Kaden e le Fontane di Luce/19

Capitolo 19

Klose si allontanò dagli altri e prese la strada che aveva scelto. Aveva intenzione di risolvere il Labirinto a modo suo, con le sue forze, in modo da dimostrare a Mary che era capace di fare anche quello.

Mary…

Nei giorni in cui erano stati prigionieri di Caleb, aveva notato che era entrata in confidenza con Taider, il Cavaliere Corrotto.

Persino il primogenito Hesenfield se n’era accorto, dicendogli a bassa voce: “Quei due non me la raccontano giusta. Finiranno sicuramente per appartarsi e giacer insieme, ma lo facciano lungi da me. Non ho voglia di vedere quel tipo di scene, non è il momento e comunque vi sto scortando per un motivo preciso. Siamo in guerra, non c’è spazio per l’amore”

“Forse” aveva risposto Klose, sospirando. “Ma non credi che l’amore cancella questi ed altri peccati?”

Caleb fu colpito da quella risposta e rifletté per alcuni minuti prima di ribattere. “Credi quindi che anche io dovrei trovare una buona moglie?”

“Non so, fa’ come credi” aveva concluso Klose, seccato da quelle stupidaggini e scoprendosi geloso di Mary e Taider.

Spinto da quel sentimento, l’arciere aveva osservato meglio i suoi compagni, e in effetti aveva notato che si sostenevano a vicenda. Forse la perdita di un arto aveva fatto risvegliare in Mary sentimenti su cui l’arciere non avrebbe scommesso, trattandosi di una donna dal pessimo carattere com’era lei.

Tuttavia, non poté non pensare a lei senza che qualcosa nel suo animo si agitasse.

Strinse l’arco fra le mani. Che rabbia! Ma perché a lui non capitavano quel genere di cose?

Aveva compiuto imprese grandiose, aveva combattuto contro le Amazzoni, aveva protetto Kaden, tuttavia non era stato ferito gravemente.

Pertanto, essere in quel labirinto da solo era l’occasione, forse unica, che aveva per dimostrare quanto valeva.

Agli occhi di Mary non era mai stato un granché. Ricordava il primo giorno in cui l’aveva incontrata, quando era stato convocato da Shydra Aldebaran per costituire la guardia del corpo dell’incaricato ad aprire le Fontane.

“Potrebbero volerci anni” aveva obiettato Mary in quell’occasione. “Perché dovrebbe accadere proprio quest’anno?”

“Prima o poi avrei dovuto” aveva replicato Shydra, con la solita voce indifferente alle obiezioni. “E adesso sta’ calma e tranquilla e aspetta un mio ordine, dovete essere pronti a partire in qualunque momento”

E così si conobbero, ma Mary non sembrava molto interessata a dare confidenza, né a lui né a Taider, tanto da non aver dato nemmeno la mano in segno di saluto, offrendo invece Tenebra. Almeno non finché non era accaduto che avevano perso la carrozza e poi lei aveva perso il braccio nella Foresta dei Centauri. Da lì Mary aveva cambiato completamente atteggiamento, regalando anche Olocausto a Kaden.

Olocausto, che adesso era Giustizia… Kaden era uno spadaccino, non un arciere, e quello gli diede molto fastidio.

Ricordava ancora di quando aveva cercato di insegnare l’arco al ragazzo. Era proprio negato, e quindi dopo pochi tentativi aveva lasciato perdere.

E Mary restava così lontana. Klose se n’era innamorato? Non proprio, ma non la vedeva come un obiettivo raggiungibile, non quando i morti si contavano a centinaia ogni giorno e le Fontane dovevano essere ancora aperte.

Voltò a destra, poi a sinistra. Dopodiché, vicolo cieco.

Fece per tornare indietro, ma qualcuno bussò alla sua spalla.

“Chi è là?” chiese, quando vide un Demone. Era orribile, e gli sembrò che persino l’aria circostante avesse perso un po’ di luce. Si sentiva smarrito, e si chiedeva se sarebbe andato davvero all’Inferno accompagnato da quell’essere.

“Prenderò la tua anima” affermò la creatura senza mezzi termini, come se gli avesse letto nel pensiero, e sollevò il braccio diretto al centro del petto, ma Klose fu più rapido. Incoccò la freccia e la piantò dritta nel cranio, lasciando il Demone morto a terra.

“Per fortuna” commentò, e proseguì per la propria strada.

Non era facile, perché più andava avanti più la strada si faceva impervia e a un certo punto gli si presentò davanti una scala.

“Che ci fa una scala in mezzo a un labirinto pianeggiante?” si disse. Poi, vedendo che in ogni caso era l’unica via per proseguire, salì il primo gradino.

Non successe niente di particolare, a parte forse un lieve disagio nello stomaco.

Salì il secondo, anche in quel caso ne uscì indenne.

Una volta al terzo, improvvisamente sbucò fuori dal nulla uno spuntone dai gradini superiori che per poco non gli bucò un occhio. Klose si salvò solo per i suoi riflessi primordiali.

Al quarto gradino cadde un fulmine che lo bruciò. Klose dunque svenne e stette una buona mezz’ora alla base della scalinata privo di sensi.

Tuttavia, una volta riacquisiti e cercando di non respirare la sua stessa carne bruciata, tornò ad osservare quella scala maledetta.

Come avrebbe potuto oltrepassare quel posto pericoloso se vi era un fulmine a bloccarlo?

Aveva due possibilità: o scavalcava il gradino, oppure avrebbe dovuto aprirsi un varco fra le frasche e barare nel gioco.

Poi ripensò agli Hesenfield, e a come stavano costruendo un impero che, in base a quello che aveva sentito dire, teneva ormai sotto scacco la maggior parte del regno centrale comandato ancora dalla regina Margareth, e adesso avevano invaso l’Ovest, dove, secondo le informazioni di Caleb, Isaiah stava collezionando vittorie su vittorie, aiutato anche dalla straordinaria potenza dei Centauri.

Quindi Klose decise di dare uno schiaffo morale al Labirinto. In guerra tutto era concesso, così scagliò una freccia contro il muro cespuglioso alla sua destra.

La freccia cercò di conficcarsi all’interno dei rami, ma un misterioso campo di forza la disintegrò, non lasciando traccia alcuna.

Klose si rammaricò per aver perso una delle sue amate frecce, ma era valsa la pena tentare, così salì di corsa i gradini saltandone alcuni e arrivando dunque in cima, dove tuttavia venne catapultato di nuovo verso il basso.

Una voce parlò. “Tutti i gradini, furbetto.”

Klose digrignò i denti. Non solo aveva le ossa rotte per la fulminata ricevuta poco prima, ma era costretto a riceverne un’altra, poiché le regole degli Hesenfield non potevano essere infrante.

Si chiese improvvisamente per quale motivo i Draghi non attaccavano quelle lande. Non sarebbe stata una cattiva idea dare fuoco a tutto quello, così perlomeno non ci si doveva più lambiccare per trovare una soluzione…

Ma quelle cose non capitavano nella realtà, i Draghi tendevano a seguire i loro principi, piuttosto che aiutare un umano.

Eppure, aveva sentito lui stesso che la cerchia dei Draghi si era divisa in due fazioni: una fedele a re Anthony, l’altra indipendente.

Ad ogni modo, era inutile pensare ai Draghi in quel momento. Fra lui e la soluzione al Labirinto vi era una scalinata irta di ostacoli.

I primi due pioli erano privi di trappole, così salì subito. Il terzo aveva lo spuntone, così salì dopo appena un secondo, mentre il quarto, quello del fulmine, lo evitò sacrificando una freccia che funse da parafulmine. Gli dispiacque per quell’arma, quando la vide carbonizzata a terra dove l’aveva messa.

Il quarto gradino era vuoto, così come il quinto; tuttavia il sesto nascondeva una sostanza appiccicosa che stava lì appositamente per incollare il viandante sul gradino e farlo morire di fame. Tuttavia Klose non fu preso dal panico e gli venne in mente che era sufficiente togliersi gli stivali per poter proseguire. Certo, non era consigliabile andare a piedi nudi in un Labirinto imprevedibile e dimora della Morte in persona, ma meglio l’ignoto che morire in piedi di stenti.

L’arciere riuscì dunque a liberarsi e giunse all’ultimo gradino, quello della catapulta, che tuttavia non si azionò, in modo da indurre il viandante a vedere cosa vi fosse oltre la scalinata.

E vi era una piscina piena di pinne che sbucavano da sopra il livello dell’acqua. Non era possibile aggirarla perché occorreva saltare con una forza oltre le capacità umane oppure distruggere le siepi che fungevano da confine, e non era fattibile. Klose aveva la sensazione che quantunque ci avesse provato, le siepi lo avrebbero fulminato.

Come oltrepassare dunque quell’ultimo ostacolo?

Come passare indenne a tutte le prove della vita?

Con l’arco e con la freccia, la risposta era proprio sulla sua schiena.

Aveva sempre con sé una corda, oltre al solvente in tasca. Non avrebbe mai creduto che in quel frangente gli sarebbero serviti entrambi, eppure eccolo lì che si operava per uscire fuori da quel pasticcio.

Fissò la corda a un’estremità oblunga, che fuoriusciva da quella piattaforma come se qualcuno avesse già saputo in partenza che quella era l’unica soluzione.

Legò dunque l’altra estremità della corda alla freccia, l’ultima rimasta della sua faretra.

Incoccò, traendo un profondo respiro: in fondo al viale vi era una frasca, e se il campo di forza avesse respinto quell’unico tiro, sarebbe rimasto prigioniero lassù per sempre.

Tuttavia, il colpo riuscì alla perfezione e la freccia si conficcò fra i rami, come se non ci fossero mai stati campi di forza a proteggere le frasche.

Che gli Hesenfield volessero dargli una possibilità? Ne dubitava, anche perché era impossibile pensare a una possibilità dopo averlo indebolito con quella fulminata e sapeva benissimo che un altro scossone di quel tipo gli avrebbe donato la morte.

Così scese dalla piattaforma e, aggrappandosi alla corda, cominciò a usarla come passaggio per oltrepassare la piccola piscina e arrivare all’altra estremità.

Aveva il cuore in gola e vedeva il traguardo sempre più vicino, quando improvvisamente un raggio laser di un Plexigos distrusse la corda tesa e fece cadere il povero arciere diritto nell’acqua.

Klose sentì i denti affilati dei piranha attaccarsi a ogni lembo di pelle libero prima di fuoriuscire dall’acqua urlando, e non gli venne in mente niente per liberarsi da quelle zanne. Solo dopo essere uscito dall’acqua e aver rotolato per diversi metri finalmente Klose riuscì a staccare l’ultimo pesce dal braccio.

Adesso sanguinava, portando diverse ferite da dentiera su tutto il corpo, e sentiva che sulla coscia destra era rimasto persino un dente.

Finalmente non aveva niente da invidiare agli altri, anche lui riportava i segni della lotta, e per di più stava anche cercando il Plexigos che gli aveva fatto quel giochetto, per ringraziarlo a suo modo.

Poi lo vide: eccolo, un modello Dingo, che balzava indifferentemente sulle frasche, in cerca di altre prede.

Non per molto. Klose riprese la freccia che lo aveva tanto aiutato e la incoccò. Quella andò a conficcarsi direttamente sulla fronte del mostro che, da sopra la siepe che delimitava il labirinto dov’era, cadde rovinosamente a terra. Klose ne sentì il tonfo sordo, perché non poté osservare il cadavere, in quanto caduto in un altro sentiero.

“Perfetto, e anche questa è andata” commentò Klose, che voltò le spalle alla piscina e a quanto fatto per oltrepassarla e imboccò la via a sinistra, incerto su dove stava andando, incerto se di lì a poco sarebbe rimasto vivo oppure quelli sarebbero stati gli ultimi passi della sua vita.

Si chiedeva cosa lo attendeva, mentre file e file di siepi fungevano da muro a destra e a sinistra, e sotto di lui il sentiero di terra si estendeva prendendo infinite biforcazioni. Sopra di lui sembrava mezzogiorno, o poco più, o poco meno.

Non aveva neanche più il senso della misura. Quanto tempo era passato da quando si era congedato dai suoi compagni? E quanto tempo rimaneva per risolvere il Labirinto? Sarebbero davvero tutti morti a causa dei pericoli oppure solo per la fame?

Poi accadde un fatto molto strano: a ogni passo che compiva gli sembrava che la frasca in fondo al viale che stava percorrendo si stesse allontanando.

Che cosa stava succedendo? Un gioco psicologico per farlo crollare?

Scosse la testa per vedere meglio e adesso la frasca era vicinissima. Batté le palpebre e la stessa frasca era lontana.

Rimase fermo e decise di contare solo sulle sue gambe, che forse sarebbe stato meglio; tuttavia non fece molti passi che una porta in ferro battuto si presentò davanti a lui sulla destra.

Era dunque quello il posto che avrebbero dovuto raggiungere? Klose ne dedusse di sì, visto che probabilmente era l’unica porta fabbricata in quel modo in tutto il Labirinto. Tuttavia, Kaden non era con lui, e forse non c’era modo di segnalargli la sua presenza. Anche se avesse scoccato una freccia, Klose non era sicuro che qualcuno l’avrebbe visto e anche se fosse, come avrebbero potuto raggiungerlo, con trappole ovunque?

L’arciere si sedette quindi davanti alla porta e attese, finendo per addormentarsi.

Kaden e le Fontane di Luce/18

Capitolo 18

Una volta lasciata la Villa, Kaden si rivolse ai tre compagni, incaricati dalla compianta Shydra Aldebaran di scortarlo in modo da garantirgli la sopravvivenza fino al giorno dell’apertura di tutte e tre le Fontane.

Tuttavia, davanti alla porta del Labirinto, il ragazzo si sentì malinconico, come se un macigno si fosse poggiato sulla sua anima.

In realtà, non poteva certo chiedere a nessuno di loro tre di accompagnarlo anche lì; Abraham era stato molto chiaro: ciò che si trovava dentro quel posto orribile riguardava solo lui e la sua missione.

“Sentite” esordì, un po’ impacciato. “Non siete costretti ad accompagnarmi, siete anche infortunati e…”

“Qualcuno ha detto qualcosa?” lo interruppe bruscamente Klose, “Sul serio, ho sentito una voce piagnucolosa… ragazzi, non è la voce di Kaden, vero? Kaden è diventato più forte da quando siamo partiti”

“E invece mi pareva proprio la voce stupida di Kaden” rispose Mary, un po’ divertita e un po’ estenuata dalle solite paturnie del ragazzo. “È vero, mi manca un braccio, ma credi che io ti abbia perdonato, vero? E poi, ricorda che Shydra non vorrebbe mai e poi mai che noi ti lasciassimo, anche se è la tua volontà… e poi, diciamocelo, è davvero la tua volontà che noi ti abbandoniamo così?”

Kaden sospirò. Era vero, non voleva assolutamente separarsi da quelli che ormai erano divenuti tre amici, pur avendo un’età molto superiore alla sua.

Alla fine entrarono nel Labirinto, venendo accolti da una serie di sentieri separati da cespugli che fungevano da muro.

“Secondo te da dove dovremmo passare?” chiese Mary a Taider.

Taider rispose, concentrandosi sul vento. Quell’arte era importante, più delle altre: permetteva di volare, di creare onde d’urto forti come quella che aveva usato Caleb, di utilizzare il senso dell’orientamento e indicare la strada giusta, che in tutti i labirinti è una e una sola.

“A sinistra, Mary” disse, dopo un lungo momento di riflessione.

Kaden tuttavia obiettò: “A sinistra? Non mi piace… ha un’atmosfera strana, come se dicesse sto per ucciderti

Taider tuttavia fece spallucce. “A dire la verità, anche gli altri sentieri mi davano la stessa tua sensazione” senza aggiungere altro.

Mary sospirò. Non aveva mai capito perché Taider dovesse parlare sempre in quel modo, riducendo al minimo le possibilità di dialogo.

Lo aveva conosciuto in tempi relativamente brevi, quando era stata chiamata dal Capo della Rivoluzione, Shydra Aldebaran, qualche settimana prima che il viaggio iniziasse.

“Tu, il Cavaliere Corrotto e Klose siete i miei migliori condottieri. Vi siete distinti sui campi di battaglia gestendo la Rivoluzione. Adesso mi serve qualcuno che si tenga pronto. Anche quest’anno la mia professoressa di Storia e Storia dell’Arte porterà la sua scolaresca a tentare di aprire la Fontana Lind. Te la senti, in caso ci riuscissimo, di accompagnare chi ci riesce ad aprire le altre due?”

Quello aveva detto, guardandola dentro come nessuno aveva fatto mai. Ma Mary in quel periodo aveva ancora la lingua biforcuta e aveva risposto: “Se non è un completo inetto, sarei lieta di accompagnarlo o accompagnarla. Ti ho mai detto che Tenebra è la migliore spada che abbia mai acquisito?”

Ma Shydra aveva sospirato e l’aveva invitata gentilmente fuori dal suo studio.

Quella era la vecchia Mary, erano altri tempi, tempi in cui poteva permettersi di fare la spocchiosa e poter fare il bello e il cattivo tempo. Poi era accaduto che, nel momento in cui la sua carriera in cui sembrava proprio essere all’apice, per un maledetto incidente aveva perso il braccio destro, e non era mancina.

Osservare il braccio spezzarsi e cadere banalmente a terra le aveva ricordato che non si viveva per sempre, e prendersela con Kaden non avrebbe cambiato le cose.

