Kaden e le Fontane di Luce/Finale

Capitolo 38

Kaden alternava momenti di ansia a momenti di sicurezza, soprattutto quando trovava sagome enormi che scambiava per la Fontana, ma altro non erano che scogli molto grossi. Nel frattempo, il Leviatano lo rincorreva.

“Ehi, tu! Gira al largo, se non vuoi assaggiare la furia dei Tridenti!” lo avvisarono i guardiani, ma Kaden non si scompose, anche perché non capì ciò che dissero, e convinse persino il mostro marino dietro di lui della sua intenzione a schiantarsi.

“Tranquilli, si schianterà” disse il capo delle guardie. “A questa velocità non può più nemmeno cambiare direzione”

E invece, con una mossa a sorpresa, Kaden innalzò il sottomarino strisciando la parte inferiore sulle alghe, e scavalcando dunque il confine sotto lo sguardo attonito delle guardie, che nel frattempo dovettero anche fare i conti col Leviatano, che invece si infranse perdendo i sensi.

E Kaden la vide: proprio davanti a lui, la Fontana Chemchemi giaceva sguarnita, malinconica e ricoperta di alghe e plancton.

“Ci dovrebbe essere un qualcos… eccolo!” Kaden notò un grosso pulsante arrugginito nella parte frontale della fontana e lo premette col “muso” del sottomarino.

Sopraggiunse una fortissima scossa, a seguito dell’azione compiuta da Kaden, che incredulo assistette all’apertura dell’ultima Fontana, così ben protetta eppure aperta esattamente quanto le altre.

Ad ogni modo, il terreno su cui la Fontana poggiava cominciò a spaccarsi dal resto, e nel frattempo che la struttura si liberava delle immondizie che la opprimevano, il tutto cominciava a prendere quota, come se fosse un’isola a sé stante.

Kaden si accertò che la luce cominciasse a zampillare e scoppiò in lacrime.

Ce l’aveva fatta. Contro ogni previsione, era riuscito ad aprire le due Fontane, dopo aver aperto la prima con estrema facilità.

Intanto, in quel di Sydney, mancava pochissimo all’Incoronazione e Re Anthony osservava la sua capitale imbattuta dal balcone, respirando l’aria fresca del dopo pioggia.

“Ci siamo quasi. Altre settantadue ore e riuscirò a essere Re, dopo centodue anni. Avrei dovuto fare così anche centodue anni fa e appropriarmi delle Fontane, invece di scendere a compromessi. In ogni caso, ciò che fatto è fatto, e sono comunque arrivato a questo punto senza l’aiuto di nessuno. È tutto pronto? Avete srotolato il tappeto rosso?” chiese ai servitori.

“Sì, Maestà. Partirete alle ore undici e cinquantacinque esatte dal fondo del castello, per giungere davanti al trono a mezzogiorno in punto. E sarà allora che vi proclamerete Re giurando sulla corona” disse il gran maestro. In teoria, avrebbe dovuto essere lui l’incaricato a far indossare la Corona al Re, ma trattandosi di una cerimonia di auto incoronazione il gran maestro venne relegato a compiti meno gravosi.

“In ogni caso, Caleb Hesenfield può soltanto assistere alla sua disfatta. Nemmeno lui è riuscito a scalfire le mura, e poi che senso ha avuto vestirsi di stracci? Non ha senso, vero?”

“No, mio Signore” disse il Gran Maestro.

“Notizie dalle Mura? Quanti ne abbiamo eliminati?” chiese Anthony al capo della guarnigione, ma non occorse che quegli desse una risposta, poiché si sentì una fortissima esplosione e un boato di proporzioni colossali, il cui fumo successivo fu ben visibile dal balcone del Palazzo Reale, costringendo Anthony a uscire per vedere.

Non poté credere ai suoi occhi.

Le Mura erano state aperte. La truppa di Caleb Hesenfield era entrata a Sydney.

“Non ci posso credere… maledizione!” esclamò Anthony, battendo i pugni sulla balconata di pietra. Poi volse il suo sguardo adirato verso i suoi servitori. “Come me lo spiegate? Eh? Ero stato assicurato che non ci sarebbe stato nessun problema a fare a fette quei due bastardi, e adesso me li ritrovo sotto casa!”

Sapeva che avevano annientato ogni difesa e Caleb sarebbe davvero venuto a… bussare di lì a poco.

“Mio Signore, siamo esterrefatti quanto voi” disse il capo della guarnigione. “Eludere la guardia di Kraken l’Angusto…”

“Esatto! Kraken l’Angusto! I Draghi, creature invincibili… ma io lo distruggo!” ed estrasse la spada, pronto a vendere cara la pelle. “Almeno ditemi che Kaden delle Fontane non era a Sydney!”

Né il gran maestro né il capo della guarnigione seppero come rispondere, al che ci pensò uno dei capi della polizia cittadina.

“Mio Signore, era stato avvistato con una donna somigliante a Mary la spadaccina attorno alle Mura e forse si è infiltrato fra i canali di scolo…”

Anthony pensò solamente a quanto poco teneva a vivere quell’uomo e si adirò ulteriormente, ma non lo diede a vedere esternamente. Non gradiva che la sua festa fosse guastata da quei due maledetti.

“E allora trovateli, e badate di farmeli vedere morti. Giaceranno al mio cospetto il giorno della mia Incoronazione, entrambi legati ad un palo”

“E sia” rispose il soldato, sparendo dalla scena. Anthony cercò di trovare nella sua mente il bandolo della matassa, pur sapendo che non c’era. Confidò dunque in un’ultima difesa disperata del palazzo, utilizzando i pochi sopravvissuti già sconfitti nell’assedio e le guardie personali di stanza nella fortezza e diede tale ordine.

