Kaden e le Fontane di Luce/35

Capitolo 35

Mary disse: “Non mi hai fatto fare nulla!” ma Isabel ridacchiò. “Hai assistito al mio modo di combattere, ti pare poco?”

Non c’era da stupirsi infine, tornati al campo, che Caleb aveva fatto piazza pulita del resto dei briganti, composto da un uomo di mezza età ma ancora molto vigoroso e un altro ragazzo, della stessa età delle due che avevano rapito Kaden.

“Miseriaccia! Chi erano?” chiese Mary, mentre osservava il disastro che erano riusciti a combinare. Molte delle guardie erano morte, e non rimaneva più nessuna carrozza. Oltretutto, era rimasto solo il cavallo personale di Caleb.

“E che ne so… hanno studiato tutto nei min imi dettagli, però, riuscendo a sorprenderci”  disse il figlio maggiore degli Hesenfield. “Per fortuna, non hanno fatto danni irreparabili”

“Danni irreparabili? Dovremo andare a piedi!” esclamò Isabel, frustrata.

“Questo perché non riesci ad andare al di là del tuo naso” osservò Caleb. “Siamo in una foresta, qui, il legno non manca. Costruiremo, tutti, una carrozza e andremo a Sydney, domani a mezzogiorno, cascasse il mondo”

Siccome erano ancora un gruppo folto di persone, impiegarono solo alcune ore per montare una carrozza adatta a portare tre persone, trainata dal cavallo di Caleb, il quale si era proposto da (come) cocchiere, ma privo dell’armatura e vestito in maniera strana.

“Voi, miei uomini, perlustrerete la zona” annunciò il ragazzo il giorno dopo, verso sera. “Io scorterò Kaden e le ragazze a Sydney, reclamando il mio trono”

“Lo reclamerai vestito di sacco?” disse Mary, guardando perplessa il nuovo abito di Caleb. Infatti si era vestito del sacco di patate che gli aveva portato Isabel, tenuto fermo dalla corda di canapa.

“Tu bada ai fatti tuoi e pensa con Isabel come entrare a Sydney. Io… io devo diventare Re” rispose glaciale. L’idea gli era venuta ripensando al sacrificio di Klose. Lui aveva dato la vita affinché lui, Mary e Kaden si presentassero davanti alla regina Margareth, dimostrando così un coraggio eccezionale. Ma oltre al coraggio serviva anche l’umiltà, l’accettare di essere servo del popolo, per poterlo proteggere. E come si vestivano gli umili? Di sacco, ed ecco quello che aveva detto a bassa voce alla sola sorella, poiché temeva i giudizi e le obiezioni inutili degli altri due.

In quella veste, i quattro presero di nuovo la via e finalmente, all’alba del nuovo mattino, Sydney era in vista, con la guerra che gli bussava alla porta.

“Mancano due giorni all’incoronazione del… sovrano” disse Caleb. Era la prima volta che parlava da quando era salito sul suo cavallo.

“E allora?” rispose Kaden, malinconico come non lo era mai stato. Isabel andava avanti e indietro nei suoi sogni, e più di una volta si erano “baciati”. Poi, vederla a stretto contatto con lui in quel nuovo mezzo di fortuna, si chiedeva spesso come avrebbe fatto a resistere alla tentazione di dichiararle i suoi sentimenti.

“Dobbiamo impedirlo” rispose secco Caleb. “Adesso il piano è questo: io ed Isabel prenderemo il controllo dell’assedio e reclameremo il nostro Trono. Soprattutto la mia parte sarà fondamentale, perché passerò col mio cavallo vestito di questo umile straccio infreddolito e tutti mi vedranno come loro servo e comandante, in quanto nuovo Re dell’Australia e Isabel riceverà il titolo di Principessa. Tuttavia, questo è quello che riguarda noi. Tu e Mary vi infiltrerete e cercherete un modo di entrare… sono sicuro che una volta sul posto troverete qualcosa, poi cercherete la nuova ubicazione della Fontana e…”

Seguì un minuto di silenzio tesissimo. Tutti sapevano che la fine era vicina e non vedevano l’ora di assaporarla.

Caleb non disse nulla, concentrato più che altro sugli incendi, sulle esplosioni e sulle urla che si sentivano anche da lassù.

“Non stanno combattendo male” osservò. “Voglio dare loro una mano. Per farlo, dovrò introdurvi nell’accampamento del Capitano, che non so chi sia, ma so bene quale sia la sua tenda. Entrerò forte del mio cognome, tuttavia voi non entrerete, come ho appena detto”

E così successe. Scesero prestando molta attenzione a dove mettevano i piedi in quanto il terreno era molto instabile e infine giunsero sul campo di battaglia.

Caleb respirò a pieni polmoni l’aria pesante, che invece a Kaden stava soffocando.

“Come fai?” chiese, tossendo convulsamente, imitato da Mary.

“Semplice: inspira finché i polmoni siano riempiti e poi liberi l’aria. Non è difficile” rispose Caleb, sogghignando. “È il mio mondo, questo: si uccide, si teme per la propria vita e finalmente la carne che cerco posso trovarla. Ma tu non puoi capire. Andiamo ”

Kaden percorse una sentiero molto lungo, in cui comprese davvero che cosa significava la parola guerra.

C’era gente morta, cadaveri ammucchiati ai lati e un odore pesante ovunque.

Inoltre, medici di ogni sorta correvano di qua e di là per prestare soccorso ai feriti, dei quali alcuni gravi.

E fu a un certo punto che Kaden si accorse che un medico sussurrò a un soldato: “Mi dispiace, ma la cancrena è irrecuperabile. Dovremmo amputarla”

E vide in diretta un’amputazione, commentata da Mary con un sibilo. Quella scena  bastò per allontanare Isabel, per un momento, dalla mente del ragazzo.

Poi gli venne in mente che vi era la possibilità di ricostruire l’arto, ma forse con i mezzi che avevano in campo non era possibile.

Infine, dopo aver evitato un pazzo che sosteneva di sentire le esplosioni, si vide di fronte una tenda ricamata in oro.

“Eccoci” disse Caleb. Poi si rivolse a uno dei guardiani, cercando di governare l’agitazione in lui.

“Siamo Re Caleb Hesenfield e la principessa Isabel. Devo parlare col Capitano”

La guardia vide com’era vestito Caleb e capì che veniva in pace, così entrò nella tenda per annunciarlo.

“E voi che fate ancora qua? Andate, no?”

Isabel riportò Mary e Kaden alla realtà. Quest’ultimo non voleva separarsi dalla ragazza, ma ormai era inevitabile. Si defilarono, dunque, diretti alle mura. Per fortuna, erano giunti nell’ora di tregua, che si dava da entrambe le parti per poter curare i feriti.

Infine, superate le tende, i due ragazzi videro coi loro occhi ciò che Isabel aveva disegnato andando a memoria: erano mura spesse, davvero molto alte e dipinte di bianco. Non si stentava a credere che nessuno fosse riuscito sin lì a sfondarle.

“Tu che dici?” chiese Kaden a Mary, che consultò la mappa di Isabel.

Purtroppo Mary non aveva idea di dove far passare loro due senza essere visti, tutto era troppo coperto, e inoltre vi era Kraken l’Angusto in persona, da solo, che difendeva le già possenti corazze avversarie.

Mentre sospirava, notò che la lotta era ricominciata, o perlomeno si sentirono forti trombe squillare.

“Fate largo al vero Re bianco e nero! Cantate inni, eleviamo lodi a Caleb Hesenfield, sovrano dell’Australia unita e alla Principessa Isabel!” esclamò a gran voce qualcuno.

“A quanto pare ce l’ha fatta, eh?” ridacchiò Kaden.

“Già, ma sarà tutto inutile finché non apriremo la Fontana Chemchemi” mormorò Mary, la quale non riuscendo a trovare una risposta si stava innervosendo, “Forse dovremo confrontare il perimetro disegnato qui con quello reale. In marcia!”

I due non vennero notati, visto che la guerra era ricominciata, ma chiunque li avesse visti avrebbe detto che mancava qualche rotella: che senso aveva, infatti, girare di soppiatto davanti a delle mura così massicce, per di più disarmati?

All’improvviso una fortissima folata di vento spazzò via moltissimi soldati, disperdendoli dalla grande concentrazione che vi era nei pressi del lato del muro più vicino fino a un secondo prima.

Alla folata, seguitò un grandissimo raggio di fiamme, che separò i ribelli dai soldati della capitale che difendevano le mura.

“Eccolo, è arrivato ad aiutarci!” esclamò entusiasta uno di questi ultimi.

“Non è possibile!” si adirò Mary, dando pugni alle mura con il braccio di legno, in quanto anche lei sapeva bene che era giunta la fine, ancora prima di iniziare.

Il Drago in questione era enorme e dall’aspetto terribile. La sua sola presenza faceva mancare l’aria e dava una sensazione di occlusione, ed era per quello che qualcuno nei tempi remoti aveva definito Kraken “Angusto”, proprio in memoria degli effetti che dava la sua semplice presenza.

Inoltre, era il Signore dei Draghi, pertanto ci si doveva aspettare da lui tutto quello che poteva comprendere una fine lenta e dolorosa.

Mary e Kaden rimasero in piedi, e furono tra quei pochi che riuscirono a resistere al primo attacco.

Se Mary aveva già estratto il suo pugnale, però, il secondo stava osservando con apprensione il muro di fuoco appena creatosi.

“Non temere, Kaden” disse Mary. “Riuscirò a farti passare oltre questa maledizione, fosse l’ultima cosa che faccio! È quello che Shydra voleva! Devo farlo per John!”

John. Kaden sapeva che Mary pensava ancora a Taider, la sentiva piangere e ripetere quel nome, ogni tanto. E forse lei lo amava in un modo che Kaden non riusciva ad afferrare.

Poi lo vide. Kaden si voltò sulla sinistra, quando vide un buco minuscolo in quell’immensità di pietra e acciaio.

Era solo un canale di scolo, ma per Kaden voleva dire una possibilità.

Kraken era ancora impegnato a distruggere. Forse non li aveva visti. Non vi era nessuno nel raggio di mezzo chilometro, forse.

E allora, trasse due profondi respiri e calò verso terra, in modo da vedere meglio quella piccola fessura.

Sembrava essere lì da secoli. Le sbarre, una volta forse fatte in ferro, erano molto arrugginite e sembravano promettere il tetano immediato, ma di quello Kaden non ne era a conoscenza.

Piuttosto, il ragazzo vide, oltre le sbarre, che l’acqua verdognola entrava con molta velocità dentro le fogne di Sidney.

Kaden prese una decisione. “Mary!” esclamò. “Mary! Guarda! Avevamo la soluzione sotto gli occhi!”

Mary ebbe tutto il tempo di meravigliarsi ed avere un tuffo al cuore.

“Meraviglioso, Kaden!” esclamò gettando la cartina ormai inutile di Isabel. “Entreremo e capiremo”

Grazie ai prodigi magici della ragazza, le sbarre si aprirono come se non vedessero l’ora di far entrare due estranei, introducendoli dentro quelle rapide fatte di melma e di acqua verdognola che prometteva malattie.

E così accadde. In un turbinio, i ragazzi vennero trascinati in mezzo ai flutti, stando bene attenti a tenere la bocca chiusa, in modo da non ingerire quel liquido rancido.

Dovevano ammettere che andavano molto veloci, riuscendo a malapena a rendersi conto che quel cunicolo era pieno di topi che viaggiavano più lenti.

Poi, come tutto cominciò improvvisamente, altrettanto improvvisamente finì, e i ragazzi caddero faccia  a terra su un mucchio di pozzanghere.

Kaden si aspettava un  livello d’acqua più profondo, invece a quel che pareva i condotti si allargavano.

“Bene, siamo arrivati. Probabilmente siamo sotto la città. Ci conviene salire su, adesso, per vedere la città” disse Mary.

“No, che dici? Siamo due ricercati, il mio nome è al secondo posto fra le taglie più alte, non ricordi? Non possiamo farci vedere! Direi piuttosto di dirigerci al porto, verso il Mare! Seguiremo i topi!”

Kaden sapeva bene che i topi cercavano sempre la strada giusta, poiché avendo vissuto per tanto tempo nei quartieri più poveri di Perth aveva imparato a conoscere quei roditori, pertanto si affrettò a seguirli, aiutato dalle fioche torce che erano installate a intervalli regolari.

Se Kraken veniva definito Angusto, di certo quelle gallerie non erano da meno: biforcazioni, tetti bassi, mattoni pieni di muschio e altre sporcizie, il canale di scolo che riempiva le scarpe di Kaden fino a  rendere i passi pesanti, e i topi che alle volte spostavano i loro compagni morti per poter proseguire.

E nel frattempo, nella mente del ragazzo si faceva strada l’idea di poter incontrare un nemico malvagio anche in quel posto.

Poi tuttavia si tranquillizzò: aveva Mary dalla sua parte, e il massimo che poteva incontrare lì era un Plexigos, e forse anche uno cieco, per via della poca luce.

Poi gli venne in mente come si era imposto rispondendo alla proposta di Mary con una migliore, e capì: non era più lei a proteggerlo, adesso i ruoli si erano del tutto ribaltati e questo lo spaventò non poco.

Ad ogni modo, più andava avanti, più Kaden aveva paura di non arrivare mai, e quello lo fece tornare in se stesso e pensare a tanti aspetti negativi.

La sua missione aveva disseminato morte attorno a sé e aveva invece instillato la disperazione dentro di lui.

E nonostante tutto, era lì, a cercare di penetrare verso il porto, seguendo la direzione che stavano prendendo i topi, anche se a un certo punto alcuni presero la biforcazione destra, altri ancora la sinistra, e il restante prese la via centrale.

“Porca miseria… e adesso che facciamo, tu che sei tanto saputello?”

Kaden si sentì impaurito e dovette ammettere che Mary aveva ragione.

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Kaden e le Fontane di Luce/34

Capitolo 34

Una volta archiviata la lettera provocatoria di re Anthony, Caleb, Mary, Isabel e Kaden fecero il punto della situazione attuale, mentre i loro mezzi di trasporto marciavano lenti, poiché sapevano di essere cacciati anche dai Draghi.

“Ricorda che Sidney ha altissime mura e cancelli in acciaio pesante e inoltre è gremita di soldati pazzi” stava dicendo Isabel al gruppo, poiché lei era stata l’unica ad aver visto la capitale coi suoi occhi, avendo comandato un esercito anche se per breve tempo. È quindi inespugnabile. Ma noi non dobbiamo espugnarla, dobbiamo solo farti entrare indenne. Per questo ci ingegneremo in questo senso”

“Sidney non dà sul mare? Non potremmo tentare quella via?” si chiese il ragazzo.

Ma Isabel scosse la testa. “Non avremmo l’imbarcazione, e né io né Caleb sappiamo costruire una barca, e immagino nemmeno qualcuna delle nostre guardie che ci stanno scortando. Dobbiamo tentare via terra, sì”

Kaden sospirò. Gli sarebbe piaciuto sentire il rumore del mare da vicino, apprezzare la sensazione delle onde che sbattevano sulla barca, annusare la brezza che gentile gli avrebbe lambito la pelle…

Sì. Si era innamorato del mare, decisamente. Da quando lo aveva visto immenso e fiero il giorno in cui aveva “conosciuto” Patrick l’Esploratore, non se lo era più levato dalla mente e non vedeva l’ora anche di tuffarvisi.

Magari con Isabel… chissà come si tuffava, forse teneva un lungo vestitino bianco per pudore o completamente nuda?

Di sicuro sarebbe stato lo spettacolo più bello che… insomma, Kaden scosse la testa.

Aveva promesso a se stesso che i suoi pensieri sarebbero stati puliti.

E così vide ancora battibeccare i due fratelli, sorridendo.

La strada che stavano percorrendo era la via che costeggiava il mare, come sempre da quando l’aveva presa. Era la via più veloce ed era meno plausibile che i briganti attaccassero che non piuttosto dentro la Foresta che, a detta di Isabel, ospitava addirittura un branco di Licantropi.

“Licantropi?”chiese Kaden. “Cosa sarebbero?”

“Uomini che ogni luna piena sono costretti a diventare un lupo. Si cibano delle persone” spiegò lei. “Ne ho incontrato uno, una sera mentre ballavo all’aria aperta, mentre gli sguardi degli uomini si perdevano fra le mie grazie. L’ho visto in mezzo a loro, e ne ho visto tutto il processo. Non è stato piacevole, ma in qualche modo il Licantropo è fuggito via una volta trasformato in animale. Oh, anche le creature perverse non osano farmi del male!”

E ghignò malefica, compiacendosi di se stessa. Caleb scosse la testa desolato.

“Oh, e pare che nella foresta che stiamo costeggiando siano presenti anche i fantasmi delle vittime sventurate finite fra le fauci dei Licantropi!” aggiunse Isabel in quella stessa occasione.

“Ora stai esagerando, sorella” affermò Caleb, ma lei insisté.

“Te lo giuro, fratellone! Una volta sono voluta andare dentro la Foresta per conoscere il Licantropo che mi ha vista ballare ed è stato allora che ne ho visto uno. Si nascondeva, il maledetto: era tutto vestito di bianco, a piedi nudi e a testa bassa in modo da essere visibili solo i capelli lunghi, e riluceva alla luce della luna. Dico che si nascondeva perché metà della sua figura era nascosta da un tronco, e poi quando mi sono avvicinata non era più”

Caleb però era ancora scettico. “Sai, Isabel? Mi viene quasi voglia di addentrarmi in questa foresta per verificarne l’effettiva esistenza”

Kaden invece si era spaventato al racconto della ragazza. “Io invece penso che continuerò il mio percorso verso Sidney”

Mary partecipò alla discussione riportando tutti sui binari prefissati. “Domani a mezzogiorno saremo a Sidney, se continuiamo a procedere con questa velocità e mantenendo la strada” annunciò, dopo aver studiato attentamente la mappa mentre gli altri farneticavano su Licantropi e fantasmi.

“Oh, quanta nostalgia! Chissà chi troveremo? Spero di rivedere Von Galetan, è così bello!” esclamò Isabel, e si perse nei suoi pensieri.

Kaden non aveva idea di chi fosse quel Von Galetan, ma provò una punta di gelosia. Perché lui non era bello?

Caleb assunse un’espressione come per ricordare qualcosa e chiese: “Von Galetan? Sarebbe il bruto a cui hai lasciato il posto di Capitano?”

“Sì, è una persona stupenda! Devi conoscerlo!” cantilenò la ragazza.

Kaden, stufo di sentire parlare di Von Galetan, tornò piuttosto ad osservare il panorama all’esterno della carrozza, riflettendo con se stesso.

Stava recandosi a Sydney, in compagnia di gente sulla cui redenzione, fino a poco tempo prima, non avrebbe scommesso neanche un soldo. Paragonò Caleb e Isabel con Klose e Taider, e si rese conto che, per quanto loro fossero stati davvero leali e coraggiosi, i due Hesenfield trasmettevano molta più sicurezza. Subito dopo, si pentì di averlo pensato, considerandolo un oltraggio alla loro memoria e si ripromise di smettere di fare paragoni inutili.

