Kaden e le Fontane di Luce/19

Capitolo 19

Klose si allontanò dagli altri e prese la strada che aveva scelto. Aveva intenzione di risolvere il Labirinto a modo suo, con le sue forze, in modo da dimostrare a Mary che era capace di fare anche quello.

Mary…

Nei giorni in cui erano stati prigionieri di Caleb, aveva notato che era entrata in confidenza con Taider, il Cavaliere Corrotto.

Persino il primogenito Hesenfield se n’era accorto, dicendogli a bassa voce: “Quei due non me la raccontano giusta. Finiranno sicuramente per appartarsi e giacer insieme, ma lo facciano lungi da me. Non ho voglia di vedere quel tipo di scene, non è il momento e comunque vi sto scortando per un motivo preciso. Siamo in guerra, non c’è spazio per l’amore”

“Forse” aveva risposto Klose, sospirando. “Ma non credi che l’amore cancella questi ed altri peccati?”

Caleb fu colpito da quella risposta e rifletté per alcuni minuti prima di ribattere. “Credi quindi che anche io dovrei trovare una buona moglie?”

“Non so, fa’ come credi” aveva concluso Klose, seccato da quelle stupidaggini e scoprendosi geloso di Mary e Taider.

Spinto da quel sentimento, l’arciere aveva osservato meglio i suoi compagni, e in effetti aveva notato che si sostenevano a vicenda. Forse la perdita di un arto aveva fatto risvegliare in Mary sentimenti su cui l’arciere non avrebbe scommesso, trattandosi di una donna dal pessimo carattere com’era lei.

Tuttavia, non poté non pensare a lei senza che qualcosa nel suo animo si agitasse.

Strinse l’arco fra le mani. Che rabbia! Ma perché a lui non capitavano quel genere di cose?

Aveva compiuto imprese grandiose, aveva combattuto contro le Amazzoni, aveva protetto Kaden, tuttavia non era stato ferito gravemente.

Pertanto, essere in quel labirinto da solo era l’occasione, forse unica, che aveva per dimostrare quanto valeva.

Agli occhi di Mary non era mai stato un granché. Ricordava il primo giorno in cui l’aveva incontrata, quando era stato convocato da Shydra Aldebaran per costituire la guardia del corpo dell’incaricato ad aprire le Fontane.

“Potrebbero volerci anni” aveva obiettato Mary in quell’occasione. “Perché dovrebbe accadere proprio quest’anno?”

“Prima o poi avrei dovuto” aveva replicato Shydra, con la solita voce indifferente alle obiezioni. “E adesso sta’ calma e tranquilla e aspetta un mio ordine, dovete essere pronti a partire in qualunque momento”

E così si conobbero, ma Mary non sembrava molto interessata a dare confidenza, né a lui né a Taider, tanto da non aver dato nemmeno la mano in segno di saluto, offrendo invece Tenebra. Almeno non finché non era accaduto che avevano perso la carrozza e poi lei aveva perso il braccio nella Foresta dei Centauri. Da lì Mary aveva cambiato completamente atteggiamento, regalando anche Olocausto a Kaden.

Olocausto, che adesso era Giustizia… Kaden era uno spadaccino, non un arciere, e quello gli diede molto fastidio.

Ricordava ancora di quando aveva cercato di insegnare l’arco al ragazzo. Era proprio negato, e quindi dopo pochi tentativi aveva lasciato perdere.

E Mary restava così lontana. Klose se n’era innamorato? Non proprio, ma non la vedeva come un obiettivo raggiungibile, non quando i morti si contavano a centinaia ogni giorno e le Fontane dovevano essere ancora aperte.

Voltò a destra, poi a sinistra. Dopodiché, vicolo cieco.

Fece per tornare indietro, ma qualcuno bussò alla sua spalla.

“Chi è là?” chiese, quando vide un Demone. Era orribile, e gli sembrò che persino l’aria circostante avesse perso un po’ di luce. Si sentiva smarrito, e si chiedeva se sarebbe andato davvero all’Inferno accompagnato da quell’essere.

“Prenderò la tua anima” affermò la creatura senza mezzi termini, come se gli avesse letto nel pensiero, e sollevò il braccio diretto al centro del petto, ma Klose fu più rapido. Incoccò la freccia e la piantò dritta nel cranio, lasciando il Demone morto a terra.

“Per fortuna” commentò, e proseguì per la propria strada.

Non era facile, perché più andava avanti più la strada si faceva impervia e a un certo punto gli si presentò davanti una scala.

“Che ci fa una scala in mezzo a un labirinto pianeggiante?” si disse. Poi, vedendo che in ogni caso era l’unica via per proseguire, salì il primo gradino.

Non successe niente di particolare, a parte forse un lieve disagio nello stomaco.

Salì il secondo, anche in quel caso ne uscì indenne.

Una volta al terzo, improvvisamente sbucò fuori dal nulla uno spuntone dai gradini superiori che per poco non gli bucò un occhio. Klose si salvò solo per i suoi riflessi primordiali.

Al quarto gradino cadde un fulmine che lo bruciò. Klose dunque svenne e stette una buona mezz’ora alla base della scalinata privo di sensi.

Tuttavia, una volta riacquisiti e cercando di non respirare la sua stessa carne bruciata, tornò ad osservare quella scala maledetta.

Come avrebbe potuto oltrepassare quel posto pericoloso se vi era un fulmine a bloccarlo?

Aveva due possibilità: o scavalcava il gradino, oppure avrebbe dovuto aprirsi un varco fra le frasche e barare nel gioco.

Poi ripensò agli Hesenfield, e a come stavano costruendo un impero che, in base a quello che aveva sentito dire, teneva ormai sotto scacco la maggior parte del regno centrale comandato ancora dalla regina Margareth, e adesso avevano invaso l’Ovest, dove, secondo le informazioni di Caleb, Isaiah stava collezionando vittorie su vittorie, aiutato anche dalla straordinaria potenza dei Centauri.

Quindi Klose decise di dare uno schiaffo morale al Labirinto. In guerra tutto era concesso, così scagliò una freccia contro il muro cespuglioso alla sua destra.

La freccia cercò di conficcarsi all’interno dei rami, ma un misterioso campo di forza la disintegrò, non lasciando traccia alcuna.

Klose si rammaricò per aver perso una delle sue amate frecce, ma era valsa la pena tentare, così salì di corsa i gradini saltandone alcuni e arrivando dunque in cima, dove tuttavia venne catapultato di nuovo verso il basso.

Una voce parlò. “Tutti i gradini, furbetto.”

Klose digrignò i denti. Non solo aveva le ossa rotte per la fulminata ricevuta poco prima, ma era costretto a riceverne un’altra, poiché le regole degli Hesenfield non potevano essere infrante.

Si chiese improvvisamente per quale motivo i Draghi non attaccavano quelle lande. Non sarebbe stata una cattiva idea dare fuoco a tutto quello, così perlomeno non ci si doveva più lambiccare per trovare una soluzione…

Ma quelle cose non capitavano nella realtà, i Draghi tendevano a seguire i loro principi, piuttosto che aiutare un umano.

Eppure, aveva sentito lui stesso che la cerchia dei Draghi si era divisa in due fazioni: una fedele a re Anthony, l’altra indipendente.

Ad ogni modo, era inutile pensare ai Draghi in quel momento. Fra lui e la soluzione al Labirinto vi era una scalinata irta di ostacoli.

I primi due pioli erano privi di trappole, così salì subito. Il terzo aveva lo spuntone, così salì dopo appena un secondo, mentre il quarto, quello del fulmine, lo evitò sacrificando una freccia che funse da parafulmine. Gli dispiacque per quell’arma, quando la vide carbonizzata a terra dove l’aveva messa.

Il quarto gradino era vuoto, così come il quinto; tuttavia il sesto nascondeva una sostanza appiccicosa che stava lì appositamente per incollare il viandante sul gradino e farlo morire di fame. Tuttavia Klose non fu preso dal panico e gli venne in mente che era sufficiente togliersi gli stivali per poter proseguire. Certo, non era consigliabile andare a piedi nudi in un Labirinto imprevedibile e dimora della Morte in persona, ma meglio l’ignoto che morire in piedi di stenti.

L’arciere riuscì dunque a liberarsi e giunse all’ultimo gradino, quello della catapulta, che tuttavia non si azionò, in modo da indurre il viandante a vedere cosa vi fosse oltre la scalinata.

E vi era una piscina piena di pinne che sbucavano da sopra il livello dell’acqua. Non era possibile aggirarla perché occorreva saltare con una forza oltre le capacità umane oppure distruggere le siepi che fungevano da confine, e non era fattibile. Klose aveva la sensazione che quantunque ci avesse provato, le siepi lo avrebbero fulminato.

Come oltrepassare dunque quell’ultimo ostacolo?

Come passare indenne a tutte le prove della vita?

Con l’arco e con la freccia, la risposta era proprio sulla sua schiena.

Aveva sempre con sé una corda, oltre al solvente in tasca. Non avrebbe mai creduto che in quel frangente gli sarebbero serviti entrambi, eppure eccolo lì che si operava per uscire fuori da quel pasticcio.

Fissò la corda a un’estremità oblunga, che fuoriusciva da quella piattaforma come se qualcuno avesse già saputo in partenza che quella era l’unica soluzione.

Legò dunque l’altra estremità della corda alla freccia, l’ultima rimasta della sua faretra.

Incoccò, traendo un profondo respiro: in fondo al viale vi era una frasca, e se il campo di forza avesse respinto quell’unico tiro, sarebbe rimasto prigioniero lassù per sempre.

Tuttavia, il colpo riuscì alla perfezione e la freccia si conficcò fra i rami, come se non ci fossero mai stati campi di forza a proteggere le frasche.

Che gli Hesenfield volessero dargli una possibilità? Ne dubitava, anche perché era impossibile pensare a una possibilità dopo averlo indebolito con quella fulminata e sapeva benissimo che un altro scossone di quel tipo gli avrebbe donato la morte.

Così scese dalla piattaforma e, aggrappandosi alla corda, cominciò a usarla come passaggio per oltrepassare la piccola piscina e arrivare all’altra estremità.

Aveva il cuore in gola e vedeva il traguardo sempre più vicino, quando improvvisamente un raggio laser di un Plexigos distrusse la corda tesa e fece cadere il povero arciere diritto nell’acqua.

Klose sentì i denti affilati dei piranha attaccarsi a ogni lembo di pelle libero prima di fuoriuscire dall’acqua urlando, e non gli venne in mente niente per liberarsi da quelle zanne. Solo dopo essere uscito dall’acqua e aver rotolato per diversi metri finalmente Klose riuscì a staccare l’ultimo pesce dal braccio.

Adesso sanguinava, portando diverse ferite da dentiera su tutto il corpo, e sentiva che sulla coscia destra era rimasto persino un dente.

Finalmente non aveva niente da invidiare agli altri, anche lui riportava i segni della lotta, e per di più stava anche cercando il Plexigos che gli aveva fatto quel giochetto, per ringraziarlo a suo modo.

Poi lo vide: eccolo, un modello Dingo, che balzava indifferentemente sulle frasche, in cerca di altre prede.

Non per molto. Klose riprese la freccia che lo aveva tanto aiutato e la incoccò. Quella andò a conficcarsi direttamente sulla fronte del mostro che, da sopra la siepe che delimitava il labirinto dov’era, cadde rovinosamente a terra. Klose ne sentì il tonfo sordo, perché non poté osservare il cadavere, in quanto caduto in un altro sentiero.

“Perfetto, e anche questa è andata” commentò Klose, che voltò le spalle alla piscina e a quanto fatto per oltrepassarla e imboccò la via a sinistra, incerto su dove stava andando, incerto se di lì a poco sarebbe rimasto vivo oppure quelli sarebbero stati gli ultimi passi della sua vita.

Si chiedeva cosa lo attendeva, mentre file e file di siepi fungevano da muro a destra e a sinistra, e sotto di lui il sentiero di terra si estendeva prendendo infinite biforcazioni. Sopra di lui sembrava mezzogiorno, o poco più, o poco meno.

Non aveva neanche più il senso della misura. Quanto tempo era passato da quando si era congedato dai suoi compagni? E quanto tempo rimaneva per risolvere il Labirinto? Sarebbero davvero tutti morti a causa dei pericoli oppure solo per la fame?

Poi accadde un fatto molto strano: a ogni passo che compiva gli sembrava che la frasca in fondo al viale che stava percorrendo si stesse allontanando.

Che cosa stava succedendo? Un gioco psicologico per farlo crollare?

Scosse la testa per vedere meglio e adesso la frasca era vicinissima. Batté le palpebre e la stessa frasca era lontana.

Rimase fermo e decise di contare solo sulle sue gambe, che forse sarebbe stato meglio; tuttavia non fece molti passi che una porta in ferro battuto si presentò davanti a lui sulla destra.

Era dunque quello il posto che avrebbero dovuto raggiungere? Klose ne dedusse di sì, visto che probabilmente era l’unica porta fabbricata in quel modo in tutto il Labirinto. Tuttavia, Kaden non era con lui, e forse non c’era modo di segnalargli la sua presenza. Anche se avesse scoccato una freccia, Klose non era sicuro che qualcuno l’avrebbe visto e anche se fosse, come avrebbero potuto raggiungerlo, con trappole ovunque?

L’arciere si sedette quindi davanti alla porta e attese, finendo per addormentarsi.

Kaden e le Fontane di Luce/17

Capitolo 17

Villa Hesenfield era stata costruita dal primo della famiglia, il cui nome si era perduto nel tempo, in seguito a un incendio che colpì l’edificio una lontanissima notte di ottobre, quando il futuro Re Isaac era solo il giovane figlio di un commerciante.

Col passare degli anni, tuttavia, la Villa divenne un vero e proprio monumento, ricco di opere d’arte, di biblioteche, di manufatti pregiatissimi e un enorme giardino curato alla perfezione. Si presentava agli occhi del visitatore come una casa squadrata, dotata di alte finestre,  composta da più piani e, in cima, un’alta torre dove campeggiava un orologio a lancette. Sotto di questo, faceva bella mostra di sé il simbolo degli Hesenfield: un grifone e un leone che sorreggevano uno scudo a sei strisce bianche e nere, infilzato da una spada e sotto il blasone un nastro azzurro recante il motto della Casa. Al di sopra, invece, sette stelle, una per ciascun membro attuale della famiglia.

Sarebbe stato un bel luogo, se non fosse stato per la costante e densa nuvola grigia che copriva il cielo, e la temperatura fresca dell’atmosfera.

“Sinceramente, non è un bel posto dove crescere” osservò Taider.

“Perché, tu dove sei cresciuto?” chiese Caleb. “Qualunque risposta tu mi possa dare, non sorpasserà mai la bellezza imperiale di questo posto, né la storia che ha la nostra Casa”

Taider sospirò pazientemente e, girandosi per guardare il panorama, notò una porta massiccia poco distante dal giardino.

“Cosa c’è oltre quella porta?” chiese.

“Il Labirinto” rispose Caleb, mentre bussava all’entrata di casa. “È la nostra… porta di servizio, che tiene lontano gli ospiti indesiderati. Voi, invece, siete attesi da mio padre, il futuro re dell’Australia, lord Abraham, che vi accoglierà nella Sala del Giuramento”

Una volta bussato, Kaden e i suoi compagni fecero attenzione a salire gli scalini in marmo che conducevano alla porta d’ingresso, in legno scuro.

Vennero accolti da una grande sala, lastricata in marmo lucido colorato a scacchi bianchi e neri, e in fondo Kaden vide un’ampia scalinata che portava ai piani superiori, potendo prendere la direzione destra o sinistra. Tuttavia, guardando poi Caleb, lui non sembrava dar segno di affrontare quella salita, piuttosto chiamò a gran voce un certo Frederick.

Dopo poco, un uomo alto e dai corti capelli grigi vestito in completo nero arrivò, dotato di un asciugamano posato sull’avambraccio destro.

“Signorino Caleb, vogliate seguirmi” disse, e tutti lo seguirono attraverso una porta fra quelle poste sulla sinistra dell’ingresso.

Una volta varcata, si seppe che nascondeva una scalinata ripida in pietra che conduceva verso il basso e pensata per essere scesa da persone in fila indiana, illuminata semplicemente da torce installate sulle pareti. Kaden, dopo qualche passo, non resistette e chiese a Frederick: “Posso chiedere perché avete un asciugamano sul braccio?”

“Farà molto caldo dove stiamo andando, e mi dà  fastidio avere il sudore sulla faccia. Siccome non mi è consentito allacciarmelo alla vita né metterlo sopra la nuca, lo tengo in questo modo”

“Ah” disse Kaden, chiedendosi dove accidenti stessero andando.

Il gruppo, alla fine della scalinata, si ritrovò dentro una sala molto simile all’arena dei Centauri, con degli spalti tutt’attorno e un trono inciso sulla pietra di fronte alla porta. Al centro dell’arena, una piccola colonna recante all’estremità superiore un fuoco, ma non era a causa di quello che si provava un caldo quasi soffocante.

Kaden gettò un’occhiata a Frederick, che aveva già affondato la faccia sull’asciugamano.

Ma colui che stavano aspettando non si fece attendere. Abraham Hesenfield in persona, con tanto di capelli argentei e orecchino di perla appeso sul lobo destro, era arrivato e si sedette sul trono, accompagnato da due dei suoi figli, che Kaden riconobbe: erano Jakob e il Mangiacuore, assieme e vestiti in maniera identica. Erano molto somiglianti al padre, tutti e tre avevano la stessa espressione altezzosa che non mancava nemmeno a Caleb.

Egli si pose alla destra di Abraham non dicendo nulla. “Benvenuti, ospiti” esordì il capo famiglia, aspirante Re, sedendosi sul trono. “Puoi andare, Frederick. Per la miseria, non lo sopporti proprio il caldo del vulcano, eh?”

Frederick si inchinò. “Vi ringrazio, mio signore. Mi dispiace, mio signore” e si dipartì con troppa fretta.

Abraham schioccò le labbra, sospirò e proseguì. “Siamo proprio nei pressi del vulcano che si trova vicino la mia proprietà, ecco perché il lieve tepore che si potrebbe avvertire. Ma stavo dandovi il benvenuto. Visto che siete miei ospiti, permettetemi di ragguagliarvi sul motivo della vostra visita”

Calò un silenzio surreale.

“Sin da quando Shydra Aldebaran mi ha comunicato il profilo del qui presente ragazzo dalla pelle scura, mi sono messo in moto per farlo giungere al mio cospetto… o meglio, al cospetto dell’oggetto che gli servirà per aprire le Fontane”

“Che genere di oggetto? La Aldebaran non me ne ha mai parlato… anzi, ha detto che se sono riuscito ad aprire la Fontana Lind sono capace altrettanto anche le altre due, essendo le Tre Fontane legate”

“Le sue informazioni sono inesatte” concluse Abraham.

“Forse, erano…” borbottò Kaden, ma Abraham riuscì a captarlo ugualmente e sogghignò, deducendo che Shydra fosse morta. Il fatto che non ne avesse  avuto ancora notizia contava poco, sarebbe potuto succedere in qualsiasi punto dell’Australia senza essere vista.

