevano che lei non avrebbe mai accettato nessun aiuto.

E così, messisi spalla contro spalla, riuscirono a distruggere tutti i Plexigos, chi con la spada, chi con la freccia, e alla fine un grande tappeto di Plexigos morti e sangue viola si presentò ai loro piedi, così come avevano preannunciato.

“Ottimo” commentò alla fine Kaden. “Tu quanti ne hai uccisi?”

“Otto” rispose Klose. “Il che vuol dire che tu ne hai ammazzati sei, che sommati ai tre iniziali vuol dire nove. Alla fine della fiera, rimango molto più forte di te”

Kaden ridacchiò e insieme salirono i gradini, perfettamente ignari che un’ombra li stava seguendo.

Quell’ombra era Caleb, il quale era riuscito a districarsi fra le vie ed andare in avanscoperta da solo, intento e desideroso com’era di uccidere Margareth con le sue stesse mani.

Nel frattempo, si era fatta strada in lui l’idea di andare a far visita a sua madre e sua sorella. Quanto gli mancavano? E come avevano preso il lutto del padre e del fratello Jakob, il figlio perduto?

E, per di più, un buon Re avrebbe fatto visita alla sua famiglia, cercando il più possibile di riunirla.

Kaden e le Fontane di Luce/25

Capitolo 25

“Solo una cosa non capisco” disse Kaden a Caleb. “Come mai nel Labirinto non c’è più nessuno?”

“Il Labirinto risente dei lutti in famiglia, così come risente dei periodi di forza” rispose Caleb. “È un posto sacro, ricoperto di magie antiche e incomprensibili a noi moderni. Degli Hesenfield, molto si è perduto e altrettanto si è guadagnato, sempre con  l’obiettivo costante di rimanere alti e temibili, in accordo col nostro motto”

Seguì un momento di silenzio e Klose infine chiese: “E quale sarebbe il vostro motto?”

Totus Tuus, che vuol dite tutto tuo in una delle lingue arcaiche ormai perdute” rispose Caleb, ripercorrendo con la mente la prima volta che aveva sentito quel motto.

Aveva più o meno otto anni, forse sette o nove, non ricordava. Stava giocando con Isaiah con le spade di legno nell’ampio giardino della Villa, dove in quel periodo il sole ancora risplendeva, per quanto lo permettesse la Fontana Kashna chiusa. Villa Hesenfield era infatti sotto la giurisdizione di quella Fontana, e la regione risentiva pertanto della povertà e del clima freddo, persistente da un secolo a quella parte.

“Caleb! Isaiah! Vostro padre vi chiama” vociò dall’ingresso lady Katrina, madre di cinque figli e moglie di lord Abraham, che in quel periodo stava radunando un esercito personale per poter combattere i tre Re.

Caleb guardò il gemello e sogghignò. “Facciamo che chi arriva ultimo cambia i pannolini a Josafat?”

“O a Jakob? Ahahahah!” rise di gusto Isaiah, ma Caleb era già partito sfrecciando per i corridoi di marmo. Ciò nonostante, Isaiah lo raggiunse e, percorrendo le scale a due a due, arrivò persino prima del maggiore.

“Ora laverai i pannolini a Jakob e Josafat!” esclamò Isaiah, col fiatone, mentre Caleb, scuotendo la testa, bussò la porta. “E comunque, solo perché è il terzo non vuol dire che sia un infante stupido, Jakob” osservò Caleb.

“Avanti” disse Abraham, e i due fratelli si piazzarono di fronte alla scrivania tenendo le mani dietro la schiena, in piedi.

“Figli miei” esordì Abraham. “Voi conoscete il nostro motto? Siete gli eredi della Casa, è giunto il momento di indottrinarvi”

Nessuno dei due rispose, facendo spallucce.

“Bene, allora sappiate che il nostro motto è Totus Tuus, e va usato in ogni frase e dichiarazione ufficiale, che verrà stampata nelle pagine della stria mondiale.”

Anni dopo, Caleb sapeva che “tutto nostro” era un’esagerazione se presa alla lettera, ma ricordava a tutti i membri della Casa che bisognava sempre puntare al massimo risultato, affinché gli Hesenfield non cadessero mai.

L’unica a non avere ancora parlato era Mary, in stato di profonda prostrazione. Kaden non pensava di poterla vedere di quell’umore, quando di solito era ironica, pungente e in generale dava la sensazione di sicurezza che Kaden cercava così disperatamente in quel viaggio pericoloso. Tuttavia, dopo l’esperienza al Labirinto, le cose erano cambiate: era stato lui a proteggere Mary dalle grinfie del Mangiacuore e l’unico ad aver risolto quella trappola maledetta era Klose.

Kaden poi lasciò cadere il suo sguardo sul braccio mancante della ragazza. Quanto voleva aiutarla! Ma non c’era granché da fare… o forse sì?

“Caleb” si rivolse al primogenito degli Hesenfield, il quale era ancora intento a lasciare vagare i suoi pensieri. Adesso che suo padre li aveva lasciati a badare a loro stessi… adesso era Re, o comunque il capo famiglia.

“Caleb?” ripeté Kaden, avvicinandosi al ragazzo.

Capo famiglia… e, se avessero vinto la guerra com’era destino che succedesse, si poteva sedere sul trono dell’Australia unificata, come Re Isaac e i suoi figli dopo di lui.

Ma sarebbe diventato un buon Re? E che voleva dire essere un buon Re? Che cosa faceva, qual era la giornata tipica di un Re buono?

“Caleb!”

Stavolta Caleb sentì una spinta sul braccio e capì che qualcuno lo stava chiamando.

“Che cosa c’è… ragazzo?” sibilò infastidito.

“Mi chiamo Kaden, e ti ricordo che se non fosse per la mia presunta capacità di aprire le Fontane non sarei mai partito, e di conseguenza non ti avrei mai infastidito” precisò il ragazzo. “In ogni caso… volevo chiederti, non si può proprio far nulla per Mary? Guardala, è così malinconica! Va bene, forse era innamorata di Taider, anche se i due non lo hanno mai dato a vedere, tuttavia… io mi chiedo se perlomeno puoi restituirle il braccio”

Caleb fissò Kaden un po’ perplesso, poi volse lo sguardo ed effettivamente Mary era un po’ più lontana da loro tre, e non faceva che guardare dietro di sé, in direzione della Villa appena lasciata.

“Ci proverò” rispose Caleb. “Proverò a costruire una protesi utilizzando il legno di qualche albero nel bosco che stiamo per raggiungere. Ci aspettano nove lunghi giorni di cammino, in cui preferiremo andare a piedi e nasconderci nei luoghi più impervi e nei boschi più fitti, per non essere individuati. Per questo motivo costruirò una protesi per la tua amica, poiché mi servono tutti i validi effettivi”

“Bene, grazie” disse Kaden, il quale non sopportava che Caleb trovasse sempre un tornaconto personale in tutto ciò che faceva, anche se si trattava di aiutare il prossimo.

Giunsero dunque nel bosco citato da Caleb una volta che il temporale ebbe termine, lasciando spazio a una sera fresca ma tranquilla.

“Sapete” disse Caleb una volta acceso il fuoco per la notte, trovando uno spiazzale adatto a coricarsi tutti e quattro comodamente, “una volta che la Fontana Kashna sarà aperta, la vittoria del mio esercito sarà definitiva e potremo attaccare con loro l’Est, ovvero Sydney, e potremo proseguire più tranquillamente l’ultima tappa del viaggio del ragazzo”

“Quindi ci accompagnerai fino a Sydney?” chiese Kaden.

“Probabilmente, dato che diventerò Re e sarà mio dovere reclamare il trono che è stato dei miei antenati” rispose gelido Caleb, scoprendosi molto geloso di quell’evento. Era così che avrebbe risposto un buon Re, però?

“Non ti sembra di esagerare un po’?” interloquì Klose, sempre sospettoso verso gli Hesenfield.

“No, affatto” tagliò corto lui. “E adesso, riposate! Io farò il turno di guardia”

E Mary continuava a non dire una parola.

“Mary?” chiese Klose all’amica. Sì, poteva essere solo un’amica, dato che il suo cuore non sarebbe mai più stato per lui. “Hai freddo? Vuoi che ti presto una coperta?”

Ma Mary non disse nulla, rannicchiandosi sull’erba fresca e umida reduce dalla pioggia.

“Non mi parla” sussurrò Klose a Kaden. Quest’ultimo confidò all’arciere lo scontro avvenuto con Josafat e quegli rabbrividì.

“Ne ha ben donde, allora” osservò triste, guardandole la schiena. “Troppe emozioni. Ma tu sei stato davvero coraggioso a salvarle la vita, complimenti!”

“A questo punto, non so quanto abbia fatto bene. A quest’ora starebbe riposando con Taider e…” disse Kaden, mettendole lui una coperta. Avevano prelevato alcuni bagagli dalla Villa, prima di muoversi.

“Salvare una vita è sempre un bene. Ricordalo sempre, Kaden, o ciò che stiamo facendo non avrà più alcun senso” disse saggiamente Klose, prima di coricarsi anche lui, non prima di sentire singhiozzare.

Mary pianse per parecchio tempo, forse un’ora. Dopo quell’ora, il pianto lasciò il posto a un respiro regolare, e solo Caleb infine rimase sveglio.

Cosa avrebbe fatto un buon Re? Doveva piangere come quella ragazza? Era così che doveva omaggiare suo padre e suo fratello? Avrebbe dovuto presenziare ai loro funerali assieme alla servitù?

Era a tutto questo che pensava mentre intagliava un braccio di legno. Poi andò a cercare una liana e attese il nuovo giorno. Pensò che un buon Re non dormiva, ma vegliava sui suoi sudditi, pertanto decise di rinunciare al sonno, pensando a tante cose, primo fra tutti i due familiari perduti.

Che dire di suo padre? Sempre autoritario, rigido, chiuso in quella stanza, e poi il giorno in cui sua madre e Isabel se ne andarono dalla Villa, disse loro che i veri Hesenfield non piangevano, e comandò a lui e i suoi fratelli di tornare alle loro occupazioni.

Fu allora che Josafat compì il suo primo omicidio, quando inspiegabilmente attaccò il loro nonno strappandogli il cuore dal petto. Nessuno sapeva perché o cosa gli fosse successo, ma di lì a poco fuggì anche lui dalla Villa andando ad assumere lo spiacevole nomignolo con cui la gente lo offendeva. Ma perché mangiava i cuori?

E nonostante tutti questi episodi, Abraham rimaneva nel suo isolamento, a condurre una guerra che peraltro stavano vincendo. Ma a che prezzo… la famiglia si stava disgregando e adesso due stelle sul loro emblema non erano più. Erano cadute, perdendo il loro fuoco.

Ciò portò Caleb a vagare su Jakob e subito un nodo alla gola si presentò prepotente. Le sue ultime parole erano cariche d’odio, di disprezzo… forse di invidia, sullo status che la Natura aveva scelto per loro due. Lui era il primogenito, carica che condivideva con Isaiah, mentre Jakob era l’outsider del gruppo. Se Josafat fosse rimasto normale, forse… tuttavia, Caleb aveva sempre pensato che anche Josafat lo avrebbe battuto, poiché era stato un bambino di una bellezza indescrivibile e probabilmente le sue imprese eroiche non avrebbero avuto pari in nessun canto. Era normale, quindi, che Jakob covasse quei pensieri verso lui e il suo gemello, tuttavia Caleb amava i suoi fratelli e avrebbe dato la vita per loro…

Lo aveva appena pensato che lacrime copiose scesero sulle sue guance. Dare la vita? Gliel’aveva strappata, infilzando Mezzanotte sulla sua gola!

Forse era stato Jakob stesso a chiedere di morire? Cosa, dunque, avrebbe fatto un buon Re? A quella domanda gli vennero in mente le parole appena pronunciate da Klose, l’arciere: “Salvare una vita è sempre un bene.”

E se si fosse trattato del più turpe assassino, sarebbe valso lo stesso principio? Non che lui stesso avesse le mani immacolate, il sangue dei nemici gli pesava sull’anima già lacerata. Ma allora, chi era un buon Re?

Caleb sospirò. Forse non c’era una risposta a quella domanda, e comunque prima bisognava penetrare a Sydney, occupandola e conquistandola. Gli Hesenfield avevano ormai in mano due terzi del Triregno, e per eliminare ogni resistenza occorreva giungere a Kashnaville quanto prima. Nove giorni sulla tabella di marcia, nove giorni in cui avrebbe difeso la vita di Kaden e di coloro che lo stavano accompagnato.

Infine, guardò il braccio appena fabbricato da lui stesso. Era un bel lavoro, era bravo ad intagliare le cose, glielo aveva insegnato Isaiah, che non sapeva stare fermo un minuto e lo aveva instradato a quell’arte, sperando di potere avere qualcos’altro in comune che non fosse l’aspetto o il cognome.

Già, Isaiah… il gemello sfortunato, in ritardo di dodici minuti. Non potevano essere più diversi caratterialmente, e forse ad Isaiah questa cosa pesava. Chissà cosa gli avrebbe riservato il futuro e cosa stesse facendo ad Ovest. Probabilmente l’aveva già conquistata, aveva i Centauri con lui. E chissà come stesse vivendo quei giorni di lutto…

Infine, il sole sorse, annunciando la solita alba grigia che l’assenza delle Fontane imponeva.

Fu Mary la prima a svegliarsi, Caleb la vide muoversi sul prato, forse disturbata dalla prima luce. La ragazza mugugnò e chiese: “Dove… sono?”

“Non temere” disse Caleb. “siamo diretti a Kashnaville, dove sapremo se il potere del vostro compagno Kaden è davvero reale ed è capace di aprire tutte e tre le Fontane”

Mary sbadigliò. “Be’… mi chiedo se tutto questo abbia ancora importanza. Voglio dire… alla luce dei fatti del Labirinto”

Caleb deglutì. “Già. Tuttavia, adesso, in quanto Principe ereditario adesso tocca a me salire sul trono australiano, che mio padre non è riuscito ad avere. Io completerò l’opera, che sia una cosa giusta o no”

“Meglio tu che tuo padre, se devo essere onesta” osservò Mary, interrompendolo.

Caleb scacciò quel pensiero. Aveva ucciso Jakob, ma Mary non lo sapeva evidentemente. Come poteva essere migliore di suo padre? “Sì, be’, comunque… ho bisogno sia di te che dell’arciere in questo momento, per proteggere Kaden… ed io mi sono permesso di intagliare un braccio dal legno. È tuo, se lo desideri”

Caleb le porse il braccio finto e qualche attrezzo per poterlo attaccare al corpo.