Adesso, si accingeva a giungere nella temutissima capitale, chiusa al pubblico dall’inizio dell’assedio.

Nessuno aveva mai capito come oltrepassare le spesse mura, difese dunque con una grande resistenza.

Isabel e Caleb avevano detto che avrebbero trovato un modo una volta giunti sul posto, ma Kaden non era del tutto convinto. Egli invece presagì la sua fine proprio a un passo dal traguardo.

E poi vi era re Anthony, il quale aveva messo una taglia sulla sua testa, ma non aveva mai saputo a quanto ammontasse.

Ne era venuto a conoscenza in maniera abbastanza fortuita. Era giunto sulle loro teste un’ora prima un corvo portatore di giornali, diretto chissà dove, ma Isabel lo aveva colpito con una freccia, che aveva trovato dentro una delle tante bisacce dei cavalli che avevano prelevato dalla villa di Katrina.

“Non avrai rubato un giornale a qualcheduno?” chiese Mary scandalizzata, ma Isabel fece spallucce e lesse molte informazioni, per poi passare al fratello maggiore.

Ogni volta che si trovavano giornali, Kaden rimaneva col fiato sospeso, temendo che si potesse parlare di Perth o della nuova capitale, Port Hedland, e quindi qualche accenno sui civili dispersi.

I giornali infatti raccontavano tutto, tutti gli aspetti che potevano interessare al regno, e quel giorno in prima pagina campeggiava la vittoria di un certo Mark Enevoldsen, presentato come Capitano dell’Esercito che stava assediando l’amato regno di Anthony, il bastardo che divenne Re.

E inoltre, un altro articolo ricordava che mancavano sei giorni all’incoronazione del sovrano, che lo avrebbe rivisto comandare l’Australia, di nuovo tutta intera, e pertanto non riconoscendo il regno provvisorio di Isaiah Hesenfield, condannato a morte poiché auto proclamatosi protettore dell’Ovest. Infine, all’ultima pagina, la lista dei ricercati più pericolosi, e Kaden era il secondo della lista.

“Il primo sei tu, Caleb” notò Kaden, ma Caleb scorse la lista ancora una volta e sentenziò: “Qui il tuo Von Galetan non c’è, Isabel, il che vuol dire che è morto” ma Isabel non ci volle credere, ed ecco perché stava danzando attorno al fuoco che avevano acceso per il pranzo, emozionata in attesa di incontrare l’uomo che le aveva rubato il cuore.

Dopo il pranzo, Caleb parlò a Kaden e Mary: “Siete pronti? Non sarà facile. Sydney è protetta, potreste anche morire senza aver aperto la Fontana, e noi non potremo aiutarvi in città. Pensate bene a quello che volete fare, la notte porta consiglio. Farò io il primo turno di guardia.”

La notte portava consiglio, già. Attesero la sera, mentre il pomeriggio se n’era andato ancora in carrozza, senza parlare, anche se Caleb e Isabel avevano interloquito a bassa voce, come se stessero pianificando qualcosa che gli altri due non dovevano sapere.

Quella sera, Kaden vide Isabel portare al fratello maggiore un sacco di patate aperto ai lati e una corda di canapa e ci capì ancora meno, poi si coricò, proprio con lo sguardo di fronte alla luna, che in quel momento era a un quarto, crescente. Il ragazzo si rivolse a lei e alle stelle che adornavano la notte altrimenti nera.

Era errante da diverse settimane, ormai, e quante cose erano successe! Aveva incontrato i Draghi, aveva avuto fra le mani due spade, aveva anche ucciso un Unicorno, accidentalmente, e aveva visto morire tre fra le più coraggiose persone che avesse mai conosciuto, tutti e tre per salvargli la vita.

E non solo, si era macchiato anche di omicidio, per la prima volta in vita sua.

Sapeva cosa aveva fatto a Josafat, ma i fratelli di lui non lo avevano biasimato.

Lo aveva ucciso, tagliandogli le mani e la testa. Quante volte aveva desiderato uccidere i professori fastidiosi e i compagni spazzatura, ai tempi di quando andava a scuola? Sembrava passato più di un secolo.

Eppure, nessuno gli aveva detto che uccidere lacerava l’anima. Persino se si trattava di un pazzo che mangiava i cuori delle persone, era ormai entrato nel limbo dei peccatori in attesa di redimersi.

E come farlo? Aprendo la Fontana Chemchemi e portando a compimento la missione che Shydra Aldebaran gli aveva affidato, colei che era morta fra le atroci sofferenze che solo le fiamme di un Drago poteva dare?

Poi chiuse gli occhi, smettendo di pensare. Mary gli diede una coperta in più  e lui se la mise addosso. Le notti gelide erano un vago ricordo dell’Inverno Nucleare che era durato ottomila anni, pertanto era d’obbligo portare coperte con loro.

“Non vai a dormire, Isabel?” chiese Kaden, che vedeva ancora la ragazza fare esercizi di ginnastica.

“Fra un minuto, non vedo l’ora di mettermi fra le braccia di Morfeo! Ma prima, il mio corpo deve continuare a essere tonico!”

Kaden guardò le proprie braccia. Erano piene di tagli e scottature, ma in quel momento credeva che non avessero niente da invidiare a quelle di Morfeo. Poi si rese conto di aver formulato ancora una volta un pensiero scomodo sulla ragazza più bella del mondo. Ma che ci poteva fare? Infine sbuffò, cercando di togliersi dalla testa Isabel Hesenfield, che era decisamente troppo bella, e troppo in avanti per lui, soprattutto. Era la figlia della Luna, avuta dopo una relazione col Sole.

Un lupo ululò in lontananza, quella foresta riservava sorprese dopo sorprese.

E alla fine, Kaden si addormentò, ipnotizzato dal russare di Isabel. Quanto era bella! Quando faceva la scema col fratello, quando ballava, quando si esercitava, quando beveva, ma non l’aveva mai vista lavarsi!

Non credeva che sarebbe riuscito a resistere a quella tentazione, e poi…

Fu con quei pensieri che Kaden si addormentò.

In quello stesso momento, un gruppo di persone spiava il terzetto da dietro un cespuglio.

“Che ne dici, Gloria? Sono ricchi, no?” chiese una ragazza smilza, che teneva un coltellino fra i denti e aveva disegnato sulle guance linee orizzontali rosse.

“Uhm… non saprei, Bletta” rispose Gloria, che stringeva gli occhi per vedere meglio. “Certo, i cavalli sono ottimi e l’armatura di quel tizio sembra vero acciaio, con inciso uno stemma, che purtroppo non si vede da qua, cazzo!”

“Va beh, pazienza. Quando dici di attaccare?” chiese un terzo uomo, che reggeva una torcia, recante una profonda cicatrice sull’occhio destro.

“Appena l’uomo con l’armatura si dà il cambio con quel ragazzo sdraiato, Philip” rispose Gloria. “Già pregusto il sapore del sangue… uhuhuhu”

“Che schifo. Non ho mai capito questa tua passione per gli aspetti macabri. Comunque sia, li uccideremo adesso che è notte. Come osano, voglio dire? Questo è il nostro territorio” asserì Bletta, rivolta ai compagni, squadrandoli con quei suoi occhi sporgenti.

“Sì, ma nessuno lo sa” osservò Philip. “Noi siamo i rifiuti della società, e ci nutriamo dei suoi rifiuti, appunto. Pertanto, è fattibile che la gente passa, noi li trucidiamo e prendiamo le loro cose, e continuiamo a vivere. Certo che però, anche tu, vestirti di bianco… li fai scappare, ecco”

“Che ci posso fare se mi piacciono i fantasmi? Questo posto ne è pieno e voglio essere una di loro!” esclamò Bletta, arrossita.

“Comunque, sembra che il tizio stia alzandosi” disse Gloria.

E in effetti, gli altri due osservarono Caleb che, alzatosi, affrontò e uccise un Plexigos di passaggio con l’aiuto della sua sola spada.

Gloria era semplicemente affascinata.

“Ehi! EHI! Bill, vieni qua! Il ragazzo che abbiamo trovato è fortissimo!”

Ci fu un grugnito di risposta. Poi, alcuni passi e un uomo molto più anziano dei ragazzi scrutò con occhi cisposi di sonno con l’ausilio di un binocolo.

Poi, il sonno svanì del tutto in lui. Non poteva essere!

“Ma è Caleb Hesenfield! Non si vede bene, ma deve essere lui! Ho riconosciuto l’armatura! Chissà chi accompagna! Chi sono quei due coricati? Sono morti?”

“Magari” disse Gloria, leccandosi le labbra.

“Secondo me invece sono vivi e sotto la protezione di sir Caleb, il bellissimo” osservò Bletta. “Voglio dire, che ci fanno qui? Stanno andando sicuramente a Sydney, o tornano da lì per fuggire dall’assedio”

“Giusto, Bletta, ma ti ricordo che Caleb è un Lord, non un sir, poiché figlio di lord Abraham, che a quanto pare è deceduto, ma non si hanno notizie certe” osservò Bill. “Allora, ecco il piano, ragazzi. Le ragazze rapiranno il tizio più vicino, quello coricato, così sicuramente Caleb andrà incontro a lui, mentre io comparirò dal nulla e lo distrarrò rubando i cavalli.”

“E io che faccio? Mi gratto?” chiese Philip.

“No, tu ci farai luce. Vedo che c’è anche un secondo figuro sdraiato, e poi un terzo. Puoi rapire quelli”

Attesero qualche altro minuto interminabile, poiché Caleb non si era ancora alzato dacché si era seduto, dopo aver sconfitto il Plexigos.

A un certo punto, il ragazzo si alzò e svegliò il tizio disteso a terra, mormorandogli parole incomprensibili da quella distanza.

“ORA!” esclamò Bill, e assieme ai suoi attaccarono l’accampamento.

Tutto accadde molto in fretta: Caleb riuscì a vedere solo due ragazze che portavano via il corpo di Kaden e un terzo che portava via uno dei cavalli, che tuttavia scalciò imbizzarrito, svegliando Isabel, Mary e il resto della carovana.

“Ehi! Ma questa è una ragazza! E che ragaz… ah”

Isabel uccise Philip tagliandogli la gola.

“Chi cavolo sei tu che mi palpeggi i seni mentre dormo? Eh?” chiese la ragazza, lievemente isterica.

Poi si rivolse a Caleb, ma era occupato assieme alle sue guardie ad affrontare un uomo più anziano, così concentrò la sua attenzione al corpo mancante di Kaden, poi riprese lo stiletto e andò a cercarlo fra le frasche, non poteva essere lontano.

“Isabel! Vieni con me, cerchiamo Kaden!” esclamò Mary, che aveva avuto la stessa pensata.

Infatti, lo trovarono oltre un cespuglio, mentre due ragazze bislacche lo spogliavano.

“Oh, ma qui non c’è niente” si lamentò Gloria.

E anche Bletta che rovistava fra le vesti, si disse delusa. “A parte la spada, non ha altro di prezioso. Beh, uccidiamolo”

“Ehi” esordì Mary, inviperita.

Le due si voltarono, ma non considerarono lei, ma colei che l’accompagnava. Era ben visibile, il fuoco che avevano appiccato all’accampamento faceva risaltare ogni singolo spigolo di Isabel Eva Charlotte Ester Hesenfield.

Ma non c’era niente di sensuale, stavolta, nel suo essere: solo morte, fame di sangue e disperazione altrui, come nei giorni in cui comandava l’esercito che stava minacciando la capitale.

E soprattutto, odio profondo. Uno sguardo che nessun uomo desidererebbe mai di vedere dipinto nel volto angelico della ragazza.

“Cosa state facendo a quel ragazzo?” sibilò, carica d’ira.

Kaden si svegliò proprio in quel momento e vide Isabel e Mary pronte a salvarlo dalle grinfie di… riconobbe due ragazze, ma una somigliava a uno stuzzicadenti.

“Ridateci il nostro amico e nessuno si farà del male” sibilò Mary, anche lei infuriata, come ai vecchi tempi. Per una volta, Kaden la vide adirata con gli altri e infine non poté non provare un moto d’affetto per l’amica che tante ne aveva passate. Erano amici, e lui l’avrebbe protetta dedicandole l’apertura dell’ultima Fontana.

“No che non lo faremo, maledette” rispose stizzita l’altra ragazza, quella più attraente fra le due rapitrici. “Ti riconosco, a te: tu sei quella che danza! Come ti chiami? La danzatrice della Luna crescente, non è vero?”

Kaden rimase perplesso per quel nomignolo.

“Beh, sappi che hai ipnotizzato anche il mio fidanzato, James! E si è suicidato sapendo di non poterti avere! E per questo morirai!”

Gloria si avventò su Isabel, ma lei la tenne a bada con quel semplice stiletto, tagliandole la gola con un movimento semplice e fluido. Successivamente, puntò il coltello su Bletta.

“E tu? Che problemi psicologici hai?”

Bletta rispose candidamente: “Beh, mi piacciono i fantasmi, parlo da sola e ho un particolare interesse verso gli uomini nudi”

Sia Isabel che Mary la guardarono allibiti.

“Scappa, piuttosto, o l’ira degli Hesenfield si abbatterà su di te.”

Bletta annuì e fuggì via.

“Bene” affermò la ragazza. Poi sorrise a Kaden e disse “Rivestiti, andiamo via”

Kaden e le Fontane di Luce/33

Capitolo  33

Checché ne dicesse Re Anthony, la battaglia di fronte Sydney era giunta a una posizione di stallo, ma la sicurezza del sovrano stava nell’azionare il Drago Kraken l’Angusto come e quando voleva, e uccidere tutti quei plebei senza alcun problema. Tuttavia, non era a conoscenza che Caleb e la sua scorta personale era diretto proprio nella Capitale, e ormai stava per arrivare.

“Manca poco, ormai” disse Isabel. “Speriamo che nessun Drago venga a disturbarci”

“Drago? Cavolo, è vero! Ci sono i Draghi e più ci avviciniamo, più ne incontreremo!” esclamò Kaden sconvolto, ma Caleb riportò tutti alla calma.

“Non temere” disse lui. “Anthony ha mandato la maggior parte dei suoi ad attaccare Isaiah, per ritardare la sua partenza con le navi, ne son sicuro. Io stesso farei così. Pertanto, ritengo che a Sydney che ve ne siano pochi, tuttavia Kraken l’Angusto vale per tutti e diciotto messi assieme, quindi state all’erta”

“Insomma, non hai detto niente di confortante!” esclamò Mary.

“Caleb, ho anche appetito” disse Isabel, cambiando repentinamente argomento. “Non potremmo fermarci?”

“No, la guerra deve finire quanto prima” tagliò corto il maggiore, ma la sorella era davvero insistente, così alla quinta richiesta Caleb si stizzì e fece fermare la piccola carovana, in uno spiazzale d’erba a picco sul mare, diversi metri più sopra del suo livello, protetti quindi dal promontorio e da un piccolo bosco nell’entro terra. Prepararono dunque un bivacco, mentre scendeva la sera.

E Kaden ebbe a che fare col mare. Egli lo guardò per la prima volta.

Così profondo, così immutato e immutabile, di un colorito aureo mentre il sole affondava dietro l’orizzonte.

“Bel posto, vero?” gli si avvicinò Isabel. Kaden ebbe una fitta allo stomaco. “Pensa che tutte le estati andavamo al mare, e io e mia madre abbiamo continuato ad andare anche dopo la separazione, e personalmente adoro nuotare fino al largo. Il mare rilassa, naturalmente chi lo guarda con ammirazione. Pensa che c’è stato qualcuno che ha voluto vedere cosa vi era oltre l’Orizzonte”

“Cosa? C’è davvero altro oltre l’Australia?” chiese Kaden.

“Beh… dipende cosa intendi per altro. Ricorda che la Terra presentava cinque continenti, prima dell’apocalisse dell’anno Diecimila dopo Cristo. Dove siamo noi adesso era solo uno sputo di terra rispetto all’immensità dei continenti boreali. Ma non penso sia rimasto altro lassù, a parte i grandi ghiacciai che lo studioso Binks ha fotografato, nella sua spedizione, e a quanto pare è stato un viaggio eroico anche quello… tuttavia, colui che è entrato nella leggenda non è stato lui, ma Patrick l’Esploratore. Te lo faccio vedere”

Andarono insieme su un tumulo, posto al limitare del precipizio, all’estremità del quale era conficcata una lapide.

Kaden lesse:

Patrick l’Esploratore

1358-1406

Noto per aver affrontato il Grande Oceano

Le date si riferivano al nuovo conteggio del tempo, introdotto dopo il ritorno degli umani sulla superficie alla fine dell’era glaciale lasciata in eredità dall’inverno nucleare dovuto al bombardamento che aveva posto fine all’Apocalisse. Kaden lo sapeva, era l’unico evento storico che lo affascinava, fra le centinaia di eventi accaduti.

“Naturalmente il tumulo è vuoto” disse Isabel. “Lo sanno tutti. Probabilmente la data di morte è anche sbagliata, avranno atteso qualche anno e vedendo che non tornava hanno scritto solamente l’anno in cui hanno smesso di attenderlo. Sta di fatto che un giorno Patrick è partito con tre galeoni, con l’intento di voler circumnavigare il nuovo mondo e non è più tornato. Non si scherza con l’oceano. Ricordatelo, Kaden”

Kaden tornò a guardare l’orizzonte. Isabel spiegava le cose in maniera molto chiara e anche il tono della sua voce spingeva a fotografare con la mente tutti gli eventi che esplicava. Kaden vide coi suoi stessi occhi, quindi, le tre caravelle partire da Sydney e affondare forse qualche mese dopo, a causa di un fortunale. Lui era nato e cresciuto a Perth, una città di mare, e sapeva bene cosa si diceva di quello, che fosse nient’altro che un grosso contenitore di mostri marini e di tempeste.

Tuttavia nonostante questo non aveva mai visto il mare, pur abitando in quella città. La sua famiglia non ne era mai stata simpatizzante, e dunque non aveva mai avuto l’occasione di apprezzare quanto fosse profondo, immenso e apparentemente sicuro.

Certo, gli uragani e le tempeste non erano mai mancati durante la sua infanzia, tuttavia Kaden rimase alquanto stupito dall’immensità di quella massa.

E chissà cosa ci sarebbe stato, sott’acqua, ovvero che tipo di mostri marini vi abitassero effettivamente, ma era altrettanto sicuro che non sarebbe valsa la pena scoprirlo, in quanto sarebbe stato un mondo altrettanto pieno di pericoli e imprevedibile.

Avrebbe potuto perdersi per ore osservando quella linea dove stava affondando il sole e non se ne sarebbe mai stancato, sennonché una voce femminile gli riempì le orecchie.

“Invece di stare lì a farti seghe mentali sul mare, perché non viene a nutrirti di questo coniglio? È buonissimo!” stava esclamando Mary, che aveva aiutato Caleb a cucinare, mentre Kaden e Isabel stavano rimanendo immobili a fissare la tomba di Patrick.