Se la Guerra e la Libertà le avessero richiesto di dare il suo braccio più caro in cambio della pace, lei non avrebbe mai esitato… o meglio, quello era che pensava.

Ma adesso? Adesso era una mancina forzata, con Tenebra che non funzionava a dovere.

Fra un pensiero e l’altro finirono in uno spiazzale abbastanza ampio, dove si diramavano tre uscite, una meno raccomandabile dell’altra.

“E adesso dove si va?” chiese Mary, ma prima che Taider potesse rispondere, dalla via a destra entrarono due Plexigos modello Canguro e da sinistra tre Demoni.

Mary non riusciva a crederci: davvero la Guerra Nucleare aveva modificato così fortemente gli animali?

Somigliavano molto a pipistrelli giganti, ma con una testa umanoide al posto di quella usuale. Mary dovette abbandonare Taider ed estrarre Tenebra dalla destra del fodero.

“Riesci a combattere, Taider? Dimmi di sì.” Mary aveva il cuore in gola, ma Taider era scomparso.

Che fosse scappato? I Plexigos non potevano averlo ucciso, perché non sembrava avessero attaccato… beh, meglio così, si disse, perlomeno aveva pensato alla sua pelle.

Qualcosa dentro il suo cuore tuttavia si spezzò. Come aveva potuto? Davvero contava così poco per lui? E quello che c’era stato fra di loro? Tutti gli abbracci e le confidenze?

Non era servito a niente, Taider l’aveva abbandonata in balìa di quegli errori della natura interessandosi solo di se stesso.

E fu con l’ira triste che squarciò i busti dei Demoni, muovendo Tenebra con una precisione millimetrica. Per la prima volta la sua sinistra era perfettamente in controllo.

Rimanevano solo i Plexigos, i quali non avevano ancora attaccato, Mary si stava chiedendo per quale ragione. Poi capì: avevano paura dei Demoni.

Infatti, dopo aver eliminato l’ultimo di quella specie, i modelli Canguro si avventarono su di lei come api sui fiori.

La ragazza ebbe molta paura, ma non poté fare altro che parare i colpi che le pervenivano, poiché un attacco diretto era impossibile.

I Plexigos modello Canguro erano abilissimi nel saltare e colpire l’avversario improvvisamente, quindi l’unico modo per affrontarli era sempre girare su se stessi e fare attenzione utilizzando molti più occhi di quanto la Natura avesse dato a disposizione della donna.

Il che non era facile; anche se era molto migliorata con la sinistra, non avrebbe mai raggiunto i livelli che aveva con la destra.

Uno dei due Plexigos la colpì con un colpo di coda alla schiena, che la spinse ben oltre lo spiazzale, intraprendendo la via centrale fra le tre uscite e facendola atterrare faccia a terra dopo svariati metri, tutti coperti in pochi secondi, quando invece a piedi ci avrebbe impiegato qualche minuto.

Fortunatamente non era molto doloroso, pensò Mary, anche se avvertì di stare sanguinando sul volto. Si poteva rialzare.

Doveva utilizzare la magia, o non avrebbe avuto altrettanta fortuna in seguito.

Com’era che diceva Taider? “La magia sta dentro di te, devi solo trovarla

Così le aveva detto, quando si erano ritrovati a parlare delle tecniche molto utili in battaglia, ma che erano privilegio di pochi.

Certo, la magia di uno stupido! Come aveva fatto a non capire che lei si era innamorata di lui?

E lui, come il più codardo fra i codardi, l’aveva abbandonata al suo destino. Non era nemmeno da Taider! Forse aveva capito di non avere speranze?

O forse era stato rapito da una terza presenza? Lo riteneva più probabile, che non quella sporca villania. O forse non riusciva nemmeno a credere che Taider non era così coraggioso come credevano.

Lo chiamavano Corrotto, e pensò di aver capito perché, pur preferendo rimanere nell’ignoranza.

Anche se si era rialzata, dovette ben presto tornare a terra, ma con il viso rivolto  verso l’alto, tuttavia fu costretta a chiudere gli occhi, perché un Plexigos era riuscito ad atterrarla di nuovo assumendo una posizione di vantaggio su di lei, bloccandola a terra.

Il suo fetido alito arrivava tutto sulle narici. Era chiaro che, pur avendo gli occhi chiusi, era sopra di lei, indeciso su come farla morire.

Nel frattempo l’altro urinava indifferentemente sui suoi capelli.

Non poteva accettare tutto quello, ma non aveva abbastanza braccia per poter sollevare quel mostro da sopra il suo corpo.

O forse poteva comunque?

Mary vide una delle orribile mani piene di artigli avvicinarsi, costringendo il mostro ad allontanarsi e quindi lasciare a lei un minimo di movimento. Errore, questo, che Mary sfruttò, riuscendo con la forza che possedeva a rotolare e far cadere il Plexigos a terra e alla fine liberarsi e, sollevata Tenebra con la mano sinistra, ne uccise due dimostrando comunque una grande abilità.

Prima uno, quello che le aveva urinato addosso; gli mozzò la testa dopo aver schivato un fiotto di raggi laser; e poi l’altro, a cui squarciò il petto come aveva fatto con i Demoni.

Era stato come dare due ganci destri, con la differenza che la sua spada era ben più temibile.

Le era venuto in mente, per un attimo folle, di conficcarsi l’arma nel moncherino come se fosse stato un braccio, ma sapeva che non era possibile ed era assurdo il solo pensarci. Tuttavia, si rese conto che, quando si rischiava la vita, la mente – la sua mente forse- si lanciava in pensieri tragici e senza senso.

Ridacchiò, invece, nel figurare se stessa con Tenebra sostitutrice del braccio destro… l’avrebbero chiamata donna d’acciaio o qualcosa di simile.

Ma ci teneva davvero, ad avere un soprannome… come Taider?

“Dannate creature” commentò Mary, sentendosi improvvisamente stanca. L’aria era pesante e una certa nebbia peggiorava la vista. Ma dov’era Taider? Doveva cercarlo oppure proseguire per la propria strada?

Corse più in fretta che poté, quando a un certo punto, svoltando a destra, vide in fondo a quel corridoio una figura che si stava accasciando a terra, sotto una figura che galleggiava a mezz’aria.

“KADEN!” urlò Mary, decisa a salvarlo prima di morire lei stessa.

Più andava avanti, più si facevano strada idee orribili nella sua testa. Perché salvare Kaden? In fondo, anche lui era un uomo come Taider: esattamente come aveva fatto lui, anche il ragazzo se fosse stata lei a dover essere salvata, l’avrebbe abbandonata… mentre l’angoscia le opprimeva il petto, pensò che tutti gli uomini erano uguali. Persino Klose, lui che in ogni caso si definiva coraggioso, lo avrebbe fatto.

Mentre quei pensieri si facevano strada, Mary tornò a guardare Kaden apparentemente svenuto… o morto. E cosa avrebbe voluto dire la sua morte? Le Fontane non si sarebbero più aperte e il sacrificio di Shydra sarebbe stato vano.

Era sicura di poterlo permettere?

Mary capì improvvisamente che forse c’era sotto un incantesimo, ma quei pensieri si facevano più insistenti, e fu con un grande sforzo fisico che riuscì a staccare le mani appiccicose di quello spettro dalla gola del ragazzo.

“Muori, stronza!” esclamò, e con una torsione del busto la tagliò orizzontalmente, facendolo così sparire in una nuvola di fumo.

“Miseriaccia, che cavolo era?” si chiese, controllando le condizioni del povero ragazzo. “Tu stai bene, no?”

Kaden tuttavia era ancora in uno stato di profonda prostrazione. “No che non sto bene. Faccio schifo, sono un essere inutile!”

Mise un pugno a terra, Kaden. Non voleva più convivere con se stesso. “Mi spieghi perché mi hai salvato? Quella era mia madre, che giustamente voleva portarmi con lei in un altro mondo!”

“Non era tua madre” rispose Mary, fiatoni. “Chiunque o qualunque cosa fosse, non era tua madre. Qui forse siamo in un Corridoio della Negatività o un nome del genere, che ci fa pensare cose a cui non dovremmo e farci crollare psicologicamente. Andiamo a cercare Taider e Klose”

Kaden rimase perplesso. “Taider non era con te?”

“No” rispose Mary sbrigativa e col cuore in gola, ed insieme superarono quel corridoio.

Girarono e girarono, ma sempre a vuoto. Senza il Cavaliere Corrotto, buona parte dell’orientamento era andato in fumo.

Avrebbero potuto girare alla cieca per millenni, forse, e non ne sarebbero mai venuti a capo, finché non accadde.

Una figura a quattro zampe spiccava dalla sommità delle frasche che delimitavano quel posto maledetto.

Faceva un buon odore di lavanda, Kaden la riconobbe quando l’essere cadde in quella stessa posizione come un gatto.

A differenza dell’ultima volta, era vestito semplicemente, con una tunica nera come la morte che aveva negli occhi.

“Il Mangiacuore” sentenziò Kaden. Mary sbiancò, per quanto bianca già fosse.

Kaden si chiese se stavolta lui e lei fossero pronti ad affrontare un mostro simile e si disse che era giunto il momento di utilizzare Giustizia.

Sempre che il Mangiacuore li avesse risparmiati per così tanto tempo da potergli permettere di estrarla dal fodero.

Era più inquietante, Josafat, adesso che era pulito e profumato. La differenza di quando era sporco di sangue era evidente e terrificante.

“Chi mai si prenderebbe la briga di pulire una creatura come questa?” si chiese Mary, cercando di non pensare al fatto che lei stessa aveva offerto la sua spalla a un idiota.

Kaden e le Fontane di Luce/17

Capitolo 17

Villa Hesenfield era stata costruita dal primo della famiglia, il cui nome si era perduto nel tempo, in seguito a un incendio che colpì l’edificio una lontanissima notte di ottobre, quando il futuro Re Isaac era solo il giovane figlio di un commerciante.

Col passare degli anni, tuttavia, la Villa divenne un vero e proprio monumento, ricco di opere d’arte, di biblioteche, di manufatti pregiatissimi e un enorme giardino curato alla perfezione. Si presentava agli occhi del visitatore come una casa squadrata, dotata di alte finestre,  composta da più piani e, in cima, un’alta torre dove campeggiava un orologio a lancette. Sotto di questo, faceva bella mostra di sé il simbolo degli Hesenfield: un grifone e un leone che sorreggevano uno scudo a sei strisce bianche e nere, infilzato da una spada e sotto il blasone un nastro azzurro recante il motto della Casa. Al di sopra, invece, sette stelle, una per ciascun membro attuale della famiglia.

Sarebbe stato un bel luogo, se non fosse stato per la costante e densa nuvola grigia che copriva il cielo, e la temperatura fresca dell’atmosfera.

“Sinceramente, non è un bel posto dove crescere” osservò Taider.

“Perché, tu dove sei cresciuto?” chiese Caleb. “Qualunque risposta tu mi possa dare, non sorpasserà mai la bellezza imperiale di questo posto, né la storia che ha la nostra Casa”

Taider sospirò pazientemente e, girandosi per guardare il panorama, notò una porta massiccia poco distante dal giardino.

“Cosa c’è oltre quella porta?” chiese.

“Il Labirinto” rispose Caleb, mentre bussava all’entrata di casa. “È la nostra… porta di servizio, che tiene lontano gli ospiti indesiderati. Voi, invece, siete attesi da mio padre, il futuro re dell’Australia, lord Abraham, che vi accoglierà nella Sala del Giuramento”

Una volta bussato, Kaden e i suoi compagni fecero attenzione a salire gli scalini in marmo che conducevano alla porta d’ingresso, in legno scuro.

Vennero accolti da una grande sala, lastricata in marmo lucido colorato a scacchi bianchi e neri, e in fondo Kaden vide un’ampia scalinata che portava ai piani superiori, potendo prendere la direzione destra o sinistra. Tuttavia, guardando poi Caleb, lui non sembrava dar segno di affrontare quella salita, piuttosto chiamò a gran voce un certo Frederick.

Dopo poco, un uomo alto e dai corti capelli grigi vestito in completo nero arrivò, dotato di un asciugamano posato sull’avambraccio destro.

“Signorino Caleb, vogliate seguirmi” disse, e tutti lo seguirono attraverso una porta fra quelle poste sulla sinistra dell’ingresso.

Una volta varcata, si seppe che nascondeva una scalinata ripida in pietra che conduceva verso il basso e pensata per essere scesa da persone in fila indiana, illuminata semplicemente da torce installate sulle pareti. Kaden, dopo qualche passo, non resistette e chiese a Frederick: “Posso chiedere perché avete un asciugamano sul braccio?”

“Farà molto caldo dove stiamo andando, e mi dà  fastidio avere il sudore sulla faccia. Siccome non mi è consentito allacciarmelo alla vita né metterlo sopra la nuca, lo tengo in questo modo”

“Ah” disse Kaden, chiedendosi dove accidenti stessero andando.

Il gruppo, alla fine della scalinata, si ritrovò dentro una sala molto simile all’arena dei Centauri, con degli spalti tutt’attorno e un trono inciso sulla pietra di fronte alla porta. Al centro dell’arena, una piccola colonna recante all’estremità superiore un fuoco, ma non era a causa di quello che si provava un caldo quasi soffocante.

Kaden gettò un’occhiata a Frederick, che aveva già affondato la faccia sull’asciugamano.

Ma colui che stavano aspettando non si fece attendere. Abraham Hesenfield in persona, con tanto di capelli argentei e orecchino di perla appeso sul lobo destro, era arrivato e si sedette sul trono, accompagnato da due dei suoi figli, che Kaden riconobbe: erano Jakob e il Mangiacuore, assieme e vestiti in maniera identica. Erano molto somiglianti al padre, tutti e tre avevano la stessa espressione altezzosa che non mancava nemmeno a Caleb.

Egli si pose alla destra di Abraham non dicendo nulla. “Benvenuti, ospiti” esordì il capo famiglia, aspirante Re, sedendosi sul trono. “Puoi andare, Frederick. Per la miseria, non lo sopporti proprio il caldo del vulcano, eh?”

Frederick si inchinò. “Vi ringrazio, mio signore. Mi dispiace, mio signore” e si dipartì con troppa fretta.

Abraham schioccò le labbra, sospirò e proseguì. “Siamo proprio nei pressi del vulcano che si trova vicino la mia proprietà, ecco perché il lieve tepore che si potrebbe avvertire. Ma stavo dandovi il benvenuto. Visto che siete miei ospiti, permettetemi di ragguagliarvi sul motivo della vostra visita”

Calò un silenzio surreale.

“Sin da quando Shydra Aldebaran mi ha comunicato il profilo del qui presente ragazzo dalla pelle scura, mi sono messo in moto per farlo giungere al mio cospetto… o meglio, al cospetto dell’oggetto che gli servirà per aprire le Fontane”

“Che genere di oggetto? La Aldebaran non me ne ha mai parlato… anzi, ha detto che se sono riuscito ad aprire la Fontana Lind sono capace altrettanto anche le altre due, essendo le Tre Fontane legate”

“Le sue informazioni sono inesatte” concluse Abraham.

“Forse, erano…” borbottò Kaden, ma Abraham riuscì a captarlo ugualmente e sogghignò, deducendo che Shydra fosse morta. Il fatto che non ne avesse  avuto ancora notizia contava poco, sarebbe potuto succedere in qualsiasi punto dell’Australia senza essere vista.

“In ogni caso, la compianta leader dell’Armata Rivoluzionaria sbagliava a credere che tutte e tre le Fontane fossero uguali. O perlomeno, l’informazione che aveva è incompleta. Vedete, noi siamo gli Hesenfield. Questo vuol dire che non siamo solo possessori di un cognome pesantissimo, ma che testimonia la nostra appartenenza alla famiglia più antica di questa terra martoriata. Pertanto, sappiamo meglio di chiunque altro cosa siano le Fontane e che importanza abbiano per il benessere della società che è venuta a crearsi dopo l’Apocalisse. Ciò che voglio dire è che il Re Isaac Hesenfield, nostro santo protettore e capostipite, una volta sconfitto i Draghi e preso possesso della corona dell’Australia unita, ha indagato e, sul suo diario, che ha continuato a redigere anche dopo la campagna contro i Draghi, scrisse che le Fontane sono oggetti diversi… ma uguali”

Abraham si interruppe, vedendo che aveva lasciato perplessi i quattro ospiti.

“Le Fontane possono essere chiuse, per farla breve” riprese, “ma richiede un prezzo elevatissimo, ossia l’anima della persona che intende chiuderle, per deviare il loro corso benefico e trascinarlo sul proprio corpo. Capite, dunque, che atto contro natura hanno compiuto i tre usurpatori? Accecati dall’avidità, hanno legato il proprio destino alle Fontane, sottovalutando la possibilità che qualcuno potesse aprirle, cosa che in effetti è successa”

Kaden sentì gli occhi gelidi del capo famiglia su di sé e represse un brivido.

“I miei antenati più prossimi, ossia mio padre e suo padre prima di lui, hanno versato in una condizione non proprio favorevole. Il nome degli Hesenfield era caduto in disgrazia col passare degli anni, da quando siamo stati spodestati, e la questione delle Fontane è decaduta, cancellata dalle maree dei secoli. Adesso che però io ho intenzione di riconquistare il trono che è nostro, sono venuto a sapere di questo ragazzo e ho ripreso in mano il sacro diario scritto dal pugno infallibile di Re Isaac. Ebbene, secondo le sue ricerche la Fontana Kashna la si può aprire solo in un modo, ovvero inserendo un gioiello nell’apposito scomparto”

“Quindi non basta andare lì e giurare la manopola?” chiese Kaden.

