Kaden e le Fontane di Luce/34

Capitolo 34

Una volta archiviata la lettera provocatoria di re Anthony, Caleb, Mary, Isabel e Kaden fecero il punto della situazione attuale, mentre i loro mezzi di trasporto marciavano lenti, poiché sapevano di essere cacciati anche dai Draghi.

“Ricorda che Sidney ha altissime mura e cancelli in acciaio pesante e inoltre è gremita di soldati pazzi” stava dicendo Isabel al gruppo, poiché lei era stata l’unica ad aver visto la capitale coi suoi occhi, avendo comandato un esercito anche se per breve tempo. È quindi inespugnabile. Ma noi non dobbiamo espugnarla, dobbiamo solo farti entrare indenne. Per questo ci ingegneremo in questo senso”

“Sidney non dà sul mare? Non potremmo tentare quella via?” si chiese il ragazzo.

Ma Isabel scosse la testa. “Non avremmo l’imbarcazione, e né io né Caleb sappiamo costruire una barca, e immagino nemmeno qualcuna delle nostre guardie che ci stanno scortando. Dobbiamo tentare via terra, sì”

Kaden sospirò. Gli sarebbe piaciuto sentire il rumore del mare da vicino, apprezzare la sensazione delle onde che sbattevano sulla barca, annusare la brezza che gentile gli avrebbe lambito la pelle…

Sì. Si era innamorato del mare, decisamente. Da quando lo aveva visto immenso e fiero il giorno in cui aveva “conosciuto” Patrick l’Esploratore, non se lo era più levato dalla mente e non vedeva l’ora anche di tuffarvisi.

Magari con Isabel… chissà come si tuffava, forse teneva un lungo vestitino bianco per pudore o completamente nuda?

Di sicuro sarebbe stato lo spettacolo più bello che… insomma, Kaden scosse la testa.

Aveva promesso a se stesso che i suoi pensieri sarebbero stati puliti.

E così vide ancora battibeccare i due fratelli, sorridendo.

La strada che stavano percorrendo era la via che costeggiava il mare, come sempre da quando l’aveva presa. Era la via più veloce ed era meno plausibile che i briganti attaccassero che non piuttosto dentro la Foresta che, a detta di Isabel, ospitava addirittura un branco di Licantropi.

“Licantropi?”chiese Kaden. “Cosa sarebbero?”

“Uomini che ogni luna piena sono costretti a diventare un lupo. Si cibano delle persone” spiegò lei. “Ne ho incontrato uno, una sera mentre ballavo all’aria aperta, mentre gli sguardi degli uomini si perdevano fra le mie grazie. L’ho visto in mezzo a loro, e ne ho visto tutto il processo. Non è stato piacevole, ma in qualche modo il Licantropo è fuggito via una volta trasformato in animale. Oh, anche le creature perverse non osano farmi del male!”

E ghignò malefica, compiacendosi di se stessa. Caleb scosse la testa desolato.

“Oh, e pare che nella foresta che stiamo costeggiando siano presenti anche i fantasmi delle vittime sventurate finite fra le fauci dei Licantropi!” aggiunse Isabel in quella stessa occasione.

“Ora stai esagerando, sorella” affermò Caleb, ma lei insisté.

“Te lo giuro, fratellone! Una volta sono voluta andare dentro la Foresta per conoscere il Licantropo che mi ha vista ballare ed è stato allora che ne ho visto uno. Si nascondeva, il maledetto: era tutto vestito di bianco, a piedi nudi e a testa bassa in modo da essere visibili solo i capelli lunghi, e riluceva alla luce della luna. Dico che si nascondeva perché metà della sua figura era nascosta da un tronco, e poi quando mi sono avvicinata non era più”

Caleb però era ancora scettico. “Sai, Isabel? Mi viene quasi voglia di addentrarmi in questa foresta per verificarne l’effettiva esistenza”

Kaden invece si era spaventato al racconto della ragazza. “Io invece penso che continuerò il mio percorso verso Sidney”

Mary partecipò alla discussione riportando tutti sui binari prefissati. “Domani a mezzogiorno saremo a Sidney, se continuiamo a procedere con questa velocità e mantenendo la strada” annunciò, dopo aver studiato attentamente la mappa mentre gli altri farneticavano su Licantropi e fantasmi.

“Oh, quanta nostalgia! Chissà chi troveremo? Spero di rivedere Von Galetan, è così bello!” esclamò Isabel, e si perse nei suoi pensieri.

Kaden non aveva idea di chi fosse quel Von Galetan, ma provò una punta di gelosia. Perché lui non era bello?

Caleb assunse un’espressione come per ricordare qualcosa e chiese: “Von Galetan? Sarebbe il bruto a cui hai lasciato il posto di Capitano?”

“Sì, è una persona stupenda! Devi conoscerlo!” cantilenò la ragazza.

Kaden, stufo di sentire parlare di Von Galetan, tornò piuttosto ad osservare il panorama all’esterno della carrozza, riflettendo con se stesso.

Stava recandosi a Sydney, in compagnia di gente sulla cui redenzione, fino a poco tempo prima, non avrebbe scommesso neanche un soldo. Paragonò Caleb e Isabel con Klose e Taider, e si rese conto che, per quanto loro fossero stati davvero leali e coraggiosi, i due Hesenfield trasmettevano molta più sicurezza. Subito dopo, si pentì di averlo pensato, considerandolo un oltraggio alla loro memoria e si ripromise di smettere di fare paragoni inutili.

Adesso, si accingeva a giungere nella temutissima capitale, chiusa al pubblico dall’inizio dell’assedio.

Nessuno aveva mai capito come oltrepassare le spesse mura, difese dunque con una grande resistenza.

Isabel e Caleb avevano detto che avrebbero trovato un modo una volta giunti sul posto, ma Kaden non era del tutto convinto. Egli invece presagì la sua fine proprio a un passo dal traguardo.

E poi vi era re Anthony, il quale aveva messo una taglia sulla sua testa, ma non aveva mai saputo a quanto ammontasse.

Ne era venuto a conoscenza in maniera abbastanza fortuita. Era giunto sulle loro teste un’ora prima un corvo portatore di giornali, diretto chissà dove, ma Isabel lo aveva colpito con una freccia, che aveva trovato dentro una delle tante bisacce dei cavalli che avevano prelevato dalla villa di Katrina.

“Non avrai rubato un giornale a qualcheduno?” chiese Mary scandalizzata, ma Isabel fece spallucce e lesse molte informazioni, per poi passare al fratello maggiore.

Ogni volta che si trovavano giornali, Kaden rimaneva col fiato sospeso, temendo che si potesse parlare di Perth o della nuova capitale, Port Hedland, e quindi qualche accenno sui civili dispersi.

I giornali infatti raccontavano tutto, tutti gli aspetti che potevano interessare al regno, e quel giorno in prima pagina campeggiava la vittoria di un certo Mark Enevoldsen, presentato come Capitano dell’Esercito che stava assediando l’amato regno di Anthony, il bastardo che divenne Re.

E inoltre, un altro articolo ricordava che mancavano sei giorni all’incoronazione del sovrano, che lo avrebbe rivisto comandare l’Australia, di nuovo tutta intera, e pertanto non riconoscendo il regno provvisorio di Isaiah Hesenfield, condannato a morte poiché auto proclamatosi protettore dell’Ovest. Infine, all’ultima pagina, la lista dei ricercati più pericolosi, e Kaden era il secondo della lista.

“Il primo sei tu, Caleb” notò Kaden, ma Caleb scorse la lista ancora una volta e sentenziò: “Qui il tuo Von Galetan non c’è, Isabel, il che vuol dire che è morto” ma Isabel non ci volle credere, ed ecco perché stava danzando attorno al fuoco che avevano acceso per il pranzo, emozionata in attesa di incontrare l’uomo che le aveva rubato il cuore.

Dopo il pranzo, Caleb parlò a Kaden e Mary: “Siete pronti? Non sarà facile. Sydney è protetta, potreste anche morire senza aver aperto la Fontana, e noi non potremo aiutarvi in città. Pensate bene a quello che volete fare, la notte porta consiglio. Farò io il primo turno di guardia.”

La notte portava consiglio, già. Attesero la sera, mentre il pomeriggio se n’era andato ancora in carrozza, senza parlare, anche se Caleb e Isabel avevano interloquito a bassa voce, come se stessero pianificando qualcosa che gli altri due non dovevano sapere.

Quella sera, Kaden vide Isabel portare al fratello maggiore un sacco di patate aperto ai lati e una corda di canapa e ci capì ancora meno, poi si coricò, proprio con lo sguardo di fronte alla luna, che in quel momento era a un quarto, crescente. Il ragazzo si rivolse a lei e alle stelle che adornavano la notte altrimenti nera.

Era errante da diverse settimane, ormai, e quante cose erano successe! Aveva incontrato i Draghi, aveva avuto fra le mani due spade, aveva anche ucciso un Unicorno, accidentalmente, e aveva visto morire tre fra le più coraggiose persone che avesse mai conosciuto, tutti e tre per salvargli la vita.

E non solo, si era macchiato anche di omicidio, per la prima volta in vita sua.

Sapeva cosa aveva fatto a Josafat, ma i fratelli di lui non lo avevano biasimato.

Lo aveva ucciso, tagliandogli le mani e la testa. Quante volte aveva desiderato uccidere i professori fastidiosi e i compagni spazzatura, ai tempi di quando andava a scuola? Sembrava passato più di un secolo.

Eppure, nessuno gli aveva detto che uccidere lacerava l’anima. Persino se si trattava di un pazzo che mangiava i cuori delle persone, era ormai entrato nel limbo dei peccatori in attesa di redimersi.

E come farlo? Aprendo la Fontana Chemchemi e portando a compimento la missione che Shydra Aldebaran gli aveva affidato, colei che era morta fra le atroci sofferenze che solo le fiamme di un Drago poteva dare?

Poi chiuse gli occhi, smettendo di pensare. Mary gli diede una coperta in più  e lui se la mise addosso. Le notti gelide erano un vago ricordo dell’Inverno Nucleare che era durato ottomila anni, pertanto era d’obbligo portare coperte con loro.

“Non vai a dormire, Isabel?” chiese Kaden, che vedeva ancora la ragazza fare esercizi di ginnastica.

“Fra un minuto, non vedo l’ora di mettermi fra le braccia di Morfeo! Ma prima, il mio corpo deve continuare a essere tonico!”

Kaden guardò le proprie braccia. Erano piene di tagli e scottature, ma in quel momento credeva che non avessero niente da invidiare a quelle di Morfeo. Poi si rese conto di aver formulato ancora una volta un pensiero scomodo sulla ragazza più bella del mondo. Ma che ci poteva fare? Infine sbuffò, cercando di togliersi dalla testa Isabel Hesenfield, che era decisamente troppo bella, e troppo in avanti per lui, soprattutto. Era la figlia della Luna, avuta dopo una relazione col Sole.

Un lupo ululò in lontananza, quella foresta riservava sorprese dopo sorprese.

E alla fine, Kaden si addormentò, ipnotizzato dal russare di Isabel. Quanto era bella! Quando faceva la scema col fratello, quando ballava, quando si esercitava, quando beveva, ma non l’aveva mai vista lavarsi!

Non credeva che sarebbe riuscito a resistere a quella tentazione, e poi…

Fu con quei pensieri che Kaden si addormentò.

In quello stesso momento, un gruppo di persone spiava il terzetto da dietro un cespuglio.

“Che ne dici, Gloria? Sono ricchi, no?” chiese una ragazza smilza, che teneva un coltellino fra i denti e aveva disegnato sulle guance linee orizzontali rosse.

“Uhm… non saprei, Bletta” rispose Gloria, che stringeva gli occhi per vedere meglio. “Certo, i cavalli sono ottimi e l’armatura di quel tizio sembra vero acciaio, con inciso uno stemma, che purtroppo non si vede da qua, cazzo!”

“Va beh, pazienza. Quando dici di attaccare?” chiese un terzo uomo, che reggeva una torcia, recante una profonda cicatrice sull’occhio destro.

“Appena l’uomo con l’armatura si dà il cambio con quel ragazzo sdraiato, Philip” rispose Gloria. “Già pregusto il sapore del sangue… uhuhuhu”

“Che schifo. Non ho mai capito questa tua passione per gli aspetti macabri. Comunque sia, li uccideremo adesso che è notte. Come osano, voglio dire? Questo è il nostro territorio” asserì Bletta, rivolta ai compagni, squadrandoli con quei suoi occhi sporgenti.

“Sì, ma nessuno lo sa” osservò Philip. “Noi siamo i rifiuti della società, e ci nutriamo dei suoi rifiuti, appunto. Pertanto, è fattibile che la gente passa, noi li trucidiamo e prendiamo le loro cose, e continuiamo a vivere. Certo che però, anche tu, vestirti di bianco… li fai scappare, ecco”

“Che ci posso fare se mi piacciono i fantasmi? Questo posto ne è pieno e voglio essere una di loro!” esclamò Bletta, arrossita.

“Comunque, sembra che il tizio stia alzandosi” disse Gloria.

E in effetti, gli altri due osservarono Caleb che, alzatosi, affrontò e uccise un Plexigos di passaggio con l’aiuto della sua sola spada.

Gloria era semplicemente affascinata.

“Ehi! EHI! Bill, vieni qua! Il ragazzo che abbiamo trovato è fortissimo!”

Ci fu un grugnito di risposta. Poi, alcuni passi e un uomo molto più anziano dei ragazzi scrutò con occhi cisposi di sonno con l’ausilio di un binocolo.

Poi, il sonno svanì del tutto in lui. Non poteva essere!

“Ma è Caleb Hesenfield! Non si vede bene, ma deve essere lui! Ho riconosciuto l’armatura! Chissà chi accompagna! Chi sono quei due coricati? Sono morti?”

“Magari” disse Gloria, leccandosi le labbra.

“Secondo me invece sono vivi e sotto la protezione di sir Caleb, il bellissimo” osservò Bletta. “Voglio dire, che ci fanno qui? Stanno andando sicuramente a Sydney, o tornano da lì per fuggire dall’assedio”

“Giusto, Bletta, ma ti ricordo che Caleb è un Lord, non un sir, poiché figlio di lord Abraham, che a quanto pare è deceduto, ma non si hanno notizie certe” osservò Bill. “Allora, ecco il piano, ragazzi. Le ragazze rapiranno il tizio più vicino, quello coricato, così sicuramente Caleb andrà incontro a lui, mentre io comparirò dal nulla e lo distrarrò rubando i cavalli.”

“E io che faccio? Mi gratto?” chiese Philip.

“No, tu ci farai luce. Vedo che c’è anche un secondo figuro sdraiato, e poi un terzo. Puoi rapire quelli”

Attesero qualche altro minuto interminabile, poiché Caleb non si era ancora alzato dacché si era seduto, dopo aver sconfitto il Plexigos.

A un certo punto, il ragazzo si alzò e svegliò il tizio disteso a terra, mormorandogli parole incomprensibili da quella distanza.

“ORA!” esclamò Bill, e assieme ai suoi attaccarono l’accampamento.

Tutto accadde molto in fretta: Caleb riuscì a vedere solo due ragazze che portavano via il corpo di Kaden e un terzo che portava via uno dei cavalli, che tuttavia scalciò imbizzarrito, svegliando Isabel, Mary e il resto della carovana.

“Ehi! Ma questa è una ragazza! E che ragaz… ah”

Isabel uccise Philip tagliandogli la gola.

“Chi cavolo sei tu che mi palpeggi i seni mentre dormo? Eh?” chiese la ragazza, lievemente isterica.

Poi si rivolse a Caleb, ma era occupato assieme alle sue guardie ad affrontare un uomo più anziano, così concentrò la sua attenzione al corpo mancante di Kaden, poi riprese lo stiletto e andò a cercarlo fra le frasche, non poteva essere lontano.

“Isabel! Vieni con me, cerchiamo Kaden!” esclamò Mary, che aveva avuto la stessa pensata.

Infatti, lo trovarono oltre un cespuglio, mentre due ragazze bislacche lo spogliavano.

“Oh, ma qui non c’è niente” si lamentò Gloria.

E anche Bletta che rovistava fra le vesti, si disse delusa. “A parte la spada, non ha altro di prezioso. Beh, uccidiamolo”

“Ehi” esordì Mary, inviperita.

Le due si voltarono, ma non considerarono lei, ma colei che l’accompagnava. Era ben visibile, il fuoco che avevano appiccato all’accampamento faceva risaltare ogni singolo spigolo di Isabel Eva Charlotte Ester Hesenfield.

Ma non c’era niente di sensuale, stavolta, nel suo essere: solo morte, fame di sangue e disperazione altrui, come nei giorni in cui comandava l’esercito che stava minacciando la capitale.

E soprattutto, odio profondo. Uno sguardo che nessun uomo desidererebbe mai di vedere dipinto nel volto angelico della ragazza.

“Cosa state facendo a quel ragazzo?” sibilò, carica d’ira.

Kaden si svegliò proprio in quel momento e vide Isabel e Mary pronte a salvarlo dalle grinfie di… riconobbe due ragazze, ma una somigliava a uno stuzzicadenti.

“Ridateci il nostro amico e nessuno si farà del male” sibilò Mary, anche lei infuriata, come ai vecchi tempi. Per una volta, Kaden la vide adirata con gli altri e infine non poté non provare un moto d’affetto per l’amica che tante ne aveva passate. Erano amici, e lui l’avrebbe protetta dedicandole l’apertura dell’ultima Fontana.

“No che non lo faremo, maledette” rispose stizzita l’altra ragazza, quella più attraente fra le due rapitrici. “Ti riconosco, a te: tu sei quella che danza! Come ti chiami? La danzatrice della Luna crescente, non è vero?”

Kaden rimase perplesso per quel nomignolo.