E così andarono a unirsi a loro, dando le spalle all’immensità che si faceva sempre più scura. Era stato un incontro molto profondo.

Mentre mangiavano, Caleb chiese interrompendo il silenzio, fissando Kaden con fare sospetto: “E così a te piace mia sorella?”

Kaden sbiancò, andandogli di traverso un boccone. Si rese conto che tutti e tre lo stavano osservando e infine si rese conto di essersi seduto proprio accanto a lei.

Si ritrovò a pensare ad Isabel. Be’, era Isabel Hesenfield, la Lady Impossibile, e aveva provato più volte cosa si provasse a stare accanto a lei e la sua bellezza era opprimente, quasi. E tuttavia, a parte l’aspetto esteriore Isabel aveva dimostrato una grande abilità con l’arco e una buona cultura, dovuta al suo cognome.

Già, il cognome.

Gli Hesenfield, che fossero maschi o femmine, sceglievano molto attentamente chi sposare, non lasciando nessuna possibilità agli altri, che potevano solo dannarsi di non essere stati scelti.

Che possibilità poteva avere lui, con una ragazza oltretutto più grande?

“Non so di cosa stai parlando” rispose Kaden, col cuore che gli batteva all’impazzata e facendo sghignazzare Mary.

“Suvvia” disse Caleb. “Ho visto come la guardi… qualunque uomo ci farebbe un pensiero su e…”

“Caleb” sibilò Isabel. “Guarda che io sono presente! Stai cercando di piazzarmi come se fossi un filetto di carne?” e cominciò a picchiarlo sonoramente, per poi finire il litigio con grasse risate.

“Kaden” sussurrò infine Mary, con fare materno. “Non ascoltarlo, è solo uno stupido che ha voglia di scherzare”

Il ragazzo non capiva quel momento scherzoso, però si rese conto che ne aveva bisogno. Ne avevano bisogno tutti, poiché tutti in quel bivacco avevano passato giorni orribili e si scoprì grato a Caleb per aver saputo alleggerire la tensione.

Rimaneva solo una Fontana da aprire, ma nessuno sapeva dove si trovasse, visto che Re Anthony aveva pensato bene di nasconderla. L’unica era intrufolarsi con Mary in città e indagare, mentre i due fratelli reclamavano il Trono.

 

Sidney, Piazza Reale.

Re Anthony era in visita ufficiale ai quartieri poveri, e li stava arringando.

“Dovete capire” stava dicendo “che se la nostra nazione è in crisi è per colpa dell’Armata Rivoluzionaria. Dopo la dipartita del loro capo, Shydra Aldebaran, il titolo si è diviso fra i capi reparto, e nessuno ha capito più chi comanda, ma non per questo sono diventati meno pericolosi. Inoltre, qualcuno ha risvegliato i Draghi, il che vuol dire altre minacce. Certo, si potrebbe fare di più per proteggere la città, ma vi assicuro che la Corona sta facendo il diavolo a quattro per poter dare un futuro alla nostra Nazione, ai nostri figli, alle nostre case”

Applausi sparsi, ma Anthony non gradì quell’accoglienza tiepida.

“Dovete essere convinti! Dovete amare il vostro Re come il vostro Re ama voi! Non esiste Regno senza popolo!”

E addirittura lanciò la sua corona scintillante verso terra, dal palcoscenico dove stava parlando.

“Eccolo, prendetevela. È vostra. Io sono solo un vostro rappresentante” disse, e fu allora che quel gesto venne accolto da un grande entusiasmo.

Anthony sogghignò. Era così semplice prendersi gioco del popolo, e lui lo faceva sempre. Fintantoché non esitavano a pagare le tasse e a ingrossare il già considerevole bottino delle Casse Reali, non ci sarebbe stato niente da temere.

I Draghi erano stati difficili da gestire, ma Kraken l’Angusto gli aveva assicurato tutta la lealtà possibile, e a quel che vedeva molti dei suoi avevano mantenuto la parola, e tuttavia alcuni della loro razza disobbedivano al loro stesso Signore.

Ad ogni modo, diede ordine di riprendere la Corona, un manufatto antichissimo e che era passato sulle teste di tutti i Re dell’Australia e tornò a Palazzo.

Non aveva neanche fatto in tempo a scendere dalla carrozza che chiedevano la sua presenza.

“Maestà! È successo qualcosa di terribile!” esclamò uno dei servitori, con in mano una busta sigillata, proveniente da Kashnaville.

“Per fortuna, sto per diventare Re e le cose terribili non saranno più all’ordine del giorno” commentò mentre lesse.

Una delle sue spie lo informava che Caleb Hesenfield e la sorella si trovavano in viaggio verso Sydney, il che voleva dire solo una cosa: quei dannati stavano per reclamare il Trono, forti della loro discendenza con Isaac, lo sterminatore di Draghi.

Certo, il fatto che si era scoperto che Isabel fosse viva gli apriva la strada a una nuova idea. Era la donna più bella del mondo. Lui era il Re dell’Australia unita. Se l’avesse sposata avrebbe messo fine alla guerra e avrebbe instaurato una nuova alleanza fra lui e gli Hesenfield, che così sarebbero tornati al potere tramite Isabel e non avrebbero reclamato più nulla. L’unico problema era Caleb, che sicuramente non avrebbe approvato quella unione. In ogni caso, si mise a scrivere una missiva che avrebbe sigillato e posto alla massima attenzione del nuovo capo famiglia della Casa rivale. Oltretutto, tutti avrebbero guadagnato con quel matrimonio.

La lettera non tardò ad arrivare, poiché fu recapitata a Caleb tramite volatile, inviato da una spia che seguiva il gruppo essendo riuscita a mescolarsi fra la servitù.

“Posta per voi, mio signore. Re Anthony l’Usurpatore attende risposta” disse il postino della carovana consegnando dunque a Caleb la busta.

“Cosa?” egli stava dormendo, dopo aver passato quasi tutta la notte in piedi a scherzare con i suoi nuovi amici e prendere in giro la sorella. Poi si ricordò della missione da compiere e del Trono da reclamare e si disse che un buon Re doveva alzarsi presto e rinunciare ai bagordi. “Oh, grazie”

Avrebbe voluto chiamare per nome il postino, ma non lo ricordava. Ciò che lesse non gli piacque affatto.

“Stiamo scherzando. Anthony sta scherzando” disse Caleb, adiratosi e ormai completamente sveglio.

“Che succede, Caleb?” disse Isabel, affilando la sua spada. Era sveglia ben prima del fratello e aveva osservato tutta la scena.

“Il nostro… re vuole sposarti e porre così fine alla guerra” riassunse Caleb disgustato e appallottolando la carta.

“Che schifo! No, certo che no! È morta troppa gente in questo conflitto e io voglio essere libera di scegliere il padre dei miei figli! Io sono una degli Hesenfield, non un filetto di carne!” dichiarò altera la ragazza, così fredda e orgogliosa che il postino non poté fare a meno di ammirarla.

“Sei fissata coi filetti di carne, Isabel…” ridacchiò Caleb, orgoglioso di quanto fosse cresciuta. Poi si rivolse al postino: “Di’ al sovrano che rifiutiamo! Saremo felici solo se quel bastardo muore e ricordagli che esiste un solo Re possibile, Caleb figlio di Abraham!”

“Sarà fatto, sire” e si congedò con estrema riluttanza, come se non volesse rinunciare alla visione di Isabel, vestita per la notte e quanto mai affascinante. Subito dopo, anche Kaden e Mary, appena svegliatisi, vennero informati dell’accaduto e il ragazzo disse: “Allora, la Fontana? Il mio viaggio deve compiersi, no?”

E quella frase chiuse la questione per tutti. Per tutti tranne che per Anthony, che si adirò molto non appena informato del netto diniego.

Il Re si alzò dal suo Trono e disse a voce alta: “Ascoltate tutti! Metterò a morte chiunque abbia il cognome Hesenfield, o anche solamente chi è sospettato di essere in combutta con costoro! Ed essi sapranno chi è il vero Re, e si inchineranno, e saluteranno la Storia con una fine ingloriosa!”

Esclamato quello, mandò a chiamare Kraken l’Angusto, il capo dei Draghi, per inviare una squadra in cerca degli Hesenfield.

Nel frattempo la carovana di Caleb si stava avvicinando a Sydney. Era tempo di chiudere la vicenda, per entrambe le fazioni.

Kaden e le Fontane di Luce/32

Capitolo 32

“Isabel! Prendi la tua spada! Presto!” urlò Caleb alla sorella, e quella, aprendo un’altra porta, lasciò la scena.

“Non potrò farcela da solo” mormorò, chiudendo gli occhi e prendendo consapevolezza di stare lottando contro un mostro al di sopra delle sue capacità.

Il Basilisco lanciò due laser dagli occhi e Caleb si scansò sulla destra, e poi un’altra coppia, che ferì Kaden di striscio sulla spalla destra, e poi una terza coppia che rase i capelli di Mary, la quale si era abbassata appena in tempo.

Mary tossicchiò, a causa della fuliggine. “Ma è mai possibile che con tutti i soldi che avete non avete installato un cazzo di allarme antincendio?”

Neanche a dirlo che quello si azionò, bagnando tutta la stanza e spegnendo l’incendio. Tuttavia, l’acqua non aveva certo il potere di cancellare il Basilisco, che strisciò mandando laser ovunque, e Caleb li respingeva come poteva, in attesa della sorella.

Il serpente decise poi di puntare sugli spaventatissimi Caleb e Mary, ma venne bloccato dalla coda da parte di Josafat, il quale si arrampicò sul ventre, pronto a mangiare anche il cuore del rettile; tuttavia a quest’ultimo fu sufficiente scrollarselo di dosso per mandare il Mangiacuore fuori combattimento.

Il Basilisco fu pronto per attaccare.

“Kaden! Sei stato magnifico!” Mary scelse quelle come sue ultime parole.

“Mi dispiace di essere un idiota!” esclamò Kaden. Ormai la morte si stava avvicinando…

Il Basilisco però non colpì, perché un paio di frecce, scagliate dall’arco di Isabel, colpirono il mostro ai fianchi, distraendolo.

“Dovrai combattere contro di noi, maledetto!” esclamò Isabel. Kaden la osservò meglio e notò che aveva cambiato completamente espressione: avendo osservato la madre giacente a terra e rendendosi conto che solo in quel modo aveva trovato la pace interiore, Kaden ne dedusse che lei era certamente sconvolta, ma non per questo meno determinata.

Caleb e Isabel fronteggiarono dunque il Basilisco, un essere enorme dotato di zanne lunghissime e di raggi laser che partivano dagli occhi a intervalli irregolari. Caleb aveva Mezzanotte, che gli era stata consegnata da Isabel stessa, poco prima che lei tirasse le frecce.

Fu tutta una serie di colpi andati a vuoto, da una parte e dall’altra, mentre Isabel, un po’ impedita causa dell’abito elegante usato per la cena, non riusciva a correre per attuare il piano che prevedeva di girare attorno al basilisco per confonderlo.

Kaden si rivolse a Mary, mentre il serpente colpiva ancora coi suoi raggi. “Che cosa possiamo fare?”

“Difenderci dal Mangiacuore!” rispose lei, con la voce alterata dall’ansia. Ed effettivamente Josafat era giunto di fronte a loro, ghignando malefico. Stava sentendo delle nuove prede, la sua cena non era ancora finita.

Kaden e Mary erano dunque costretti a difendersi dal Mangiacuore, e se Kaden aveva quasi sperato che con la vendetta sulla madre la sua sete omicida si sarebbe saziata, era stato smentito dai fatti, così si avventò su di lui per proteggere l’amica e affrontare un corpo a corpo fuori dalla residenza, finendo quindi per spaccare un altro vetro e arrivare nel giardino circostante, mentre all’interno si consumava uno scontro tre contro uno, poiché si era aggiunta Mary.

Lei si sentì leggermente in colpa nel lasciare Kaden da solo, ma dopo quell’avvenimento aveva troppa paura del più piccolo della famiglia Hesenfield.

Kaden e Josafat rotolarono sull’erba fresca della sera, ma Kaden notò quanto in effetti Josafat fosse più lento e meno sicuro nei movimenti… forse, dentro di lui, viveva ancora quel bambino innocente che era stato prima del fattaccio e adesso che aveva ucciso colei che gli aveva fatto tanto male, era diventato una macchina vuota, morta assieme a Katrina.

E Kaden capì che era giunto il momento di metterlo a letto. Non avrebbe desiderato che toccasse a lui, ma in effetti c’erano così tante cose che non avrebbe desiderato e che erano successe comunque, che ci si poteva fare una lista.

“Bene” si disse Kaden. “Adesso, addio. Possa tu riposare in pace. Hai sofferto troppo nella vita, è ora che tu chiuda gli occhi e ti riposi”

Non aveva idea del perché lo aveva detto, né il motivo di cotanta sicurezza, ma forse aver scoperto la storia triste del suo avversario lo aveva indotto a conoscere anche il suo punto debole. E infine, lo vide arrivare, coprendo la pur breve distanza che aveva accumulato.

Josafat balzò come un Plexigos modello puma, diretto al cuore di Kaden.

Peccato per lui che quest’ultimo lo aveva previsto, ampiamente. Il solo interesse dell’ultimo degli Hesenfield era strappargli il cuore, neanche metterlo fuori combattimento.

Kaden trasse un respiro. Uno corto, uno rauco, uno intriso di compassione, più che di rabbia. E chiuse gli occhi, per non vedere cosa sarebbe successo.

Kaden sollevò il braccio destro, riempiendolo della tecnica dell’Aria, e affondò.

Un rumore sordo di qualcosa che si spezza riempì l’aria. Un rauco rumore come di gola che gratta, segno che Josafat un tipo di voce lo aveva sviluppato.

E poi, Kaden aprì gli occhi. E li vide: due avambracci posati a terra, che terminavano con una mano destra e una sinistra.

L’aveva fatto, aveva troncato le braccia a Josafat, che in quel momento stava contorcendosi dal dolore, mentre fiotti di sangue sgorgavano sporcando tutto.

“Non nuocerai più a nessuno” Kaden trattenne una lacrima. Gli faceva pena, ma doveva farlo.

Tutto quello che aveva letto, tutto quello che Isabel gli aveva spiegato… e chi avrebbe immaginato che dopo qualche minuto avrebbe ucciso il ragazzo più sfortunato del mondo?

Aveva letto che era stato viziato, pieno di capelli ricci, tutti lo adoravano in quanto piccolo e dolce.

E poi… l’inferno. Aver perso la bambina aveva ferito Katrina in maniera così profonda da farla diventare pazza, finendo per insegnare a Josafat a diventare un assassino, e poi la follia non fece che aumentare, trovando il suo culmine alla notizia della morte di Abraham, l’unico uomo che avesse mai amato.

Mentre Kaden pensava a tutto questo, Josafat Ismael Samuel Hesenfield non si mosse più, morto dissanguato.

“Buona notte, Josafat” disse il ragazzo, per voltargli le spalle e raccogliere i cocci della sua anima, appena infrantasi. O quantomeno, avrebbe voluto: una serie di rumori, esplosioni e urla lo riportarono alla realtà.

Con lo stomaco contorto, Kaden rientrò in villa e ciò che vide non gli piacque.

Il Basilisco strisciava letale, diretto alle gambe degli eredi della famiglia.

“Lascia perdere, Isabel, e spostati” stava dicendo Caleb. “Lo distruggerò con Mezzanotte, la mia spada”

E la estrasse. “Ammira la lucentezza della lama. Con lei, posso mirare il brutto volto del Basilisco come e quando voglio”

E così fece. Chiuse gli occhi e, fidandosi delle vibrazioni che gli dava il manico che respingeva violente scariche di raggi laser come fossero state noccioline, puntò alla testa, che doveva trovarsi in direzione dei raggi.

E con un colpo secco, il corridoio si riempì di sangue. Il mostro era morto e Mary era semplicemente ammirata.

“Alla fine sei riuscito a eliminarlo da solo” disse. “Come mai allora non ci hai pensato prima?”

Caleb scosse la testa e non rispose. Piuttosto, si accasciò a terra, singhiozzando , presto imitato da Isabel.

“Josafat…” disse lei “Josafat… dov’è…”

“Stava per uccidermi” disse Kaden. “Mi dispiace. Ho dovuto farlo. Adesso riposa e nulla più di questo mondo può ferirlo”

Kaden si rese conto che c’era gente che solo con la morte poteva trovare la pace, perché vivere era diventato impossibile. Due di queste erano Katrina e suo figlio, e per una strana coincidenza avevano trovato la serenità la stessa sera.

Seguì una pausa lunghissima, in cui Caleb e Isabel piansero i loro morti e li seppellirono accanto, proprio fuori dalla villa.

Furono due tumuli spogli, scavati in maniera perpendicolare all’edificio, in modo da guardare la Luna, che in quel momento era parzialmente coperta da un Drago che volava molto in alto.

“E adesso che succederà?” chiese Mary.

Kaden rispose: “Io devo comunque andare a Sydney. Chi se la sente, mi accompagnerà” e cominciò a fare strada allontanandosi dal gruppo, ma Mary lo richiamò con la voce. “Fermo! Credi davvero che dopo tutto questo ti lasceremmo andare da solo? Io ad ogni modo non posso, perché ormai voglio vedere con i miei occhi la capitale”

“Io devo reclamare il Trono” disse Caleb, spaventato alla sola idea.

“E io devo proteggere mio fratello” concluse Isabel, la quale era cambiata tantissimo in un giorno solo. Aver visto morire la madre l’aveva resa non solo più affascinante, ma più determinata e pronta ad accettare cose orribili come la guerra, pur di mettere fine alle sofferenze del mondo. Insomma, non era più tempo di ballare e si rese conto che lasciare la truppa personale era stato un errore.

Kaden era stupito nel sentire ciò che aveva sentito.

“Non ho capito” affermò, ancora fermo a pochi passi dai tumuli. “Voi vorreste aiutarmi ad aprire la Fontana?”

“Sì, è la cosa giusta per noi e anche per te. Per quanto tu sia cresciuto, non sei ancora in grado di cavartela nella città più protetta al mondo” disse Caleb. “Hai la protezione degli Hesenfield, il che non è poco”

“Bene, meno male”  rispose Kaden, e sorrise. Era bello e confortante sapere di non essere soli. “Anche perché non ho proprio idea di dove andare. Quanto tempo ci vuole per arrivare a Sidney?”

“Poco se usiamo un mezzo, un giorno e mezzo. E ti assicuro che non ci saranno intoppi, siamo due dei migliori atleti in circolazione, nessuno può batterci” disse Isabel, sicura come non mai.

“Sei sicura di accompagnarmi vestita in questo modo, sorella?” disse Caleb, guardandola perplesso. “Non dobbiamo andare a una serata di gala”

“Oh, già, scusatemi” e, imbarazzata, andò a cambiarsi e mettersi un vestito più adatto a un viaggio.