“Dobbiamo batterli…” disse Anthony, facendosi vestire della migliore armatura, con una spada scintillante al fianco. “Ucciderò Caleb umiliando la famosa Mezzanotte, la sua spada… ahahaha, la mia non ce l’ha nemmeno, un nome!”

Ciò che lo preoccupava, una volta sistemato l’esercito dando l’ordine di barricare le vie principali, era Kaden delle Fontane, che si era dimostrato più sfuggevole di un’anguilla. Era anche sfuggito alle fiamme del Signore dei Draghi…

Un brivido percorse il corpo del sovrano. “Sta’ tranquillo” si disse. “Vincerai, me lo sento. Un ragazzino non può distruggere le basi di un Regno più brillante che mai”

Si girò verso l’orizzonte marittimo e ciò che vide non gli piacque per nulla, tanto che cominciò a sudare freddo. Tanto per essere sicuri, si avvicinò al binocolo e riconobbe i vessilli che stavano arrivando al porto, annunciandosi con colpi di cannone.

Quei vessilli. Quello stemma. L’odiato scudo a sei strisce sorretto a destra da un leone, a sinistra da un grifone, trafitto verticalmente da una spada in secondo piano e in cima… tre stelle. Tre stelle? Erano sempre state sette… Gli Hesenfield piangevano delle morti?

“Maestà! È appena arrivata una notizia urgente dal Porto!” esclamò una guardia, senza nemmeno farsi annunciare, così com’era ordine del Re per le notizie urgenti.

“Sì, le ho viste anche io le navi di Isaiah Hesenfield. Spero vivamente che quel maledetto bastardo voglia rendermi omaggio!” disse, pur non pensandolo e sentendosi in realtà mancare il terreno sotto i piedi, ma il soldato scosse la testa.

“No, signore! Abbiamo catturato e ucciso una ragazza che sappiamo per certo che abbia parlato con Kaden delle Fontane, regalandogli anche un sottomarino! L’abbiamo torturata e uccisa con la pistola!”

Anthony era sbigottito. “Ma che… chi era costei? E perché non l’ha denunciato? E quando l’avete presa?”

“Non lo sappiamo, signore! La notizia risale a quattro ore fa, signore! Adesso stiamo pattugliando il porto!” esclamò il soldato.

Il Re arricciò le labbra, dando un secondo sguardo alle navi. Di sicuro la lentezza delle notizie era qualcosa al quale rimediare. Avendo tutte le truppe assiepate attorno alla fortezza, sarebbe stato facile per gli uomini di Isaiah Hesenfield impadronirsi della città dal mare, a meno che…

Improvvisamente si sentì una seconda esplosione, meno colossale della precedente, ma molto più vicina, perché tutto il palazzo tremò come se fosse stato scosso dalle fondamenta.

“Mio Signore! Mio Signore!” furono le urla concitate. Re Anthony capì e scese personalmente ad accogliere l’ospite.

Finalmente ebbe di fronte l’odiato volto, così somigliante al padre. Caleb Hesenfield, vestito solo di uno straccio che gli copriva le parti intime, ferito in più punti e sudato come non mai, accompagnato da una fanciulla di una bellezza soffocante vestita in abiti leggeri, di verde.

“Sei tu” disse Anthony. “Inchinati al tuo Re, maledetto!”

“È finita” sibilò Caleb, puntando Mezzanotte e mettendosi in guardia. “Gli Hesenfield tornano a comandare, ed è tempo per l’Australia di risollevarsi, dopo duecento anni di tirannia! Arrenditi, hai perso! Isaiah arriverà al porto a momenti, forse qualche ora… è riuscito a mandarmi un messaggio ed è in viaggio! Nel frattempo, io mi sono portato avanti. Ti è piaciuto il Colpo della Fenice, la Tecnica Arcana del Fuoco? Era l’unico modo di risolvere la situazione. Persino Kraken si è complimentato con me, anche se mi ha distrutto il vestito e debilitato non poco”

“Morirai, Caleb” disse Anthony. “Non c’è bisogno di combattere. Io sono riposato, tu no. Io sono immortale, tu no. Infilzerò la tua testa su una picca e Isabel sarà mia schiava per sempre”

“Vediamo se sarai immortale anche con una freccia sulla tempia!” esclamò Isabel, puntando l’arco.

Tuttavia Anthony ridacchiò e si rivolse a quei pochi ancora fedeli al Re. “Ascoltatemi tutti! Caleb Hesenfield…”

Tu-tum.

Re Anthony sgranò gli occhi, che sbiadirono.

Si portò una mano sul petto, incredulo come mai nella vita.

Sentì appena la terra muoversi sotto i suoi piedi, quando infine anche le sue gambe cedettero. Il Re cadde a terra, vagamente cosciente che qualcuno aveva dato l’allarme.

Il suo cuore si era fermato e ormai gli rimanevano solo pochi secondi di vita.

Voleva dire qualcosa di sensazionale, che potesse essere ricordato per altri mille anni, e fu con grande sforzo che biascicò: “S-sono… il… Re…”

E chiuse gli occhi per sempre, lui che Re non lo era mai stato, lui che non aveva mai riconosciuto l’autorità degli Hesenfield, di Caleb Hesenfield, figlio di Abraham, il quale adesso troneggiava di fronte a lui, nudo eppure comandante; a differenza dell’usurpatore, vestito dei suoi migliori vestiti eppure morente.

Mentre Re Anthony dunque moriva e Caleb sollevava Mezzanotte in aria proclamando la fine della guerra, Kaden si vide circondato dalle truppe del reame delle Sirene, dopo aver aperto la Fontana, la quale proseguiva il suo viaggio verso la superficie.