“Beh, sappi che hai ipnotizzato anche il mio fidanzato, James! E si è suicidato sapendo di non poterti avere! E per questo morirai!”

Gloria si avventò su Isabel, ma lei la tenne a bada con quel semplice stiletto, tagliandole la gola con un movimento semplice e fluido. Successivamente, puntò il coltello su Bletta.

“E tu? Che problemi psicologici hai?”

Bletta rispose candidamente: “Beh, mi piacciono i fantasmi, parlo da sola e ho un particolare interesse verso gli uomini nudi”

Sia Isabel che Mary la guardarono allibiti.

“Scappa, piuttosto, o l’ira degli Hesenfield si abbatterà su di te.”

Bletta annuì e fuggì via.

“Bene” affermò la ragazza. Poi sorrise a Kaden e disse “Rivestiti, andiamo via”

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Kaden e le Fontane di Luce/29

Capitolo 29

Il problema era che Vanità era posta in un luogo non raggiungibile senza essere visto dai due contendenti, che, anche se stavano azzuffandosi, egli era sicuro che non l’avevano persa di vista.

Eppure, doveva prenderla, senza far capire a Margareth che era arrivato alla soluzione del dilemma.

Infine, un forte scossone e i due duellanti ripresero fiato, osservandosi in cagnesco.

“Maledetta cagna…” commentò Caleb, ormai nelle condizioni per insultare la regina. “Perché non cadi? Eh? Troppo ingenuo era, mio padre, che vi voleva vermi striscianti! Voi non striscereste nemmeno per chiedere un bicchiere d’acqua in mezzo al deserto!”

“Brutto bastardo… come osi parlare in questo modo alla tua regina? Ti ricordo che nessuno mi ha ancora spodestato, e morirai per avermi insultata!”

“E intanto hai il fiatone” aggiunse Caleb. “Ciò vuol dire che sarai anche onnipotente, ma condividi il corpo umano come tutti. E sarà questo che ti porterà alla rovina”

“Lo vedremo!” concluse Margareth, che stese la mano e produsse un’onda d’urto che spinse Caleb contro il muro, distruggendo una consolle.

Kaden doveva muoversi. Capì, dall’espressione del compagno, che non rimaneva molta energia da sprecare per quel duello.

Sarebbe potuto essere anche un Hesenfield, ma la Regina immortale era un osso duro anche per il più temprato degli eroi.

Il tutto stava nel prendere Vanità senza essere visto, così in uno scatto fece per alzarsi, ma Margareth fu più rapida.

“E adesso Vanità è in mano mia. Ti decapiterò. Sai, mi sono divertita a combattere con te, e ti conferirò una morte veloce e indolore”

Kaden si maledisse, cacciando un urlo e battendo un pugno sul pavimento. Sembrava finita, ma Caleb aveva ancora molte frecce al suo arco.

Mentre era a terra, notò che l’urlo era stato cacciato dopo che Margareth aveva canzonato la sua persona con la ripresa dell’arma.

Quindi, per aprire la Fontana serviva quella spada.

Il figlio di Abraham decise. Avrebbe offerto l’ultima stilla della sua energia per estirpare la spada da quelle mani vellutate.

Così come aveva fatto Klose, anche lui avrebbe offerto la sua vita per una causa più grande, rappresentata nella persona di Kaden, l’unico fra loro in grado di aprire le Fontane di Luce.

“Ma bravo in nient’altro, cazzo” aveva detto una volta Mary, durante i giorni in cui li stava deportando a Villa Hesenfield.

E adesso stava per diventare Re. Così si alzò e sorrise.

“Non disperare, Kaden” disse. “Ho capito”

Kaden sgranò gli occhi. Aveva capito? Che cosa aveva capito?

Poteva essere solo una cosa, e cioè la storia della spada.

Ciò significava che l’avrebbe tolta dalle mani della regina come suo ultimo regalo?

E dopo averlo fatto, Kaden dove avrebbe dovuto porre la lama?

Poi la vide. In cima alla quercia raffigurata, ove ogni ramo terminava con una fessura per lasciare passare la luce, vi era una fenditura rettangolare, e Kaden ipotizzò che fosse larga giusta per inserirvi Vanità, anche perché non vedeva altre soluzioni.

“Mary!” disse Kaden. “A che punto sei?”

Non fece in tempo a chiederlo che finalmente la ragazza estrasse l’oggetto cadendo all’indietro.

“E ringraziami!” esclamò Mary, infuriata. “Avresti potuto darmi una cazzo di mano, no?”

Kaden arrossì, ma stavolta chiuse perfettamente l’oggetto nel buco e attese la spada da Caleb.

Come avrebbe fatto allora, per far vertere le sorti della battaglia in suo favore?

Vide Caleb cadere, una, due, dieci volte.

E lui era ancora dentro la Fontana, dopo esservi entrato per controllare la presenza effettiva della fessura.

Il figlio di Abraham aveva ormai l’armatura ridotta a brandelli, e  un fendente mandato nel punto giusto lo avrebbe portato a morte certa, ma non per questo era meno determinato.

“Forza, Caleb. Io sarei solo d’intralcio. Il destino dell’Australia è nelle tue mani. Dammi quella spada e tutti i peccati ti saranno rimessi, ne sono sicuro. Puoi farcela, amico mio!”

Amico mio.

Kaden lo aveva appena definito “amico”, lo aveva sentito.

Lui non aveva mai avuto amici, se non i suoi fratelli. L’ovatta in cui era cresciuto gli impediva di socializzare con facilità, e in età adulta ne aveva passate così tante da non dare confidenza ad alcuno, inoltre era convinto della superiorità del suo cognome su tutti gli altri.

E infine, li aveva trovati proprio in coloro i quali doveva uccidere. Persino Kaden, che pure provava rancore nei suoi confronti.

“Va bene, Kaden” disse lui. “Verrò a Sydney con voi e ucciderò con le mie mani anche Re Anthony! È un bastardo non riconosciuto dal padre che non merita niente , né in questa vita, né nell’altra. Ricorda queste parole, perché ti serviranno”

“Così come gli altri Re, ti pare? Manterrò la promessa”

Ma Margareth ridacchiò.

“Avete i Draghi al vostro seguito, due eserciti e la potenza della città di Sidney, la Capitale Inespugnata. Cosa può fare un moccioso che beve ancora il latte dal seno?”

E Caleb rispose ghignando sicuro di sé. “Ciò che può fare o non può fare non è affar tuo. Gli Hesenfield ti mandano i loro saluti!”

Con uno scatto fulmineo, si aggrappò al braccio sinistro della regina e usò tutte le sue forze per sradicare la spada dalla mano, che con un guizzo attraversò dunque la stanza e finì ai piedi di Kaden, che non perse tempo e l’afferrò.

“Che hai fatto, figlio di puttana?” Margareth con l’altra mano (la sinistra era dolorante) afferrò la gola di Caleb e cominciò a stringere.

“V… vai…  Kaden… realizza… i-il… nostro… sog…”

E Kaden finalmente uscì dall’ipnosi che gli aveva offerto quella scena e infilò con tutta la forza che aveva Vanità in quella fessura, che era proprio grande giusta per infilarla senza difficoltà, in modo da salvare l’amico da quella morsa.

Una luce potentissima investì l’intera stanza, e seguitò un violento terremoto, dove tutte le componenti della Fontana, che erano state murate, fuoriuscirono da dov’erano e si aggiunsero, una dietro l’altra, alla Fontana Kashna, che dunque si installò sopra la Torre, che tuttavia non era progettata per mantenere un peso così grande, e poiché la Fontana era davvero imponente, la Torre di Margareth crollò rovinosamente per lasciare posto al monumento per eccellenza, che risplendette di un chiarore persino più potente di quello che adesso adornava la Fontana Lind.

Kaden e Mary videro tutto questo meravigliati, e si sentirono persino guariti dalle avversità che avevano dovuto affrontare. Soprattutto Mary, per la prima volta sorrise, sentendo dentro se stessa che in qualche modo avrebbe vissuto, superando la morte dei due amici.

Il cielo cupo che era all’esterno si schiarì e in generale tutto quanto risultava negativo cessò di esistere.

E in ultimo, lo sguardo di Kaden cadde sulla regina, la quale, essendo rimasta con lui sul pavimento della Torre che crollava, rimasto intatto per effetto della Fontana, subì i cambiamenti che Kashna imponeva.

Se negli operatori di pace era benevola e misericordiosa, negli avidi e superbi era una punizione.

E Margareth se ne rese conto troppo tardi. Dopo un breve sussulto, si toccò con entrambi le mani il petto e, lanciato un urlo di dolore, morì prona ai piedi della fontana.

Poi gli venne in mente una cosa. Mancava una persona all’appello… dov’era?

“CALEB!” esclamò Kaden, col cuore in gola. “CALEB! RIESCI A SENTIRMI?”

Anche Mary cominciò a cercarlo ovunque e finalmente, poco più lontano, una figura sorse fra i detriti.

“Mi… mi cercavate?” disse Caleb tossendo. “Io… devo diventare Re, non è il momento di morire”

Kaden e Mary sorrisero nel vederlo e i tre osservarono quanto era cambiato nella città festante, con la piazza colma dei soldati del futuro Re vittoriosi nella battaglia.

“E adesso” disse Kaden “ne manca solo una e… eh?”

Poco prima di andare, una figura a quattro zampe piombò davanti a lui.

Era di nuovo sporco di sangue e non era mai stato così maleodorante.

Il Mangiacuore, Josafat Hesenfield. Kaden non capì come mai era giunto fin lì proprio in quel momento e cosa avesse fatto nel frattempo.

“Josafat!” esclamò Caleb. “Che diamine ci fai qui? La guerra è finita!”

“Probabilmente ci ha seguiti tutto il tempo e vuole ancora ucciderci! Caleb, spiegagli che non siamo nemici!” lo implorò Mary, ma il primogenito della Casata non diede segno di voler ragionare col fratello più piccolo.

Caleb aveva sempre una fitta al cuore quando lo vedeva. Era stato un bambino così bello, quando era piccolo… ma cosa gli era successo? E lui, lui che era il primogenito, avrebbe potuto evitare che gli capitasse ciò che gli era capitato?

Infine, balzò sul Mangiacuore e lo atterrò bloccandogli le braccia.

“Josafat, ti prego ascoltami!” esclamò in preda alle lacrime. “So che mi ascolti, senti la mia voce! Stiamo andando da mamma! Da mamma, Josafat! Vieni con noi?”

Ci vollero diverse versioni di quella frase prima che Josafat capisse e, guardando perplesso Caleb coi sui grandi occhi blu, divenne mansueto, dopo essersi rotolato fra le macerie lottando contro il fratello maggiore.

Caleb sospirò. “Immagino che dovremmo andare a Katrinaville, adesso, prima di Sydney. Lì ci rifocilleremo. Sono sicuro che mia madre e mia sorella daranno anche voi un pasto e un letto per riposarvi. Nel frattempo la mia truppa ci procurerà cavalli e vettovaglie a quantità!”

Dopo aver detto quelle parole, si fece dare un paio di manette e incatenò se stesso al polso di Josafat, in modo che non potesse nuocere, poi si sedettero su una carrozza.

Kaden non era del tutto convinto e si chiese cosa lo turbasse, mentre prendeva posto accanto a Mary e di fronte a Caleb. Era la stessa sensazione che aveva provato quando stavano andando verso Villa Hesenfield e si chiese se la magia di quella casa si estendesse anche alla seconda tenuta.

“Mia sorella Isabel è chiamata la Lady Impossibile, poiché è anche lei comandante di una truppa e al contempo è considerata la donna più bella del mondo” disse Caleb, come se avesse indovinato i pensieri del ragazzo “ma non credete a queste fandonie. Mia sorella, se non è cambiata e le persone non cambiano, è un’oca che non sa distinguere la sua mano destra da quella sinistra”

“Certe battute puoi anche evitarle!” replicò stizzita Mary. Caleb arrossì vergognandosi. “In ogni caso” proseguì “anche lady Katrina era a suo tempo molto bella, e comunque ho voglia di vederle, soprattutto dopo… dopo quello che sapete. Mi dispiace per Klose, a proposito, non abbiamo avuto tempo per seppellirlo, essendo sotto le macerie e quindi introvabile in tempi brevi”

“Non preoccuparti” disse Kaden. “Non abbiamo bisogno di altri funerali”

Detta in quel modo poteva sembrare insensibile, ma Caleb si ritrovò perfettamente d’accordo con lui. Preferiva ricordare le persone quando erano vive, piuttosto che chiuse dentro tre metri di terra. E inoltre il loro dolore era davvero troppo grande per aver ancora bisogno di guardare i cadaveri spenti dei cari perduti.

Ed era in quell’atmosfera malinconica che i tre attraversarono Kashnaville, diretti verso Katrinaville. Non era un viaggio molto lungo, ma occorreva prendere per forza la strada del mare, mare che era anche fra le opzioni di Isaiah, quando decise che era il momento di dare una mano al gemello per attaccare Sydney e mettere fine alla guerra.

Isaiah dovette convenire che l’Armata Rivoluzionaria di Shydra Aldebaran funzionava come un orologio, preciso e senza sbavature, e quando si era trattato di collaborare avevano svolto i compiti nel migliore dei modi, accelerando così la rinascita di Perth e di tutte le città coinvolte nella guerra, dando così modo a lui di pensare a una n uova manovra d’attacco, smettendo di contare sui Centauri, che avrebbero agito liberi per tutto l’Ovest, e non più rinchiusi dentro una riserva limitata.

Così, senza saperlo, i due gemelli stavano pensando con la stessa intensità al mare, che si snodava a perdita d’occhio.

Dal canto suo, Kaden temeva di conoscere Isabel. Se somigliava a Caleb, doveva essere davvero molto bella. Che lei sapesse del Mangiacuore? E come stava reagendo ai diversi lutti?

“Mary” disse Kaden, per fare conversazione. Quel silenzio lo opprimeva, e si costrinse a smettere di pensare al cattivo odore che emanava Josafat. “Come stai?”

Mary aveva passato le ultime ore ad osservare il Mangiacuore, pensando in continuazione al momento in cui lui era sopra di lei, intento a privarla dell’organo.

Come stava, dunque?

“Male… e bene” disse la ragazza. “Klose mi amava, sai? Ma il mio cuore appartiene a Taider… non credo che amerò mai più nessuno” sospirò. “Cosa ti aspetti dagli Hesenfield, adesso?”

Kaden per tutta risposta rovistò nella bisaccia che gli avevano dato i soldati di Caleb e prese tre bottiglie di birra.
“A Caleb Re!” esclamò fissando il soggetto dritto negli occhi. “Voglio che sia lui a governare!”

Mary lo osservò stupita e ancora di più si scoprì d’accordo con lui; così prese la bottiglia e i tre brindarono alla salute del futuro sovrano.

“Caleb Re!”

Kaden e le Fontane di Luce/28

Capitolo 28

Era una bella stanza, illuminata e arredata col maggiore sfarzo possibile. In quel luogo era stato dato l’ordine a sir George di governare l’Ovest in vece del defunto Re William, in quel luogo era stato dato ordine di uccidere gente e data la grazia ad altre, in quel luogo la Regina Margareth vi viveva, e aveva sradicato la Fontana dalla piazza per averla sempre sott’occhio.

Infatti, Kaden la vide. Era molto più piccola della Fontana Lind, ma non per quello era meno importante. Forse era stata smontata per farla entrare dentro quella sala? Ad ogni modo, presentava gli stessi sintomi della precedente. Era sporca, maleodorante e dava l’idea di poter portare malattie anche al solo guardarla, e il contrasto con tutto ciò che la attorniava era quasi un pugno in un occhio.

Margareth aveva gli occhi viola, i capelli castani e un certo senso di tranquillità interiore, a detta di Kaden.

“Avete fatto bene a consegnarvi” disse infine la regina. “Tu sei il primogenito degli Hesenfield, vero? Bene, bene, alla fine tutti i nodi vengono al pettine”

“Non più, Margareth” rispose Caleb. “Sono qui per reclamare il trono che doveva essere di mio padre, e che apparteneva a Re Isaac, lo sterminatore di Draghi! Arrenditi, in nome della mia famiglia!”

“Perché la tua famiglia dovrebbe essere così importante? Cosa spinge un ragazzo come tanti altri a minacciare la propria regina in nome di parenti che nemmeno ha chiesto di avere?” chiese Margareth.

Caleb si chiese perché ed ebbe la risposta pronta.

“Questo perché tu non sei mai stata legata col sangue ad altri individui, se escludiamo il sangue che hai versato per sederti su quel trono maledetto. Sangue che adesso grida vendetta!”

Caleb sembrava molto sicuro di sé, a detta di Kaden, ma non aveva neanche una spada, in quanto si era infranta poco prima.

“Quindi? Vuoi affrontarmi a mani nude, pur sapendo che ho acquisito l’onnipotenza e l’immortalità?” chiese Margareth, divertita.

“Solo per dare il tempo al mio compagno di aprire la Fontana” disse Caleb, avanzando di un passo, sgranchendosi le dita delle mani. “Inoltre, non aspettarti un trattamento di favore solo perché sei una donna. È mio stesso interesse battermi con una Immortale, con una dei tre Re che hanno conquistato l’Australia nei tempi che furono e che adesso cadono, pur avendo l’apice del potere fra le mani”

“Io non sono ancora caduta!” esclamò Margareth, estraendo la propria spada, una delle migliori al mondo.

La teneva con la sinistra. “Io la chiamo Vanità. Osserva come splende alla luce della sala!”

E in effetti bastava solo la sua lama scintillante per limitare la vista agli avversari, ma non a chi la possedeva, che anzi ne traeva giovamento, aumentando le proprie diottrie.

Kaden sapeva di non poter perdere tempo, ma era stato quasi accecato da Vanità e dunque aveva perso di vista la Fontana.