Lasciati soli, quindi, Caleb chiese a Kaden: “Dimmi di Josafat”

Kaden avrebbe preferito raccontare gli ultimi istanti di vita del Mangiacuore in un momento più lontano, a mezzogiorno e nel conforto di una casa sicura, non di sera e proprio accanto alla sua tomba. Tuttavia lo fece, e precisò che si era trattato di legittima difesa.

Caleb sospirò. “Stai parlando con uno che ha ucciso suo fratello e ha lasciato che sua madre morisse. Tutti abbiamo peccato, e io non posso giudicarti, piuttosto dovremmo aiutarci a vicenda. Sai maneggiare Olocausto, a quanto so”

“Si chiama Giustizia, adesso” rispose Kaden, adirato. Perché tutti si ostinavano a chiamare la sua spada con quel nomignolo?

“Comunque sia, ecco Isabel. Andiamo”

E partirono, scortati dalle carrozze con cui erano arrivati, diretti verso la Capitale.

Sydney, la città inespugnabile e tuttora inespugnata, nonostante diversi anni di assedio.

E inoltre, vi era Kraken l’Angusto in persona a presidiare quelle strade, non vi era nessuno al mondo in grado di oltrepassare le pesanti porte d’acciaio senza permesso.

Re Anthony aveva messo dunque la metropoli in fermento, coi preparativi per la cerimonia dell’Incoronazione. Una volta appreso della morte della sua matrigna, aveva capito che era rimasto solo lui come unico sovrano incontrastato, ed aveva pensato di rendere l’evento ufficiale e quindi riunire l’Australia sotto la sua bandiera sotto gli occhi del popolo.

“Per quanto riguarda le persone che vengono da lontano come facciamo? Abbiamo dato pochissimo preavviso, molti non potranno convenire. Inoltre, i treni sono stati dismessi” disse uno dei servitori.

A sentire quelle parole, Re Anthony ebbe la sensazione che sarebbe stata una festa molto intima.

“Meglio così, il Banchetto non sarà esoso” rispose. “Per poter permettere alla gente fedele al Re ma che non si trova nei miei territori, faremo installare dei maxi schermi in tutto il regno. In una settimana ce la faremo”

“Perdonatemi, Maestà, ma cosa sarebbero?” chiese il servitore.

Per tutta risposta, il Re prese un rotolo dalla biblioteca privata e lo mostrò.

“Questi sono schermi. Una volta, prima dell’Apocalisse, erano molto in voga. Poi sono stati soppiantati dalle macchine tele trasportatrici, ma noi non ne abbiamo. Pertanto, risolleveremo le vecchie tecnologie e permetteremo anche alla gente povera di vedermi incoronato”

Il servitore era più confuso che persuaso, visto che non capiva come funzionava, ma annuì e si allontanò dal Re.

Anthony tornò ad osservare il magnifico panorama. Vedere la capitale, che maestosa proliferava, mentre un Drago volava alto nel cielo, era qualcosa di magnifico e sensazionale, e lo aiutava a snebbiare la mente.

Nessuno aveva trovato ancora Kaden, il ragazzo che aveva aperto due delle tre Fontane.

Lui era al sicuro, ma lo preoccupava quella falla. Doveva assolutamente fermarlo, per essere ancora più sicuro che nessuna minaccia potesse toccarlo. Inoltre, da quando Isaiah Hesenfield aveva occupato Perth, non aveva più ricevuto informazioni sui territori dell’Ovest e non aveva idea di quale sarebbe stata la prossima mossa, e inoltre non aveva neanche tempo di pensarci, poiché aveva intenzione di attaccare Kashnaville e occuparla, ora che era morta Margareth.

Ciò che Anthony non sapeva era che Isaiah stava preparando una flotta diretta a Sydney, mentre Caleb aveva reclamato come suo il territorio della regina Margareth, ma che avrebbe governato un altro dei suoi capitani in vece sua.

In ogni caso, gli Hesenfield potevano fare di nascosto ciò che volevano: una volta auto proclamatosi Re, di lì a sei giorni, tutti avrebbero dovuto chinare il capo, senza se e senza ma.

Kaden e le Fontane di Luce/31

Con questo capitolo voglio festeggiare le mie ventisette primavere. Tanti auguri a me e grazie a voi per tutto il vostro supporto ❤ 

Capitolo 31

Villa Hesenfield, 14 aprile 2039

Caro diario,

sapevamo tutti e due che prima o poi sarebbe successo perché papà lo diceva sempre, e alla fine è successo.

Ricordi il vecchio albero di mele? È diventato vecchio, e l’abbiamo sradicato. Papà dice che gli serviva “spazio”, ma io penso che è perché abbiamo provato a far rimanere nostra sorella Isabel sui rami più alti.

Ma insomma, che possiamo farci se io, Caleb, Isaiah e Jakob pensiamo che sia scema? E allora le abbiamo detto che c’era un gattino (sai quelli che sparano i laser? Wow!) così è salita ma non trovando niente ci siamo fatti tante risate fino a sera.

Quanti ricordi! E adesso non c’è più niente. Mi mancherà quell’albero di mele.

Villa Hesenfield, 12 giugno 2039

Caro Diario,

come stai? Era da un po’ di mesi che non ci scrivevamo, vero?

Insomma, qui è tutto come al solito. Mamma e papà litigano e nessuno vuole dirmi perché.

Sono troppo piccolo? O forse perché non posso parlare?

Villa Hesenfield, 15 agosto 2039

Caro Diario,

la gita ad Adelaide è stata spettacolare! C’era il circo, tanti animali feroci e giuro di aver visto un Plexigos! Uno vero, che sparava raggi! Fichissimo!

Però mamma ha detto che vorrebbe vivere qui con Isabel. Chissà cosa voleva dire. Forse vuole curarsi il pancione che le sta venendo?

Villa Hesenfield, 9 settembre 2039

Carissimo Diario,

è stata una bella estate, dopotutto! Caleb e Isaiah mi hanno portato al lago e ci siamo divertiti tantissimo! Abbiamo pescato le carpe, le anguille… una l’ho presa con le mani, ma Caleb mi ha detto che non si fa.

“Non devi fare come Isaiah! Quello è stupido!” e infatti poi si sono presi a colpi di anguilla in faccia!

Ma oggi è il mio compleanno, come ben sai. Papà mi ha fatto entrare nel suo studio, finalmente! Ma non è questo il regalo.

Mi ha fatto aprire un pacchetto e… non potevo crederci! Un apparecchio per parlare!

Come ha detto che si chiamava? Laringofono, se non sbaglio.

Sono troppo contento! Potrò realizzare il mio sogno: svegliare Caleb nella notte!

Villa Hesenfield, 8 gennaio 2040

Caro Diario,

buon anno! Lo so, dovrei scrivere un po’ più spesso, ma che vuoi farci. Sono molto triste.

Mamma ha detto di andarsene. Gridava, sai. E poi, ho visto una cosa brutta.

Stavo passeggiando nei corridoi cantando, come ormai sono abituato, e la porta della stanza di mamma era un po’ aperta.

Ho visto… lo voglio scrivere, magari mi passa.

Mamma ha mangiato il cuore di una bambina! Era piccola, sul tavolo, coperta di sangue! Non riesco a pensarci! Non riesco a dormire più!

Qualcuno mi aiuti!

Villa Hesenfield, 10 gennaio 2040

Sto diventando pazzo, credo, Diario.

Mamma e Isabel sono partite per non so dove. Pioveva, e io mi sono messo anche a piangere, ma non c’è stato niente da fare, anzi, papà mi ha dato anche una sberla.

“I veri Hesenfield non piangono per queste cose!“ mi ha detto.

Però io sto impazzendo, davvero! La mia mano trema e devo stare calmo! Ho anche visto il nonno morire e avevo il braccio sporco di sangue… tutti mi guardano con occhi strani, ma giuro che non ne so niente!

Villa Hesenfield, 13 gennaio 2040

Diario, ti prego, aiutami! Io… sono di nuovo sporco di sangue e ci sono momenti in cui non ricordo dove sono! E il momento dopo ho il cuore in mano! Papà dice che vuole buttarmi fuori di casa e non mi vuole più come figlio.

Ma io non so dove andare e ho bisogno di mangiare cuori! Dimmi, come mai nessuno mi capisce?

 

C’era una pagina vuota, poi, solo altre due parole.

 

Aiutami, Diario…

 

Non c’era altro, se non scarabocchi incomprensibili, che proseguivano per diverse pagine. Altri scarabocchi erano stati impressi così forte da aver bucato la pagina.

Se Kaden avesse mai voluto sapere cosa fosse successo al Mangiacuore, se ne pentì amaramente.

Aveva cominciato a leggere quel diario. Prima si era divertito, vedendo i pensieri di un bambino di sette anni molto viziato, ma poi, col passare del tempo, le vicende riportate diventavano sempre più oscure, fino a quella terribile ultima pagina.

Josafat Hesenfield, macchiatosi di omicidio alla sola età di sette anni.

“Quindi, tuo fratello… ha ucciso il padre di Abraham?” chiese Mary ad Isabel, ancora disperata e coccolando il Mangiacuore.

“Sì… lui non si è mai reso conto del vero motivo per cui è cambiato. Neanche noi, a dire il vero. Nessuno ha mai saputo cosa gli fosse successo. Sapevamo solo che a un certo punto nostro fratello aveva scatti d’ira che lo portavano a mangiare il cuore delle persone, e Caleb me lo comunicava attraverso le lettere, ma finché non abbiamo trovato questo reperto, nessuno avrebbe mai potuto indovinare che fosse per quel motivo. Il fatto è che nostra madre ha dato alla luce un’altra bambina, solo che lei… non ce l’ha fatta. È nata, ma dopo qualche secondo è morta. Sarah Ester Mariah Hesenfield, così compare nella tomba. Ed è anche per questo che i miei litigavano. Sapevamo che quella bambina sarebbe nata con qualche problema. Papà voleva che mamma abortisse, piuttosto che allevare uno “sgorbio”, come diceva lui, mamma invece l’ha tenuta, facendo di tutto per portare avanti la gravidanza. È stata talmente… disperata, forse, che le ha mangiato il cuore, in un tentativo di tenerla per sé, però purtroppo Josafat l’ha vista compiere questo atto scellerato, ed è diventato pazzo”

Kaden deglutì. “E il diario, come l’avete trovato?”

Isabel rispose: “Volevo tenere qualcosa dei miei fratelli, il giorno in cui partimmo da Villa Hesenfield. Ad esempio a Caleb ho rubato una coppa d’oro massiccio, un pezzo introvabile e preziosissimo, riservato agli eredi della Casa, da cui dovevano bere quando raggiungevano la maggiore età e quindi l’effettiva eredità. Isaiah invece mi ha regalato il medaglione” e lo sollevò dal petto per mostrarlo meglio. “Se lo apri c’è la foto di famiglia, ovvero quando Josafat era ancora piccolino e in fasce. Lo rimuovo solo quando dormo. Del mio fratello più piccolo ho questo diario, che ho prelevato solo in un secondo momento. Ho chiesto a Caleb di darmi un qualsiasi oggetto, e lui mi ha dato questo, non so nemmeno come lo abbia trovato. Non credo che lo abbia mai letto. E infine, io. Ho donato ai gemelli il mio anello preferito… adesso non mi entra più, ormai, ma credo che tutti questi oggetti rappresentino il legame fra i figli Hesenfield, a prescindere dalla distanza e dalla lontananza che abbiamo patito.”

Caleb aggiunse: “È Isaiah che tiene l’anello, Isabel. Dice che è il suo portafortuna”

“Lo so” rispose lei. “Mi scrive tutti i giorni, come dovrebbe fare qualcun altro”

Caleb arrossì di dispiacere.

“Jakob cosa ti ha regalato?” chiese Kaden. D’un tratto si rese conto che le stava parlando, ma una volta passato il primo impatto e dopo aver letto il diario, non rimaneva che una ragazza impaurita e bisognosa di affetto.

“Oh, sì… come Caleb, Jakob è molto geloso delle sue cose. Così, prima di andarmene e dopo aver trafugato la coppa, a Jakob ho preso questo”

Si alzò e prese da un busto collocato in un angolo della stanza una tiara. Sembrava preziosissima, e terminava con una pietra blu.

“Bella, vero? Si indossa sul capo, solo che è molto pesante perché la pietra è uno zaffiro vero. Non ho idea del perché Jakob, così giovane, avesse una tiara nella sua stanza, ma ritengo che sia stata un dono di papà per quando si sarebbe sposato. Voglio dire, non avrebbe mai ereditato la Villa, il minimo che lui potesse fare era donare alla futura amata un oggetto degno di questo nome. Solo che io me ne sono impossessata, e adesso lo metto solo quando devo ballare davanti a tutti”

“Certo che Abraham è proprio strano… mettere in testa ai suoi figli cose come eredità, successione e matrimonio sin da piccoli” osservò Kaden. Il paragone lo faceva con suo padre, il quale non si è mai interessato di quegli aspetti.

Isabel fece spallucce. “Devi capire che noi siamo gli Hesenfield, non siamo come gli altri. Siamo una famiglia superiore, che esiste da secoli. Per questo dobbiamo mantenere il nostro nome vivo e per questo Caleb deve diventare Re, per mantenere inalterate le volontà di Padre Isaac, il quale ha anche inventato il nostro motto a memoria imperitura per i posteri: totus tuus

Seguì un lungo momento di silenzio, rotto solo dall’orologio a pendolo della camera di Isabel.

“Immagino che resterete per cena e per la notte, vero? E poi partirete per Sydney” disse lei. “Siate buoni con mia madre, ha subìto diversi lutti e adesso che Josafat è a casa credo che i dolori si amplificheranno”

“Ma figurati” la rassicurò Mary. “Non siamo certo dei guerrafondai. Siamo partiti perché dobbiamo, e stiamo conoscendo noi stessi attraverso le mille difficoltà che abbiamo passato”

“Mi fa piacere sentirlo dire. Adesso mi cambio e andiamo a cenare, voi fate come se foste a casa vostra, vi saranno assegnate delle stanze per stanotte”

Kaden aveva sperato che non ce ne fossero costringendosi quindi a dormire con la ragazza e si vergognò per averlo pensato. Invece trovarono dei vestiti maschili adatti a lui e si presentò in maniera molto elegante alla cena preparata per cinque persone, con Katrina a capotavola.

Se Kaden vide per la prima volta Mary vestita in maniera appropriata a una femmina, secondo il suo stereotipo, non era nulla in confronto a Isabel, che sembrava scesa direttamente dal cielo col suo vestito rosa molto elegante che le lasciava aperte le spalle e sedeva alla destra della madre, quindi di fronte a Caleb, che aveva scelto un normale completo nero.

Una portata dopo l’altra, tutto sembrava procedere per la normalità, anche se a detta di Kaden mancava un po’ il dialogo, sembrando costantemente di essere dei pesci fuor d’acqua. Niente a che vedere con i cenoni molto poco austeri che si organizzavano periodicamente nella sua famiglia, pieni di caciara e cibo di bassa lega.

E, d’un tratto, Kaden sentì una fitta al cuore. Gli mancavano, gli mancavano davvero, tutti quanti e si ripromesse di accendere l’ultima Fontana quanto prima.

“A proposito, dov’è Josafat?” chiese Mary d’un tratto, dopo aver finito la sua porzione di dolce. “Non lo avevi incatenato?”

Solo allora Kaden notò che Caleb si era slegato da Josafat, forse per poter mangiare meglio.  Quegli stava per rispondere, ma Katrina fu più veloce. “Hai… incatenato mio figlio? Caleb, è tuo fratello, tuo fratello, misericordia!” e sbatté le mani sul tavolo, alzandosi.

“Madre” cominciò Caleb, ma Katrina era ormai un fiume in piena. “Disgraziato!” esclamò, lanciando una sfera d’aria sul petto del primogenito, che volò e sbatté sulla porta della stanza, essendo stato catapultato lontano dalla tavola.

“E voi?” chiese Katrina, come se si fosse solo allora resa conto della presenza di estranei. “Che ci fate in questa casa? Non siete graditi, per niente… son sicura che anche voi siete stati d’accordo nell’ammanettare mio figlio come se fosse il peggior criminale, ma la verità è che non sapete nulla, NULLA!”

Sollevò in aria il tavolo e tutto ciò che vi era sopra venne scaraventato ovunque, persino il candelabro, che a contatto col pavimento si ruppe lasciando che le candele si incendiassero.

Katrina sembrava folle, mentre Isabel piangeva, ancora inchiodata sulla sedia, biascicando: “Madre, basta… Josafat è…”

“ZITTA! Hai lasciato che questi plebei entrassero nella nostra dimora e dettassero legge A CASA MIA! Ma lo sai chi sono io? La moglie di Abraham Hesenfield, la Regina di questo Paese! E non permetterò che facciate qualcosa a mio figlio! Il mio adorato!”

E, usando un colpo a due mani, colpì anche Isabel, che cadde trasportata dalla sedia.

“Ehi, basta!” esclamò Kaden, alzandosi e fronteggiando la donna.

“Sì, basta! Hai ragione, negro” disse lei. “Adesso chiamerò il mio animale domestico, che vi mangerà tutti!”

Kaden e Mary si guardarono, come aspettandosi un cane o un gatto, ma da sotto il pavimento spuntò fuori un vero e proprio serpente enorme, che stava schioccando la lingua.

“Ecco a voi l’unico esemplare di Basilisco rimasto sulla Terra” disse Katrina, sibilando le parole. Era totalmente fuori di sé. “Il mio bambino! Pagherete tutti per ciò che gli avete fatto!”

“Madre!” esclamò Caleb, ancora massaggiandosi il petto. Era disperato quanto la genitrice fosse furibonda. “Non è colpa di nessuno! Ha solo visto ciò che non doveva vedere!”

Al che, mentre il Basilisco cominciava a colpire Kaden e Mary, Katrina si guardò a destra e a sinistra, mentre le fiamme cominciavano ad intrappolare tutti i presenti. “Io… io ho fatto questo? Ma Sarah… Sarah vive in me, dovevo farlo!”

Isabel smise di piangere, rendendosi conto che sua madre aveva smesso di vivere nel momento in cui aveva compiuto quel gesto folle. Aveva davvero capito solo allora tutte le volte che lei era stata assente e distratta in tutti quegli anni, e parlava di Sarah come se fosse ancora viva. Anzi, qualche volta chiamava lei stessa col nome della piccola defunta.

“Mi dispiace… JOSAFAT! PERDONAMI, SE PUOI!”

Come se fosse stato chiamato, Josafat entrò nel soggiorno spaccando un vetro da fuori e, in preda all’ira e sapendo che tutta la sua esistenza lo aveva portato a quel momento, allungò la destra e prese il cuore della madre, sfondandola da dietro.

Kaden non aveva mai visto quel momento in diretta, anche se ci era andato vicino più volte, ma sapeva che non avrebbe mai dimenticato la voracità, il sangue e il ghigno soddisfatto misto alle lacrime che Josafat stava mostrando in quel frangente, mentre si nutriva del cuore della genitrice.