“Ovviamente no” disse Abraham. “Inoltre, le mie spie mi informano che la Fontana Chemchemi, che si trovava a Sydney, non vi è più”

“Eh?” chiese Mary attonita.

“È stata rimossa dal luogo dove sorgeva da un giorno all’altro… non è stata distrutta, poiché non è possibile farlo, e non è nemmeno stata aperta, perché  il re bastardo è ancora vivo. Direi che sia stato un piano per nasconderla, anche se ignoro dove. Ho dato ordine alle mie spie di cercarla, quindi nel frattempo vi suggerisco di prendere questo oggetto. Si tratta di una pietra smeraldina incastonata in una stella a sei punte in ferro, chiamata Smaragdi. Prendete lo Smaragdi e andrete a Kashnaville”

Kaden chiese: “Caleb non viene con noi?”

“No! Perché dovrebbe? Perché, dovrebbe? Caleb deve riprendere il comando dell’esercito. Non so se ne sei a conoscenza, ma gli Hesenfield sono impegnati in guerra su tre fronti: a Ovest nell’assedio di Perth, lì dove il re Fantoccio è stato smascherato, a Kashnaville contro la signoria della regina Margareth e infine siamo impegnati nell’infinita guerra contro i Draghi, nostra nemesi sin dall’alba dei tempi . Dovrete contare sulle vostre forze, anche se sono sicuro che una volta giunti a Kashnaville la troverete sgombra di lotte. L’unica cosa che dovete fare adesso è prendere l’oggetto di cui vi parlavo. Si trova nel Labirinto”

I quattro non erano troppo sorpresi da quella rivelazione. Era possibile che fosse un oggetto semplice da prendere?

“Perché mai l’avete collocata in quel luogo infernale invece di trovarsi nelle tue mani?” chiese il Cavaliere Corrotto.

“Silenzio, sir John Taider, il quale sotto il mio regno saresti già stato impiccato per aver disertato” sibilò Abraham. “La tua domanda è impertinente e sottovaluta l’infallibile intelligenza del mio avo, il Re Isaac Hesenfield sotto il quale l’Australia ha prosperato! Credi davvero che io, futuro Re dell’Australia, possa rischiare la vita dentro il Labirinto? Re Isaac ha scritto nel suo diario che, nella possibilità che qualcuno usi impropriamente le Fontane, deve esserci sempre un altro che le apra! Testuali parole! E nella sua incalcolabile saggezza, ha ritenuto che nascondere lo Smaragdi dentro un labirinto pieno di pericoli non potesse che essere l’unica opzione possibile per verificare l’effettiva validità del candidato alla riapertura della Fontana manomessa! Il vostro protetto ne ha già aperta una, è vero, ma chi assicura che sia destinato ad aprire anche le altre due? Bisogna avere una certezza definitiva e, per noi Hesenfield, la si può trovare solo alla prova del Labirinto!”

“Allora io non entrerò” disse Mary. “Ho soltanto un braccio, e ho intenzione di rischiarlo a patto che se ne è veramente necessario, e questo caso non lo è”

“È piuttosto legittimo” osservò Abraham. “Fra voi, solo il ragazzo è obbligato ad entrare”

Taider e Klose non biasimarono Mary. Era rimasta priva di un braccio, e da quando lo aveva perso, in lei se n’era andata anche un bel po’ di spavalderia. Così, senza dire nulla, risalirono le scale e uscirono, diretti al Labirinto. Successivamente, anche Abraham congedò i suoi figli.

“Figli miei” disse. “Caleb, puoi tornare a comandare l’esercito alla conquista di Kashnaville. Jakob, tu occupati di Josafat”

“Cosa?” chiese Jakob. “Non devo più combattere?”

“Se tu combattessi, chi si occuperebbe di Josafat? Deve tornare a far parte della nostra Casa, sarà un principe fra pochissimo” tagliò corto Abraham, mentre tornava verso il suo studio. “E, per inciso, è l’unica cosa di cui sei capace… occuparti del tuo fratello più piccolo. Fa un graziosissimo odore di pino silvestre, finalmente, e ciò è merito tuo”

Quelle parole ferirono Jakob più del proiettile al ginocchio che aveva ricevuto. Ma come? Allora tutto quello che aveva fatto? Aveva rischiato la vita, più e più volte, solo per la gloria degli Hesenfield… e per la sua, visto che come terzogenito non avrebbe mai ereditato nulla.

Per la prima volta gli venne da piangere, segnalato da un violento magone alla gola che non chiedeva altro di essere liberato.

Essere un Hesenfield era la cosa che lo rendeva più felice in assoluto… adesso sembrava solo un peso enorme da sopportare. E c’era la concreta possibilità (suo padre e Caleb la chiamavano certezza) che potessero salire al Trono, il che voleva dire diventare principi… per sempre, senza essere ricordato nelle canzoni, senza che nel grande albero di famiglia ci fosse posto per lui.

Non era possibile. Jakob, una volta visto suo padre chiudersi in quello studio maledetto, concluse che lui era un ciarlatano e i suoi fratelli dei perfetti deficienti che non riuscivano a vedere la verità nemmeno se gli avesse ballato davanti nuda e prosperosa.

“Noi siamo gli Hesenfield” era la risposta a tutto, anche se si trattava solo di passare il sale da un capo all’altro della tavola, a cena. E, di questo, Jakob era stufo, perciò gli venne un’idea. Tornò sui suoi passi percorrendo il lungo corridoio che portava allo studio di suo padre a ritroso, accarezzando il manico della spada.

Sapeva che quell’idea a lui non sarebbe piaciuta, ma quella voce della coscienza poteva anche tacere per quanto lo riguardava. Non era più un Hesenfield, era un… come si chiamava sua madre, da giovane? In effetti, non aveva mai avuto sentore di parentele da parte di madre e, a dire il vero, non aveva altri parenti al di fuori di quei fratelli, la sorella e dei genitori.

Che razza di famiglia erano, gli Hesenfield? Jakob stava cominciando ad avere il fiatone, in preda a un pensiero sciocco, folle e terribilmente realistico.

Doveva assolutamente saperne di più, così prese un altro corridoio e invece di uscire andò in biblioteca. Questa aveva un’ala del maniero tutta per sé: comprendeva archivi, saggi, biografie e centinaia di capolavori, tutti divisi in ordine alfabetico e temporale. Era molto ampia e illuminata alla perfezione da dei grandi lampadari di cristallo. Jakob, accompagnato solo dal rumore degli stivali sul marmo lucido, consultò l’albero genealogico di Abraham e lesse che erano venuti a mancare due fratelli e i relativi figli.

Non poté credere a quelle parole, ma più gli rimanevano impresse nella memoria, più il mondo gli cadeva addosso.

C’erano stati altri Hesenfield; ovvero lord Abraham non era figlio unico come aveva comunicato ai suoi figli. Assetato di conoscenza, andò a leggere le cronache degli anni in cui morirono i due fratelli, che incredibilmente coincidevano, risalenti a qualche anno prima che Abraham sposasse Katrina.

Nei giornali veniva detto solamente che vi era stato un doppio lutto nella famiglia Hesenfield, senza andare nei dettagli, in quanto era solo una notizia in fondo e di poca importanza: erano tempi in cui il loro cognome apparteneva al passato, che, seppur glorioso, non era più. Tuttavia, in quel frangente Abraham aveva dichiarato, secondo le parole del giornale: “Io e mio padre sentiremo per sempre la mancanza delle nostre anime, ciononostante il nostro nome continuerà a vivere imperituro”.

Per Jakob fu sufficiente: sapendo ciò che aveva fatto durante la sua vita e avendo avuto modo di avere a che fare col suo carattere ribelle e indipendente, era stato suo padre ad uccidere i suoi stessi fratelli, per poter avere l’eredità, che invece gli sarebbe stata preclusa, in quanto Abraham in base all’albero genealogico risultava essere il terzogenito.

Con la morte nel cuore, scorse ancora una volta l’archivio dei giornali e stavolta non dovette fare fatica nel cercare la notizia che aspettava, poiché campeggiava a nove colonne in prima pagina: “Clamoroso incendio nella notte” e nel sotto titolo “Una combustione di entità senza precedenti porta con sé villa McNobly e i suoi inquilini”. Nell’articolo si diceva che tuttavia era rimasto un solo sopravvissuto, poiché Katrina McNobly era assente la notte dell’incendio. Di conseguenza, qualche mese dopo, la bella ereditiera sposò il ricco nobile scapolo Abraham Hesenfield.

Jakob apprese in quel modo la verità sulla sua famiglia e, dopo aver pianto lacrime amare, il fuoco della vendetta cominciò ad ardere in lui.

Era il momento di distruggere il casato.

Kaden e le Fontane/15

Capitolo 15

Una volta giunti al limitare della Foresta, nessuno del gruppo conosceva il modo di oltrepassare le mura senza il permesso delle sentinelle, morte durante l’invasione dei Draghi.

Davanti a loro, si presentava un muro di legno insormontabile a meno che non si utilizzasse la Tecnica del Volo, e Caleb, l’unico del gruppo a saperla usare, era troppo stanco per trasportare uno alla volta gli altri. Occorreva dunque distruggere le mura, difficili da scalfire pur essendo di legno.

“Caleb, tu hai qualche idea?” chiese Kaden, ma neanche il ragazzo aveva un’illuminazione, a parte la tecnica del Volo, e nel frattempo Klose e Mary si consultarono per trovare un’idea che potesse risolvere il problema sopraggiunto; mentre Taider si riposava sotto un faggio.

“Attaccarlo con Tenebra e Giustizia?” propose Kaden, ormai del tutto dimentico dell’atteggiamento che aveva avuto prima di entrare nella Foresta e trasformato definitivamente come membro effettivo del quartetto rivoluzionario.

“Sai che non è malaccio come idea?” rispose Mary. “Proviamo! Lo presenterò a me stessa come un’occasione di migliorarmi con la mano sinistra.”

Così estrassero entrambe le spade gemelle e attaccarono con tutta la forza, ottenendo come risultato ben poco. Tenebra aveva solo scalfito il legno che adesso presentava un grande taglio diagonale, mentre Giustizia non aveva risolto proprio nulla, eppure era una spada affilata.

“Maledizione, ho finito le forze dopo aver combattuto nell’Arena e adesso non riesco a calibrare bene l’arma!” commentò frustrato Kaden.

“Ma stai zitto” lo rimbeccò Mary. “Tu sei fortissimo, potresti anche diventare più bravo di me. Ma ancora non lo sai e quindi commetti sciocchezze, come quella di tranciarmi il braccio oppure di non fidarti di Olocausto”

“Si chiama Giustizia” precisò Kaden, irritato.

“Non mi piace come nome” tagliò corto Mary. “Il punto è che devi fidarti completamente della tua spada. Ti fidi del tuo braccio destro con cui la usi?”

“Certamente, è il mio”

“Ecco. È la stessa cosa con la spada, che è solo un prolungamento affilato di un braccio. Quindi, pensa a questo aspetto e comincia a tagliuzzare. Mi sa che Olocausto è molto più forte della mia Tenebra”

“Eppure l’hai sconfitta” osservò il ragazzo.

“Sì, be’, non che sia stato difficilissimo”

Kaden comunque trasse qualche respiro profondo.

Era vero, sembrava un muro invalicabile, al quale persino una spada come Tenebra aveva inflitto solo un taglio diagonale. Poi gli venne un’idea: e se avesse cercato di approfondire quel taglio? Ci sarebbe stata qualche miglioria nella loro condizione?

Forse, e valeva la pena tentare. Ma tutto dipendeva da Giustizia, la quale doveva piegarsi ai voleri del suo nuovo proprietario, che non l’aveva vinta dopo un duello né l’aveva rubata, ma era stata un dono.

La sollevò verso l’alto, come a volerne prendere tutta l’energia.

“Che stai facendo, il parafulmini?” chiese Klose.

“Spiritoso” lo rimbeccò Kaden. “Adesso vedrete che cosa sono capace di fare. Giustizia! Fa’ vedere la tua forza!”

Prese una breve rincorsa e mosse la spada dall’alto verso il basso, impugnandola addirittura con due mani, ma probabilmente perché era abbastanza pesante, per il fisico di Kaden, da tenerla con una mano sola.

Il ragazzo che aveva aperto la Fontana Lind tenne gli occhi chiusi. Dopo qualche secondo, lì riaprì e vide che il taglio originariamente fatto da Tenebra si era leggermente allargato.

“È la strada giusta!” esclamò, ma non sapeva ancora se avrebbe proseguito o se si sarebbe fermato proprio sul traguardo.

Ma non ottenne mai questa risposta, in quanto Caleb si avvicinò al muro e osservò attentamente il lavoro compiuto fino a quel momento.

“Come previsto, non avete risolto nulla. Tocca sempre agli Hesenfield risolvere” commentò ghignando e accarezzando il manico della sua Mezzanotte riposta sul fodero.

“Ah, no? E come ti spieghi quel graffio considerevole?” abbaiò Kaden.

“Lo spiego come un graffio normale” Caleb fece spallucce. “Se davvero volete uscire, dovete fidarmi di me e di me soltanto”

Estrasse Mezzanotte e, puntando la lama contro la muraglia, le corse incontro e la riempì di fendenti potenti e precisi, quasi come se stesse disegnando una porta invisibile, poi stette a vedere il suo operato.

I risultati non tardarono ad arrivare. La parte del muro tagliata cadde rivelando il mondo al di fuori, dove continuavano a compiersi gesta brutali ed azioni eroiche.

“Ecco fatto, adesso possiamo procedere col piano. Invece di andare a Kashnaville vi condurrò al cospetto di mio padre Abraham, figlio di Abel della Casa Hesenfield, ma soprattutto futuro Re unico dell’Australia unita. Forza, dunque”

Ma i quattro non si mossero.

“Temo che dovremmo ucciderti, Caleb figlio di Abraham” disse Taider. “Abbiamo una missione troppo importante e noi non abbiamo tempo per visitare nessun monumento storico che non siano le Fontane, pertanto grazie per l’aiuto ma non ti seguiremo… Shydra non avrebbe voluto”

Caleb stavolta rise di gusto. “Non mi seguirete? Amico, ma sai con chi stai parlando? Quale spada tengo in mano? L’hai vista anche tu, è estremamente superiore a Tenebra e a Olocausto che adesso si chiama Giustizia. Inoltre, avete bisogno del nostro aiuto… credete che a Kashnaville vi aspettino col tappeto rosso? Verrete con me, e non costringetemi a usare la forza!”

“Dimentichi che io pratico le arti magiche e Klose è un ottimo arciere” osservò Taider.

“E sia, a noi due!” esclamò l’arciere, pronto a combattere.

“Arco contro spada… due filosofie di guerra diverse, una sola soluzione: la vittoria… per me, ovviamente. Con questo metteremo la parola fine all’annosa questione in merito a quale arma sia meglio”

I tre si squadrarono in cagnesco, pronti per uccidersi a vicenda. Dietro di loro, una leggera brezza stava penetrando nella breccia creata da Caleb.

 

Nel frattempo, il gruppo dei Centauri guidato da Isaiah, unito ai quindicimila uomini che avevano avuto precedentemente, si era allargato a poco meno di ventimila uomini, questo all’inizio del suo percorso.

Ma una volta giunta la fine della battaglia della città del Signore del Deserto (ne era stato eletto uno nuovo), le truppe aumentarono ancora, conquistando città dopo città e promettendo guerra diretta a Perth e a ciò che ne era rimasto. Nel frattempo, avevano ucciso un secondo Drago, rimanendo dunque così quattordici esemplari ancora da abbattere, tutti ugualmente molto pericolosi.

L’entusiasmo di quella spedizione convinse dunque Isaiah ad assediare Perth, soprattutto dopo che l’inganno era stato svelato: il Re fantoccio, il cavaliere George Carlson, era stato scoperto e assassinato dalle guardie fedeli a Re Walter, scatenando una violenta guerra civile e lasciando il trono dell’Ovest vacante.

“È un’ottima occasione per noi” commentò Isaiah, una volta finito di leggere il dispaccio che conteneva quell’informazione. “Conquisterò Perth e la donerò a mio padre”

“Sei un po’ inquietante, Isaiah figlio di Abraham” commentò Cassius, notando negli occhi verdi del suo alleato un certo bagliore folle. “Ma non posso negare il tuo valore in battaglia”

“Già, lo credo bene!” rispose l’altro. “E sono sicuro che anche Caleb sta facendo la sua parte… anche se è un po’ addormentato, a volte”

Egli ripensò molto al periodo in cui erano ancora tre generali: lui, Caleb e Jakob. Invece, i rumori della guerra li avevano separati.

Ma non appena sarebbero stati tutti e tre principi avrebbero spadroneggiato sull’Australia importunando tutte le ragazze possibili. Almeno, da parte sua sarebbe stato così.

“Bene, Centauri” esordì, prendendo la parola per un discorso post bellico. “Abbiamo vinto una battaglia, ma non la guerra. I miei Uomini lo sanno, combattono con me da un bel po’ di tempo, ormai. Se abbiamo conquistato il Sud è solo merito loro! Adesso fatemi vedere di cosa siete capaci dominando il più ampio Ovest! E, come hobby, voglio la testa di tutti i Draghi sulle vostre picche!”

Urla generali si udirono e ricominciarono a partire, il villaggio del Deserto ormai raso al suolo e saccheggiato di ogni primizia.