“Maledizione… e va bene!”

Caleb decise di eliminare la possibilità di usare lo sguardo e si affidò agli altri sensi, ascoltando i passi pesanti di Margareth avvicinarsi alla sua persona.

“Assaggia la cura con cui affiliamo le nostre lame, qui al Centro!”

Ma Caleb bloccò la spada chiudendo entrambi i palmi sulla lama, appena prima che quella potesse affondare sul suo volto. C’era da dire che lo aveva fatto con la vista completamente oscurata, e anche in quella condizione la lama era talmente splendente che da dietro le palpebre Caleb vide un intenso colorito arancione, che lo costrinse a stringere gli occhi.

Allorché Margareth allontanò la spada da Caleb e tentò con un altro affondo, ma il figlio di Abraham, che si era macchiato dell’omicidio del suo stesso fratello per vendicare suo padre, schivò più di una volta, tuttavia non riuscendo a contrattaccare.

Nel frattempo Kaden e Mary concentrarono il loro sguardo sulla Fontana, che era il motivo principale per cui loro erano lì e infine aprirla, per dare un esito positivo allo scontro che Caleb aveva intrapreso.

Kaden non aveva le stesse proprietà di Caleb, non poteva affidarsi agli altri quattro sensi come con la vista, e invidiò parecchio il cavaliere, temprato da anni di guerre, invece lui aveva appena cominciato.

La Fontana Kashna era dunque apparentemente inoffensiva, e se Kaden solo in quella stanza poteva aprirla, allora doveva farlo, tanto per salvare la vita all’altro ragazzo, al quale Klose si era molto affezionato.

Klose… Kaden avrebbe tanto voluto che si fosse sacrificato Caleb al posto suo. Invece, di coloro i quali avevano deciso di accompagnarlo, era rimasta viva la sola Mary, per quanto impedita, e dunque sarebbe dovuto andare a Sidney con un animo pieno di incognite, anche se non aveva idea di che strada intraprendere.

Sempre che fosse riuscito a rimanere vivo fino ad allora.

Kaden osservò ancora la Fontana, mentre Caleb continuava a spostare lo scontro all’opposto della sala, per permettere al compagno di vedere.

Non c’era manopola, né leve, né qualcos’altro che potesse indurre a credere che si potesse attivare. Perso dal panico, si voltò verso Mary.

“Che facciamo? Non c’è niente qua che possa essere aperto!”

“Zitto e guarda meglio!” esclamò Mary, puntando la protesi di legno verso un buco che Kaden aveva trascurato.

Era della stessa forma dell’oggetto che avevano preso con fatica al Labirinto, così Kaden ebbe un lampo di ricordi e, pregando Taider affinché intercedesse per loro, infilò l’oggetto nel vano, aspettandosi gli stessi effetti osservati a Perth.

Tuttavia, non accadde nulla.

“Forse è messa male? Ma perché non si spiega per bene… eh?”

Mary notò qualcos’altro, una scritta appena leggibile:

Se tu codesta polla desideri azionare,

sappi che non userai né manopole da girare,

né leve da sollevare.

Tuttavia un modo semplice vi è…

E non si capiva più. Forse la Regina Margareth aveva cancellato la seconda parte proprio per evitare che qualcuno provasse a manomettere il monumento.

Anzi, Kaden scommise la testa che probabilmente una scritta simile vi era stata anche alla Fontana Lind!

Aver scoperto che vi erano incise delle istruzioni in cima alla Fontana indusse Kaden a dare degli stupidi a tutti quanti, ma forse le Fontane desideravano farsi aprire da persone scelte, puri di cuore e tutta quella roba lì che aveva sempre detestato.

Chi era davvero “puro di cuore”? In quei tempi tormentati, nessuno poteva affermarlo, ma neanche in tempi di pace le persone potevano considerarsi pure.

E forse era quello il motivo per cui Tre Re erano sbucati dalla Controversia e avevano legato il loro potere alle Fontane, tanto per ricordare che anche negli aspetti più positivi vi arrivava il diavolo e le sue manovre.

Eppure, vi era un modo semplice per aprirla… quale? Forse accettare tutto questo e supplicarla?

Nel frattempo, Caleb era riuscito a atterrare la potente Regina, la quale perse la spada e la luce intensa che proveniva dalla destra di Kaden si affievolì, e riuscì a ragionare con mente più fredda.

Un modo semplice… Kaden ne conosceva solo uno.

Pose le sue mani sulla Fontana e disse: “Apriti!”

Non successe nulla. Margareth si alzò, riprese la spada e digrignò i denti.

“Come osi? Non sai che non si deturpano i monumenti storici?” disse, adirata.

“Non sai che far adirare la Regina equivale a una condanna a morte? E che ho il potere per eseguirla io stessa?”

Sollevò Vanità per decapitare Kaden, e lui capì che non gli era rimasto alcun secondo nemmeno per pregare, ma improvvisamente la regina venne atterrata di nuovo, a causa di un calcio di Mary, che spedì la nemica di nuovo al cospetto di Caleb, che con un gesto fulmineo le sottrasse la spada.

“Questa la prendo io” disse. “Mi manca un’arma, e visto che Kaden sta pensando alla Fontana, fra poco non ti servirà più”

Kaden non ebbe il cuore di dirgli che era vicino alla soluzione quanto lui.

Un modo semplice… semplice, si ripeteva osservando la regina e Caleb rotolare sul pavimento accapigliandosi.

Il modo più semplice di tutti non era, quindi guardò Mary.

“Aiutami” disse sussurrando. “Quale potrebbe essere un modo semplice?”

Mary fissò intensamente l’oggetto che Kaden aveva posto e notò che i pezzi non combaciavano ancora perfettamente.

“Sei un cretino” commentò lei. “Hai messo male l’oggetto, un attimo, fammelo disincastrare”

Mentre Mary si dava da fare, Kaden assistette allo scontro, mentre rifletteva sulla morte di Klose e il suo sacrificio, che aveva portato fino a quel momento a nulla di fatto.

Adesso che era Caleb a maneggiare Vanità, la luce favoriva lui, e dunque tutti i fendenti che spediva la regina dovette accusarli, poiché nemmeno lei era molto pratica nell’usare la Vista interiore.

E tuttavia era immortale, dunque le ferite che riceveva avevano subito una pronta guarigione, quindi era come se non fosse scalfita.

“E se ti tagliassi a metà?” chiese Caleb, facendolo, e troncando in due metà la regina Margareth.

Chiunque sarebbe morto, ma la regina si ricompose come nulla fosse accaduto. Era stato come se il busto fosse attratto come calamita alla metà inferiore.

“Dicevi, Hesenfield?” chiese sarcastica Margareth, e preparò un potere magico dal palmo della mano destra.

“Ti imprigionerò col ghiaccio!” disse lei, e costruì un mostro glaciale, dal nulla e dalle notevoli dimensioni.

Il mostro possedeva anche una clava fatta dello stesso materiale.

“Attento a farti toccare, costui è… contagioso” disse la regina, tornando a sedersi.

Caleb realizzò che se Margareth aveva mandato in campo una delle sue creature, aveva realizzato che lei non poteva sopraffarlo, pur essendo invincibile e immortale. Ad ogni modo, aveva ancora Vanità fra le mani e Kaden stava riflettendo accanto alla Fontana, quindi gli si chiedeva altro tempo.

Doveva sopravvivere. Glielo doveva, soprattutto dopo quello che gli aveva fatto passare al Labirinto. Quel senso di colpa non l’aveva mai abbandonato, nemmeno per un istante, e adesso che Klose si era addirittura sacrificato, non poteva più sfuggire al suo destino.

E se il suo destino era perire per mano di Margareth, era pronto per riceverlo.

Ma nel frattempo, avrebbe affrontato il mostro con la clava, che era molto veloce e sapeva come combattere, ma dopo un breve ma intenso scambio di affondi Vanità fece valere le proprie ragioni e la mano esperta del figlio di Abraham lo condusse alla vittoria, sbriciolando l’uomo di ghiaccio davanti a un’attonita donna.

“Devi essere tu a distruggermi, stronzetta” disse Caleb, puntando la luce di Vanità tutta sulla faccia della Regina.

Margareth avrebbe tanto voluto incenerirlo con lo sguardo, ma non poteva, la luce le investiva persino gli occhi ed era costretta a tenerli chiusi.

E anche se fosse stato possibile, Caleb avrebbe evitato i raggi dagli occhi.

E nel frattempo Kaden pensava e pensava, incurante dello scontro che stava proseguendo accanito, e Mary non riusciva ancora a disincastrare l’oggetto malposto.

Al ragazzo non veniva in mente niente, ma Caleb molto presto sarebbe stato sconfitto.

Era un po’ come trovarsi nella stanza precedente, col gas che incombeva sule loro teste e ogni porta sbarrata. Il tempo mancava e lui non riusciva a concentrarsi bene. Inoltre, a volte la luce riflessa dell’arma maledetta gli perveniva in faccia e quindi doveva coprirsi il volto per non essere investito, e ciò gli sottraeva energia da inviare al cervello per riflettere.

E Caleb le rifilava colpi potenti, e Margareth rispondeva con affondi ancora più potenti, in un corpo a corpo senza esclusioni di colpi.

Vanità giaceva a terra, adesso.

E infine, Kaden capì.

Vanità, la Spada della Luce.

La Fontana di Luce Kashna, che se aperta avrebbe zampillato scintille, uccidendo la Regina.

E Kaden comprese anche perché avevano potuto smontare la Fontana senza che la Regina ne risentisse, e il motivo per cui l’arma conteneva così tanto chiarore.

Un modo semplice per aprirla.

Kaden si diede mentalmente dello stupido per non aver fatto subito il collegamento, ma in ogni caso, com’era che si diceva?

“Meglio tardi che mai”. E Caleb sarebbe sopravvissuto.

Kaden e le Fontane di Luce/27

Capitolo 27

Già, Caleb non vedeva sua madre e sua sorella da parecchio tempo. Aveva pochi ricordi legati a loro, ricordi che via via sbiadivano col passare del tempo.

Al ragazzo venne in mente Isabel, la sorella nata poco prima di Jakob, ma generalmente ignorata nella scala degli eredi poiché donna, e dunque impossibilitata a mantenere il proprio cognome. Abraham diceva sempre che era meglio per le donne Hesenfield rimanere nubili e senza figli, per due motivi.

“Il primo” diceva “è che non c’è nessun uomo degno di sposare una donna Hesenfield. In secondo luogo, voi stesse non avete bisogno di un uomo per potervi realizzare, e anche se fosse siete già realizzate sin dalla nascita, poiché portatrici di un grande cognome e di radici storiche senza pari”

Quello lo aveva detto ad una delle ultime cene in famiglia, tutti assieme. Isabel ascoltava rapita, e chissà se col tempo aveva assorbito quelle istruzioni o se alla fine si era concessa ad un uomo. Di certo, Caleb non dubitava che fosse molto desiderata, anche se non capiva come gli altri uomini non capissero quanto fosse poco intelligente. Secondo Jakob, era proprio un’oca.

Un altro ricordo che aveva, più piacevole dei momenti seri e rigidi che erano state le cene in famiglia prima della separazione, riguardava lui e Isaiah che la prendevano in giro, a volte nascondendole i gioielli, o altre volte giocando spensieratamente ad acchiapparsi attorno all’albero di mele, che a quei tempi era ancora rigoglioso.

E tutti quei momenti erano così lontani che sentì una fitta al cuore. Era deciso, si disse, se fosse uscito vivo dallo scontro contro Margareth, sarebbe andato a far visita a loro, e poi glielo doveva: due lutti nello stesso giorno erano stati un durissimo colpo per la loro famiglia e un uomo che si dica tale sarebbe dovuto andare da loro, qualunque cosa fosse successa per farle allontanare dalla casa.

Si ricordò solo dopo che ad Isabel aveva donato una tiara… chissà se l’aveva mai indossata.

Nel frattempo osservava Kaden, Mary e Klose un po’ in difficoltà nel loro scontro contro i Plexigos, ma non dovevano assolutamente sapere che lui li stava seguendo. Dopotutto era la loro missione, la sua consisteva solo nel vegliare su Kaden e fargli aprire le Fontane. Tutto il resto, importava poco, e chissà se in quel difficile percorso avrebbe capito cosa significava davvero essere un buon Re.

Nel frattempo, il livello due della Torre della Fontana si aprì agli occhi di tutti, e si presentò perfettamente identico a quello precedente.

“Che cosa intendi fare, Caleb? Inseguirci per sempre?”

A un certo punto, la voce dell’arciere si levò potente nell’aula.

Kaden rimase paralizzato. “Come facevi a sapere che ci stava inseguendo? È qui, allora?”

Klose lo indicò, in quanto l’erede degli Hesenfield era visibile adesso, ormai scoperto. Dal canto suo, pensò con rammarico che Isaiah si sarebbe nascosto meglio.

Non sembrava affatto il tipo autoritario che aveva deportato loro, Mary e Taider nel Labirinto funesto. Anzi, sembrava più un ragazzo come tutti gli altri, e agghindato di un’armatura non per scelta.

“Che ti è successo?” chiese Kaden.

Caleb sospirò, scacciando quelle domeniche felici in cui lui e Isabel si dilettavano a scovare Isaiah, finendo per trovarlo nei punti più improbabili della Villa per poi cenare a base di pasta riscaldata in padella, fra quelle risa spensierate che chiamavano infanzia. “Ormai lo sapete, io diventerò Re. Lasciate che sia io a uccidere Margareth, mentre i miei uomini occupano la città. Questo è quello che deve fare un Re, questo è quello cui sono chiamato a fare. Reclamerò il trono che è stato di Isaac e che sarebbe dovuto essere di mio padre, prendendo la testa di quella donna. Consideratelo un gesto di scuse per la morte di Taider”

Nel sentire quel nome Mary trattenne il respiro, ma poi disse: “E perché non ci hai accompagnato subito, allora?”

Caleb rispose: “Credi che sia facile uccidere un’altra persona? Per di più, è la Regina, e ucciderla vorrebbe dire alzare la voce e reclamare il trono, azione che non sono per nulla pronto a fare. Inoltre, il sangue di mio fratello Jakob scorre ancora sulle mie mani, sai?”

Mary deglutì. Entrambi avevano l’anima spaccata a causa degli omicidi di cui si erano fatti carico e dunque non c’era bisogno di altre parole.

“E va bene” disse Klose. “Verrai con noi. Veglia su Kaden, deve aprire le Fontane”

Kaden ebbe un sudore freddo. Erano vicini, il momento della verità e il senso del viaggio erano giusto a qualche passo. Ma lui era davvero in grado di aprirle?

“Io… io ho bisogno di un po’ di coraggio. Non so se riuscirò ad aprire le Fontane e ho bisogno di sapere che fine hanno fatto i miei genitori” disse.

Mary sospirò. Conosceva ormai troppo bene Kaden per non riconoscere in lui i sintomi della tensione nervosa e l’ansia: era fermo come uno stoccafisso e sudava. “Caro mio, ascoltami bene. per cosa sono morti Shydra e John ?”

John? Kaden dedusse che si trattasse di Taider, ma nessuno l’aveva mai chiamato per nome. Per cosa erano morti?

“Perché… perché l’Australia potesse ritrovare la pace. Ti ringrazio, Mary. Adesso mi sento più consapevole”

“Lo spero” disse lei, provando una delle arti magiche con la protesi di legno e creando una specie di brezza che le lasciò ben sperare.

“Bene, bravi… che scena patetica” dichiarò la voce femminile appartenente alla regina Margareth, che aveva assistito al quadretto tramite la telecamera.

Tutti si spaventarono nel sentire così, di punto in bianco, una voce esterna, ma poi ascoltarono con trepidazione.

“Avete un’ora di tempo” disse in seguito, chiudendo tutte le possibilità di evasione. “Chi riesce a passare vivo al terzo livello oltrepassando le sbarre sarà il benvenuto, gli altri periranno soffocati dal gas”

Subito dopo aver concluso la frase, una coltre di fumo giallastro passò da un condotto posto sul soffitto.

“Quindi si tratta solo di non respirare il gas? Ottimo” Kaden si avventò sulle grate, ma urlò e si toccò la mano dolorante.

“Le grate sono caricate elettricamente! Fate attenzione!” sentenziò.

“Immagino che un’ora sia il tempo per il gas di agire” disse Caleb. “Dovremmo riuscire ad oltrepassare prima di questo tempo”

“Grazie tante, Lord dell’Ovvio” disse Kaden sarcastico. “Proverò a tagliere le sbarre con la lama Giustizia”

“Se permetti” ribatté il figlio di Abraham ”la mia spada, la mia cara Mezzanotte, è molto più potente della vecchia Olocausto. Quindi lascia provare me”

Kaden, in nome dell’amicizia appena avvenuta fra gli Hesenfield e chi non lo era, gli lasciò campo libero.

Il futuro Re prese una rincorsa e tagliò le sbarre, o meglio, così credeva.

Nel momento in cui la lama toccò le inferriate, infatti, si vide una piccola esplosione e il metallo andò in frantumi.

“Non è possibile… Mezzanotte era forgiata con la stessa lega di Ombra e Inverno, le spade dei miei fratelli! È inammissibile che abbia reagito alle scariche di questa trappola!”

Kaden tirò un sospiro di sollievo. Era una fortuna, si disse, che Caleb avesse avuto quella mania di protagonismo, almeno così lui non aveva più una spada, mentre lui sì.

Nel frattempo il tempo passava e i quattro rimasero a meditare.

“Ci vuole più tempo per pensare, con i limiti non riesco a riflettere bene!” esclamò Kaden. “Penso che la soluzione ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma il tempo che scorre velocemente ci impedisce di vederla”

Klose sospirò. “Per di più, la paura di inalare il gas ci sta inibendo le vie respiratorie. Io riesco solo a vedere una soluzione”

“Quale?” chiese Kaden. Per tutta risposta, l’arciere si alzò e osservò bene il soffitto.