Che Josafat stesse vendicando Sarah, nessuno l’avrebbe mai saputo.

“KADEN!”

La voce di Mary che lo traeva a sé mentre le enormi fauci del Basilisco scattavano a vuoto lo riportò alla cruda realtà. Era in mezzo all’inferno, con un Basilisco che girava loro attorno, e Josafat gustava il suo pasto del tutto ignaro.

Kaden e le Fontane di Luce/29

Capitolo 29

Il problema era che Vanità era posta in un luogo non raggiungibile senza essere visto dai due contendenti, che, anche se stavano azzuffandosi, egli era sicuro che non l’avevano persa di vista.

Eppure, doveva prenderla, senza far capire a Margareth che era arrivato alla soluzione del dilemma.

Infine, un forte scossone e i due duellanti ripresero fiato, osservandosi in cagnesco.

“Maledetta cagna…” commentò Caleb, ormai nelle condizioni per insultare la regina. “Perché non cadi? Eh? Troppo ingenuo era, mio padre, che vi voleva vermi striscianti! Voi non striscereste nemmeno per chiedere un bicchiere d’acqua in mezzo al deserto!”

“Brutto bastardo… come osi parlare in questo modo alla tua regina? Ti ricordo che nessuno mi ha ancora spodestato, e morirai per avermi insultata!”

“E intanto hai il fiatone” aggiunse Caleb. “Ciò vuol dire che sarai anche onnipotente, ma condividi il corpo umano come tutti. E sarà questo che ti porterà alla rovina”

“Lo vedremo!” concluse Margareth, che stese la mano e produsse un’onda d’urto che spinse Caleb contro il muro, distruggendo una consolle.

Kaden doveva muoversi. Capì, dall’espressione del compagno, che non rimaneva molta energia da sprecare per quel duello.

Sarebbe potuto essere anche un Hesenfield, ma la Regina immortale era un osso duro anche per il più temprato degli eroi.

Il tutto stava nel prendere Vanità senza essere visto, così in uno scatto fece per alzarsi, ma Margareth fu più rapida.

“E adesso Vanità è in mano mia. Ti decapiterò. Sai, mi sono divertita a combattere con te, e ti conferirò una morte veloce e indolore”

Kaden si maledisse, cacciando un urlo e battendo un pugno sul pavimento. Sembrava finita, ma Caleb aveva ancora molte frecce al suo arco.

Mentre era a terra, notò che l’urlo era stato cacciato dopo che Margareth aveva canzonato la sua persona con la ripresa dell’arma.

Quindi, per aprire la Fontana serviva quella spada.

Il figlio di Abraham decise. Avrebbe offerto l’ultima stilla della sua energia per estirpare la spada da quelle mani vellutate.

Così come aveva fatto Klose, anche lui avrebbe offerto la sua vita per una causa più grande, rappresentata nella persona di Kaden, l’unico fra loro in grado di aprire le Fontane di Luce.

“Ma bravo in nient’altro, cazzo” aveva detto una volta Mary, durante i giorni in cui li stava deportando a Villa Hesenfield.

E adesso stava per diventare Re. Così si alzò e sorrise.

“Non disperare, Kaden” disse. “Ho capito”

Kaden sgranò gli occhi. Aveva capito? Che cosa aveva capito?

Poteva essere solo una cosa, e cioè la storia della spada.

Ciò significava che l’avrebbe tolta dalle mani della regina come suo ultimo regalo?

E dopo averlo fatto, Kaden dove avrebbe dovuto porre la lama?

Poi la vide. In cima alla quercia raffigurata, ove ogni ramo terminava con una fessura per lasciare passare la luce, vi era una fenditura rettangolare, e Kaden ipotizzò che fosse larga giusta per inserirvi Vanità, anche perché non vedeva altre soluzioni.

“Mary!” disse Kaden. “A che punto sei?”

Non fece in tempo a chiederlo che finalmente la ragazza estrasse l’oggetto cadendo all’indietro.

“E ringraziami!” esclamò Mary, infuriata. “Avresti potuto darmi una cazzo di mano, no?”

Kaden arrossì, ma stavolta chiuse perfettamente l’oggetto nel buco e attese la spada da Caleb.

Come avrebbe fatto allora, per far vertere le sorti della battaglia in suo favore?

Vide Caleb cadere, una, due, dieci volte.

E lui era ancora dentro la Fontana, dopo esservi entrato per controllare la presenza effettiva della fessura.

Il figlio di Abraham aveva ormai l’armatura ridotta a brandelli, e  un fendente mandato nel punto giusto lo avrebbe portato a morte certa, ma non per questo era meno determinato.

“Forza, Caleb. Io sarei solo d’intralcio. Il destino dell’Australia è nelle tue mani. Dammi quella spada e tutti i peccati ti saranno rimessi, ne sono sicuro. Puoi farcela, amico mio!”

Amico mio.

Kaden lo aveva appena definito “amico”, lo aveva sentito.

Lui non aveva mai avuto amici, se non i suoi fratelli. L’ovatta in cui era cresciuto gli impediva di socializzare con facilità, e in età adulta ne aveva passate così tante da non dare confidenza ad alcuno, inoltre era convinto della superiorità del suo cognome su tutti gli altri.

E infine, li aveva trovati proprio in coloro i quali doveva uccidere. Persino Kaden, che pure provava rancore nei suoi confronti.

“Va bene, Kaden” disse lui. “Verrò a Sydney con voi e ucciderò con le mie mani anche Re Anthony! È un bastardo non riconosciuto dal padre che non merita niente , né in questa vita, né nell’altra. Ricorda queste parole, perché ti serviranno”

“Così come gli altri Re, ti pare? Manterrò la promessa”

Ma Margareth ridacchiò.

“Avete i Draghi al vostro seguito, due eserciti e la potenza della città di Sidney, la Capitale Inespugnata. Cosa può fare un moccioso che beve ancora il latte dal seno?”

E Caleb rispose ghignando sicuro di sé. “Ciò che può fare o non può fare non è affar tuo. Gli Hesenfield ti mandano i loro saluti!”

Con uno scatto fulmineo, si aggrappò al braccio sinistro della regina e usò tutte le sue forze per sradicare la spada dalla mano, che con un guizzo attraversò dunque la stanza e finì ai piedi di Kaden, che non perse tempo e l’afferrò.

“Che hai fatto, figlio di puttana?” Margareth con l’altra mano (la sinistra era dolorante) afferrò la gola di Caleb e cominciò a stringere.

“V… vai…  Kaden… realizza… i-il… nostro… sog…”

E Kaden finalmente uscì dall’ipnosi che gli aveva offerto quella scena e infilò con tutta la forza che aveva Vanità in quella fessura, che era proprio grande giusta per infilarla senza difficoltà, in modo da salvare l’amico da quella morsa.

Una luce potentissima investì l’intera stanza, e seguitò un violento terremoto, dove tutte le componenti della Fontana, che erano state murate, fuoriuscirono da dov’erano e si aggiunsero, una dietro l’altra, alla Fontana Kashna, che dunque si installò sopra la Torre, che tuttavia non era progettata per mantenere un peso così grande, e poiché la Fontana era davvero imponente, la Torre di Margareth crollò rovinosamente per lasciare posto al monumento per eccellenza, che risplendette di un chiarore persino più potente di quello che adesso adornava la Fontana Lind.

Kaden e Mary videro tutto questo meravigliati, e si sentirono persino guariti dalle avversità che avevano dovuto affrontare. Soprattutto Mary, per la prima volta sorrise, sentendo dentro se stessa che in qualche modo avrebbe vissuto, superando la morte dei due amici.

Il cielo cupo che era all’esterno si schiarì e in generale tutto quanto risultava negativo cessò di esistere.

E in ultimo, lo sguardo di Kaden cadde sulla regina, la quale, essendo rimasta con lui sul pavimento della Torre che crollava, rimasto intatto per effetto della Fontana, subì i cambiamenti che Kashna imponeva.

Se negli operatori di pace era benevola e misericordiosa, negli avidi e superbi era una punizione.

E Margareth se ne rese conto troppo tardi. Dopo un breve sussulto, si toccò con entrambi le mani il petto e, lanciato un urlo di dolore, morì prona ai piedi della fontana.

Poi gli venne in mente una cosa. Mancava una persona all’appello… dov’era?

“CALEB!” esclamò Kaden, col cuore in gola. “CALEB! RIESCI A SENTIRMI?”

Anche Mary cominciò a cercarlo ovunque e finalmente, poco più lontano, una figura sorse fra i detriti.

“Mi… mi cercavate?” disse Caleb tossendo. “Io… devo diventare Re, non è il momento di morire”

Kaden e Mary sorrisero nel vederlo e i tre osservarono quanto era cambiato nella città festante, con la piazza colma dei soldati del futuro Re vittoriosi nella battaglia.

“E adesso” disse Kaden “ne manca solo una e… eh?”

Poco prima di andare, una figura a quattro zampe piombò davanti a lui.

Era di nuovo sporco di sangue e non era mai stato così maleodorante.

Il Mangiacuore, Josafat Hesenfield. Kaden non capì come mai era giunto fin lì proprio in quel momento e cosa avesse fatto nel frattempo.

“Josafat!” esclamò Caleb. “Che diamine ci fai qui? La guerra è finita!”

“Probabilmente ci ha seguiti tutto il tempo e vuole ancora ucciderci! Caleb, spiegagli che non siamo nemici!” lo implorò Mary, ma il primogenito della Casata non diede segno di voler ragionare col fratello più piccolo.

Caleb aveva sempre una fitta al cuore quando lo vedeva. Era stato un bambino così bello, quando era piccolo… ma cosa gli era successo? E lui, lui che era il primogenito, avrebbe potuto evitare che gli capitasse ciò che gli era capitato?

Infine, balzò sul Mangiacuore e lo atterrò bloccandogli le braccia.

“Josafat, ti prego ascoltami!” esclamò in preda alle lacrime. “So che mi ascolti, senti la mia voce! Stiamo andando da mamma! Da mamma, Josafat! Vieni con noi?”

Ci vollero diverse versioni di quella frase prima che Josafat capisse e, guardando perplesso Caleb coi sui grandi occhi blu, divenne mansueto, dopo essersi rotolato fra le macerie lottando contro il fratello maggiore.

Caleb sospirò. “Immagino che dovremmo andare a Katrinaville, adesso, prima di Sydney. Lì ci rifocilleremo. Sono sicuro che mia madre e mia sorella daranno anche voi un pasto e un letto per riposarvi. Nel frattempo la mia truppa ci procurerà cavalli e vettovaglie a quantità!”

Dopo aver detto quelle parole, si fece dare un paio di manette e incatenò se stesso al polso di Josafat, in modo che non potesse nuocere, poi si sedettero su una carrozza.

Kaden non era del tutto convinto e si chiese cosa lo turbasse, mentre prendeva posto accanto a Mary e di fronte a Caleb. Era la stessa sensazione che aveva provato quando stavano andando verso Villa Hesenfield e si chiese se la magia di quella casa si estendesse anche alla seconda tenuta.

“Mia sorella Isabel è chiamata la Lady Impossibile, poiché è anche lei comandante di una truppa e al contempo è considerata la donna più bella del mondo” disse Caleb, come se avesse indovinato i pensieri del ragazzo “ma non credete a queste fandonie. Mia sorella, se non è cambiata e le persone non cambiano, è un’oca che non sa distinguere la sua mano destra da quella sinistra”

“Certe battute puoi anche evitarle!” replicò stizzita Mary. Caleb arrossì vergognandosi. “In ogni caso” proseguì “anche lady Katrina era a suo tempo molto bella, e comunque ho voglia di vederle, soprattutto dopo… dopo quello che sapete. Mi dispiace per Klose, a proposito, non abbiamo avuto tempo per seppellirlo, essendo sotto le macerie e quindi introvabile in tempi brevi”

“Non preoccuparti” disse Kaden. “Non abbiamo bisogno di altri funerali”

Detta in quel modo poteva sembrare insensibile, ma Caleb si ritrovò perfettamente d’accordo con lui. Preferiva ricordare le persone quando erano vive, piuttosto che chiuse dentro tre metri di terra. E inoltre il loro dolore era davvero troppo grande per aver ancora bisogno di guardare i cadaveri spenti dei cari perduti.

Ed era in quell’atmosfera malinconica che i tre attraversarono Kashnaville, diretti verso Katrinaville. Non era un viaggio molto lungo, ma occorreva prendere per forza la strada del mare, mare che era anche fra le opzioni di Isaiah, quando decise che era il momento di dare una mano al gemello per attaccare Sydney e mettere fine alla guerra.

Isaiah dovette convenire che l’Armata Rivoluzionaria di Shydra Aldebaran funzionava come un orologio, preciso e senza sbavature, e quando si era trattato di collaborare avevano svolto i compiti nel migliore dei modi, accelerando così la rinascita di Perth e di tutte le città coinvolte nella guerra, dando così modo a lui di pensare a una n uova manovra d’attacco, smettendo di contare sui Centauri, che avrebbero agito liberi per tutto l’Ovest, e non più rinchiusi dentro una riserva limitata.

Così, senza saperlo, i due gemelli stavano pensando con la stessa intensità al mare, che si snodava a perdita d’occhio.

Dal canto suo, Kaden temeva di conoscere Isabel. Se somigliava a Caleb, doveva essere davvero molto bella. Che lei sapesse del Mangiacuore? E come stava reagendo ai diversi lutti?

“Mary” disse Kaden, per fare conversazione. Quel silenzio lo opprimeva, e si costrinse a smettere di pensare al cattivo odore che emanava Josafat. “Come stai?”

Mary aveva passato le ultime ore ad osservare il Mangiacuore, pensando in continuazione al momento in cui lui era sopra di lei, intento a privarla dell’organo.

Come stava, dunque?

“Male… e bene” disse la ragazza. “Klose mi amava, sai? Ma il mio cuore appartiene a Taider… non credo che amerò mai più nessuno” sospirò. “Cosa ti aspetti dagli Hesenfield, adesso?”

Kaden per tutta risposta rovistò nella bisaccia che gli avevano dato i soldati di Caleb e prese tre bottiglie di birra.
“A Caleb Re!” esclamò fissando il soggetto dritto negli occhi. “Voglio che sia lui a governare!”

Mary lo osservò stupita e ancora di più si scoprì d’accordo con lui; così prese la bottiglia e i tre brindarono alla salute del futuro sovrano.

“Caleb Re!”

Kaden e le Fontane di Luce/28

Capitolo 28

Era una bella stanza, illuminata e arredata col maggiore sfarzo possibile. In quel luogo era stato dato l’ordine a sir George di governare l’Ovest in vece del defunto Re William, in quel luogo era stato dato ordine di uccidere gente e data la grazia ad altre, in quel luogo la Regina Margareth vi viveva, e aveva sradicato la Fontana dalla piazza per averla sempre sott’occhio.

Infatti, Kaden la vide. Era molto più piccola della Fontana Lind, ma non per quello era meno importante. Forse era stata smontata per farla entrare dentro quella sala? Ad ogni modo, presentava gli stessi sintomi della precedente. Era sporca, maleodorante e dava l’idea di poter portare malattie anche al solo guardarla, e il contrasto con tutto ciò che la attorniava era quasi un pugno in un occhio.

Margareth aveva gli occhi viola, i capelli castani e un certo senso di tranquillità interiore, a detta di Kaden.

“Avete fatto bene a consegnarvi” disse infine la regina. “Tu sei il primogenito degli Hesenfield, vero? Bene, bene, alla fine tutti i nodi vengono al pettine”

“Non più, Margareth” rispose Caleb. “Sono qui per reclamare il trono che doveva essere di mio padre, e che apparteneva a Re Isaac, lo sterminatore di Draghi! Arrenditi, in nome della mia famiglia!”

“Perché la tua famiglia dovrebbe essere così importante? Cosa spinge un ragazzo come tanti altri a minacciare la propria regina in nome di parenti che nemmeno ha chiesto di avere?” chiese Margareth.

Caleb si chiese perché ed ebbe la risposta pronta.

“Questo perché tu non sei mai stata legata col sangue ad altri individui, se escludiamo il sangue che hai versato per sederti su quel trono maledetto. Sangue che adesso grida vendetta!”

Caleb sembrava molto sicuro di sé, a detta di Kaden, ma non aveva neanche una spada, in quanto si era infranta poco prima.

“Quindi? Vuoi affrontarmi a mani nude, pur sapendo che ho acquisito l’onnipotenza e l’immortalità?” chiese Margareth, divertita.

“Solo per dare il tempo al mio compagno di aprire la Fontana” disse Caleb, avanzando di un passo, sgranchendosi le dita delle mani. “Inoltre, non aspettarti un trattamento di favore solo perché sei una donna. È mio stesso interesse battermi con una Immortale, con una dei tre Re che hanno conquistato l’Australia nei tempi che furono e che adesso cadono, pur avendo l’apice del potere fra le mani”

“Io non sono ancora caduta!” esclamò Margareth, estraendo la propria spada, una delle migliori al mondo.

La teneva con la sinistra. “Io la chiamo Vanità. Osserva come splende alla luce della sala!”

E in effetti bastava solo la sua lama scintillante per limitare la vista agli avversari, ma non a chi la possedeva, che anzi ne traeva giovamento, aumentando le proprie diottrie.

Kaden sapeva di non poter perdere tempo, ma era stato quasi accecato da Vanità e dunque aveva perso di vista la Fontana.

“Maledizione… e va bene!”

Caleb decise di eliminare la possibilità di usare lo sguardo e si affidò agli altri sensi, ascoltando i passi pesanti di Margareth avvicinarsi alla sua persona.

“Assaggia la cura con cui affiliamo le nostre lame, qui al Centro!”

Ma Caleb bloccò la spada chiudendo entrambi i palmi sulla lama, appena prima che quella potesse affondare sul suo volto. C’era da dire che lo aveva fatto con la vista completamente oscurata, e anche in quella condizione la lama era talmente splendente che da dietro le palpebre Caleb vide un intenso colorito arancione, che lo costrinse a stringere gli occhi.

Allorché Margareth allontanò la spada da Caleb e tentò con un altro affondo, ma il figlio di Abraham, che si era macchiato dell’omicidio del suo stesso fratello per vendicare suo padre, schivò più di una volta, tuttavia non riuscendo a contrattaccare.

Nel frattempo Kaden e Mary concentrarono il loro sguardo sulla Fontana, che era il motivo principale per cui loro erano lì e infine aprirla, per dare un esito positivo allo scontro che Caleb aveva intrapreso.

Kaden non aveva le stesse proprietà di Caleb, non poteva affidarsi agli altri quattro sensi come con la vista, e invidiò parecchio il cavaliere, temprato da anni di guerre, invece lui aveva appena cominciato.

La Fontana Kashna era dunque apparentemente inoffensiva, e se Kaden solo in quella stanza poteva aprirla, allora doveva farlo, tanto per salvare la vita all’altro ragazzo, al quale Klose si era molto affezionato.