Mary guardò quel manufatto con occhi sgranati. La giornata non poteva cominciare meglio! Avrebbe avuto di nuovo un arto, anche se finto e immobile, ma meglio di niente!

“Caleb, ma…”

“Sì?” incalzò il primogenito degli Hesenfield.

“Qualunque cosa tu abbia fatto prima, ti sarà perdonato tutto” dichiarò Mary, felice, mentre Caleb sorrise e cominciò a fissarle la protesi sul moncherino. E Caleb lo sperava, di poter tornare a gustare un giorno la gioia del perdono.

Kaden e le Fontane di Luce/24

Capitolo 24

Caleb ricordava bene l’infanzia sua e dei suoi fratelli a Villa Hesenfield.

Jakob ad esempio non sarebbe dovuto nascere, i medici avevano detto a Lady Katrina che non sarebbe arrivata al sesto mese di gravidanza. Eppure ora era giunto fin lì, a rivendicare il suo posto nel mondo, assieme a lui e Isaiah, più piccolo di Caleb di dodici minuti.

Ecco a cosa stava pensando il primogenito della Casa quando aveva finito di leggere una missiva del terzogenito che comunicava la morte del padre.

Una volta c’era stata una giornata in cui lui, Isaiah e Jakob erano andati col padre a caccia. In quell’occasione, fu il solo terzogenito a catturare un cinghiale con le proprie mani e Abraham lo aveva guardato con occhi di predilezione.

“Siete i primogeniti eppure vi siete lasciati battere” osservò Abraham, ridacchiando. “Sarebbe anche ora di prendere il posto che vi compete. Vero, ragazzi?”

“Uffa, ma padre! I cinghiali sono pericolosissimi!” aveva protestato Isaiah, e lui stesso si era difeso con “Sì ma io stavo puntando al cervo”

“Però ti è scappato” lo aveva canzonato Jakob. “Chi arriva ultimo alla villa cambia il pannolino a Josafat!”

Siccome il piccolo Josafat era uno di quei neonati che odiava essere anche solo toccato e tuttavia produceva quantità industriali di feci, nessuno voleva arrivare ultimo, e fra le risate generali Jakob, con in  mano la vittoria, si ritrovò ad inciampare proprio sul finale.

“Che giochi stupidi” borbottò Abraham, mentre Isaiah e Caleb sghignazzavano.

Ed ecco, Caleb si riscosse dai suoi ricordi notando una macchia umida sulla lettera scritta di fretta.

“Mio signore…” esordì una delle serve, che si occupavano dell’accampamento militare situato a sud dell’Australia, che ormai aveva conquistato l’intera città di Adelaide.

“Il posto in cui devo essere è quello che ho appena lasciato” rispose Caleb con voce rotta e, alzandosi in preda allo sconforto, prese il volo diretto alla Villa.

///

Intanto, nel Labirinto, Klose l’arciere si riscosse dal torpore, infastidito dalla pioggia battente che lo aveva infradiciato. Aveva sentito delle esplosioni e un urlo provenienti da dentro la villa… che cosa era successo? Perché gli Hesenfield dovevano essere tutti degli spostati?

Klose decise dunque di tornare sui suoi passi per andare a riprendere Kaden, quindi tornare dentro il Labirinto e fuggire da quella Villa maledetta, già probabilmente bagnata col sangue di un uomo. Si era appena reso conto di non voler sapere cosa il Labirinto nascondeva e se ci fosse davvero un oggetto da recuperare per aprire le Fontane. Una volta giunti a Kashnaville, poi, avrebbero riflettuto sul da farsi.

Il problema era che il Labirinto era molto ampio, a parte i Plexigos, i Demoni e le magie architettate per scoraggiare l’intruso, le biforcazioni e gli inganni non si contavano, quindi anche l’idea di recuperare Kaden si presentava ai limiti del possibile.

Tuttavia, non vide nulla. Klose si ritrovò la strada spianata più e più volte, senza nemico alcuno ad attentargli la vita. E fu così che vide Kaden e Mary dopo qualche minuto, a diversi metri da lui, intenti a fuggire dal Mangiacuore, che avido di sangue era sulle loro tracce. Era spaventoso e orribile alla vista, figuriamoci cosa stessero provando i suoi amici.

Così, gli venne in mente solo una cosa da fare, la soluzione più razionale. Aveva ancora una freccia nella faretra, così incoccò e mirò alla spalla del più piccolo fra i figli di Abraham.

Il Mangiacuore venne colpito, ma non era certo un colpo che lo avrebbe ucciso, tuttavia si limitò a fuggire spaventato, lasciando così Kaden e Mary vivi ma in stato di shock.

“Sono… stanchissima. Questo Labirinto è un incubo” disse Mary, fiatoni. Klose si guardò attorno e notò che non c’era più davvero nessuno. Poco prima aveva sentito un urlo e un’esplosione, e si vedeva del fumo nella parte sinistra della Villa. Che cosa voleva dire?

“Secondo me non abbiamo più niente da temere” disse dunque. “Innanzitutto ho risolto il labirinto arrivando al traguardo, poi tornando indietro per salvarvi ho notato che non ho incontrato difficoltà, il che mi fa pensare parecchio”

“Non ne ho idea” disse Mary, alzandosi, poi ebbe un conato di vomito.

“Oddio, Mary!” esclamò Kaden, parlando per la prima volta. “Dobbiamo assolutamente uscire da questo inferno! Davvero hai risolto il Labirinto? Andiamo, allora!”

Presero la ragazza sulle loro spalle e proseguirono lentamente, chiedendosi per quanto tempo il Mangiacuore sarebbe rimasto nascosto. Nel frattempo la spadaccina ripercorse con la mente quei terribili momenti in cui era stata preda di Josafat Hesenfield.

Il suo fetido odore di morte e sangue… non avrebbe mai dimenticato quegli occhi vuoti e quei capelli unti, e quella man o che così tante volte aveva ucciso, e la disperata fuga dalle sue grinfie che l’aveva ridotta in quello stato.

“Lo vedo… lo vedo…” disse in perda al delirio, preoccupando i due amici.

“Sai dove cazzo è finito Taider?” chiese Kaden. “È scomparso senza lasciare traccia, e uno come lui dovrebbe avere risolto il Labirinto, no?”

“Stanno succedendo un sacco di cose strane, Kaden” si limitò a rispondere Klose. “Ce ne dobbiamo andare”

“Ti riferisci a ciò che hai sentito? Io non mi sono accorto di niente“ disse lui. “E vorrei vedere, con il Mangiacuore alle calcagna e il tuo stesso cuore che fa tipo la lavatrice!”

Klose annuì. “Molto vero” e alla fine notò il corridoio in cui si era addormentato. “Eccoci arrivati, vedi quella porta in ferro battuto?”

“Sempre questo simbolo di merda” commentò Kaden. “Va bene, adesso entrerò e prenderò questo coso”

Detto quello, spalancò la porta, mentre un altro tuono riempì le sue orecchie. Al suo interno non c’era altro che una stanza fatta di muri d’erba illuminata da due candele poste ai lati della stanza, con al centro un piccolo altare che sorreggeva nient’altro che una manopola da lavandino a forma di croce, con al centro incastonato un piccolo globo smeraldino.

Sotto di esso, un paio di righe scritte a mano:

Se la Fontana devi aprire, questa manopola, e non altre, devi inserire.

“Ma no, davvero?” chiese sarcastico Kaden alla scritta, così la prese e la intascò, per poi uscire.

“Allora? Che c’era dentro?” chiese Klose. Kaden mostrò l’oggetto e l’arciere sbuffò.

“Tutto questo casino per una manopola” commentò. “Chissà cosa ne pensa Taider…”

Una volta nominato il cavaliere Corrotto, Kaden e Klose si guardarono tristi e rassegnati, come se l’ineluttabilità della vita non avesse poi bisogno di tante parole. Poi rivolsero lo sguardo a Mary, che stava piangendo tutte le sue lacrime, mentre si confondevano con quelle del cielo.

“È morto” disse singhiozzando. “È morto… e n-niente potrà r-riportarlo i-indietro, vero?”

Né Klose né Kaden risposero. L’arciere, tuttavia, sentì una fitta al cuore: Mary avrebbe amato per sempre l’idea del Cavaliere, e non lui.

///

Intanto Caleb era entrato in Villa spalancando la porta, così non si accorse che c’era anche Isaiah, che teneva sulle spalle un Josafat ferito al braccio, e curato con una fascia grezza macchiata di sangue rappreso.

“Che dannazione è successo in questa casa?” chiese Caleb, furibondo, al gemello incolpevole, che si limitò a scrollare le spalle come a dire “ne so quanto te”.

I due dunque salirono le scale diretti allo studio del padre, aperta la porta, trovarono l’apocalisse.

Tutto era sconquassato, pieno di polvere di calcinacci, muri crepati e pagine di libri svolazzanti, e i lampadari di cristallo frantumati, e il pavimento si era allagato a causa della pioggia, che era entrata perché i vetri non erano più. La scrivania era ridotta a pezzi, ma ciò che i due notarono per primo era il cadavere di loro padre coricato prono, esibendo una vistosa ferita da spada lungo la parte sinistra della schiena, lì dove dall’altra parte c’era il cuore.

Davanti a lui, giaceva l’arma del delitto, ancora scarlatta e infine i gemelli videro un ragazzo seduto rannicchiato intento a piangere tutte le sue lacrime, col volto nascosto fra le gambe.

Un altro tuono rimbombò nelle vicinanze.

“Jakob…” chiamò Caleb, mentre Isaiah poggiava Josafat in un altro angolo. Era la prima sentenza che emetteva da capofamiglia, ma non voleva essere troppo duro. “Hai ucciso nostro padre, vero?”

“NON È NOSTRO PADRE!” si ritrovò a urlare Jakob. In realtà non sapeva neanche lui perché si era messo a piangere. “Perlomeno, quest’uomo non è mio padre… se sapeste… se sapeste cosa ha fatto…”

“Tuttavia l’hai ucciso” interloquì Isaiah. Caleb vide il gemello per la prima volta con l’espressione seria. Non l’aveva mai riservata, nemmeno per le battaglie. “Caleb adesso deve ucciderti, lo sai, vero?”

Caleb sentì d’un tratto un peso enorme piombare sulle sue spalle e un rivolo di sudore freddo tutto sulla pelle. Uccidere uno dei suoi fratelli? Pazzesco! Ma che stava succedendo? E che cosa era saltato in testa ad Isaiah?

Poi capì. Toccava esattamente a lui, adesso, riparare agli errori dei suoi familiari e, per inciso, l’omicidio di un consanguineo negli Hesenfield prevedeva la morte.

Jakob, sapendo anche lui tutto questo e avendo comunque deciso che la scelta giusta era quella di allontanarsi dalla famiglia e assumere il cognome della madre, si alzò, con gli occhi ancora gonfi di lacrime, tuttavia sembrava determinato ad andare fino in fondo nella sua opera folle.

“E se fossi io a eliminare lui? Ci giochiamo l’eredità, va bene?”chiese, raccogliendo la spada ancora sporca da terra.

Caleb estrasse la sua e annuì. “Va bene. Oggi si deciderà il destino di questa Casa”

Le due spade si toccarono esplodendo in un fragore assordante. Entrambe le lame rifiutavano di ferire l’altro, come se sapessero che i due possessori erano legati da un legame di sangue. Entrambi i fili stridevano, l’uno sull’altro.

Sia Caleb che Jakob digrignavano i denti, con le lacrime agli occhi. Erano così simili, in quel momento.

Eppure, così diversi. Diversa la posizione sociale, diverso il carattere.

“Hai ucciso nostro padre” borbottò Caleb. “Devo punirti, lo capisci? Mi perdonerai?”

“E tu mi perdonerai dopo che ti avrò sconfitto? Non costringermi ad abbassare la mia spada contro di te anche se sei uno dei miei fratelli. Non farmelo fare, te ne supplico” disse Jakob, scoprendosi ancora legato affettivamente ai gemelli e a Josafat.

Caleb tuttavia era più furioso che disperato e rispose nervoso: “Eh, certo! Dopo aver ucciso nostro padre non ti farai scrupoli ad uccidere un altro membro della tua famiglia? No, Jakob, non funziona così!”

E, con un grande sforzo, spinse a terra il fratello minore.

Gli puntò Mezzanotte alla gola, in modo che non potesse rialzarsi.

“Ti offrirò un’altra via, Jakob. Pentiti e cambia cognome, in quanto tu non sei più degno di rappresentare la Casa, né tantomeno me . Sei solo un egoista, non avendo voluto ascoltare le ragioni che nostro padre avrebbe voluto darti, per fare qualsiasi cosa abbia fatto. Pentiti, dunque, e compiremo le ultime volontà di nostro padre. In questo modo l’onore degli Hesenfield sarà salvo e io diventerò un Re senza macchia”

Jakob rise amaramente. “Certo. Adesso che l’ho ucciso tu diventerai Re, vero? Non vedevi l’ora, sin da quando eri piccolo. Dicevi sempre quando sarò Re, quando sarò Re… ma in realtà sei solo uno sciocco viziato, che non ha mai amato nessun…”

“BASTA!” urlò Caleb, infilzando Mezzanotte nella gola del fratello. “Basta” ripeté Caleb, tenendo ancora in mano al spada mentre la vita di Jakob si spegneva.

Isaiah distolse lo sguardo e guardò Josafat. Per fortuna, il fratello più piccolo si era addormentato, e non poteva essere testimone di quell’atto così crudele. Isaiah si rivolse a Caleb. “Perché è diventato pazzo? Che cosa abbiamo sbagliato?”

Caleb non rispose nulla, prorompendo in lacrime amare, poggiandosi sul petto del fratello appena ucciso.

“Io vado a vedere che fine hanno fatto quelli delle Fontane” disse Caleb. “Tu che farai?”

Isaiah scrollò le spalle. “Ho bisogno di sfogarmi. Tornerò dai Centauri, stavamo conquistando l’Ovest, una volta” e detto quello, volò in quella direzione.

Dopo averlo visto sparire fra le nuvole nere, anche Caleb si diresse verso Kaden, Klose e Mary, i quali erano ancora fermi nel Labirinto, che stavano discutendo sul da farsi.