 

Nel frattempo, appena davanti alle mura del Reame dei Centauri, Caleb, Taider e Klose stavano ancora studiandosi.

Il figlio di Abraham avanzò, intenzionato a troncare il capo del suo avversario, ma Klose si abbassò repentinamente e attaccò mettendo una gamba in mezzo a quelle del nemico in modo da fargli perdere l’equilibrio. Come previsto, Caleb cadde, ma finì rovinosamente su Klose, il quale non riusciva a togliersi di dosso il nemico, piuttosto robusto nonostante la giovane età. L’unica soluzione era che Caleb stesso si alzasse, ma ciò non avvenne: l’uomo cercò invece di attentare alla gola di Klose, ma il ragazzo riuscì a bloccargli le mani in tempo. Lo scontro tra i due si tradusse in una serie di capriole, dove ciascuno dei due si ritrovava ora sopra, ora sotto.

“Forza, Taider! Spara un tuo incantesimo e decidi le sorti dell’incontro!” esortò Kaden, ma il Cavaliere Corrotto scosse la testa.

“Non ti hanno mai detto che uno scontro a due non può essere interrotto da terzi?” rispose, gli occhi puntati sullo scontro. Era vero, si disse Kaden, la tensione lo stava uccidendo dentro, ma poteva farci ben poco: l’etica andava rispettata.

Caleb si rialzò dal corpo di Klose e si portò a distanza di sicurezza, la guardia alzata: non potendo strangolarlo, doveva rimettere in atto una nuova strategia.

Klose invece, che si era un po’ coperto di lividi dopo la breve colluttazione, incoccò una freccia e prese la mira, dritto in mezzo agli occhi del suo rivale.

“Non riuscirai mai a colpirmi con quella freccia, sei troppo lento” lo provocò Caleb, sicuro di sé come pochi al mondo.

“Chissà, dovrei provare, non credi?” ribatté Klose, anche lui abbastanza sicuro della velocità della sua freccia. Inoltre, aveva colpito bersagli persino più lontani, il che gli ricordava i giorni del tiro al piattello con la freccia.

Era molto fiero della sua mira e vinceva spesso, e ripensava a quei momenti come i giorni più felici della sua vita. Alla fine, la guerra civile lo aveva allontanato da quelle vicende. Adesso che era il più bravo tiratore dei Rivoluzionari, gruppo nel quale era entrato proprio per vendicare i suoi compagni di tiro, morti tutti a causa della guerra, non poteva essere battuto da Caleb, il quale non aveva mai toccato in vita sua nemmeno una fionda.

Caleb, dal canto suo, non temeva il suo avversario: sapeva cosa voleva dire perdere un amico, aveva visto cadere molti suoi compagni in battaglia e adesso doveva vendicarli, ponendo la sua famiglia là dov’era stata un tempo, seduta sul Trono a governare con scettro di ferro.

Improvvisamente, il figlio di Abraham sparì nel nulla, utilizzando la Tecnica Arcana del vento, per confondere l’avversario, che, poco pratico, non sapeva affidarsi al senso dell’udito per sentire i flebili passi sull’erba, e quindi non poté mai aspettarsi una forte ginocchiata alla schiena che lo fece ruzzolare per diversi metri sull’erba.

Klose si rialzò e, constatato che fortunatamente la freccia era ancora incoccata, la scoccò ma sbagliò mira, andando a colpire un albero nelle vicinanze.

Caleb lo schernì. “Avresti dovuto colpire me, al collo! Al collo, capito? Non certo quell’albero laggiù, il quale sarà ferito per sempre!”

Klose sbuffò. Stava cominciando a stancarsi, ma sapeva di non potere perdere. Poi sgranò gli occhi: Caleb aveva appena preso in ostaggio Mary.

“Vigliacco!” esclamò.

“Mi chiami vigliacco, eppure io sapevo che in guerra tutto è concesso” ribatté Caleb. “Stai fermo o le taglio la gola con Mezzanotte, e lo faccio”

Ma nemmeno Mary era disposta a morire in quel modo e, ignorando il fatto che le mancava il braccio destro, diede una potente gomitata col sinistro e Caleb cadde a terra, tuttavia senza sentire dolore poiché aveva ancora la cotta di maglia a proteggerlo, da quando l’armatura si era infranta a causa dello scontro col Drago.

“Un altro scontro…” borbottò. “Non ho mai combattuto contro una donna, sempre se di donna stiamo parlando”

Kaden constatò che le parole del cavaliere erano cattive. Non era poi così brutta!

“Ti farò rimangiare ciò che hai detto, vedrai” disse Mary, pronta a vendere cara la pelle.

Ma Caleb ebbe la sensazione che la mezzanotte giungeva a grandi passi. Non credeva che lo scontro con Klose potesse essersi protratto per così tanto tempo.

Così decise di combattere seriamente. Aveva Mezzanotte in mano, e tutti gli altri erano fuori forma, motivo in più per concludere lo scontro.

Accadde tutto in pochi attimi: compì quattro passi molto lenti e sferrò un fendente micidiale che colpì sia Mary che Klose. Lo scontro era con loro, Taider e Kaden non si erano mossi.

“Raccogliete questi due e andiamo. Ti donerò una protesi, in modo che tu possa soccorrere i feriti”

Così, il Cavaliere Corrotto dovette accettare la sconfitta e seguire Caleb, diretto a Villa Hesenfield. Non era un posto sicuro, soprattutto con Kaden ancora da proteggere e sicuramente sarebbe stato l’ultimo posto al mondo dove Shydra li avrebbe mandati, ma la piega che aveva preso la storia lo stava richiedendo.

Kaden e le Fontane di Luce/13

Capitolo 13

Caleb conosceva a memoria tutti i nomi dei Draghi e non poté non provare un brivido quando sentì quel nome.

Kolmetoistant… la Femmina Ammaliante. Era famosa nei tempi antichi per illudere gli uomini con la sua voce melodiosa, eppure quella che aveva usato non lo era stata affatto. Forse, milleottocento anni di inattività avevano indebolito anche delle razze supreme come i Draghi.

O forse, più semplicemente, era la sua vera voce, e quella descritta nelle Memorie del suo antenato era quella che usava per attirare gli Uomini in una trappola.

A differenza della razza maschile, quella femminile si caratterizzava per il colorito rosa della pelle.

Ogni parte del corpo aveva una sua sfumatura: rosa pallido per il busto, rosa acceso per le ali, rosa scuro per le quattro paia di corna e le unghie parevano smaltate di rosso.

Anche le pupille erano rosa.

Intanto, notò che i quattro soggetti che avrebbe dovuto rapire erano tornati nell’arena sconquassata dalla prima lotta contro Actalesh. Adesso che erano due, Caleb poteva solo accettare la sua morte.

“Mio caro Achtalesh…” salutò Kolmetoistant, accovacciandosi. Non sembrava avere intenzione di combattere, inoltre lo spostamento d’aria delle sue ali aveva spento molti incendi. “Ancora fedele a Kraken, eh?”

“Kraken?” si chiese Taider.

Achtalesh annuì. “Sì, non nominarlo con la tua viscida bocca, umano. Lui è il nostro signore, e se ha deciso per una tregua temporanea con un Re noi dobbiamo obbedirgli”

Ma Kolmetoistant scosse la testa come a voler scacciare quella frase che trovava orrenda. “Un vero Drago non si piega alle logiche umane. Potrebbe tradirci, potrebbe scaraventarci ancora in quella dimensione! Non puoi prevederlo, quindi è meglio che giochiamo d’anticipo e lo tradiamo prima noi, non credi?”

“No, non credo! Un vero Drago ripaga sempre i propri debiti!”

“Un vero Drago non si piega a nessuno!”

Si misero uno contro l’altro. Caleb non poteva crederci: stavano per combattere fra di loro! Una fortuna inaspettata!

Nel frattempo, anche Kaden e gli altri avevano il fiato sospeso.

“Che cosa succederà?” chiese il ragazzo a Taider.

“Beh, se è vero ciò che ho sentito, a quanto pare fra i Draghi si è creata una spaccatura. Come pensavo, è stato Re Anthony a risvegliarli, era l’unico che poteva farlo, visto che aveva sempre accesso alle biblioteche segrete. Tuttavia, se alcuni Draghi hanno deciso di collaborare con lui eliminando solo i suoi nemici e lasciando vivere gli altri, un’altra fazione ha deciso di fare per conto proprio così com’è sempre stato, ponendosi nemici di tutti e tutto. Bisogna vedere quanti e chi sono coloro i quali hanno lasciato Kraken l’Angusto e chi sarebbe il loro porta bandiera”

“Ma che importanza ha per noi?” chiese Mary.

“Molto poca, in effetti. Non conosco i nomi dei Draghi, inoltre visto che siamo nemici del re ci siamo inimicati tutti e diciotto. In effetti, sono elucubrazioni che potrei anche non fare! Tuttavia, è interessante sapere quali sono le manovre dei Draghi”

“Io direi di fuggire, piuttosto!” esclamò Mary, attonita nel sentire le stranezze del Cavaliere Corrotto.

I quattro e Shydra cominciarono a fuggire, ma vennero fermati da Flavia, l’unica Amazzone rimasta.

Si leggeva fin troppo bene il tormento e la disperazione nei suoi occhi. Aveva visto tutte le sue compagne morire, il Reame distrutto dalle fiammate del Drago e per di più coloro i quali aveva condannato a morte erano ancora in vita. Poco più lontano, i due Draghi si stavano affrontando in un duello fisico, sotto gli occhi di un impaurito Caleb Hesenfield.

“Noi abbiamo una legge… e secondo questa legge dovete morire” disse Flavia.

“Affronta me” si propose Shydra. “Affronta me e lascia andare loro, mi sacrifico io”

“Shydra, credi che te lo potremmo permettere?” s’intromise Mary.

“No, ma vedi: siete troppo importanti per la missione. Io, invece, ho fallito qui” disse Shydra, riferendosi alla trattativa con Cassius, che aveva preferito gli Hesenfield alla rivoluzione.

“Siamo cinque contro uno, direi” interloquì Klose.

“Ah, sì? E allora perché…” ma s’interruppe, perché un violento scossone dovuto allo scontro fra i Draghi fece tremare la terra, generando altri crepacci.

“Maledizione…” commentò Flavia. “Non riesco a ragionare! So bene che potrei sconfiggervi tutti e cinque, ma i due Draghi mi tolgono la concentrazione! Non so più cosa fare!”

Era straziante vederla in quello stato. In realtà, non erano i Draghi a bloccarla, ma la paura e la disperazione di aver perso così tante compagne in un giorno solo, ed essere sopravvissuta solo lei. Non poteva esserci scontro, non contro un avversario così prostrato.

Intanto, gli scossoni si ripetevano. “Flavia…” esordì Klose. “So che voi Centauri potete sconfiggere i Draghi e…”

Ma Flavia lo interruppe bruscamente “Zitto! Non rivolgermi la parola!” sollevò un pugno ma, avendo lo sguardo offuscato dalle lacrime, mancò il bersaglio.

Tentò ancora e ancora una volta, ma Klose schivò ogni qualvolta gli perveniva un attacco.

“Non riesco nemmeno a combattere” commentò Flavia. Guardò poi le sue mani. Era davvero ridotta in quello stato? Le altre Potenti non avrebbero voluto che il loro capo, leader di un colpo di stato senza precedenti nella storia dei Centauri, cadesse in quella maniera.

“E va bene… combattiamo!” esclamò Flavia, con una nuova verve in corpo. Guardò i cinque avversari… non sembravano gran che, a parte Shydra Aldebaran. Aveva sentito parlare di lei e non era affatto da sottovalutare.

Nel frattempo che Flavia e Shydra aspettavano l’una le mosse dell’altra, poco più in là i due Draghi continuavano a guardarsi in cagnesco. Adesso sì che Achtalesh aveva dimenticato Caleb.

Entrambi si stavano studiando, consci che avere in mano la prossima mossa avrebbe significato avere un enorme vantaggio sull’altro.

Kolmetoistant non aveva occhi che per il suo avversario. Lo conosceva benissimo, lo aveva frequentato per mille e ottocento anni. Ma c’era chi diceva che un Drago non lo si poteva mai conoscere fino in fondo, e la stessa cosa valeva anche per Achtalesh, o perlomeno per loro due, in tutti quei secoli era nata anche una sorta di rivalità.

Spalancò le ali e vide che anche il Furbo lo fece. Lei sapeva che ogni qualvolta il suo avversario voleva sparare una fiammata, era costretto a prendere molta aria per inspirarla dalle narici.

Nello stesso istante Achtalesh si stupì: credeva che la sua avversaria intendesse spiccare il volo, ma non lo aveva fatto. Perché? Quali erano le sue intenzioni? Pur essendo considerato Furbo, Achtalesh non aveva mai capito le sue simili femminili. Le considerava misteriose, e nemmeno in diciotto secoli, quando aveva affrontato in duello le altre compagne, era riuscito a spuntarla. Tuttavia, adesso erano tornati tutti quanti in vita, dunque sarebbe stata tutt’altra storia.

Infine, capì, ebbe come un lampo: nessuno dei due avrebbe mai fatto la prima mossa fintantoché si scrutavano negli occhi; così, con uno scatto repentino, rifilò una potente gomitata allo stomaco della compagna, che cadde producendo diverse capriole, distruggendo nel frattempo tutto ciò che incontrò, dagli spalti dell’arena agli alberi della foresta ormai disabitata, a parte Flavia che stava lottando contro Shydra, corpo a corpo.

Kolmetoistant si rialzò, ma troppo tardi: Achtalesh l’afferrò nella sua interezza e la portò verso l’alto, intento a rilasciarla per sbatterla a terra

L’avversaria si schiantò sul terreno dell’arena riducendola in milioni di piccoli sassi, costringendo infine Caleb a fuggire lungi da lì. Per tutto quel tempo, era rimasto ammaliato e spaventato allo stesso tempo. Ciò che aveva fatto Achtalesh poteva essere riprodotto solo da un Drago, poiché Kolmetoistant non ebbe nemmeno il tempo di utilizzare le ali ed evitare il fortissimo impatto. Nessun altro ci sarebbe riuscito. Caleb divenne sempre meno convinto della veridicità della leggenda secondo la quale Isaac li sconfisse tutti.

Così il figlio di Abraham scappò ma, purtroppo per lui, Achtalesh aveva memorizzato la sua sagoma e anche se non aveva più il mantello con l’emblema, lo fermò con la sola forza della voce.

“Hesenfield!”

Caleb deglutì. Il suo cognome urlato in quel modo sembrava un rombo di tuono. Poi rispose: “Vuoi uccidermi perché il mio avo ti ha eliminato, eh? Ebbene…”

Non finì mai la frase, perché Kolmetoistant si frappose fra lui e Achtalesh.

“Lui è mio! Lo eliminerò io!”

A Caleb venne in mente che vi erano altri sei membri della famiglia da poter eliminare. L’istinto di sopravvivenza era più forte di quello di appartenenza.

Poi si riscosse: ma che gli stava succedendo? Non era forse discendente di re Isaac? Che quella leggenda fosse vera o no, in ogni caso in Australia non erano più rimasti Draghi, pertanto adesso toccava a lui eliminarli. Anche da solo, se fosse stato necessario.

Riprese Mezzanotte fra le mani e tornò ad osservare lo scontro di sguardi che era ripreso.

“Quell’uomo è anche un mio nemico. Il suo avo mi ha sconfitto milleottocento anni fa esattamente come te, dunque voglio vendicarmi” disse il Drago femmina.

“Però l’ho visto prima io. Quindi, ti eliminerò, perché mi stai mettendo i bastoni fra le ruote”

“Perché non uniamo le forze, invece?” propose Kolmetoistant.

“Unire le forze? Con una come te?” rispose subito Achtalesh, tuttavia, in un secondo momento, si chiese: e se avesse ragione? In fondo, Isaac li aveva eliminati proprio perché erano sempre uno contro uno… nessun uomo si sarebbe mai aspettato due Draghi nello stesso posto. E se l’unione avesse fatto la forza?

“Va bene, te lo concedo” rispose infine. A Caleb parvero parole di morte.

Kolmetoistant si gonfiò, assumendo una forma molto più mastodontica, pronta per scatenare l’inferno su ciò che rimaneva del Reame dei Centauri.

Poco più in là, Shydra era riuscita a sconfiggere Flavia, ponendo fine alla sua lunga agonia.

Kaden e le Fontane di Luce/9

Capitolo 9

Klose consolò Mary dandole qualche colpetto sulla spalla.

“Su, avanti” disse rassicurante l’arciere. “In fondo, è nostro compito la crescita di Kaden, no? Nel caso in cui dovesse succederci qualcosa, e sta’ sicura che ci succederà, Kaden sarà talmente bravo da potersela cavare da solo”

“È un idiota” sentenziò Mary, ancora allibita. “Niente mi farà cambiare idea, neanche se dovesse sconfiggermi cento volte di fila”

Nel frattempo, un altro Drago passò sulle loro teste, evidentemente troppo concentrato sulla direzione da prendere per accorgersi di quattro individui pronti per essere mangiati.

Dopo aver tirato un secondo sospiro di sollievo, Taider fissò Kaden avido.

“Tanto per cominciare, la Magia è una materia molto complessa, sviluppatasi negli anni in cui il popolo sotterraneo ha rimesso piede qui in superficie. Si basa sui quattro elementi della Terra, ma se non li sai usare è meglio che tu continui a maneggiare la spada e nessuno penserà male di te”

Ma Kaden era deciso a tentare.