“Fermo lì! Sei accusato di intrusione nel Reame delle Sirene e di distruzione di un reperto storico!”

Kaden non capì assolutamente niente di quello che gli stavano dicendo, in quanto parlavano una lingua nettamente differente, tuttavia il messaggio era talmente chiaro che il ragazzo decise di riprendere quota, intento a tornare anche lui in superficie.

“Mi dispiace non potermi trattenere, ma c’è gente che mi aspetta, lassù”

Non aveva finito di formulare la frase che si rese conto che era finita. Era finita, aveva compiuto la sua missione e Caleb probabilmente in quell’istante stava prendendo possesso del Trono che era stato dei suoi antenati. Gli venne da ridere.

E adesso? Che cosa avrebbe fatto? Che ruolo avrebbe avuto, lui, nel nuovo mondo che stava per nascere?

E soprattutto, chi lo stava aspettando? Caleb, forse? Il nuovo Re lo avrebbe accolto con grandi onori. E poi Isabel, la donna più bella del mondo, e adesso Principessa. E infine Mary, l’amica di sempre, che stava vegliando su di lui…

E  poi, doveva ricercare i suoi genitori, ancora a Perth. Sì, c’era ancora qualcuno per cui valeva la pena lottare e quindi cercò di escogitare qualcosa che lo potesse far tornare. Il problema stava nel capire come.

Ma prima che l’angoscia lo pervadesse, evitò un attacco di un tritone e poi di un altro.

Ciò che sapeva Kaden era che doveva mantenersi in vita, perché le speranze di tutti erano riposte in lui, e dunque doveva vivere.

Così, lentamente ma inesorabilmente, risalì la china, veloce come il vento e deciso più che mai a dire la propria anche adesso che la sua missione era conclusa.

Sapeva che la superficie era ancora lontana, ma lui non vedeva l’ora di riabbracciare il sole, pentendosi di aver amato il mare.

Era pieno di pericoli, ostile e spettrale, e non riusciva a capire come mai l’avesse amato così tanto.

Fra un colpo e un altro, i tritoni stavano cercando di ammaccare il sottomarino in modo da guastarlo, e alcune volte Kaden non poteva evitare l’impatto, pur usando la strategia di cambiare spesso direzione, che tanto bene aveva funzionato all’andata.

“Maledizione!” esclamò il ragazzo, al limite dell’esaurimento nervoso. “Queste bestie non vogliono lasciarmi andare! E dire che ormai sono lontano dal loro reame!”

Ma, come si rese conto successivamente, i Guardiani del Reame non abbandonavano l’osso solo perché questo se ne andava.

“Non può rimanere impunito!” esclamò il Re dei Tritoni, Torsk I l’Invincibile. “Abbattetelo! Fate qualcosa! Che non torni mai più in superficie!”

Kaden si vide dunque schierati una cinquantina di Tritoni soldati, posti come a formare un muro, in cinque file orizzontali da dieci.

“Cazzo! E spostatevi!” tuttavia, per quanto Kaden provasse a spostare il proprio mezzo, i tritoni seguivano qualsivoglia direzione e non lasciavano nessun varco scoperto.

“Volete le maniere forti? E sia!” rispose Kaden, ormai completamente in trance agonistica. Vedeva il traguardo a portata di mano e non sarebbero stati dei pesci inutili a portarglielo via.

Sì, perché qualunque cosa fosse successa in futuro, a Kaden sarebbe andata bene. Insomma, sarebbe diventato un eroe e non vedeva l’ora di conoscere cosa si provava.

E pertanto, impose al sottomarino un ultimo grande sforzo e sfondò la “rete” di soldati in modo da passare a tutta velocità, uccidendone quindi quattro, sfondandoli con lo stesso muso del sottomarino che aveva aperto la Fontana, che ormai era tornata in superficie a fare bella mostra di sé, zampillando luce imperterrita.

“Ahahahaha! Fottetevi, pesci maledetti!”

E cantò vittoria, Kaden, senza sapere che tuttavia non aveva ancora fatto i conti con la creatura leggendaria, il Leviatano, che ripresosi dallo scontro con le mura, era tornato a cercare il suo obiettivo e dunque riuscì a tornare appena in tempo per sbarrare la strada al ragazzo.

“Sfonderò anche te, non temere!” sibilò Kaden, l’adrenalina padrona della sua mente.

Un’altra accelerata, un’altra sola, e Kaden avrebbe potuto respirare di nuovo.

Tuttavia, con un ultimo colpo, il sottomarino non rispose più ai comandi.

Kaden, da estasiato che era, divenne impaurito e nel panico.

“E adesso che succede?”

Il suo cuore prese ad accelerare. Premeva a più riprese la leva che tanto lo aveva aiutato, girando la ruota del timone, ma stavolta il sottomarino sembrava morto.

Ed ecco che lo sentì, la dolce voce della Morte chiamarlo, dopo averlo cercato per tutto quel tempo.

Torsk, che vide la brusca fermata del sottomarino, sogghignò visibilmente soddisfatto.

“Ottimo, la fortuna gira sempre a favore dell’Invincibile. Non è vero, mia cara?”

La regina era adorante. “Sì, mio tesoro” e si baciarono appassionatamente.

Kaden avrebbe gradito avere un ultimo appello, ma ben presto si rese conto che ormai non vi era più scampo e cominciò a piangere, stando comunque ritto in piedi e tenendo in mano la ruota del timone.

Le fauci del Leviatano si spalancarono, pronto ad ingoiare ragazzo e sottomarino in un solo boccone.