“In ogni caso, la compianta leader dell’Armata Rivoluzionaria sbagliava a credere che tutte e tre le Fontane fossero uguali. O perlomeno, l’informazione che aveva è incompleta. Vedete, noi siamo gli Hesenfield. Questo vuol dire che non siamo solo possessori di un cognome pesantissimo, ma che testimonia la nostra appartenenza alla famiglia più antica di questa terra martoriata. Pertanto, sappiamo meglio di chiunque altro cosa siano le Fontane e che importanza abbiano per il benessere della società che è venuta a crearsi dopo l’Apocalisse. Ciò che voglio dire è che il Re Isaac Hesenfield, nostro santo protettore e capostipite, una volta sconfitto i Draghi e preso possesso della corona dell’Australia unita, ha indagato e, sul suo diario, che ha continuato a redigere anche dopo la campagna contro i Draghi, scrisse che le Fontane sono oggetti diversi… ma uguali”

Abraham si interruppe, vedendo che aveva lasciato perplessi i quattro ospiti.

“Le Fontane possono essere chiuse, per farla breve” riprese, “ma richiede un prezzo elevatissimo, ossia l’anima della persona che intende chiuderle, per deviare il loro corso benefico e trascinarlo sul proprio corpo. Capite, dunque, che atto contro natura hanno compiuto i tre usurpatori? Accecati dall’avidità, hanno legato il proprio destino alle Fontane, sottovalutando la possibilità che qualcuno potesse aprirle, cosa che in effetti è successa”

Kaden sentì gli occhi gelidi del capo famiglia su di sé e represse un brivido.

“I miei antenati più prossimi, ossia mio padre e suo padre prima di lui, hanno versato in una condizione non proprio favorevole. Il nome degli Hesenfield era caduto in disgrazia col passare degli anni, da quando siamo stati spodestati, e la questione delle Fontane è decaduta, cancellata dalle maree dei secoli. Adesso che però io ho intenzione di riconquistare il trono che è nostro, sono venuto a sapere di questo ragazzo e ho ripreso in mano il sacro diario scritto dal pugno infallibile di Re Isaac. Ebbene, secondo le sue ricerche la Fontana Kashna la si può aprire solo in un modo, ovvero inserendo un gioiello nell’apposito scomparto”

“Quindi non basta andare lì e giurare la manopola?” chiese Kaden.

“Ovviamente no” disse Abraham. “Inoltre, le mie spie mi informano che la Fontana Chemchemi, che si trovava a Sydney, non vi è più”

“Eh?” chiese Mary attonita.

“È stata rimossa dal luogo dove sorgeva da un giorno all’altro… non è stata distrutta, poiché non è possibile farlo, e non è nemmeno stata aperta, perché  il re bastardo è ancora vivo. Direi che sia stato un piano per nasconderla, anche se ignoro dove. Ho dato ordine alle mie spie di cercarla, quindi nel frattempo vi suggerisco di prendere questo oggetto. Si tratta di una pietra smeraldina incastonata in una stella a sei punte in ferro, chiamata Smaragdi. Prendete lo Smaragdi e andrete a Kashnaville”

Kaden chiese: “Caleb non viene con noi?”

“No! Perché dovrebbe? Perché, dovrebbe? Caleb deve riprendere il comando dell’esercito. Non so se ne sei a conoscenza, ma gli Hesenfield sono impegnati in guerra su tre fronti: a Ovest nell’assedio di Perth, lì dove il re Fantoccio è stato smascherato, a Kashnaville contro la signoria della regina Margareth e infine siamo impegnati nell’infinita guerra contro i Draghi, nostra nemesi sin dall’alba dei tempi . Dovrete contare sulle vostre forze, anche se sono sicuro che una volta giunti a Kashnaville la troverete sgombra di lotte. L’unica cosa che dovete fare adesso è prendere l’oggetto di cui vi parlavo. Si trova nel Labirinto”

I quattro non erano troppo sorpresi da quella rivelazione. Era possibile che fosse un oggetto semplice da prendere?

“Perché mai l’avete collocata in quel luogo infernale invece di trovarsi nelle tue mani?” chiese il Cavaliere Corrotto.

“Silenzio, sir John Taider, il quale sotto il mio regno saresti già stato impiccato per aver disertato” sibilò Abraham. “La tua domanda è impertinente e sottovaluta l’infallibile intelligenza del mio avo, il Re Isaac Hesenfield sotto il quale l’Australia ha prosperato! Credi davvero che io, futuro Re dell’Australia, possa rischiare la vita dentro il Labirinto? Re Isaac ha scritto nel suo diario che, nella possibilità che qualcuno usi impropriamente le Fontane, deve esserci sempre un altro che le apra! Testuali parole! E nella sua incalcolabile saggezza, ha ritenuto che nascondere lo Smaragdi dentro un labirinto pieno di pericoli non potesse che essere l’unica opzione possibile per verificare l’effettiva validità del candidato alla riapertura della Fontana manomessa! Il vostro protetto ne ha già aperta una, è vero, ma chi assicura che sia destinato ad aprire anche le altre due? Bisogna avere una certezza definitiva e, per noi Hesenfield, la si può trovare solo alla prova del Labirinto!”

“Allora io non entrerò” disse Mary. “Ho soltanto un braccio, e ho intenzione di rischiarlo a patto che se ne è veramente necessario, e questo caso non lo è”

“È piuttosto legittimo” osservò Abraham. “Fra voi, solo il ragazzo è obbligato ad entrare”

Taider e Klose non biasimarono Mary. Era rimasta priva di un braccio, e da quando lo aveva perso, in lei se n’era andata anche un bel po’ di spavalderia. Così, senza dire nulla, risalirono le scale e uscirono, diretti al Labirinto. Successivamente, anche Abraham congedò i suoi figli.

“Figli miei” disse. “Caleb, puoi tornare a comandare l’esercito alla conquista di Kashnaville. Jakob, tu occupati di Josafat”

“Cosa?” chiese Jakob. “Non devo più combattere?”

“Se tu combattessi, chi si occuperebbe di Josafat? Deve tornare a far parte della nostra Casa, sarà un principe fra pochissimo” tagliò corto Abraham, mentre tornava verso il suo studio. “E, per inciso, è l’unica cosa di cui sei capace… occuparti del tuo fratello più piccolo. Fa un graziosissimo odore di pino silvestre, finalmente, e ciò è merito tuo”

Quelle parole ferirono Jakob più del proiettile al ginocchio che aveva ricevuto. Ma come? Allora tutto quello che aveva fatto? Aveva rischiato la vita, più e più volte, solo per la gloria degli Hesenfield… e per la sua, visto che come terzogenito non avrebbe mai ereditato nulla.

Per la prima volta gli venne da piangere, segnalato da un violento magone alla gola che non chiedeva altro di essere liberato.

Essere un Hesenfield era la cosa che lo rendeva più felice in assoluto… adesso sembrava solo un peso enorme da sopportare. E c’era la concreta possibilità (suo padre e Caleb la chiamavano certezza) che potessero salire al Trono, il che voleva dire diventare principi… per sempre, senza essere ricordato nelle canzoni, senza che nel grande albero di famiglia ci fosse posto per lui.

Non era possibile. Jakob, una volta visto suo padre chiudersi in quello studio maledetto, concluse che lui era un ciarlatano e i suoi fratelli dei perfetti deficienti che non riuscivano a vedere la verità nemmeno se gli avesse ballato davanti nuda e prosperosa.

“Noi siamo gli Hesenfield” era la risposta a tutto, anche se si trattava solo di passare il sale da un capo all’altro della tavola, a cena. E, di questo, Jakob era stufo, perciò gli venne un’idea. Tornò sui suoi passi percorrendo il lungo corridoio che portava allo studio di suo padre a ritroso, accarezzando il manico della spada.

Sapeva che quell’idea a lui non sarebbe piaciuta, ma quella voce della coscienza poteva anche tacere per quanto lo riguardava. Non era più un Hesenfield, era un… come si chiamava sua madre, da giovane? In effetti, non aveva mai avuto sentore di parentele da parte di madre e, a dire il vero, non aveva altri parenti al di fuori di quei fratelli, la sorella e dei genitori.

Che razza di famiglia erano, gli Hesenfield? Jakob stava cominciando ad avere il fiatone, in preda a un pensiero sciocco, folle e terribilmente realistico.

Doveva assolutamente saperne di più, così prese un altro corridoio e invece di uscire andò in biblioteca. Questa aveva un’ala del maniero tutta per sé: comprendeva archivi, saggi, biografie e centinaia di capolavori, tutti divisi in ordine alfabetico e temporale. Era molto ampia e illuminata alla perfezione da dei grandi lampadari di cristallo. Jakob, accompagnato solo dal rumore degli stivali sul marmo lucido, consultò l’albero genealogico di Abraham e lesse che erano venuti a mancare due fratelli e i relativi figli.

Non poté credere a quelle parole, ma più gli rimanevano impresse nella memoria, più il mondo gli cadeva addosso.

C’erano stati altri Hesenfield; ovvero lord Abraham non era figlio unico come aveva comunicato ai suoi figli. Assetato di conoscenza, andò a leggere le cronache degli anni in cui morirono i due fratelli, che incredibilmente coincidevano, risalenti a qualche anno prima che Abraham sposasse Katrina.

Nei giornali veniva detto solamente che vi era stato un doppio lutto nella famiglia Hesenfield, senza andare nei dettagli, in quanto era solo una notizia in fondo e di poca importanza: erano tempi in cui il loro cognome apparteneva al passato, che, seppur glorioso, non era più. Tuttavia, in quel frangente Abraham aveva dichiarato, secondo le parole del giornale: “Io e mio padre sentiremo per sempre la mancanza delle nostre anime, ciononostante il nostro nome continuerà a vivere imperituro”.

Per Jakob fu sufficiente: sapendo ciò che aveva fatto durante la sua vita e avendo avuto modo di avere a che fare col suo carattere ribelle e indipendente, era stato suo padre ad uccidere i suoi stessi fratelli, per poter avere l’eredità, che invece gli sarebbe stata preclusa, in quanto Abraham in base all’albero genealogico risultava essere il terzogenito.

Con la morte nel cuore, scorse ancora una volta l’archivio dei giornali e stavolta non dovette fare fatica nel cercare la notizia che aspettava, poiché campeggiava a nove colonne in prima pagina: “Clamoroso incendio nella notte” e nel sotto titolo “Una combustione di entità senza precedenti porta con sé villa McNobly e i suoi inquilini”. Nell’articolo si diceva che tuttavia era rimasto un solo sopravvissuto, poiché Katrina McNobly era assente la notte dell’incendio. Di conseguenza, qualche mese dopo, la bella ereditiera sposò il ricco nobile scapolo Abraham Hesenfield.

Jakob apprese in quel modo la verità sulla sua famiglia e, dopo aver pianto lacrime amare, il fuoco della vendetta cominciò ad ardere in lui.

Era il momento di distruggere il casato.

Kaden e le Fontane di Luce/16

Capitolo 16

“Che cosa?”

L’urlo della regina Margareth rimbombò per tutta la sala.

Doveva controllarsi, lo sapeva, eppure il suo cuore cominciò ad accelerare in maniera inopinata.

“Sì, mia signora. Gli Hesenfield, guidati da un loro capitano, hanno conquistato il Sud e adesso Lord Isaiah ha ottenuto l’alleanza dei Centauri e stanno per attaccare Perth, capitale dell’Ovest, già ampiamente provata dopo la dipartita del nostro… sovrano” disse un ambasciatore.

Margareth si accasciò sul suo trono, col cuore che rimbombava in preda all’ansia. Bisognava fare qualcosa per riprendersi i territori perduti, o gli Hesenfield avrebbero avuto in mano una vasta porzione di terra, troppo vasta per poter rovesciarli una seconda volta. Erano immortali, sì, lei ed Anthony, ma non invincibili, evidentemente.

Purtroppo però non le venne in mente niente. Aveva poche truppe, e quelle che aveva erano impegnate a sedare le rivolte a Nord dei suoi territori e inoltre si erano aggiunti anche i Draghi.

Margareth, in un primo momento, aveva approvato caldamente l’opzione proposta dal figliastro a tal punto da dimenticare ogni rancore, ma quando poi aveva capito che lui stava usando i Draghi come suoi alleati attaccando invece il suo regno, tutto il rancore dimenticato tornò prepotente.

Non trovava proprio via d’uscita e sospirò. Forse aveva fatto il passo più lungo della gamba quando aveva rivendicato il Trono, quasi un secolo prima. A quell’ora sarebbe dovuta morire, invece aveva la stessa età di quando chiuse la sua Fontana.

E in quel momento, dopo oltre cento anni da quegli avvenimenti, il peso della guerra le coprì le spalle meglio dei mantelli di pelliccia che ordinava.

“Non rimane che una sola carta da giocare” considerò alla fine. “Dovremmo assediare Villa Hesenfield e occuparla. Non mi pare ci sia altra soluzione”

“Andare alla tana del lupo? Ma lo sapete che vuol dire?” chiese il consigliere.

“Certo: vuol dire avere tutta la truppa di Abraham addosso. Plexigos, i Mannari, i Vampiri e il Mangiacuore; tuttavia dobbiamo farlo. Anche sorpassare il labirinto che nessuno ha mai risolto”

“È una follia, siamo senza truppe” considerò il consigliere di Margareth, che, dopo aver sentito quella frase, si afflosciò su se stessa, delusa.

“Hai ragione” disse. “Ma che possiamo fare… che posso fare? Il mio popolo sta morendo, e probabilmente è solo colpa mia! Se fossi stata un po’ più avveduta in tutti questi anni, nessuno si sarebbe mai ribellato! Invece adesso il mio potere si sta deteriorando e saremo costretti fra un po’ a esiliare! Altro che Fontana!”

Ma ormai, era in ballo, e avrebbe ballato. Non avrebbe più consultato Anthony, voleva riuscire da sola.

“Bene, non possiamo più tollerare questo andazzo. Faremo una Contro Rivoluzione, sopprimendo tutti i dissidenti e facendo un’ottima propaganda a favore del regno! Innanzitutto, abbasseremo le tasse e innalzeremo gli stipendi! Con le Casse dello Stato che ci ritroviamo, sono sicura che non ne risentiremo!”

In effetti, vi era un bilancio in attivo da decenni, e tuttavia il popolo moriva di fame ugualmente.

Nonostante i malumori, l’editto venne varato ad effetto immediato, e a Margareth non rimase che vederne gli effetti.

 

Nel frattempo, a Villa Hesenfield, protetta dal labirinto che copriva le Fosse Demoniache, vi era tutt’altra aria.

Jakob era finalmente tornato a casa. Fu con immensa nostalgia che vide le alte e austere mura e poi in basso il grande portone. Il cielo era nuvoloso e ogni tanto i raggi del sole lambivano quel luogo triste.

“Visto, Josafat? Visto che bella? È casa nostra” si rivolse al fratello, che sordo non avrebbe mai potuto sentire. Eppure sembrava felice dal suo sguardo, visto che sorrideva.

Ed entrarono, una volta bussato tre volte, come imponeva la tradizione.

“Ciao, Frederick. Ancora qui…” e gli strinse la mano.

“Già. Sono contento che il signorino Jakob sia tornato. E c’è anche il signorino Josafat, che onore, che onore. In tutto il Triregno non si fa che parlare di voi”

“Già. Adesso conducimi da mio padre” disse Jakob.

Salirono una rampa di scale posta in fondo la Sala d’Ingresso e voltarono a destra, laddove a sinistra vi erano le camere da letto. Invece lo studio era ubicato oltre la porta in fondo a quel corridoio intrapreso.

Lo stesso studio che aveva visitato qualche giorno prima per ricevere l’ordine di catturare Josafat, loro fratello minore. Il Mangiacuore, lo chiamavano… ma che ne sapeva la gente? Il dolore che avevano passato?

Frederick bussò alla porta.

“Sì?” chiese una voce dall’esterno.

“Sono arrivati i vostri figli Jakob e Josafat, mio signore”

“Falli entrare, muoviti” si notava una certa emozione nel tono di Abraham.

E così entrati, il padre sorrise sinceramente sia al terzogenito che al ragazzo conosciuto col nomignolo di Mangiacuore, il quale non sembrava essere capace di stare dritto con la schiena e aveva continuato a gattonare per tutto il tempo.

“Bentornati, figli miei. Naturalmente dovrai far lavare tuo fratello, puzza in una maniera indicibile” ordinò a Jakob. “E gli donerai vestiti nuovi dal tuo armadio. A proposito, perché ci hai messo così tanto?”

Jakob rispose contrito: “Non è stato affatto facile. Le voci su di lui si rincorrevano, è vero, tuttavia è più veloce di un fulmine e laddove compiva gli atti efferati di cui si è macchiato, era già molto lontano dal luogo precedente. Ecco perché non riuscivo a trovarlo. Fortunatamente quattro viandanti lo avevano rallentato e sono riuscito ad afferrarlo”

Abraham si sentì risuonare un campanello in testa.

“Quattro viandanti? Non saranno mica gli Incaricati a cui stiamo dando la caccia?”

“Potrebbero essere loro come no” rispose Jakob. “Non ho chiesto”

Abraham si innervosì, causando una certa agitazione in Josafat.

“E secondo te quante persone al mondo fanno i raminghi senza motivo? Devono essere stati per forza loro, e TU hai impedito di velocizzare il processo che ci porterà a conquistare il nostro Trono. Forse non hai capito quanto sono importanti quelle persone per i nostri piani? Spero che Caleb li stia portando qui, visto che dovevano recarsi al Reame dei Centauri. Ma tu meriti una punizione. Hai ostacolato i piani della famiglia, quando invece avresti potuto anticiparli.”

Estrasse da un cassetto un’arma da fuoco.

“Sai cos’è questa?” chiese Abraham, col tono spento di chi si rammarica di quanto sta per succedere.

“Non ne ho idea, padre” rispose Jakob con la voce spezzata.

“La chiamano pistola… è un oggetto rarissimo, credo che ne esistano pochi esemplari al mondo. Si tramanda da generazioni e adesso la userò contro di te”

Bang.

Abraham aveva appena sparato a suo figlio, colpendolo a una gamba, la sinistra.

“Lo sai, un minimo errore e lo paghi” disse Abraham alterandosi, vedendo il figlio trattenere a stento le lacrime per il dolore. “Non avresti dovuto lasciarli andare. Mi hai deluso. Ma non solo me, hai deluso i tuoi fratelli, tua sorella, tua madre e i tuoi avi. In breve, hai deluso questa Casa. Qual è il nostro Motto? Su, avanti, dillo! O il prossimo proiettile te lo ficco in testa!”

“T… totus tuus” mormorò Jakob, mentre Josafat gli leccava la ferita come un cane.

“Sì. Totus tuus. Tutto tuo. Tutto nostro. Ma devi meritarlo. Il nostro cognome è antichissimo e pretende gloria, in cambio lui ti restituisce il centuplo e la vita eterna”

Quei discorsi li aveva sentiti decine e decine di volte, lui e i suoi fratelli erano cresciuti a pane e storia. Però, la storia appare nelle famiglie nobili solo quando queste sono relitti di ciò che erano stati.