“Perché vuoi usare la Magia?” chiese il cavaliere corrotto, che nel suo passato si era macchiato di omicidi e si era ricoperto di prestazioni eroiche.

Kaden rispose. “Quando ero ragazzo, ho visto uno che la praticava. Si trattava di un soldato che, vedendo una signora parlare male del governo, le aveva aizzato contro un fulmine. Da quel momento, invece di essere dispiaciuto per lei, che da allora veniva colpita da un fulmine ogni qualvolta apriva bocca, desideravo ardentemente sprizzare fulmini dalle dita”

“Ok, come pensavo” rispose Taider. “Comunque, confido che tu sia cresciuto da allora e che usi questa pratica solo in caso di estrema necessità”

“Certo” rispose il ragazzo.

“Bene. La magia più facile da usare è quella del vento, che si divide in tante branche: brezza, soffio, uragano, e i più bravi sanno anche gestire i cicloni. La Tecnica Arcana del Vento può permettere di volare e di trasmettere messaggi mentali ad altrui, ma nessuno di noi tre è in grado di farlo. Solo la signora Aldebaran, di quelli che conosco, ne è in grado, ma per ovvi motivi non può insegnarti e più in generale non credo che esista qualcuno che abbia voglia di insegnarti qualcosa di così complesso com’è il Volo”

“Ma io volevo imparare quelle…” si lamentò Kaden.

“Pensa piuttosto a raccogliere l’ossigeno ed espellere l’anidride carbonica. Ad ogni modo, la respirazione è fondamentale quando si praticano le arti magiche. Prova a stendere la mano con il palmo rivolto verso l’alto e respira concentrandoti. Creerai una piccola sfera”

Kaden obbedì e osservò il palmo vuoto.

“Sei troppo nervoso” osservò Taider. “Cerca di concentrati sull’obiettivo”

Kaden guardò il braccio con tutta la concentrazione che poté.

Non accadeva nulla di nulla, avvertì solo la brezza lambirgli la pelle, ma niente altro.

“Niente” annunciò amareggiato Kaden.

“Certo, stolto” rispose Taider. “Non mi aspetto certo che tu riesca oggi, qui e subito. La lezione è terminata, torneremo a lavorarci nel momento in cui creerai una sfera accettabile”

Da quel momento, Kaden camminò col braccio sempre steso, come a voler dimostrare di voler imparare, o forse, a detta di Mary, a voler dimostrare di essere stupido.

“La vuoi finire?” sbottò infine quella sera stessa, irritata dall’atteggiamento poco serio dell’incaricato. “Non sarà certo per il fatto che tieni distesa la mano che ti uscirà qualcosa”

“Zitta” rispose Kaden, glaciale.

“Come osi? Vuoi che ti uccida subito?” chiese estraendo Tenebra.

“No, aspetta, ha ragione lui” la interruppe Klose. “Sento qualcosa”

Kaden non sentiva niente, ed imputava quella mancanza al fatto che non sapeva ancora padroneggiare l’incanto dell’aria.

“Che cosa ci sarebbe da sentire?” chiese ad alta voce, ma Klose gli diede un calcio negli stinchi e continuò a vegliare, l’espressione ansiosa scolpita sulla faccia stanca.

E infine, eccolo: l’essere del suo sogno nella sua interezza.

Era un po’ diverso, ma la sostanza era la stessa: stesso corpo robusto, stessa posizione a quattro zampe, stesso ululato muto, stessi occhi, ma al posto di essere gialli, erano neri contornati dal rosso.

Era nudo, eccetto forse uno straccio che ricopriva le parti intime che una volta erano stati boxer.

Aveva anche pochi capelli sporchi, ed emanava una puzza di sudore e sangue che poteva essere benissimo scambiata per annuncio di morte.

“Così è lui il Mangiacuore” disse Klose.

Anche Kaden ne era convinto: l’idea che si era fatto di lui corrispondeva esattamente. Inoltre, il braccio destro era sporco di sangue rappreso.

Egli aprì la bocca: faceva quasi pena, nel suo essere muto.

Della bava cadde a terra.

“Ci conviene scappare” consigliò Kaden, ma Mary era già posta davanti a quell’essere.

“E perché mai?” estrasse entrambe le spade. “Dobbiamo eliminare questo cancro, prima che succeda viceversa!”

Ma il Mangiacuore sogghignò nel vedere le spade e balzò diretto verso Mary, quando improvvisamente una folata di vento più forte costrinse tutti i presenti a chiudere gli occhi, per evitare che i granelli di sabbia entrassero nelle orbite.

“Una tempesta di sabbia?” si chiese Kaden, ma non ottenne risposta da essere umano, perché la ottenne dalla tempesta stessa che smise subito, donando agli astanti un nuovo soggetto.

Era dritto e fiero, i lunghi capelli neri immobili. Era vestito di un’armatura in acciaio con in rilievo un blasone molto sfarzoso. Aveva anche un mantello che lambiva i piedi e la mano sinistra poggiata sul manico della spada.

E poi si annunciò, con voce fredda e sicura, osservando chi aveva incontrato coi suoi occhi neri, ereditati dal padre.

“Sono Lord Jakob Abraham Nathaniel, figlio terzogenito di Abraham, della Casa Hesenfield. Sono qui per riprendere mio fratello minore, il quartogenito erede della nostra Casa, Lord Josafat Ismael Samuel. Fatevi da parte, poiché non avete possibilità contro di lui, e parlo per esperienza”

“Esperienza di un cazzo, Hesenfield!” esclamò Mary. “Stavo per distruggerlo!”

“No, lo escludo” rispose Jakob impassibile, e con una velocità impressionante si frappose fra lei e il fratello pazzo.

Senza muovere ciglio, fissò dritto negli occhi Josafat, e questi, come se avesse sentito, si alzò in piedi e annuì.

Jakob si fece avanti e lo ammanettò, un lato per il suo braccio e un lato ammanettò se stesso.

“Grazie per averlo trattenuto” salutò, e sparì insieme a suo fratello, lasciando i quattro allibiti e in riflessione su quanto accaduto.

“C-ci… ci avrebbe mangiato il cuore, vero?” Kaden lo sentì rallentare. Aveva tenuto il fiato sospeso per tutto quel tempo e il cuore accelerato gli aveva impedito di pensare.

“Probabilmente no” rispose Mary. “Sono sicura di poterlo affrontare. Voglio dire, adesso ho Tenebra e Olocausto, mica spilli”

“Bah” commentò Taider, e riprese il cammino. Nessuno tornò più sull’argomento.

Ad ogni modo, dopo tre giorni dalla prima lezione e dalla sera dell’incontro col Mangiacuore, dopo molte ore di cammino faticoso sotto un sole cocente, quando ormai pensavano di non incontrare mai più nessun’oasi, videro un’enorme muraglia di legno, composta da una serie di pali attaccati fra loro tramite corde e in cima a intervalli regolari numerose torrette.

“Ci siamo” annunciò Klose.

“Ehm… ci siamo, per fare che?” chiese Kaden.

“Siamo arrivati nel Reame dei Centauri” spiegò Taider. “Un’importante crocevia per arrivare a Kashnaville. Abbiamo bisogno del loro aiuto, soprattutto adesso che ci sono i Draghi”

“E per entrare? Avete pensato a qualcosa?” chiese Kaden, ma gli altri tre non seppero rispondere, che era un po’ diverso dal non volere rispondere.

“Abbi fede” lo rassicurò Klose, anche se non sapeva nemmeno lui come entrare. Fortunatamente una voce perentoria che proveniva dalla cima della muraglia li colse in fallo.

“Voi, viandanti che avete superato il Deserto! Chi siete?”

“Siamo viandanti che hanno superato il Deserto e chiediamo asilo” disse Taider.

“Fai poco lo spiritoso, sei sotto tiro” rispose la vedetta. “Comunicate i vostri nomi, non vogliamo estranei nel nostro Santo Reame!”

“Beh, siamo Taider, il Cavaliere Corrotto, c’è Mary, la più gentile fra le donzelle del paese e Klose, figlio di un mugnaio. Ah sì, e scortiamo Kaden, un ragazzino che non riesce nemmeno a creare una bolla di vento”

Kaden si sentì offeso e si chiedeva come mai i due compagni non gli avevano ancora lanciato qualcosa addosso, visto che aveva punzecchiato anche loro.

“Oh. Ah. Un attimo solo” rispose il Centauro, il quale lo videro scendere all’interno delle mura, forse per conferire con qualcuno.

Ne risalì qualche istante dopo, essendo di parola. “Potete entrare”

Improvvisamente si spalancò una porta abilmente incantata fra le mura di legno, in modo che i quattro potessero entrare.

“Grazie” disse Taider.

“Non ringraziarmi” rispose la vedetta. “Fossi in voi, farei il giro lungo e non intralcerei oltre il reame dei Centauri”

“E invece io lo intralcio” disse Taider. Una volta entrati tutti e quattro, le porte si chiusero, tornando il legno un tutt’uno.

Davanti a loro, una serie di alberi, che occludevano la vista ad ampio raggio.

“Chissà cosa ci aspetta…” commentò Kaden.

“Beh, non ci resta che entrare, no? E tu esercitati nel creare la bolla d’aria, ci servirà” gli consigliò Mary, precedendolo nel percorso, in modo da essere Taider in testa, Klose per secondo, Mary la terza e ultimo proprio colui che avrebbero dovuto proteggere.

Al primo impatto, la foresta li accolse occludendo loro la violenta luce del sole del mattino, tuttavia la temperatura rimase piuttosto alta. Attorno a loro, alberi enormi e silenziosi, e la sconcertante sensazione di essere osservati.

C’era un solo sentiero percorribile, tuttavia ben lastricato; il rumore dei passi era quindi amplificato data l’assenza di altri suoni.

 

Man mano che avanzavano, i quattro percepirono una forte angoscia accompagnata da un graduale abbassamento della temperatura. Da che era sudato, Kaden cominciò a starnutire. “Non mi sento al sicuro” comunicò ai suoi protettori.

Distratto com’era dallo starnuto, Kaden non si accorse di aver messo un piedi in fallo e cadde in una trappola.

Il suo piede destro, andando avanti per i fatti propri, poggiò su un lembo di terreno circoscritto da un cappio, che automaticamente scattò e legò la caviglia del ragazzo, che in quel momento si ritrovò a penzolare come un salame.

Un secondo dopo, i quattro vennero circondati da Centauri accompagnati da Plexigos a forma di coccodrillo, in grado anche di sopravvivere fuori dall’acqua per molto tempo.

“Oh, no! Maledizione, Kaden! Non puoi stare attento, vero?” si lamentò Klose. Aveva perso la pazienza col ragazzo, era imbranato ed erano costretti a salvarlo sempre.

“Altolà” intimò uno dei Centauri, del tipo femminile. Ora che Kaden vedeva meglio, erano tutte di tipo femminile. “Siamo le Amazzoni, la tribù speciale che veglia sulla Foresta. Le sentinelle ultimamente sono molto generose, nel fare entrare chiunque in questo sacro spazio, soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti”

“Che genere di avvenimenti?” chiese Taider, mettendo mano alla spada.

“Non sono tenuta a rivelarteli” rispose secca l’Amazzone. “Immagino che voi siate colui che Caleb Hesenfield stava aspettando, vero? A quanto pare, siete ricercati in tutta l’Australia e personalmente trovo poco credibile che siate riusciti a giungere fin qui senza danno alcuno”

Mary si toccò istintivamente l’orecchio in parte mozzato e rise amara.

“Caleb Hesenfield ci ha descritto molto bene chi sta cercando. Un ragazzo dalla pelle scura e John Taider, il Cavaliere Corrotto, colui che ha lasciato l’esercito di re Walter Argonath per unirsi all’Armata Rivoluzionaria. È per questa ragione che le sentinelle vi hanno lasciato passare. Ma noi Amazzoni non siamo più disposte a tollerare quel despota di Cassius il Magnifico!”

“Chi sarebbe Cassius il Magnifico?” chiese Klose, cercando di distrarre le Amazzoni e lentamente avvicinandosi a Kaden per slegarlo.

“Il nostro Sovrano” rispose vaga l’Amazzone. “Sin dall’origine del mondo i Centauri sono stati neutrali, senza amici né nemici, poi… pazienza, lasciamo perdere”

Taider capì, associando quella frase a Caleb. Evidentemente, Cassius aveva stretto alleanza con gli Hesenfield  e questo alle Amazzoni non aveva fatto piacere. Tuttavia, memore anche della lettera di Shydra, il cavaliere Corrotto chiese: “Avete notizie di una signora di mezza età dall’aspetto vigoroso? Si fa chiamare Shydra Aldebaran, che ne è stato?”

L’Amazzone rispose: “È con Caleb Hesenfield, adesso, ma non ti dirò se è nostra prigioniera oppure no”

“Maledizione! Shydra! Adesso noi ci faremo strada, stronze!” esclamò atterrita Mary, estraendo le sue due spade, ma l’Amazzone rise divertita.

“Forse non avete ben chiara la situazione. Le Amazzoni, da quando esistono, hanno sempre ucciso gli estranei, e continueremo a farlo, anche se questo significa scavalcare l’ordine del Sovrano. Un solo passo e siete morti, siete in netta inferiorità numerica”

“Tsé” disse Mary. “Tenebra e Olocausto valgono per quindici dei vostri eserciti” e le sguainò. Anche Klose cominciò a incoccare due frecce e le scagliò verso uno dei Plexigos, che cadde morto.

Al che una pioggia di frecce nemiche oscurò il cielo, puntando tutte dritto al piccolo gruppo di stranieri, che però si difese egregiamente, grazie a una cupola d’aria solida creata da sir Taider, il Cavaliere Corrotto.

“Dovete fare meglio di così” disse, ma dicendolo abbassò la guardia e un Plexigos gli morsicò la gamba, e cominciò a provare a staccarla di netto.

Taider si sentì sbatacchiare e perse conoscenza, cadendo in mezzo ai cespugli selvatici sul bordo della strada. Klose invece liberò Kaden dalla presa e si ritrovò ad affrontare tre Amazzoni tutte assieme, mentre Mary ebbe sei Plexigos addosso.

Tutto stava a Kaden, l’unico ignorato dall’agguato.

Cosa aveva in mano? Solo Raggio di Sole, e non era ancora bravo così tanto da poter affrontare un centinaio di Amazzoni esperte in lotta.

Si diede dei pugni sul viso. Quanto si sentiva debole! Ma non era ancora il momento di affrontare nessuno. Non finché… un momento, si disse.

Si guardò i palmi delle mani. Che strano, pensò, emanavano luce. Forse, a contatto con la magia millenaria della Foresta, anche la magia dentro Kaden si era sviluppata e quindi era in grado di affrontare la magia del Vento e gestirlo come meglio credeva. Inoltre, capì perché in una settimana non si erano mai imbattuti in nessuna tempesta di sabbia: era stato Taider per tutto quel tempo a tenerle lontane.

Così Kaden si alzò e riempì le mani di bolle d’aria, e cominciò a mitragliare non visto sia le Amazzoni sia i Plexigos.

Purtroppo, nella furia non si accorse di aver colpito anche Mary, la quale si vide staccarsi un braccio, proprio mentre questo si levava per colpire un’arciera nemica.

Kaden si mise le mani sulla bocca, mentre osservava Mary straziarsi dal dolore mentre il sangue le fuoriusciva copioso. Klose invece veniva atterrato e, perdendo i sensi, non ebbe tempo di vedere nulla.

“Oh, no… no…” si disse, ma perlomeno nessuno attaccava più, in quanto gli aggressori si erano dispersi, in seguito a un urlo remoto.

Adesso erano tutti e quattro soli, due dei quali in preda all’agonia.

E Kaden svenne, in preda ai sensi di colpa.

Kaden e le Fontane di Luce/4

Capitolo 4

Il sole giunse coperto, in quella radura verde.

Kaden venne svegliato abbastanza presto per i suoi gusti. Pensava che, una volta ritirato da scuola, poteva dormire beatamente, no?

Tuttavia, non aveva dormito beatamente e venne scosso da una mano callosa, che era quella di Mary.

“Dai, forza! Datti una lavata, fai colazione e cominciamo l’addestramento! Poi continueremo il viaggio” annunciò, ma Kaden non aveva capito che poche parole.

Solo dopo essersi stropicciato gli occhi ricordò cosa fosse successo e perché si ritrovava in un abitacolo di carrozza circondato da bauli pieni di armi.

Aveva aperto una delle tre Fontane. Lui, un ragazzo ‘pigro e sciatto’, secondo la professoressa Louisianne, non solo era riuscito ad aprirne una ma quell’evento aveva decretato la morte di Re Walter Argonath.

A poco a poco, tutta la confusione degli eventi lasciò spazio al terrore, all’apprensione, all’ansia. Alla fine, Kaden comprese che non ne sarebbe uscito vivo, da qualunque missione era chiamato a fare.

Una voce calma e pacata, così diversa da quella gracchiante e scorbutica di Mary, lo chiamava al di fuori della carrozza.

“Forza, Kaden! Fammi vedere di cosa sei capace! Ma prima, ti prego di assaggiare queste gallette: sono ottime!” esclamò quello che Kaden riconobbe come Klose, visto che Taider aveva parlato poco o nulla.

Alla fine, fu costretto a darsi una sistemata e pensò che successivamente doveva cominciare l’addestramento prendendone nota mentalmente, mentre il sole era ormai alto, quando invece Mary lo aveva già svegliato di buon mattino. Aveva impiegato così tanto perché molte cose lo avevano distratto, primo fra tutte quello che sembrava un bivacco di tutto rispetto: c’era un fuoco, diversi sacchi e Taider che cuoceva della selvaggina.