E lui che si chiedeva cosa avrebbe fatto una volta in superficie! Adesso, non era più il momento di pensarci. Sorrise sereno invece, mentre la luce che il sole stava facendo filtrare dal mare spariva, occlusa dalle fauci del Leviatano, che lo ingoiò con un unico movimento e tornò da sé a difendere le mura del Reame delle Sirene.

Epilogo

Dopo la morte di Kaden, Isaiah Hesenfield, dapprima auto nominatosi Re dei territori dell’Ovest, invase con una flotta di dieci navi da guerra la capitale dell’Est, New Sydney, e la espugnò in meno di un giorno, sbaragliando i combattenti affranti dalla perdita del loro Re.

Pertanto, al posto dell’Incoronazione di Anthony, venne incoronato Re dell’Australia unita Caleb Zacharias Abraham Hesenfield, che decise di governare al massimo delle sue forze, aiutato dai principi Isabel e Isaiah, suoi fratelli e sue colonne.

 

Gli occhi verdi gli brillavano di gioia, ma dentro di sé era triste. Quanto gli era costato il Trono! E quel ragazzo, Kaden, che si era sacrificato nell’aprire l’ultima Fontana, che adesso risplendeva al largo della capitale e fungeva a memoria imperitura della sua missione.

Così disse: “Giuro di essere sempre fedele alla Corona e di proteggere con tutta la mia mente, tutta la mia anima e tutte le mie forze il popolo che mi è stato dato di governare e inoltre di collaborare in pace con il reame dei Centauri. Dio possa essermi testimone!”

Con quelle parole venne acclamato Re, il primo dopo centodue anni riconosciuto da tutti. Fu Isaiah a incoronarlo, utilizzando la Corona che da duemila anni giaceva sulle teste dei sovrani. Era un preziosissimo manufatto, degno di un Re: il circolo in oro incastonato di pietre preziose, il tutto arricchito da tre vette simili al circolo, che confluivano sulla sommità nella Pietra Regale, che era un prezioso a forma di globo di cui si ignorava la tipologia.

In merito ai Draghi, caddero tutti misteriosamente non appena la Fontana Chemchemi raggiunse la superficie, formando un isolotto proprio davanti alla capitale. Caleb suppose che i poteri del risveglio erano legati a quelli del Re, e dunque i loro destini erano legati, ma quella teoria non convinse tutti.

Infine, portando nel suo cuore il ragazzo più ricercato del Paese il quale aveva preso il fondale sottomarino e notando che non riemergeva dalle acque, il nuovo Re rese successivamente omaggio a Kaden “delle Fontane” della famiglia Oberhaft in una cerimonia a parte, nominandolo Barone alla memoria e dedicandogli una statua in piazza.

Venne anche istituita una giornata di lutto ogni anno per ricordare tutte le vittime della guerra civile.

“So bene che non è facile ripartire” disse Caleb, dopo aver giurato fedeltà al regno. Portava il lutto al braccio nonostante i ricchissimi abiti che indossava, i vessilli della sua Casa sventolanti fieri nel cielo e Mezzanotte cinta al fianco, e indossavano la fascia anche Isabel e Isaiah. I pensieri del Re erano rivolti anche a Mary la spadaccina, la quale non aveva voluto sapere di abbandonare il Porto e adesso viveva lì, gozzovigliando alla taverna Il Pesce Innominato e passando il resto del tempo a fissare il mare dal porto.

Pensando a lei, deglutì e ignorando l’emozione mista ad angoscia, disse sicuro: “Adesso, tutto ci sembra decadente e in rovina, e la morte opprimente ci lacera l’anima. Tuttavia io sono convinto che, se ognuno fa qualcosa di buono, allora si può fare tanto. Ricostruiamo questa nazione, aiutati dalle Fontane di Luce, e facciamola più forte e bella di prima!”

Quel discorso vibrante convinse la popolazione che Caleb sarebbe stato un grande Re, un Re che aveva conosciuto la sofferenza e la disperazione e si era presentato nudo a reclamare il Trono.

E così le Tre Fontane di Luce non furono mai più deturpate, garantendo la pace e la prosperità alla Nazione risorta.

 

E con questo chiudo! Grazie, grazie mille a tutti quelli che mi hanno seguito in questo esperimento. Se non vi è piaciuto, credete che non s’è fatto apposta ❤

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Kaden e le Fontane di Luce/35

Capitolo 35

Mary disse: “Non mi hai fatto fare nulla!” ma Isabel ridacchiò. “Hai assistito al mio modo di combattere, ti pare poco?”

Non c’era da stupirsi infine, tornati al campo, che Caleb aveva fatto piazza pulita del resto dei briganti, composto da un uomo di mezza età ma ancora molto vigoroso e un altro ragazzo, della stessa età delle due che avevano rapito Kaden.

“Miseriaccia! Chi erano?” chiese Mary, mentre osservava il disastro che erano riusciti a combinare. Molte delle guardie erano morte, e non rimaneva più nessuna carrozza. Oltretutto, era rimasto solo il cavallo personale di Caleb.

“E che ne so… hanno studiato tutto nei min imi dettagli, però, riuscendo a sorprenderci”  disse il figlio maggiore degli Hesenfield. “Per fortuna, non hanno fatto danni irreparabili”

“Danni irreparabili? Dovremo andare a piedi!” esclamò Isabel, frustrata.

“Questo perché non riesci ad andare al di là del tuo naso” osservò Caleb. “Siamo in una foresta, qui, il legno non manca. Costruiremo, tutti, una carrozza e andremo a Sydney, domani a mezzogiorno, cascasse il mondo”

Siccome erano ancora un gruppo folto di persone, impiegarono solo alcune ore per montare una carrozza adatta a portare tre persone, trainata dal cavallo di Caleb, il quale si era proposto da (come) cocchiere, ma privo dell’armatura e vestito in maniera strana.