“Se ci fosse qualcosa che potesse tappare questo buco, riusciremmo a passare, credo” dichiarò, e con un balzo aiutato da una sedia che era posta in quella sala, riuscì per un pelo ad aggrapparsi alle sbarre del condotto.

“Non sembrano molto dure” dichiarò. “Proverò ad allargarle”

Kaden non aveva idea di cosa Klose stesse facendo, ma poco prima che l’arciere potesse fare altri movimenti, appeso com’era alle sbarre, Mary urlò.

“Fermo, Klose! Non farlo! Deve esserci un altro modo!”

Ma Klose sorrise.

“Ti amo, Mary” disse con un’espressione felice e serena, come Kaden non l’aveva mai visto. Dopo aver detto quelle parole, allargò le sbarre e si infilò nel buco dove usciva il gas.

Kaden e gli altri assistettero a una scena tremenda: dopo un tetro balletto accompagnato dalle urla disperate di Mary, le gambe di Klose smisero di fermarsi.

Era morto, dopo aver inalato tutto quel gas. Ma la buona notizia stava nel fatto che la sostanza non passava più, in quanto bloccata dal corpo dell’uomo.

A costo della sua vita, Klose l’arciere aveva in pratica permesso all’amata e a Kaden di avere tutto il tempo di passare, e forse era proprio quello che voleva la regina Margareth, che morisse qualcuno per vedersi ridurre il numero di nemici da affrontare.

Kaden, con la morte nel cuore e con l’aria di uno che aveva visto centinaia di sofferenze senza confidarle, raccolse arco e faretra da terra e guardò gli altri due.

“Non possiamo lasciarle qui” disse.

“O forse sì, a memoria imperitura di un uomo valoroso, che ha sacrificato se stesso per un bene superiore” dichiarò Caleb, con la voce spezzata. Quel gesto aveva colpito anche lui, chiedendosi se sarebbe stato capace di compierne uno simile.

Aveva davvero visto che cos’era un buon Re e quella rivelazione lo sconvolse, e tuttavia lo rese più determinato.

Mary, dopo essersi sfogata e in totale stato di shock, puntò il dito di legno verso Caleb e urlò con tutte le sue forze le seguenti parole, fissandolo sgranando il più possibile gli occhi rossi. “Adesso, se davvero affermi di essere nostro amico, dovrai accompagnarci ad aprire non solo la Fontana Kashna, ma anche la Fontana Chemchemi a Sidney! Solo allora ti redimerò dai peccati che hai verso di noi! Prima di allora ti odierò con tutto l’odio possibile!”

“Perlomeno è solo odio, non è gelida indifferenza” osservò Caleb.

“Ci hai portato in un luogo di morte, per due volte! Ne dovrai mangiare, pane duro, per conquistare la nostra fiducia! Stanno morendo tutti, Shydra non voleva questo!” insisté Mary, gettandosi in ginocchio a terra e sospirando, avendo esaurito le energie.

“Ricorda chi sei, Caleb Hesenfield. Figlio di un cognome bagnato di sangue. Non posso dimenticarlo, questo” aggiunse Kaden, non riuscendo a togliere i suoi occhi neri dal nero della morte rappresentato da quelle gambe immobili e incastrate nel tubo venefico.

Alla fine, con immenso sforzo e come uscito da una profonda fantasticheria, osservò Caleb e Mary, non riuscendo ad odiare l’un e provando immenso affetto per l’altra. Era rimasta solo lei ad accompagnarlo, fra quelli che avevano accettato per quel pericoloso compito a Perth. Quel pomeriggio sembrava tranquillo e luminoso… ma era stato più di mille anni prima.

“Le spade non funzionano, le frecce non servono… occorre la magia” sentenziò Caleb. “Tu sai come utilizzarla?”

“Taider, che tuo fratello ha ucciso, è arrivato ad insegnarmi a lanciare solo le bolle d’aria”

Caleb arricciò le labbra nel sentire cosa era riuscito a fare suo fratello. Ma allora aveva fatto bene ad eliminarlo? Essere un buon re prevedeva anche quello?

“Bene, in tal caso state a vedere” ordinò loro di spostarsi e stese la mano destra in direzione delle sbarre.

Rabbia, frustrazione, malinconia: ecco cosa stava attanagliando Caleb. E tutto era partito perché aveva guardato quegli occhi.

Lady Mary Fonheddig, una perfetta sconosciuta alla quale non avrebbe mai rivolto la parola. Eppure, non appena aveva saputo che suo padre stava per compiere un eccidio nella sua famiglia, Caleb si era sconvolto, arrivando a mettere dubbi persino sulla sua stessa esistenza.

E aveva condotto alla morte due anime innocenti, che stavano cercando solamente di risolvere a modo loro la crisi in Australia. E aveva lasciato che Klose morisse per la loro salvezza, inalando tutto quel gas.

Quante colpe doveva ancora lavare, per dire di tornare a essere quel bambino giocondo che amava le battaglie?

Quei grandi, amabili occhi azzurri… Mary Fonheddig, l’amante che non sarebbe mai stata.

E allora, qual era il motivo per cui stava salvando la sua famiglia? Come mai il sangue di Klose e di Jakob stava ancora pesando sul suo cuore?

Per amore, forse? Lo stesso amore che aveva dimostrato Klose nei loro confronti?

Si diceva che per primeggiare occorreva indossare il grembiule e cominciare a lavare i piedi al prossimo, gesto tipico dei servi. Forse Klose aveva adottato quella filosofia. Gente come lui non avrebbe mai giudicato nessuno, qualunque cosa facesse.

Ma Caleb non meritava pietà. Nessuno degli Hesenfield meritava pietà.

O forse sì?

Ad ogni modo, decise di lanciare una fiammata che né Kaden né Mary avrebbero dimenticato.

L’unica soluzione era combattere il fuoco col fuoco, e in effetti la fiammata prodotta dal ragazzo distrusse con un fragoroso boato la sbarra che li imprigionava e rivelava la porta in mogano che permetteva di salire al terzo livello.

“Secondo te quanti livelli ci sono?” chiese Kaden, infine rivolgendogli la parola.

“Tre, Margareth adora il tre” disse l’altro, osservando la donna seduta sul Trono.

Kaden e le Fontane di Luce/23

Capitolo 23

Jakob aveva appena ucciso John Taider, e tanto gli era sufficiente. Lo scontro, infatti, gli aveva sottratto molte forze e sperò che Josafat avesse ucciso anche gli altri, cosicché il suo piano di vendetta trovasse il compimento.

Vendetta… Jakob aveva avuto qualche dubbio dopo aver ucciso il Cavaliere Corrotto, tuttavia, camminando fra gli odiati corridoi della Villa, non aveva più remore. Aver portato con sé Josafat nel Labirinto, quindi, era stata la mossa più azzeccata. Era il Mangiacuore, nessuno si sarebbe potuto sottrarre al suo braccio maledetto.

Non avrebbe mai dimenticato ciò che aveva visto fargli quando era sulle sue tracce. Morti ovunque, tutti trapassati sul torace, privi del cuore. Jakob si chiese se il suo fratello minore avesse mai fatto un pasto decente da quando si era allontanato dalla famiglia.

In ogni modo, non trovava Caleb. Dove si era cacciato? Doveva parlare con suo padre per forza? Poi ricordò: Caleb era stato mandato dalla sua truppa, a chiudere l’assedio di Adelaide e delle città del Sud.

La sua truppa… molti ricordi si affollavano nella sua mente, ricordi felici che adesso trovava odiosi. Lui, Isaiah e Caleb, quando non c’era un pensiero al mondo che lo poteva sconvolgere, tutti e tre assieme che conquistavano, soggiogavano e uccidevano per il nome della Casa.

Ma adesso, tutto quel sangue che aveva versato gli stava chiedendo il conto. Era davvero sicuro che ciò che stavano compiendo era giusto, era il corso naturale della storia? Jakob non ne aveva idea. Ad un certo punto, mentre osservava lo splendido giardino che sorgeva di fronte alla Villa dal balcone principale, Frederick fece capolino alle sue spalle.

“Perdonatemi, signorino, ma vostro padre desidera vedervi” disse.

Jakob si chiese che cosa volesse quel bastardo. Doveva dare da mangiare a Josafat, oppure, chissà, fargli fare l’inserviente?

Andò in ogni caso nell’odiato studio e bussò tre volte.

“Avanti” disse Abraham, e Jakob entrò, sedendosi sulla sedia davanti la scrivania.

“Figlio mio” esordì Abraham. “Ti stavo cercando, per chiederti scusa per quanto riguarda la mia reazione eccessiva. Insomma, ti ho sparato ad una gamba ed al momento non posso proprio permettermi di litigare coi miei stesi figli. In fondo, sei nella scomoda situazione di essere il terzogenito di una grande dinastia, davanti a te hai sempre avuto Caleb e Isaiah che sono ragazzi già di per sé straordinari, e inoltre portano il nostro cognome sulle spalle… cognome che su di loro non ha mai pesato. Tuttavia, noto che su di te pesa eccome. Ad esempio, sei scomparso per qualche ora. Dove sei stato?”

Jakob non rispose, dando segno però di aver subìto la domanda, irrigidendosi sulla sedia.

“Ebbene?” incalzò Abraham.

“Sono andato… fuori” rispose vago Jakob, ma Abraham decise di insistere, perché sapeva che il figlio gli nascondeva qualcosa. “Fuori dove? Non ti ho dato direttive precise, perciò ne deduco che tu sia uscito di testa tua. E dove sei andato?”

Jakob arrossì lievemente, ma prima di rispondere celò il disagio che sentiva, poiché decidendo di non avere più paura del padre, doveva portare avanti la sua ribellione. “Non devo venirlo a dire a te, ho superato quell’età”

“Certo, ma vedi… è scomparso anche Josafat. Io ti ho sparato alla gambe e allora ho fatto due più due.”

Una pausa carica di tensione e poi Abraham sbatté le mani sulla scrivania.

“Sei stato al Labirinto portandoti dietro il mio figlio più giovane, non è così? Ti ho dato la possibilità di confessare spontaneamente, ma a quanto vedo hai palesemente rifiutato! Sono esterrefatto, perché mi remi contro? La gloria degli Hesenfield…”

“AH, CERTO!” esclamò urlando Jakob. Non poteva più sentire nemmeno pronunciare quella parola. “A te interessa solamente questo maledettissimo cognome! Dei tuoi figli, mio caro bastardissimo PADRE, non te n’è mai fregato nulla! Dimmi, dov’eri quando Josafat è impazzito? Eh? E dov’eri quando mi hai sparato ad una gamba? Dov’eri? DIMMELO, DANNAZIONE!”

Jakob, preso dalla furia, aveva afferrato il suo stesso padre per la collottola, salendo sulla scrivania per farlo.

“Attento, Jakob” sibilò furibondo Abraham, fissando gli occhi disperati del figlio con i suoi. “Un’altra parola negativa sulla mia condotta e…”

“E cosa? Cosa farai? Intendi uccidermi?” Concluse per lui Jakob, con una nota di amarezza. “Ci hai uccisi, a me e i miei fratelli, non sai nemmeno tu quante volte lo hai fatto! Siamo cresciuti senza un padre, vivendo col paraocchi di questa fottutissima famiglia di merda e dei castelli che ti sei costruito da solo. Siamo cresciuti con assurde convinzioni, ma io ho scoperto la verità. Dimmi, padre… che cosa ne hai fatto dei tuoi fratelli?”

Abraham alla fine comprese cos’era che turbava il figlio. Era comprensibile, dopo il colpo ricevuto, andare a indagare su avvenimenti che non dovevano essere scoperchiati per nessun motivo. Tuttavia, il suo terzogenito non desiderava ricevere risposte, perché proseguì col suo monologo.

“Te lo dico io, se non te lo ricordi” disse. “Li hai uccisi tu, tutti quanti, e hai fatto fuori anche i parenti di mia madre, la tua stessa moglie! Ma di chi sono figlio? Che schifo, non voglio nemmeno toccarti!”

Finito di dirlo, lanciò suo padre contro la finestra dietro la scrivania ed estrasse la spada.

“Io, Jakob… McNobly, in qualità di soldato delle’esercito del Triregno ti condanno a morte”

Abraham sentì suo figlio definirsi col cognome di sua madre. Fu quello, soprattutto, a ferirlo. Ciò voleva dire che non era più suo figlio e che occorreva aggiornare il blasone di famiglia, riducendo le stelle a sei.

“Jakob… Jakob” disse Abraham, accendendo le mani utilizzando la Tecnica del Fulmine propria della Magia. “Tu non sai chi hai condannato a morte. Osi uccidere il tuo Re?”

“Sì, oso” rispose Jakob, puntando la spada “perché ci sono crimini impuniti e un colpevole a piede libero, e io devo aggiustare le storture di questo mondo. Non sei migliore di chi vuoi spodestare e tanto vale ucciderti”

“E mettere te stesso al mio posto, vero?” chiese con una punta di sarcasmo Abraham.

“Chissà” rispose sogghignando Jakob. Stava per profilarsi uno scontro intenso, chiuso nella stanza limitata di Abraham, composta da una libreria, la scrivania e le vetrate, illuminata di notte da un lampadario di cristallo.

Fu Jakob ad attaccare, provando a lanciare un fendente contro suo padre, che lo scansò e lasciò che la spada fendesse invece l’aria, e dato che il capofamiglia degli Hesenfield si era spostato alla sinistra di Jakob, sperò che fosse il lato più debole del figlio, e gli scagliò contro un fulmine, che tuttavia venne schivato da Jakob dimostrando una prontezza di riflessi che solo chi aveva combattuto senza interruzione per tutta la vita poteva avere.

Abraham, invece, l’ultimo scontro serio che aveva avuto era stato contro Shydra sei mesi prima, dopo una lunga pausa, forte della sua supponenza e arroganza nel sentirsi più potente dei figli.

“I miei fratelli si sono sacrificati affinché io potessi diventare Re!” esclamò furibondo Abraham, mentre cercava di colpire il figlio ma incenerendo solo gli oggetti della stanza “E, per quanto riguarda i parenti di tua madre, erano dei buoni a nulla, senza nome né storia, utili solo come cadaveri, in modo da trasformare mia moglie e vostra madre in una vera Hesenfield!”

“Tutte balle!” rispose di rimando Jakob, tagliando in due la scrivania con la spada, ignorando il padre. “Adesso muori!”

Abraham sapeva che Jakob aveva tagliato in due la scrivania solo per far sì che mostrasse la sua vera potenza, e inoltre una volta che si era chiamato McNobly non era più nemmeno suo figlio. E le serpi andavano eliminate, esattamente come aveva ucciso i suoi due fratelli e la sorella, e i relativi figli.

Utilizzando ancora la Tecnica del Fulmine, Abraham ne scagliò un buon numero tutto attorno alla stanza, non lasciando al terzogenito modo di fuggire dalle scosse, tuttavia Jakob rispose con la Tecnica del Fuoco e le due tecniche esplosero mandando in frantumi i vetri della stanza e molti calcinacci.

Dopo che il polverone si abbassò diedero vita a un violento corpo a corpo, fatto di colpi veloci e precisi, e alcuni schivati, e alcuni presi in pieno, in faccio o sul petto. La spada di Jakob giaceva dimenticata a terra.

Abraham, vista la situazione di parità, decise di infliggere un colpo risolutivo al figlio, utilizzando la Tecnica della Terra trasformando la sua mano destra come un diamante.

Caricò e Jakob tuttavia parò quel colpo micidiale, perché lui aveva dal canto suo risposto con la Tecnica del Fuoco trasformando il suo pugno con quell’arte. Seguì un’altra esplosione la cui onda d’urto allontanò i due contendenti, facendoli cadere a terra.

“Jakob” chiamò Abraham col fiatone. “Devo dire… devo dire che non mi aspettavo questa potenza”

Jakob non rispose nulla. Era forse il primo vero complimento rivolto a lui soltanto, e pronunciato solo dopo il suo rinnegamento ai colori della famiglia. Il solo pensiero gli faceva male.

Impugnò la spada e tornò a guardare truce il proprio genitore, e poi il suo pensiero tornò a sua madre. Chissà che cosa era successo in effetti, quando quel giorno autunnale la carrozza era arrivata e lei e Isabel se n’erano andate da quel maniero. Che avesse scoperto la verità?

Doveva saperlo, e per farlo doveva uccidere suo padre. Nel pensarlo, si era accorto che aveva il fiatone. Sapeva quindi di aver già vinto.

“È finita, Abraham” disse Jakob. “In questo scontro ti sei consumato molto, mentre io sono ancora fresco. Più ti muoverai, più ti stancherai, quindi passo subito a dare il colpo di grazia”

Sollevò la spada e la puntò verso suo padre, mentre quest’ultimo osservò ancora una volta l’amato studio. Era irriconoscibile: tutto era stato distrutto, dai libri ai muri al vetro, e gocce di pioggia stavano penetrando dentro la stanza. Era così che Abraham Hesenfield se ne sarebbe andato? L’idea gli balenò nella mente, subito scacciata via, anche se il suo cuore aveva preso ad accelerare.

“Gioco l’ultima carta” dichiarò Abraham, ferito in molti punti e contuso sulla guancia sinistra. Improvvisamente le sue braccia si illuminarono, e Jakob capì. Ricordò quando era bambino che lui stesso, l’uomo che odiava e che pure lo aveva generato, gli aveva menzionato le Tecniche Arcane della Magia.