Il primogenito degli Hesenfield atterrò e li guardò tutti e tre. Un momento, erano tre? Dov’era Taider, il Cavaliere Corrotto?

Poi si ricordò che Jakob si era ribellato a suo padre e ne dedusse che quel suo colpo di testa doveva essersi esteso anche a quei tre viaggiatori innocenti quanto ingenui. Essere arrivati in quella Villa… che scelta triste.

Kaden e gli altri osservarono il nuovo arrivato e attesero che dicesse una parola, che non arrivò, piuttosto la pioggia scendeva sconvolgendo gli animi, senza però purificarli.

“Non ho parole per la condotta di mio fratello” esordì infine Caleb. “Sono cose che non sarebbero dovute accadere…”

“E invece sono accadute!” esclamò Mary, correndo verso Caleb con l’intenzione di picchiarlo con l’unico braccio rimasto. Batté violentemente sul torace di Caleb, senza però spingerlo o fargli male, per poi smettere piangendo ancora, ed inginocchiandosi davanti a lui disperata.

“L’unica cosa che posso dire” continuò “è che per farmi perdonare, vi accompagnerò a Kashnaville, tanto stiamo percorrendo la stessa strada. Spero che abbiate comunque perso l’oggetto di cui parlava… mio padre”

Kaden notò che Caleb aveva esitato parlando di suo padre, tuttavia non fece domande, sapendo anche dei sospetti di Klose. Non poteva negare a se stesso che, se fosse morto Abraham, aveva fatto un favore all’umanità. Comunque rispose: “Sì, Caleb, lo abbiamo”

“Bene” disse lui. “Adesso andiamo”

Tuttavia, invece di prendere l’uscita, Caleb rientrò nel Labirinto, sgombro di qualunque nemico o trappola magica. Era surreale quella calma, interrotta solo dal costante rumore della pioggia sul terreno inzuppato e fangoso.

Infine, i tre viaggiatori si resero conto che Caleb era proprio andato in un punto preciso del Labirinto, nel punto in cui loro avrebbero fatto i conti con la verità concreta.

Il cadavere di Taider giaceva lì, dormiente, ignaro ormai delle sorti del mondo.

“Direi di seppellirlo” disse Caleb, scavando una fossa semplicemente agitando la terra con l’arte magica.

Lui e Klose depositarono Taider delicatamente e, dopo aver bloccato Mary che era corsa ad abbracciarlo un’ultima volta, sembrava che dormisse mentre il tumulo che lo avrebbe coperto per sempre si accumulava.

Grazie all’arte magica della terra era possibile anche creare fiori dal nulla, e Caleb regalò al Cavaliere Corrotto un grazioso prato. Poi gli venne in mente che non aveva fatto la stessa cosa né a suo padre, né a suo fratello. Si disse che la loro immagine era insopportabile da vedere e, taciuta la coscienza, fece cenno ai tre compagni di mettersi in marcia, verso Kashnaville.

Kaden e le Fontane di Luce/23

Capitolo 23

Jakob aveva appena ucciso John Taider, e tanto gli era sufficiente. Lo scontro, infatti, gli aveva sottratto molte forze e sperò che Josafat avesse ucciso anche gli altri, cosicché il suo piano di vendetta trovasse il compimento.

Vendetta… Jakob aveva avuto qualche dubbio dopo aver ucciso il Cavaliere Corrotto, tuttavia, camminando fra gli odiati corridoi della Villa, non aveva più remore. Aver portato con sé Josafat nel Labirinto, quindi, era stata la mossa più azzeccata. Era il Mangiacuore, nessuno si sarebbe potuto sottrarre al suo braccio maledetto.

Non avrebbe mai dimenticato ciò che aveva visto fargli quando era sulle sue tracce. Morti ovunque, tutti trapassati sul torace, privi del cuore. Jakob si chiese se il suo fratello minore avesse mai fatto un pasto decente da quando si era allontanato dalla famiglia.

In ogni modo, non trovava Caleb. Dove si era cacciato? Doveva parlare con suo padre per forza? Poi ricordò: Caleb era stato mandato dalla sua truppa, a chiudere l’assedio di Adelaide e delle città del Sud.

La sua truppa… molti ricordi si affollavano nella sua mente, ricordi felici che adesso trovava odiosi. Lui, Isaiah e Caleb, quando non c’era un pensiero al mondo che lo poteva sconvolgere, tutti e tre assieme che conquistavano, soggiogavano e uccidevano per il nome della Casa.

Ma adesso, tutto quel sangue che aveva versato gli stava chiedendo il conto. Era davvero sicuro che ciò che stavano compiendo era giusto, era il corso naturale della storia? Jakob non ne aveva idea. Ad un certo punto, mentre osservava lo splendido giardino che sorgeva di fronte alla Villa dal balcone principale, Frederick fece capolino alle sue spalle.

“Perdonatemi, signorino, ma vostro padre desidera vedervi” disse.

Jakob si chiese che cosa volesse quel bastardo. Doveva dare da mangiare a Josafat, oppure, chissà, fargli fare l’inserviente?

Andò in ogni caso nell’odiato studio e bussò tre volte.

“Avanti” disse Abraham, e Jakob entrò, sedendosi sulla sedia davanti la scrivania.

“Figlio mio” esordì Abraham. “Ti stavo cercando, per chiederti scusa per quanto riguarda la mia reazione eccessiva. Insomma, ti ho sparato ad una gamba ed al momento non posso proprio permettermi di litigare coi miei stesi figli. In fondo, sei nella scomoda situazione di essere il terzogenito di una grande dinastia, davanti a te hai sempre avuto Caleb e Isaiah che sono ragazzi già di per sé straordinari, e inoltre portano il nostro cognome sulle spalle… cognome che su di loro non ha mai pesato. Tuttavia, noto che su di te pesa eccome. Ad esempio, sei scomparso per qualche ora. Dove sei stato?”

Jakob non rispose, dando segno però di aver subìto la domanda, irrigidendosi sulla sedia.

“Ebbene?” incalzò Abraham.

“Sono andato… fuori” rispose vago Jakob, ma Abraham decise di insistere, perché sapeva che il figlio gli nascondeva qualcosa. “Fuori dove? Non ti ho dato direttive precise, perciò ne deduco che tu sia uscito di testa tua. E dove sei andato?”

Jakob arrossì lievemente, ma prima di rispondere celò il disagio che sentiva, poiché decidendo di non avere più paura del padre, doveva portare avanti la sua ribellione. “Non devo venirlo a dire a te, ho superato quell’età”

“Certo, ma vedi… è scomparso anche Josafat. Io ti ho sparato alla gambe e allora ho fatto due più due.”

Una pausa carica di tensione e poi Abraham sbatté le mani sulla scrivania.

“Sei stato al Labirinto portandoti dietro il mio figlio più giovane, non è così? Ti ho dato la possibilità di confessare spontaneamente, ma a quanto vedo hai palesemente rifiutato! Sono esterrefatto, perché mi remi contro? La gloria degli Hesenfield…”

“AH, CERTO!” esclamò urlando Jakob. Non poteva più sentire nemmeno pronunciare quella parola. “A te interessa solamente questo maledettissimo cognome! Dei tuoi figli, mio caro bastardissimo PADRE, non te n’è mai fregato nulla! Dimmi, dov’eri quando Josafat è impazzito? Eh? E dov’eri quando mi hai sparato ad una gamba? Dov’eri? DIMMELO, DANNAZIONE!”

Jakob, preso dalla furia, aveva afferrato il suo stesso padre per la collottola, salendo sulla scrivania per farlo.

“Attento, Jakob” sibilò furibondo Abraham, fissando gli occhi disperati del figlio con i suoi. “Un’altra parola negativa sulla mia condotta e…”

“E cosa? Cosa farai? Intendi uccidermi?” Concluse per lui Jakob, con una nota di amarezza. “Ci hai uccisi, a me e i miei fratelli, non sai nemmeno tu quante volte lo hai fatto! Siamo cresciuti senza un padre, vivendo col paraocchi di questa fottutissima famiglia di merda e dei castelli che ti sei costruito da solo. Siamo cresciuti con assurde convinzioni, ma io ho scoperto la verità. Dimmi, padre… che cosa ne hai fatto dei tuoi fratelli?”

Abraham alla fine comprese cos’era che turbava il figlio. Era comprensibile, dopo il colpo ricevuto, andare a indagare su avvenimenti che non dovevano essere scoperchiati per nessun motivo. Tuttavia, il suo terzogenito non desiderava ricevere risposte, perché proseguì col suo monologo.

“Te lo dico io, se non te lo ricordi” disse. “Li hai uccisi tu, tutti quanti, e hai fatto fuori anche i parenti di mia madre, la tua stessa moglie! Ma di chi sono figlio? Che schifo, non voglio nemmeno toccarti!”

Finito di dirlo, lanciò suo padre contro la finestra dietro la scrivania ed estrasse la spada.

“Io, Jakob… McNobly, in qualità di soldato delle’esercito del Triregno ti condanno a morte”

Abraham sentì suo figlio definirsi col cognome di sua madre. Fu quello, soprattutto, a ferirlo. Ciò voleva dire che non era più suo figlio e che occorreva aggiornare il blasone di famiglia, riducendo le stelle a sei.

“Jakob… Jakob” disse Abraham, accendendo le mani utilizzando la Tecnica del Fulmine propria della Magia. “Tu non sai chi hai condannato a morte. Osi uccidere il tuo Re?”

“Sì, oso” rispose Jakob, puntando la spada “perché ci sono crimini impuniti e un colpevole a piede libero, e io devo aggiustare le storture di questo mondo. Non sei migliore di chi vuoi spodestare e tanto vale ucciderti”

“E mettere te stesso al mio posto, vero?” chiese con una punta di sarcasmo Abraham.

“Chissà” rispose sogghignando Jakob. Stava per profilarsi uno scontro intenso, chiuso nella stanza limitata di Abraham, composta da una libreria, la scrivania e le vetrate, illuminata di notte da un lampadario di cristallo.

Fu Jakob ad attaccare, provando a lanciare un fendente contro suo padre, che lo scansò e lasciò che la spada fendesse invece l’aria, e dato che il capofamiglia degli Hesenfield si era spostato alla sinistra di Jakob, sperò che fosse il lato più debole del figlio, e gli scagliò contro un fulmine, che tuttavia venne schivato da Jakob dimostrando una prontezza di riflessi che solo chi aveva combattuto senza interruzione per tutta la vita poteva avere.

Abraham, invece, l’ultimo scontro serio che aveva avuto era stato contro Shydra sei mesi prima, dopo una lunga pausa, forte della sua supponenza e arroganza nel sentirsi più potente dei figli.

“I miei fratelli si sono sacrificati affinché io potessi diventare Re!” esclamò furibondo Abraham, mentre cercava di colpire il figlio ma incenerendo solo gli oggetti della stanza “E, per quanto riguarda i parenti di tua madre, erano dei buoni a nulla, senza nome né storia, utili solo come cadaveri, in modo da trasformare mia moglie e vostra madre in una vera Hesenfield!”

“Tutte balle!” rispose di rimando Jakob, tagliando in due la scrivania con la spada, ignorando il padre. “Adesso muori!”

Abraham sapeva che Jakob aveva tagliato in due la scrivania solo per far sì che mostrasse la sua vera potenza, e inoltre una volta che si era chiamato McNobly non era più nemmeno suo figlio. E le serpi andavano eliminate, esattamente come aveva ucciso i suoi due fratelli e la sorella, e i relativi figli.

Utilizzando ancora la Tecnica del Fulmine, Abraham ne scagliò un buon numero tutto attorno alla stanza, non lasciando al terzogenito modo di fuggire dalle scosse, tuttavia Jakob rispose con la Tecnica del Fuoco e le due tecniche esplosero mandando in frantumi i vetri della stanza e molti calcinacci.

Dopo che il polverone si abbassò diedero vita a un violento corpo a corpo, fatto di colpi veloci e precisi, e alcuni schivati, e alcuni presi in pieno, in faccio o sul petto. La spada di Jakob giaceva dimenticata a terra.

Abraham, vista la situazione di parità, decise di infliggere un colpo risolutivo al figlio, utilizzando la Tecnica della Terra trasformando la sua mano destra come un diamante.

Caricò e Jakob tuttavia parò quel colpo micidiale, perché lui aveva dal canto suo risposto con la Tecnica del Fuoco trasformando il suo pugno con quell’arte. Seguì un’altra esplosione la cui onda d’urto allontanò i due contendenti, facendoli cadere a terra.

“Jakob” chiamò Abraham col fiatone. “Devo dire… devo dire che non mi aspettavo questa potenza”

Jakob non rispose nulla. Era forse il primo vero complimento rivolto a lui soltanto, e pronunciato solo dopo il suo rinnegamento ai colori della famiglia. Il solo pensiero gli faceva male.

Impugnò la spada e tornò a guardare truce il proprio genitore, e poi il suo pensiero tornò a sua madre. Chissà che cosa era successo in effetti, quando quel giorno autunnale la carrozza era arrivata e lei e Isabel se n’erano andate da quel maniero. Che avesse scoperto la verità?

Doveva saperlo, e per farlo doveva uccidere suo padre. Nel pensarlo, si era accorto che aveva il fiatone. Sapeva quindi di aver già vinto.

“È finita, Abraham” disse Jakob. “In questo scontro ti sei consumato molto, mentre io sono ancora fresco. Più ti muoverai, più ti stancherai, quindi passo subito a dare il colpo di grazia”

Sollevò la spada e la puntò verso suo padre, mentre quest’ultimo osservò ancora una volta l’amato studio. Era irriconoscibile: tutto era stato distrutto, dai libri ai muri al vetro, e gocce di pioggia stavano penetrando dentro la stanza. Era così che Abraham Hesenfield se ne sarebbe andato? L’idea gli balenò nella mente, subito scacciata via, anche se il suo cuore aveva preso ad accelerare.

“Gioco l’ultima carta” dichiarò Abraham, ferito in molti punti e contuso sulla guancia sinistra. Improvvisamente le sue braccia si illuminarono, e Jakob capì. Ricordò quando era bambino che lui stesso, l’uomo che odiava e che pure lo aveva generato, gli aveva menzionato le Tecniche Arcane della Magia.