“Voi, miei uomini, perlustrerete la zona” annunciò il ragazzo il giorno dopo, verso sera. “Io scorterò Kaden e le ragazze a Sydney, reclamando il mio trono”

“Lo reclamerai vestito di sacco?” disse Mary, guardando perplessa il nuovo abito di Caleb. Infatti si era vestito del sacco di patate che gli aveva portato Isabel, tenuto fermo dalla corda di canapa.

“Tu bada ai fatti tuoi e pensa con Isabel come entrare a Sydney. Io… io devo diventare Re” rispose glaciale. L’idea gli era venuta ripensando al sacrificio di Klose. Lui aveva dato la vita affinché lui, Mary e Kaden si presentassero davanti alla regina Margareth, dimostrando così un coraggio eccezionale. Ma oltre al coraggio serviva anche l’umiltà, l’accettare di essere servo del popolo, per poterlo proteggere. E come si vestivano gli umili? Di sacco, ed ecco quello che aveva detto a bassa voce alla sola sorella, poiché temeva i giudizi e le obiezioni inutili degli altri due.

In quella veste, i quattro presero di nuovo la via e finalmente, all’alba del nuovo mattino, Sydney era in vista, con la guerra che gli bussava alla porta.

“Mancano due giorni all’incoronazione del… sovrano” disse Caleb. Era la prima volta che parlava da quando era salito sul suo cavallo.

“E allora?” rispose Kaden, malinconico come non lo era mai stato. Isabel andava avanti e indietro nei suoi sogni, e più di una volta si erano “baciati”. Poi, vederla a stretto contatto con lui in quel nuovo mezzo di fortuna, si chiedeva spesso come avrebbe fatto a resistere alla tentazione di dichiararle i suoi sentimenti.

“Dobbiamo impedirlo” rispose secco Caleb. “Adesso il piano è questo: io ed Isabel prenderemo il controllo dell’assedio e reclameremo il nostro Trono. Soprattutto la mia parte sarà fondamentale, perché passerò col mio cavallo vestito di questo umile straccio infreddolito e tutti mi vedranno come loro servo e comandante, in quanto nuovo Re dell’Australia e Isabel riceverà il titolo di Principessa. Tuttavia, questo è quello che riguarda noi. Tu e Mary vi infiltrerete e cercherete un modo di entrare… sono sicuro che una volta sul posto troverete qualcosa, poi cercherete la nuova ubicazione della Fontana e…”

Seguì un minuto di silenzio tesissimo. Tutti sapevano che la fine era vicina e non vedevano l’ora di assaporarla.

Caleb non disse nulla, concentrato più che altro sugli incendi, sulle esplosioni e sulle urla che si sentivano anche da lassù.

“Non stanno combattendo male” osservò. “Voglio dare loro una mano. Per farlo, dovrò introdurvi nell’accampamento del Capitano, che non so chi sia, ma so bene quale sia la sua tenda. Entrerò forte del mio cognome, tuttavia voi non entrerete, come ho appena detto”

E così successe. Scesero prestando molta attenzione a dove mettevano i piedi in quanto il terreno era molto instabile e infine giunsero sul campo di battaglia.

Caleb respirò a pieni polmoni l’aria pesante, che invece a Kaden stava soffocando.

“Come fai?” chiese, tossendo convulsamente, imitato da Mary.

“Semplice: inspira finché i polmoni siano riempiti e poi liberi l’aria. Non è difficile” rispose Caleb, sogghignando. “È il mio mondo, questo: si uccide, si teme per la propria vita e finalmente la carne che cerco posso trovarla. Ma tu non puoi capire. Andiamo ”

Kaden percorse una sentiero molto lungo, in cui comprese davvero che cosa significava la parola guerra.

C’era gente morta, cadaveri ammucchiati ai lati e un odore pesante ovunque.

Inoltre, medici di ogni sorta correvano di qua e di là per prestare soccorso ai feriti, dei quali alcuni gravi.

E fu a un certo punto che Kaden si accorse che un medico sussurrò a un soldato: “Mi dispiace, ma la cancrena è irrecuperabile. Dovremmo amputarla”

E vide in diretta un’amputazione, commentata da Mary con un sibilo. Quella scena  bastò per allontanare Isabel, per un momento, dalla mente del ragazzo.

Poi gli venne in mente che vi era la possibilità di ricostruire l’arto, ma forse con i mezzi che avevano in campo non era possibile.

Infine, dopo aver evitato un pazzo che sosteneva di sentire le esplosioni, si vide di fronte una tenda ricamata in oro.

“Eccoci” disse Caleb. Poi si rivolse a uno dei guardiani, cercando di governare l’agitazione in lui.

“Siamo Re Caleb Hesenfield e la principessa Isabel. Devo parlare col Capitano”

La guardia vide com’era vestito Caleb e capì che veniva in pace, così entrò nella tenda per annunciarlo.

“E voi che fate ancora qua? Andate, no?”

Isabel riportò Mary e Kaden alla realtà. Quest’ultimo non voleva separarsi dalla ragazza, ma ormai era inevitabile. Si defilarono, dunque, diretti alle mura. Per fortuna, erano giunti nell’ora di tregua, che si dava da entrambe le parti per poter curare i feriti.

Infine, superate le tende, i due ragazzi videro coi loro occhi ciò che Isabel aveva disegnato andando a memoria: erano mura spesse, davvero molto alte e dipinte di bianco. Non si stentava a credere che nessuno fosse riuscito sin lì a sfondarle.