“Adesso alzati e rimuovi la pallottola. Poi porterai Josafat a pulirsi e a vestirsi, il tanfo è insopportabile”

Era incredibile come pochi secondi in quella casa facevano rimpiangere la vita che fino ad allora aveva compiuto. Lontano da quella villa, si era liberi di fare ciò che si voleva, forti del proprio cognome; invece, lì dentro, in quelle stanze che sapevano di muffa, erano loro stessi a dover servire il cognome troppo pesante.

Jakob non ricordava nemmeno se suo padre avesse mai detto “Mi dispiace”. Forse una volta, a Caleb, il suo primogenito. Quell’infame, il quale era tutto suo padre, stratega, opportunista e calcolatore come pochi. Dov’era finito lo spirito di fratellanza? C’era mai stato? A Caleb sarebbe dispiaciuto se avesse saputo dello sparo?

No, si rispose convinto, mentre con sommo dolore si faceva rimuovere dall’infermiera di casa la pallottola.

Jakob invece doveva sopportare di essere il terzo, poiché Isaiah, quell’idiota,  aveva avuto la faccia tosta di essere nato gemello di Caleb.

Isaiah era una tale faccia di bronzo, sin da quando era piccolo… e non l’aveva mai persa, comunque. E infine, si ritrovò persino ad odiare Josafat, al quale stava pulendo personalmente la schiena, compito che di solito toccava alla servitù.

E Isabel? Lei non aveva mai mosso un dito per nessuno, figuriamoci. Era troppo impegnata a farsi corteggiare, anche da bambina, e a coccolare il giovanissimo quartogenito, prima che diventasse pazzo.

La Lady Impossibile, la chiamavano a quanto aveva sentito… si metteva a ridere al solo sentire quel nomignolo. Solo un’oca con la puzza sotto il naso, ecco chi era sua sorella.

 

Nel frattempo, a Caleb scappò uno starnuto.

Era un nuovo giorno, in un punto imprecisato delle grandi steppe dell’Australia.

“Bronchite? Polmonite? Allergia?” chiese Klose, una volta ridestatosi dopo una lunga notte di sonno.

“No… credo che qualcuno mi stia pensando lanciandomi anatemi” rispose vago Caleb. In effetti, aveva un sacco di nemici ed era perfettamente plausibile che qualcuno parlasse male di lui.

“Comunque non sono affari vostri ciò che mi capita” aggiunse sbrigativo e burbero. Non aveva chiuso occhio per tutta la notte, avendo compiuto un turno di guardia lunghissimo. Ciononostante, non sentiva sonno.

“Proseguiremo il viaggio fino alle Fosse, dovremmo arrivare domani sera, se ci mettiamo di buona lena” concluse il discorso.

“Chiedo scusa… perché non mettiamo una protesi al povero Taider? Non vedi come soffre? E poi, anche Mary ha bisogno di una protesi” chiese Kaden, notando che Taider, dopo aver accettato controvoglia di farsi installare un ramo invece della gamba, soffriva ad ogni passo stringendo i denti.

“Come vi ho già spiegato” rispose pazientemente Caleb, “non possiamo fermarci perché qualcuno di noi sta male. Vivi o morti, devo portarvi tutti a Villa Hesenfield… e poi c’è qualcosa che mi preme chiedervi”

“E cosa?” chiese Kaden.

“Avete… insomma, avete nel vostro viaggio incontrato un essere che gattona e non parla e gira a torso nudo?”

Tutti i suoi interlocutori repressero un brivido. “Sì, perché?” chiese Klose.

“Si tratta di mio fratello, il Mangiacuore, come viene chiamato… ma si chiama Josafat e vi prego di non giudicarlo da quello che fa. Mio fratello Jakob lo sta cercando e…”

“Sì?” incalzò Kaden.

“Niente, non ti preoccupare” tagliò corto Caleb. “Come mai siete vivi?”

“Be’, sai, abbiamo proprio voglia di respirare!” esclamò sarcastico Taider. “In ogni caso, è stato rapito da uno dei tuoi fratelli proprio mentre stava per attaccarci”

“Ah! Quindi Jakob è tornato a casa! Meno male” Caleb si sollevò. Era talmente preoccupato per le sorti dei suoi fratelli che era per quello che non aveva dormito. Non riusciva ad immaginare la sua reazione se li avesse saputi morti. Era vero che, essendo l’erede, era per forza lui il preferito, ma se gli altri avessero saputo cosa era costretto a passare a causa di quel fardello… forse il giudizio di Jakob sarebbe stato meno severo.

Caleb sapeva che Jakob era invidioso, di lui e di Isaiah, ma gli voleva bene lo stesso e immaginava che, una volta divenuti principi, tutto si sarebbe risolto pacificamente. O quantomeno, lo sperava.

In ogni caso, dopo essere scappati da un Drago che riconobbero come Kraken l’Angusto e aver sconfitto facilmente una banda di cacciatori di taglie, che cercavano Kaden in quanto ricercato, finalmente arrivarono alle Fosse Demoniache, dopo svariati giorni di cammino.

Queste erano il ricordo delle bombe nucleari che avevano colpito l’Australia nel lontano Diecimilaquattro, devastando molte aree della zona centrale, lasciando come eredità un’enorme voragine, la quale venne sfruttata dal primo Hesenfield, di cui si era persa la memoria, per costruire la propria casa, che allora era solo una capanna. Col passare degli anni divenne una Villa, visibile ma minuscola all’orizzonte, circondata da spesse nubi, dovute al clima sempre pesante.

“Siamo già qui…” borbottò Kaden. “Alla Tana del Lupo”

“Non siamo certo Lupi, noi” ribatté Caleb, scandalizzato. “Siamo Grifoni, qualcosa di più leggendario” e sorrise estatico al solo pensiero.

Kaden e le Fontane/15

Capitolo 15

Una volta giunti al limitare della Foresta, nessuno del gruppo conosceva il modo di oltrepassare le mura senza il permesso delle sentinelle, morte durante l’invasione dei Draghi.

Davanti a loro, si presentava un muro di legno insormontabile a meno che non si utilizzasse la Tecnica del Volo, e Caleb, l’unico del gruppo a saperla usare, era troppo stanco per trasportare uno alla volta gli altri. Occorreva dunque distruggere le mura, difficili da scalfire pur essendo di legno.

“Caleb, tu hai qualche idea?” chiese Kaden, ma neanche il ragazzo aveva un’illuminazione, a parte la tecnica del Volo, e nel frattempo Klose e Mary si consultarono per trovare un’idea che potesse risolvere il problema sopraggiunto; mentre Taider si riposava sotto un faggio.

“Attaccarlo con Tenebra e Giustizia?” propose Kaden, ormai del tutto dimentico dell’atteggiamento che aveva avuto prima di entrare nella Foresta e trasformato definitivamente come membro effettivo del quartetto rivoluzionario.

“Sai che non è malaccio come idea?” rispose Mary. “Proviamo! Lo presenterò a me stessa come un’occasione di migliorarmi con la mano sinistra.”

Così estrassero entrambe le spade gemelle e attaccarono con tutta la forza, ottenendo come risultato ben poco. Tenebra aveva solo scalfito il legno che adesso presentava un grande taglio diagonale, mentre Giustizia non aveva risolto proprio nulla, eppure era una spada affilata.

“Maledizione, ho finito le forze dopo aver combattuto nell’Arena e adesso non riesco a calibrare bene l’arma!” commentò frustrato Kaden.

“Ma stai zitto” lo rimbeccò Mary. “Tu sei fortissimo, potresti anche diventare più bravo di me. Ma ancora non lo sai e quindi commetti sciocchezze, come quella di tranciarmi il braccio oppure di non fidarti di Olocausto”

“Si chiama Giustizia” precisò Kaden, irritato.

“Non mi piace come nome” tagliò corto Mary. “Il punto è che devi fidarti completamente della tua spada. Ti fidi del tuo braccio destro con cui la usi?”

“Certamente, è il mio”

“Ecco. È la stessa cosa con la spada, che è solo un prolungamento affilato di un braccio. Quindi, pensa a questo aspetto e comincia a tagliuzzare. Mi sa che Olocausto è molto più forte della mia Tenebra”

“Eppure l’hai sconfitta” osservò il ragazzo.

“Sì, be’, non che sia stato difficilissimo”

Kaden comunque trasse qualche respiro profondo.

Era vero, sembrava un muro invalicabile, al quale persino una spada come Tenebra aveva inflitto solo un taglio diagonale. Poi gli venne un’idea: e se avesse cercato di approfondire quel taglio? Ci sarebbe stata qualche miglioria nella loro condizione?

Forse, e valeva la pena tentare. Ma tutto dipendeva da Giustizia, la quale doveva piegarsi ai voleri del suo nuovo proprietario, che non l’aveva vinta dopo un duello né l’aveva rubata, ma era stata un dono.

La sollevò verso l’alto, come a volerne prendere tutta l’energia.

“Che stai facendo, il parafulmini?” chiese Klose.

“Spiritoso” lo rimbeccò Kaden. “Adesso vedrete che cosa sono capace di fare. Giustizia! Fa’ vedere la tua forza!”

Prese una breve rincorsa e mosse la spada dall’alto verso il basso, impugnandola addirittura con due mani, ma probabilmente perché era abbastanza pesante, per il fisico di Kaden, da tenerla con una mano sola.

Il ragazzo che aveva aperto la Fontana Lind tenne gli occhi chiusi. Dopo qualche secondo, lì riaprì e vide che il taglio originariamente fatto da Tenebra si era leggermente allargato.

“È la strada giusta!” esclamò, ma non sapeva ancora se avrebbe proseguito o se si sarebbe fermato proprio sul traguardo.

Ma non ottenne mai questa risposta, in quanto Caleb si avvicinò al muro e osservò attentamente il lavoro compiuto fino a quel momento.

“Come previsto, non avete risolto nulla. Tocca sempre agli Hesenfield risolvere” commentò ghignando e accarezzando il manico della sua Mezzanotte riposta sul fodero.

“Ah, no? E come ti spieghi quel graffio considerevole?” abbaiò Kaden.

“Lo spiego come un graffio normale” Caleb fece spallucce. “Se davvero volete uscire, dovete fidarmi di me e di me soltanto”

Estrasse Mezzanotte e, puntando la lama contro la muraglia, le corse incontro e la riempì di fendenti potenti e precisi, quasi come se stesse disegnando una porta invisibile, poi stette a vedere il suo operato.

I risultati non tardarono ad arrivare. La parte del muro tagliata cadde rivelando il mondo al di fuori, dove continuavano a compiersi gesta brutali ed azioni eroiche.

“Ecco fatto, adesso possiamo procedere col piano. Invece di andare a Kashnaville vi condurrò al cospetto di mio padre Abraham, figlio di Abel della Casa Hesenfield, ma soprattutto futuro Re unico dell’Australia unita. Forza, dunque”

Ma i quattro non si mossero.

“Temo che dovremmo ucciderti, Caleb figlio di Abraham” disse Taider. “Abbiamo una missione troppo importante e noi non abbiamo tempo per visitare nessun monumento storico che non siano le Fontane, pertanto grazie per l’aiuto ma non ti seguiremo… Shydra non avrebbe voluto”

Caleb stavolta rise di gusto. “Non mi seguirete? Amico, ma sai con chi stai parlando? Quale spada tengo in mano? L’hai vista anche tu, è estremamente superiore a Tenebra e a Olocausto che adesso si chiama Giustizia. Inoltre, avete bisogno del nostro aiuto… credete che a Kashnaville vi aspettino col tappeto rosso? Verrete con me, e non costringetemi a usare la forza!”

“Dimentichi che io pratico le arti magiche e Klose è un ottimo arciere” osservò Taider.

“E sia, a noi due!” esclamò l’arciere, pronto a combattere.

“Arco contro spada… due filosofie di guerra diverse, una sola soluzione: la vittoria… per me, ovviamente. Con questo metteremo la parola fine all’annosa questione in merito a quale arma sia meglio”

I tre si squadrarono in cagnesco, pronti per uccidersi a vicenda. Dietro di loro, una leggera brezza stava penetrando nella breccia creata da Caleb.

 

Nel frattempo, il gruppo dei Centauri guidato da Isaiah, unito ai quindicimila uomini che avevano avuto precedentemente, si era allargato a poco meno di ventimila uomini, questo all’inizio del suo percorso.

Ma una volta giunta la fine della battaglia della città del Signore del Deserto (ne era stato eletto uno nuovo), le truppe aumentarono ancora, conquistando città dopo città e promettendo guerra diretta a Perth e a ciò che ne era rimasto. Nel frattempo, avevano ucciso un secondo Drago, rimanendo dunque così quattordici esemplari ancora da abbattere, tutti ugualmente molto pericolosi.

L’entusiasmo di quella spedizione convinse dunque Isaiah ad assediare Perth, soprattutto dopo che l’inganno era stato svelato: il Re fantoccio, il cavaliere George Carlson, era stato scoperto e assassinato dalle guardie fedeli a Re Walter, scatenando una violenta guerra civile e lasciando il trono dell’Ovest vacante.

“È un’ottima occasione per noi” commentò Isaiah, una volta finito di leggere il dispaccio che conteneva quell’informazione. “Conquisterò Perth e la donerò a mio padre”

“Sei un po’ inquietante, Isaiah figlio di Abraham” commentò Cassius, notando negli occhi verdi del suo alleato un certo bagliore folle. “Ma non posso negare il tuo valore in battaglia”

“Già, lo credo bene!” rispose l’altro. “E sono sicuro che anche Caleb sta facendo la sua parte… anche se è un po’ addormentato, a volte”

Egli ripensò molto al periodo in cui erano ancora tre generali: lui, Caleb e Jakob. Invece, i rumori della guerra li avevano separati.

Ma non appena sarebbero stati tutti e tre principi avrebbero spadroneggiato sull’Australia importunando tutte le ragazze possibili. Almeno, da parte sua sarebbe stato così.

“Bene, Centauri” esordì, prendendo la parola per un discorso post bellico. “Abbiamo vinto una battaglia, ma non la guerra. I miei Uomini lo sanno, combattono con me da un bel po’ di tempo, ormai. Se abbiamo conquistato il Sud è solo merito loro! Adesso fatemi vedere di cosa siete capaci dominando il più ampio Ovest! E, come hobby, voglio la testa di tutti i Draghi sulle vostre picche!”

Urla generali si udirono e ricominciarono a partire, il villaggio del Deserto ormai raso al suolo e saccheggiato di ogni primizia.

 

Nel frattempo, appena davanti alle mura del Reame dei Centauri, Caleb, Taider e Klose stavano ancora studiandosi.

Il figlio di Abraham avanzò, intenzionato a troncare il capo del suo avversario, ma Klose si abbassò repentinamente e attaccò mettendo una gamba in mezzo a quelle del nemico in modo da fargli perdere l’equilibrio. Come previsto, Caleb cadde, ma finì rovinosamente su Klose, il quale non riusciva a togliersi di dosso il nemico, piuttosto robusto nonostante la giovane età. L’unica soluzione era che Caleb stesso si alzasse, ma ciò non avvenne: l’uomo cercò invece di attentare alla gola di Klose, ma il ragazzo riuscì a bloccargli le mani in tempo. Lo scontro tra i due si tradusse in una serie di capriole, dove ciascuno dei due si ritrovava ora sopra, ora sotto.

“Forza, Taider! Spara un tuo incantesimo e decidi le sorti dell’incontro!” esortò Kaden, ma il Cavaliere Corrotto scosse la testa.

“Non ti hanno mai detto che uno scontro a due non può essere interrotto da terzi?” rispose, gli occhi puntati sullo scontro. Era vero, si disse Kaden, la tensione lo stava uccidendo dentro, ma poteva farci ben poco: l’etica andava rispettata.

Caleb si rialzò dal corpo di Klose e si portò a distanza di sicurezza, la guardia alzata: non potendo strangolarlo, doveva rimettere in atto una nuova strategia.

Klose invece, che si era un po’ coperto di lividi dopo la breve colluttazione, incoccò una freccia e prese la mira, dritto in mezzo agli occhi del suo rivale.

“Non riuscirai mai a colpirmi con quella freccia, sei troppo lento” lo provocò Caleb, sicuro di sé come pochi al mondo.

“Chissà, dovrei provare, non credi?” ribatté Klose, anche lui abbastanza sicuro della velocità della sua freccia. Inoltre, aveva colpito bersagli persino più lontani, il che gli ricordava i giorni del tiro al piattello con la freccia.

Era molto fiero della sua mira e vinceva spesso, e ripensava a quei momenti come i giorni più felici della sua vita. Alla fine, la guerra civile lo aveva allontanato da quelle vicende. Adesso che era il più bravo tiratore dei Rivoluzionari, gruppo nel quale era entrato proprio per vendicare i suoi compagni di tiro, morti tutti a causa della guerra, non poteva essere battuto da Caleb, il quale non aveva mai toccato in vita sua nemmeno una fionda.

Caleb, dal canto suo, non temeva il suo avversario: sapeva cosa voleva dire perdere un amico, aveva visto cadere molti suoi compagni in battaglia e adesso doveva vendicarli, ponendo la sua famiglia là dov’era stata un tempo, seduta sul Trono a governare con scettro di ferro.

Improvvisamente, il figlio di Abraham sparì nel nulla, utilizzando la Tecnica Arcana del vento, per confondere l’avversario, che, poco pratico, non sapeva affidarsi al senso dell’udito per sentire i flebili passi sull’erba, e quindi non poté mai aspettarsi una forte ginocchiata alla schiena che lo fece ruzzolare per diversi metri sull’erba.

Klose si rialzò e, constatato che fortunatamente la freccia era ancora incoccata, la scoccò ma sbagliò mira, andando a colpire un albero nelle vicinanze.

Caleb lo schernì. “Avresti dovuto colpire me, al collo! Al collo, capito? Non certo quell’albero laggiù, il quale sarà ferito per sempre!”

Klose sbuffò. Stava cominciando a stancarsi, ma sapeva di non potere perdere. Poi sgranò gli occhi: Caleb aveva appena preso in ostaggio Mary.

“Vigliacco!” esclamò.

“Mi chiami vigliacco, eppure io sapevo che in guerra tutto è concesso” ribatté Caleb. “Stai fermo o le taglio la gola con Mezzanotte, e lo faccio”

Ma nemmeno Mary era disposta a morire in quel modo e, ignorando il fatto che le mancava il braccio destro, diede una potente gomitata col sinistro e Caleb cadde a terra, tuttavia senza sentire dolore poiché aveva ancora la cotta di maglia a proteggerlo, da quando l’armatura si era infranta a causa dello scontro col Drago.

“Un altro scontro…” borbottò. “Non ho mai combattuto contro una donna, sempre se di donna stiamo parlando”

Kaden constatò che le parole del cavaliere erano cattive. Non era poi così brutta!

“Ti farò rimangiare ciò che hai detto, vedrai” disse Mary, pronta a vendere cara la pelle.

Ma Caleb ebbe la sensazione che la mezzanotte giungeva a grandi passi. Non credeva che lo scontro con Klose potesse essersi protratto per così tanto tempo.

Così decise di combattere seriamente. Aveva Mezzanotte in mano, e tutti gli altri erano fuori forma, motivo in più per concludere lo scontro.

Accadde tutto in pochi attimi: compì quattro passi molto lenti e sferrò un fendente micidiale che colpì sia Mary che Klose. Lo scontro era con loro, Taider e Kaden non si erano mossi.