Klose… Kaden avrebbe tanto voluto che si fosse sacrificato Caleb al posto suo. Invece, di coloro i quali avevano deciso di accompagnarlo, era rimasta viva la sola Mary, per quanto impedita, e dunque sarebbe dovuto andare a Sidney con un animo pieno di incognite, anche se non aveva idea di che strada intraprendere.

Sempre che fosse riuscito a rimanere vivo fino ad allora.

Kaden osservò ancora la Fontana, mentre Caleb continuava a spostare lo scontro all’opposto della sala, per permettere al compagno di vedere.

Non c’era manopola, né leve, né qualcos’altro che potesse indurre a credere che si potesse attivare. Perso dal panico, si voltò verso Mary.

“Che facciamo? Non c’è niente qua che possa essere aperto!”

“Zitto e guarda meglio!” esclamò Mary, puntando la protesi di legno verso un buco che Kaden aveva trascurato.

Era della stessa forma dell’oggetto che avevano preso con fatica al Labirinto, così Kaden ebbe un lampo di ricordi e, pregando Taider affinché intercedesse per loro, infilò l’oggetto nel vano, aspettandosi gli stessi effetti osservati a Perth.

Tuttavia, non accadde nulla.

“Forse è messa male? Ma perché non si spiega per bene… eh?”

Mary notò qualcos’altro, una scritta appena leggibile:

Se tu codesta polla desideri azionare,

sappi che non userai né manopole da girare,

né leve da sollevare.

Tuttavia un modo semplice vi è…

E non si capiva più. Forse la Regina Margareth aveva cancellato la seconda parte proprio per evitare che qualcuno provasse a manomettere il monumento.

Anzi, Kaden scommise la testa che probabilmente una scritta simile vi era stata anche alla Fontana Lind!

Aver scoperto che vi erano incise delle istruzioni in cima alla Fontana indusse Kaden a dare degli stupidi a tutti quanti, ma forse le Fontane desideravano farsi aprire da persone scelte, puri di cuore e tutta quella roba lì che aveva sempre detestato.

Chi era davvero “puro di cuore”? In quei tempi tormentati, nessuno poteva affermarlo, ma neanche in tempi di pace le persone potevano considerarsi pure.

E forse era quello il motivo per cui Tre Re erano sbucati dalla Controversia e avevano legato il loro potere alle Fontane, tanto per ricordare che anche negli aspetti più positivi vi arrivava il diavolo e le sue manovre.

Eppure, vi era un modo semplice per aprirla… quale? Forse accettare tutto questo e supplicarla?

Nel frattempo, Caleb era riuscito a atterrare la potente Regina, la quale perse la spada e la luce intensa che proveniva dalla destra di Kaden si affievolì, e riuscì a ragionare con mente più fredda.

Un modo semplice… Kaden ne conosceva solo uno.

Pose le sue mani sulla Fontana e disse: “Apriti!”

Non successe nulla. Margareth si alzò, riprese la spada e digrignò i denti.

“Come osi? Non sai che non si deturpano i monumenti storici?” disse, adirata.

“Non sai che far adirare la Regina equivale a una condanna a morte? E che ho il potere per eseguirla io stessa?”

Sollevò Vanità per decapitare Kaden, e lui capì che non gli era rimasto alcun secondo nemmeno per pregare, ma improvvisamente la regina venne atterrata di nuovo, a causa di un calcio di Mary, che spedì la nemica di nuovo al cospetto di Caleb, che con un gesto fulmineo le sottrasse la spada.

“Questa la prendo io” disse. “Mi manca un’arma, e visto che Kaden sta pensando alla Fontana, fra poco non ti servirà più”

Kaden non ebbe il cuore di dirgli che era vicino alla soluzione quanto lui.

Un modo semplice… semplice, si ripeteva osservando la regina e Caleb rotolare sul pavimento accapigliandosi.

Il modo più semplice di tutti non era, quindi guardò Mary.

“Aiutami” disse sussurrando. “Quale potrebbe essere un modo semplice?”

Mary fissò intensamente l’oggetto che Kaden aveva posto e notò che i pezzi non combaciavano ancora perfettamente.

“Sei un cretino” commentò lei. “Hai messo male l’oggetto, un attimo, fammelo disincastrare”

Mentre Mary si dava da fare, Kaden assistette allo scontro, mentre rifletteva sulla morte di Klose e il suo sacrificio, che aveva portato fino a quel momento a nulla di fatto.

Adesso che era Caleb a maneggiare Vanità, la luce favoriva lui, e dunque tutti i fendenti che spediva la regina dovette accusarli, poiché nemmeno lei era molto pratica nell’usare la Vista interiore.

E tuttavia era immortale, dunque le ferite che riceveva avevano subito una pronta guarigione, quindi era come se non fosse scalfita.

“E se ti tagliassi a metà?” chiese Caleb, facendolo, e troncando in due metà la regina Margareth.

Chiunque sarebbe morto, ma la regina si ricompose come nulla fosse accaduto. Era stato come se il busto fosse attratto come calamita alla metà inferiore.

“Dicevi, Hesenfield?” chiese sarcastica Margareth, e preparò un potere magico dal palmo della mano destra.

“Ti imprigionerò col ghiaccio!” disse lei, e costruì un mostro glaciale, dal nulla e dalle notevoli dimensioni.

Il mostro possedeva anche una clava fatta dello stesso materiale.

“Attento a farti toccare, costui è… contagioso” disse la regina, tornando a sedersi.

Caleb realizzò che se Margareth aveva mandato in campo una delle sue creature, aveva realizzato che lei non poteva sopraffarlo, pur essendo invincibile e immortale. Ad ogni modo, aveva ancora Vanità fra le mani e Kaden stava riflettendo accanto alla Fontana, quindi gli si chiedeva altro tempo.

Doveva sopravvivere. Glielo doveva, soprattutto dopo quello che gli aveva fatto passare al Labirinto. Quel senso di colpa non l’aveva mai abbandonato, nemmeno per un istante, e adesso che Klose si era addirittura sacrificato, non poteva più sfuggire al suo destino.

E se il suo destino era perire per mano di Margareth, era pronto per riceverlo.

Ma nel frattempo, avrebbe affrontato il mostro con la clava, che era molto veloce e sapeva come combattere, ma dopo un breve ma intenso scambio di affondi Vanità fece valere le proprie ragioni e la mano esperta del figlio di Abraham lo condusse alla vittoria, sbriciolando l’uomo di ghiaccio davanti a un’attonita donna.

“Devi essere tu a distruggermi, stronzetta” disse Caleb, puntando la luce di Vanità tutta sulla faccia della Regina.

Margareth avrebbe tanto voluto incenerirlo con lo sguardo, ma non poteva, la luce le investiva persino gli occhi ed era costretta a tenerli chiusi.

E anche se fosse stato possibile, Caleb avrebbe evitato i raggi dagli occhi.

E nel frattempo Kaden pensava e pensava, incurante dello scontro che stava proseguendo accanito, e Mary non riusciva ancora a disincastrare l’oggetto malposto.

Al ragazzo non veniva in mente niente, ma Caleb molto presto sarebbe stato sconfitto.

Era un po’ come trovarsi nella stanza precedente, col gas che incombeva sule loro teste e ogni porta sbarrata. Il tempo mancava e lui non riusciva a concentrarsi bene. Inoltre, a volte la luce riflessa dell’arma maledetta gli perveniva in faccia e quindi doveva coprirsi il volto per non essere investito, e ciò gli sottraeva energia da inviare al cervello per riflettere.

E Caleb le rifilava colpi potenti, e Margareth rispondeva con affondi ancora più potenti, in un corpo a corpo senza esclusioni di colpi.

Vanità giaceva a terra, adesso.

E infine, Kaden capì.

Vanità, la Spada della Luce.

La Fontana di Luce Kashna, che se aperta avrebbe zampillato scintille, uccidendo la Regina.

E Kaden comprese anche perché avevano potuto smontare la Fontana senza che la Regina ne risentisse, e il motivo per cui l’arma conteneva così tanto chiarore.

Un modo semplice per aprirla.

Kaden si diede mentalmente dello stupido per non aver fatto subito il collegamento, ma in ogni caso, com’era che si diceva?

“Meglio tardi che mai”. E Caleb sarebbe sopravvissuto.

Kaden e le Fontane di Luce/27

Capitolo 27

Già, Caleb non vedeva sua madre e sua sorella da parecchio tempo. Aveva pochi ricordi legati a loro, ricordi che via via sbiadivano col passare del tempo.

Al ragazzo venne in mente Isabel, la sorella nata poco prima di Jakob, ma generalmente ignorata nella scala degli eredi poiché donna, e dunque impossibilitata a mantenere il proprio cognome. Abraham diceva sempre che era meglio per le donne Hesenfield rimanere nubili e senza figli, per due motivi.

“Il primo” diceva “è che non c’è nessun uomo degno di sposare una donna Hesenfield. In secondo luogo, voi stesse non avete bisogno di un uomo per potervi realizzare, e anche se fosse siete già realizzate sin dalla nascita, poiché portatrici di un grande cognome e di radici storiche senza pari”

Quello lo aveva detto ad una delle ultime cene in famiglia, tutti assieme. Isabel ascoltava rapita, e chissà se col tempo aveva assorbito quelle istruzioni o se alla fine si era concessa ad un uomo. Di certo, Caleb non dubitava che fosse molto desiderata, anche se non capiva come gli altri uomini non capissero quanto fosse poco intelligente. Secondo Jakob, era proprio un’oca.

Un altro ricordo che aveva, più piacevole dei momenti seri e rigidi che erano state le cene in famiglia prima della separazione, riguardava lui e Isaiah che la prendevano in giro, a volte nascondendole i gioielli, o altre volte giocando spensieratamente ad acchiapparsi attorno all’albero di mele, che a quei tempi era ancora rigoglioso.

E tutti quei momenti erano così lontani che sentì una fitta al cuore. Era deciso, si disse, se fosse uscito vivo dallo scontro contro Margareth, sarebbe andato a far visita a loro, e poi glielo doveva: due lutti nello stesso giorno erano stati un durissimo colpo per la loro famiglia e un uomo che si dica tale sarebbe dovuto andare da loro, qualunque cosa fosse successa per farle allontanare dalla casa.

Si ricordò solo dopo che ad Isabel aveva donato una tiara… chissà se l’aveva mai indossata.

Nel frattempo osservava Kaden, Mary e Klose un po’ in difficoltà nel loro scontro contro i Plexigos, ma non dovevano assolutamente sapere che lui li stava seguendo. Dopotutto era la loro missione, la sua consisteva solo nel vegliare su Kaden e fargli aprire le Fontane. Tutto il resto, importava poco, e chissà se in quel difficile percorso avrebbe capito cosa significava davvero essere un buon Re.

Nel frattempo, il livello due della Torre della Fontana si aprì agli occhi di tutti, e si presentò perfettamente identico a quello precedente.

“Che cosa intendi fare, Caleb? Inseguirci per sempre?”

A un certo punto, la voce dell’arciere si levò potente nell’aula.

Kaden rimase paralizzato. “Come facevi a sapere che ci stava inseguendo? È qui, allora?”

Klose lo indicò, in quanto l’erede degli Hesenfield era visibile adesso, ormai scoperto. Dal canto suo, pensò con rammarico che Isaiah si sarebbe nascosto meglio.

Non sembrava affatto il tipo autoritario che aveva deportato loro, Mary e Taider nel Labirinto funesto. Anzi, sembrava più un ragazzo come tutti gli altri, e agghindato di un’armatura non per scelta.

“Che ti è successo?” chiese Kaden.

Caleb sospirò, scacciando quelle domeniche felici in cui lui e Isabel si dilettavano a scovare Isaiah, finendo per trovarlo nei punti più improbabili della Villa per poi cenare a base di pasta riscaldata in padella, fra quelle risa spensierate che chiamavano infanzia. “Ormai lo sapete, io diventerò Re. Lasciate che sia io a uccidere Margareth, mentre i miei uomini occupano la città. Questo è quello che deve fare un Re, questo è quello cui sono chiamato a fare. Reclamerò il trono che è stato di Isaac e che sarebbe dovuto essere di mio padre, prendendo la testa di quella donna. Consideratelo un gesto di scuse per la morte di Taider”

Nel sentire quel nome Mary trattenne il respiro, ma poi disse: “E perché non ci hai accompagnato subito, allora?”

Caleb rispose: “Credi che sia facile uccidere un’altra persona? Per di più, è la Regina, e ucciderla vorrebbe dire alzare la voce e reclamare il trono, azione che non sono per nulla pronto a fare. Inoltre, il sangue di mio fratello Jakob scorre ancora sulle mie mani, sai?”

Mary deglutì. Entrambi avevano l’anima spaccata a causa degli omicidi di cui si erano fatti carico e dunque non c’era bisogno di altre parole.

“E va bene” disse Klose. “Verrai con noi. Veglia su Kaden, deve aprire le Fontane”

Kaden ebbe un sudore freddo. Erano vicini, il momento della verità e il senso del viaggio erano giusto a qualche passo. Ma lui era davvero in grado di aprirle?

“Io… io ho bisogno di un po’ di coraggio. Non so se riuscirò ad aprire le Fontane e ho bisogno di sapere che fine hanno fatto i miei genitori” disse.

Mary sospirò. Conosceva ormai troppo bene Kaden per non riconoscere in lui i sintomi della tensione nervosa e l’ansia: era fermo come uno stoccafisso e sudava. “Caro mio, ascoltami bene. per cosa sono morti Shydra e John ?”

John? Kaden dedusse che si trattasse di Taider, ma nessuno l’aveva mai chiamato per nome. Per cosa erano morti?

“Perché… perché l’Australia potesse ritrovare la pace. Ti ringrazio, Mary. Adesso mi sento più consapevole”

“Lo spero” disse lei, provando una delle arti magiche con la protesi di legno e creando una specie di brezza che le lasciò ben sperare.

“Bene, bravi… che scena patetica” dichiarò la voce femminile appartenente alla regina Margareth, che aveva assistito al quadretto tramite la telecamera.

Tutti si spaventarono nel sentire così, di punto in bianco, una voce esterna, ma poi ascoltarono con trepidazione.

“Avete un’ora di tempo” disse in seguito, chiudendo tutte le possibilità di evasione. “Chi riesce a passare vivo al terzo livello oltrepassando le sbarre sarà il benvenuto, gli altri periranno soffocati dal gas”

Subito dopo aver concluso la frase, una coltre di fumo giallastro passò da un condotto posto sul soffitto.

“Quindi si tratta solo di non respirare il gas? Ottimo” Kaden si avventò sulle grate, ma urlò e si toccò la mano dolorante.

“Le grate sono caricate elettricamente! Fate attenzione!” sentenziò.

“Immagino che un’ora sia il tempo per il gas di agire” disse Caleb. “Dovremmo riuscire ad oltrepassare prima di questo tempo”

“Grazie tante, Lord dell’Ovvio” disse Kaden sarcastico. “Proverò a tagliere le sbarre con la lama Giustizia”

“Se permetti” ribatté il figlio di Abraham ”la mia spada, la mia cara Mezzanotte, è molto più potente della vecchia Olocausto. Quindi lascia provare me”

Kaden, in nome dell’amicizia appena avvenuta fra gli Hesenfield e chi non lo era, gli lasciò campo libero.

Il futuro Re prese una rincorsa e tagliò le sbarre, o meglio, così credeva.

Nel momento in cui la lama toccò le inferriate, infatti, si vide una piccola esplosione e il metallo andò in frantumi.

“Non è possibile… Mezzanotte era forgiata con la stessa lega di Ombra e Inverno, le spade dei miei fratelli! È inammissibile che abbia reagito alle scariche di questa trappola!”

Kaden tirò un sospiro di sollievo. Era una fortuna, si disse, che Caleb avesse avuto quella mania di protagonismo, almeno così lui non aveva più una spada, mentre lui sì.

Nel frattempo il tempo passava e i quattro rimasero a meditare.

“Ci vuole più tempo per pensare, con i limiti non riesco a riflettere bene!” esclamò Kaden. “Penso che la soluzione ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma il tempo che scorre velocemente ci impedisce di vederla”

Klose sospirò. “Per di più, la paura di inalare il gas ci sta inibendo le vie respiratorie. Io riesco solo a vedere una soluzione”

“Quale?” chiese Kaden. Per tutta risposta, l’arciere si alzò e osservò bene il soffitto.

“Se ci fosse qualcosa che potesse tappare questo buco, riusciremmo a passare, credo” dichiarò, e con un balzo aiutato da una sedia che era posta in quella sala, riuscì per un pelo ad aggrapparsi alle sbarre del condotto.

“Non sembrano molto dure” dichiarò. “Proverò ad allargarle”

Kaden non aveva idea di cosa Klose stesse facendo, ma poco prima che l’arciere potesse fare altri movimenti, appeso com’era alle sbarre, Mary urlò.

“Fermo, Klose! Non farlo! Deve esserci un altro modo!”

Ma Klose sorrise.

“Ti amo, Mary” disse con un’espressione felice e serena, come Kaden non l’aveva mai visto. Dopo aver detto quelle parole, allargò le sbarre e si infilò nel buco dove usciva il gas.

Kaden e gli altri assistettero a una scena tremenda: dopo un tetro balletto accompagnato dalle urla disperate di Mary, le gambe di Klose smisero di fermarsi.

Era morto, dopo aver inalato tutto quel gas. Ma la buona notizia stava nel fatto che la sostanza non passava più, in quanto bloccata dal corpo dell’uomo.

A costo della sua vita, Klose l’arciere aveva in pratica permesso all’amata e a Kaden di avere tutto il tempo di passare, e forse era proprio quello che voleva la regina Margareth, che morisse qualcuno per vedersi ridurre il numero di nemici da affrontare.

Kaden, con la morte nel cuore e con l’aria di uno che aveva visto centinaia di sofferenze senza confidarle, raccolse arco e faretra da terra e guardò gli altri due.

“Non possiamo lasciarle qui” disse.

“O forse sì, a memoria imperitura di un uomo valoroso, che ha sacrificato se stesso per un bene superiore” dichiarò Caleb, con la voce spezzata. Quel gesto aveva colpito anche lui, chiedendosi se sarebbe stato capace di compierne uno simile.

Aveva davvero visto che cos’era un buon Re e quella rivelazione lo sconvolse, e tuttavia lo rese più determinato.

Mary, dopo essersi sfogata e in totale stato di shock, puntò il dito di legno verso Caleb e urlò con tutte le sue forze le seguenti parole, fissandolo sgranando il più possibile gli occhi rossi. “Adesso, se davvero affermi di essere nostro amico, dovrai accompagnarci ad aprire non solo la Fontana Kashna, ma anche la Fontana Chemchemi a Sidney! Solo allora ti redimerò dai peccati che hai verso di noi! Prima di allora ti odierò con tutto l’odio possibile!”

“Perlomeno è solo odio, non è gelida indifferenza” osservò Caleb.