“Tu che dici?” chiese Kaden a Mary, che consultò la mappa di Isabel.

Purtroppo Mary non aveva idea di dove far passare loro due senza essere visti, tutto era troppo coperto, e inoltre vi era Kraken l’Angusto in persona, da solo, che difendeva le già possenti corazze avversarie.

Mentre sospirava, notò che la lotta era ricominciata, o perlomeno si sentirono forti trombe squillare.

“Fate largo al vero Re bianco e nero! Cantate inni, eleviamo lodi a Caleb Hesenfield, sovrano dell’Australia unita e alla Principessa Isabel!” esclamò a gran voce qualcuno.

“A quanto pare ce l’ha fatta, eh?” ridacchiò Kaden.

“Già, ma sarà tutto inutile finché non apriremo la Fontana Chemchemi” mormorò Mary, la quale non riuscendo a trovare una risposta si stava innervosendo, “Forse dovremo confrontare il perimetro disegnato qui con quello reale. In marcia!”

I due non vennero notati, visto che la guerra era ricominciata, ma chiunque li avesse visti avrebbe detto che mancava qualche rotella: che senso aveva, infatti, girare di soppiatto davanti a delle mura così massicce, per di più disarmati?

All’improvviso una fortissima folata di vento spazzò via moltissimi soldati, disperdendoli dalla grande concentrazione che vi era nei pressi del lato del muro più vicino fino a un secondo prima.

Alla folata, seguitò un grandissimo raggio di fiamme, che separò i ribelli dai soldati della capitale che difendevano le mura.

“Eccolo, è arrivato ad aiutarci!” esclamò entusiasta uno di questi ultimi.

“Non è possibile!” si adirò Mary, dando pugni alle mura con il braccio di legno, in quanto anche lei sapeva bene che era giunta la fine, ancora prima di iniziare.

Il Drago in questione era enorme e dall’aspetto terribile. La sua sola presenza faceva mancare l’aria e dava una sensazione di occlusione, ed era per quello che qualcuno nei tempi remoti aveva definito Kraken “Angusto”, proprio in memoria degli effetti che dava la sua semplice presenza.

Inoltre, era il Signore dei Draghi, pertanto ci si doveva aspettare da lui tutto quello che poteva comprendere una fine lenta e dolorosa.

Mary e Kaden rimasero in piedi, e furono tra quei pochi che riuscirono a resistere al primo attacco.

Se Mary aveva già estratto il suo pugnale, però, il secondo stava osservando con apprensione il muro di fuoco appena creatosi.

“Non temere, Kaden” disse Mary. “Riuscirò a farti passare oltre questa maledizione, fosse l’ultima cosa che faccio! È quello che Shydra voleva! Devo farlo per John!”

John. Kaden sapeva che Mary pensava ancora a Taider, la sentiva piangere e ripetere quel nome, ogni tanto. E forse lei lo amava in un modo che Kaden non riusciva ad afferrare.

Poi lo vide. Kaden si voltò sulla sinistra, quando vide un buco minuscolo in quell’immensità di pietra e acciaio.

Era solo un canale di scolo, ma per Kaden voleva dire una possibilità.

Kraken era ancora impegnato a distruggere. Forse non li aveva visti. Non vi era nessuno nel raggio di mezzo chilometro, forse.

E allora, trasse due profondi respiri e calò verso terra, in modo da vedere meglio quella piccola fessura.

Sembrava essere lì da secoli. Le sbarre, una volta forse fatte in ferro, erano molto arrugginite e sembravano promettere il tetano immediato, ma di quello Kaden non ne era a conoscenza.

Piuttosto, il ragazzo vide, oltre le sbarre, che l’acqua verdognola entrava con molta velocità dentro le fogne di Sidney.

Kaden prese una decisione. “Mary!” esclamò. “Mary! Guarda! Avevamo la soluzione sotto gli occhi!”

Mary ebbe tutto il tempo di meravigliarsi ed avere un tuffo al cuore.

“Meraviglioso, Kaden!” esclamò gettando la cartina ormai inutile di Isabel. “Entreremo e capiremo”

Grazie ai prodigi magici della ragazza, le sbarre si aprirono come se non vedessero l’ora di far entrare due estranei, introducendoli dentro quelle rapide fatte di melma e di acqua verdognola che prometteva malattie.

E così accadde. In un turbinio, i ragazzi vennero trascinati in mezzo ai flutti, stando bene attenti a tenere la bocca chiusa, in modo da non ingerire quel liquido rancido.

Dovevano ammettere che andavano molto veloci, riuscendo a malapena a rendersi conto che quel cunicolo era pieno di topi che viaggiavano più lenti.

Poi, come tutto cominciò improvvisamente, altrettanto improvvisamente finì, e i ragazzi caddero faccia  a terra su un mucchio di pozzanghere.

Kaden si aspettava un  livello d’acqua più profondo, invece a quel che pareva i condotti si allargavano.

“Bene, siamo arrivati. Probabilmente siamo sotto la città. Ci conviene salire su, adesso, per vedere la città” disse Mary.

“No, che dici? Siamo due ricercati, il mio nome è al secondo posto fra le taglie più alte, non ricordi? Non possiamo farci vedere! Direi piuttosto di dirigerci al porto, verso il Mare! Seguiremo i topi!”

Kaden sapeva bene che i topi cercavano sempre la strada giusta, poiché avendo vissuto per tanto tempo nei quartieri più poveri di Perth aveva imparato a conoscere quei roditori, pertanto si affrettò a seguirli, aiutato dalle fioche torce che erano installate a intervalli regolari.