“Raccogliete questi due e andiamo. Ti donerò una protesi, in modo che tu possa soccorrere i feriti”

Così, il Cavaliere Corrotto dovette accettare la sconfitta e seguire Caleb, diretto a Villa Hesenfield. Non era un posto sicuro, soprattutto con Kaden ancora da proteggere e sicuramente sarebbe stato l’ultimo posto al mondo dove Shydra li avrebbe mandati, ma la piega che aveva preso la storia lo stava richiedendo.

Kaden e le Fontane di Luce/14

Capitolo 14

Shydra aveva sconfitto Flavia la Magnifica non senza sforzi, usando solo l’arte della Magia e i semplici pugni. Adesso, Flavia giaceva morta davanti a lei.

“Se non fosse stata afflitta dagli ultimi avvenimenti, avrei perso” constatò Shydra, stanca da quello scontro. Era indolenzita e non credeva di poter andare molto lontano, qualora ci fosse un modo per fuggire da quell’inferno. A poca distanza da loro, due Draghi si stavano alleando sotto gli occhi di un disperato Caleb.

“Che ne dici? Uccidiamo questo verme?” chiese Achtalesh rivolto a Kolmetoistant, leccandosi i denti.

L’altra rispose: “No, teniamolo per ultimo. Guarda lì: c’è dell’ottima carne fresca che non chiede altro di essere cotta alla fiamma”

“Oh, no… ragazzi?” Klose richiamò all’attenzione gli altri compagni. “Si sono accorti di noi! Vogliono ucciderci!”

“Maledizione!” rispose Mary. “Se fossi stata nel pieno delle forze li avrei affrontati sicuramente!”

“Non credo cambierebbe molto. Sei un’umana, non puoi sconfiggerci” tagliò corto Achtalesh.

“Dicevate così anche al mio avo, eppure…” Caleb aveva raggiunto i suoi obiettivi. Non aveva certo dimenticato che il suo compito era quello di rapire gli incaricati all’apertura delle Fontane e condurli al cospetto di suo padre. “Eppure siete stati entrambi sconfitti da lui, e non dimenticate che sono ancora io il vostro avversario!”

Puntò Mezzanotte verso di loro, ma loro lo ignorarono. “Sta’ zitto, tu” disse Kolmetoistant. “Abbiamo detto che ti avremmo lasciato per ultimo, adesso abbiamo fame. Io direi di cominciare dal più giovane…”

“E comunque” volle aggiungere Achtalesh “Sei a portata di tiro, mi basta anche solo una leggera fiammata e di te non rimarrà neanche il ricordo. Lo sai questo, vero?”

Ma Caleb non rispose nulla. “Senti, perché non dai un taglio a questa faccenda? D’altro canto, il mio avo è morto da secoli, ormai, e io non ho nessuna colpa se non quella di essere nato da mio padre. Si dice che le maledizioni valgano fino alla settima generazione, ed essendo passati milleottocento anni, ormai, della settima generazione non sono rimaste nemmeno le ossa”

“Come osi parlarmi in questo modo?” Achtalesh si adirò alquanto. Dalle sue narici fuoriuscì del copioso fumo, un fumo nero che indusse alla tosse tutti gli umani.

“Sono quasi due millenni che attendo il momento per vendicarmi” proseguì Achtalesh. “Non puoi nemmeno immaginare il dolore e la sofferenza che abbiamo patito noi Draghi, sentimenti che ci porteranno alla vendetta completa e allo sterminio della vostra famiglia! Kolmetoistant, procedi!”

Il Drago femmina non se lo fece ripetere sue volte. Spiccò il volo e si diresse verso Kaden. Nessuno dei suoi compagni poté fare nulla, paralizzati com’erano dalla paura.

Nessuno… tranne Shydra, la quale percepì il pericolo prima degli altri.

Lei era stata una madre. Aveva due giovani maschi, uno dell’età di Kaden e l’altro dell’età di Caleb. Entrambi erano morti sotto i colpi della guerra, e preferiva ricordarli quando si rincorrevano per casa, piuttosto che… ma non poteva pensarci.

Non voleva pensarci. E in quel momento, Shydra Aldebaran decise.

“Peter, Jack… e anche tu, Paul. Sto tornando” pensò fra sé, prima di fare l’unica cosa che poteva essere fatta.

Balzò verso il ragazzo e lo spinse con tutta la forza che aveva ancora in corpo, spingendolo via dalla traiettoria dritta della fiammata, che invece colpì proprio lei, lei che era stata potente fra le donne e aveva preso in mano, non desiderandolo, le redini della Rivoluzione.

Con quel suo gesto, ogni singolo muscolo del suo corpo era cosciente che avrebbe posto fine alla sua vita, ma avrebbe garantito la pace ai posteri, la luce alle Fontane e probabilmente la fine di quegli anni neri.

La fiammata del Drago investì Shydra Aldebaran in pieno, recando dolore fisico al suo corpo e una stilettata al cuore di molti, lì presenti.

Ciò che successe avvenne in un lungo e doloroso attimo e, fra le risate dei Draghi, si poterono sentire le urla disperate di Klose, Mary e Taider, che videro il sacrificio della donna e svuotò loro di ogni speranza.

Il Cavaliere Corrotto bloccò appena in tempo la spadaccina e l’arciere che erano andati a spegnere il fuoco inestinguibile del Drago, poiché lui aveva capito e non occorrevano addii pieni di parole. Allo stesso tempo, la conosceva abbastanza bene da sapere che non desiderava essere salvata.

I tre che Shydra Aldebaran aveva scelto per accompagnare Kaden poterono solamente constatare il lento bruciare del suo corpo, che divenne sempre più nero, come se si stesse riproducendo dal vivo ciò che stava succedendo anche nei loro cuori. Lei li aveva salvati da una vita scialba e senza regole, arruolandoli nell’Armata, aveva dato loro una seconda possibilità, e nel suo gesto si stava offrendo gratuitamente, esattamente come quando aveva deciso di prendersi cura della Rivoluzione, che altro non era che un gruppo di sbandati e tuttavia vogliosi di vivere. Shydra girava nell’Arena come una trottola, mentre lembi di vestiti, ormai inceneriti, cadevano a terra.

Kaden, dal canto suo, non capì molto di quegli istanti. Era rimasto ammutolito nel vedere la vecchia Preside, che nel suo passato le aveva dato tanti grattacapi e altrettanti insulti. Non riuscì a muoversi, scosso dalla paura, mentre lei gli stava salvando la vita offrendo la sua, gridando a causa del dolore delle ustioni. Il ragazzo seppe che non avrebbe mai dimenticato quella danza mortifera, l’ultimo canto di una donna che era andata al di là di ogni umana concezione.

Il lamento di Shydra, che accompagnò lenti ma inesorabili istanti, divenne poco più di un rantolo; poi, improvvisamente, cessò. Era libera adesso, libera di tornare dai suoi figli, i quali le erano stati strappati troppo presto. E, allo stesso tempo, anche i suoi soldati erano liberi di vivere una seconda vita, e anche una terza, tutto per dare un futuro a quelle terre martoriate. Kaden, tuttavia, una volta rimessosi in piedi, poté solo constatare il cadavere nero che adesso giaceva a pochi metri dai suoi occhi.

A parte le grida disperate di Mary che ancora riecheggiavano, non c’era nemmeno il momento di piangerla, perché i Draghi stavano accordandosi sul prossimo obiettivo.

“Achtalesh, adesso tocca a te” lo invitò Kolmetoistant.

“Chi ce la fa, scappi” disse Mary con un rantolo, sedendosi sul terreno pieno di crepe.

Era finita, si disse, Shydra si era sacrificata per Kaden, ma di lì a poco l’avrebbero tutti raggiunta.

“Voi non andrete da nessuna parte” annunciò Caleb, Mezzanotte sguainata e brillante alla luce del sole.

“Voglio proprio vedere come farai a fermarci” rispose Klose. “Anche tu sei acciaccato e fuori forma, mentre io sono quello relativamente più fresco. Diciamo che sarà uno scontro impari, inoltre i due Draghi sono più interessati a te che a noi”

“Intelligente, l’arciere” constatò Kolmetoistant. “Ma dimentichi che abbiamo stabilito che Hesenfield sarà l’ultima delle nostre vittime di oggi. Come premio alla tua arguzia, sarai tu il prossimo ad ardere. Contento? Achtalesh, procedi”

Il Drago si avvicinò a grandi passi nella zona di Klose, ma quest’ultimo non voleva morire. Aveva tanto da fare, da dire… da salvare.

Aveva le sue frecce e si sentiva piuttosto bene, per uno che aveva affrontato così tanti patemi. Così, incoccò velocemente una freccia e sfidò la sorte.

La freccia sibilò sospinto anche dal vento favorevole e penetrò non vista nell’occhio destro del Drago, che preso com’era al suo obiettivo non vide il pericolo e dunque fu costretto a patirne le conseguenze.

Copioso sangue viola cadde dal punto ferito e urla agghiaccianti si sentirono per tutta la zona.

“Maledetto! Maledetto!” esclamò furibondo Achtalesh, il quale cercò di fermare l’emorragia con la sua sola zampa.

“Sei distratto, Achtalesh… meno male che ti chiamavano Furbo” osservò Kolmnetoistant.

“Stai zitta!” esclamò l’altro. “Zitta, o colpirò anche te!”

La minaccia non andò a vuoto, perché con l’altro occhio Achtalesh cercò di colpire il secondo Drago con un raggio laser partito dall’altro occhio, che tuttavia Kolmetoistant parò con una mano.

“Maledetto, e la nostra alleanza?”

“Non c’è nessuna alleanza! Combattiamo!”

I due tornarono a scambiarsi colpi velocissimi, sia con le mani che con la coda, e grandi fiammate partirono da entrambe le bocche, generando violente esplosioni.

“Dobbiamo scappare” disse Caleb, ormai avendo raggiunto gli altri. “Andremo a Villa Hesenfield. Là saremo al sicuro”

“Non è la vostra casa? I Draghi dovrebbero averla già rasa al suolo, no?” osservò Taider, con la voce spezzata a causa del gran pianto che aveva fatto. Erano le prime parole che pronunciava da quando aveva visto Shydra morire.

“Certo che no, noi siamo gli Hesenfield” tagliò corto Caleb. “La nostra casa non può essere corrotta dal fuoco. Credi che hai a che fare con degli stupidi? Sappiamo chi è il nostro nemico, e la Villa fu costruita da Isaac stesso. Pertanto, andiamo!”

Non ebbero nemmeno il tempo di fare un passo che, infine, lo scontro fra Draghi ebbe termine. L’uno aveva perforato il torace dell’altro con i rispettivi pugni, copiando fra loro la stessa tecnica.

Kolmetoistant e Achtalesh… due idee diverse, una sola fine possibile. La loro potenza era assolutamente pari e dunque entrambi conclusero la loro vita lì, nel Reame dei Centauri, proprio coloro i quali si diceva potessero affrontarli senza troppo timore di morire.

“Incredibile” commentò Mary, accertandosi lei stessa dell’effettiva fine del Drago più vicino a loro. “E dire che Achtalesh stava festeggiando la vittoria… invece è morto al pari della sua avversaria”

“Ma siamo sicuri? Voglio dire, non è che poi si risvegliano?” chiese Kaden.

“No, non credo… anche se, parlando di Draghi, non è del tutto da escludere” disse Taider, aggrappato alla spalla di Klose. Poi gli si rivolse. “Non voglio essere di fastidio per nessuno, ma credo… credo che mi faccia male la gamba”

Caleb controllò ed effettivamente la gamba destra dell’uomo era vistosamente fratturata.

“Il dolore ti fa impazzire, vero? Ciononostante, non possiamo fermarci. Ricordatevi che siete attesi a Villa Hesenfield, al centro delle Fosse Demoniache e nessuno, dico nessuno, ha mai fatto attendere un Hesenfield, nemmeno nel loro periodo più buio. Ricordatevi che abbiamo cominciato l’Invasione dell’Ovest dopo aver occupato i territori della Regina Margareth. Ci sono ottime probabilità che persino l’assedio che io e i miei fratelli stavamo comandando sia terminato. Ho lasciato tutto nelle mani del mio Capitano, ed egli sa bene che destino lo attenderebbe se fallisse”

“Non avete ancora vinto” disse Klose. “Shydra non ha dato la sua vita per… per far tornare gli Hesenfield sul trono”

“Tuttavia è ciò che accadrà” concluse lui. “E una volta morto mio padre, il Regno spetterà a me, e dopo di me mio figlio, e così via. Inoltre, Isaac è a caccia dei Draghi con Cassius il Magnifico, e nel frattempo l’Ovest tremerà di fronte alla potenza del suo esercito”

Seguì un attimo di pausa.

“E va bene” disse infine Taider. “Verremo con te a Villa Hesenfield, a patto che, dopo, ci lascerete aprire le Fontane”

“Su questo non c’è alcun dubbio” disse Caleb. “Mio padre vuole solo conoscere… il prescelto”

Esitò un attimo. Aveva dei forti dubbi che Kaden, quel ragazzo che sembrava così fuori luogo, avesse potuto aprire la Fontana Lind dando nuova speranza alle ambizioni della sua famiglia.

“Mi sa che Klose dovrà per forza tenermi ancora per un po’” aggiunse Taider sorridendo all’arciere.

“Ma figurati. Quante volte hai aiutato me e Mary? È il minimo che potessi fare. E poi potremmo sempre darci il cambio”

“Scordatelo! Io non porto nessuno!” esclamò Mary, volendo fare l’acida; infatti i tre ne risero, ma Kaden non capiva cosa vi fosse da ridere.

Prima di partire, seppellirono Shydra proprio in mezzo all’Arena, e le dedicarono qualche minuto di silenzio. Kaden, dal canto suo, non sapeva a cosa pensare: era per merito suo che adesso stava vivendo quell’esperienza, lontano da casa.

Già, la casa. Adesso che Shydra era scomparsa, chi avrebbe protetto i suoi genitori? E come stavano procedendo i disordini a Perth? Nessuno gliel’avrebbe più potuto dire. Poi guardò Caleb, che aveva ripreso il mantello e lo annodò sulle sue spalle. In quel momento, seppe di non essere l’unico così affezionato ai propri consanguinei.

“Grazie, signora Preside” si ritrovò a dire il ragazzo, e tutti si volsero a guardarlo. “Farò in modo che questo suo sacrificio non sia stato vano. Aprirò le altre due Fontane e… vivrò, vivrò perché è il mondo che me lo chiede”

“Questo è parlare” commentò Mary, fiera del ragazzo. “Anzi, guarda” sparì senza dire nulla a nessuno, poi tornò dopo qualche ora.

“Questa è Olocausto” disse infine, mostrando la spada che era riuscita a trovare chissà dove. “È la spada che ho rubato a quel lord l’altro giorno… ora è tua, l’hai meritata. Io mi terrò Tenebra e diventerò mancina”

Kaden non seppe cosa dire, mentre Klose e Taider si scambiarono un’occhiata stupefatta. “La chiamerò Giustizia” disse Kaden. “Giustizia, perché… perché la Preside vuole giustizia, e ci sono ancora troppe cose ingiuste qui fra i vivi”

“Fai sempre schifo con i nomi, eh?” ridacchiò Mary, e infine, guidati da Caleb, si avviarono verso le mura del Reame, rimasto vuoto e grigio, dopo che le fiamme vennero domate.

Nel frattempo, un ultimo raggio di sole abbandonò quelle terre, lasciando spazio alla sera.

 

Kaden e le Fontane di Luce/13

Capitolo 13

Caleb conosceva a memoria tutti i nomi dei Draghi e non poté non provare un brivido quando sentì quel nome.

Kolmetoistant… la Femmina Ammaliante. Era famosa nei tempi antichi per illudere gli uomini con la sua voce melodiosa, eppure quella che aveva usato non lo era stata affatto. Forse, milleottocento anni di inattività avevano indebolito anche delle razze supreme come i Draghi.

O forse, più semplicemente, era la sua vera voce, e quella descritta nelle Memorie del suo antenato era quella che usava per attirare gli Uomini in una trappola.

A differenza della razza maschile, quella femminile si caratterizzava per il colorito rosa della pelle.

Ogni parte del corpo aveva una sua sfumatura: rosa pallido per il busto, rosa acceso per le ali, rosa scuro per le quattro paia di corna e le unghie parevano smaltate di rosso.

Anche le pupille erano rosa.

Intanto, notò che i quattro soggetti che avrebbe dovuto rapire erano tornati nell’arena sconquassata dalla prima lotta contro Actalesh. Adesso che erano due, Caleb poteva solo accettare la sua morte.

“Mio caro Achtalesh…” salutò Kolmetoistant, accovacciandosi. Non sembrava avere intenzione di combattere, inoltre lo spostamento d’aria delle sue ali aveva spento molti incendi. “Ancora fedele a Kraken, eh?”

“Kraken?” si chiese Taider.

Achtalesh annuì. “Sì, non nominarlo con la tua viscida bocca, umano. Lui è il nostro signore, e se ha deciso per una tregua temporanea con un Re noi dobbiamo obbedirgli”

Ma Kolmetoistant scosse la testa come a voler scacciare quella frase che trovava orrenda. “Un vero Drago non si piega alle logiche umane. Potrebbe tradirci, potrebbe scaraventarci ancora in quella dimensione! Non puoi prevederlo, quindi è meglio che giochiamo d’anticipo e lo tradiamo prima noi, non credi?”

“No, non credo! Un vero Drago ripaga sempre i propri debiti!”

“Un vero Drago non si piega a nessuno!”

Si misero uno contro l’altro. Caleb non poteva crederci: stavano per combattere fra di loro! Una fortuna inaspettata!

Nel frattempo, anche Kaden e gli altri avevano il fiato sospeso.

“Che cosa succederà?” chiese il ragazzo a Taider.

“Beh, se è vero ciò che ho sentito, a quanto pare fra i Draghi si è creata una spaccatura. Come pensavo, è stato Re Anthony a risvegliarli, era l’unico che poteva farlo, visto che aveva sempre accesso alle biblioteche segrete. Tuttavia, se alcuni Draghi hanno deciso di collaborare con lui eliminando solo i suoi nemici e lasciando vivere gli altri, un’altra fazione ha deciso di fare per conto proprio così com’è sempre stato, ponendosi nemici di tutti e tutto. Bisogna vedere quanti e chi sono coloro i quali hanno lasciato Kraken l’Angusto e chi sarebbe il loro porta bandiera”

“Ma che importanza ha per noi?” chiese Mary.

“Molto poca, in effetti. Non conosco i nomi dei Draghi, inoltre visto che siamo nemici del re ci siamo inimicati tutti e diciotto. In effetti, sono elucubrazioni che potrei anche non fare! Tuttavia, è interessante sapere quali sono le manovre dei Draghi”

“Io direi di fuggire, piuttosto!” esclamò Mary, attonita nel sentire le stranezze del Cavaliere Corrotto.

I quattro e Shydra cominciarono a fuggire, ma vennero fermati da Flavia, l’unica Amazzone rimasta.