Erano tre ed erano estremamente pericolose, se non si sapeva padroneggiarle per bene. Una di quelle era il Colpo della Fenice, basata sulla Tecnica del Fuoco, la seconda era il Golem, che permetteva di rivestire l’intero corpo di pietra, e la terza era il Colpo di Thor, basata sulla Tecnica del Fulmine e in grado di distruggere una metropoli come Sidney; pertanto anche Jakob sarebbe rimasto incenerito da quella tecnica e doveva assolutamente fare qualcosa.

“Morirai… e morirai soffrendo come non hai mai sofferto in vita tua! Come osi pensare che io non mi siederò sul Trono? Gli Hesenfield sono destinati a sopportare il peso del mondo, se ancora non l’hai capito!”

Ecco, Jakob deglutì. Abraham era pronto per scagliare un attacco di proporzioni mai viste e Jakob si sentiva nudo e indifeso, pur avendo l’armatura e una spada leggendaria.

“Eccomi!”

Abraham saltò e sollevò il suo pugno raccogliendo tutti i fulmini sul suo braccio. Esattamente come il martello di Thor della mitologia, anche Abraham in quel momento avrebbe deciso la vita e la morte di molti nel circondario.

Abraham non avrebbe mai immaginato di usare quella tecnica contro uno dei suoi figli… che tempi! Dove si sarebbe arrivati? Qual era la sorte del mondo? E inoltre, sarebbe stato pronto a uccidere Jakob, il figlio non voluto, quando si aspettava una femmina?

Abraham, per la prima volta, ebbe un magone alla gola.

Jakob, invece, osservò il proprio padre con un misto di odio e di pietà e, nel panico totale, intuì un punto scoperto da colpire.

Jakob, il terzogenito, il meno amato fra i tre, eccettuato Josafat che ad ogni modo era riuscito a costruirsi una fama da sé. Jakob, colui il quale era il più attaccato al cognome nonostante tutto, colui il quale eseguiva sempre a puntino tutti gli ordini ma di cui Abraham, tuttavia, non ne aveva mai riconosciuto il talento.

Così, con uno scatto felino, Jakob Hesenfield emettendo un urlo infilzò il cuore di suo padre, trapassando dunque il trace da parte a parte con la spada, evitando la catastrofe promessa dai fulmini, che si limitarono ad incendiare il braccio del mittente.
In quel momento la pioggia si intensificò e in lontananza un rombo cupo annunciò la morte di Abraham Hesenfield, Re promesso e mai diventato.

Kaden e le Fontane di Luce/19

Capitolo 19

Klose si allontanò dagli altri e prese la strada che aveva scelto. Aveva intenzione di risolvere il Labirinto a modo suo, con le sue forze, in modo da dimostrare a Mary che era capace di fare anche quello.

Mary…

Nei giorni in cui erano stati prigionieri di Caleb, aveva notato che era entrata in confidenza con Taider, il Cavaliere Corrotto.

Persino il primogenito Hesenfield se n’era accorto, dicendogli a bassa voce: “Quei due non me la raccontano giusta. Finiranno sicuramente per appartarsi e giacer insieme, ma lo facciano lungi da me. Non ho voglia di vedere quel tipo di scene, non è il momento e comunque vi sto scortando per un motivo preciso. Siamo in guerra, non c’è spazio per l’amore”

“Forse” aveva risposto Klose, sospirando. “Ma non credi che l’amore cancella questi ed altri peccati?”

Caleb fu colpito da quella risposta e rifletté per alcuni minuti prima di ribattere. “Credi quindi che anche io dovrei trovare una buona moglie?”

“Non so, fa’ come credi” aveva concluso Klose, seccato da quelle stupidaggini e scoprendosi geloso di Mary e Taider.

Spinto da quel sentimento, l’arciere aveva osservato meglio i suoi compagni, e in effetti aveva notato che si sostenevano a vicenda. Forse la perdita di un arto aveva fatto risvegliare in Mary sentimenti su cui l’arciere non avrebbe scommesso, trattandosi di una donna dal pessimo carattere com’era lei.

Tuttavia, non poté non pensare a lei senza che qualcosa nel suo animo si agitasse.

Strinse l’arco fra le mani. Che rabbia! Ma perché a lui non capitavano quel genere di cose?

Aveva compiuto imprese grandiose, aveva combattuto contro le Amazzoni, aveva protetto Kaden, tuttavia non era stato ferito gravemente.

Pertanto, essere in quel labirinto da solo era l’occasione, forse unica, che aveva per dimostrare quanto valeva.

Agli occhi di Mary non era mai stato un granché. Ricordava il primo giorno in cui l’aveva incontrata, quando era stato convocato da Shydra Aldebaran per costituire la guardia del corpo dell’incaricato ad aprire le Fontane.

“Potrebbero volerci anni” aveva obiettato Mary in quell’occasione. “Perché dovrebbe accadere proprio quest’anno?”

“Prima o poi avrei dovuto” aveva replicato Shydra, con la solita voce indifferente alle obiezioni. “E adesso sta’ calma e tranquilla e aspetta un mio ordine, dovete essere pronti a partire in qualunque momento”

E così si conobbero, ma Mary non sembrava molto interessata a dare confidenza, né a lui né a Taider, tanto da non aver dato nemmeno la mano in segno di saluto, offrendo invece Tenebra. Almeno non finché non era accaduto che avevano perso la carrozza e poi lei aveva perso il braccio nella Foresta dei Centauri. Da lì Mary aveva cambiato completamente atteggiamento, regalando anche Olocausto a Kaden.

Olocausto, che adesso era Giustizia… Kaden era uno spadaccino, non un arciere, e quello gli diede molto fastidio.

Ricordava ancora di quando aveva cercato di insegnare l’arco al ragazzo. Era proprio negato, e quindi dopo pochi tentativi aveva lasciato perdere.

E Mary restava così lontana. Klose se n’era innamorato? Non proprio, ma non la vedeva come un obiettivo raggiungibile, non quando i morti si contavano a centinaia ogni giorno e le Fontane dovevano essere ancora aperte.

Voltò a destra, poi a sinistra. Dopodiché, vicolo cieco.

Fece per tornare indietro, ma qualcuno bussò alla sua spalla.

“Chi è là?” chiese, quando vide un Demone. Era orribile, e gli sembrò che persino l’aria circostante avesse perso un po’ di luce. Si sentiva smarrito, e si chiedeva se sarebbe andato davvero all’Inferno accompagnato da quell’essere.

“Prenderò la tua anima” affermò la creatura senza mezzi termini, come se gli avesse letto nel pensiero, e sollevò il braccio diretto al centro del petto, ma Klose fu più rapido. Incoccò la freccia e la piantò dritta nel cranio, lasciando il Demone morto a terra.

“Per fortuna” commentò, e proseguì per la propria strada.

Non era facile, perché più andava avanti più la strada si faceva impervia e a un certo punto gli si presentò davanti una scala.

“Che ci fa una scala in mezzo a un labirinto pianeggiante?” si disse. Poi, vedendo che in ogni caso era l’unica via per proseguire, salì il primo gradino.

Non successe niente di particolare, a parte forse un lieve disagio nello stomaco.

Salì il secondo, anche in quel caso ne uscì indenne.

Una volta al terzo, improvvisamente sbucò fuori dal nulla uno spuntone dai gradini superiori che per poco non gli bucò un occhio. Klose si salvò solo per i suoi riflessi primordiali.

Al quarto gradino cadde un fulmine che lo bruciò. Klose dunque svenne e stette una buona mezz’ora alla base della scalinata privo di sensi.

Tuttavia, una volta riacquisiti e cercando di non respirare la sua stessa carne bruciata, tornò ad osservare quella scala maledetta.

Come avrebbe potuto oltrepassare quel posto pericoloso se vi era un fulmine a bloccarlo?

Aveva due possibilità: o scavalcava il gradino, oppure avrebbe dovuto aprirsi un varco fra le frasche e barare nel gioco.

Poi ripensò agli Hesenfield, e a come stavano costruendo un impero che, in base a quello che aveva sentito dire, teneva ormai sotto scacco la maggior parte del regno centrale comandato ancora dalla regina Margareth, e adesso avevano invaso l’Ovest, dove, secondo le informazioni di Caleb, Isaiah stava collezionando vittorie su vittorie, aiutato anche dalla straordinaria potenza dei Centauri.

Quindi Klose decise di dare uno schiaffo morale al Labirinto. In guerra tutto era concesso, così scagliò una freccia contro il muro cespuglioso alla sua destra.

La freccia cercò di conficcarsi all’interno dei rami, ma un misterioso campo di forza la disintegrò, non lasciando traccia alcuna.

Klose si rammaricò per aver perso una delle sue amate frecce, ma era valsa la pena tentare, così salì di corsa i gradini saltandone alcuni e arrivando dunque in cima, dove tuttavia venne catapultato di nuovo verso il basso.

Una voce parlò. “Tutti i gradini, furbetto.”

Klose digrignò i denti. Non solo aveva le ossa rotte per la fulminata ricevuta poco prima, ma era costretto a riceverne un’altra, poiché le regole degli Hesenfield non potevano essere infrante.

Si chiese improvvisamente per quale motivo i Draghi non attaccavano quelle lande. Non sarebbe stata una cattiva idea dare fuoco a tutto quello, così perlomeno non ci si doveva più lambiccare per trovare una soluzione…

Ma quelle cose non capitavano nella realtà, i Draghi tendevano a seguire i loro principi, piuttosto che aiutare un umano.

Eppure, aveva sentito lui stesso che la cerchia dei Draghi si era divisa in due fazioni: una fedele a re Anthony, l’altra indipendente.

Ad ogni modo, era inutile pensare ai Draghi in quel momento. Fra lui e la soluzione al Labirinto vi era una scalinata irta di ostacoli.

I primi due pioli erano privi di trappole, così salì subito. Il terzo aveva lo spuntone, così salì dopo appena un secondo, mentre il quarto, quello del fulmine, lo evitò sacrificando una freccia che funse da parafulmine. Gli dispiacque per quell’arma, quando la vide carbonizzata a terra dove l’aveva messa.

Il quarto gradino era vuoto, così come il quinto; tuttavia il sesto nascondeva una sostanza appiccicosa che stava lì appositamente per incollare il viandante sul gradino e farlo morire di fame. Tuttavia Klose non fu preso dal panico e gli venne in mente che era sufficiente togliersi gli stivali per poter proseguire. Certo, non era consigliabile andare a piedi nudi in un Labirinto imprevedibile e dimora della Morte in persona, ma meglio l’ignoto che morire in piedi di stenti.

L’arciere riuscì dunque a liberarsi e giunse all’ultimo gradino, quello della catapulta, che tuttavia non si azionò, in modo da indurre il viandante a vedere cosa vi fosse oltre la scalinata.

E vi era una piscina piena di pinne che sbucavano da sopra il livello dell’acqua. Non era possibile aggirarla perché occorreva saltare con una forza oltre le capacità umane oppure distruggere le siepi che fungevano da confine, e non era fattibile. Klose aveva la sensazione che quantunque ci avesse provato, le siepi lo avrebbero fulminato.

Come oltrepassare dunque quell’ultimo ostacolo?

Come passare indenne a tutte le prove della vita?

Con l’arco e con la freccia, la risposta era proprio sulla sua schiena.

Aveva sempre con sé una corda, oltre al solvente in tasca. Non avrebbe mai creduto che in quel frangente gli sarebbero serviti entrambi, eppure eccolo lì che si operava per uscire fuori da quel pasticcio.

Fissò la corda a un’estremità oblunga, che fuoriusciva da quella piattaforma come se qualcuno avesse già saputo in partenza che quella era l’unica soluzione.

Legò dunque l’altra estremità della corda alla freccia, l’ultima rimasta della sua faretra.

Incoccò, traendo un profondo respiro: in fondo al viale vi era una frasca, e se il campo di forza avesse respinto quell’unico tiro, sarebbe rimasto prigioniero lassù per sempre.

Tuttavia, il colpo riuscì alla perfezione e la freccia si conficcò fra i rami, come se non ci fossero mai stati campi di forza a proteggere le frasche.

Che gli Hesenfield volessero dargli una possibilità? Ne dubitava, anche perché era impossibile pensare a una possibilità dopo averlo indebolito con quella fulminata e sapeva benissimo che un altro scossone di quel tipo gli avrebbe donato la morte.

Così scese dalla piattaforma e, aggrappandosi alla corda, cominciò a usarla come passaggio per oltrepassare la piccola piscina e arrivare all’altra estremità.

Aveva il cuore in gola e vedeva il traguardo sempre più vicino, quando improvvisamente un raggio laser di un Plexigos distrusse la corda tesa e fece cadere il povero arciere diritto nell’acqua.

Klose sentì i denti affilati dei piranha attaccarsi a ogni lembo di pelle libero prima di fuoriuscire dall’acqua urlando, e non gli venne in mente niente per liberarsi da quelle zanne. Solo dopo essere uscito dall’acqua e aver rotolato per diversi metri finalmente Klose riuscì a staccare l’ultimo pesce dal braccio.

Adesso sanguinava, portando diverse ferite da dentiera su tutto il corpo, e sentiva che sulla coscia destra era rimasto persino un dente.

Finalmente non aveva niente da invidiare agli altri, anche lui riportava i segni della lotta, e per di più stava anche cercando il Plexigos che gli aveva fatto quel giochetto, per ringraziarlo a suo modo.

Poi lo vide: eccolo, un modello Dingo, che balzava indifferentemente sulle frasche, in cerca di altre prede.

Non per molto. Klose riprese la freccia che lo aveva tanto aiutato e la incoccò. Quella andò a conficcarsi direttamente sulla fronte del mostro che, da sopra la siepe che delimitava il labirinto dov’era, cadde rovinosamente a terra. Klose ne sentì il tonfo sordo, perché non poté osservare il cadavere, in quanto caduto in un altro sentiero.

“Perfetto, e anche questa è andata” commentò Klose, che voltò le spalle alla piscina e a quanto fatto per oltrepassarla e imboccò la via a sinistra, incerto su dove stava andando, incerto se di lì a poco sarebbe rimasto vivo oppure quelli sarebbero stati gli ultimi passi della sua vita.

Si chiedeva cosa lo attendeva, mentre file e file di siepi fungevano da muro a destra e a sinistra, e sotto di lui il sentiero di terra si estendeva prendendo infinite biforcazioni. Sopra di lui sembrava mezzogiorno, o poco più, o poco meno.

Non aveva neanche più il senso della misura. Quanto tempo era passato da quando si era congedato dai suoi compagni? E quanto tempo rimaneva per risolvere il Labirinto? Sarebbero davvero tutti morti a causa dei pericoli oppure solo per la fame?

Poi accadde un fatto molto strano: a ogni passo che compiva gli sembrava che la frasca in fondo al viale che stava percorrendo si stesse allontanando.

Che cosa stava succedendo? Un gioco psicologico per farlo crollare?

Scosse la testa per vedere meglio e adesso la frasca era vicinissima. Batté le palpebre e la stessa frasca era lontana.

Rimase fermo e decise di contare solo sulle sue gambe, che forse sarebbe stato meglio; tuttavia non fece molti passi che una porta in ferro battuto si presentò davanti a lui sulla destra.

Era dunque quello il posto che avrebbero dovuto raggiungere? Klose ne dedusse di sì, visto che probabilmente era l’unica porta fabbricata in quel modo in tutto il Labirinto. Tuttavia, Kaden non era con lui, e forse non c’era modo di segnalargli la sua presenza. Anche se avesse scoccato una freccia, Klose non era sicuro che qualcuno l’avrebbe visto e anche se fosse, come avrebbero potuto raggiungerlo, con trappole ovunque?

L’arciere si sedette quindi davanti alla porta e attese, finendo per addormentarsi.

Kaden e le Fontane di Luce/18

Capitolo 18

Una volta lasciata la Villa, Kaden si rivolse ai tre compagni, incaricati dalla compianta Shydra Aldebaran di scortarlo in modo da garantirgli la sopravvivenza fino al giorno dell’apertura di tutte e tre le Fontane.

Tuttavia, davanti alla porta del Labirinto, il ragazzo si sentì malinconico, come se un macigno si fosse poggiato sulla sua anima.

In realtà, non poteva certo chiedere a nessuno di loro tre di accompagnarlo anche lì; Abraham era stato molto chiaro: ciò che si trovava dentro quel posto orribile riguardava solo lui e la sua missione.

“Sentite” esordì, un po’ impacciato. “Non siete costretti ad accompagnarmi, siete anche infortunati e…”

“Qualcuno ha detto qualcosa?” lo interruppe bruscamente Klose, “Sul serio, ho sentito una voce piagnucolosa… ragazzi, non è la voce di Kaden, vero? Kaden è diventato più forte da quando siamo partiti”

“E invece mi pareva proprio la voce stupida di Kaden” rispose Mary, un po’ divertita e un po’ estenuata dalle solite paturnie del ragazzo. “È vero, mi manca un braccio, ma credi che io ti abbia perdonato, vero? E poi, ricorda che Shydra non vorrebbe mai e poi mai che noi ti lasciassimo, anche se è la tua volontà… e poi, diciamocelo, è davvero la tua volontà che noi ti abbandoniamo così?”

Kaden sospirò. Era vero, non voleva assolutamente separarsi da quelli che ormai erano divenuti tre amici, pur avendo un’età molto superiore alla sua.

Alla fine entrarono nel Labirinto, venendo accolti da una serie di sentieri separati da cespugli che fungevano da muro.

“Secondo te da dove dovremmo passare?” chiese Mary a Taider.

Taider rispose, concentrandosi sul vento. Quell’arte era importante, più delle altre: permetteva di volare, di creare onde d’urto forti come quella che aveva usato Caleb, di utilizzare il senso dell’orientamento e indicare la strada giusta, che in tutti i labirinti è una e una sola.

“A sinistra, Mary” disse, dopo un lungo momento di riflessione.