Erano tre ed erano estremamente pericolose, se non si sapeva padroneggiarle per bene. Una di quelle era il Colpo della Fenice, basata sulla Tecnica del Fuoco, la seconda era il Golem, che permetteva di rivestire l’intero corpo di pietra, e la terza era il Colpo di Thor, basata sulla Tecnica del Fulmine e in grado di distruggere una metropoli come Sidney; pertanto anche Jakob sarebbe rimasto incenerito da quella tecnica e doveva assolutamente fare qualcosa.

“Morirai… e morirai soffrendo come non hai mai sofferto in vita tua! Come osi pensare che io non mi siederò sul Trono? Gli Hesenfield sono destinati a sopportare il peso del mondo, se ancora non l’hai capito!”

Ecco, Jakob deglutì. Abraham era pronto per scagliare un attacco di proporzioni mai viste e Jakob si sentiva nudo e indifeso, pur avendo l’armatura e una spada leggendaria.

“Eccomi!”

Abraham saltò e sollevò il suo pugno raccogliendo tutti i fulmini sul suo braccio. Esattamente come il martello di Thor della mitologia, anche Abraham in quel momento avrebbe deciso la vita e la morte di molti nel circondario.

Abraham non avrebbe mai immaginato di usare quella tecnica contro uno dei suoi figli… che tempi! Dove si sarebbe arrivati? Qual era la sorte del mondo? E inoltre, sarebbe stato pronto a uccidere Jakob, il figlio non voluto, quando si aspettava una femmina?

Abraham, per la prima volta, ebbe un magone alla gola.

Jakob, invece, osservò il proprio padre con un misto di odio e di pietà e, nel panico totale, intuì un punto scoperto da colpire.

Jakob, il terzogenito, il meno amato fra i tre, eccettuato Josafat che ad ogni modo era riuscito a costruirsi una fama da sé. Jakob, colui il quale era il più attaccato al cognome nonostante tutto, colui il quale eseguiva sempre a puntino tutti gli ordini ma di cui Abraham, tuttavia, non ne aveva mai riconosciuto il talento.

Così, con uno scatto felino, Jakob Hesenfield emettendo un urlo infilzò il cuore di suo padre, trapassando dunque il trace da parte a parte con la spada, evitando la catastrofe promessa dai fulmini, che si limitarono ad incendiare il braccio del mittente.
In quel momento la pioggia si intensificò e in lontananza un rombo cupo annunciò la morte di Abraham Hesenfield, Re promesso e mai diventato.

Kaden e le Fontane di Luce/22

Capitolo 22

Taider era molto sicuro di vincere, Jakob non gli sembrava una grande minaccia.

Gli sarebbe bastato dare fondo a tutte le tecniche che conosceva, e avrebbe vinto.

Lo chiamavano il Cavaliere Corrotto, per via dei suoi trascorsi al servizio del sovrano. Poi si era ravveduto, e stava cominciando ad amare anche una popolana senza arte né parte.

Per questo non vedeva l’ora di riabbracciarla e farle vedere che non era un codardo, magari portandole anche la testa di Jakob, il terzogenito degli Hesenfield.

Tutto era pronto, Jakob nella sua armatura scintillante e Taider con la sua veste strappata in molti punti e mancante di una gamba.

Qualcosa tuttavia li bloccò. Era troppo importante prendere la prima mossa, perché avrebbe dato loro un immenso vantaggio.

Si spostarono lentamente come dei granchi pronti a combattere, senza smettere di fissarsi.

Nel frattempo, un leggero vento freddo lambiva la pelle.

Nessuno di loro due si conosceva, se si escludeva ovviamente la vista di sfuggita che avevano ottenuto quando Jakob era riuscito a trovare il Mangiacuore e portarlo con sé a Villa Hesenfield. Pertanto, sarebbe stata una novità assoluta, in cui uno o l’altro sarebbe perito sotto i colpi dell’avversario. Era più che mai fondamentale, dunque, mantenere il sangue freddo e dimostrare il più assoluto cinismo, perché era così che si vincevano le guerre. Non certo con i sentimenti, e non certo pretendendo che l’altro fosse disposto a cuor leggero ad abbandonare i propri compagni al loro destino e unirsi alla causa, malvagia o giusta che fosse.

Quindi, entrambi avevano intenzione di eliminare l’altro con un colpo solo, e sarebbe andata come avrebbe voluto il destino.

Jakob era sicuro di vincere, l’esperienza che aveva ottenuto sul campo di battaglia lo metteva al riparo da qualsiasi tensione.

Taider era sicuro di vincere, l’importante era prendersi la prima mossa, e così avrebbe fatto.

Improvvisamente, quando notò che Jakob aveva cominciato ad abbassare la guardia sbattendo le palpebre, si avventò contro l’armatura e provò a colpirlo con un potente calcio, subito bloccato dai riflessi del figlio di Abraham, che dunque  prese con entrambe le mani la gamba sinistra del Cavaliere Corrotto, facendogli perdere l’equilibrio.

Taider aveva dimenticato che si stava appoggiando con un pezzo di legno. Lo aveva conficcato grazie alla misericordia di Caleb, che lo aveva trovato durante il viaggio e lo aveva donato a Taider, quindi in quel momento si ritrovò in svantaggio.

La prima mossa era andata male, dunque dovette sorbirsi la risata divertita del nemico, il quale non riusciva a credere a tanta fortuna. Dopotutto, quello scontro non sarebbe durato a lungo.

Dopo quella risata acuta e penetrante, Jakob disse: “Sei menomato nei movimenti! Non ti conviene mettere lo scontro sulla fisicità! Sei un mago ma non usi la Magia? Allora dillo che vuoi perdere!”

Detto quello, Jakob sollevò il corpo del Cavaliere Corrotto come un fuscello e lo lanciò lungi da lui, come se stesse partecipando a una gara di lancio del disco, con un uomo al posto dello strumento.

Taider era stato uno stupido, e anche lui se ne rese conto, lo pensò quando sbatté la faccia sul suolo ruvido del Labirinto. Fra tutte le prime mosse che poteva scegliere, proprio un calcio?

Avrebbe potuto usare qualsiasi tecnica per metterlo alle strette, tuttavia la foga del momento lo aveva tradito, e dire che lui era famoso per il suo sangue freddo.

Ma il dolore alla gamba non  gli permetteva di ragionare, e in più il pensiero per Klose, Kaden e Mary gli occludevano anche l’altra parte del cervello, non permettendogli dunque di concentrarsi con lucidità.

E intanto Jakob gli si avvicinava, procedendo a passi lenti ma inesorabili, con la propria spada posta davanti la sua faccia, come se stesse salutando.

Taider non riusciva ad alzarsi, con una gamba sola e l’altra che non rispondeva a nessun comando era difficile farlo. Per quanto tentasse, risultava proprio un verme strisciante, lui che aveva assunto il comando dell’Armata pur non avendo mai esercitato.

Così decise che, a mali estremi, estremi rimedi, avrebbe combattuto da seduto. Avrebbe aumentato l’epicità della sua vittoria, siccome era sicuro di vincere.

Preparò dunque entrambe le mani per lanciare contro il proprio avversario una serie di palle di fuoco, tanto per vedere come se la cavava con i riflessi, e dovette ammettere che Jakob era davvero preparato.

Una, due, dieci: con la sua spada, deviava tutti i colpi, ma la lama inspiegabilmente non riusciva a prendere fuoco, nonostante la magia.

E rise di scherno, Jakob, giusto per irritare il proprio derelitto avversario. “Non riuscirai mai a dare fuoco a Inverno! L’ho fatta forgiare con una lega immune al fuoco, dunque non hai speranze!”

Il suo tono era gelido più del vento che stava cominciando a spirare sempre più forte. Il Vento della Morte.

Taider seppe che stava dicendo la verità, l’aveva visto lui stesso. E nel frattempo Jakob era sempre più vicino. Stava per entrare nell’orbita della spada. Ancora pochi passi e l’Hesenfield avrebbe potuto tagliargli la testa.

Quindi, gli ultimi secondi di vita. Della sua vita.

Era sicuro di vincere… adesso, quei pensieri lo facevano solo ridere. Non  era neanche in grado di rialzarsi senza sostegno! Adesso avrebbe potuto solo accettare la morte.

Jakob era arrivato, ma con suo stupore girò la spada e conficcò la lama verso terra, poggiando le mani sul manico.

“Sarebbe facile mozzarti la testa” dichiarò. “Eppure voglio darti un’ultima possibilità. So bene che con entrambe le gambe mi avresti dato filo da torcere, quindi desidero dirti che con una buona operazione riavrai la tua gamba, i tuoi amici usciranno da questo labirinto e potranno fare quello che vogliono. Quello che ti chiedo è accettare la mia causa. Diventerai Lord di qualsiasi territorio tu desideri, una vita felice e immense ricchezze. Rifiuta pure, ma morirai qui, solo e dimenticato da tutti. Mi sembra ovvio come risponderai, no?”

Taider considerò per la prima volta quella proposta. Certo, qualche minuto prima aveva rifiutato, ma d’altro canto chi voleva morire?

Poi gli tornò in mente il tentativo di bacio che aveva dato a Mary. Ecco perché non poteva tradire i propri amici: Jakob Hesenfield si era schierato apertamente contro di loro e quindi unirsi alla sua causa sarebbe bastato a quella ragazza per non guardarlo più in faccia, e nemmeno avrebbe potuto biasimarla.

Così, con la morte nel cuore, parlò come un uomo che accetta il proprio destino.

“No, Jakob. Uccidimi ora, se lo ritieni giusto. Meglio morto che non poter più guardare Mary”

A Jakob tuttavia dava fastidio uccidere un guerriero valoroso. Non era mai successo che uno dei suoi soldati gli avesse detto “no” quando proponeva qualcosa. Ma quelli erano i bei tempi in cui comandava assieme ad Isaiah e Caleb, adesso era solo e con una gamba tremolante.

Taider se ne accorse. “Ti trema la gamba sinistra. Ti hanno forse colpito?” lo chiese, e forse poteva approfittare per trarne vantaggio.

“No, lascia perdere. Non ti riguarda affatto” tagliò corto Jakob, anche lui con la morte nel cuore. Non era facile sapere che il proprio genitore faceva due pesi e due misure, meno che mai accettarlo. “Ti basta sapere che in questo scontro non solo tu sei menomato”

“Scontro che è finito, e tu sei morto!” esclamò Taider, che concentrando tutte le forze sui palmi delle mani unì i polsi e sparò una fortissima onda d’urto invisibile che colpì in pieno il terzogenito di Abraham, che quindi cadde lungi da lui.

“Sei un idiota a non finire i tuoi avversari!” Taider notò la spada conficcata sul terreno, così si rialzò aiutato da quella, e poi la estrasse.

“Le parti si sono invertite”

Non poteva crederci. Jakob aveva la vittoria in pugno, eppure non solo non era riuscito ad ucciderlo, ma Taider poteva volgere le sorti dello scontro a suo favore, con una spada nuova in mano.

“Di’ addio a questo mondo. Gli Hesenfield avranno una bocca in meno da sfamare”

Jakob capì che il suo avversario stava facendo sul serio, ma per fortuna riuscì a evitare il peggio, scansandosi all’ultimo momento e lasciando che la sua fidata arma fendesse la terra piuttosto che lui.

“Maledetto!” Taider colpì ancora e ancora, ma Jakob gli sfuggiva, e alla fine, scansando un altro fendente, Jakob riuscì a bloccare il braccio dell’avversario e, applicando una vecchia tecnica di combattimento, portò Taider sulle spalle e lo capovolse, portandolo invece davanti a sé, facendogli sbattere la schiena a terra, già martoriata dal fendente di poco prima.

Jakob ottenne anche il risultato di riottenere l’arma, e la puntò sul petto del nemico.

“Avrei avuto pietà di te, e l’ho dimostrato in due occasioni” disse, non riuscendo a nascondere il profondo rammarico. “Tu invece ti sei dimostrato un combattente senza pietà. Non dico che il mio comportamento sia stato sempre corretto, ma perlomeno il rispetto della vita umana non dovrebbe mai mancare… ah, già, comunque tu sei corrotto, no? Ad ogni modo, ecco la mia sentenza. Io, Jakob Hesenfield, terzogenito di lord Abraham, Re attendente della terra australe, coi miei poteri di Principe ti condanno a morte per aver disobbedito a un ordine dello stesso”

Alzò la propria arma al cielo. “Che Dio possa avere pietà delle nostre anime”

Taider alla fine si rese conto di non poter più fare appello alla fortuna.

Ciò che aveva seminato, avrebbe raccolto. Aveva avuto l’ultima possibilità di uccidere Jakob, ma non aveva avuto abbastanza sangue freddo e l’altro lo aveva giocato con una mossa di un’arte ormai perduta nei secoli.

La spada tranciò il capo di John Taider con un colpo secco, netto, come se non avesse aspettato altro dall’inizio; e la testa del Cavaliere Corrotto rotolò indifferente ai piedi del figlio di Abraham, che da quel momento in poi avrebbe avuto l’anima spezzata di un assassino.

“Bene, e anche questa è fatta” si disse Jakob Hesenfield. “Adesso vorrei seppellirlo, ma perché vietare carne fresca a tutte le creature che vivono qui, nella Porta di Servizio?”

Così tornò in Villa, proseguendo nel suo proposito mortifero. Neanche dieci secondi, e il corpo di John Taider, il Cavaliere Corrotto, divenne proprio preda dei Plexigos e dei Demoni, che banchettarono con gli organi interni, strappando ogni singola parte commestibile.

Aveva ucciso un uomo… indifeso, menomato ad una gamba, e non solo: lo aveva lasciato in pasto alle creature che popolavano quel luogo spettrale.

Sir John Taider… aveva molto sentito parlare di lui, e non lo aveva affrontato nel pieno delle sue forze. Ciononostante, lo aveva ucciso, invece di medicarlo comunque.

Dove poteva finire la dignità di un Cavaliere? Era giusto che quello scontro avvenisse pur sapendo in partenza di una sua vittoria? Era come affrontare un bambino, dopotutto, e quello era sbagliato.

Quindi non era giusto nemmeno affrontare chi aveva difficoltà a sostenere un combattimento vero, né tantomeno fargli fare quella fine.

Forse suo padre avrebbe approvato, ma la sua anima? Che cosa erano diventati gli Hesenfield? Una Casa cinica che non guardava in faccia niente pur di ottenere tutto oppure erano la voce del popolo affamato, e quindi in attesa di regnare com’era giusto che fosse?

Tante domande e nessuna certezza. Da quando Abraham gli aveva mostrato la pistola, Jakob non era più sicuro di poter essere sempre fedele alla sua famiglia. Non se questa gli imponeva di uccidere tutti senza alcuno scrupolo.