“Dov’è… Mary?” chiese Kaden, prendendo poi la galletta offertagli da Klose.

L’arciere rispose “Qui vicino c’è un fiume, ne ha approfittato, oltre che lavarsi, per far scorta di acqua. In ogni caso, ci fermeremo nel villaggio di Chevanton, dovremmo arrivarci domani sera, se ci mettiamo di buona lena, o al più…”

Improvvisamente un piccione viaggiatore si fermò davanti a loro, lasciando cadere un plico arrotolato. Fu Taider a raccoglierlo, e con apprensione vide che era indirizzato a lui.

Taider sorrise. “Be’, buone notizie!” esclamò. “Qui si dice che hanno già messo un re fantoccio al posto di re Walter e che egli stesso è venuto a far visita a Shydra, ma è riuscita a fuggire e adesso si trova in clandestinità, viaggiando da base a base, fra i Rivoluzionari. Ovviamente non ha potuto dire dove si trova e cosa sta facendo per paura che la lettera potesse essere intercettata, ma… un momento, come mai ha sottolineato alcune parole?”

Taider notò che, guardando attentamente, c’erano alcune parole sottolineate e le fece vedere a Klose, cosicché anche Kaden poté vedere la calligrafia della ‘Preside’.

Cari Kaden, Klose, Mary e Taider;

Spero che questa lettera possa giungervi intatta e che nessuno possa leggere quanto sto per dirvi. Il re è un fantoccio. Margareth ha dato questo compito a sir George, un imbecille grande e grosso ma con poco cervello. Mi ha aggredita, sapete. Io, una vecchia indifesa! Al che, sono fuggita e adesso sono in clandestinità, andando da pattuglia a pattuglia, dando direttive a tutti i miei capi e rinfocolando la guerriglia. Non posso certo dirvi nulla di dove mi trovo, ma credo che quando leggerete questa lettera, siate tutti quanti dei ricercati. Proteggete Kaden e ditegli che la sua famiglia è viva e al sicuro, ho dato disposizione che alcuni dei miei uomini vadano da loro e spieghino loro la situazione. Insomma anche loro si trovano in clandestinità!

Guardate con attenzione gli Hesenfield, ragazzi, dico solo questo. Non fidatevi dei Centauri e soprattutto fate… quello che dovete fare che io faccio quello che devo fare!

Con affetto ed ogni benedizione,

Shydra

“Evidentemente non hanno ancora capito come si chiama l’apritore della Fontana, altrimenti non lo avrebbe scritto” constatò Klose. “però… il vero messaggio è quello sottolineato, secondo me. Sto, andando da… c’è una I, quindi “da i”… Centauri. Shydra sta andando dai Centauri! Che cosa spera di ottenere?”

“È una guerra che riguarda tutti, Klose” disse Taider, preoccupato.

“Scusate, ci sono Centauri…?” chiese Kaden, sbigottito ma sollevato nell’apprendere le sorti della sua famiglia.

“Certo che ci sono!” esclamò Klose, infastidito da quella domanda. Quando era concentrato odiava le domande sciocche. “Guardate con attenzione gli Hesenfield… che vuol dire? Sono degli assassini terroristi, no? Sappiamo che dobbiamo stare attenti e dirigendoci verso est sicuramente incontreremo il loro schifoso vessillo, quindi cosa vuol dire che li dobbiamo guardare con attenzione?”

L’arciere e Taider si guardarono, ma nessuno dei due aveva capito quella frase sibillina.

“Coraggio! L’importante è aver colto il nocciolo del discorso!” chiuse l’argomento Klose. “Noi dobbiamo fare tappa nel villaggio di Chevanton ed è lì che andremo, ma tu” rivolgendosi a Kaden “non potrai andarci senza almeno aver maneggiato una spada. Non vorrei che i Plexigos ti facessero qualcosa di brutto”

“I… CHE?” Kaden si era perso ormai fra le informazioni. La sua famiglia chissà dove fosse, Shydra che andava dai Centauri, il villaggio di Chevanton e adesso queste creature dallo strano nome. Stavano andando troppo veloce per i suoi gusti e il ragazzo non dubitava che alla prossima informazione sarebbe esploso. Kaden purtroppo, sin da quando era piccolo, aveva bisogno di calma e ragionamento, non era il tipo da accettare tutto e tutto assieme. Ecco perché andava male a scuola, bisognava che le cose, fossero esse informazioni scolastico o grandi eventi, gliele si ripetessero, altrimenti non le accettava e finiva per dimenticarle.

Adesso era in ballo la cosa più grande della sua vita ed aveva bisogno di tempo, molto tempo, per rimettersi in pari. Purtroppo, nessuno sembrava disposto a darglielo, nemmeno il tempo stesso.

“I Plexigos, imbecille” disse Mary, con un asciugamano in testa. Sembrava irritata, come sempre. “Sono tra i pochi esseri viventi che sono riusciti a sopravvivere all’inverno nucleare, loro e qualche altra creatura più positiva. Sono animali nati dalla fusione dei Wergonth con le specie esistenti qui in Australia e sono venute fuori creature malvagie con la mente corrotta dai fumi nucleari e dalla crudeltà di quegli alieni. Alcuni sono simili a canguri, altri a dingo, altri ancora ad ornitorinchi… insomma, se hai studiato la fauna australiana prima dell’Apocalisse, aggiungi loro i geni degli orribili Wergonth e avrai un Plexigos. Solo che attaccano l’uomo uccidendolo, e sono molto difficili da abbattere, perciò meglio cominciare subito l’addestramento”.

“Esattamente, Mary, ma prima ti prego di dare un’occhiata a questa lettera” rispose Klose. Mary la lesse e scrollò le spalle. “Be’? Che c’è di male?”

“Shydra sta andando dai Centauri, lo si capisce dalle parole sottolineate” le fece notare Taider.

Mary sgranò gli occhi. “Davvero? Aspetta…” e si rese conto che in effetti era vero, ma lei aveva notato un’altra cosa. “Be’, ma io mi riferivo agli Hesenfield. Shydra dice di osservare bene, quindi può voler dire solo una cosa: ha parlato con lord Abraham e forse lo ha implorato di lasciarci stare, perché forse conviene anche a lui. Pensateci: gli Hesenfield vogliono regnare, no? Anche per loro c’è tutto l’interesse che le Fontane vengano riaperte, quindi non c’è nulla di strano se Shydra abbia convinto ed informato Abraham delle nostre mosse!”

Taider e Klose si guardarono e in effetti convennero che Mary avesse ragione.

“È vero, abbiamo cercato troppo oltre senza vedere la cosa più ovvia. Grazie, Mary” disse Taider, e la spadaccina alzò un pollice, tornando a concentrarsi su Kaden.

 

 

Nel frattempo, un Unicorno passò da quelle parti, ma loro lo ignorarono e lui fece altrettanto. Poi Taider lanciò a Kaden, il quale di spalle non vide il quadrupede, una spada.

“Tieni, cominciamo con le spade. Oggi ti concederò l’onore di un duello con Mary. Bada che lei ha Tenebra con sé”

“Chi è Tenebra?” chiese Kaden.

“Lei è Tenebra” rispose Mary, estraendo la spada. Era un’arma piuttosto grossa, il che spiegava i muscoli nella ragazza. “Con lei, non ho mai perso un duello. Certo, forse ti starai chiedendo perché io stia usando l’arma delle grandi occasioni per allenarmi, ma è soprattutto per la tua istruzione che lo sto facendo. I tuoi nemici non ci andranno leggero, ma nemmeno gli amici, finché possiamo considerarci tali. Quantomeno non io, io non sono tua amica né tua nemica. Comunque, fatti sotto!”

Chiedendosi lui che tipo di spada avesse in mano, Kaden lanciò un fendente verso Mary, ma quella parò, e parò, e parò tutte le singole volte che il ragazzo provò ad attaccare; scandendo ogni parata con un commento.

“Sei debole”, “Tieni la guardia alzata, stolto”, “Con questo non mi fai neanche il solletico”, “Sei sicuro di essere un uomo?” e frasi del genere.

Alla fine, Kaden cadde esausto da solo sul prato, mentre Mary riponeva Tenebra nel fodero.

“Come inizio, non è poi così male…” sentenziò vaga, ma Kaden non credette alle proprie orecchie.

“Come sarebbe? Ma se mi hai ricoperto di insulti?”

“Preoccupati piuttosto che non ti abbia riempito di complimenti” rispose lei, e si sedette affianco a Taider, per lasciare il posto all’arciere.

Klose si alzò dunque e cominciò il suo pezzo. “Ad ogni modo, ti sei mosso bene. Certo, devi migliorare nell’affondo ed essere più convinto quando attacchi, ma direi che hai molti margini di miglioramento. Forse è anche merito della vecchia spada dell’Aldebaran, che è un’ottima arma, ma lei non ha più voluto saperne di maneggiarla. Vediamo come te la cavi con le frecce”

Gli allungò un arco molto grezzo e un paio di frecce altrettanto grezze.

“Tendi al massimo lo spago e colpisci quel tronco” ordinò il guerriero indicando una pianta a un centinaio di metri circa alla sua destra, quindi alla sinistra di Kaden.

Il ragazzo lanciò uno strillo. “Ma… quello è un Unicorno!”

“È qui da almeno un’ora” osservò Klose. “cosa fai, dormi?”

“Non… non ci avevo fatto caso” spiegò lui. Non ne aveva mai visto uno, ed era un esemplare bellissimo: il manto bianco sembrava cambiare colore ad ogni movimento, e il corno risplendeva alla luce del giorno. Ogni cosa dell’essere sprigionava magia e potenza benefica, eppure stava solo passeggiando.

Kaden respirò profondamente. E va bene, si disse, avrebbe fatto vedere di cosa era capace anche all’animale, anche se gli tremavano le mani. Il ragazzo prese mentalmente nota che gli tremavano le mani anche quando aveva in mano la spada, quindi si disse di migliorare su questo aspetto.

Chiuse gli occhi e lanciò.

La freccia partì immantinente verso non quel bersaglio, ma diversi metri più lontano colpendo il costato dell’Unicorno che tranquillo stava continuando a passeggiare.

Sotto gli sguardi attoniti dei tre guerrieri, l’essere cadde morto dissanguandosi, nitrendo di dolore all’inizio e poi con voce sempre più fioca. Dopo aver esalato l’ultimo respiro, si sarebbe detto che il mondo sembrava più vuoto. Un silenzio attonito aveva riempito la zona, persino la brezza fermò il suo moto. Dopo qualche attimo, il sangue blu scuro dell’Unicorno aveva fatto nascere sull’erba alcune rose dello stesso colore.

Kaden riaprì gli occhi e vide quanto aveva combinato. Fantastico, la sua prima vittima, pensò.

Ma c’era qualcosa negli sguardi dei suoi compagni, qualcosa che andava oltre l’orrore e l’ira, anche apprensione, forse.

“Ma… che cazzo hai combinato?” Mary non riuscì a trattenersi. “Neanche un idiota tira così! Sei un pericolo pubblico!”

“Ehm… mi dispiace” biascicò Kaden, diventando porpora.

“Tu non capisci!” continuò Mary, cominciando a piangere e urlando comunque. “Hai ucciso un Unicorno! Gli Unicorni, capisci? I guardiani della Foresta e di tutta la Natura che cresce sulla Terra! Un essere talmente immacolato da rivaleggiare con i Plexigos, che sono invece il Lato Oscuro della Natura! Tutti quelli che ne hanno ucciso uno, così si racconta, sono morti entro un anno, tutti di una morte lenta e dolorosa!”

“Avanti, non crederai a quelle superstizioni?” chiese Klose, anche se non troppo convinto. Anche lui era molto triste per la morte dell’essere, e gli era venuta la pelle d’oca nell’assistere alla crescita di quelle rose bellissime eppure così tristi.

“L’ho visto succedere, Klose” rispose semplicemente Mary, singhiozzando. “Mio fratello ha ucciso un Unicorno, in un incidente simile. Beh, una brutta malattia l’ha portato via da me dopo appena undici mesi e mezzo il fattaccio”

“Bah, sarà stata una coincidenza” suppose Taider. “Comunque, superstizione o no, dobbiamo sbrigarci. La gente muore, là fuori. Non possiamo certo fermarci a queste sciocchezze”

“Hai ragione, Taider” disse Mary, sospirando e riprendendo il controllo. “Dobbiamo andare a Chevanton e vedere come Kaden si muove sul campo. Nel frattempo lo eserciterò nella spada, visto che con le frecce è negato”

Kaden invece si sentì morire dentro. Non aveva più le forze per continuare quel viaggio, piuttosto desiderava mettersi nel letto di morte e aspettare il suo momento. Aveva ucciso un Unicorno, una creatura leggendaria, e ciò significava morte entro un anno.

Oppure no?

Klose, Taider e persino Mary confidavano nelle sue capacità di aprire le Fontane, ma lui non si sentiva bravo in altro. Che cosa si aspettavano da lui, esattamente?

Qualche giorno dopo, la cavalcata di Caleb e Isaiah Hesenfield arrivò al cospetto del Reame dei Centauri, che come i Plexigos e gli Unicorni erano nati e cresciuti dopo l’Inverno Nucleare.

Il Reame era molto limitato, esteso solo entro i limiti della foresta dove abitavano e circoscritto da delle mura in legno, protetto da arcieri abilissimi.

Così il cecchino Centauro vide due cavalli montati da due cavaliere molto simili nell’aspetto e bardati con alcune insegne bianche e nere, e fu subito pronto a scoccare due frecce che gli invasori non avrebbero dimenticato.

“Altolà!” esclamò dunque. “Chi siete e cosa volete dal reame dei Centauri?”

 

Caleb si fece avanti e parlò con voce forte e chiara: “Io sono Caleb Zacharias Abraham, figlio di Abraham Jason Noah della Casa Hesenfield, primogenito ereditario, e lui è mio fratello gemello Isaiah Daniel Baruc. Chiediamo di conferire col tuo sovrano, ricordandogli i doveri dell’ospitalità”

Il Centauro rise fra sé. “Chiedi ospitalità armato di tutto punto, sia tu sia tuo fratello? Più che altro, vuoi assalire il nostro Reame chiedendo la testa del mio sovrano, Cassius il Magnifico”

Caleb annuì. “È vero, siamo armati, ma non per dichiarare guerra al vostro magnifico reame. Piuttosto, siamo pronti a combattere contro il regno di Walter Argonath e abbiamo informazioni rilevanti per il tuo sovrano”

La vedetta scrutò per bene gli occhi blu intensi e fieri di Caleb, ereditati da sua madre. In lui non vi sembrava essere ipocrisia, e per i Centauri era sufficiente.

“D’accordo” acconsentì l’essere. “Spalancate le porte!”

Caleb e Isaiah entrarono allora in quella foresta, dentro la quale solo pochi uomini erano entrati, e nessuno ne era uscito vivo. I due gemelli si resero subito conto che la sua pericolosità, a parte la violenza dei Centauri, risiedeva nel clima, caldissimo e inadatto per due persone vestite di armatura, e per l’atmosfera, la quale a causa delle fitta vegetazione era opprimente e angosciante anche solo andando per il sentiero principale, comunque invaso da enormi radici e animaletti non comuni altrove e che Caleb non conosceva. Sarebbe stato un viaggio pericoloso, se fatto a piedi e senza guida, ma un Centauro chiamato Sempronius venne incaricato di scortarli nel Foro, residenza del Senato. Sempronius spiegò che la loro specie era governata dal Senato, composto dagli anziani del popolo, e il capo del Senato era il Sovrano, che parlava a nome di tutti.

Una volta giunti, Cassius il Magnifico si presentò loro bardato di una fascia porpora, l’unico Centauro a non camminare a torso nudo.

Ave, o voi che ci visitate. So che avete informazioni rilevanti per me e siete i benvenuti. Prego, scendete da cavallo e sedetevi, riferendomi ciò che avete da dirmi. Parleremo mentre il banchetto si svolge”

Sia Caleb che Isaiah non si trovarono a proprio agio, poiché quando mangiavano non erano usi a parlare di politica, meno che mai mangiare seduti a terra,  ma quelle erano le tradizioni e non si opposero. Lord Abraham, il loro padre, teneva molto al momento dei pasti, l’unico in cui potevano persino sorridere.

“Dunque, oltre a porvi i più sinceri omaggi di mio padre” provò a dire Caleb, mentre Isaiah dava sfoggio a tutta la sua ignoranza in fatto in galateo “ormai dovreste aver compreso, visto il repentino cambiamento climatico, che la Fontana Lind è stata aperta, con la conseguente morte di uno dei Tre Re, Walter Argonath. Ora, è nostra opinione che il territorio governato da questi sia passato in mano a un fantoccio della Regina Margareth, che quindi dobbiamo eliminare, per… ripristinare la pace nell’Ovest. Quindi…”

 

“Un momento” lo interruppe Caesar, un Senatore che banchettava con loro. “Non sono forse gli Hesenfield che hanno creato scompiglio nel regno di Margareth annettendo ai loro domini i territori a Sud? Ho sentito che volete dare inizio a un assedio della capitale Kashnaville, se non è già incominciato. Adesso avete pensato di spingervi a Ovest, approfittando della caduta di lord Walter. Io credo di aver capito, Vostra Grazia, il loro piano. Stufi del Triregno, saranno gli Hesenfield i nuovi dominatori di questa Nazione. Non è forse così, Caleb figlio di Abraham?”