Kaden tuttavia obiettò: “A sinistra? Non mi piace… ha un’atmosfera strana, come se dicesse sto per ucciderti

Taider tuttavia fece spallucce. “A dire la verità, anche gli altri sentieri mi davano la stessa tua sensazione” senza aggiungere altro.

Mary sospirò. Non aveva mai capito perché Taider dovesse parlare sempre in quel modo, riducendo al minimo le possibilità di dialogo.

Lo aveva conosciuto in tempi relativamente brevi, quando era stata chiamata dal Capo della Rivoluzione, Shydra Aldebaran, qualche settimana prima che il viaggio iniziasse.

“Tu, il Cavaliere Corrotto e Klose siete i miei migliori condottieri. Vi siete distinti sui campi di battaglia gestendo la Rivoluzione. Adesso mi serve qualcuno che si tenga pronto. Anche quest’anno la mia professoressa di Storia e Storia dell’Arte porterà la sua scolaresca a tentare di aprire la Fontana Lind. Te la senti, in caso ci riuscissimo, di accompagnare chi ci riesce ad aprire le altre due?”

Quello aveva detto, guardandola dentro come nessuno aveva fatto mai. Ma Mary in quel periodo aveva ancora la lingua biforcuta e aveva risposto: “Se non è un completo inetto, sarei lieta di accompagnarlo o accompagnarla. Ti ho mai detto che Tenebra è la migliore spada che abbia mai acquisito?”

Ma Shydra aveva sospirato e l’aveva invitata gentilmente fuori dal suo studio.

Quella era la vecchia Mary, erano altri tempi, tempi in cui poteva permettersi di fare la spocchiosa e poter fare il bello e il cattivo tempo. Poi era accaduto che, nel momento in cui la sua carriera in cui sembrava proprio essere all’apice, per un maledetto incidente aveva perso il braccio destro, e non era mancina.

Osservare il braccio spezzarsi e cadere banalmente a terra le aveva ricordato che non si viveva per sempre, e prendersela con Kaden non avrebbe cambiato le cose.

Se la Guerra e la Libertà le avessero richiesto di dare il suo braccio più caro in cambio della pace, lei non avrebbe mai esitato… o meglio, quello era che pensava.

Ma adesso? Adesso era una mancina forzata, con Tenebra che non funzionava a dovere.

Fra un pensiero e l’altro finirono in uno spiazzale abbastanza ampio, dove si diramavano tre uscite, una meno raccomandabile dell’altra.

“E adesso dove si va?” chiese Mary, ma prima che Taider potesse rispondere, dalla via a destra entrarono due Plexigos modello Canguro e da sinistra tre Demoni.

Mary non riusciva a crederci: davvero la Guerra Nucleare aveva modificato così fortemente gli animali?

Somigliavano molto a pipistrelli giganti, ma con una testa umanoide al posto di quella usuale. Mary dovette abbandonare Taider ed estrarre Tenebra dalla destra del fodero.

“Riesci a combattere, Taider? Dimmi di sì.” Mary aveva il cuore in gola, ma Taider era scomparso.

Che fosse scappato? I Plexigos non potevano averlo ucciso, perché non sembrava avessero attaccato… beh, meglio così, si disse, perlomeno aveva pensato alla sua pelle.

Qualcosa dentro il suo cuore tuttavia si spezzò. Come aveva potuto? Davvero contava così poco per lui? E quello che c’era stato fra di loro? Tutti gli abbracci e le confidenze?

Non era servito a niente, Taider l’aveva abbandonata in balìa di quegli errori della natura interessandosi solo di se stesso.

E fu con l’ira triste che squarciò i busti dei Demoni, muovendo Tenebra con una precisione millimetrica. Per la prima volta la sua sinistra era perfettamente in controllo.

Rimanevano solo i Plexigos, i quali non avevano ancora attaccato, Mary si stava chiedendo per quale ragione. Poi capì: avevano paura dei Demoni.

Infatti, dopo aver eliminato l’ultimo di quella specie, i modelli Canguro si avventarono su di lei come api sui fiori.

La ragazza ebbe molta paura, ma non poté fare altro che parare i colpi che le pervenivano, poiché un attacco diretto era impossibile.

I Plexigos modello Canguro erano abilissimi nel saltare e colpire l’avversario improvvisamente, quindi l’unico modo per affrontarli era sempre girare su se stessi e fare attenzione utilizzando molti più occhi di quanto la Natura avesse dato a disposizione della donna.

Il che non era facile; anche se era molto migliorata con la sinistra, non avrebbe mai raggiunto i livelli che aveva con la destra.

Uno dei due Plexigos la colpì con un colpo di coda alla schiena, che la spinse ben oltre lo spiazzale, intraprendendo la via centrale fra le tre uscite e facendola atterrare faccia a terra dopo svariati metri, tutti coperti in pochi secondi, quando invece a piedi ci avrebbe impiegato qualche minuto.

Fortunatamente non era molto doloroso, pensò Mary, anche se avvertì di stare sanguinando sul volto. Si poteva rialzare.

Doveva utilizzare la magia, o non avrebbe avuto altrettanta fortuna in seguito.

Com’era che diceva Taider? “La magia sta dentro di te, devi solo trovarla

Così le aveva detto, quando si erano ritrovati a parlare delle tecniche molto utili in battaglia, ma che erano privilegio di pochi.

Certo, la magia di uno stupido! Come aveva fatto a non capire che lei si era innamorata di lui?

E lui, come il più codardo fra i codardi, l’aveva abbandonata al suo destino. Non era nemmeno da Taider! Forse aveva capito di non avere speranze?

O forse era stato rapito da una terza presenza? Lo riteneva più probabile, che non quella sporca villania. O forse non riusciva nemmeno a credere che Taider non era così coraggioso come credevano.

Lo chiamavano Corrotto, e pensò di aver capito perché, pur preferendo rimanere nell’ignoranza.

Anche se si era rialzata, dovette ben presto tornare a terra, ma con il viso rivolto  verso l’alto, tuttavia fu costretta a chiudere gli occhi, perché un Plexigos era riuscito ad atterrarla di nuovo assumendo una posizione di vantaggio su di lei, bloccandola a terra.

Il suo fetido alito arrivava tutto sulle narici. Era chiaro che, pur avendo gli occhi chiusi, era sopra di lei, indeciso su come farla morire.

Nel frattempo l’altro urinava indifferentemente sui suoi capelli.

Non poteva accettare tutto quello, ma non aveva abbastanza braccia per poter sollevare quel mostro da sopra il suo corpo.

O forse poteva comunque?

Mary vide una delle orribile mani piene di artigli avvicinarsi, costringendo il mostro ad allontanarsi e quindi lasciare a lei un minimo di movimento. Errore, questo, che Mary sfruttò, riuscendo con la forza che possedeva a rotolare e far cadere il Plexigos a terra e alla fine liberarsi e, sollevata Tenebra con la mano sinistra, ne uccise due dimostrando comunque una grande abilità.

Prima uno, quello che le aveva urinato addosso; gli mozzò la testa dopo aver schivato un fiotto di raggi laser; e poi l’altro, a cui squarciò il petto come aveva fatto con i Demoni.

Era stato come dare due ganci destri, con la differenza che la sua spada era ben più temibile.

Le era venuto in mente, per un attimo folle, di conficcarsi l’arma nel moncherino come se fosse stato un braccio, ma sapeva che non era possibile ed era assurdo il solo pensarci. Tuttavia, si rese conto che, quando si rischiava la vita, la mente – la sua mente forse- si lanciava in pensieri tragici e senza senso.

Ridacchiò, invece, nel figurare se stessa con Tenebra sostitutrice del braccio destro… l’avrebbero chiamata donna d’acciaio o qualcosa di simile.

Ma ci teneva davvero, ad avere un soprannome… come Taider?

“Dannate creature” commentò Mary, sentendosi improvvisamente stanca. L’aria era pesante e una certa nebbia peggiorava la vista. Ma dov’era Taider? Doveva cercarlo oppure proseguire per la propria strada?

Corse più in fretta che poté, quando a un certo punto, svoltando a destra, vide in fondo a quel corridoio una figura che si stava accasciando a terra, sotto una figura che galleggiava a mezz’aria.

“KADEN!” urlò Mary, decisa a salvarlo prima di morire lei stessa.

Più andava avanti, più si facevano strada idee orribili nella sua testa. Perché salvare Kaden? In fondo, anche lui era un uomo come Taider: esattamente come aveva fatto lui, anche il ragazzo se fosse stata lei a dover essere salvata, l’avrebbe abbandonata… mentre l’angoscia le opprimeva il petto, pensò che tutti gli uomini erano uguali. Persino Klose, lui che in ogni caso si definiva coraggioso, lo avrebbe fatto.

Mentre quei pensieri si facevano strada, Mary tornò a guardare Kaden apparentemente svenuto… o morto. E cosa avrebbe voluto dire la sua morte? Le Fontane non si sarebbero più aperte e il sacrificio di Shydra sarebbe stato vano.

Era sicura di poterlo permettere?

Mary capì improvvisamente che forse c’era sotto un incantesimo, ma quei pensieri si facevano più insistenti, e fu con un grande sforzo fisico che riuscì a staccare le mani appiccicose di quello spettro dalla gola del ragazzo.

“Muori, stronza!” esclamò, e con una torsione del busto la tagliò orizzontalmente, facendolo così sparire in una nuvola di fumo.

“Miseriaccia, che cavolo era?” si chiese, controllando le condizioni del povero ragazzo. “Tu stai bene, no?”

Kaden tuttavia era ancora in uno stato di profonda prostrazione. “No che non sto bene. Faccio schifo, sono un essere inutile!”

Mise un pugno a terra, Kaden. Non voleva più convivere con se stesso. “Mi spieghi perché mi hai salvato? Quella era mia madre, che giustamente voleva portarmi con lei in un altro mondo!”

“Non era tua madre” rispose Mary, fiatoni. “Chiunque o qualunque cosa fosse, non era tua madre. Qui forse siamo in un Corridoio della Negatività o un nome del genere, che ci fa pensare cose a cui non dovremmo e farci crollare psicologicamente. Andiamo a cercare Taider e Klose”

Kaden rimase perplesso. “Taider non era con te?”

“No” rispose Mary sbrigativa e col cuore in gola, ed insieme superarono quel corridoio.

Girarono e girarono, ma sempre a vuoto. Senza il Cavaliere Corrotto, buona parte dell’orientamento era andato in fumo.

Avrebbero potuto girare alla cieca per millenni, forse, e non ne sarebbero mai venuti a capo, finché non accadde.

Una figura a quattro zampe spiccava dalla sommità delle frasche che delimitavano quel posto maledetto.

Faceva un buon odore di lavanda, Kaden la riconobbe quando l’essere cadde in quella stessa posizione come un gatto.

A differenza dell’ultima volta, era vestito semplicemente, con una tunica nera come la morte che aveva negli occhi.

“Il Mangiacuore” sentenziò Kaden. Mary sbiancò, per quanto bianca già fosse.

Kaden si chiese se stavolta lui e lei fossero pronti ad affrontare un mostro simile e si disse che era giunto il momento di utilizzare Giustizia.

Sempre che il Mangiacuore li avesse risparmiati per così tanto tempo da potergli permettere di estrarla dal fodero.

Era più inquietante, Josafat, adesso che era pulito e profumato. La differenza di quando era sporco di sangue era evidente e terrificante.

“Chi mai si prenderebbe la briga di pulire una creatura come questa?” si chiese Mary, cercando di non pensare al fatto che lei stessa aveva offerto la sua spalla a un idiota.

Kaden e le Fontane di Luce/17

Capitolo 17

Villa Hesenfield era stata costruita dal primo della famiglia, il cui nome si era perduto nel tempo, in seguito a un incendio che colpì l’edificio una lontanissima notte di ottobre, quando il futuro Re Isaac era solo il giovane figlio di un commerciante.

Col passare degli anni, tuttavia, la Villa divenne un vero e proprio monumento, ricco di opere d’arte, di biblioteche, di manufatti pregiatissimi e un enorme giardino curato alla perfezione. Si presentava agli occhi del visitatore come una casa squadrata, dotata di alte finestre,  composta da più piani e, in cima, un’alta torre dove campeggiava un orologio a lancette. Sotto di questo, faceva bella mostra di sé il simbolo degli Hesenfield: un grifone e un leone che sorreggevano uno scudo a sei strisce bianche e nere, infilzato da una spada e sotto il blasone un nastro azzurro recante il motto della Casa. Al di sopra, invece, sette stelle, una per ciascun membro attuale della famiglia.

Sarebbe stato un bel luogo, se non fosse stato per la costante e densa nuvola grigia che copriva il cielo, e la temperatura fresca dell’atmosfera.

“Sinceramente, non è un bel posto dove crescere” osservò Taider.

“Perché, tu dove sei cresciuto?” chiese Caleb. “Qualunque risposta tu mi possa dare, non sorpasserà mai la bellezza imperiale di questo posto, né la storia che ha la nostra Casa”

Taider sospirò pazientemente e, girandosi per guardare il panorama, notò una porta massiccia poco distante dal giardino.

“Cosa c’è oltre quella porta?” chiese.

“Il Labirinto” rispose Caleb, mentre bussava all’entrata di casa. “È la nostra… porta di servizio, che tiene lontano gli ospiti indesiderati. Voi, invece, siete attesi da mio padre, il futuro re dell’Australia, lord Abraham, che vi accoglierà nella Sala del Giuramento”

Una volta bussato, Kaden e i suoi compagni fecero attenzione a salire gli scalini in marmo che conducevano alla porta d’ingresso, in legno scuro.

Vennero accolti da una grande sala, lastricata in marmo lucido colorato a scacchi bianchi e neri, e in fondo Kaden vide un’ampia scalinata che portava ai piani superiori, potendo prendere la direzione destra o sinistra. Tuttavia, guardando poi Caleb, lui non sembrava dar segno di affrontare quella salita, piuttosto chiamò a gran voce un certo Frederick.

Dopo poco, un uomo alto e dai corti capelli grigi vestito in completo nero arrivò, dotato di un asciugamano posato sull’avambraccio destro.

“Signorino Caleb, vogliate seguirmi” disse, e tutti lo seguirono attraverso una porta fra quelle poste sulla sinistra dell’ingresso.

Una volta varcata, si seppe che nascondeva una scalinata ripida in pietra che conduceva verso il basso e pensata per essere scesa da persone in fila indiana, illuminata semplicemente da torce installate sulle pareti. Kaden, dopo qualche passo, non resistette e chiese a Frederick: “Posso chiedere perché avete un asciugamano sul braccio?”

“Farà molto caldo dove stiamo andando, e mi dà  fastidio avere il sudore sulla faccia. Siccome non mi è consentito allacciarmelo alla vita né metterlo sopra la nuca, lo tengo in questo modo”

“Ah” disse Kaden, chiedendosi dove accidenti stessero andando.

Il gruppo, alla fine della scalinata, si ritrovò dentro una sala molto simile all’arena dei Centauri, con degli spalti tutt’attorno e un trono inciso sulla pietra di fronte alla porta. Al centro dell’arena, una piccola colonna recante all’estremità superiore un fuoco, ma non era a causa di quello che si provava un caldo quasi soffocante.

Kaden gettò un’occhiata a Frederick, che aveva già affondato la faccia sull’asciugamano.

Ma colui che stavano aspettando non si fece attendere. Abraham Hesenfield in persona, con tanto di capelli argentei e orecchino di perla appeso sul lobo destro, era arrivato e si sedette sul trono, accompagnato da due dei suoi figli, che Kaden riconobbe: erano Jakob e il Mangiacuore, assieme e vestiti in maniera identica. Erano molto somiglianti al padre, tutti e tre avevano la stessa espressione altezzosa che non mancava nemmeno a Caleb.

Egli si pose alla destra di Abraham non dicendo nulla. “Benvenuti, ospiti” esordì il capo famiglia, aspirante Re, sedendosi sul trono. “Puoi andare, Frederick. Per la miseria, non lo sopporti proprio il caldo del vulcano, eh?”

Frederick si inchinò. “Vi ringrazio, mio signore. Mi dispiace, mio signore” e si dipartì con troppa fretta.

Abraham schioccò le labbra, sospirò e proseguì. “Siamo proprio nei pressi del vulcano che si trova vicino la mia proprietà, ecco perché il lieve tepore che si potrebbe avvertire. Ma stavo dandovi il benvenuto. Visto che siete miei ospiti, permettetemi di ragguagliarvi sul motivo della vostra visita”

Calò un silenzio surreale.

“Sin da quando Shydra Aldebaran mi ha comunicato il profilo del qui presente ragazzo dalla pelle scura, mi sono messo in moto per farlo giungere al mio cospetto… o meglio, al cospetto dell’oggetto che gli servirà per aprire le Fontane”

“Che genere di oggetto? La Aldebaran non me ne ha mai parlato… anzi, ha detto che se sono riuscito ad aprire la Fontana Lind sono capace altrettanto anche le altre due, essendo le Tre Fontane legate”

“Le sue informazioni sono inesatte” concluse Abraham.

“Forse, erano…” borbottò Kaden, ma Abraham riuscì a captarlo ugualmente e sogghignò, deducendo che Shydra fosse morta. Il fatto che non ne avesse  avuto ancora notizia contava poco, sarebbe potuto succedere in qualsiasi punto dell’Australia senza essere vista.