“Ci hai portato in un luogo di morte, per due volte! Ne dovrai mangiare, pane duro, per conquistare la nostra fiducia! Stanno morendo tutti, Shydra non voleva questo!” insisté Mary, gettandosi in ginocchio a terra e sospirando, avendo esaurito le energie.

“Ricorda chi sei, Caleb Hesenfield. Figlio di un cognome bagnato di sangue. Non posso dimenticarlo, questo” aggiunse Kaden, non riuscendo a togliere i suoi occhi neri dal nero della morte rappresentato da quelle gambe immobili e incastrate nel tubo venefico.

Alla fine, con immenso sforzo e come uscito da una profonda fantasticheria, osservò Caleb e Mary, non riuscendo ad odiare l’un e provando immenso affetto per l’altra. Era rimasta solo lei ad accompagnarlo, fra quelli che avevano accettato per quel pericoloso compito a Perth. Quel pomeriggio sembrava tranquillo e luminoso… ma era stato più di mille anni prima.

“Le spade non funzionano, le frecce non servono… occorre la magia” sentenziò Caleb. “Tu sai come utilizzarla?”

“Taider, che tuo fratello ha ucciso, è arrivato ad insegnarmi a lanciare solo le bolle d’aria”

Caleb arricciò le labbra nel sentire cosa era riuscito a fare suo fratello. Ma allora aveva fatto bene ad eliminarlo? Essere un buon re prevedeva anche quello?

“Bene, in tal caso state a vedere” ordinò loro di spostarsi e stese la mano destra in direzione delle sbarre.

Rabbia, frustrazione, malinconia: ecco cosa stava attanagliando Caleb. E tutto era partito perché aveva guardato quegli occhi.

Lady Mary Fonheddig, una perfetta sconosciuta alla quale non avrebbe mai rivolto la parola. Eppure, non appena aveva saputo che suo padre stava per compiere un eccidio nella sua famiglia, Caleb si era sconvolto, arrivando a mettere dubbi persino sulla sua stessa esistenza.

E aveva condotto alla morte due anime innocenti, che stavano cercando solamente di risolvere a modo loro la crisi in Australia. E aveva lasciato che Klose morisse per la loro salvezza, inalando tutto quel gas.

Quante colpe doveva ancora lavare, per dire di tornare a essere quel bambino giocondo che amava le battaglie?

Quei grandi, amabili occhi azzurri… Mary Fonheddig, l’amante che non sarebbe mai stata.

E allora, qual era il motivo per cui stava salvando la sua famiglia? Come mai il sangue di Klose e di Jakob stava ancora pesando sul suo cuore?

Per amore, forse? Lo stesso amore che aveva dimostrato Klose nei loro confronti?

Si diceva che per primeggiare occorreva indossare il grembiule e cominciare a lavare i piedi al prossimo, gesto tipico dei servi. Forse Klose aveva adottato quella filosofia. Gente come lui non avrebbe mai giudicato nessuno, qualunque cosa facesse.

Ma Caleb non meritava pietà. Nessuno degli Hesenfield meritava pietà.

O forse sì?

Ad ogni modo, decise di lanciare una fiammata che né Kaden né Mary avrebbero dimenticato.

L’unica soluzione era combattere il fuoco col fuoco, e in effetti la fiammata prodotta dal ragazzo distrusse con un fragoroso boato la sbarra che li imprigionava e rivelava la porta in mogano che permetteva di salire al terzo livello.

“Secondo te quanti livelli ci sono?” chiese Kaden, infine rivolgendogli la parola.

“Tre, Margareth adora il tre” disse l’altro, osservando la donna seduta sul Trono.

Kaden e le Fontane di Luce/26

Capitolo 26

Kaden e i suoi compagni giunsero a piedi fino a Kashnaville, senza mai fermarsi in nessun villaggio.

Furono nove giorni duri: stare nascosti per timore di essere inseguiti, cibarsi di bacche e sfuggire ai Draghi che di tanto in tanto percorrevano la loro stessa rotta: non era facile, e non vi erano abituati. Solamente la guida esperta di Caleb, il quale esercitava un enorme terrore verso i sui avversari, impedì l’accadere di ostacoli più gravi.

In quei giorni nessuno di loro parlò molto, affranti com’erano da quanto era successo al Labirinto e dalle notizie sempre più nefaste che pervenivano a Caleb tramite corvi messaggeri spediti dalla Villa, adesso gestita da Frederick.

Il Mangiacuore era di nuovo fuggito e mieteva vittime su vittime, nella città di Perth, luogo natale di Kaden, la guerra era finita con la morte in battaglia di Cassius il Magnifico, lasciando Isaiah Hesenfield proclamarsi Lord dell’Ovest e fissare la capitale nel paesino marinaro di Port Hedland.

“Il che è una buona notizia per te” disse Klose a Kaden. “Adesso che è il fratello di Caleb a comandare, possiamo chiedergli che ne è stato di tuoi genitori e della tua famiglia”

Kaden deglutì. Era vero ciò che diceva l’arciere: in quel marasma e nell’apatia in cui erano caduti dopo gli avvenimenti del Labirinto, Kaden aveva del tutto dimenticato che aveva ancora delle persone che l’aspettavano in ansia, a migliaia di chilometri di distanza.

“È per quello che vado ancora avanti” disse Kaden, con la voce rauca non avendo parlato per giorni. “Per i miei… per la mia famiglia. Finché c’è una possibilità che siano vivi, vale ancora la pena aprire le Fontane”

“Che discorsi sono?” interloquì Caleb. “Allora se mio fratello Isaiah trovasse i tuoi genitori morti, smetteresti di punto in bianco la tua missione?”

“Caleb ha ragione” disse Mary, tenendo in mano un bastone per camminare con la nuova protesi. “Pensa a Shydra, pensa a… a…”

E proruppe in lacrime. Il nome del Cavaliere Corrotto aleggiò per un attimo sulla radura e Kaden capì di aver detto una stupidaggine.

“Scusatemi” disse.

Il giorno dopo quell’episodio, un altro corvo arrivò dalla Villa, e Caleb comunicò che la Fontana a Sydney era scomparsa.

Fu Klose il primo a commentare la notizia. “Non sapevo potesse succedere, e non immaginavo che Re Anthony desse alle stampe questa notizia in particolare. Voglio dire, tutti sanno, o meglio, la gente comune sa che le Fontane sono spente e non possono essere riaccese, tenendole lì come monumenti antichi e sempre più fatiscenti. Perché allora rimuoverla?”

“Deve essere una strategia” disse Caleb. “Ormai sono passati quasi sette giorni dagli avvenimenti alla Villa, e la morte di Abraham Hesenfield ha ormai fatto il giro del Triregno. Il che fa di me un ricercato, anche se dubito molto che colleghino la mia latitanza a quella del ragazzo delle Fontane. In ogni caso, probabilmente Re Anthony ha deciso di provocare Kaden o perlomeno Taider comunicandoci che ha nascosto la Fontana, chissà dove, in modo da preservare la sua immortalità e unitamente scoraggiarlo”

Tutti e tre erano profondamente ammirati da quella deduzione. Caleb si dimostrava ancora una volta un ragazzo intelligente e comandante navigato. Probabilmente, anche Taider sarebbe giunto alle stesse conclusioni e questo spinse Mary ad appoggiare quella tesi.

“Sì, hai ragione, Hesenfield” disse. “Be’, sarà meglio piombare a Kashnaville e concludere il tuo assedio, allora”

“Già, sarà meglio” concordò Caleb, non sapendo cosa avrebbe trovato in quella capitale. A quanto aveva capito, lady Margareth era tutt’altro che sconfitta e a quel che pareva il suo vice era persino morto in battaglia, allontanando la possibilità di mettere sotto scacco lei e quel che rimaneva del suo regno. Conveniva arrivare subito in quei luoghi, in modo da chiudere quella guerra e pareggiare con Isaiah, che aveva già concluso la sua.

Per quanto Caleb fosse il primogenito, infatti, era Isaiah ad essere più veloce, più abile con le mani, e più istintivo nella vita. Lui invece doveva sempre avere il controllo su tutto, altrimenti non riusciva a ragionare, e per inciso il non sapere bene come stesse andando la guerra a Kashnaville lo metteva in apprensione.

Alla fine, dopo oltre nove giorni di cammino, arrivarono. La città non era accessibile, visto che vi era l’accampamento della truppa di Caleb. Grosse torri di fumo nero accoglievano i folli viandanti che decidevano di entrare. Per di più, un Drago sembrava bombardare di fiamme la già martoriata città. Tutto attorno nuvole grigie persistevano compatte e un’aria pesante rendeva difficile una buona respirazione.

“Non è quello che si dice il miglior benvenuto” disse ironico Klose.

“Non temete” li rassicurò Caleb. “Adesso entrerò nel mio accampamento dove mi spiegheranno bene la situazione. Voi restate fuori, tornerò e vi dirò come entrare”

Dopo quelle che parvero ore, il primogenito della Casata più potente del Triregno uscì dall’agglomerato di tende.

“Tutto a posto” sorrise. “La città non è affatto sicura, ma rispetto a due giorni fa siamo noi ad essere in vantaggio e fra poco tempo Margareth cadrà, che sia la Fontana o no a tenerla in vita. La cosa migliore è che sia io a comandare le mie truppe, perché ho intenzione di sfondare con un attacco massiccio e dare il colpo di grazia a questa città. Nel frattempo voi dovrete mescolarvi in mezzo ed entrare, poi da lì entrerete nella piazza principale dov’è ubicata la Fontana, poi userete l’oggetto per cui avete tanto penato”

Kaden lo estrasse dalla tasca e tornò a guardarlo. Era un bel manufatto, anche se per prenderlo Taider aveva pagato con la vita.

“Bene” disse Klose. “Faremo come dici”

L’arciere lo disse, ma non poteva credere alle sue parole. Solamente dieci giorni prima, non si sarebbe mai affidato a un Hesenfield.

Così accadde che, dopo l’usuale discorso di incoraggiamento, Klose, Kaden e Mary videro coi loro stessi occhi l’imponenza e la maestosità della macchina da guerra progettata, pensata e voluta da Abraham e compiuta dai figli. Nessuno dei tre Re poteva avere quello spiegamento di forze, quelle armature bianche e nere, quelle spade di ottima fattura, quei guerrieri con gli occhi iniettati di sangue e Caleb era riuscito ad arruolare anche qualche gigante, e anche due battaglioni di Plexigos inferociti e muniti di picche.

“Ma quanti sono?” chiese Kaden impallidito. Aveva sempre sentito parlare della guerra, ma non aveva mai afferrato cosa significasse davvero.

“Almeno mille sicuro” disse Mary, infiltrandosi fra le file. “Non perdiamoci di vista e teniamoci per mano, qui è facile che ci travolgano”

In quel modo, Mary che teneva Kaden e quest’ultimo che teneva Klose, entrarono, non vedendo purtroppo la spettacolare esplosione di una parte delle mura di cinta per poi deviare verso la piazza principale, mentre le truppe reali e quelle di Caleb si davano battaglia in ogni via.

Esplosioni, tempeste di sabbia, tutto divenne confuso e le urla contribuirono alla concentrazione, e morti su morti, usati come barricate umane, sbarravano loro la strada.

Infine, nessuno dei tre capì come poterono arrivare intatti alla piazza principale, dalla quale si ergeva un’imponente torre.

“Eccoci” annunciò Klose. “Ma la Fontana non la vedo… eppure mi era stato detto che si trovava dirimpetto al Palazzo Reale”

I tre guardarono la piazza nel suo perimetro, ancora estranea alle lotte furiose che stavano concentrandosi in periferia.

Vi era la torre, svariati edifici monocromatici e una cattedrale, che probabilmente era servita nei giorni del Cattolicesimo, e che forse serviva ancora, ma per altri scopi. Ad esempio Klose sapeva che la cattedrale di Perth era stata riutilizzata come piccola infermeria, dove stuoli e stuoli di persone boccheggiavano attendendo la morte o la guarigione.

“Dobbiamo interrogare la Regina, per sapere dove si trova la Fontana, il che vuole dire consegnarci spontaneamente a coloro che ci cercano” dichiarò l’arciere, distogliendo la mente da quelle raccapriccianti immagini. “Sei pronto ad affrontare il tuo destino? Dovrai aprire la seconda Fontana”

“Certo, sono partito per questo motivo” rispose Kaden, concentrato più che mai.

Per tre criminali ricercati in tutto il Continente, entrare in quel modo dalla porta principale sarebbe risultato quantomeno irriverente, tuttavia lo fecero e parlarono col portiere di guardia ai portoni.

“Siete voi” disse quegli, osservando la foto nelle taglie e confrontandole con le facce che aveva di fronte. Certo, avevano molta più barba e profonde occhiaie, oltre ad essere sciupati, e Mary aveva ferite profonde, ma erano inequivocabilmente loro.  Anzi, l’essere in quelle condizioni testimoniava la loro identità. “Vi state consegnando, eh? E va bene, non c’è nemmeno bisogno che vi faccia uccidere, sarà lei stessa a farlo”

“Sì, infatti” rispose Klose. “Possiamo entrare, dunque?”

“Certo, non c’è problema. Un po’ sciocco consegnarvi, vi pare?” li congedò il portiere.

Ad ogni modo, penetrarono nell’edificio, che constatarono essere del tutto vuoto, a parte una rampa di scale in fondo alla sala che portava al piano superiore.

“Buon pomeriggio.” Esordì una voce femminile. “Vi sembrava che questo fosse ancora il mio palazzo reale, vero? Non sarei mai stata alla mercé di voi stupratori e assassini. Piuttosto voglio vedervi morti, così ho adibito il mio vecchio Palazzo reale a Torre di Guardia per la mia Fontana, che così non può essere aperta da tutti, come quello sciocco del Re Walter”

“Ne deduco che l’apertura della Fontana si trovi all’ultimo piano, fungendo da estremità, no?” chiese Kaden.

“Non arriverete mai all’ultimo piano, consegnandovi avete già firmato la vostra condanna a morte” rispose la Regina Margareth, la quale osservava tutto dalla telecamera nascosta.

Non avrebbe mai perdonato, mai, la morte di sir George e la conseguente disfatta totale che aveva subìto nei territori ad Ovest, dove adesso comandava Isaiah Hesenfield e lei non aveva più notizie di nessun soldato ancora fedele. Piuttosto, conoscendo il carattere impulsivo e focoso del ragazzo, avrebbe potuto voler far piazza pulita in maniera totale e dare una mano al fratello gemello con le nuove truppe spingendosi ad Est circumnavigando l’Australia e sorprendendo Anthony dal mare, in modo da vendicare il padre morto per misteriosi motivi. Com’era che un uomo apparentemente in salute morisse così? E anche lord Jakob?

Margareth non aveva idee, ma le bastava un solo indizio per potersi intromettere fra quegli ingranaggi che sembravano inarrestabili e rovesciare così la situazione che altrimenti sarebbe rimasta disperata.

Pertanto le crisi di nervi e gli esaurimenti nervosi che aveva avuto in quei giorni erano stati tanti, e per di più il suo figliastro aveva dichiarato che non gliene sarebbe importato, ma che piuttosto avrebbe preservato in maniera originale la propria Fontana.

“Possiamo considerare i territori dell’Ovest perduti, momentaneamente” aveva dichiarato Re Anthony. “Per fortuna, anche lord Abraham Hesenfield è morto, e anche se l’eredità è andata a lord Caleb non dovrebbero esserci più problemi dagli Hesenfield, a parte il Mangiacuore, che ufficialmente risulta disperso. Isaiah ha subìto molte perdite e Caleb stesso è latitante. La cosa migliore da fare è proteggere le nostre Fontane, da ora in poi mantenere il nostro primato sarà più facile che mai. Non angustiarti, gli Hesenfield cadranno da soli. Hanno già perso due pedine e la truppa di lady Isabel, che anche lei aveva velleità militari, è sconfitta”

Così si era pronunciato Anthony, ma non aveva rivelato a nessuno la nuova ubicazione della sua Fontana. Ad ogni modo, lui non sapeva che Isabel e la sua truppa, invece di spingersi a est, aveva preso piega verso Ovest, forse per dare man forte a Caleb.

Sarebbe caduta? Tutto dipendeva da quell’assedio e (dal) far luce sulla morte di Abraham. Per farlo, avrebbe dovuto interrogare quei tre e già averli in pugno la considerava come la prima vera bella notizia da settimane.

Ed ecco perché interruppe le comunicazioni con loro e li lasciò al Primo Livello.

Kaden provò ovviamente a salire le scale senza aver affrontato nessun ostacolo, ma un laser gli tagliò la strada appena prima di affrontare il primo gradino.

Un esercito di Plexigos, almeno due dozzine, sbucò fuori dal nulla tagliandogli la strada.

Kaden suppose che avrebbero dovuto farli fuori tutti, per poter salire al piano superiore.

“Klose! Hai le tue frecce? Mary, hai la tua spada?” chiese, mentre lui estraeva Giustizia

“Oh, ma certo. In questi giorni ho particolarmente curato le mie nuove creazioni” rispose lui, toccando la faretra di nuovo piena e costruita con le sue stesse mani.

In effetti, anche se non aveva comunicato con Kaden, Klose aveva pensato bene di costruire da sé le nuove frecce.

Invece Mary rispose: “Certo, Kaden, ho proprio voglia di testare la mano destra immobile e quanto può essere devastante!”

In questo modo era pronto per dare una mano a Kaden, contro tutti quei mostri, che si muovevano senza un ordine preciso, ma che avevano tutti lo stesso scopo: uccidere.

Nel frattempo Kaden ne stava affrontando uno alla volta, in quanto i suoi avversari preferivano affondare l’attacco e poi sparire piuttosto che tenere uno scontro a lungo termine, in quel modo il ragazzo però era costretto a cambiare ogni volta avversario senza riuscire ad eliminarne nessuno.

Ecco che quindi se un Plexigos arrivava da lui per attaccarlo con uno dei loro pugni potenti, Kaden lo respingeva con la semplice lama di Giustizia, ma poi era costretto a sorbire un calcio sulla schiena che lo costringeva a terra.

Kaden si rialzò dunque per l’ennesima volta, mentre assisteva impotente alla distruzione di quella sala. Quelle bestie immonde erano troppo pericolose per essere lasciate in uno spazio così chiuso.

Eppure lui poteva farci ben poco, come detto. Quelle bestie non sembravano disposte a uno scontro fisico.

Gettò un’occhiata a Klose. Anche lui sembrava avere qualche difficoltà, aveva ancora la prima freccia incoccata e le labbra arricciate, poiché faticava a prendere la mira con quei bersagli molteplici in movimento. Mary invece presentava difficoltà con la protesi di legno e usare la sinistra non le era mai stato semplice, tuttavia la situazione sembrava ancora gestibile per lei.

Ciò nonostante, entrambi dovevano fare qualcosa, altrimenti non sarebbero mai potuti salire al livello successivo con lui.