Ne avrebbe parlato con Caleb, sperando in una buona risposta da parte sua. E con quella speranza, aprì la porta d’uscita come aveva fatto Klose qualche minuto prima.

Ma, si disse, era giusto anche parlare e confidarsi con Caleb? Quello era accecato dalla devozione che aveva per il loro padre, era stato persino disposto a rinunciare al campo di battaglia e rimanere a casa piuttosto che seguire Isaiah nei territori dell’Ovest.

Escludendo Josafat, suoi fratelli erano Isaiah, Caleb e Isabel, e nessuno di loro due avrebbe potuto né voluto dargli una mano.

E parlarne con Isabel? Non la vedeva da quando aveva dieci anni, che ne sapeva di quello che succedeva in Villa?

Eppure, proprio per quel motivo era l’unica parente conosciuta alla quale poteva parlare. Già, proprio Isabel, l’oca per eccellenza.

Tanto valeva fare un giro per il Labirinto che farle capire qualcosa. Jakob sbuffò nel vederlo proprio sotto i suoi occhi, tramite le grandi vetrate della Villa.

Kaden e le Fontane di Luce/21

Capitolo 21

Né Mary né Kaden avevano idea di come affrontare una creatura che aveva fatto parlare di sé così tanto da entrare nelle cronache della storia recente.

Del Mangiacuore si rincorrevano dicerie su dicerie: si diceva che avesse sterminato un’intera popolazione in una sola notte, che fosse penetrato nei letti delle ragazze vergini facendole diventare come lui, si diceva addirittura che avesse abbattuto un Drago a mani nude e poi ne avesse mangiato i molteplici cuori. Ma non solo: fra le memorabili imprese si raccontava anche una mandria di Plexigos misteriosamente scomparsa mentre era in rotta verso Sidney, che avesse ucciso importanti generali e che fosse l’incubo di tutti i nobili che si erano schierati dalla parte dei Tre Re.

Ma la verità, nuda e cruda, stava di fronte a loro: era solo un ragazzo, non poteva avere più di vent’anni.

Certo, aveva pochissimo a che spartire con gli esseri umani principalmente, tuttavia Kaden non aveva tempo di pensare a cosa gli fosse successo, quanto piuttosto a come difendersi da quella leggenda vivente.

Mary era bianca come un cencio, probabilmente sarebbe morta di lì a poco. Non capiva cosa le fosse successo, forse era preoccupata per Klose e Taider.

Anzi, forse solo per Klose… ma lui conosceva poco le questioni di cuore e quindi non poteva capire cosa stesse accadendo dentro di lei.

Gli pareva di sentirla, Mary: “Fatti i cazzi tuoi, stupido!”. Ed ecco, Kaden seppe grazie alla Mary che abitava dentro la sua testa di tenere la bocca chiusa.

Poi si rese conto che Josafat non aveva ancora attaccato, stando piuttosto guardingo, sempre in quella posizione animalesca, mostrando i canini affilatissimi e perdendo anche un po’ di bava.

Come mai non stava attaccando? Che quel suo atteggiamento volesse comunicare una superiorità talmente evidente da poter concedere all’avversario la prima mossa?

Kaden non lo sapeva, ed evidentemente neanche Mary, che aveva piuttosto l’aria di poter svenire da un momento all’altro.

Così il ragazzo sollevò Giustizia e andò all’attacco del Mangiacuore: mirò direttamente alla testa, con l’intenzione di decapitarlo, ma al momento dell’affondo Josafat si spostò in una maniera troppo veloce per un essere umano e si avventò su Mary, che quindi cadde a terra, avendo il Mangiacuore sopra di lei, seduto in modo da bloccarla con le gambe.

Kaden istintivamente ebbe l’impressione di cosa stesse per succedere. Un vago istinto di sopravvivenza gli imponeva di rimanere lì, immobile, mentre osservava l’amica piangere silenziosamente.

Josafat alzò il braccio destro, quello colpevole di carneficine e genocidi. Stava per succedere: se Kaden non avesse fatto nulla Josafat entro una frazione di seconda sarebbe penetrato nel cuore di Mary e se lo sarebbe mangiato davanti a lui.

Kaden quindi distolse il pensiero da quella scena e sparò, col braccio sinistro, un enorme getto d’aria, sufficiente a togliere quella mano maledetta dal torace dell’amica.

Josafat, fuori guardia, sbatté contro le frasche del labirinto, e Mary poté rialzarsi, col cuore ancora al suo posto.

Kaden invece non sapeva perché Mary stesse biascicando dei ringraziamenti. Non sapeva nemmeno lui cosa lo avesse spinto ad agire d’impulso, tuttavia giusto in tempo per evitare l’inevitabile.

Fissarono Josafat con occhi pieni di lacrime.

“Che cosa…” disse Mary, riacquistando coscienza di sé. “Che cosa mai può essere successo a questo ragazzo?”

Entrambi fissavano il povero Josafat che stava leccandosi il braccio destro, rispondendo solo a quel crudele istinto che gli aveva annebbiato il cervello.

Senza dire una parola, Kaden disse a Mary: “Attacchiamo?”

Il tono autoritario in cui lo chiese stupì entrambi e Mary non poté fare altro che seguire il suo salvatore, che con la spada Giustizia in mano sembrava adesso un vero cavaliere, un guerriero venuto da antiche leggende per aprire le Fontane.

Lo scontro due contro uno non sembrava spaventare Josafat, che scansò più e più volte tutti gli attacchi. Più Kaden colpiva, più realizzava che in quel modo non avrebbe mai arrecato danno al più giovane della Casa Hesenfield, così optò per un’altra strategia; anche perché Giustizia era piuttosto pesante da maneggiare.

E intanto Josafat e il suo orrendo volto gli erano sempre davanti, ghignante come un lupo davanti alla preda.

Un’altra strategia… ma vi era davvero? Con quel suo gesto, non aveva forse posticipato le morti di entrambi di qualche minuto?

Il Mangiacuore con un altro balzo si accanì su di lui, ma stavolta fu Kaden a rotolare sulla sinistra per evitare che gli finisse addosso, e alzando Giustizia provò a tagliargli la schiena, ma il suo avversario sparì adottando la Tecnica Arcana del Vento, quella che Taider non aveva mai saputo fare.

I due rimasero soli, immersi nella malinconia di quel corridoio del Labirinto, mentre una brezza fredda stava penetrando nelle ossa.

Kaden disse: “Maledizione! E maledetto anche Taider! Come gli viene in mente di sparire così?”

Mary scosse la testa. Kaden aveva tradotto a parole ciò che lei temeva, tuttavia rispose cambiando argomento: “Attento, Kaden, potrebbe ritornare”

Josafat infatti riapparve improvvisamente alle sue spalle, pronto per graffiare con la stessa mano destra maledetta, ma Kaden lo bloccò con la spada, dando vita a un teso braccio di ferro, e il Mangiacuore sembrava averlo davvero.

Nessuno dei due avrebbe mai ceduto, ma per fortuna Mary aveva ancora la sua spada, che distrasse Josafat riuscendo a ferirlo alla schiena.

Quest’ultimo diede un urlo muto e si allontanò da Kaden, fronteggiando i due con lo sguardo colmo d’ira.

Kaden era semplicemente frustrato e comunicò i suoi pensieri a Mary: “Come mai a Josafat è sufficiente porre l’avambraccio sulla lama di una spada e non far fuoriuscire sangue mentre a me basta un graffio per ridurre la mia faccia a (in) poltiglia?”

Mary scrollò le spalle. “Non mi sembra il momento di chiedertelo. Ricordo quando ti inflissi quella cicatrice, ma adesso mi sembrano passati almeno cinque anni”

Kaden tornò ad osservare Josafat. Era vero, in quel Labirinto sembrava di essere fuori dal tempo, in un incubo.

Ma alla fine, con uno sforzo sovrumano riuscirono a portare fuori tiro Josafat e darsela a gambe, del tutto dimentichi che si trovavano in un Labirinto e che il figlio di Abraham aveva il coltello dalla parte del manico.

Infatti, dopo neanche dieci secondi dalla loro fuga, si ritrovarono in un vicolo cieco, assediati da una mezza dozzina di Demoni.

“Caspita! Non si finisce mai, eh?” commentò Mary. “Che razza di idea, questo gioco!”

“E dire che Abraham ci voleva vivi…” commentò Kaden, mentre affrontavano i Demoni. Poi gli venne in mente. “Appunto, Abraham ci vuole vivi, quindi perché mettere il Mangiacuore sulle nostre tracce?”

Mary disse: “Forse c’è qualcuno che rema contro, o forse Josafat ha fame, o che cazzo ne so”

I Demoni aumentavano sempre di più, e nel frattempo Josafat Hesenfield non si vedeva, ma c’era. Loro sapevano che c’era. O perlomeno, il loro cuore glielo suggeriva, come calamitato da colui che li mangiava.

Kaden sollevò Giustizia, pur avendo le braccia stanche , e cominciò a tranciare uno, due, tre Demoni per poi essere colpito alla spalla sinistra da un raggio laser, che lo fece stramazzare al suolo.

“Porca miseria, sono troppi” si disse Kaden ed anche Mary accusava la fatica.

“Dai, Kaden!” esclamò lei, in preda alla furia folle. “Non puoi permetterti di fermarti!” Ricorda che c’è il destino dei tuoi genitori in gioco!”

Kaden capì. Era vero, ma non sapeva nemmeno se fossero vivi. Ma se lo fossero stati? Perth doveva essere salvata, quindi si rialzò, anche se ormai le ferite non si contavano e anche Mary era allo stremo delle forze.

Scansò un’altra graffiata e si pose di fronte a loro, in modo che potesse vederli. Perlomeno, erano riusciti a fuggire dal vicolo cieco e potevano scappare qualora la situazione lo avesse consentito.

E intanto Josafat non vi era. Era la sua assenza che temeva più che la sua presenza minacciosa, con quell’alito che sapeva di sangue e ferro e morte. Kaden trattenne un brivido.

I Demoni non esitarono un minuto e li attaccarono ancora, cercando di ghermirgli le spalle già provate dal raggio laser, ma lui fu più rapido e riuscì a farsi strada uccidendone uno, ma mise un piede in fallo e cadde in una botola, laddove il fondo era pieno di spuntoni.

“No, maledizione!” il ragazzo si aggrappò appena in tempo a una scanalatura provvidenziale e non cadde, ma i Demoni, che non avevano bisogno di appigli, penetrarono dentro quel buco e non potevano avere occasione migliore per farlo fuori.

Tuttavia, Kaden capì ancora una volta che non era solo in quel mondo. Tutto, il bene e il male, tornava indietro,  aver salvato Mary dalle grinfie del Mangiacuore sconfiggendo la paura permise a lei di salvarlo: li sconfisse tutti, uno per uno, e poi offrendogli il braccio lo tirò su, cavandolo d’impaccio.

Una volta che quel cunicolo fu dunque sgombro di Demoni, Kaden ringraziò Mary.

“Non ringraziarmi” rispose lei. “Sei cresciuto tantissimo e io… io non posso che essere fiera di te. Non è che da un giorno all’altro tu mi crei qualcosa come una Fenice di fuoco e uccidi tutti, eh? Eh?” concluse scherzando.

“Eh, magari” commentò lui. Si vide nell’atto di crearla e capì che uno come lui non poteva nemmeno sognarsi di creare certe cose… era già tanto aver salvato Mary ribellandosi alle gambe bloccate.

“Sai cosa direbbe Klose, vero? Non male ma puoi migliorare, con quella sua voce nasale… e anche Taider, bene ma non benissimo

Mary si incupì un istante nel sentire nominare il Cavaliere Corrotto e si limitò a dire: “Sperando che stia bene, perché voglio ucciderlo con le mie mani”

“Lo meriterebbe” convenne Kaden e, dopo quel pensiero, si pentì di averlo detto e gli tornò in mente l’idea della Fenice di fuoco, perché tornò lui.

Josafat Hesenfield, dritto in piedi a braccia conserte, con un piede appoggiato al campo di forza che proteggeva la frasca ormai bruciacchiata.

Egli alzò lo sguardo e sogghignò nel vedere l’incaricato alle Fontane pronto per un secondo round, così tornò nella posizione consueta, pronto anche lui a combattere.

“Lascialo a me, Mary” le disse. “Riposati un attimo, io… io me la caverò”

Lei in effetti era sporca, ferita ed esausta, non avrebbe retto a un altro scontro. “Sta’ attento” disse, sdraiandosi a terra.

Solo che Kaden aveva il fiatone, non credeva che appigliarsi in quel buco gli avesse così tanto assorbito le forze.

E adesso, che avrebbe fatto? Josafat sembrava all’apice della sua forma, non avrebbe avuto possibilità.

Non avrebbe fatto nient’altro che impugnare Giustizia e rispondere colpo su colpo a tutti gli affondi veloci di Josafat, e così successe; limitandosi solo alla fase difensiva, incurante dell’avvertimento nella testa che gli diceva “più ti muovi, più ti stanchi”.

Purtroppo Mary non poteva più muovere un dito e non c’era nessun altro che avrebbe potuto soccorrerlo, si disse Kaden.

Così, un colpo dopo l’altro, Kaden rispondeva agli attacchi di Josafat che si fecero sempre più accaniti, finché Giustizia non divenne davvero troppo pesante e lo costrinse a lanciare una granata d’aria, sperando che almeno quella la incassasse.

E, miracolo! Riuscì.

Kaden non poté credere alle proprie mani: era già la seconda volta che la magia era potente in lui, ma forse era dovuto solo alla sua profonda tristezza, non tanto per la sua forza. Stette di fatto che Josafat incassò il colpo e si ritrovò abbastanza distante da poter concedere a Kaden stesso un po’ di vantaggio per la fuga.

 

Kaden e le Fontane di Luce/19

Capitolo 19

Klose si allontanò dagli altri e prese la strada che aveva scelto. Aveva intenzione di risolvere il Labirinto a modo suo, con le sue forze, in modo da dimostrare a Mary che era capace di fare anche quello.

Mary…

Nei giorni in cui erano stati prigionieri di Caleb, aveva notato che era entrata in confidenza con Taider, il Cavaliere Corrotto.