Si leggeva fin troppo bene il tormento e la disperazione nei suoi occhi. Aveva visto tutte le sue compagne morire, il Reame distrutto dalle fiammate del Drago e per di più coloro i quali aveva condannato a morte erano ancora in vita. Poco più lontano, i due Draghi si stavano affrontando in un duello fisico, sotto gli occhi di un impaurito Caleb Hesenfield.

“Noi abbiamo una legge… e secondo questa legge dovete morire” disse Flavia.

“Affronta me” si propose Shydra. “Affronta me e lascia andare loro, mi sacrifico io”

“Shydra, credi che te lo potremmo permettere?” s’intromise Mary.

“No, ma vedi: siete troppo importanti per la missione. Io, invece, ho fallito qui” disse Shydra, riferendosi alla trattativa con Cassius, che aveva preferito gli Hesenfield alla rivoluzione.

“Siamo cinque contro uno, direi” interloquì Klose.

“Ah, sì? E allora perché…” ma s’interruppe, perché un violento scossone dovuto allo scontro fra i Draghi fece tremare la terra, generando altri crepacci.

“Maledizione…” commentò Flavia. “Non riesco a ragionare! So bene che potrei sconfiggervi tutti e cinque, ma i due Draghi mi tolgono la concentrazione! Non so più cosa fare!”

Era straziante vederla in quello stato. In realtà, non erano i Draghi a bloccarla, ma la paura e la disperazione di aver perso così tante compagne in un giorno solo, ed essere sopravvissuta solo lei. Non poteva esserci scontro, non contro un avversario così prostrato.

Intanto, gli scossoni si ripetevano. “Flavia…” esordì Klose. “So che voi Centauri potete sconfiggere i Draghi e…”

Ma Flavia lo interruppe bruscamente “Zitto! Non rivolgermi la parola!” sollevò un pugno ma, avendo lo sguardo offuscato dalle lacrime, mancò il bersaglio.

Tentò ancora e ancora una volta, ma Klose schivò ogni qualvolta gli perveniva un attacco.

“Non riesco nemmeno a combattere” commentò Flavia. Guardò poi le sue mani. Era davvero ridotta in quello stato? Le altre Potenti non avrebbero voluto che il loro capo, leader di un colpo di stato senza precedenti nella storia dei Centauri, cadesse in quella maniera.

“E va bene… combattiamo!” esclamò Flavia, con una nuova verve in corpo. Guardò i cinque avversari… non sembravano gran che, a parte Shydra Aldebaran. Aveva sentito parlare di lei e non era affatto da sottovalutare.

Nel frattempo che Flavia e Shydra aspettavano l’una le mosse dell’altra, poco più in là i due Draghi continuavano a guardarsi in cagnesco. Adesso sì che Achtalesh aveva dimenticato Caleb.

Entrambi si stavano studiando, consci che avere in mano la prossima mossa avrebbe significato avere un enorme vantaggio sull’altro.

Kolmetoistant non aveva occhi che per il suo avversario. Lo conosceva benissimo, lo aveva frequentato per mille e ottocento anni. Ma c’era chi diceva che un Drago non lo si poteva mai conoscere fino in fondo, e la stessa cosa valeva anche per Achtalesh, o perlomeno per loro due, in tutti quei secoli era nata anche una sorta di rivalità.

Spalancò le ali e vide che anche il Furbo lo fece. Lei sapeva che ogni qualvolta il suo avversario voleva sparare una fiammata, era costretto a prendere molta aria per inspirarla dalle narici.

Nello stesso istante Achtalesh si stupì: credeva che la sua avversaria intendesse spiccare il volo, ma non lo aveva fatto. Perché? Quali erano le sue intenzioni? Pur essendo considerato Furbo, Achtalesh non aveva mai capito le sue simili femminili. Le considerava misteriose, e nemmeno in diciotto secoli, quando aveva affrontato in duello le altre compagne, era riuscito a spuntarla. Tuttavia, adesso erano tornati tutti quanti in vita, dunque sarebbe stata tutt’altra storia.

Infine, capì, ebbe come un lampo: nessuno dei due avrebbe mai fatto la prima mossa fintantoché si scrutavano negli occhi; così, con uno scatto repentino, rifilò una potente gomitata allo stomaco della compagna, che cadde producendo diverse capriole, distruggendo nel frattempo tutto ciò che incontrò, dagli spalti dell’arena agli alberi della foresta ormai disabitata, a parte Flavia che stava lottando contro Shydra, corpo a corpo.

Kolmetoistant si rialzò, ma troppo tardi: Achtalesh l’afferrò nella sua interezza e la portò verso l’alto, intento a rilasciarla per sbatterla a terra

L’avversaria si schiantò sul terreno dell’arena riducendola in milioni di piccoli sassi, costringendo infine Caleb a fuggire lungi da lì. Per tutto quel tempo, era rimasto ammaliato e spaventato allo stesso tempo. Ciò che aveva fatto Achtalesh poteva essere riprodotto solo da un Drago, poiché Kolmetoistant non ebbe nemmeno il tempo di utilizzare le ali ed evitare il fortissimo impatto. Nessun altro ci sarebbe riuscito. Caleb divenne sempre meno convinto della veridicità della leggenda secondo la quale Isaac li sconfisse tutti.

Così il figlio di Abraham scappò ma, purtroppo per lui, Achtalesh aveva memorizzato la sua sagoma e anche se non aveva più il mantello con l’emblema, lo fermò con la sola forza della voce.

“Hesenfield!”

Caleb deglutì. Il suo cognome urlato in quel modo sembrava un rombo di tuono. Poi rispose: “Vuoi uccidermi perché il mio avo ti ha eliminato, eh? Ebbene…”

Non finì mai la frase, perché Kolmetoistant si frappose fra lui e Achtalesh.

“Lui è mio! Lo eliminerò io!”

A Caleb venne in mente che vi erano altri sei membri della famiglia da poter eliminare. L’istinto di sopravvivenza era più forte di quello di appartenenza.

Poi si riscosse: ma che gli stava succedendo? Non era forse discendente di re Isaac? Che quella leggenda fosse vera o no, in ogni caso in Australia non erano più rimasti Draghi, pertanto adesso toccava a lui eliminarli. Anche da solo, se fosse stato necessario.

Riprese Mezzanotte fra le mani e tornò ad osservare lo scontro di sguardi che era ripreso.

“Quell’uomo è anche un mio nemico. Il suo avo mi ha sconfitto milleottocento anni fa esattamente come te, dunque voglio vendicarmi” disse il Drago femmina.

“Però l’ho visto prima io. Quindi, ti eliminerò, perché mi stai mettendo i bastoni fra le ruote”

“Perché non uniamo le forze, invece?” propose Kolmetoistant.

“Unire le forze? Con una come te?” rispose subito Achtalesh, tuttavia, in un secondo momento, si chiese: e se avesse ragione? In fondo, Isaac li aveva eliminati proprio perché erano sempre uno contro uno… nessun uomo si sarebbe mai aspettato due Draghi nello stesso posto. E se l’unione avesse fatto la forza?

“Va bene, te lo concedo” rispose infine. A Caleb parvero parole di morte.

Kolmetoistant si gonfiò, assumendo una forma molto più mastodontica, pronta per scatenare l’inferno su ciò che rimaneva del Reame dei Centauri.

Poco più in là, Shydra era riuscita a sconfiggere Flavia, ponendo fine alla sua lunga agonia.

Kaden e le Fontane di Luce/12

Capitolo 12

Achtalesh osservò tutti gli astanti, anche coloro i quali si nascondevano dietro di lui.

Il difetto di non avere un collo visibile era compensato dalla maestosità del suo busto, dalle sei zampe, di cui due anteriori che fungevano da braccia, e dalla coda lunga diversi metri.

“Mi presento” esordì. “Mi chiamo Achtalesh, detto il Furbo, e uccido uomini, Centauri, Plexigos e ogni altro essere vivente senza eccezione alcuna”

Ed ecco la bugia, si disse. Fintantoché aveva un accordo col Re non poteva uccidere né lui né i suoi seguaci.

“Achtalesh il Furbo, eh?” disse Flavia. “Ebbene, noi siamo le Amazzoni, e possiamo sconfiggerti!”

“Certo” rispose il Drago. Osservò la schiera e sorrise. “O forse… non tanto certo. Chissà! Sta di fatto che morirete tutte qui e adesso, mi basta solo una fiammata!”

Kaden sudava freddo. Davvero gli bastava solo una fiammata? Guardando le sue dimensioni, non si stentava a crederlo. Gettò uno sguardo agli altri, ma nessuno sapeva cosa fare… nemmeno Caleb, il quale aveva ancora la spada in mano, ma in quel momento sembrava poco più di uno stuzzicadenti rispetto all’avversario.

Trasse il respiro mortifero e lanciò dalle narici un paio di fiammate, non abili a bruciare tutto, ma capaci di disintegrare un paio di dozzine di Amazzoni. Kaden era esterrefatto, e mentre le fiamme coprivano il suo campo visivo dando l’idea di trovarsi all’inferno, Achtalesh ridacchiava. Sembrava il Diavolo in persona, che si divertiva a torturare le sue vittime, le quali non potevano scappare; e godeva nel sentire le urla disperate delle Amazzoni sfortunate… o fortunate, perché perlomeno la loro agonia era finita.

“Mantenete i ranghi! Mantenete i ranghi! Formate la Testuggine!” ordinò Flavia, ma anche lei stava sudando e non aveva idea di che pesci prendere.

“Non serve!” rispose il Drago, che trasse un altro respiro e colpì verso gli scudi, tutti formati uno accanto all’altro, ma per quello che valsero, le Amazzoni avrebbero potuto affrontare a viso aperto e trarre la stessa conseguenza: la fiammata infatti bruciò tutto, sia gli scudi che le Amazzoni dentro la protezione, e altre urla si aggiunsero a quelle precedenti, e Flavia si strappava i capelli, mentre Valeria sembrava diventata innocua.

Kaden realizzò di non sapere dove andare, poiché le fiamme si stavano espandendo occludendo ogni possibile via di fuga.

Il solo rimasto impassibile sembrava Caleb, il quale maledisse Isaiah mentalmente per aver portato con sé il grosso dell’esercito, quello valido.

Lui era comunque un Hesenfield, la famiglia grande nemica dei Draghi, e se davvero in lui scorreva il sangue dello Sterminatore doveva dimostrarlo.

Così, con una certa sicurezza, si frappose fra il rettile e i pochi rimasti, mentre la temperatura saliva vertiginosamente e la fuliggine cominciava a provocare accessi di tosse.

“Non puoi aggredire i Centauri, perché sono delle pappemolli” disse ad alta voce.

“Noi… prova a ripeterlo, bastardo!” esclamò Flavia, tirando un colpo di freccia che mancò completamente il bersaglio, avendo lei la vista offuscata dalle lacrime disperateVedendo lo scarso risultato, lanciò l’arco fra le fiamme, e nel farlo, vide Valeria avvicinarsi anche lei al rogo.

“Flavia” rispose lei, sorridendo. “È stato un onore servirti, ma ormai è finita… è tutto finito”

Detto quello, si gettò fra le fiamme, lasciando tutti sbigottiti.

Achtalesh ridacchiò. Godeva nel vedere soffrire le persone, e la sofferenza nascosta nel suicidio era inimmaginabile. “Hai ragione, soldato” rispose a Caleb. “I Centauri sono ormai l’ombra di ciò che sono stati. A questo punto, noi non abbiamo più nemici, a parte… te. Tu chi sei, vestito con quell’armatura pesante?”

Caleb sorrise. “Il mio nome è Caleb Zacharias Abraham Hesenfield. La mia Casa ti ricorderà qualcosa, no?”

Si voltò per fargli vedere lo stemma araldico ricamato sul mantello e Achtalesh capì.

Il suo tono, se dapprima era divertito, si era innervosito.“TU! Tu sei l’Erede di colui che mi ha sconfitto? Di quell’Isaac?”

“Proprio così, sono l’Erede di Isaac, in quanto primogenito della mia generazione. Non ho più Apocalisse, perché la spada si è infranta, ma credo che Mezzanotte sarà una più che valida sostituta”

“Mezzanotte… Caleb è single?” chiese Mary, impazzita d’un tratto per la spada che il cavaliere aveva appena estratto. Klose e Taider si voltarono preoccupati per la salute mentale della ragazza. La situazione era disperata, e ciascuno di loro doveva inventarsi qualcosa.

“Shydra, tu hai qualche idea?” chiese Taider.

“No… dobbiamo lasciare tutto nelle mani di Caleb, ha il sangue Hesenfield nelle vene e, per quanto mi scoccia dirlo, sono gli unici che hanno affrontato i Draghi ”

Caleb estrasse Mezzanotte e la sollevò in alto. Era un ottimo manufatto: l’acciaio era stato lavorato dai migliori fabbri in circolazione e la lama era in grado di tagliare qualsiasi cosa, forse anche la scorza durissima dei Draghi. Caleb non ne era sicuro, ma doveva tentare, e non avrebbe permesso a nessuno di interferire col suo scontro.

Achtalesh non era eccessivamente sorpreso né spaventato. I suoi occhi, tuttavia, erano solo per Caleb, che doveva morire quanto prima. “Credi che io mi faccia fregare ancora una volta? Ti ricordo che io sono un Drago, tu soltanto l’erede di colui che mi sconfisse. I miracoli non si ripetono mai due volte”

Caleb non lo ascoltò nemmeno, ponendosi in guardia. “Sarà anche così, ma perlomeno permetto a questi idioti di scappare. Guarda alla mia destra, c’è gente che ho l’interesse a  mantenere in vita e non posso permettermi di perdere neanche una pedina in questo momento!”

Infatti nell’arena, oltre a Kaden, vi erano Klose, Shydra, Mary e Taider e Flavia, la quale era entrata in uno stato di shock.

“Che speranze ha?” chiese l’incaricato ad aprire le Fontane. “Morirà senza dubbio!”

“Non posso credere che lo stia facendo per noi, a meno che gli Hesenfield non abbiano davvero un tornaconto” disse Mary. “Inoltre, la rivalità millenaria che esiste fra i Draghi e quella famiglia gli impone di combattere da solo”

Quell’aspetto Mary lo capiva appieno. Era spadaccina anche lei, o perlomeno lo era stata, pertanto comprendeva le motivazioni dietro la scelta di Caleb di lottare da solo.

Caleb cominciò il suo monologo. “Fatti sotto. Come hai detto, sono solo un minuscolo uomo di fronte a te che sei enorme, provvisto di ali, sei zampe e spuntoni affilati. Disintegrami e riporta in auge l’onore della tua specie. Non farlo e sarai la vergogna del tuo casato”

Actalesh non ribatté, preferendo inspirare quanta più aria possibile per sparargli contro una fiammata apocalittica, ma Caleb approfittò del busto scoperto del Drago per infilzargli la spada dritto sul cuore. Una volta estratta, il ragazzo capì di aver fatto centro perché il cuore stesso era rimasto infilzato sulla lama, mentre colate di sangue viola imbrattavano tutta l’armatura e il busto del Drago.

Quest’ultimo tuttavia non se ne curò e lo schernì con una risata. “Povero stolto. Non vali un centesimo di Isaac” commentò. “Non sai che i Draghi hanno sette cuori?”

“Ah, un intero banchetto per mio fratello Josafat” ribatté Caleb sarcastico, togliendo il cuore che aveva infilzato e gettandolo via. Ancora pulsava.

Actalesh non poté che pensare che la storia si ripeteva. Aveva detto la stessa cosa ad Isaac milleottocento anni prima.

“Dovremmo approfittarne per scappare, no?” propose Klose agli altri, che erano ancora imbambolati ad assistere allo contro fra l’uomo e il Drago, fra la fallibilità e il cinismo della natura, fra i sentimenti e la guerra.

“Allora?” incalzò l’arciere, vedendo gli altri quattro imbambolati.

“Dove credi di poter scappare, Klose?” borbottò Taider. “Siamo di fronte a un Drago, quello ci ammazza. Inoltre, siamo circondati dalle fiamme. No, è finita”

“Invece no, e mi meraviglio di te, Taider” ribatté Klose, ostinato. “Se noi non ci facciamo notare possiamo sgattaiolare sotto il Drago e trovare una via di fuga dietro di lui e…”

“E? Cosa?” chiese Shydra in tono ironico. “Trovare una coda gigantesca che ci ammazzerebbe? Restiamo qui, Klose. Troveremo un modo più intelligente di salvare la pelle”

Klose tuttavia non riusciva ad afferrare quale fosse quel modo, ma se Shydra stava affermando che ci si poteva salvare, c’era da crederle.

In effetti, avevano ragione entrambi, si disse Kaden. Era vero che potevano scappare fintantoché Caleb teneva impegnato il Drago, ma era anche vero che non sapevano dove andare senza essere visti. Inoltre, il reame era circondato dalle mura, che non potevano essere oltrepassate senza l’autorizzazione delle vedette.

Quindi, che fare? La cosa migliore era avere sott’occhio Achtalesh oppure tagliare la corda e trovare un modo per sfondare le mura?

Nel frattempo, lo scontro continuava, con Caleb che cercava di difendersi dagli artigli aguzzi del mostro ed evitando ad intervalli regolari le potenti fiammate.

Cominciava a stancarsi, l’armatura era pesante e anche la spada non era indifferente.

Ma non poteva tirarsi indietro, ne andava dell’orgoglio del suo antenato, che era anche riuscito a sconfiggere lo stesso Drago, e anche gli altri suoi compari.

Nel frattempo Achtalesh decise di utilizzare anche la coda, tentando di far perdere l’equilibrio al suo avversario, il quale però la vide appena in tempo. Saltò utilizzando la tecnica dell’Aria, sollevò Mezzanotte e la puntò dritto all’occhio sinistro, esattamente come fece il suo antenato secoli prima.

Ma stavolta Achtalesh era preparato, così si sollevò usando le ali e mandò a vuoto l’attacco, facendo precipitare Caleb da un’altezza di ventisei metri, tale era la statura del Drago dal livello del mare. Il ragazzo si schiantò infrangendo l’armatura, che tuttavia gli salvò la vita; quanto alla spada scivolò via dalla mano cadendo altrove.

A terra e dolorante, Caleb comprese fino in fondo cosa voleva dire il detto “Mangiare la polvere”. Non era mai stato atterrato, a quanto ricordava. Non da un Drago, comunque. Chiedendosi quante volte lo era stato Isaac prima di sconfiggere anche solo il primo Drago, si rimise in piedi, togliendosi un po’ di sudore dalla fronte.

Achtalesh sovrastava il sole, con la sua imponenza, tanto che Caleb non vide raggio alcuno, e comprese di essere sotto tiro. Il problema stava nell’avere la forza di rialzarsi e schivare il colpo, poiché ormai l’armatura era inutilizzabile e non avrebbe retto nessun altro attacco. Cercò a destra e a sinistra, ma non la vide, infine notò un bagliore a tre metri da lui. Occorreva strisciare e prenderla, oppure raccogliere le ultime forze, correre e afferrare la lama al volo?

“Preparati a recitare le ultime preghiere!” annunciò Achtalesh, in procinto di sputare una fiammata davvero colossale.

Né Kaden né gli altri sapevano come aiutarlo, tranne Klose.