“A quanto pare, ai Plexigos interessa solo che noi rimaniamo qui. Non sembrano volerci uccidere” affermò a un certo punto Klose.

“Davvero? Io credo invece che fra poco mangeranno le nostre carcasse fino all’ultimo osso!” rispose Mary, profondamente turbato da quei mostri, che l’avevano già colpita in diversi punti. “Secondo te come faremo anche solo a colpirli?”

Klose rifletté intensamente. Non vedeva l’ora di provare le frecce che aveva progettato, ma allo stesso tempo occorreva farlo con prudenza. Quel nemico che si rifiutava di combattere era una novità anche per lui che ne aveva viste tante.

Klose aveva sempre odiato le situazioni di stallo, le trovava irritanti. Perlomeno, nei giorni in cui si marciava, quello si faceva e quindi dava la sensazione di movimento, ma in quel momento, in cui la sua vita sembrava appesa a un filo anche se non palesemente minacciata, lo metteva in soggezione.

I molteplici Plexigos si muovevano velocemente, senza attaccare, a meno che i due non si avvicinassero troppo alla scala.

“Bene, il fatto che non ci attaccano gioca a nostro vantaggio” tentò Kaden, mentre ne uccideva uno. “Che ne dite se li affrontassimo qui, al lato opposto della sala? In questo modo non ci attaccano e noi li uccidiamo senza subire particolari ferite, non vi pare?”

Klose considerò la proposta. “Idea stupida” concluse. “Mettiamo caso che sia io il Plexigos che non ti lascia passare. Se non ti attaccassi  e tuttavia tu mi riempissi di legnate, come puoi pensare che io non ti attacchi a mia volta?”

“Hai ragione” rispose Kaden. “Però, restando fermi, è anche vero che non concluderemo niente, e molta gente attende che le Fontane si riaprano”

“L’unica” concluse Klose “è attaccare i Plexigos con le frecce.”

Così, senza aggiungere altro, prese la mira e scoccò la prima. Aveva guadagnato un’ottima velocità, e infatti un Plexigos cadde stecchito, proprio mentre balzava da una parte all’altra della stanza.

“Oh, Klose!” esclamò Mary, fiera di lui.

Qualche colpo andava fuori tiro, ma la maggior parte li centrava. E così, dopo venti frecce, erano morti nove Plexigos.

“Non ne sono morti neanche la metà” osservò Kaden, molto deluso dalla faretra finita, ma l’arciere con sua sorpresa si mise a ridere.

“L’ho fatto apposta, voglio vedere come te la cavi tu con Giustizia”

“Sei uno stronzo, Klose” ridacchiò Mary, che nel frattempo uccideva i suoi.

“Sì, come no, in realtà sei scandaloso, ammettilo” lo rimbeccò Kaden, ma ormai la sua concentrazione era rivolta ai Plexigos.

Aveva Giustizia, un’arma che fino a quel momento era stata poco utilizzata. Davanti a lui quindici Plexigos a guardia della rampa di scale.

“Che Giustizia cali su di voi!” esclamò Kaden, e attaccò uno per uno i Plexigos, dimostrando ottimi riflessi. Purtroppo però, dopo appena tre vittime, un modello Canguro lo atterrò posando tutto il proprio peso sulla schiena del povero ragazzo.

“Nove a tre, mi sa” sentenziò l’arciere, che era intervenuto appositamente per rimuovere il mostro dalla schiena del ragazzo. “Non sei molto forte, anche se eliminare tre Plexigos di fila è comunque un risultato ragguardevole. All’inizio di questo viaggio non saresti nemmeno riuscito a impugnare una spada come Giustizia, ti ricordi?”

“Certo” disse Kaden. “Ammettilo che sei venuto fin qui per recuperare le tue frecce!”

“Ma certo che no” tagliò corto Klose anche se fu contento di riaverle sane e salve. “Vogliamo dare il via a un’azione combinata? Magari riusciamo a distruggere tutti gli ostacoli!”

“Sì, certo, fate comunella voi due!” esclamò Mary indignata, ma entrambi i ragazzi sapevano che lei non avrebbe mai accettato nessun aiuto.

E così, messisi spalla contro spalla, riuscirono a distruggere tutti i Plexigos, chi con la spada, chi con la freccia, e alla fine un grande tappeto di Plexigos morti e sangue viola si presentò ai loro piedi, così come avevano preannunciato.

“Ottimo” commentò alla fine Kaden. “Tu quanti ne hai uccisi?”

“Otto” rispose Klose. “Il che vuol dire che tu ne hai ammazzati sei, che sommati ai tre iniziali vuol dire nove. Alla fine della fiera, rimango molto più forte di te”

Kaden ridacchiò e insieme salirono i gradini, perfettamente ignari che un’ombra li stava seguendo.

Quell’ombra era Caleb, il quale era riuscito a districarsi fra le vie ed andare in avanscoperta da solo, intento e desideroso com’era di uccidere Margareth con le sue stesse mani.

Nel frattempo, si era fatta strada in lui l’idea di andare a far visita a sua madre e sua sorella. Quanto gli mancavano? E come avevano preso il lutto del padre e del fratello Jakob, il figlio perduto?

E, per di più, un buon Re avrebbe fatto visita alla sua famiglia, cercando il più possibile di riunirla.

Kaden e le Fontane di Luce/25

Capitolo 25

“Solo una cosa non capisco” disse Kaden a Caleb. “Come mai nel Labirinto non c’è più nessuno?”

“Il Labirinto risente dei lutti in famiglia, così come risente dei periodi di forza” rispose Caleb. “È un posto sacro, ricoperto di magie antiche e incomprensibili a noi moderni. Degli Hesenfield, molto si è perduto e altrettanto si è guadagnato, sempre con  l’obiettivo costante di rimanere alti e temibili, in accordo col nostro motto”

Seguì un momento di silenzio e Klose infine chiese: “E quale sarebbe il vostro motto?”

Totus Tuus, che vuol dite tutto tuo in una delle lingue arcaiche ormai perdute” rispose Caleb, ripercorrendo con la mente la prima volta che aveva sentito quel motto.

Aveva più o meno otto anni, forse sette o nove, non ricordava. Stava giocando con Isaiah con le spade di legno nell’ampio giardino della Villa, dove in quel periodo il sole ancora risplendeva, per quanto lo permettesse la Fontana Kashna chiusa. Villa Hesenfield era infatti sotto la giurisdizione di quella Fontana, e la regione risentiva pertanto della povertà e del clima freddo, persistente da un secolo a quella parte.

“Caleb! Isaiah! Vostro padre vi chiama” vociò dall’ingresso lady Katrina, madre di cinque figli e moglie di lord Abraham, che in quel periodo stava radunando un esercito personale per poter combattere i tre Re.

Caleb guardò il gemello e sogghignò. “Facciamo che chi arriva ultimo cambia i pannolini a Josafat?”

“O a Jakob? Ahahahah!” rise di gusto Isaiah, ma Caleb era già partito sfrecciando per i corridoi di marmo. Ciò nonostante, Isaiah lo raggiunse e, percorrendo le scale a due a due, arrivò persino prima del maggiore.

“Ora laverai i pannolini a Jakob e Josafat!” esclamò Isaiah, col fiatone, mentre Caleb, scuotendo la testa, bussò la porta. “E comunque, solo perché è il terzo non vuol dire che sia un infante stupido, Jakob” osservò Caleb.

“Avanti” disse Abraham, e i due fratelli si piazzarono di fronte alla scrivania tenendo le mani dietro la schiena, in piedi.

“Figli miei” esordì Abraham. “Voi conoscete il nostro motto? Siete gli eredi della Casa, è giunto il momento di indottrinarvi”

Nessuno dei due rispose, facendo spallucce.

“Bene, allora sappiate che il nostro motto è Totus Tuus, e va usato in ogni frase e dichiarazione ufficiale, che verrà stampata nelle pagine della stria mondiale.”

Anni dopo, Caleb sapeva che “tutto nostro” era un’esagerazione se presa alla lettera, ma ricordava a tutti i membri della Casa che bisognava sempre puntare al massimo risultato, affinché gli Hesenfield non cadessero mai.

L’unica a non avere ancora parlato era Mary, in stato di profonda prostrazione. Kaden non pensava di poterla vedere di quell’umore, quando di solito era ironica, pungente e in generale dava la sensazione di sicurezza che Kaden cercava così disperatamente in quel viaggio pericoloso. Tuttavia, dopo l’esperienza al Labirinto, le cose erano cambiate: era stato lui a proteggere Mary dalle grinfie del Mangiacuore e l’unico ad aver risolto quella trappola maledetta era Klose.

Kaden poi lasciò cadere il suo sguardo sul braccio mancante della ragazza. Quanto voleva aiutarla! Ma non c’era granché da fare… o forse sì?

“Caleb” si rivolse al primogenito degli Hesenfield, il quale era ancora intento a lasciare vagare i suoi pensieri. Adesso che suo padre li aveva lasciati a badare a loro stessi… adesso era Re, o comunque il capo famiglia.

“Caleb?” ripeté Kaden, avvicinandosi al ragazzo.

Capo famiglia… e, se avessero vinto la guerra com’era destino che succedesse, si poteva sedere sul trono dell’Australia unificata, come Re Isaac e i suoi figli dopo di lui.

Ma sarebbe diventato un buon Re? E che voleva dire essere un buon Re? Che cosa faceva, qual era la giornata tipica di un Re buono?

“Caleb!”

Stavolta Caleb sentì una spinta sul braccio e capì che qualcuno lo stava chiamando.

“Che cosa c’è… ragazzo?” sibilò infastidito.

“Mi chiamo Kaden, e ti ricordo che se non fosse per la mia presunta capacità di aprire le Fontane non sarei mai partito, e di conseguenza non ti avrei mai infastidito” precisò il ragazzo. “In ogni caso… volevo chiederti, non si può proprio far nulla per Mary? Guardala, è così malinconica! Va bene, forse era innamorata di Taider, anche se i due non lo hanno mai dato a vedere, tuttavia… io mi chiedo se perlomeno puoi restituirle il braccio”

Caleb fissò Kaden un po’ perplesso, poi volse lo sguardo ed effettivamente Mary era un po’ più lontana da loro tre, e non faceva che guardare dietro di sé, in direzione della Villa appena lasciata.

“Ci proverò” rispose Caleb. “Proverò a costruire una protesi utilizzando il legno di qualche albero nel bosco che stiamo per raggiungere. Ci aspettano nove lunghi giorni di cammino, in cui preferiremo andare a piedi e nasconderci nei luoghi più impervi e nei boschi più fitti, per non essere individuati. Per questo motivo costruirò una protesi per la tua amica, poiché mi servono tutti i validi effettivi”

“Bene, grazie” disse Kaden, il quale non sopportava che Caleb trovasse sempre un tornaconto personale in tutto ciò che faceva, anche se si trattava di aiutare il prossimo.

Giunsero dunque nel bosco citato da Caleb una volta che il temporale ebbe termine, lasciando spazio a una sera fresca ma tranquilla.

“Sapete” disse Caleb una volta acceso il fuoco per la notte, trovando uno spiazzale adatto a coricarsi tutti e quattro comodamente, “una volta che la Fontana Kashna sarà aperta, la vittoria del mio esercito sarà definitiva e potremo attaccare con loro l’Est, ovvero Sydney, e potremo proseguire più tranquillamente l’ultima tappa del viaggio del ragazzo”

“Quindi ci accompagnerai fino a Sydney?” chiese Kaden.

“Probabilmente, dato che diventerò Re e sarà mio dovere reclamare il trono che è stato dei miei antenati” rispose gelido Caleb, scoprendosi molto geloso di quell’evento. Era così che avrebbe risposto un buon Re, però?

“Non ti sembra di esagerare un po’?” interloquì Klose, sempre sospettoso verso gli Hesenfield.

“No, affatto” tagliò corto lui. “E adesso, riposate! Io farò il turno di guardia”

E Mary continuava a non dire una parola.

“Mary?” chiese Klose all’amica. Sì, poteva essere solo un’amica, dato che il suo cuore non sarebbe mai più stato per lui. “Hai freddo? Vuoi che ti presto una coperta?”

Ma Mary non disse nulla, rannicchiandosi sull’erba fresca e umida reduce dalla pioggia.

“Non mi parla” sussurrò Klose a Kaden. Quest’ultimo confidò all’arciere lo scontro avvenuto con Josafat e quegli rabbrividì.

“Ne ha ben donde, allora” osservò triste, guardandole la schiena. “Troppe emozioni. Ma tu sei stato davvero coraggioso a salvarle la vita, complimenti!”

“A questo punto, non so quanto abbia fatto bene. A quest’ora starebbe riposando con Taider e…” disse Kaden, mettendole lui una coperta. Avevano prelevato alcuni bagagli dalla Villa, prima di muoversi.

“Salvare una vita è sempre un bene. Ricordalo sempre, Kaden, o ciò che stiamo facendo non avrà più alcun senso” disse saggiamente Klose, prima di coricarsi anche lui, non prima di sentire singhiozzare.

Mary pianse per parecchio tempo, forse un’ora. Dopo quell’ora, il pianto lasciò il posto a un respiro regolare, e solo Caleb infine rimase sveglio.

Cosa avrebbe fatto un buon Re? Doveva piangere come quella ragazza? Era così che doveva omaggiare suo padre e suo fratello? Avrebbe dovuto presenziare ai loro funerali assieme alla servitù?

Era a tutto questo che pensava mentre intagliava un braccio di legno. Poi andò a cercare una liana e attese il nuovo giorno. Pensò che un buon Re non dormiva, ma vegliava sui suoi sudditi, pertanto decise di rinunciare al sonno, pensando a tante cose, primo fra tutti i due familiari perduti.

Che dire di suo padre? Sempre autoritario, rigido, chiuso in quella stanza, e poi il giorno in cui sua madre e Isabel se ne andarono dalla Villa, disse loro che i veri Hesenfield non piangevano, e comandò a lui e i suoi fratelli di tornare alle loro occupazioni.

Fu allora che Josafat compì il suo primo omicidio, quando inspiegabilmente attaccò il loro nonno strappandogli il cuore dal petto. Nessuno sapeva perché o cosa gli fosse successo, ma di lì a poco fuggì anche lui dalla Villa andando ad assumere lo spiacevole nomignolo con cui la gente lo offendeva. Ma perché mangiava i cuori?

E nonostante tutti questi episodi, Abraham rimaneva nel suo isolamento, a condurre una guerra che peraltro stavano vincendo. Ma a che prezzo… la famiglia si stava disgregando e adesso due stelle sul loro emblema non erano più. Erano cadute, perdendo il loro fuoco.

Ciò portò Caleb a vagare su Jakob e subito un nodo alla gola si presentò prepotente. Le sue ultime parole erano cariche d’odio, di disprezzo… forse di invidia, sullo status che la Natura aveva scelto per loro due. Lui era il primogenito, carica che condivideva con Isaiah, mentre Jakob era l’outsider del gruppo. Se Josafat fosse rimasto normale, forse… tuttavia, Caleb aveva sempre pensato che anche Josafat lo avrebbe battuto, poiché era stato un bambino di una bellezza indescrivibile e probabilmente le sue imprese eroiche non avrebbero avuto pari in nessun canto. Era normale, quindi, che Jakob covasse quei pensieri verso lui e il suo gemello, tuttavia Caleb amava i suoi fratelli e avrebbe dato la vita per loro…

Lo aveva appena pensato che lacrime copiose scesero sulle sue guance. Dare la vita? Gliel’aveva strappata, infilzando Mezzanotte sulla sua gola!

Forse era stato Jakob stesso a chiedere di morire? Cosa, dunque, avrebbe fatto un buon Re? A quella domanda gli vennero in mente le parole appena pronunciate da Klose, l’arciere: “Salvare una vita è sempre un bene.”

E se si fosse trattato del più turpe assassino, sarebbe valso lo stesso principio? Non che lui stesso avesse le mani immacolate, il sangue dei nemici gli pesava sull’anima già lacerata. Ma allora, chi era un buon Re?

Caleb sospirò. Forse non c’era una risposta a quella domanda, e comunque prima bisognava penetrare a Sydney, occupandola e conquistandola. Gli Hesenfield avevano ormai in mano due terzi del Triregno, e per eliminare ogni resistenza occorreva giungere a Kashnaville quanto prima. Nove giorni sulla tabella di marcia, nove giorni in cui avrebbe difeso la vita di Kaden e di coloro che lo stavano accompagnato.

Infine, guardò il braccio appena fabbricato da lui stesso. Era un bel lavoro, era bravo ad intagliare le cose, glielo aveva insegnato Isaiah, che non sapeva stare fermo un minuto e lo aveva instradato a quell’arte, sperando di potere avere qualcos’altro in comune che non fosse l’aspetto o il cognome.

Già, Isaiah… il gemello sfortunato, in ritardo di dodici minuti. Non potevano essere più diversi caratterialmente, e forse ad Isaiah questa cosa pesava. Chissà cosa gli avrebbe riservato il futuro e cosa stesse facendo ad Ovest. Probabilmente l’aveva già conquistata, aveva i Centauri con lui. E chissà come stesse vivendo quei giorni di lutto…

Infine, il sole sorse, annunciando la solita alba grigia che l’assenza delle Fontane imponeva.

Fu Mary la prima a svegliarsi, Caleb la vide muoversi sul prato, forse disturbata dalla prima luce. La ragazza mugugnò e chiese: “Dove… sono?”

“Non temere” disse Caleb. “siamo diretti a Kashnaville, dove sapremo se il potere del vostro compagno Kaden è davvero reale ed è capace di aprire tutte e tre le Fontane”

Mary sbadigliò. “Be’… mi chiedo se tutto questo abbia ancora importanza. Voglio dire… alla luce dei fatti del Labirinto”

Caleb deglutì. “Già. Tuttavia, adesso, in quanto Principe ereditario adesso tocca a me salire sul trono australiano, che mio padre non è riuscito ad avere. Io completerò l’opera, che sia una cosa giusta o no”

“Meglio tu che tuo padre, se devo essere onesta” osservò Mary, interrompendolo.

Caleb scacciò quel pensiero. Aveva ucciso Jakob, ma Mary non lo sapeva evidentemente. Come poteva essere migliore di suo padre? “Sì, be’, comunque… ho bisogno sia di te che dell’arciere in questo momento, per proteggere Kaden… ed io mi sono permesso di intagliare un braccio dal legno. È tuo, se lo desideri”

Caleb le porse il braccio finto e qualche attrezzo per poterlo attaccare al corpo.

Mary guardò quel manufatto con occhi sgranati. La giornata non poteva cominciare meglio! Avrebbe avuto di nuovo un arto, anche se finto e immobile, ma meglio di niente!

“Caleb, ma…”

“Sì?” incalzò il primogenito degli Hesenfield.

“Qualunque cosa tu abbia fatto prima, ti sarà perdonato tutto” dichiarò Mary, felice, mentre Caleb sorrise e cominciò a fissarle la protesi sul moncherino. E Caleb lo sperava, di poter tornare a gustare un giorno la gioia del perdono.