Persino il primogenito Hesenfield se n’era accorto, dicendogli a bassa voce: “Quei due non me la raccontano giusta. Finiranno sicuramente per appartarsi e giacer insieme, ma lo facciano lungi da me. Non ho voglia di vedere quel tipo di scene, non è il momento e comunque vi sto scortando per un motivo preciso. Siamo in guerra, non c’è spazio per l’amore”

“Forse” aveva risposto Klose, sospirando. “Ma non credi che l’amore cancella questi ed altri peccati?”

Caleb fu colpito da quella risposta e rifletté per alcuni minuti prima di ribattere. “Credi quindi che anche io dovrei trovare una buona moglie?”

“Non so, fa’ come credi” aveva concluso Klose, seccato da quelle stupidaggini e scoprendosi geloso di Mary e Taider.

Spinto da quel sentimento, l’arciere aveva osservato meglio i suoi compagni, e in effetti aveva notato che si sostenevano a vicenda. Forse la perdita di un arto aveva fatto risvegliare in Mary sentimenti su cui l’arciere non avrebbe scommesso, trattandosi di una donna dal pessimo carattere com’era lei.

Tuttavia, non poté non pensare a lei senza che qualcosa nel suo animo si agitasse.

Strinse l’arco fra le mani. Che rabbia! Ma perché a lui non capitavano quel genere di cose?

Aveva compiuto imprese grandiose, aveva combattuto contro le Amazzoni, aveva protetto Kaden, tuttavia non era stato ferito gravemente.

Pertanto, essere in quel labirinto da solo era l’occasione, forse unica, che aveva per dimostrare quanto valeva.

Agli occhi di Mary non era mai stato un granché. Ricordava il primo giorno in cui l’aveva incontrata, quando era stato convocato da Shydra Aldebaran per costituire la guardia del corpo dell’incaricato ad aprire le Fontane.

“Potrebbero volerci anni” aveva obiettato Mary in quell’occasione. “Perché dovrebbe accadere proprio quest’anno?”

“Prima o poi avrei dovuto” aveva replicato Shydra, con la solita voce indifferente alle obiezioni. “E adesso sta’ calma e tranquilla e aspetta un mio ordine, dovete essere pronti a partire in qualunque momento”

E così si conobbero, ma Mary non sembrava molto interessata a dare confidenza, né a lui né a Taider, tanto da non aver dato nemmeno la mano in segno di saluto, offrendo invece Tenebra. Almeno non finché non era accaduto che avevano perso la carrozza e poi lei aveva perso il braccio nella Foresta dei Centauri. Da lì Mary aveva cambiato completamente atteggiamento, regalando anche Olocausto a Kaden.

Olocausto, che adesso era Giustizia… Kaden era uno spadaccino, non un arciere, e quello gli diede molto fastidio.

Ricordava ancora di quando aveva cercato di insegnare l’arco al ragazzo. Era proprio negato, e quindi dopo pochi tentativi aveva lasciato perdere.

E Mary restava così lontana. Klose se n’era innamorato? Non proprio, ma non la vedeva come un obiettivo raggiungibile, non quando i morti si contavano a centinaia ogni giorno e le Fontane dovevano essere ancora aperte.

Voltò a destra, poi a sinistra. Dopodiché, vicolo cieco.

Fece per tornare indietro, ma qualcuno bussò alla sua spalla.

“Chi è là?” chiese, quando vide un Demone. Era orribile, e gli sembrò che persino l’aria circostante avesse perso un po’ di luce. Si sentiva smarrito, e si chiedeva se sarebbe andato davvero all’Inferno accompagnato da quell’essere.

“Prenderò la tua anima” affermò la creatura senza mezzi termini, come se gli avesse letto nel pensiero, e sollevò il braccio diretto al centro del petto, ma Klose fu più rapido. Incoccò la freccia e la piantò dritta nel cranio, lasciando il Demone morto a terra.

“Per fortuna” commentò, e proseguì per la propria strada.

Non era facile, perché più andava avanti più la strada si faceva impervia e a un certo punto gli si presentò davanti una scala.

“Che ci fa una scala in mezzo a un labirinto pianeggiante?” si disse. Poi, vedendo che in ogni caso era l’unica via per proseguire, salì il primo gradino.

Non successe niente di particolare, a parte forse un lieve disagio nello stomaco.

Salì il secondo, anche in quel caso ne uscì indenne.

Una volta al terzo, improvvisamente sbucò fuori dal nulla uno spuntone dai gradini superiori che per poco non gli bucò un occhio. Klose si salvò solo per i suoi riflessi primordiali.

Al quarto gradino cadde un fulmine che lo bruciò. Klose dunque svenne e stette una buona mezz’ora alla base della scalinata privo di sensi.

Tuttavia, una volta riacquisiti e cercando di non respirare la sua stessa carne bruciata, tornò ad osservare quella scala maledetta.

Come avrebbe potuto oltrepassare quel posto pericoloso se vi era un fulmine a bloccarlo?

Aveva due possibilità: o scavalcava il gradino, oppure avrebbe dovuto aprirsi un varco fra le frasche e barare nel gioco.

Poi ripensò agli Hesenfield, e a come stavano costruendo un impero che, in base a quello che aveva sentito dire, teneva ormai sotto scacco la maggior parte del regno centrale comandato ancora dalla regina Margareth, e adesso avevano invaso l’Ovest, dove, secondo le informazioni di Caleb, Isaiah stava collezionando vittorie su vittorie, aiutato anche dalla straordinaria potenza dei Centauri.

Quindi Klose decise di dare uno schiaffo morale al Labirinto. In guerra tutto era concesso, così scagliò una freccia contro il muro cespuglioso alla sua destra.

La freccia cercò di conficcarsi all’interno dei rami, ma un misterioso campo di forza la disintegrò, non lasciando traccia alcuna.

Klose si rammaricò per aver perso una delle sue amate frecce, ma era valsa la pena tentare, così salì di corsa i gradini saltandone alcuni e arrivando dunque in cima, dove tuttavia venne catapultato di nuovo verso il basso.

Una voce parlò. “Tutti i gradini, furbetto.”

Klose digrignò i denti. Non solo aveva le ossa rotte per la fulminata ricevuta poco prima, ma era costretto a riceverne un’altra, poiché le regole degli Hesenfield non potevano essere infrante.

Si chiese improvvisamente per quale motivo i Draghi non attaccavano quelle lande. Non sarebbe stata una cattiva idea dare fuoco a tutto quello, così perlomeno non ci si doveva più lambiccare per trovare una soluzione…

Ma quelle cose non capitavano nella realtà, i Draghi tendevano a seguire i loro principi, piuttosto che aiutare un umano.

Eppure, aveva sentito lui stesso che la cerchia dei Draghi si era divisa in due fazioni: una fedele a re Anthony, l’altra indipendente.

Ad ogni modo, era inutile pensare ai Draghi in quel momento. Fra lui e la soluzione al Labirinto vi era una scalinata irta di ostacoli.

I primi due pioli erano privi di trappole, così salì subito. Il terzo aveva lo spuntone, così salì dopo appena un secondo, mentre il quarto, quello del fulmine, lo evitò sacrificando una freccia che funse da parafulmine. Gli dispiacque per quell’arma, quando la vide carbonizzata a terra dove l’aveva messa.

Il quarto gradino era vuoto, così come il quinto; tuttavia il sesto nascondeva una sostanza appiccicosa che stava lì appositamente per incollare il viandante sul gradino e farlo morire di fame. Tuttavia Klose non fu preso dal panico e gli venne in mente che era sufficiente togliersi gli stivali per poter proseguire. Certo, non era consigliabile andare a piedi nudi in un Labirinto imprevedibile e dimora della Morte in persona, ma meglio l’ignoto che morire in piedi di stenti.

L’arciere riuscì dunque a liberarsi e giunse all’ultimo gradino, quello della catapulta, che tuttavia non si azionò, in modo da indurre il viandante a vedere cosa vi fosse oltre la scalinata.

E vi era una piscina piena di pinne che sbucavano da sopra il livello dell’acqua. Non era possibile aggirarla perché occorreva saltare con una forza oltre le capacità umane oppure distruggere le siepi che fungevano da confine, e non era fattibile. Klose aveva la sensazione che quantunque ci avesse provato, le siepi lo avrebbero fulminato.

Come oltrepassare dunque quell’ultimo ostacolo?

Come passare indenne a tutte le prove della vita?

Con l’arco e con la freccia, la risposta era proprio sulla sua schiena.

Aveva sempre con sé una corda, oltre al solvente in tasca. Non avrebbe mai creduto che in quel frangente gli sarebbero serviti entrambi, eppure eccolo lì che si operava per uscire fuori da quel pasticcio.

Fissò la corda a un’estremità oblunga, che fuoriusciva da quella piattaforma come se qualcuno avesse già saputo in partenza che quella era l’unica soluzione.

Legò dunque l’altra estremità della corda alla freccia, l’ultima rimasta della sua faretra.

Incoccò, traendo un profondo respiro: in fondo al viale vi era una frasca, e se il campo di forza avesse respinto quell’unico tiro, sarebbe rimasto prigioniero lassù per sempre.

Tuttavia, il colpo riuscì alla perfezione e la freccia si conficcò fra i rami, come se non ci fossero mai stati campi di forza a proteggere le frasche.

Che gli Hesenfield volessero dargli una possibilità? Ne dubitava, anche perché era impossibile pensare a una possibilità dopo averlo indebolito con quella fulminata e sapeva benissimo che un altro scossone di quel tipo gli avrebbe donato la morte.

Così scese dalla piattaforma e, aggrappandosi alla corda, cominciò a usarla come passaggio per oltrepassare la piccola piscina e arrivare all’altra estremità.

Aveva il cuore in gola e vedeva il traguardo sempre più vicino, quando improvvisamente un raggio laser di un Plexigos distrusse la corda tesa e fece cadere il povero arciere diritto nell’acqua.

Klose sentì i denti affilati dei piranha attaccarsi a ogni lembo di pelle libero prima di fuoriuscire dall’acqua urlando, e non gli venne in mente niente per liberarsi da quelle zanne. Solo dopo essere uscito dall’acqua e aver rotolato per diversi metri finalmente Klose riuscì a staccare l’ultimo pesce dal braccio.

Adesso sanguinava, portando diverse ferite da dentiera su tutto il corpo, e sentiva che sulla coscia destra era rimasto persino un dente.

Finalmente non aveva niente da invidiare agli altri, anche lui riportava i segni della lotta, e per di più stava anche cercando il Plexigos che gli aveva fatto quel giochetto, per ringraziarlo a suo modo.

Poi lo vide: eccolo, un modello Dingo, che balzava indifferentemente sulle frasche, in cerca di altre prede.

Non per molto. Klose riprese la freccia che lo aveva tanto aiutato e la incoccò. Quella andò a conficcarsi direttamente sulla fronte del mostro che, da sopra la siepe che delimitava il labirinto dov’era, cadde rovinosamente a terra. Klose ne sentì il tonfo sordo, perché non poté osservare il cadavere, in quanto caduto in un altro sentiero.

“Perfetto, e anche questa è andata” commentò Klose, che voltò le spalle alla piscina e a quanto fatto per oltrepassarla e imboccò la via a sinistra, incerto su dove stava andando, incerto se di lì a poco sarebbe rimasto vivo oppure quelli sarebbero stati gli ultimi passi della sua vita.

Si chiedeva cosa lo attendeva, mentre file e file di siepi fungevano da muro a destra e a sinistra, e sotto di lui il sentiero di terra si estendeva prendendo infinite biforcazioni. Sopra di lui sembrava mezzogiorno, o poco più, o poco meno.

Non aveva neanche più il senso della misura. Quanto tempo era passato da quando si era congedato dai suoi compagni? E quanto tempo rimaneva per risolvere il Labirinto? Sarebbero davvero tutti morti a causa dei pericoli oppure solo per la fame?

Poi accadde un fatto molto strano: a ogni passo che compiva gli sembrava che la frasca in fondo al viale che stava percorrendo si stesse allontanando.

Che cosa stava succedendo? Un gioco psicologico per farlo crollare?

Scosse la testa per vedere meglio e adesso la frasca era vicinissima. Batté le palpebre e la stessa frasca era lontana.

Rimase fermo e decise di contare solo sulle sue gambe, che forse sarebbe stato meglio; tuttavia non fece molti passi che una porta in ferro battuto si presentò davanti a lui sulla destra.

Era dunque quello il posto che avrebbero dovuto raggiungere? Klose ne dedusse di sì, visto che probabilmente era l’unica porta fabbricata in quel modo in tutto il Labirinto. Tuttavia, Kaden non era con lui, e forse non c’era modo di segnalargli la sua presenza. Anche se avesse scoccato una freccia, Klose non era sicuro che qualcuno l’avrebbe visto e anche se fosse, come avrebbero potuto raggiungerlo, con trappole ovunque?

L’arciere si sedette quindi davanti alla porta e attese, finendo per addormentarsi.

Kaden e le Fontane di Luce/18

Capitolo 18

Una volta lasciata la Villa, Kaden si rivolse ai tre compagni, incaricati dalla compianta Shydra Aldebaran di scortarlo in modo da garantirgli la sopravvivenza fino al giorno dell’apertura di tutte e tre le Fontane.

Tuttavia, davanti alla porta del Labirinto, il ragazzo si sentì malinconico, come se un macigno si fosse poggiato sulla sua anima.

In realtà, non poteva certo chiedere a nessuno di loro tre di accompagnarlo anche lì; Abraham era stato molto chiaro: ciò che si trovava dentro quel posto orribile riguardava solo lui e la sua missione.

“Sentite” esordì, un po’ impacciato. “Non siete costretti ad accompagnarmi, siete anche infortunati e…”

“Qualcuno ha detto qualcosa?” lo interruppe bruscamente Klose, “Sul serio, ho sentito una voce piagnucolosa… ragazzi, non è la voce di Kaden, vero? Kaden è diventato più forte da quando siamo partiti”

“E invece mi pareva proprio la voce stupida di Kaden” rispose Mary, un po’ divertita e un po’ estenuata dalle solite paturnie del ragazzo. “È vero, mi manca un braccio, ma credi che io ti abbia perdonato, vero? E poi, ricorda che Shydra non vorrebbe mai e poi mai che noi ti lasciassimo, anche se è la tua volontà… e poi, diciamocelo, è davvero la tua volontà che noi ti abbandoniamo così?”

Kaden sospirò. Era vero, non voleva assolutamente separarsi da quelli che ormai erano divenuti tre amici, pur avendo un’età molto superiore alla sua.