Il ragazzo sbiancò un attimo, ma si riprese: la brutta figura la stava facendo Isaiah, che stava attaccando tutti i cibi senza ritegno e totalmente indifferente ai discorsi, non lui. “Non mi sembra di aver mai detto questo, signor Senatore” buttò lì non sapendo in che modo definire Caesar. “Anzi, se sono giunto in queste lande occluse alla gente, è perché agli Hesenfield interessa il bene dei Centauri, che sono grandi fra le razze. Credo che convenga anche a voi un po’ più di spazio vitale, non è forse così? E inoltre, cosa ne sa Vostra Signoria di quanto accade nel regno di Margareth? Siamo stati costretti a muoverci in guerra per liberare quanti più territori possibili, infatti nei nostri domini non vi è nessuno che si lamenta, né tantomeno combatte”

Ecco fatto, si disse. Si congratulò con se stesso per la parlantina quando vide quel senatore non trovare vie d’uscita.

Al che Cassius il Magnifico rise divertito. “E sia, ragazzo. Mi piace quel tuo cenno allo ‘spazio vitale’ che ci spetta di diritto. Ahimè, solo io e i miei padri sappiamo quanto sarebbe importante per noi espanderci… e sia, dunque. Brindiamo all’alleanza fra i Centauri e la Casa Hesenfield! A loro offriremo i nostri archi e le nostre spade, noi riceveremo da loro tutti i territori che ci competono!”

Caleb diede una gomitata al fratello che stava ingozzandosi e tutti quanti brindarono levando in alto i calici.

In quell’istante, una donna vestita con un mantello e cappuccio, chiedeva udienza alla sentinella dei confini.

 

Nel frattempo, il villaggio di Chevanton era alle porte. Avevano impiegato qualche giorno di viaggio, anche se Kaden avrebbe giurato che ne fosse passato solo uno, talmente erano identiche quelle giornate: nascondersi dai cacciatori di taglie, dai soldati e le lunghe ore di addestramento. Sempre così, e poco tempo per i pasti.

“Chevanton è un importante crocevia” stava ripetendo Klose, mentre Kaden osservava le prime case del villaggio avvicinarsi. “Sarà solo questa la fermata che faremo, poi via dritti alla Fontana Kashna, e buon pro ci faccia”

Kaden ricordò di quanto avevano ipotizzato la possibilità di prendere la via del mare e rimpianse che non avessero scelto quella strada. C’era molto caldo in quella zona, poiché era in pieno deserto e il sole era allo zenit. Poi si sentì un forte boato.

“Accidenti…” borbottò Taider.

“Che è successo?” chiese allarmato Kaden.

“Niente, sta’ seduto” disse Mary, affilando la sua spada. “sono solo i Plexigos che stanno attaccando la città”

 

Lady Margareth era inquieta. Non c’era stato nessun progresso nei suoi piani. Sir George le inviava rapporti regolari, ma sia Shydra Aldebaran sia l’apritore delle Fontane sembravano essersi volatilizzati. C’erano stati numerosi avvistamenti, tuttavia nessuno sembrava essere attendibile.

Inoltre, Caleb e Isaiah Hesenfield sembravano anch’essi scomparsi. Avevano affidato l’assedio a un Capitano e poi, mentre la città resisteva, se n’erano andati. Li avevano visti dalle parti del reame dei Centauri, ma non era sicura. Inoltre, nessuno era mai uscito vivo da quelle lande, pertanto non vedeva il motivo di tanta inquietudine dentro di sé. Eppure, era inquieta. E se Caleb e Isaiah fossero andati a chiedere l’appoggio dei Centauri?

Per quello, e per vederci più chiaro, decise di convocare il… figliastro, Re Anthony di Sydney, che avrebbe visto per la prima volta da quando era morto lord Walter.

Anthony arrivò volando al castello di Kashnaville ma aveva l’aria stanca e irritata.

“Cosa c’è ancora, dunque? Ci stiamo vedendo troppo spesso, e io ho le truppe dell’Armata Rivoluzionaria da respingere” disse Anthony, senza troppi preamboli.

“Lo so, ma io sto gestendo un territorio più ampio. Oltre all’aver messo una taglia sul tizio che ha aperto la Fontana e stare usando tutti i miei mezzi per cercarlo, mi giunge voce che i Centauri aiuteranno gli Hesenfield, o meglio, Caleb e Isaiah suo fratello nella loro invasione dell’Ovest! Che faccio?”

Margareth si sedette, facendo affondare le mani candide sui capelli neri. Era evidente che i numerosi problemi la stavano mangiando da dentro. Si chiese persino se valeva davvero la pena avere tutte quelle spie, se poi queste le portavano cattive nuove.

“Non disperare” le consigliò Anthony. “Per lo meno, un problema si è risolto, no? A quel che dici, non hai nominato lord Jakob Hesenfield…”

“Che è scomparso anche lui, hai ragione! Per non parlare del Mangiacuore che ha attaccato un altro villaggio! Non pensare di addolcirmi le pillole, bastardo” digrignò Margareth, volendo offendere l’altro sovrano rimarcando quella origine. In fondo, lui e lei erano figliastro e matrigna, e non poteva correre buon sangue.

Dopo un momento di tensione, Re Anthony decise. “Non avrei mai creduto di arrivare a questo, ma se mi dici che i Centauri combatteranno contro di noi, sono costretto a farlo. Chiamerò i Draghi, e risolveranno tutte le faccende”

Margareth non ricordò più nessun astio verso il figliastro.

Kaden e le Fontane di Luce/2

 Capitolo 2

Kaden continuava a non credere a nessuna delle parole della Preside. “Non capisco come la Fontana sia collegata alla vita del Re. È impossibile, non posso crederci”

“L’abbiamo appena detto, Kaden. Non ascolti?” chiese Louisianne, sconvolta e tesa come una corda di violino.

“Avendo assassinato il Sovrano” proseguì Shydra scrollando le spalle “tutti i gendarmi, i soldati e persino i cacciatori di taglie verranno qui a ucciderti. Tuttavia, puoi stare tranquillo”

“Certo, come no! Se è vero ciò che dici, come posso essere tranquillo?” chiese Kaden, sentitosi preso in giro. ”E poi, perché non sono stato denunciato? Perché non avete ancora deciso per la mia espulsione dalla scuola?”

“Perché non ci saranno espulsioni, né punizioni… o perlomeno, non come la intendi tu. Cerca di aprire i tuoi orizzonti” disse Shydra. “Anzi, ringrazia la tua professoressa che ha avuto il buon senso e la prontezza di spirito di portarti a me. Una volta aperta la Fontana, ero sicura che qualcuno vi avesse inseguito, è per quello che avevo già rinforzato il pullman in modo che, se speronato, non si distruggesse”

“Ah… incredibile. Avevi previsto anche questo?”

Louisianne era sbigottita. Troppe informazioni, si sentiva la testa esplodere.

“Non ho ancora finito” disse Shydra infastidita. “Come ho detto, speravo vivamente che Louisianne si comportasse come in effetti si è comportata, perché chi apre le Fontane è considerato un vero e proprio soggetto unico, anche se, permettimi di dirtelo, non capisco cosa ci abbia trovato la Fontana in te”

Shydra gettò a Kaden un’occhiata penetrante da dietro i suoi occhiali e quest’ultimo si sentì per un attimo nudo. “Ciononostante, temo che dovrò attenermi alle sue decisioni e…”

“Ma a che pro sbattersi tanto?” interloquì Kaden, un po’ indispettito per il mezzo insulto. “Insomma, gettatemi sulla forca e tanti saluti, no? Non ho ancora capito perché, perché mi sta accadendo tutto questo”

“E chi lo sa? Chiedilo alla Fontana, se tanto ci tieni” rispose Shydra. “Se invece ti riferisci al fatto che ringrazio Louisianne per averti portato a me, be’, dovete sapere entrambi che io non sono una semplice Preside. Io sono il capo dell’Armata Rivoluzionaria, in altre parole sono la persona più ricercata dei Tre Regni. Ecco perché sono diventata Preside, ecco perché ci tengo tanto ad aprire le Fontane ed ecco perché non ti denuncerò mai ”

Quella rivelazione sconvolse entrambi gli interlocutori, mentre il sole fuori si faceva beffe di loro filtrando dalla finestra.

“Shydra, io…” cominciò Louisianne, ma Shydra la fermò alzando una mano.

“Ti chiedo scusa, Louisianne, e ti chiedo di estendere le mie scuse a tutti i docenti. Sono stata un po’ egoista, lo ammetto, ma quando sono anni che combatti e ancora non hai avuto una gioia, dopo un po’ ti stanchi anche tu, non credi? Oggi, finalmente, abbiamo eliminato uno dei Tre, dopo centodue anni di regno. Sono sicura che gli altri due faranno la loro mossa, anche se non so con esattezza cosa… proporrei la soluzione più logica: invaderanno questo regno e daranno la caccia a colui che ha aperto la Fontana”

“Ovvero io” interruppe Kaden.

“Certo, sciocco” rispose Shydra. “Sei in un grave pericolo. Tutti ti cercano e non per chiederti un autografo. Sei il più pericoloso criminale, ma sei anche la mia speranza… la nostra speranza. Hai aperto una Fontana, adesso ti chiedo di aprire le altre due”

“EH? Ma è una follia, non posso farlo!” Cominciò a sbraitare Kaden alzandosi, e anche Louisianne era sconvolta e stava per dire qualcosa, ma Shydra fece cenno di calmarsi entrambi.

“Ho detto forse che sarai solo? No, vero? E per favore, ascoltatemi, ché il tempo stringe. Come ho detto, non ci metteranno molto a risalire alla nostra scuola e quindi a te… ehm, come ti chiami di nome, Oberhaft?”

“KADEN!” esclamò lui, furioso.

“Kaden” disse Shydra. “Le Fontane si trovano una a Kashnaville, nei territori del centro nel regno della regina Marareth, e l’altra si trova invece a Sydney, dov’era la vecchia capitale e che adesso è solo il regno dell’Est, sotto lo scettro di Anthony, il Bastardo. Tieni presente che dovrai sempre camminare in segretezza, infatti i Re stessi sanno ciò che hanno combinato alle Fontane e quindi non vogliono che tu le apra. Ti uccideranno non appena ti troveranno. La baraonda che avete provocato a Lindville ti ha reso riconoscibile e sicuramente qualcuno ti avrà visto, e avranno un identikit della tua faccia. Ma come dicevo prima, non tutto è perduto. Sei nelle mie mani e io ti dico che non sei solo”

“A me pare di sì, invece” rispose Kaden. “Sono solo, mi sto cagando addosso e non c’è nessuno che voglia aiutarmi. Da dove devo cominciare? Non so combattere…”

“Imparerai, se vuoi vivere!” esclamò Shydra, irritata dall’atteggiamento del ragazzo.

“A quanto ho capito, devo partire subito. Fatemi almeno salutare i miei genitori e …”

“Sì, certo! Partirai con un bel party di addio e abbracci e baci e fuochi d’artificio lacrimosi! Avrai a disposizione centomila uomini armati! Poi, cos’altro vuoi, un destriero iper veloce? Faremo in modo di fartelo avere!” esclamò sarcastica la Preside, adesso furibonda, al punto da sbattere una mano sul legno della scrivania. “Forse non hai capito nulla, non ascolti nulla di quello che diciamo! Il tempo stringe, tutto l’esercito sarà in questa città a momenti o al massimo fra qualche giorno, devi andartene subito! La gente MUORE, c’è una guerra! Ma li leggi i giornali? La famiglia HESENFIELD è ritornata in auge, dannazione! Più perdiamo tempo, più la gente muore ed io non voglio più spargimenti di sangue! La nostra Armata Rivoluzionaria si è prefissata come obiettivo l’apertura delle Fontane e TU devi darci una mano! Parlavi dei tuoi genitori… bene, che ne dici se qualora tu aprissi le Fontane garantirai loro la vita?”

“Ma non posso…” provò ad interloquire Kaden, spaventato da quella furia. Era evidente che Shydra era molto più forte di quel che sembrava, ma Kaden aveva in mente le condizioni economiche della sua famiglia, lui, i genitori e i quattro fratelli. Era da quando aveva memoria che la sua casa era… “penosa”, come la chiamava lui. I muri cadevano a pezzi, il rubinetto perdeva in continuazione e la cucina era sempre allagata, il lavoro andava e veniva… no, non aveva il coraggio di abbandonarli così. Ora come ora, con la prospettiva di quel viaggio pericoloso, la casa gli sembrava una reggia e adesso che aveva capito che c’era davvero la guerra che aveva generato la crisi, gli venne voglia di fare qualcosa, qualcosa che andava oltre le uscite con gli amici e la smania del divertimento. Ma allo stesso tempo, non poteva andarsene.

“NO!” esclamò lei, interrompendo la riflessione di Kaden. “Meno sanno i tuoi genitori, meglio è. In questo modo, se i gendarmi li dovessero interrogare, loro NON SAPRANNO dove ti trovi e garantirai loro la sopravvivenza! Se invece ti dovessi nascondere a causa tua, allora sì che sarebbero guai e morireste tutti! È chiaro?”

Seguì una pausa imbarazzata, dove Shydra riprese il controllo di sé e Louisianne era profondamente commossa, interrompendo il silenzio coi suoi singhiozzi. Nel frattempo, alcuni uccelli presero a cantare.

“Tu devi pensare solo ad andare a Kashnaville e a Sydney, al resto penseremo noi. Ti garantiremo tutta la protezione di cui abbisogni, a te, a Louisanne, ai tuoi amici e alla tua famiglia! Ma tu devi partire, è troppo importante! Dicevo che non sarai solo, infatti ho reperito per te i tre migliori combattenti disponibili, che ti accompagneranno e ti guideranno in questo viaggio”

Detto quello, Shydra abbassò una leva da dietro la scrivania e una porta segreta dietro di lei si aprì, lasciando passare tre figure, due uomini e una donna.

“Lui è Klose” e si fece avanti il primo, un uomo alto, bruno e vestito di una semplice cotta di maglia che portava con sé una faretra sulla spalla. “Professione Arciere”

“Piacere” disse lui. Secondo Kaden, aveva una voce strana.

“Lei è Mary” e una signorina tozza, robusta, dalla carnagione mulatta come Kaden e dai corti capelli neri si presentò con un leggero inchino goffo. “Se mi permetti, sa tirare di spada come pochi”

“Farò a fette chi ti fa del male, garantito” disse lei. Le mancava un incisivo.

“Infine abbiamo Taider, il Cavaliere Corrotto” disse Shydra presentando l’uomo calvo più alto e robusto che Kaden avesse mai visto. Se era corrotto, voleva dire…?

“Un uomo ricercatissimo perché ha disertato preferendo stare dalla nostra parte” spiegò Shydra come se avesse voluto rispondere a Kaden.

“Buongiorno, Apritore” disse Tader con una voce profonda e rassicurante. Ma non aveva armi.

“Loro faranno le mie veci. Avrei tanto voluto partecipare io stessa, ma pare che l’Armata abbia sempre bisogno di un capo reperibile, quindi…”

Kaden non riusciva a crederci. Che fare allora? Accettare gli eventi o rifiutare tutto?

“Ovviamente, ci tengo a dire che nessuno ti obbliga” aggiunse Shydra. “ma se accetti la missione, sarà meglio. Tieni presente che tu sei riuscito ad aprire la Fontana e quindi per logica, riuscirai ad aprire anche le altre due. Non c’è in tutta l’Australia qualcuno in grado di farlo e credimi se ti dico che è una fortuna inaspettata. Possiamo far finire la guerra civile in tempi brevissimi e tornare tutti alle proprie vite. Ti assicuro che esiste un mondo pacifico e libero, un mondo dove gli uccelli cantano e il sole splende. C’è stato e noi dobbiamo fare di tutto per farlo tornare”

Questo non lo faceva stare meglio, anzi. Kaden non sapeva proprio che fare e diede uno sguardo a Lousianne.

“Be’, posso solo dire… che… ti è toccata una punizione molto severa” disse lei, seria. “Puoi rifiutarla, ovviamente, ma… in realtà non puoi”

Kaden sospirò, abbassando lo sguardo sulle sue gambe. Adorava sentire la sorella piccola ridere. “Un’ultima cosa. Se io non riuscissi ad aprire le Fontane? Voglio dire, io ne ho aperta solo una. Chi dice che io sia in grado di aprirle tutte e tre e che invece le altre due scelgano un altro… apritore?”

“Oh! Questa è una domanda intelligente!” si stupì Shydra. “Per fortuna, ho la risposta. È stato difficilissimo trovare anche questa informazione, quando cercai di scoprire tutto sui miei nemici. Quello che si sa è che le Fontane sono state costruite dalle stesse mani e sottoposte a un incantesimo molto potente. In pratica, quando gli Stregoni hanno fatto sì che le Fontane risplendessero di luce, hanno “unificato” in una sola entità i tre soggetti diversi. In altre parole, sono sempre tre le Fontane, ma è come se si stesse parlando della stessa. Perciò parti tranquillo: aprirai le altre due Fontane… o la tua domanda era un modo per svicolare la missione?”

Kaden sospirò ancora. “E va bene” disse, ma le parole gli vennero come se le avesse pronunciate qualcun altro. Era una pena di morte o cosa?

“Accetto l’incarico” disse alzandosi. Era per sentire ancora la sorellina ridere, che lo stava facendo.