“In ogni caso, la compianta leader dell’Armata Rivoluzionaria sbagliava a credere che tutte e tre le Fontane fossero uguali. O perlomeno, l’informazione che aveva è incompleta. Vedete, noi siamo gli Hesenfield. Questo vuol dire che non siamo solo possessori di un cognome pesantissimo, ma che testimonia la nostra appartenenza alla famiglia più antica di questa terra martoriata. Pertanto, sappiamo meglio di chiunque altro cosa siano le Fontane e che importanza abbiano per il benessere della società che è venuta a crearsi dopo l’Apocalisse. Ciò che voglio dire è che il Re Isaac Hesenfield, nostro santo protettore e capostipite, una volta sconfitto i Draghi e preso possesso della corona dell’Australia unita, ha indagato e, sul suo diario, che ha continuato a redigere anche dopo la campagna contro i Draghi, scrisse che le Fontane sono oggetti diversi… ma uguali”

Abraham si interruppe, vedendo che aveva lasciato perplessi i quattro ospiti.

“Le Fontane possono essere chiuse, per farla breve” riprese, “ma richiede un prezzo elevatissimo, ossia l’anima della persona che intende chiuderle, per deviare il loro corso benefico e trascinarlo sul proprio corpo. Capite, dunque, che atto contro natura hanno compiuto i tre usurpatori? Accecati dall’avidità, hanno legato il proprio destino alle Fontane, sottovalutando la possibilità che qualcuno potesse aprirle, cosa che in effetti è successa”

Kaden sentì gli occhi gelidi del capo famiglia su di sé e represse un brivido.

“I miei antenati più prossimi, ossia mio padre e suo padre prima di lui, hanno versato in una condizione non proprio favorevole. Il nome degli Hesenfield era caduto in disgrazia col passare degli anni, da quando siamo stati spodestati, e la questione delle Fontane è decaduta, cancellata dalle maree dei secoli. Adesso che però io ho intenzione di riconquistare il trono che è nostro, sono venuto a sapere di questo ragazzo e ho ripreso in mano il sacro diario scritto dal pugno infallibile di Re Isaac. Ebbene, secondo le sue ricerche la Fontana Kashna la si può aprire solo in un modo, ovvero inserendo un gioiello nell’apposito scomparto”

“Quindi non basta andare lì e giurare la manopola?” chiese Kaden.

“Ovviamente no” disse Abraham. “Inoltre, le mie spie mi informano che la Fontana Chemchemi, che si trovava a Sydney, non vi è più”

“Eh?” chiese Mary attonita.

“È stata rimossa dal luogo dove sorgeva da un giorno all’altro… non è stata distrutta, poiché non è possibile farlo, e non è nemmeno stata aperta, perché  il re bastardo è ancora vivo. Direi che sia stato un piano per nasconderla, anche se ignoro dove. Ho dato ordine alle mie spie di cercarla, quindi nel frattempo vi suggerisco di prendere questo oggetto. Si tratta di una pietra smeraldina incastonata in una stella a sei punte in ferro, chiamata Smaragdi. Prendete lo Smaragdi e andrete a Kashnaville”

Kaden chiese: “Caleb non viene con noi?”

“No! Perché dovrebbe? Perché, dovrebbe? Caleb deve riprendere il comando dell’esercito. Non so se ne sei a conoscenza, ma gli Hesenfield sono impegnati in guerra su tre fronti: a Ovest nell’assedio di Perth, lì dove il re Fantoccio è stato smascherato, a Kashnaville contro la signoria della regina Margareth e infine siamo impegnati nell’infinita guerra contro i Draghi, nostra nemesi sin dall’alba dei tempi . Dovrete contare sulle vostre forze, anche se sono sicuro che una volta giunti a Kashnaville la troverete sgombra di lotte. L’unica cosa che dovete fare adesso è prendere l’oggetto di cui vi parlavo. Si trova nel Labirinto”

I quattro non erano troppo sorpresi da quella rivelazione. Era possibile che fosse un oggetto semplice da prendere?

“Perché mai l’avete collocata in quel luogo infernale invece di trovarsi nelle tue mani?” chiese il Cavaliere Corrotto.

“Silenzio, sir John Taider, il quale sotto il mio regno saresti già stato impiccato per aver disertato” sibilò Abraham. “La tua domanda è impertinente e sottovaluta l’infallibile intelligenza del mio avo, il Re Isaac Hesenfield sotto il quale l’Australia ha prosperato! Credi davvero che io, futuro Re dell’Australia, possa rischiare la vita dentro il Labirinto? Re Isaac ha scritto nel suo diario che, nella possibilità che qualcuno usi impropriamente le Fontane, deve esserci sempre un altro che le apra! Testuali parole! E nella sua incalcolabile saggezza, ha ritenuto che nascondere lo Smaragdi dentro un labirinto pieno di pericoli non potesse che essere l’unica opzione possibile per verificare l’effettiva validità del candidato alla riapertura della Fontana manomessa! Il vostro protetto ne ha già aperta una, è vero, ma chi assicura che sia destinato ad aprire anche le altre due? Bisogna avere una certezza definitiva e, per noi Hesenfield, la si può trovare solo alla prova del Labirinto!”

“Allora io non entrerò” disse Mary. “Ho soltanto un braccio, e ho intenzione di rischiarlo a patto che se ne è veramente necessario, e questo caso non lo è”

“È piuttosto legittimo” osservò Abraham. “Fra voi, solo il ragazzo è obbligato ad entrare”

Taider e Klose non biasimarono Mary. Era rimasta priva di un braccio, e da quando lo aveva perso, in lei se n’era andata anche un bel po’ di spavalderia. Così, senza dire nulla, risalirono le scale e uscirono, diretti al Labirinto. Successivamente, anche Abraham congedò i suoi figli.

“Figli miei” disse. “Caleb, puoi tornare a comandare l’esercito alla conquista di Kashnaville. Jakob, tu occupati di Josafat”

“Cosa?” chiese Jakob. “Non devo più combattere?”

“Se tu combattessi, chi si occuperebbe di Josafat? Deve tornare a far parte della nostra Casa, sarà un principe fra pochissimo” tagliò corto Abraham, mentre tornava verso il suo studio. “E, per inciso, è l’unica cosa di cui sei capace… occuparti del tuo fratello più piccolo. Fa un graziosissimo odore di pino silvestre, finalmente, e ciò è merito tuo”

Quelle parole ferirono Jakob più del proiettile al ginocchio che aveva ricevuto. Ma come? Allora tutto quello che aveva fatto? Aveva rischiato la vita, più e più volte, solo per la gloria degli Hesenfield… e per la sua, visto che come terzogenito non avrebbe mai ereditato nulla.

Per la prima volta gli venne da piangere, segnalato da un violento magone alla gola che non chiedeva altro di essere liberato.

Essere un Hesenfield era la cosa che lo rendeva più felice in assoluto… adesso sembrava solo un peso enorme da sopportare. E c’era la concreta possibilità (suo padre e Caleb la chiamavano certezza) che potessero salire al Trono, il che voleva dire diventare principi… per sempre, senza essere ricordato nelle canzoni, senza che nel grande albero di famiglia ci fosse posto per lui.

Non era possibile. Jakob, una volta visto suo padre chiudersi in quello studio maledetto, concluse che lui era un ciarlatano e i suoi fratelli dei perfetti deficienti che non riuscivano a vedere la verità nemmeno se gli avesse ballato davanti nuda e prosperosa.

“Noi siamo gli Hesenfield” era la risposta a tutto, anche se si trattava solo di passare il sale da un capo all’altro della tavola, a cena. E, di questo, Jakob era stufo, perciò gli venne un’idea. Tornò sui suoi passi percorrendo il lungo corridoio che portava allo studio di suo padre a ritroso, accarezzando il manico della spada.

Sapeva che quell’idea a lui non sarebbe piaciuta, ma quella voce della coscienza poteva anche tacere per quanto lo riguardava. Non era più un Hesenfield, era un… come si chiamava sua madre, da giovane? In effetti, non aveva mai avuto sentore di parentele da parte di madre e, a dire il vero, non aveva altri parenti al di fuori di quei fratelli, la sorella e dei genitori.

Che razza di famiglia erano, gli Hesenfield? Jakob stava cominciando ad avere il fiatone, in preda a un pensiero sciocco, folle e terribilmente realistico.

Doveva assolutamente saperne di più, così prese un altro corridoio e invece di uscire andò in biblioteca. Questa aveva un’ala del maniero tutta per sé: comprendeva archivi, saggi, biografie e centinaia di capolavori, tutti divisi in ordine alfabetico e temporale. Era molto ampia e illuminata alla perfezione da dei grandi lampadari di cristallo. Jakob, accompagnato solo dal rumore degli stivali sul marmo lucido, consultò l’albero genealogico di Abraham e lesse che erano venuti a mancare due fratelli e i relativi figli.

Non poté credere a quelle parole, ma più gli rimanevano impresse nella memoria, più il mondo gli cadeva addosso.

C’erano stati altri Hesenfield; ovvero lord Abraham non era figlio unico come aveva comunicato ai suoi figli. Assetato di conoscenza, andò a leggere le cronache degli anni in cui morirono i due fratelli, che incredibilmente coincidevano, risalenti a qualche anno prima che Abraham sposasse Katrina.

Nei giornali veniva detto solamente che vi era stato un doppio lutto nella famiglia Hesenfield, senza andare nei dettagli, in quanto era solo una notizia in fondo e di poca importanza: erano tempi in cui il loro cognome apparteneva al passato, che, seppur glorioso, non era più. Tuttavia, in quel frangente Abraham aveva dichiarato, secondo le parole del giornale: “Io e mio padre sentiremo per sempre la mancanza delle nostre anime, ciononostante il nostro nome continuerà a vivere imperituro”.

Per Jakob fu sufficiente: sapendo ciò che aveva fatto durante la sua vita e avendo avuto modo di avere a che fare col suo carattere ribelle e indipendente, era stato suo padre ad uccidere i suoi stessi fratelli, per poter avere l’eredità, che invece gli sarebbe stata preclusa, in quanto Abraham in base all’albero genealogico risultava essere il terzogenito.

Con la morte nel cuore, scorse ancora una volta l’archivio dei giornali e stavolta non dovette fare fatica nel cercare la notizia che aspettava, poiché campeggiava a nove colonne in prima pagina: “Clamoroso incendio nella notte” e nel sotto titolo “Una combustione di entità senza precedenti porta con sé villa McNobly e i suoi inquilini”. Nell’articolo si diceva che tuttavia era rimasto un solo sopravvissuto, poiché Katrina McNobly era assente la notte dell’incendio. Di conseguenza, qualche mese dopo, la bella ereditiera sposò il ricco nobile scapolo Abraham Hesenfield.

Jakob apprese in quel modo la verità sulla sua famiglia e, dopo aver pianto lacrime amare, il fuoco della vendetta cominciò ad ardere in lui.

Era il momento di distruggere il casato.

Kaden e le Fontane/15

Capitolo 15

Una volta giunti al limitare della Foresta, nessuno del gruppo conosceva il modo di oltrepassare le mura senza il permesso delle sentinelle, morte durante l’invasione dei Draghi.

Davanti a loro, si presentava un muro di legno insormontabile a meno che non si utilizzasse la Tecnica del Volo, e Caleb, l’unico del gruppo a saperla usare, era troppo stanco per trasportare uno alla volta gli altri. Occorreva dunque distruggere le mura, difficili da scalfire pur essendo di legno.

“Caleb, tu hai qualche idea?” chiese Kaden, ma neanche il ragazzo aveva un’illuminazione, a parte la tecnica del Volo, e nel frattempo Klose e Mary si consultarono per trovare un’idea che potesse risolvere il problema sopraggiunto; mentre Taider si riposava sotto un faggio.

“Attaccarlo con Tenebra e Giustizia?” propose Kaden, ormai del tutto dimentico dell’atteggiamento che aveva avuto prima di entrare nella Foresta e trasformato definitivamente come membro effettivo del quartetto rivoluzionario.

“Sai che non è malaccio come idea?” rispose Mary. “Proviamo! Lo presenterò a me stessa come un’occasione di migliorarmi con la mano sinistra.”

Così estrassero entrambe le spade gemelle e attaccarono con tutta la forza, ottenendo come risultato ben poco. Tenebra aveva solo scalfito il legno che adesso presentava un grande taglio diagonale, mentre Giustizia non aveva risolto proprio nulla, eppure era una spada affilata.

“Maledizione, ho finito le forze dopo aver combattuto nell’Arena e adesso non riesco a calibrare bene l’arma!” commentò frustrato Kaden.

“Ma stai zitto” lo rimbeccò Mary. “Tu sei fortissimo, potresti anche diventare più bravo di me. Ma ancora non lo sai e quindi commetti sciocchezze, come quella di tranciarmi il braccio oppure di non fidarti di Olocausto”

“Si chiama Giustizia” precisò Kaden, irritato.

“Non mi piace come nome” tagliò corto Mary. “Il punto è che devi fidarti completamente della tua spada. Ti fidi del tuo braccio destro con cui la usi?”

“Certamente, è il mio”

“Ecco. È la stessa cosa con la spada, che è solo un prolungamento affilato di un braccio. Quindi, pensa a questo aspetto e comincia a tagliuzzare. Mi sa che Olocausto è molto più forte della mia Tenebra”

“Eppure l’hai sconfitta” osservò il ragazzo.

“Sì, be’, non che sia stato difficilissimo”

Kaden comunque trasse qualche respiro profondo.

Era vero, sembrava un muro invalicabile, al quale persino una spada come Tenebra aveva inflitto solo un taglio diagonale. Poi gli venne un’idea: e se avesse cercato di approfondire quel taglio? Ci sarebbe stata qualche miglioria nella loro condizione?

Forse, e valeva la pena tentare. Ma tutto dipendeva da Giustizia, la quale doveva piegarsi ai voleri del suo nuovo proprietario, che non l’aveva vinta dopo un duello né l’aveva rubata, ma era stata un dono.

La sollevò verso l’alto, come a volerne prendere tutta l’energia.

“Che stai facendo, il parafulmini?” chiese Klose.

“Spiritoso” lo rimbeccò Kaden. “Adesso vedrete che cosa sono capace di fare. Giustizia! Fa’ vedere la tua forza!”

Prese una breve rincorsa e mosse la spada dall’alto verso il basso, impugnandola addirittura con due mani, ma probabilmente perché era abbastanza pesante, per il fisico di Kaden, da tenerla con una mano sola.

Il ragazzo che aveva aperto la Fontana Lind tenne gli occhi chiusi. Dopo qualche secondo, lì riaprì e vide che il taglio originariamente fatto da Tenebra si era leggermente allargato.

“È la strada giusta!” esclamò, ma non sapeva ancora se avrebbe proseguito o se si sarebbe fermato proprio sul traguardo.

Ma non ottenne mai questa risposta, in quanto Caleb si avvicinò al muro e osservò attentamente il lavoro compiuto fino a quel momento.

“Come previsto, non avete risolto nulla. Tocca sempre agli Hesenfield risolvere” commentò ghignando e accarezzando il manico della sua Mezzanotte riposta sul fodero.

“Ah, no? E come ti spieghi quel graffio considerevole?” abbaiò Kaden.

“Lo spiego come un graffio normale” Caleb fece spallucce. “Se davvero volete uscire, dovete fidarmi di me e di me soltanto”

Estrasse Mezzanotte e, puntando la lama contro la muraglia, le corse incontro e la riempì di fendenti potenti e precisi, quasi come se stesse disegnando una porta invisibile, poi stette a vedere il suo operato.

I risultati non tardarono ad arrivare. La parte del muro tagliata cadde rivelando il mondo al di fuori, dove continuavano a compiersi gesta brutali ed azioni eroiche.

“Ecco fatto, adesso possiamo procedere col piano. Invece di andare a Kashnaville vi condurrò al cospetto di mio padre Abraham, figlio di Abel della Casa Hesenfield, ma soprattutto futuro Re unico dell’Australia unita. Forza, dunque”

Ma i quattro non si mossero.

“Temo che dovremmo ucciderti, Caleb figlio di Abraham” disse Taider. “Abbiamo una missione troppo importante e noi non abbiamo tempo per visitare nessun monumento storico che non siano le Fontane, pertanto grazie per l’aiuto ma non ti seguiremo… Shydra non avrebbe voluto”

Caleb stavolta rise di gusto. “Non mi seguirete? Amico, ma sai con chi stai parlando? Quale spada tengo in mano? L’hai vista anche tu, è estremamente superiore a Tenebra e a Olocausto che adesso si chiama Giustizia. Inoltre, avete bisogno del nostro aiuto… credete che a Kashnaville vi aspettino col tappeto rosso? Verrete con me, e non costringetemi a usare la forza!”

“Dimentichi che io pratico le arti magiche e Klose è un ottimo arciere” osservò Taider.

“E sia, a noi due!” esclamò l’arciere, pronto a combattere.

“Arco contro spada… due filosofie di guerra diverse, una sola soluzione: la vittoria… per me, ovviamente. Con questo metteremo la parola fine all’annosa questione in merito a quale arma sia meglio”

I tre si squadrarono in cagnesco, pronti per uccidersi a vicenda. Dietro di loro, una leggera brezza stava penetrando nella breccia creata da Caleb.

 

Nel frattempo, il gruppo dei Centauri guidato da Isaiah, unito ai quindicimila uomini che avevano avuto precedentemente, si era allargato a poco meno di ventimila uomini, questo all’inizio del suo percorso.

Ma una volta giunta la fine della battaglia della città del Signore del Deserto (ne era stato eletto uno nuovo), le truppe aumentarono ancora, conquistando città dopo città e promettendo guerra diretta a Perth e a ciò che ne era rimasto. Nel frattempo, avevano ucciso un secondo Drago, rimanendo dunque così quattordici esemplari ancora da abbattere, tutti ugualmente molto pericolosi.

L’entusiasmo di quella spedizione convinse dunque Isaiah ad assediare Perth, soprattutto dopo che l’inganno era stato svelato: il Re fantoccio, il cavaliere George Carlson, era stato scoperto e assassinato dalle guardie fedeli a Re Walter, scatenando una violenta guerra civile e lasciando il trono dell’Ovest vacante.