Era vero che si trattava pur sempre di un nemico, Shydra parlava degli Hesenfield come una famiglia pericolosa e volta alle malignità, il cui unico scopo era quello di conquistare l’Australia per assoggettarla, ma l’arciere non considerò questo aspetto. Lui era pronto ad aiutare tutto e tutti, indistintamente.

Era la sua natura, e ciò per cui era nato.

Così incoccò la freccia e prese la mira, dritto alla giuntura fra l’ala destra e quella che poteva essere considerata una sorta di spalla.

Scoccò, ma sfortunatamente il Furbo tenne fede al proprio nome. Con un colpo violento di coda, spazzò via la freccia prima che potesse diventare un pericolo, ma in ogni caso Caleb venne risparmiato; tuttavia, a dispetto delle aspettative, il Drago emise una fiammata che venne scagliata nell’Arena, a cui aggiunse altro fuoco a quello che già era presente nell’Arena.

Se qualcuno voleva scappare, non poteva più. Kaden capì di trovarsi all’Inferno, in quanto credeva di essere morto.

Inoltre, la risata agghiacciante del peggior dei Demoni riempì le sue orecchie. Alzò lo sguardo, e nel fumo nero la faccia orribile del rettile sembrava disegnata con la matita a carboncino, e successivamente Kaden ricordò solo due grossi orrendi occhi gialli.

“Cos’è? Vi siete stufati di combattere contro di me?” li provocò il Drago, che, apparentemente dimentico di Caleb, cominciò a cercarli dimenando i quattro arti che aveva per muoversi facendo rimbombare la terra.

L’Hesenfield non aveva visto cosa aveva fatto Klose, visto che si trovava ancora a terra in quanto occupato a strisciare per prendere la spada, che sperava potesse sferrare il colpo risolutivo. Il trucco era colpire agli occhi, e Caleb ci sarebbe riuscito. Così, del tutto ignaro del gesto cavalleresco che aveva ricevuto, si rialzò e, vedendo che si trovava alle sue spalle, attirò la sua attenzione. “Dove vai, Drago? Non ho ancora finito con te!”

Achtalesh si voltò verso di lui e mostrò i denti aguzzi.

“Non hai mai cominciato, Caleb” rispose. “Ho sempre creduto di avere io le redini del gioco”

“Gioco in cui tu perderai! Non vuol dire nulla avere le redini, se poi il tuo avversario approfitta dell’ultimo secondo per infilarti!”

Caleb stava scoppiando di caldo e tossiva, e la fatica di tenere l’armatura palesemente scheggiata stava cominciando a sentirsi. Così, Caleb la rimosse, rimanendo solo con la cotta di maglia nella parte superiore, e un paio di pantaloni e gli stivali nella parte inferiore.

Se quello scontro richiedeva la sua vita, Caleb era pronto a darla, per poter presentarsi davanti ai suoi padri senza vergogna.

Il Drago sogghignò, poi prese un altro po’ di aria, pronto per un’altra gittata di fuoco e morte.

Ma improvvisamente, un’altra voce squarciò l’aere. Una voce molto diversa da quella di Achtalesh, che ricordava più una cornacchia che un Drago.

“Che stai facendo, Actalesh?”

“Non posso crederci!” esclamò Kaden, in preda all’angoscia.

Ne era spuntato un altro. Quel posto stava diventando territorio dei Draghi, piuttosto che un Reame isolato dal resto della Nazione.

“Ma i Draghi non attaccano mai in coppia! Che significa tutto questo?” chiese Klose.

“Non lo so… dobbiamo andarcene da qua!” rispose Taider, ma aveva le gambe bloccate, perché la curiosità lo vinse. Non era una cosa comune vedere due Draghi nello stesso posto e voleva assolutamente sapere il motivo di tale sciagura, che rese tutti i sopravvissuti al primo attacco ancora più insignificanti.

Adesso, agli occhi di Kaden, il gesto di Valeria la Potente non sembrava così insensato.

Per di più, era chiaramente un Drago femmina. Lo si era capito dalla voce e dalle forme più morbide e meno spigolose del precedente.

“Kolmetoistant!” esclamò Achtalesh, irato.

Kaden e le Fontane di Luce/10

Capitolo 10

Quando rinvenne, vide di fronte a sé una serie di sbarre di legno. Successivamente, si rese conto di essere legato mani e piedi, sdraiato su un fianco sopra un pavimento di legno.

“Che… succede? Dove mi trovo?” chiese intontito, dopodiché si guardò attorno e vide che non era l’unico in trappola: c’erano Mary, ancora svenuta, Klose e Taider legati con un’unica corda e, poco più in là, Shydra Aldebaran… la Preside.

Che ci faceva lì la Preside? E lo stava anche guardando!

Le si avvicinò strisciando “Signora Preside! Che sta succedendo? Che ne è stato della mia famiglia? Io…”

“Ssssh, non è il momento” sussurrò Shydra.

“È dunque lui?” chiese un altro ragazzo che Kaden non aveva visto. Era vestito di un’armatura lucidissima, recante il simbolo degli Hesenfield, che Kaden aveva visto qualche giorno prima identico sull’armatura di Jakob.

Quindi, a rigor di logica, quel ragazzo avrebbe dovuto essere un fratello, oppure un parente. Era molto somigliante, a parte gli occhi, che invece erano verdi.

“Sì, è lui” rispose Shydra. “Ti assicuro che ci è riuscito davvero… anche se non si direbbe” poi si rivolse a Kaden. “Kaden, sai dirmi che cosa è capitato a Mary? Perché le manca un braccio?”

Mary? Le mancava un braccio? Kaden non capiva a cosa si riferisse la Preside.

Poi, tutto d’un tratto, ciò che fece gli piombò addosso, per un attimo obliato a causa dello svenimento.

Cominciò a tremare. Che cosa avrebbe detto Mary una volta ripresasi? E se fosse morta? Che cosa avrebbe detto lui per giustificarsi?

“Non lo so” rispose infine Kaden. Dopo quella risposta, non ci fu più tempo per altre discussioni, perché qualcuno, o meglio, più di qualcuno, fece suonare i tamburi.

“Fate largo a Sua Maestà l’Amazzone Flavia!” esclamò una voce femminile.

Le Amazzoni… Kaden aveva ancora vivido il ricordo del tafferuglio di qualche ora prima. Infine, anche Mary, Klose e Taider si svegliarono.

“Che succede?” chiese Mary, ancora intontita. Poi urlò con quanto fiato aveva in gola.“Perché… Oh, cazzo! Il braccio!”

Guardò Klose e Taider, e poi il suo sguardo si posò su Kaden, e tornò ad urlare come una forsennata.

“Tu!” esclamò, furibonda. “Sei stato tu! Io ti ammazzo!”

“Silenzio, o vi addormenteremo un’altra volta!” affermò Flavia, e Mary proruppe in un pianto inconsolabile. “Siamo perfettamente al corrente delle vicende che stanno coinvolgendo l’Australia tutta. Abbiamo catturato Caleb Hesenfield, Taider il Cavaliere Corrotto, il capo dell’Armata Rivoluzionaria Shydra Aldebaran e il ragazzo ricercato per aver aperto la Fontana Lind, accompagnato da altri due guerrieri”

“Certo, siamo i figli della serva noi…” sussurrò amareggiato Klose. Mary stava ancora piangendo e rotolando dal dolore, come se farsi del male fosse la soluzione.

“Il tiranno Cassius il Magnifico” proseguì Flavia, usando un tono orgoglioso e felice “si è esplicitamente schierato a favore della causa degli Hesenfield, i quali, come sappiamo, ambiscono al Trono degli umani. Tutto ciò è inaccettabile. I Centauri sono, dall’origine del mondo, indifferenti alle vicende umane, che consideriamo inferiori e, se nel caso la nostra gloriosa razza sia mai stata coinvolta in una delle loro guerre, non abbiamo mai fieramente fatto parte né dell’una, né dell’altra fazione, ed arbitri ci siamo sempre assisi al di sopra delle loro quisquilie!”

Seguì un applauso entusiasta da parte di tutte le Amazzoni.

“Per questo motivo ritengo che l’evento accaduto – la partenza in guerra di Cassius a fianco degli Hesenfield – sia un campanello d’allarme per una possibile crisi di tutto ciò in cui crediamo. Le Amazzoni, in quanto protettrici del Reame, dovevano fare qualcosa. Ed io, per quanto immeritata sia la mia nomina a Leader, mi proclamo Magnifica!”

Seguirono vari “Urrà!” e “Lunga vita a Flavia la Magnifica!”

Flavia allargò le braccia sorridendo. Secondo Kaden, non vedeva l’ora di poterlo dire. “Come mio primo atto pubblico” dichiarò, “condanno a morte chi si è introdotto nel mio, nel nostro Reame pretendendo non solo la nostra amicizia, ma anche di stabilirsi qui e fare entrare gente poco raccomandabile, patetici esseri inferiori!”

Un altro boato.

Fu allora che Kaden si rese conto di dove fossero esattamente: la gabbia era posizionata al centro di quella che sembrava un’arena, e le Amazzoni acclamavano Flavia posta proprio di fronte alla sua visuale.

“Adesso liberate i prigionieri e fate entrare gli animali!”esclamò Flavia.

Le sbarre di legno caddero e alcune Amazzoni slegarono tutti; dopodiché vennero aperti dei cancelli e una decina di Plexigos, a forma di canguro, di coccodrillo e di dingo, li aggredirono da tutte le parti.

Kaden estrasse Raggio di Sole: la battaglia era cominciata. Osservò un Plexigos modello coccodrillo farsi avanti, non c’era modo di vedere ciò che facevano gli altri.

Era davvero terrificante, diverso da quelli che avevano accompagnato le Amazzoni. Forse era solo la cicatrice che gli attraversava l’occhio verticalmente, o forse era solo l’atmosfera, ma Kaden si sentì alquanto impotente, e tutto il coraggio che aveva raccolto svanì com’era arrivato.

Ma doveva sopravvivere, non c’era tempo, come aveva spiegato Klose, di cercare un’altra persona capace di aprire le Fontane, sempre ammesso che potesse esistere in quella generazione.

Si mise in posizione di guardia, Raggio di Sole davanti a sé che riluceva, pronta a sgozzare.

E dire che era solo una spada non di alta qualità… ma Kaden scacciò via quel pensiero: come sarebbe andata, sarebbe stata poi raccontata.

Il Plexigos balzò in avanti spalancando le fauci così simili a quelle di Josafat il Mangiacuore, diretto alla carotide, ma Kaden si scansò, preso dall’istinto di sopravvivenza, e si portò alle spalle della bestia cercando di colpirla con un fendente che gli avrebbe lasciato una cicatrice che non avrebbe dimenticato.

Il ragazzo colpì con tutta la forza, ma la scorza dura dell’animale riuscì a spezzare la lama.

Sentì vagamente Flavia, o qualcuna delle spettatrici, ridere. Certo, dal loro punto di vista sarebbe potuto essere un evento comico, tuttavia Kaden sudò freddo ed ebbe paura di morire.

Non c’erano Mary, Klose e Taider a proteggerlo, erano impegnati con i loro Plexigos e chissà come se la stavano cavando… Kaden non ebbe il coraggio di voltarsi. C’era Shydra, ma anche lei non poteva aiutarlo.

Era da solo, e Kaden sperò in una morte veloce e indolore.

Il Plexigos attaccò di nuovo, lanciando un paio di raggi laser viola dagli occhi, ma Kaden li respinse istintivamente tenendo il mozzicone di spada di fronte a sé. Kaden si stupì del rifiuto del suo corpo di morire… decise di combattere con la lama spezzata, anche perché se c’era una speranza di rivedere i suoi cari, voleva sfruttarla.

“Raggio di Sole… nella tua pur breve vita vorrei vincere un duello con te, se non ti è di troppo fastidio” disse. Attese, chiudendo gli occhi, che il Plexigos facesse una nuova mossa.

Invece del colpo, però, sentì qualcosa squarciarsi e del liquido inondargli la faccia.

“Che…” aprì gli occhi. “Tu sei un Hesenfield! Come mai mi aiuti?”

“Mio padre desidera riceverti nella nostra dimora” rispose Caleb. “Non posso permettere che tu muoia. Gli altri… che se la cavino, ma ho notato che non sei molto portato per la guerra, dunque hai bisogno di aiuto”

Kaden ebbe un moto di stizza. Non c’era bisogno di rinfacciarglielo!

“Comunque, ti ringrazio” borbottò il ragazzo. “Evidentemente, sono solo capace ad aprire le Fontane”

“E ti par poco” rispose Caleb, uccidendo un altro Plexigos. “Tutti noi siamo capaci in almeno un campo. Chi nella guerra, chi nella scultura, chi nella politica, e chi nel ridare speranza laddove la si credeva morta. Ciò che voglio dire è che in questo mondo nessuno è inutile. Nessuno, nemmeno il più feroce assassino”

E uccise un altro Plexigos.

Kaden si rese conto di quanto fossero vere quelle parole. Era vero, si ripeté, lui non era inutile. Aveva aperto le Fontane, ad esempio.  Per un periodo, aveva portato l’allegria nella sua classe, che altrimenti sarebbe stata triste a sgobbare sempre sui libri. In famiglia, era lui che trovava sempre le soluzioni più svariate ai loro problemi economici.

Kaden sorrise, e lanciando il mozzicone della spada su un Plexigos, quella gli trapassò la gola. Dopo averlo fatto, esclamò di gioia. Pur avendo dato la morte a un essere vivente, non si era mai sentito così vivo.

“Ehi! Ce l’ho fatta! Hai visto… Hesenfield?”

“Sono Caleb” precisò lui. “Il primogenito ed erede della mia Casa”

Il ragazzo annuì, non provando più nessun rancore per quei colori. Non aveva mai sentito, infatti, il sangue scorrere così in fretta nelle vene e soprattutto non aveva mai avuto quell’adrenalina così forte. Ma soprattutto, era la consapevolezza del danno arrecato a Mary che lo muoveva.

Non se lo sarebbe mai perdonato, e piuttosto avrebbe sognato ogni notte quell’errore. Tuttavia, credeva di aver in minima parte riparato, uccidendo quel Plexigos.

“Ora non esagerare, però” gli ricordò Caleb. “Sei sempre in un’Arena dove ti vogliono morto”

 

Nel frattempo, Taider vide Kaden uccidere per pura fortuna un Plexigos, mentre lui ne teneva a bada tre.

“Caspita… ne ha già ucciso uno, mentre io sono ancora a zero. Mi sto facendo battere da un ragazzino?”

Con un impeto, li distrusse tutti e tre con la sua spada.

“È ancora vivo quel bastardo?” chiese Mary, che pur con un braccio solo aveva ucciso i suoi nemici. “Dov’è? Devo ucciderlo con la mia mano!”

“Mary!” esclamò severo Taider. “Che cosa stai dicendo? E le Fontane? Sappiamo entrambi che il braccio avresti potuto perderlo in molti modi… non devi essere severa col ragazzo, e perdonarlo laddove si può. Sei viva, a quanto vedo, e ancora capace di combattere. Pensa a qualcuno che invece non ha nessun arto! Pensa, una buona volta!”

Taider si riferiva ai fantasmi del suo passato: aveva visto, in una scorreria dell’esercito, le cose peggiori che un uomo potesse vedere nella sua vita. Bambini morti, vedove disperate, organi in bella vista, famiglie distrutte. E poi, un uomo senza nessuno dei quattro arti.

“Chi ti ha fatto questo?” aveva chiesto Taider, scioccato da quella visione. Per di più, l’uomo stava sorridendo, pur consapevole di essere moribondo.

“La Rivoluzione” aveva risposto lui, fiero. “Se i miei arti hanno contribuito a rendere felice questa gente, sia”

Taider da allora aveva lasciato l’esercito per unirsi a Shydra, e dopo alcuni anni, adesso fissava Mary, la quale non stava capendo un accidente della vita.

“Sei troppo legata alle cose tu” constatò il cavaliere Corrotto. “Le spade, la guerra, i tuoi arti… sai che siamo passeggeri in questa vita, vero? E tutti i nostri beni dovremo un giorno restituirli… sì, comprese le braccia e le gambe. Restituirli, o sacrificarli per un bene più grande. Kaden non l’ha mica fatto apposta”

Mary non trovò nulla da ribattere, ma anche se avesse avuto qualcosa, suonò un gong da qualche parte.

“Non cantate vittoria” esordì Flavia la Magnifica, sovrastando i fischi che pervenivano da tutte le parti. “Siete sempre dei condannati a morte, e aver battuto dei Plexigos stupidi non vi conferisce l’immortalità. Ecco, vi presento un altro boia”

Entrò un Centauro donna, armata di spada. Per metà era una donna dai capelli castani, il manto cavallino era liscio e sembrava molto curato. Per essere una guerriera, era strano che non recasse ferite.

“Lei è Giulia, una delle Quattro Potenti. Noi siamo l’élite della nostra truppa, e Giulia avrebbe potuto uccidere quei Plexigos in un minuto” la presentò Flavia. “Se riuscite a uccidere lei, vi manderò anche le altre due Potenti. Ma non credo che succederà mai”

Sembrava davvero imponente, molto forte nelle braccia e un aspetto davvero minaccioso. Roteava quella spada senza mai farla cadere.

Kaden poi capì: quella che aveva preso per spada in realtà era una doppia lama con un manico al centro. Un’arma fuori dal comune e forse ancora più micidiale.

“Per favore” disse Shydra. “Quelle cose le so fare anche io. È tutta scena, non spaventatevi”

Mary constatò: “Se avessi avuto ancora il mio braccio…” sospirò. Le parole di Taider l’avevano colpita, e adesso non era più arrabbiata. Non con Kaden, almeno.

“Giulia, eh? Beh, io ho sempre Raggio di Sole con me” rispose Kaden, riferendosi al mozzicone rimasto della sua spada. Poi si ricordò di averlo lanciato nella gola del Plexigos e si ritrovò disarmato, a meno di non considerare come armi  le sferette d’aria che aveva imparato a fare.

Nel frattempo, Klose sospirò. “Kaden ha avuto fortuna poco fa, non riuscirà a compiere un altro miracolo”

“Dici? Secondo me quel ragazzo riserva molte sorprese… lo vedo più motivato” rispose Caleb, insolitamente ottimista. Erano tutti nella stessa barca, ormai, e Flavia sembrava davvero gigantesca.

“Ci sono Flavia, Giulia… e altre due Potenti” riassunse Klose. “Anche se dovessimo unire le forze e abbattere lei, chi ci aiuterà nell’uccidere tutte e quattro?”

Era pomeriggio inoltrato. Il sole moriva dietro gli alberi. Che fosse un segno delle vite che stavano per spegnersi?

Kaden e le Fontane di Luce/9

Capitolo 9

Klose consolò Mary dandole qualche colpetto sulla spalla.

“Su, avanti” disse rassicurante l’arciere. “In fondo, è nostro compito la crescita di Kaden, no? Nel caso in cui dovesse succederci qualcosa, e sta’ sicura che ci succederà, Kaden sarà talmente bravo da potersela cavare da solo”

“È un idiota” sentenziò Mary, ancora allibita. “Niente mi farà cambiare idea, neanche se dovesse sconfiggermi cento volte di fila”

Nel frattempo, un altro Drago passò sulle loro teste, evidentemente troppo concentrato sulla direzione da prendere per accorgersi di quattro individui pronti per essere mangiati.