Alla fine entrarono nel Labirinto, venendo accolti da una serie di sentieri separati da cespugli che fungevano da muro.

“Secondo te da dove dovremmo passare?” chiese Mary a Taider.

Taider rispose, concentrandosi sul vento. Quell’arte era importante, più delle altre: permetteva di volare, di creare onde d’urto forti come quella che aveva usato Caleb, di utilizzare il senso dell’orientamento e indicare la strada giusta, che in tutti i labirinti è una e una sola.

“A sinistra, Mary” disse, dopo un lungo momento di riflessione.

Kaden tuttavia obiettò: “A sinistra? Non mi piace… ha un’atmosfera strana, come se dicesse sto per ucciderti

Taider tuttavia fece spallucce. “A dire la verità, anche gli altri sentieri mi davano la stessa tua sensazione” senza aggiungere altro.

Mary sospirò. Non aveva mai capito perché Taider dovesse parlare sempre in quel modo, riducendo al minimo le possibilità di dialogo.

Lo aveva conosciuto in tempi relativamente brevi, quando era stata chiamata dal Capo della Rivoluzione, Shydra Aldebaran, qualche settimana prima che il viaggio iniziasse.

“Tu, il Cavaliere Corrotto e Klose siete i miei migliori condottieri. Vi siete distinti sui campi di battaglia gestendo la Rivoluzione. Adesso mi serve qualcuno che si tenga pronto. Anche quest’anno la mia professoressa di Storia e Storia dell’Arte porterà la sua scolaresca a tentare di aprire la Fontana Lind. Te la senti, in caso ci riuscissimo, di accompagnare chi ci riesce ad aprire le altre due?”

Quello aveva detto, guardandola dentro come nessuno aveva fatto mai. Ma Mary in quel periodo aveva ancora la lingua biforcuta e aveva risposto: “Se non è un completo inetto, sarei lieta di accompagnarlo o accompagnarla. Ti ho mai detto che Tenebra è la migliore spada che abbia mai acquisito?”

Ma Shydra aveva sospirato e l’aveva invitata gentilmente fuori dal suo studio.

Quella era la vecchia Mary, erano altri tempi, tempi in cui poteva permettersi di fare la spocchiosa e poter fare il bello e il cattivo tempo. Poi era accaduto che, nel momento in cui la sua carriera in cui sembrava proprio essere all’apice, per un maledetto incidente aveva perso il braccio destro, e non era mancina.

Osservare il braccio spezzarsi e cadere banalmente a terra le aveva ricordato che non si viveva per sempre, e prendersela con Kaden non avrebbe cambiato le cose.

Se la Guerra e la Libertà le avessero richiesto di dare il suo braccio più caro in cambio della pace, lei non avrebbe mai esitato… o meglio, quello era che pensava.

Ma adesso? Adesso era una mancina forzata, con Tenebra che non funzionava a dovere.

Fra un pensiero e l’altro finirono in uno spiazzale abbastanza ampio, dove si diramavano tre uscite, una meno raccomandabile dell’altra.

“E adesso dove si va?” chiese Mary, ma prima che Taider potesse rispondere, dalla via a destra entrarono due Plexigos modello Canguro e da sinistra tre Demoni.

Mary non riusciva a crederci: davvero la Guerra Nucleare aveva modificato così fortemente gli animali?

Somigliavano molto a pipistrelli giganti, ma con una testa umanoide al posto di quella usuale. Mary dovette abbandonare Taider ed estrarre Tenebra dalla destra del fodero.

“Riesci a combattere, Taider? Dimmi di sì.” Mary aveva il cuore in gola, ma Taider era scomparso.

Che fosse scappato? I Plexigos non potevano averlo ucciso, perché non sembrava avessero attaccato… beh, meglio così, si disse, perlomeno aveva pensato alla sua pelle.

Qualcosa dentro il suo cuore tuttavia si spezzò. Come aveva potuto? Davvero contava così poco per lui? E quello che c’era stato fra di loro? Tutti gli abbracci e le confidenze?

Non era servito a niente, Taider l’aveva abbandonata in balìa di quegli errori della natura interessandosi solo di se stesso.

E fu con l’ira triste che squarciò i busti dei Demoni, muovendo Tenebra con una precisione millimetrica. Per la prima volta la sua sinistra era perfettamente in controllo.

Rimanevano solo i Plexigos, i quali non avevano ancora attaccato, Mary si stava chiedendo per quale ragione. Poi capì: avevano paura dei Demoni.

Infatti, dopo aver eliminato l’ultimo di quella specie, i modelli Canguro si avventarono su di lei come api sui fiori.

La ragazza ebbe molta paura, ma non poté fare altro che parare i colpi che le pervenivano, poiché un attacco diretto era impossibile.

I Plexigos modello Canguro erano abilissimi nel saltare e colpire l’avversario improvvisamente, quindi l’unico modo per affrontarli era sempre girare su se stessi e fare attenzione utilizzando molti più occhi di quanto la Natura avesse dato a disposizione della donna.

Il che non era facile; anche se era molto migliorata con la sinistra, non avrebbe mai raggiunto i livelli che aveva con la destra.

Uno dei due Plexigos la colpì con un colpo di coda alla schiena, che la spinse ben oltre lo spiazzale, intraprendendo la via centrale fra le tre uscite e facendola atterrare faccia a terra dopo svariati metri, tutti coperti in pochi secondi, quando invece a piedi ci avrebbe impiegato qualche minuto.

Fortunatamente non era molto doloroso, pensò Mary, anche se avvertì di stare sanguinando sul volto. Si poteva rialzare.

Doveva utilizzare la magia, o non avrebbe avuto altrettanta fortuna in seguito.

Com’era che diceva Taider? “La magia sta dentro di te, devi solo trovarla

Così le aveva detto, quando si erano ritrovati a parlare delle tecniche molto utili in battaglia, ma che erano privilegio di pochi.

Certo, la magia di uno stupido! Come aveva fatto a non capire che lei si era innamorata di lui?

E lui, come il più codardo fra i codardi, l’aveva abbandonata al suo destino. Non era nemmeno da Taider! Forse aveva capito di non avere speranze?

O forse era stato rapito da una terza presenza? Lo riteneva più probabile, che non quella sporca villania. O forse non riusciva nemmeno a credere che Taider non era così coraggioso come credevano.

Lo chiamavano Corrotto, e pensò di aver capito perché, pur preferendo rimanere nell’ignoranza.

Anche se si era rialzata, dovette ben presto tornare a terra, ma con il viso rivolto  verso l’alto, tuttavia fu costretta a chiudere gli occhi, perché un Plexigos era riuscito ad atterrarla di nuovo assumendo una posizione di vantaggio su di lei, bloccandola a terra.

Il suo fetido alito arrivava tutto sulle narici. Era chiaro che, pur avendo gli occhi chiusi, era sopra di lei, indeciso su come farla morire.

Nel frattempo l’altro urinava indifferentemente sui suoi capelli.

Non poteva accettare tutto quello, ma non aveva abbastanza braccia per poter sollevare quel mostro da sopra il suo corpo.

O forse poteva comunque?

Mary vide una delle orribile mani piene di artigli avvicinarsi, costringendo il mostro ad allontanarsi e quindi lasciare a lei un minimo di movimento. Errore, questo, che Mary sfruttò, riuscendo con la forza che possedeva a rotolare e far cadere il Plexigos a terra e alla fine liberarsi e, sollevata Tenebra con la mano sinistra, ne uccise due dimostrando comunque una grande abilità.

Prima uno, quello che le aveva urinato addosso; gli mozzò la testa dopo aver schivato un fiotto di raggi laser; e poi l’altro, a cui squarciò il petto come aveva fatto con i Demoni.

Era stato come dare due ganci destri, con la differenza che la sua spada era ben più temibile.

Le era venuto in mente, per un attimo folle, di conficcarsi l’arma nel moncherino come se fosse stato un braccio, ma sapeva che non era possibile ed era assurdo il solo pensarci. Tuttavia, si rese conto che, quando si rischiava la vita, la mente – la sua mente forse- si lanciava in pensieri tragici e senza senso.

Ridacchiò, invece, nel figurare se stessa con Tenebra sostitutrice del braccio destro… l’avrebbero chiamata donna d’acciaio o qualcosa di simile.

Ma ci teneva davvero, ad avere un soprannome… come Taider?

“Dannate creature” commentò Mary, sentendosi improvvisamente stanca. L’aria era pesante e una certa nebbia peggiorava la vista. Ma dov’era Taider? Doveva cercarlo oppure proseguire per la propria strada?

Corse più in fretta che poté, quando a un certo punto, svoltando a destra, vide in fondo a quel corridoio una figura che si stava accasciando a terra, sotto una figura che galleggiava a mezz’aria.

“KADEN!” urlò Mary, decisa a salvarlo prima di morire lei stessa.

Più andava avanti, più si facevano strada idee orribili nella sua testa. Perché salvare Kaden? In fondo, anche lui era un uomo come Taider: esattamente come aveva fatto lui, anche il ragazzo se fosse stata lei a dover essere salvata, l’avrebbe abbandonata… mentre l’angoscia le opprimeva il petto, pensò che tutti gli uomini erano uguali. Persino Klose, lui che in ogni caso si definiva coraggioso, lo avrebbe fatto.

Mentre quei pensieri si facevano strada, Mary tornò a guardare Kaden apparentemente svenuto… o morto. E cosa avrebbe voluto dire la sua morte? Le Fontane non si sarebbero più aperte e il sacrificio di Shydra sarebbe stato vano.

Era sicura di poterlo permettere?

Mary capì improvvisamente che forse c’era sotto un incantesimo, ma quei pensieri si facevano più insistenti, e fu con un grande sforzo fisico che riuscì a staccare le mani appiccicose di quello spettro dalla gola del ragazzo.

“Muori, stronza!” esclamò, e con una torsione del busto la tagliò orizzontalmente, facendolo così sparire in una nuvola di fumo.

“Miseriaccia, che cavolo era?” si chiese, controllando le condizioni del povero ragazzo. “Tu stai bene, no?”

Kaden tuttavia era ancora in uno stato di profonda prostrazione. “No che non sto bene. Faccio schifo, sono un essere inutile!”

Mise un pugno a terra, Kaden. Non voleva più convivere con se stesso. “Mi spieghi perché mi hai salvato? Quella era mia madre, che giustamente voleva portarmi con lei in un altro mondo!”

“Non era tua madre” rispose Mary, fiatoni. “Chiunque o qualunque cosa fosse, non era tua madre. Qui forse siamo in un Corridoio della Negatività o un nome del genere, che ci fa pensare cose a cui non dovremmo e farci crollare psicologicamente. Andiamo a cercare Taider e Klose”

Kaden rimase perplesso. “Taider non era con te?”

“No” rispose Mary sbrigativa e col cuore in gola, ed insieme superarono quel corridoio.

Girarono e girarono, ma sempre a vuoto. Senza il Cavaliere Corrotto, buona parte dell’orientamento era andato in fumo.

Avrebbero potuto girare alla cieca per millenni, forse, e non ne sarebbero mai venuti a capo, finché non accadde.

Una figura a quattro zampe spiccava dalla sommità delle frasche che delimitavano quel posto maledetto.

Faceva un buon odore di lavanda, Kaden la riconobbe quando l’essere cadde in quella stessa posizione come un gatto.

A differenza dell’ultima volta, era vestito semplicemente, con una tunica nera come la morte che aveva negli occhi.

“Il Mangiacuore” sentenziò Kaden. Mary sbiancò, per quanto bianca già fosse.

Kaden si chiese se stavolta lui e lei fossero pronti ad affrontare un mostro simile e si disse che era giunto il momento di utilizzare Giustizia.

Sempre che il Mangiacuore li avesse risparmiati per così tanto tempo da potergli permettere di estrarla dal fodero.

Era più inquietante, Josafat, adesso che era pulito e profumato. La differenza di quando era sporco di sangue era evidente e terrificante.

“Chi mai si prenderebbe la briga di pulire una creatura come questa?” si chiese Mary, cercando di non pensare al fatto che lei stessa aveva offerto la sua spalla a un idiota.

Kaden e le Fontane di Luce/17

Capitolo 17

Villa Hesenfield era stata costruita dal primo della famiglia, il cui nome si era perduto nel tempo, in seguito a un incendio che colpì l’edificio una lontanissima notte di ottobre, quando il futuro Re Isaac era solo il giovane figlio di un commerciante.

Col passare degli anni, tuttavia, la Villa divenne un vero e proprio monumento, ricco di opere d’arte, di biblioteche, di manufatti pregiatissimi e un enorme giardino curato alla perfezione. Si presentava agli occhi del visitatore come una casa squadrata, dotata di alte finestre,  composta da più piani e, in cima, un’alta torre dove campeggiava un orologio a lancette. Sotto di questo, faceva bella mostra di sé il simbolo degli Hesenfield: un grifone e un leone che sorreggevano uno scudo a sei strisce bianche e nere, infilzato da una spada e sotto il blasone un nastro azzurro recante il motto della Casa. Al di sopra, invece, sette stelle, una per ciascun membro attuale della famiglia.

Sarebbe stato un bel luogo, se non fosse stato per la costante e densa nuvola grigia che copriva il cielo, e la temperatura fresca dell’atmosfera.

“Sinceramente, non è un bel posto dove crescere” osservò Taider.

“Perché, tu dove sei cresciuto?” chiese Caleb. “Qualunque risposta tu mi possa dare, non sorpasserà mai la bellezza imperiale di questo posto, né la storia che ha la nostra Casa”

Taider sospirò pazientemente e, girandosi per guardare il panorama, notò una porta massiccia poco distante dal giardino.

“Cosa c’è oltre quella porta?” chiese.

“Il Labirinto” rispose Caleb, mentre bussava all’entrata di casa. “È la nostra… porta di servizio, che tiene lontano gli ospiti indesiderati. Voi, invece, siete attesi da mio padre, il futuro re dell’Australia, lord Abraham, che vi accoglierà nella Sala del Giuramento”

Una volta bussato, Kaden e i suoi compagni fecero attenzione a salire gli scalini in marmo che conducevano alla porta d’ingresso, in legno scuro.

Vennero accolti da una grande sala, lastricata in marmo lucido colorato a scacchi bianchi e neri, e in fondo Kaden vide un’ampia scalinata che portava ai piani superiori, potendo prendere la direzione destra o sinistra. Tuttavia, guardando poi Caleb, lui non sembrava dar segno di affrontare quella salita, piuttosto chiamò a gran voce un certo Frederick.