Se Kraken veniva definito Angusto, di certo quelle gallerie non erano da meno: biforcazioni, tetti bassi, mattoni pieni di muschio e altre sporcizie, il canale di scolo che riempiva le scarpe di Kaden fino a  rendere i passi pesanti, e i topi che alle volte spostavano i loro compagni morti per poter proseguire.

E nel frattempo, nella mente del ragazzo si faceva strada l’idea di poter incontrare un nemico malvagio anche in quel posto.

Poi tuttavia si tranquillizzò: aveva Mary dalla sua parte, e il massimo che poteva incontrare lì era un Plexigos, e forse anche uno cieco, per via della poca luce.

Poi gli venne in mente come si era imposto rispondendo alla proposta di Mary con una migliore, e capì: non era più lei a proteggerlo, adesso i ruoli si erano del tutto ribaltati e questo lo spaventò non poco.

Ad ogni modo, più andava avanti, più Kaden aveva paura di non arrivare mai, e quello lo fece tornare in se stesso e pensare a tanti aspetti negativi.

La sua missione aveva disseminato morte attorno a sé e aveva invece instillato la disperazione dentro di lui.

E nonostante tutto, era lì, a cercare di penetrare verso il porto, seguendo la direzione che stavano prendendo i topi, anche se a un certo punto alcuni presero la biforcazione destra, altri ancora la sinistra, e il restante prese la via centrale.

“Porca miseria… e adesso che facciamo, tu che sei tanto saputello?”

Kaden si sentì impaurito e dovette ammettere che Mary aveva ragione.

Kaden e le Fontane di Luce/33

Capitolo  33

Checché ne dicesse Re Anthony, la battaglia di fronte Sydney era giunta a una posizione di stallo, ma la sicurezza del sovrano stava nell’azionare il Drago Kraken l’Angusto come e quando voleva, e uccidere tutti quei plebei senza alcun problema. Tuttavia, non era a conoscenza che Caleb e la sua scorta personale era diretto proprio nella Capitale, e ormai stava per arrivare.

“Manca poco, ormai” disse Isabel. “Speriamo che nessun Drago venga a disturbarci”

“Drago? Cavolo, è vero! Ci sono i Draghi e più ci avviciniamo, più ne incontreremo!” esclamò Kaden sconvolto, ma Caleb riportò tutti alla calma.

“Non temere” disse lui. “Anthony ha mandato la maggior parte dei suoi ad attaccare Isaiah, per ritardare la sua partenza con le navi, ne son sicuro. Io stesso farei così. Pertanto, ritengo che a Sydney che ve ne siano pochi, tuttavia Kraken l’Angusto vale per tutti e diciotto messi assieme, quindi state all’erta”

“Insomma, non hai detto niente di confortante!” esclamò Mary.

“Caleb, ho anche appetito” disse Isabel, cambiando repentinamente argomento. “Non potremmo fermarci?”

“No, la guerra deve finire quanto prima” tagliò corto il maggiore, ma la sorella era davvero insistente, così alla quinta richiesta Caleb si stizzì e fece fermare la piccola carovana, in uno spiazzale d’erba a picco sul mare, diversi metri più sopra del suo livello, protetti quindi dal promontorio e da un piccolo bosco nell’entro terra. Prepararono dunque un bivacco, mentre scendeva la sera.

E Kaden ebbe a che fare col mare. Egli lo guardò per la prima volta.

Così profondo, così immutato e immutabile, di un colorito aureo mentre il sole affondava dietro l’orizzonte.

“Bel posto, vero?” gli si avvicinò Isabel. Kaden ebbe una fitta allo stomaco. “Pensa che tutte le estati andavamo al mare, e io e mia madre abbiamo continuato ad andare anche dopo la separazione, e personalmente adoro nuotare fino al largo. Il mare rilassa, naturalmente chi lo guarda con ammirazione. Pensa che c’è stato qualcuno che ha voluto vedere cosa vi era oltre l’Orizzonte”

“Cosa? C’è davvero altro oltre l’Australia?” chiese Kaden.

“Beh… dipende cosa intendi per altro. Ricorda che la Terra presentava cinque continenti, prima dell’apocalisse dell’anno Diecimila dopo Cristo. Dove siamo noi adesso era solo uno sputo di terra rispetto all’immensità dei continenti boreali. Ma non penso sia rimasto altro lassù, a parte i grandi ghiacciai che lo studioso Binks ha fotografato, nella sua spedizione, e a quanto pare è stato un viaggio eroico anche quello… tuttavia, colui che è entrato nella leggenda non è stato lui, ma Patrick l’Esploratore. Te lo faccio vedere”

Andarono insieme su un tumulo, posto al limitare del precipizio, all’estremità del quale era conficcata una lapide.

Kaden lesse:

Patrick l’Esploratore

1358-1406

Noto per aver affrontato il Grande Oceano

Le date si riferivano al nuovo conteggio del tempo, introdotto dopo il ritorno degli umani sulla superficie alla fine dell’era glaciale lasciata in eredità dall’inverno nucleare dovuto al bombardamento che aveva posto fine all’Apocalisse. Kaden lo sapeva, era l’unico evento storico che lo affascinava, fra le centinaia di eventi accaduti.