Dopo aver tirato un secondo sospiro di sollievo, Taider fissò Kaden avido.

“Tanto per cominciare, la Magia è una materia molto complessa, sviluppatasi negli anni in cui il popolo sotterraneo ha rimesso piede qui in superficie. Si basa sui quattro elementi della Terra, ma se non li sai usare è meglio che tu continui a maneggiare la spada e nessuno penserà male di te”

Ma Kaden era deciso a tentare.

“Perché vuoi usare la Magia?” chiese il cavaliere corrotto, che nel suo passato si era macchiato di omicidi e si era ricoperto di prestazioni eroiche.

Kaden rispose. “Quando ero ragazzo, ho visto uno che la praticava. Si trattava di un soldato che, vedendo una signora parlare male del governo, le aveva aizzato contro un fulmine. Da quel momento, invece di essere dispiaciuto per lei, che da allora veniva colpita da un fulmine ogni qualvolta apriva bocca, desideravo ardentemente sprizzare fulmini dalle dita”

“Ok, come pensavo” rispose Taider. “Comunque, confido che tu sia cresciuto da allora e che usi questa pratica solo in caso di estrema necessità”

“Certo” rispose il ragazzo.

“Bene. La magia più facile da usare è quella del vento, che si divide in tante branche: brezza, soffio, uragano, e i più bravi sanno anche gestire i cicloni. La Tecnica Arcana del Vento può permettere di volare e di trasmettere messaggi mentali ad altrui, ma nessuno di noi tre è in grado di farlo. Solo la signora Aldebaran, di quelli che conosco, ne è in grado, ma per ovvi motivi non può insegnarti e più in generale non credo che esista qualcuno che abbia voglia di insegnarti qualcosa di così complesso com’è il Volo”

“Ma io volevo imparare quelle…” si lamentò Kaden.

“Pensa piuttosto a raccogliere l’ossigeno ed espellere l’anidride carbonica. Ad ogni modo, la respirazione è fondamentale quando si praticano le arti magiche. Prova a stendere la mano con il palmo rivolto verso l’alto e respira concentrandoti. Creerai una piccola sfera”

Kaden obbedì e osservò il palmo vuoto.

“Sei troppo nervoso” osservò Taider. “Cerca di concentrati sull’obiettivo”

Kaden guardò il braccio con tutta la concentrazione che poté.

Non accadeva nulla di nulla, avvertì solo la brezza lambirgli la pelle, ma niente altro.

“Niente” annunciò amareggiato Kaden.

“Certo, stolto” rispose Taider. “Non mi aspetto certo che tu riesca oggi, qui e subito. La lezione è terminata, torneremo a lavorarci nel momento in cui creerai una sfera accettabile”

Da quel momento, Kaden camminò col braccio sempre steso, come a voler dimostrare di voler imparare, o forse, a detta di Mary, a voler dimostrare di essere stupido.

“La vuoi finire?” sbottò infine quella sera stessa, irritata dall’atteggiamento poco serio dell’incaricato. “Non sarà certo per il fatto che tieni distesa la mano che ti uscirà qualcosa”

“Zitta” rispose Kaden, glaciale.

“Come osi? Vuoi che ti uccida subito?” chiese estraendo Tenebra.

“No, aspetta, ha ragione lui” la interruppe Klose. “Sento qualcosa”

Kaden non sentiva niente, ed imputava quella mancanza al fatto che non sapeva ancora padroneggiare l’incanto dell’aria.

“Che cosa ci sarebbe da sentire?” chiese ad alta voce, ma Klose gli diede un calcio negli stinchi e continuò a vegliare, l’espressione ansiosa scolpita sulla faccia stanca.

E infine, eccolo: l’essere del suo sogno nella sua interezza.

Era un po’ diverso, ma la sostanza era la stessa: stesso corpo robusto, stessa posizione a quattro zampe, stesso ululato muto, stessi occhi, ma al posto di essere gialli, erano neri contornati dal rosso.

Era nudo, eccetto forse uno straccio che ricopriva le parti intime che una volta erano stati boxer.

Aveva anche pochi capelli sporchi, ed emanava una puzza di sudore e sangue che poteva essere benissimo scambiata per annuncio di morte.

“Così è lui il Mangiacuore” disse Klose.

Anche Kaden ne era convinto: l’idea che si era fatto di lui corrispondeva esattamente. Inoltre, il braccio destro era sporco di sangue rappreso.

Egli aprì la bocca: faceva quasi pena, nel suo essere muto.

Della bava cadde a terra.

“Ci conviene scappare” consigliò Kaden, ma Mary era già posta davanti a quell’essere.

“E perché mai?” estrasse entrambe le spade. “Dobbiamo eliminare questo cancro, prima che succeda viceversa!”

Ma il Mangiacuore sogghignò nel vedere le spade e balzò diretto verso Mary, quando improvvisamente una folata di vento più forte costrinse tutti i presenti a chiudere gli occhi, per evitare che i granelli di sabbia entrassero nelle orbite.

“Una tempesta di sabbia?” si chiese Kaden, ma non ottenne risposta da essere umano, perché la ottenne dalla tempesta stessa che smise subito, donando agli astanti un nuovo soggetto.

Era dritto e fiero, i lunghi capelli neri immobili. Era vestito di un’armatura in acciaio con in rilievo un blasone molto sfarzoso. Aveva anche un mantello che lambiva i piedi e la mano sinistra poggiata sul manico della spada.

E poi si annunciò, con voce fredda e sicura, osservando chi aveva incontrato coi suoi occhi neri, ereditati dal padre.

“Sono Lord Jakob Abraham Nathaniel, figlio terzogenito di Abraham, della Casa Hesenfield. Sono qui per riprendere mio fratello minore, il quartogenito erede della nostra Casa, Lord Josafat Ismael Samuel. Fatevi da parte, poiché non avete possibilità contro di lui, e parlo per esperienza”

“Esperienza di un cazzo, Hesenfield!” esclamò Mary. “Stavo per distruggerlo!”

“No, lo escludo” rispose Jakob impassibile, e con una velocità impressionante si frappose fra lei e il fratello pazzo.

Senza muovere ciglio, fissò dritto negli occhi Josafat, e questi, come se avesse sentito, si alzò in piedi e annuì.

Jakob si fece avanti e lo ammanettò, un lato per il suo braccio e un lato ammanettò se stesso.

“Grazie per averlo trattenuto” salutò, e sparì insieme a suo fratello, lasciando i quattro allibiti e in riflessione su quanto accaduto.

“C-ci… ci avrebbe mangiato il cuore, vero?” Kaden lo sentì rallentare. Aveva tenuto il fiato sospeso per tutto quel tempo e il cuore accelerato gli aveva impedito di pensare.

“Probabilmente no” rispose Mary. “Sono sicura di poterlo affrontare. Voglio dire, adesso ho Tenebra e Olocausto, mica spilli”

“Bah” commentò Taider, e riprese il cammino. Nessuno tornò più sull’argomento.

Ad ogni modo, dopo tre giorni dalla prima lezione e dalla sera dell’incontro col Mangiacuore, dopo molte ore di cammino faticoso sotto un sole cocente, quando ormai pensavano di non incontrare mai più nessun’oasi, videro un’enorme muraglia di legno, composta da una serie di pali attaccati fra loro tramite corde e in cima a intervalli regolari numerose torrette.

“Ci siamo” annunciò Klose.

“Ehm… ci siamo, per fare che?” chiese Kaden.

“Siamo arrivati nel Reame dei Centauri” spiegò Taider. “Un’importante crocevia per arrivare a Kashnaville. Abbiamo bisogno del loro aiuto, soprattutto adesso che ci sono i Draghi”

“E per entrare? Avete pensato a qualcosa?” chiese Kaden, ma gli altri tre non seppero rispondere, che era un po’ diverso dal non volere rispondere.

“Abbi fede” lo rassicurò Klose, anche se non sapeva nemmeno lui come entrare. Fortunatamente una voce perentoria che proveniva dalla cima della muraglia li colse in fallo.

“Voi, viandanti che avete superato il Deserto! Chi siete?”

“Siamo viandanti che hanno superato il Deserto e chiediamo asilo” disse Taider.

“Fai poco lo spiritoso, sei sotto tiro” rispose la vedetta. “Comunicate i vostri nomi, non vogliamo estranei nel nostro Santo Reame!”

“Beh, siamo Taider, il Cavaliere Corrotto, c’è Mary, la più gentile fra le donzelle del paese e Klose, figlio di un mugnaio. Ah sì, e scortiamo Kaden, un ragazzino che non riesce nemmeno a creare una bolla di vento”

Kaden si sentì offeso e si chiedeva come mai i due compagni non gli avevano ancora lanciato qualcosa addosso, visto che aveva punzecchiato anche loro.

“Oh. Ah. Un attimo solo” rispose il Centauro, il quale lo videro scendere all’interno delle mura, forse per conferire con qualcuno.

Ne risalì qualche istante dopo, essendo di parola. “Potete entrare”

Improvvisamente si spalancò una porta abilmente incantata fra le mura di legno, in modo che i quattro potessero entrare.

“Grazie” disse Taider.

“Non ringraziarmi” rispose la vedetta. “Fossi in voi, farei il giro lungo e non intralcerei oltre il reame dei Centauri”

“E invece io lo intralcio” disse Taider. Una volta entrati tutti e quattro, le porte si chiusero, tornando il legno un tutt’uno.

Davanti a loro, una serie di alberi, che occludevano la vista ad ampio raggio.

“Chissà cosa ci aspetta…” commentò Kaden.

“Beh, non ci resta che entrare, no? E tu esercitati nel creare la bolla d’aria, ci servirà” gli consigliò Mary, precedendolo nel percorso, in modo da essere Taider in testa, Klose per secondo, Mary la terza e ultimo proprio colui che avrebbero dovuto proteggere.

Al primo impatto, la foresta li accolse occludendo loro la violenta luce del sole del mattino, tuttavia la temperatura rimase piuttosto alta. Attorno a loro, alberi enormi e silenziosi, e la sconcertante sensazione di essere osservati.

C’era un solo sentiero percorribile, tuttavia ben lastricato; il rumore dei passi era quindi amplificato data l’assenza di altri suoni.

 

Man mano che avanzavano, i quattro percepirono una forte angoscia accompagnata da un graduale abbassamento della temperatura. Da che era sudato, Kaden cominciò a starnutire. “Non mi sento al sicuro” comunicò ai suoi protettori.

Distratto com’era dallo starnuto, Kaden non si accorse di aver messo un piedi in fallo e cadde in una trappola.

Il suo piede destro, andando avanti per i fatti propri, poggiò su un lembo di terreno circoscritto da un cappio, che automaticamente scattò e legò la caviglia del ragazzo, che in quel momento si ritrovò a penzolare come un salame.

Un secondo dopo, i quattro vennero circondati da Centauri accompagnati da Plexigos a forma di coccodrillo, in grado anche di sopravvivere fuori dall’acqua per molto tempo.

“Oh, no! Maledizione, Kaden! Non puoi stare attento, vero?” si lamentò Klose. Aveva perso la pazienza col ragazzo, era imbranato ed erano costretti a salvarlo sempre.

“Altolà” intimò uno dei Centauri, del tipo femminile. Ora che Kaden vedeva meglio, erano tutte di tipo femminile. “Siamo le Amazzoni, la tribù speciale che veglia sulla Foresta. Le sentinelle ultimamente sono molto generose, nel fare entrare chiunque in questo sacro spazio, soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti”

“Che genere di avvenimenti?” chiese Taider, mettendo mano alla spada.

“Non sono tenuta a rivelarteli” rispose secca l’Amazzone. “Immagino che voi siate colui che Caleb Hesenfield stava aspettando, vero? A quanto pare, siete ricercati in tutta l’Australia e personalmente trovo poco credibile che siate riusciti a giungere fin qui senza danno alcuno”

Mary si toccò istintivamente l’orecchio in parte mozzato e rise amara.

“Caleb Hesenfield ci ha descritto molto bene chi sta cercando. Un ragazzo dalla pelle scura e John Taider, il Cavaliere Corrotto, colui che ha lasciato l’esercito di re Walter Argonath per unirsi all’Armata Rivoluzionaria. È per questa ragione che le sentinelle vi hanno lasciato passare. Ma noi Amazzoni non siamo più disposte a tollerare quel despota di Cassius il Magnifico!”

“Chi sarebbe Cassius il Magnifico?” chiese Klose, cercando di distrarre le Amazzoni e lentamente avvicinandosi a Kaden per slegarlo.

“Il nostro Sovrano” rispose vaga l’Amazzone. “Sin dall’origine del mondo i Centauri sono stati neutrali, senza amici né nemici, poi… pazienza, lasciamo perdere”

Taider capì, associando quella frase a Caleb. Evidentemente, Cassius aveva stretto alleanza con gli Hesenfield  e questo alle Amazzoni non aveva fatto piacere. Tuttavia, memore anche della lettera di Shydra, il cavaliere Corrotto chiese: “Avete notizie di una signora di mezza età dall’aspetto vigoroso? Si fa chiamare Shydra Aldebaran, che ne è stato?”

L’Amazzone rispose: “È con Caleb Hesenfield, adesso, ma non ti dirò se è nostra prigioniera oppure no”

“Maledizione! Shydra! Adesso noi ci faremo strada, stronze!” esclamò atterrita Mary, estraendo le sue due spade, ma l’Amazzone rise divertita.

“Forse non avete ben chiara la situazione. Le Amazzoni, da quando esistono, hanno sempre ucciso gli estranei, e continueremo a farlo, anche se questo significa scavalcare l’ordine del Sovrano. Un solo passo e siete morti, siete in netta inferiorità numerica”

“Tsé” disse Mary. “Tenebra e Olocausto valgono per quindici dei vostri eserciti” e le sguainò. Anche Klose cominciò a incoccare due frecce e le scagliò verso uno dei Plexigos, che cadde morto.

Al che una pioggia di frecce nemiche oscurò il cielo, puntando tutte dritto al piccolo gruppo di stranieri, che però si difese egregiamente, grazie a una cupola d’aria solida creata da sir Taider, il Cavaliere Corrotto.

“Dovete fare meglio di così” disse, ma dicendolo abbassò la guardia e un Plexigos gli morsicò la gamba, e cominciò a provare a staccarla di netto.

Taider si sentì sbatacchiare e perse conoscenza, cadendo in mezzo ai cespugli selvatici sul bordo della strada. Klose invece liberò Kaden dalla presa e si ritrovò ad affrontare tre Amazzoni tutte assieme, mentre Mary ebbe sei Plexigos addosso.

Tutto stava a Kaden, l’unico ignorato dall’agguato.

Cosa aveva in mano? Solo Raggio di Sole, e non era ancora bravo così tanto da poter affrontare un centinaio di Amazzoni esperte in lotta.

Si diede dei pugni sul viso. Quanto si sentiva debole! Ma non era ancora il momento di affrontare nessuno. Non finché… un momento, si disse.

Si guardò i palmi delle mani. Che strano, pensò, emanavano luce. Forse, a contatto con la magia millenaria della Foresta, anche la magia dentro Kaden si era sviluppata e quindi era in grado di affrontare la magia del Vento e gestirlo come meglio credeva. Inoltre, capì perché in una settimana non si erano mai imbattuti in nessuna tempesta di sabbia: era stato Taider per tutto quel tempo a tenerle lontane.

Così Kaden si alzò e riempì le mani di bolle d’aria, e cominciò a mitragliare non visto sia le Amazzoni sia i Plexigos.

Purtroppo, nella furia non si accorse di aver colpito anche Mary, la quale si vide staccarsi un braccio, proprio mentre questo si levava per colpire un’arciera nemica.

Kaden si mise le mani sulla bocca, mentre osservava Mary straziarsi dal dolore mentre il sangue le fuoriusciva copioso. Klose invece veniva atterrato e, perdendo i sensi, non ebbe tempo di vedere nulla.

“Oh, no… no…” si disse, ma perlomeno nessuno attaccava più, in quanto gli aggressori si erano dispersi, in seguito a un urlo remoto.

Adesso erano tutti e quattro soli, due dei quali in preda all’agonia.

E Kaden svenne, in preda ai sensi di colpa.

Kaden e le Fontane di Luce/8

Capitolo 8

Tutti si stupirono. Chi osava interrompere quel cerimoniale?

“Chi ha parlato? Chi è quello sporco traditore che non desidera la pace nel suo popolo?” si chiese ad alta voce il re.

“Non sono del vostro popolo, e nemmeno colui che stai per uccidere” rispose Klose, seguito da Mary e Taider. Tutti e tre erano molto inviperiti.

Il Signore del Deserto guardò Kaden.

“Non importa, ha detto lui di volersi sacrificare, perciò chi sono io per non esaudire un così grande desiderio?”

I tre guerrieri erano alquanto scettici.

“Kaden! Che cazzo hai detto? Non dovevi compiere la tua missione?” chiese Mary.

Ma Kaden rispose con voce atona, guardando il cielo terso. “No, adesso devo andare dal grande Dio del Deserto ad intercedere per i due novelli sposi”

“Visto? È il vostro amico che lo desidera, e io non posso che esaudirlo!”

Il re sollevò la sciabola e si mosse per colpire il ragazzo, ma una freccia lo disarmò.

Tutti i presenti si stupirono.

“Sacrilegio…” sibilò il Signore del Deserto, massaggiandosi la mano sanguinante. “Adesso servirà più di un sacrificio per riparare a questo affronto!”

“Voglio proprio vedere” rispose indifferente Klose, e scoccò un’altra freccia in direzione del cuore.

Il Signore del Deserto cadde, non avendo avuto riflesso alcuno, straziato dal dolore: la freccia era arrivata dritta al cuore e gli interruppe la vita.

Dopo qualche secondo, successe un evento inaspettato: il popolo si mosse di gioia, portando a festa Klose.

“Ma… che succede?” si chiese Kaden, sbalordito e recuperata la piena coscienza di sé.

“Egli ci ha liberati! Lo straniero ha liberato questo paese dalla tirannia!” furono le grida generali.

I quattro rimasero perplessi da quelle grida di gioia, quindi fu allora che Kaden, Taider e Mary si accorsero di Ampolline, la sposa che aveva recuperato tutta la sua felicità.

“Tu sai perché stanno festeggiando la morte del re?” chiese Kaden, ancora seduto sul tavolo.

Ampolline sorrise radiosa. “Dovete sapere che ogni anno, in questo periodo, quel bastardo si… sposava. Ogni anno eravamo costretti a subire il suo capriccio, perché tutte le volte, dopo aver dato alla luce un figlio, la moglie dell’anno precedente moriva. Sempre e sempre, in ciclo. E ogni anno sacrificava uno di noi dopo il banchetto, quindi non è che fossi così felice di sposarlo. Ma poi siete arrivati voi e quindi…”

“Ecco perché la sposa nel souvenir non sembrava tanto felice!” esclamò Mary. “Siete abituati a tutto questo e quindi ormai sapete cosa e come succederà!”

“Sì, ma ormai non ha più importanza” rispose Ampolline e, alzandosi dal suo posto, andò a festeggiare Klose con gli altri.