“È un’ottima occasione per noi” commentò Isaiah, una volta finito di leggere il dispaccio che conteneva quell’informazione. “Conquisterò Perth e la donerò a mio padre”

“Sei un po’ inquietante, Isaiah figlio di Abraham” commentò Cassius, notando negli occhi verdi del suo alleato un certo bagliore folle. “Ma non posso negare il tuo valore in battaglia”

“Già, lo credo bene!” rispose l’altro. “E sono sicuro che anche Caleb sta facendo la sua parte… anche se è un po’ addormentato, a volte”

Egli ripensò molto al periodo in cui erano ancora tre generali: lui, Caleb e Jakob. Invece, i rumori della guerra li avevano separati.

Ma non appena sarebbero stati tutti e tre principi avrebbero spadroneggiato sull’Australia importunando tutte le ragazze possibili. Almeno, da parte sua sarebbe stato così.

“Bene, Centauri” esordì, prendendo la parola per un discorso post bellico. “Abbiamo vinto una battaglia, ma non la guerra. I miei Uomini lo sanno, combattono con me da un bel po’ di tempo, ormai. Se abbiamo conquistato il Sud è solo merito loro! Adesso fatemi vedere di cosa siete capaci dominando il più ampio Ovest! E, come hobby, voglio la testa di tutti i Draghi sulle vostre picche!”

Urla generali si udirono e ricominciarono a partire, il villaggio del Deserto ormai raso al suolo e saccheggiato di ogni primizia.

 

Nel frattempo, appena davanti alle mura del Reame dei Centauri, Caleb, Taider e Klose stavano ancora studiandosi.

Il figlio di Abraham avanzò, intenzionato a troncare il capo del suo avversario, ma Klose si abbassò repentinamente e attaccò mettendo una gamba in mezzo a quelle del nemico in modo da fargli perdere l’equilibrio. Come previsto, Caleb cadde, ma finì rovinosamente su Klose, il quale non riusciva a togliersi di dosso il nemico, piuttosto robusto nonostante la giovane età. L’unica soluzione era che Caleb stesso si alzasse, ma ciò non avvenne: l’uomo cercò invece di attentare alla gola di Klose, ma il ragazzo riuscì a bloccargli le mani in tempo. Lo scontro tra i due si tradusse in una serie di capriole, dove ciascuno dei due si ritrovava ora sopra, ora sotto.

“Forza, Taider! Spara un tuo incantesimo e decidi le sorti dell’incontro!” esortò Kaden, ma il Cavaliere Corrotto scosse la testa.

“Non ti hanno mai detto che uno scontro a due non può essere interrotto da terzi?” rispose, gli occhi puntati sullo scontro. Era vero, si disse Kaden, la tensione lo stava uccidendo dentro, ma poteva farci ben poco: l’etica andava rispettata.

Caleb si rialzò dal corpo di Klose e si portò a distanza di sicurezza, la guardia alzata: non potendo strangolarlo, doveva rimettere in atto una nuova strategia.

Klose invece, che si era un po’ coperto di lividi dopo la breve colluttazione, incoccò una freccia e prese la mira, dritto in mezzo agli occhi del suo rivale.

“Non riuscirai mai a colpirmi con quella freccia, sei troppo lento” lo provocò Caleb, sicuro di sé come pochi al mondo.

“Chissà, dovrei provare, non credi?” ribatté Klose, anche lui abbastanza sicuro della velocità della sua freccia. Inoltre, aveva colpito bersagli persino più lontani, il che gli ricordava i giorni del tiro al piattello con la freccia.

Era molto fiero della sua mira e vinceva spesso, e ripensava a quei momenti come i giorni più felici della sua vita. Alla fine, la guerra civile lo aveva allontanato da quelle vicende. Adesso che era il più bravo tiratore dei Rivoluzionari, gruppo nel quale era entrato proprio per vendicare i suoi compagni di tiro, morti tutti a causa della guerra, non poteva essere battuto da Caleb, il quale non aveva mai toccato in vita sua nemmeno una fionda.

Caleb, dal canto suo, non temeva il suo avversario: sapeva cosa voleva dire perdere un amico, aveva visto cadere molti suoi compagni in battaglia e adesso doveva vendicarli, ponendo la sua famiglia là dov’era stata un tempo, seduta sul Trono a governare con scettro di ferro.

Improvvisamente, il figlio di Abraham sparì nel nulla, utilizzando la Tecnica Arcana del vento, per confondere l’avversario, che, poco pratico, non sapeva affidarsi al senso dell’udito per sentire i flebili passi sull’erba, e quindi non poté mai aspettarsi una forte ginocchiata alla schiena che lo fece ruzzolare per diversi metri sull’erba.

Klose si rialzò e, constatato che fortunatamente la freccia era ancora incoccata, la scoccò ma sbagliò mira, andando a colpire un albero nelle vicinanze.

Caleb lo schernì. “Avresti dovuto colpire me, al collo! Al collo, capito? Non certo quell’albero laggiù, il quale sarà ferito per sempre!”

Klose sbuffò. Stava cominciando a stancarsi, ma sapeva di non potere perdere. Poi sgranò gli occhi: Caleb aveva appena preso in ostaggio Mary.

“Vigliacco!” esclamò.

“Mi chiami vigliacco, eppure io sapevo che in guerra tutto è concesso” ribatté Caleb. “Stai fermo o le taglio la gola con Mezzanotte, e lo faccio”

Ma nemmeno Mary era disposta a morire in quel modo e, ignorando il fatto che le mancava il braccio destro, diede una potente gomitata col sinistro e Caleb cadde a terra, tuttavia senza sentire dolore poiché aveva ancora la cotta di maglia a proteggerlo, da quando l’armatura si era infranta a causa dello scontro col Drago.

“Un altro scontro…” borbottò. “Non ho mai combattuto contro una donna, sempre se di donna stiamo parlando”

Kaden constatò che le parole del cavaliere erano cattive. Non era poi così brutta!

“Ti farò rimangiare ciò che hai detto, vedrai” disse Mary, pronta a vendere cara la pelle.

Ma Caleb ebbe la sensazione che la mezzanotte giungeva a grandi passi. Non credeva che lo scontro con Klose potesse essersi protratto per così tanto tempo.

Così decise di combattere seriamente. Aveva Mezzanotte in mano, e tutti gli altri erano fuori forma, motivo in più per concludere lo scontro.

Accadde tutto in pochi attimi: compì quattro passi molto lenti e sferrò un fendente micidiale che colpì sia Mary che Klose. Lo scontro era con loro, Taider e Kaden non si erano mossi.

“Raccogliete questi due e andiamo. Ti donerò una protesi, in modo che tu possa soccorrere i feriti”

Così, il Cavaliere Corrotto dovette accettare la sconfitta e seguire Caleb, diretto a Villa Hesenfield. Non era un posto sicuro, soprattutto con Kaden ancora da proteggere e sicuramente sarebbe stato l’ultimo posto al mondo dove Shydra li avrebbe mandati, ma la piega che aveva preso la storia lo stava richiedendo.

Kaden e le Fontane di Luce/13

Capitolo 13

Caleb conosceva a memoria tutti i nomi dei Draghi e non poté non provare un brivido quando sentì quel nome.

Kolmetoistant… la Femmina Ammaliante. Era famosa nei tempi antichi per illudere gli uomini con la sua voce melodiosa, eppure quella che aveva usato non lo era stata affatto. Forse, milleottocento anni di inattività avevano indebolito anche delle razze supreme come i Draghi.

O forse, più semplicemente, era la sua vera voce, e quella descritta nelle Memorie del suo antenato era quella che usava per attirare gli Uomini in una trappola.

A differenza della razza maschile, quella femminile si caratterizzava per il colorito rosa della pelle.

Ogni parte del corpo aveva una sua sfumatura: rosa pallido per il busto, rosa acceso per le ali, rosa scuro per le quattro paia di corna e le unghie parevano smaltate di rosso.

Anche le pupille erano rosa.

Intanto, notò che i quattro soggetti che avrebbe dovuto rapire erano tornati nell’arena sconquassata dalla prima lotta contro Actalesh. Adesso che erano due, Caleb poteva solo accettare la sua morte.

“Mio caro Achtalesh…” salutò Kolmetoistant, accovacciandosi. Non sembrava avere intenzione di combattere, inoltre lo spostamento d’aria delle sue ali aveva spento molti incendi. “Ancora fedele a Kraken, eh?”

“Kraken?” si chiese Taider.

Achtalesh annuì. “Sì, non nominarlo con la tua viscida bocca, umano. Lui è il nostro signore, e se ha deciso per una tregua temporanea con un Re noi dobbiamo obbedirgli”

Ma Kolmetoistant scosse la testa come a voler scacciare quella frase che trovava orrenda. “Un vero Drago non si piega alle logiche umane. Potrebbe tradirci, potrebbe scaraventarci ancora in quella dimensione! Non puoi prevederlo, quindi è meglio che giochiamo d’anticipo e lo tradiamo prima noi, non credi?”

“No, non credo! Un vero Drago ripaga sempre i propri debiti!”

“Un vero Drago non si piega a nessuno!”

Si misero uno contro l’altro. Caleb non poteva crederci: stavano per combattere fra di loro! Una fortuna inaspettata!

Nel frattempo, anche Kaden e gli altri avevano il fiato sospeso.

“Che cosa succederà?” chiese il ragazzo a Taider.

“Beh, se è vero ciò che ho sentito, a quanto pare fra i Draghi si è creata una spaccatura. Come pensavo, è stato Re Anthony a risvegliarli, era l’unico che poteva farlo, visto che aveva sempre accesso alle biblioteche segrete. Tuttavia, se alcuni Draghi hanno deciso di collaborare con lui eliminando solo i suoi nemici e lasciando vivere gli altri, un’altra fazione ha deciso di fare per conto proprio così com’è sempre stato, ponendosi nemici di tutti e tutto. Bisogna vedere quanti e chi sono coloro i quali hanno lasciato Kraken l’Angusto e chi sarebbe il loro porta bandiera”

“Ma che importanza ha per noi?” chiese Mary.

“Molto poca, in effetti. Non conosco i nomi dei Draghi, inoltre visto che siamo nemici del re ci siamo inimicati tutti e diciotto. In effetti, sono elucubrazioni che potrei anche non fare! Tuttavia, è interessante sapere quali sono le manovre dei Draghi”

“Io direi di fuggire, piuttosto!” esclamò Mary, attonita nel sentire le stranezze del Cavaliere Corrotto.

I quattro e Shydra cominciarono a fuggire, ma vennero fermati da Flavia, l’unica Amazzone rimasta.

Si leggeva fin troppo bene il tormento e la disperazione nei suoi occhi. Aveva visto tutte le sue compagne morire, il Reame distrutto dalle fiammate del Drago e per di più coloro i quali aveva condannato a morte erano ancora in vita. Poco più lontano, i due Draghi si stavano affrontando in un duello fisico, sotto gli occhi di un impaurito Caleb Hesenfield.

“Noi abbiamo una legge… e secondo questa legge dovete morire” disse Flavia.

“Affronta me” si propose Shydra. “Affronta me e lascia andare loro, mi sacrifico io”

“Shydra, credi che te lo potremmo permettere?” s’intromise Mary.

“No, ma vedi: siete troppo importanti per la missione. Io, invece, ho fallito qui” disse Shydra, riferendosi alla trattativa con Cassius, che aveva preferito gli Hesenfield alla rivoluzione.

“Siamo cinque contro uno, direi” interloquì Klose.

“Ah, sì? E allora perché…” ma s’interruppe, perché un violento scossone dovuto allo scontro fra i Draghi fece tremare la terra, generando altri crepacci.

“Maledizione…” commentò Flavia. “Non riesco a ragionare! So bene che potrei sconfiggervi tutti e cinque, ma i due Draghi mi tolgono la concentrazione! Non so più cosa fare!”

Era straziante vederla in quello stato. In realtà, non erano i Draghi a bloccarla, ma la paura e la disperazione di aver perso così tante compagne in un giorno solo, ed essere sopravvissuta solo lei. Non poteva esserci scontro, non contro un avversario così prostrato.

Intanto, gli scossoni si ripetevano. “Flavia…” esordì Klose. “So che voi Centauri potete sconfiggere i Draghi e…”

Ma Flavia lo interruppe bruscamente “Zitto! Non rivolgermi la parola!” sollevò un pugno ma, avendo lo sguardo offuscato dalle lacrime, mancò il bersaglio.

Tentò ancora e ancora una volta, ma Klose schivò ogni qualvolta gli perveniva un attacco.

“Non riesco nemmeno a combattere” commentò Flavia. Guardò poi le sue mani. Era davvero ridotta in quello stato? Le altre Potenti non avrebbero voluto che il loro capo, leader di un colpo di stato senza precedenti nella storia dei Centauri, cadesse in quella maniera.

“E va bene… combattiamo!” esclamò Flavia, con una nuova verve in corpo. Guardò i cinque avversari… non sembravano gran che, a parte Shydra Aldebaran. Aveva sentito parlare di lei e non era affatto da sottovalutare.

Nel frattempo che Flavia e Shydra aspettavano l’una le mosse dell’altra, poco più in là i due Draghi continuavano a guardarsi in cagnesco. Adesso sì che Achtalesh aveva dimenticato Caleb.

Entrambi si stavano studiando, consci che avere in mano la prossima mossa avrebbe significato avere un enorme vantaggio sull’altro.

Kolmetoistant non aveva occhi che per il suo avversario. Lo conosceva benissimo, lo aveva frequentato per mille e ottocento anni. Ma c’era chi diceva che un Drago non lo si poteva mai conoscere fino in fondo, e la stessa cosa valeva anche per Achtalesh, o perlomeno per loro due, in tutti quei secoli era nata anche una sorta di rivalità.

Spalancò le ali e vide che anche il Furbo lo fece. Lei sapeva che ogni qualvolta il suo avversario voleva sparare una fiammata, era costretto a prendere molta aria per inspirarla dalle narici.

Nello stesso istante Achtalesh si stupì: credeva che la sua avversaria intendesse spiccare il volo, ma non lo aveva fatto. Perché? Quali erano le sue intenzioni? Pur essendo considerato Furbo, Achtalesh non aveva mai capito le sue simili femminili. Le considerava misteriose, e nemmeno in diciotto secoli, quando aveva affrontato in duello le altre compagne, era riuscito a spuntarla. Tuttavia, adesso erano tornati tutti quanti in vita, dunque sarebbe stata tutt’altra storia.

Infine, capì, ebbe come un lampo: nessuno dei due avrebbe mai fatto la prima mossa fintantoché si scrutavano negli occhi; così, con uno scatto repentino, rifilò una potente gomitata allo stomaco della compagna, che cadde producendo diverse capriole, distruggendo nel frattempo tutto ciò che incontrò, dagli spalti dell’arena agli alberi della foresta ormai disabitata, a parte Flavia che stava lottando contro Shydra, corpo a corpo.

Kolmetoistant si rialzò, ma troppo tardi: Achtalesh l’afferrò nella sua interezza e la portò verso l’alto, intento a rilasciarla per sbatterla a terra

L’avversaria si schiantò sul terreno dell’arena riducendola in milioni di piccoli sassi, costringendo infine Caleb a fuggire lungi da lì. Per tutto quel tempo, era rimasto ammaliato e spaventato allo stesso tempo. Ciò che aveva fatto Achtalesh poteva essere riprodotto solo da un Drago, poiché Kolmetoistant non ebbe nemmeno il tempo di utilizzare le ali ed evitare il fortissimo impatto. Nessun altro ci sarebbe riuscito. Caleb divenne sempre meno convinto della veridicità della leggenda secondo la quale Isaac li sconfisse tutti.

Così il figlio di Abraham scappò ma, purtroppo per lui, Achtalesh aveva memorizzato la sua sagoma e anche se non aveva più il mantello con l’emblema, lo fermò con la sola forza della voce.

“Hesenfield!”

Caleb deglutì. Il suo cognome urlato in quel modo sembrava un rombo di tuono. Poi rispose: “Vuoi uccidermi perché il mio avo ti ha eliminato, eh? Ebbene…”

Non finì mai la frase, perché Kolmetoistant si frappose fra lui e Achtalesh.

“Lui è mio! Lo eliminerò io!”

A Caleb venne in mente che vi erano altri sei membri della famiglia da poter eliminare. L’istinto di sopravvivenza era più forte di quello di appartenenza.

Poi si riscosse: ma che gli stava succedendo? Non era forse discendente di re Isaac? Che quella leggenda fosse vera o no, in ogni caso in Australia non erano più rimasti Draghi, pertanto adesso toccava a lui eliminarli. Anche da solo, se fosse stato necessario.

Riprese Mezzanotte fra le mani e tornò ad osservare lo scontro di sguardi che era ripreso.

“Quell’uomo è anche un mio nemico. Il suo avo mi ha sconfitto milleottocento anni fa esattamente come te, dunque voglio vendicarmi” disse il Drago femmina.

“Però l’ho visto prima io. Quindi, ti eliminerò, perché mi stai mettendo i bastoni fra le ruote”

“Perché non uniamo le forze, invece?” propose Kolmetoistant.

“Unire le forze? Con una come te?” rispose subito Achtalesh, tuttavia, in un secondo momento, si chiese: e se avesse ragione? In fondo, Isaac li aveva eliminati proprio perché erano sempre uno contro uno… nessun uomo si sarebbe mai aspettato due Draghi nello stesso posto. E se l’unione avesse fatto la forza?

“Va bene, te lo concedo” rispose infine. A Caleb parvero parole di morte.

Kolmetoistant si gonfiò, assumendo una forma molto più mastodontica, pronta per scatenare l’inferno su ciò che rimaneva del Reame dei Centauri.

Poco più in là, Shydra era riuscita a sconfiggere Flavia, ponendo fine alla sua lunga agonia.