“Perfetto” sorrise Shydra. “Allora non c’è altro da dire. Taider, Mary, Klose… ve lo affido. Che Dio Padre vi assista!”

I tre uscirono dall’ufficio e al suo interno rimase solo Louisianne. “Spero che tu sappia ciò che stai facendo”

“Certo che lo so” rispose lei. “Non è stato facile trovare qualcuno disponibile e Klose, Mary e Taider li avevo chiamati ieri, prima che voi partiste per il viaggio d’istruzione e sono venuti qui volando. Non so perché, ma avevo un presentimento… ovviamente garantiremo la protezione anche a te”

Louisianne scosse la testa e se ne andò, lasciando la Preside sola. A lei non piaceva essere capo dell’Armata Rivoluzionaria e, sinceramente, mandare allo sbaraglio un ragazzino non era la cosa migliore che potesse fare una donna, una madre. Tuttavia, era l’unica speranza.

Prima di avvisare i genitori di Kaden, però, aveva una chiamata urgente da compiere. Per fortuna, i telefoni esistevano ancora, nonostante la tecnologia arretrata di cui disponevano.

In realtà Shydra ebbe un attimo di esitazione. Non voleva chiamare chi doveva chiamare… ma doveva. Era l’unica persona in grado di smuovere le acque e ne aveva dato dimostrazione. Quando si erano incontrati, sei mesi prima, avevano avuto uno scontro corpo a corpo, finito in un pareggio e con la consegna di un bigliettino, che adesso si trovava in mano di Shydra.

Ricordava le sue parole: “Chiamami, dovrai farlo prima o poi”. Che aveva in mente? Perché avrebbe dovuto chiamarlo? Dopo averle dato il numero, sparì volando. Da allora si era macchiato di crimini orribili, ma stava vincendo la sua battaglia.

Era maledettamente bravo a combattere. A Shydra faceva male ancora la schiena da allora.

Era maledettamente bravo a convincere le persone, Shydra dovette riconoscere anche quello.

Era maledettamente capace nel prevedere le mosse di tutti… persino dei Re creduti invincibili.

Era un maledetto. Era Abraham Jason Noah Hesenfield.

Alla fine, chiamò dopo aver completato la serie di numeri. Seguì un breve attimo e poi una voce disse “Casa Hesenfield”

Shydra deglutì. “Buongiorno, vorrei parlare con il padrone di casa”

“Un attimo solo” rispose quegli, dopodiché il tempo si dilatò in maniera esasperante. Shydra si stupì nel sentirsi nervosa, e dire che stava solo aspettando di sentire quella voce.

“Parla Lord Hesenfield, signore di Villa Hesenfield e dei territori a Sud dell’Australia. Chi vuole conferire con me?”

“Sono Shydra Aldebaran” disse lei. Era così odioso! I territori a Sud li aveva solo occupati seminando morte ovunque!

“Shydra… mi hai chiamato piuttosto celermente” disse Abraham.

“Sono passati solo sei mesi” precisò la Preside. Poi decise di andare dritto al sodo. “la Fontana Lind è stata aperta. Presumo che Lord Walter sia morto”

“Oh, lo so” disse lui. “Non pensare che gli Hesenfield non abbiano i loro informatori. La tua… scolaresca ha fatto un bel po’ di rumore e si sa, i terremoti generano decine di curiosi”

“Che bastardo!” lo apostrofò lei. “Comunque sia, ho io in mano l’Apritore della Fontana”

Abraham non rispose subito, Shydra si convinse di averlo spiazzato. “… e va bene, hai vinto tu. Ma perché hai sentito il bisogno di dirmelo? Cosa vuoi da me? Vantarti un po’?”

“Ho deciso di far scortare l’Apritore dai miei soldati” disse Shydra. “I tuoi… uccellini sapranno sicuramente che faccia abbia, ma credo che noi due abbiamo un obiettivo in comune, ossia la sconfitta dei Tre Re e la nascita di un nuovo ordine. Perciò ti chiedo di non ostacolare la ricerca e di vegliare sull’Apritore, e anche sulla sua scorta, nel caso in cui qualcuno del tuo esercito li trovino. Non catturateli, non fategli nulla… la priorità sono le Fontane”

Abraham ridacchiò. “E cosa ottengo in cambio? Gli Hesenfield non scendono a patti con la Rivoluzione, lo sai benissimo. Sai anche che cosa mi spinge a muovere guerra contro i Re, perché voglio riottenere ciò che è mio… il Trono dei miei padri. Io non tocco l’Apritore e i suoi angeli custodi, e in cambio ottengo… ”

“Il Trono che vuoi. Perché se dovessimo riuscire ad aprire le Fontane, tu vinceresti la guerra… e sempre meglio avere te che loro come Re, immagino”

Shydra non pensava ciò che aveva detto. Lei riteneva Abraham un maledetto, ma perlomeno era un maledetto… mortale, inoltre non era un fatto certo che gli Hesenfield potessero prevalere. C’erano un sacco di incognite in una guerra… ma aprire le Fontane era troppo fondamentale e quindi valeva bene fare una sviolinata al proprio nemico.

“Hai proprio ragione” disse lui. Gli seccava dare ragione a una sciocca come lo era Shydra, ma aprire le Fontane era fondamentale, altrimenti i Re avrebbero vissuto per sempre e sicuramente era meglio vederli morti che vivi. “Dirò a mio figlio Caleb e mio figlio Isaiah di non torcere un capello all’Apritore, non appena avremo il suo identikit”

“Hai fatto la scelta  giusta, e anzi ti mando via fax la sua scheda personale scolastica” rispose lei, chiudendo la comunicazione. Shydra sospirò: che essere inquietante! Scendere a patti col nemico… era davvero quella la guerra?

Nel frattempo, Villa Hesenfield era chiusa da una cupola di nuvole nere e un vento gelido frustava le sue mura. Abraham si disse fortunato ad avere dei nemici così prodighi di informazioni e… sì, alla fine avrebbe risparmiato quello sventurato che aveva aperto la Fontana.

“Qualcosa vi turba, signore?” chiese il maggiordomo, posando il telefono portatile su un cuscinetto.

Abraham si riscosse dai suoi pensieri. C’era qualcosa che lo turbava? Poi, ascoltò il rumore della pioggia appena iniziata e andò a vedere quello spettacolo oltre la finestra del suo studio, che dava poi a un balcone spazioso.

Un lampo illuminò la zona e guardò il maggiordomo con espressione indulgente, scandagliandolo coi suoi occhi grigi. “No, Frederick. Davvero, non vi è niente di cui lamentarmi”

Andò poi in uno stipetto per prendere un foglio di telegramma e vi scrisse su una serie di parole, poi lo porse a Frederick. “All’attenzione di… re Walter” disse, reprimendo un sorrisetto. Era sicuro che lady Margareth avrebbe agito in quel modo, ovvero mandando un fantoccio a Perth. Era tipico di chi voleva coprire le apparenze e la regina era quel tipo di persona. Così, che c’era di male nel mettere un pizzico di pepe?

“Sarà fatto, Milord” e il maggiordomo scomparve, lasciando il suo padrone libero di meditare. Abraham tornò di fronte la vetrata, nascondendosi dietro le tende bianche, mentre la pioggia proseguiva incessante.

Erta tutto a posto, si disse. Caleb e Isaiah li avrebbe spediti a Ovest, a trattare con i Centauri. Jakob doveva mantenere la posizione a Sud e garantire stabilità ai territori occupati… oppure era meglio che tornasse a casa? Il terzogenito non sembrava adatto a mantenere una posizione, quindi sarebbe stato meglio che lo facesse uno dei loro luogotenenti, mentre Jakob tornava a casa. Per quanto riguardava le donne… gli dispiacque soprattutto per Isabel, ma non poteva farci granché.

Infine vi era Josafat, sua croce e delizia, nonché il più giovane dei suoi figli e al momento irreperibile. Forse avrebbe mandato Jakob a cercarlo, non appena lo avrebbe rivisto. Era tutto sotto controllo, ripeté fra sé.

 

Nel frattempo, il telegramma arrivò puntualmente alla corte di re Walter, in agitazione poiché il Re era appena tornato, ma rifiutava di rimuovere il cappuccio dalla testa.

“Maestà, che cosa è successo alla riunione…?” cominciò un cortigiano, ma il Re estrasse la spada e lo uccise seduta stante.

“Da adesso in poi” disse “chi parlerà del mio cappuccio sarà eliminato!” e si ritirò nelle sue stanze. O meglio, il Re fantoccio si ritirò nelle stanze di re Walter Argonath.

Sotto quel cappuccio infatti si nascondeva sir George, uno dei fedelissimi di Lady Margareth. Non era affatto somigliante a lord Walter, ma la regina lo ritenne il migliore a gestire un regno e dunque egli dovette accettare quell’incarico, pur trovandolo pericoloso.

Per fortuna non rimosse il cappuccio quando sentì bussare alla porta. “Chi è?” chiese brusco.

“Mio signore, è arrivato un dispaccio!”

George aprì e lesse. Erano poche parole, scritte in una grafia aggraziata ed elegante.

Conosco il tuo segreto.

Il fantoccio di lady Margareth deglutì spaventato. Com’era possibile? Chi era venuto a saperlo, e come? Doveva assolutamente chiamare la Regina, e così fece. Ordinò un telefono, e gli pervenne un modello coi numeri disposti a cerchio.

“Maestà! È appena giunto un dispiaccio con su scritto “conosco il tuo segreto”! Che si fa?”

 

La Regina si trovava seduta tranquillamente sul trono posto in fondo nell’ampio salone sempre colmo di servitori che andavano e venivano, quando sentì vibrare il proprio telefono portatile. Poteva essere solo sir George, il fantoccio che lei stessa aveva scelto per governare l’Ovest. Era l’unico che aveva il suo numero di telefono. “ne sei sicuro?” chiese spaventata, una volta sentito ciò che lui aveva detto.

“Sì, mia Signora. Vi prego di aiutarmi a fare luce su questo mistero!”

Margareth non aveva mai immaginato che la situazione sarebbe potuta precipitare in questo modo. Chi poteva essere… ma certo, si disse, c’era solo una persona in grado di sapere che il Re era un falso.

Lord Abraham Hesenfield. Un odio improvviso divampò dentro di lei, ma quando parlò mantenne la calma. Non riusciva a capire come potesse averlo scoperto, ma i fatti di Lindville potevano essere definiti in molti modi, ma non certo segreti. Non ci voleva un genio nel capire che il Re era morto, purché si conoscesse il segreto delle Fontane, e Abraham poteva benissimo essere uno di quelli al corrente.

“Sir George”disse dunque, fredda come il ghiaccio esteriormente, ma dentro agitata come il mare in tempesta. “Comincia subito le indagini. Scopri cosa è successo a Lindville nelle ultime quindici ore, voglio sapere TUTTO di quella città, persino in quanti sono andati in bagno. Muoviti!”

Chiuse la comunicazione. Certamente, se non il nome, perlomeno il volto del bastardo che ha aperto la Fontana doveva spuntare fuori. Poi lo avrebbero catturato e allora… Margareth pregustava il momento in cui lo avrebbe torturato personalmente.

Come previsto, non ci volle molto: il rapporto pervenne alla regina quella sera stessa, quando ormai Margareth si trovava nelle sue stanze e il sole stava per scomparire dietro l’orizzonte.

La Regina lesse dunque quelle pagine arrivate via fax.

A giudicare da quel che vi era scritto, alla Fontana si era avvicinata solo una scolaresca di Perth, quando improvvisamente e dopo che un ragazzo dalla pelle scura ebbe girato una manopola semi nascosta, sopraggiunse un breve terremoto e la Fontana tornò a zampillare luce senza poterla più richiudere.

Margareth rilesse più e più volte quel paragrafo e comunicò a sir George di farle avere la lista completa delle scuole di Perth, che le arrivò via fax dopo una buona mezz’ora.

In quella mezz’ora lei ebbe tutto il tempo di maledire la lentezza dei suoi servitori, mentre passeggiava in circolo per le sue stanze, avanti e indietro, nervosa. Quasi quasi, avrebbe preferito indagare lei stessa, oltretutto era anche capace di volare.

In ogni caso alla fine ottenne le informazioni che desiderava.

Leggendo quel nuovo rapporto, una scuola in particolare le rimase impressa nella mente, poiché la preside era una certa Shydra Aldebaran.

Shydra… la donna più ricercata di tutto il Triregno e ritenuta irreperibile da sei mesi… fino a qualche minuto prima. Sei mesi prima, lei e Abraham Hesenfield si erano battuti corpo a corpo nel suo stesso Regno, quindi adesso tutto era chiaro. Lei e lui si erano probabilmente alleati e la situazione era molto grave. In ogni caso, Shydra non era stata molto furba, visto che aveva mantenuto il nome reale nei documenti, tuttavia era stata abbastanza fortunata a diventare Preside per poter organizzare i… viaggi d’istruzione e dare fastidio alla Fontana. Chissà cosa avesse in testa Re Walter. Perché non ha arrestato Shydra quando era Preside, sapendo dove si trovasse?

Un ragazzo dalla pelle scura, eh? Quindi era lui la chiave di tutto. Margareth chiamò ancora una volta il suo servitore e ordinò con tono autoritario: “Fa’ questo, adesso: va’ da Shydra Aldebaran e fatti dire chi fra i suoi studenti ha la pelle scura, e soprattutto chi ha aperto la Fontana! Se non risponde, uccidila e perquisisci tutta Perth!”

 

Sir George avvertì una certa fretta nella voce della sua padrona. Obbedì dunque prontamente e, dopo essersi preparato con l’armatura, fece per uscire andando nelle scuderie per prendere il suo cavallo, ma mentre era nel salone d’ingresso del palazzo, buio poiché era ormai sera, venne fermato dai suoi servitori.

“Maestà, dove state andando? Volete uscire a quest’ora? E perché mai? Inoltre la scorta non è pronta per…” tuttavia sir George non aveva tempo per ascoltarli e solo dopo essere riuscito a prendere il suo cavallo tolse il cappuccio.

In quanto Cavaliere, George era sicura di trovare Shydra, e anche se non l’avrebbe mai trovata all’indirizzo di casa sua, poiché non esisteva, l’uomo avrebbe provato all’istituto. E fu lì che si diresse, galoppando fra le strade larghe della Perth silenziosa e immersa nella notte.

Una volta giunto all’Istituto, sfondò il portone d’ingresso con un calcio molto forte e salì veloce le scale, diretto all’ufficio della Preside, poi sfondò anche quella porta e sorrise nel vedere chi cercava ancora immersa fra carte sparse ovunque e una candela mezza sciolta.

Shydra Aldebaran, la donna più ricercata del regno e capo dell’Armata Rivoluzionaria… tutto il mondo ne conosceva il volto e il nome, ma con sé il difetto di non badare alla propria sicurezza.

Lì per lì, George non trovò strano che lei non avesse mosso ciglio nonostante il rumore sordo della porta che crollava.

Poi disse estraendo la spada: “Shydra Aldebaran, ti dichiaro in arresto in nome di re Walter Argonath! Per te è f…”

“Re Walter è morto” rispose lei, gelida e immobile. Ne aveva viste troppe, nella sua vita, per spaventarsi di un figuro che sfondava le porte ed estraeva la spada. In realtà, si aspettava che arrivassero a lei visto che sarebbe stato piuttosto semplice, ma lo aveva fatto apposta: innanzitutto Re Walter era stato talmente ingenuo da non capire che il ruolo di Preside di Shydra non era un tentativo di redenzione, e adesso che lo scopo di quel ruolo era compiuto, avere in mano il capo dell’Armata era un boccone più succulento che un ragazzo il cui massimo che si poteva sapere era il colore della pelle. Inoltre, la scheda personale di Kaden era in mano ad Abraham e non c’erano fotocopie.

Quindi erano solo lei e il cavaliere. E che cavaliere, Shydra lo riconobbe: era sir George Carlson, uno degli sgherri di lady Margareth, uno dei più violenti.

“Stiamo cercando un ragazzo dalla pelle scura, che ha aperto la Fontana Lind. Chi è? Dove si trova?”

Shydra scrollò le spalle, guardando fissa l’uomo. “Non ti secca essere un cagnolino della regina? Un servo pronto a scodinzolare in attesa del ringraziamento misero?”

Sir George si sentì ferito nell’intimo. Era la pura verità, non era mai stato libero e l’amore segreto che provava per la Regina non era mai stato ricambiato. Ciononostante, avrebbe fatto di tutto per farsi notare.

Tuttavia, sentirselo dire così, da una sciocca come lo era quella, gli fece scattare qualcosa. Estrasse la spada e la puntò dritta alla faccia della Preside.

“È l’ultimo avvertimento” sibilò glaciale il cavaliere.

“E poi che fai, ucciderai una povera vecchia? Non hai che da provarci”

Seguirono diversi avvenimenti veloci: Shydra scalciò la scrivania verso il Cavaliere, che cadde sommerso dai fogli, mentre la donna approfittò dell’attimo di smarrimento per fuggire dalla finestra, spaccandola dunque e disperdendosi nell’aria usando la Tecnica Arcana del Volo.

“Maledizione…” si disse George, rialzandosi. Non era una donna qualunque, ma avrebbe messo a ferro e fuoco la città, sia per trovare lei, che per trovare il ragazzo misterioso.

Nel frattempo, una carrozza verde scuro, della stessa tonalità del prato, piccola e sgangherata, aveva già lasciato le mura del paese e adesso era diretta verso il bosco.