Dopo poco, un uomo alto e dai corti capelli grigi vestito in completo nero arrivò, dotato di un asciugamano posato sull’avambraccio destro.

“Signorino Caleb, vogliate seguirmi” disse, e tutti lo seguirono attraverso una porta fra quelle poste sulla sinistra dell’ingresso.

Una volta varcata, si seppe che nascondeva una scalinata ripida in pietra che conduceva verso il basso e pensata per essere scesa da persone in fila indiana, illuminata semplicemente da torce installate sulle pareti. Kaden, dopo qualche passo, non resistette e chiese a Frederick: “Posso chiedere perché avete un asciugamano sul braccio?”

“Farà molto caldo dove stiamo andando, e mi dà  fastidio avere il sudore sulla faccia. Siccome non mi è consentito allacciarmelo alla vita né metterlo sopra la nuca, lo tengo in questo modo”

“Ah” disse Kaden, chiedendosi dove accidenti stessero andando.

Il gruppo, alla fine della scalinata, si ritrovò dentro una sala molto simile all’arena dei Centauri, con degli spalti tutt’attorno e un trono inciso sulla pietra di fronte alla porta. Al centro dell’arena, una piccola colonna recante all’estremità superiore un fuoco, ma non era a causa di quello che si provava un caldo quasi soffocante.

Kaden gettò un’occhiata a Frederick, che aveva già affondato la faccia sull’asciugamano.

Ma colui che stavano aspettando non si fece attendere. Abraham Hesenfield in persona, con tanto di capelli argentei e orecchino di perla appeso sul lobo destro, era arrivato e si sedette sul trono, accompagnato da due dei suoi figli, che Kaden riconobbe: erano Jakob e il Mangiacuore, assieme e vestiti in maniera identica. Erano molto somiglianti al padre, tutti e tre avevano la stessa espressione altezzosa che non mancava nemmeno a Caleb.

Egli si pose alla destra di Abraham non dicendo nulla. “Benvenuti, ospiti” esordì il capo famiglia, aspirante Re, sedendosi sul trono. “Puoi andare, Frederick. Per la miseria, non lo sopporti proprio il caldo del vulcano, eh?”

Frederick si inchinò. “Vi ringrazio, mio signore. Mi dispiace, mio signore” e si dipartì con troppa fretta.

Abraham schioccò le labbra, sospirò e proseguì. “Siamo proprio nei pressi del vulcano che si trova vicino la mia proprietà, ecco perché il lieve tepore che si potrebbe avvertire. Ma stavo dandovi il benvenuto. Visto che siete miei ospiti, permettetemi di ragguagliarvi sul motivo della vostra visita”

Calò un silenzio surreale.

“Sin da quando Shydra Aldebaran mi ha comunicato il profilo del qui presente ragazzo dalla pelle scura, mi sono messo in moto per farlo giungere al mio cospetto… o meglio, al cospetto dell’oggetto che gli servirà per aprire le Fontane”

“Che genere di oggetto? La Aldebaran non me ne ha mai parlato… anzi, ha detto che se sono riuscito ad aprire la Fontana Lind sono capace altrettanto anche le altre due, essendo le Tre Fontane legate”

“Le sue informazioni sono inesatte” concluse Abraham.

“Forse, erano…” borbottò Kaden, ma Abraham riuscì a captarlo ugualmente e sogghignò, deducendo che Shydra fosse morta. Il fatto che non ne avesse  avuto ancora notizia contava poco, sarebbe potuto succedere in qualsiasi punto dell’Australia senza essere vista.

“In ogni caso, la compianta leader dell’Armata Rivoluzionaria sbagliava a credere che tutte e tre le Fontane fossero uguali. O perlomeno, l’informazione che aveva è incompleta. Vedete, noi siamo gli Hesenfield. Questo vuol dire che non siamo solo possessori di un cognome pesantissimo, ma che testimonia la nostra appartenenza alla famiglia più antica di questa terra martoriata. Pertanto, sappiamo meglio di chiunque altro cosa siano le Fontane e che importanza abbiano per il benessere della società che è venuta a crearsi dopo l’Apocalisse. Ciò che voglio dire è che il Re Isaac Hesenfield, nostro santo protettore e capostipite, una volta sconfitto i Draghi e preso possesso della corona dell’Australia unita, ha indagato e, sul suo diario, che ha continuato a redigere anche dopo la campagna contro i Draghi, scrisse che le Fontane sono oggetti diversi… ma uguali”

Abraham si interruppe, vedendo che aveva lasciato perplessi i quattro ospiti.

“Le Fontane possono essere chiuse, per farla breve” riprese, “ma richiede un prezzo elevatissimo, ossia l’anima della persona che intende chiuderle, per deviare il loro corso benefico e trascinarlo sul proprio corpo. Capite, dunque, che atto contro natura hanno compiuto i tre usurpatori? Accecati dall’avidità, hanno legato il proprio destino alle Fontane, sottovalutando la possibilità che qualcuno potesse aprirle, cosa che in effetti è successa”

Kaden sentì gli occhi gelidi del capo famiglia su di sé e represse un brivido.

“I miei antenati più prossimi, ossia mio padre e suo padre prima di lui, hanno versato in una condizione non proprio favorevole. Il nome degli Hesenfield era caduto in disgrazia col passare degli anni, da quando siamo stati spodestati, e la questione delle Fontane è decaduta, cancellata dalle maree dei secoli. Adesso che però io ho intenzione di riconquistare il trono che è nostro, sono venuto a sapere di questo ragazzo e ho ripreso in mano il sacro diario scritto dal pugno infallibile di Re Isaac. Ebbene, secondo le sue ricerche la Fontana Kashna la si può aprire solo in un modo, ovvero inserendo un gioiello nell’apposito scomparto”

“Quindi non basta andare lì e giurare la manopola?” chiese Kaden.

“Ovviamente no” disse Abraham. “Inoltre, le mie spie mi informano che la Fontana Chemchemi, che si trovava a Sydney, non vi è più”

“Eh?” chiese Mary attonita.

“È stata rimossa dal luogo dove sorgeva da un giorno all’altro… non è stata distrutta, poiché non è possibile farlo, e non è nemmeno stata aperta, perché  il re bastardo è ancora vivo. Direi che sia stato un piano per nasconderla, anche se ignoro dove. Ho dato ordine alle mie spie di cercarla, quindi nel frattempo vi suggerisco di prendere questo oggetto. Si tratta di una pietra smeraldina incastonata in una stella a sei punte in ferro, chiamata Smaragdi. Prendete lo Smaragdi e andrete a Kashnaville”

Kaden chiese: “Caleb non viene con noi?”

“No! Perché dovrebbe? Perché, dovrebbe? Caleb deve riprendere il comando dell’esercito. Non so se ne sei a conoscenza, ma gli Hesenfield sono impegnati in guerra su tre fronti: a Ovest nell’assedio di Perth, lì dove il re Fantoccio è stato smascherato, a Kashnaville contro la signoria della regina Margareth e infine siamo impegnati nell’infinita guerra contro i Draghi, nostra nemesi sin dall’alba dei tempi . Dovrete contare sulle vostre forze, anche se sono sicuro che una volta giunti a Kashnaville la troverete sgombra di lotte. L’unica cosa che dovete fare adesso è prendere l’oggetto di cui vi parlavo. Si trova nel Labirinto”

I quattro non erano troppo sorpresi da quella rivelazione. Era possibile che fosse un oggetto semplice da prendere?

“Perché mai l’avete collocata in quel luogo infernale invece di trovarsi nelle tue mani?” chiese il Cavaliere Corrotto.

“Silenzio, sir John Taider, il quale sotto il mio regno saresti già stato impiccato per aver disertato” sibilò Abraham. “La tua domanda è impertinente e sottovaluta l’infallibile intelligenza del mio avo, il Re Isaac Hesenfield sotto il quale l’Australia ha prosperato! Credi davvero che io, futuro Re dell’Australia, possa rischiare la vita dentro il Labirinto? Re Isaac ha scritto nel suo diario che, nella possibilità che qualcuno usi impropriamente le Fontane, deve esserci sempre un altro che le apra! Testuali parole! E nella sua incalcolabile saggezza, ha ritenuto che nascondere lo Smaragdi dentro un labirinto pieno di pericoli non potesse che essere l’unica opzione possibile per verificare l’effettiva validità del candidato alla riapertura della Fontana manomessa! Il vostro protetto ne ha già aperta una, è vero, ma chi assicura che sia destinato ad aprire anche le altre due? Bisogna avere una certezza definitiva e, per noi Hesenfield, la si può trovare solo alla prova del Labirinto!”

“Allora io non entrerò” disse Mary. “Ho soltanto un braccio, e ho intenzione di rischiarlo a patto che se ne è veramente necessario, e questo caso non lo è”

“È piuttosto legittimo” osservò Abraham. “Fra voi, solo il ragazzo è obbligato ad entrare”

Taider e Klose non biasimarono Mary. Era rimasta priva di un braccio, e da quando lo aveva perso, in lei se n’era andata anche un bel po’ di spavalderia. Così, senza dire nulla, risalirono le scale e uscirono, diretti al Labirinto. Successivamente, anche Abraham congedò i suoi figli.

“Figli miei” disse. “Caleb, puoi tornare a comandare l’esercito alla conquista di Kashnaville. Jakob, tu occupati di Josafat”

“Cosa?” chiese Jakob. “Non devo più combattere?”

“Se tu combattessi, chi si occuperebbe di Josafat? Deve tornare a far parte della nostra Casa, sarà un principe fra pochissimo” tagliò corto Abraham, mentre tornava verso il suo studio. “E, per inciso, è l’unica cosa di cui sei capace… occuparti del tuo fratello più piccolo. Fa un graziosissimo odore di pino silvestre, finalmente, e ciò è merito tuo”

Quelle parole ferirono Jakob più del proiettile al ginocchio che aveva ricevuto. Ma come? Allora tutto quello che aveva fatto? Aveva rischiato la vita, più e più volte, solo per la gloria degli Hesenfield… e per la sua, visto che come terzogenito non avrebbe mai ereditato nulla.

Per la prima volta gli venne da piangere, segnalato da un violento magone alla gola che non chiedeva altro di essere liberato.

Essere un Hesenfield era la cosa che lo rendeva più felice in assoluto… adesso sembrava solo un peso enorme da sopportare. E c’era la concreta possibilità (suo padre e Caleb la chiamavano certezza) che potessero salire al Trono, il che voleva dire diventare principi… per sempre, senza essere ricordato nelle canzoni, senza che nel grande albero di famiglia ci fosse posto per lui.

Non era possibile. Jakob, una volta visto suo padre chiudersi in quello studio maledetto, concluse che lui era un ciarlatano e i suoi fratelli dei perfetti deficienti che non riuscivano a vedere la verità nemmeno se gli avesse ballato davanti nuda e prosperosa.

“Noi siamo gli Hesenfield” era la risposta a tutto, anche se si trattava solo di passare il sale da un capo all’altro della tavola, a cena. E, di questo, Jakob era stufo, perciò gli venne un’idea. Tornò sui suoi passi percorrendo il lungo corridoio che portava allo studio di suo padre a ritroso, accarezzando il manico della spada.

Sapeva che quell’idea a lui non sarebbe piaciuta, ma quella voce della coscienza poteva anche tacere per quanto lo riguardava. Non era più un Hesenfield, era un… come si chiamava sua madre, da giovane? In effetti, non aveva mai avuto sentore di parentele da parte di madre e, a dire il vero, non aveva altri parenti al di fuori di quei fratelli, la sorella e dei genitori.

Che razza di famiglia erano, gli Hesenfield? Jakob stava cominciando ad avere il fiatone, in preda a un pensiero sciocco, folle e terribilmente realistico.

Doveva assolutamente saperne di più, così prese un altro corridoio e invece di uscire andò in biblioteca. Questa aveva un’ala del maniero tutta per sé: comprendeva archivi, saggi, biografie e centinaia di capolavori, tutti divisi in ordine alfabetico e temporale. Era molto ampia e illuminata alla perfezione da dei grandi lampadari di cristallo. Jakob, accompagnato solo dal rumore degli stivali sul marmo lucido, consultò l’albero genealogico di Abraham e lesse che erano venuti a mancare due fratelli e i relativi figli.

Non poté credere a quelle parole, ma più gli rimanevano impresse nella memoria, più il mondo gli cadeva addosso.

C’erano stati altri Hesenfield; ovvero lord Abraham non era figlio unico come aveva comunicato ai suoi figli. Assetato di conoscenza, andò a leggere le cronache degli anni in cui morirono i due fratelli, che incredibilmente coincidevano, risalenti a qualche anno prima che Abraham sposasse Katrina.

Nei giornali veniva detto solamente che vi era stato un doppio lutto nella famiglia Hesenfield, senza andare nei dettagli, in quanto era solo una notizia in fondo e di poca importanza: erano tempi in cui il loro cognome apparteneva al passato, che, seppur glorioso, non era più. Tuttavia, in quel frangente Abraham aveva dichiarato, secondo le parole del giornale: “Io e mio padre sentiremo per sempre la mancanza delle nostre anime, ciononostante il nostro nome continuerà a vivere imperituro”.

Per Jakob fu sufficiente: sapendo ciò che aveva fatto durante la sua vita e avendo avuto modo di avere a che fare col suo carattere ribelle e indipendente, era stato suo padre ad uccidere i suoi stessi fratelli, per poter avere l’eredità, che invece gli sarebbe stata preclusa, in quanto Abraham in base all’albero genealogico risultava essere il terzogenito.

Con la morte nel cuore, scorse ancora una volta l’archivio dei giornali e stavolta non dovette fare fatica nel cercare la notizia che aspettava, poiché campeggiava a nove colonne in prima pagina: “Clamoroso incendio nella notte” e nel sotto titolo “Una combustione di entità senza precedenti porta con sé villa McNobly e i suoi inquilini”. Nell’articolo si diceva che tuttavia era rimasto un solo sopravvissuto, poiché Katrina McNobly era assente la notte dell’incendio. Di conseguenza, qualche mese dopo, la bella ereditiera sposò il ricco nobile scapolo Abraham Hesenfield.

Jakob apprese in quel modo la verità sulla sua famiglia e, dopo aver pianto lacrime amare, il fuoco della vendetta cominciò ad ardere in lui.

Era il momento di distruggere il casato.