 

Nel frattempo, a Villa Hesenfield, c’era un po’ di agitazione.

Abraham entrava e usciva dalle stanze, in preda al panico.

“Mio signore, se non vi calmate…” tentò di dire Frederick, ma Abraham lo zittì.

“Zitto! Zitto!” esclamò Abraham. “Ma com’è potuto succedere? Poche cose a questo mondo mi terrorizzano, e una di queste si è appena risvegliata! Ma tu lo sai chi ha sconfitto i Draghi milleottocento anni fa?”

“No, signore” rispose impassibile il servitore.

Il padrone di casa lo portò a vedere la Sala dei Quadri e gliene indicò uno in particolare, quello che sembrava il più antico. “Ecco, lui! Il nostro capostipite!”

Frederick osservò il ritratto di un uomo con due protesi al posto delle braccia, una spaventosa ustione che gli ricopriva il lato destro del volto (l’altro lato esibiva un profondo graffio) e una spada spezzata tenuta verso il basso.

“Isaac Moses Alec Hesenfield, Re dell’Australia, primo del suo nome, vissuto abbastanza per addormentare tutti e diciotto i draghi e sposare una certa Judith, la quale diede al mondo i principi Adam, Eva, Cain e Abel” disse Abraham, presentandolo anche con un certo orgoglio, nascosto tuttavia dal panico che ancora lo impregnava. “Capito, quanta storia abbiamo alle spalle? Siamo la famiglia nobile più antica di questa nazione, ma che purtroppo è caduta in disgrazia. Capisci perché mi sono dato tanto da fare per rilanciare la nostra Casa per riportarla là dov’era? E adesso abbiamo il nostro grande nemico di nuovo fra i piedi, per colpa di un avido che non capisce nulla!” e colpì il muro con un pugno.

“Orsù, calmatevi, mio signore” ritentò Frederick. “Non posso certo vantare una storia come la vostra, in quanto sono solo un figlio di un povero contadino dalle umilissime origini. Non so chi siano i miei avi e ricordo a stento persino mio padre. Tuttavia una cosa la capisco: voi stesso mi avete insegnato che gli Hesenfield non si fanno prendere dal panico e scelgono sempre la via più difficile. Vostro figlio ha guadagnato la fiducia dei Centauri, i quali sono più potenti dei Plexigos, ed è tutto dire. Posto questo, la stirpe dei Draghi non può certo farvi paura, inoltre è qualcosa che non possiamo evitare, poiché dove vi è un protagonista, vi è anche la sua nemesi.”

“Certo, belle parole, Frederick” tagliò corto Abraham. “Però non ho nessuna notizia da Jakob: se solo avessi mio figlio Josafat con me, scatenerei lui sui Draghi. Ha lo stesso sangue caldo del suo avo, può benissimo ucciderli a mani nude”

“Non ne dubito, signore. Comunque qui siamo al sicuro, e una volta che le Fontane saranno aperte saremo noi a prevalere sul trono”

Abraham sorrise finalmente. “Molto vero. Anzi, c’è una piccola possibilità che i poteri dei Draghi siano legati adesso a quelli di Re Anthony. Visto che il suo potere dipende dalla Fontana, anche tutti gli incantesimi che compie lo sono… ma certo, ma certo! Frederick, grazie!”

Abraham corse via lasciando il suo servitore in mezzo ai quadri e raggiunse il suo studio, dove scrisse una lettera veloce al primogenito, Caleb, visto che quest’ultimo non aveva portato cellulari con sé e comunque non ne possedeva.

Cari figli miei, Caleb e Isaiah,

vi scrivo per comunicarvi il risveglio dei Draghi. Ciò modifica i nostri piani: se prima avevo pensato a un attacco diretto alle sguarnite terre dell’Ovest, temo che dovremmo rivedere questa priorità e usare i Centauri in un altro modo, quindi aspettate a partire dal Reame. Sono sicuro che incontrerete coloro i quali stanno aprendo le Fontane (passeranno certamente per di là, il Cavaliere Corrotto Taider sa anche lui che i Centauri sono ottimi contro i Draghi e chiederà la loro protezione) e uno di voi due li scorterà fin qui, a Villa Hesenfield, dove discuteremo delle strategie per affrontare questa grave minaccia. L’altro invece condurrà i Centuari a combattere i Draghi, perché sono molto più forti dei Plexigos e la loro magia è indispensabile per compiere tale impresa. In questo modo noi abbatteremo i Draghi e avremo la strada spianata per conquistare tutto come stavamo facendo prima della morte di Re Walter.

Sperando che stiate entrambi bene,

Vostro padre 

 

Una volta terminato, il lord di Villa Hesenfield spedì la lettera tramite corvo, allegandovi non poche speranze.

 

Nel frattempo, nel Reame dei Centauri, proprio nel momento in cui Cassius il Magnifico festeggiava l’accordo raggiunto con Caleb con una vigorosa stretta di mano, vennero interrotti da una donna vestita di mantello e cappuccio.

“Chi siete? Che ci fate in questa terra?” chiese Cassius, disgustato nel vedere una donna. Caleb era invece incuriosito.

La donna scostò il cappuccio e fece vedere il suo volto. Ma certo, pensò Caleb, aveva visto il suo ritratto molte volte sui giornali, etichettata come “donna pericolosa” e Isaiah aveva detto di lei che avrebbe voluto affrontarla. Sei mesi prima il loro stesso padre aveva avuto un confronto con lei: Shydra Aldebaran, capo dell’Armata Rivoluzionaria, cosa che infatti stava dicendo.

“… sono qui per parlamentare col vostro sovrano” concluse la donna. “La situazione è critica e bisogna muoversi”

“Sono io il Sovrano, Cassius il Magnifico” si presentò il Centauro, usando un tono orgoglioso e una postura per rimarcare la propria superiorità. “Cosa volete comunicarmi?”

Shydra aveva notato i due ragazzi vestiti con le insegne Hesenfield, ma non disse nulla. “Ho bisogno dell’appoggio dei Centauri per sistemare le cose all’Ovest. Il Re, Walter Argonath, è morto, e adesso si è creato un vuoto di potere laggiù. La situazione peggiorerà se il re che hanno messo come fantoccio dovesse essere smascherato”

Cassius guardò dritto negli occhi Shydra e vide che non vi era menzogna. “Avete ragione” rispose, “per questo ho appena siglato un accordo con Lord Caleb, principe degli Hesenfield. Adesso siamo alleati nella guerra contro l’Ovest, in cambio avremo tutti i territori che ci spettano, e questo stesso reame verrà ampliato. Nasceranno nuove foreste, i Centauri si moltiplicheranno e vivremo più liberi!”

Shydra sentiva dentro di sé che Caleb li stava raggirando, ma in quel momento bisognava fare buon viso a cattivo gioco. Forse non c’era più nemmeno bisogno dell’Armata Rivoluzionaria e lasciare la guerra agli Hesenfield…

Un momento, perché mai? Shydra ebbe un lampo nella sua mente di come sarebbe potuto essere il mondo in mano ad Abraham: un mondo sporco, pieno di reietti, il Mangiacuore a piede libero e dichiarato innocente, un governo dittatoriale il cui centro era quella villa maledetta.

Non era possibile. Shydra doveva convincere i Centauri a passare dalla sua parte. Erano anni che combatteva per la libertà di ciascun individuo ed era sicura che nel caso in cui Abraham fosse diventato Re nessun Centauro avrebbe potuto dichiararsi ‘libero’. Lasciando agli Hesenfield via libera si sarebbe passati dalla padella alla brace.

“E se vi dicessi che Caleb sta mentendo? Ho sentito dire che gli Hesenfield hanno bisogno di alleati poiché stanno perdendo la guerra” inventò sul momento, causando le ire dei due fratelli e un mormorio concitato di tutti gli altri Centauri che stavano assistendo.

Cassius guardò con sospetto questi ultimi e Isaiah, estratta la sua spada, disse “Come osi, brutta vecchia? Vuoi che… eh?”

L’atmosfera venne raffreddata dall’arrivo provvidenziale di un corvo, che lasciò cadere un foglio di carta arrotolato ai piedi di Caleb, che, perplesso, lo lesse dopo aver rimosso il sigillo di suo padre.

Una volta terminata la lettura, passò il foglio ad Isaiah e annunciò a voce alta: “Ho una notizia da dare a tutti i presenti, quindi anche a te, Shydra Aldebaran, che con arroganza insinui una possibile nostra sconfitta, ignorando a quale Casa apparteniamo e di conseguenza non ignorando il detto che fra gli Hesenfield non si conosce la parola sconfitta! Mio padre, il Re legittimo di tutta l’Australia, discendente da Re Isaac il Signore dei Draghi, mi informa che il nostro antico nemico è stato risvegliato! È un fatto che non sarebbe dovuto accadere, ma i nostri informatori ci comunicano che Re Anthony è andato alle Alpi Australiane e ha recitato, in maniera assolutamente inopinata e surreale, la formula per richiamare dall’oblio i diciotto Draghi che il nostro avo ha addormentato! Adesso, ciascuna specie, uomo, donna, Centauro o Unicorno è in pericolo! I Draghi non conoscono padrone e odiano tutto ciò che è diverso da loro, pertanto propongo di non partire subito per l’Ovest, ma tutti i Centauri valorosi si uniscano alla mia armata per affrontarli e distruggerli ancora una volta! Vi ricordo che il mio avo, Re Isaac, non ricevette aiuto alcuno dalla vostra razza e…”

“Un momento” lo interruppe Cassius il magnifico. “Re Isaac non ricevette il nostro aiuto perché siamo indifferenti ai problemi degli umani. I Draghi non sono un nostro problema. La nostra alleanza ha come fine ultimo la liberazione dei Centauri da questo Reame molto limitato”

“Aiutate gli Hesenfield stavolta e dimenticheremo questo tradimento” rispose Caleb, come se non avesse sentito.

“Tradimento? Come osi? I Centauri non tradiscono! I Centauri sono fedeli alla parola data! Noi Centauri stiamo aiutando voi piccoli esseri bipedi per il nostro tornaconto! Inoltre, infamare il Magnifico equivale alla morte!”

Schioccò le dita e fulmineamente due valletti portarono un arco e una faretra, che Cassius usò per minacciare Caleb.

“Puoi anche essere vestito di armatura, pure di ottima fattura” sibilò, “ma un Centauro può centrare la gola di un uomo anche in situazioni estreme”

“Adesso basta!”  esclamò Shydra, per poi pentirsene. Forse le sarebbe convenuto che Cassius avesse eliminato Caleb, ma il suo cuore di madre glielo aveva impedito. Caleb dopotutto era solo un ragazzo… e lei era stata madre di due ragazzi, morti tragicamente a causa della guerra civile. Per quello poi era entrata nell’Armata e alla fine ne era divenuta il capo.

“Come osi interrompere un’esecuzione, donna?” sibilò Cassius. “Vuoi che ti uccida?” Puntò la freccia verso di lei.

“Questa è la guerra…” mormorò Shydra. “La guerra uccide, divide, crea il caos. I Centauri si definiscono un popolo libero, vero?”

“Sin dall’origine del mondo!” dichiarò Cassius.

“Benissimo. Allora, che cosa vi impedisce di darci una mano? Distruggete i Draghi, e potrete continuare a definirvi liberi!” esclamò Shydra col cuore in gola. Non era facile parlare con una freccia che stava per essere scoccata.

“I Draghi sono nemici degli Hesenfield, non nostri. Sappiamo cosa Isaac ha fatto loro ma i Centauri non prendono parte in questa disputa” rispose Cassius, in tono neutro.

“E se ti dicessi che probabilmente un Drago verrebbe in questo Reame, sapendo che Re Anthony, colui che li ha liberati, si sente minacciato dalle vostre frecce?”

Cassius esitò un istante. Era vero, alleandosi con gli Hesenfield stava ponendo i Centauri verso una fazione, per la prima volta nella loro storia. Pertanto, stava rischiando tutta la sua gente… e la sua pelle. Che fare, dunque?

“Sia come vorrà il fato” dichiarò Cassius, riponendo infine la freccia nella faretra. “Caleb Hesenfield!” esclamò. “Andiamo a uccidere i Draghi”

“Sarà mio fratello Isaiah ad accompagnarti. Io resterò qui ad attendere altri ospiti” disse Caleb, memore dell’avvertimento di suo padre, che secondo i suoi calcoli dal Reame sarebbero dovuti arrivare anche l’incaricato alle Fontane e la sua scorta.

Shydra vedeva qualcosa di sospetto in quella frase e rimase ad attendere, così ascoltò Cassius che disse: “Gli ospiti degli Hesenfield sono nostri ospiti” e, scortando Isaiah, sparì assieme a un drappello nutrito di uomini e donne arcieri.

“Consideratevi onorati” disse Cassius a Isaiah. “Non è usuale che i Centauri concedano così tanti favori a degli umani, ma la situazione è critica”

“Be’, avete le vostre tradizioni” rispose Isaiah, vago, che pensava a un aspetto marginale della vicenda. “Ad esempio, sono colpito dalla vostra usanza di girare a petto nudo, per entrambi i sessi”

“Il petto nudo è il simbolo del nostro orgoglio, non c’è nulla che possa ferirci” spiegò Cassius.

 

Intanto Shydra rimase sola con Caleb, nella radura dove si tenevano le assemblee, ora vuota. Una volta che il loro Magnifico era giunto a una sentenza, non occorreva più che i Centauri rimanessero a sorvegliare gli umani, così tutti quelli che non erano partiti tornarono ai loro affari. Adesso in quella radura c’era molto silenzio. “Chi sono gli ospiti che attendi?” chiese Shydra, burbera verso Caleb. Gli aveva salvato la vita, ma rimaneva ancora un nemico.

“Li conosci bene” rispose il ragazzo. “Sono coloro i quali devono aprire le Fontane. Mio padre li ha convocati a Villa Hesenfield”

Shydra sgranò gli occhi atterrita e, tremante, scandì “Non… non c’è nulla che io… possa fare per impedirlo?”

“No, direi di no” rispose Caleb e, stanco, si sedette all’ombra di un albero.

 

Una volta liberato il mondo dalla presenza del Signore del Deserto, il gruppo dei quattro tornò in marcia per raggiungere il paese successivo.

“Avevi detto che ci sarebbero volute quaranta ore per arrivare a Kashnaville, eh?” sbottò a un tratto Kaden rivolto a Klose, al terzo giorno di marcia consecutivo.

Il ricordo del banchetto era ormai sbiadito e i quattro erano spossati dal tremendo calore che il grande deserto australiano offriva loro.

“Sì… quaranta ore con la carrozza” rispose Klose. “Ma che posso farci se non ve n’è nessuna e non vi è nemmeno un servizio taxi? Una volta esistevano”

Detto quello, Kaden non disse più nulla, troppo disgustato per ribattere.

Si era divertito, laggiù nella cittadina dei matrimoni in serie, ma quella giornata era diventata così distante che Kaden non rammentava più nemmeno come si chiamasse il villaggio. Aveva avuto delle ore felici, banchettando con degli sconosciuti che non gli imponevano ore ed ore di esercitazione, e inoltre Mary si era incaponita nell’usare due spade, Tenebra e Olocausto, contro la sua Raggio di Sole.

Infatti la spadaccina non si era separata da Olocausto e invece l’aveva portata con sé, e i risultati si erano visti tanto che la ragazza era ormai una macchina di morte. Aveva ucciso decine di Plexigos, i quali non perdevano occasione di attaccare. Quattro persone a zonzo per il deserto erano il migliore pasto.

E anche Kaden, spinto dai progressi della guerriera, migliorò parecchio; ma ciò non gli impediva di lamentarsi con una frequenza insostenibile, per l’umore dei tre.

Si lamentava della mancanza d’acqua, del cibo, di Mary, degli scorpioni, di Mary e ancora di Mary: tutti gli argomenti preferiti da Kaden.

Ma alla fine, si arrivò a una svolta.

I quattro arrivarono al cospetto di un binario ferroviario. Le ferrovie, così come i cellulari e i servizi taxi, erano una delle poche cose dell’Età Moderna che il popolo sotterraneo aveva deciso di tenere come eredità degli antichi, in quanto troppo impauriti di ritorsioni aliene per poter avanzare ancora con la tecnologia, fermo restando che le conoscenze mediche erano le stesse dell’anno Novemilanovecentonovantanove, secondo il calendario gregoriano caduto in disuso.

“Ecco, vedi? Potevamo usare un treno. Perché non ci avevamo pensato prima?” chiese Kaden, in preda a un esaurimento nervoso.

“Perché solo gli stupidi usano i treni in tempi tormentati come questi. Come ti sentiresti se tu fossi seduto in una cabina in balia di un eventuale assalto? Inoltre, adesso che ci sono i Draghi non vedremo più alcun treno per parecchio tempo… no, meglio che ognuno pensi ai fatti propri, per adesso. La Rivoluzione deve andare avanti” rispose Klose.

“E la Magia? Quando me la insegnerete?” ritentò per la trecentesima volta Kaden. Da quando aveva sentito Mary borbottare che l’insegnamento di quelle arti era diventato urgente, lo chiedeva ad ogni piè sospinto, anche se non c’entrava niente col contesto dei vari dialoghi.

Durante un pranzo successe che Taider chiese a Mary se gli poteva passare il sale, e Kaden chiese il momento in cui avrebbero cominciato le lezioni. Inutile dire che venne pestato di santa ragione.

“Non appena sarai abilissimo con la spada. Ormai sono tre giorni che ti alleni senza sosta con Mary, vorrei vedere che progressi hai fatto” rispose Taider, seccato ma incuriosito.

In effetti il ragazzo e Mary si allenavano a parte, lontano dagli sguardi degli altri due, e la ragazza non lasciava trapelare niente.

Così i due contendenti si posero a dieci passi di distanza ed estrassero le spade.

Fu uno scontro accanitissimo, in cui i fendenti non si risparmiavano, e Kaden dimostrò molta agilità nel gestire due spade del calibro di Tenebra e Olocausto.

Più la compagna di allenamento attaccava, più Kaden si accorse che lei non era molto abile nel maneggiare due spade contemporaneamente, infatti colpiva ad uno ad uno. Ciò gli diede un’idea.

Alla fine, accadde: Tenebra gli si avvicinò sulla destra, ma Kaden, che aveva visto la mano di Olocausto allontanarsi, non perse tempo e attuò l’idea balzana ma efficace che gli era venuta in mente. Schivò una capriola e durante questa spostò la spada Raggio di Sole in modo da disarmare la mano che reggeva Olocausto, cosa che successe puntualmente.

La spada cadde con un tonfo morbido sulla sabbia.

“Ho notato un buco nella tua guardia e ne ho approfittato” disse Kaden, fiatoni e con la spada di fronte a sé. Sapeva che la compagna non era sconfitta ed era pronto a qualunque ritorsione.

Mary era allibita.

“Caspita”. Sembrava che il mondo le fosse crollato addosso. Non aveva mai perso contro Kaden, e nel vedere Olocausto giacere in quel modo le sembrò che il suo tempo stesse per scadere. “Caspita. Caspita. Caspita.”

“È giunto il momento” annunciò Taider soddisfatto, mettendosi i guanti. “Ti darò qualche lezione di stregoneria”