“Naturalmente il tumulo è vuoto” disse Isabel. “Lo sanno tutti. Probabilmente la data di morte è anche sbagliata, avranno atteso qualche anno e vedendo che non tornava hanno scritto solamente l’anno in cui hanno smesso di attenderlo. Sta di fatto che un giorno Patrick è partito con tre galeoni, con l’intento di voler circumnavigare il nuovo mondo e non è più tornato. Non si scherza con l’oceano. Ricordatelo, Kaden”

Kaden tornò a guardare l’orizzonte. Isabel spiegava le cose in maniera molto chiara e anche il tono della sua voce spingeva a fotografare con la mente tutti gli eventi che esplicava. Kaden vide coi suoi stessi occhi, quindi, le tre caravelle partire da Sydney e affondare forse qualche mese dopo, a causa di un fortunale. Lui era nato e cresciuto a Perth, una città di mare, e sapeva bene cosa si diceva di quello, che fosse nient’altro che un grosso contenitore di mostri marini e di tempeste.

Tuttavia nonostante questo non aveva mai visto il mare, pur abitando in quella città. La sua famiglia non ne era mai stata simpatizzante, e dunque non aveva mai avuto l’occasione di apprezzare quanto fosse profondo, immenso e apparentemente sicuro.

Certo, gli uragani e le tempeste non erano mai mancati durante la sua infanzia, tuttavia Kaden rimase alquanto stupito dall’immensità di quella massa.

E chissà cosa ci sarebbe stato, sott’acqua, ovvero che tipo di mostri marini vi abitassero effettivamente, ma era altrettanto sicuro che non sarebbe valsa la pena scoprirlo, in quanto sarebbe stato un mondo altrettanto pieno di pericoli e imprevedibile.

Avrebbe potuto perdersi per ore osservando quella linea dove stava affondando il sole e non se ne sarebbe mai stancato, sennonché una voce femminile gli riempì le orecchie.

“Invece di stare lì a farti seghe mentali sul mare, perché non viene a nutrirti di questo coniglio? È buonissimo!” stava esclamando Mary, che aveva aiutato Caleb a cucinare, mentre Kaden e Isabel stavano rimanendo immobili a fissare la tomba di Patrick.

E così andarono a unirsi a loro, dando le spalle all’immensità che si faceva sempre più scura. Era stato un incontro molto profondo.

Mentre mangiavano, Caleb chiese interrompendo il silenzio, fissando Kaden con fare sospetto: “E così a te piace mia sorella?”

Kaden sbiancò, andandogli di traverso un boccone. Si rese conto che tutti e tre lo stavano osservando e infine si rese conto di essersi seduto proprio accanto a lei.

Si ritrovò a pensare ad Isabel. Be’, era Isabel Hesenfield, la Lady Impossibile, e aveva provato più volte cosa si provasse a stare accanto a lei e la sua bellezza era opprimente, quasi. E tuttavia, a parte l’aspetto esteriore Isabel aveva dimostrato una grande abilità con l’arco e una buona cultura, dovuta al suo cognome.

Già, il cognome.

Gli Hesenfield, che fossero maschi o femmine, sceglievano molto attentamente chi sposare, non lasciando nessuna possibilità agli altri, che potevano solo dannarsi di non essere stati scelti.

Che possibilità poteva avere lui, con una ragazza oltretutto più grande?

“Non so di cosa stai parlando” rispose Kaden, col cuore che gli batteva all’impazzata e facendo sghignazzare Mary.

“Suvvia” disse Caleb. “Ho visto come la guardi… qualunque uomo ci farebbe un pensiero su e…”

“Caleb” sibilò Isabel. “Guarda che io sono presente! Stai cercando di piazzarmi come se fossi un filetto di carne?” e cominciò a picchiarlo sonoramente, per poi finire il litigio con grasse risate.

“Kaden” sussurrò infine Mary, con fare materno. “Non ascoltarlo, è solo uno stupido che ha voglia di scherzare”

Il ragazzo non capiva quel momento scherzoso, però si rese conto che ne aveva bisogno. Ne avevano bisogno tutti, poiché tutti in quel bivacco avevano passato giorni orribili e si scoprì grato a Caleb per aver saputo alleggerire la tensione.

Rimaneva solo una Fontana da aprire, ma nessuno sapeva dove si trovasse, visto che Re Anthony aveva pensato bene di nasconderla. L’unica era intrufolarsi con Mary in città e indagare, mentre i due fratelli reclamavano il Trono.

 

Sidney, Piazza Reale.

Re Anthony era in visita ufficiale ai quartieri poveri, e li stava arringando.

“Dovete capire” stava dicendo “che se la nostra nazione è in crisi è per colpa dell’Armata Rivoluzionaria. Dopo la dipartita del loro capo, Shydra Aldebaran, il titolo si è diviso fra i capi reparto, e nessuno ha capito più chi comanda, ma non per questo sono diventati meno pericolosi. Inoltre, qualcuno ha risvegliato i Draghi, il che vuol dire altre minacce. Certo, si potrebbe fare di più per proteggere la città, ma vi assicuro che la Corona sta facendo il diavolo a quattro per poter dare un futuro alla nostra Nazione, ai nostri figli, alle nostre case”

Applausi sparsi, ma Anthony non gradì quell’accoglienza tiepida.

“Dovete essere convinti! Dovete amare il vostro Re come il vostro Re ama voi! Non esiste Regno senza popolo!”

E addirittura lanciò la sua corona scintillante verso terra, dal palcoscenico dove stava parlando.

“Eccolo, prendetevela. È vostra. Io sono solo un vostro rappresentante” disse, e fu allora che quel gesto venne accolto da un grande entusiasmo.

Anthony sogghignò. Era così semplice prendersi gioco del popolo, e lui lo faceva sempre. Fintantoché non esitavano a pagare le tasse e a ingrossare il già considerevole bottino delle Casse Reali, non ci sarebbe stato niente da temere.

I Draghi erano stati difficili da gestire, ma Kraken l’Angusto gli aveva assicurato tutta la lealtà possibile, e a quel che vedeva molti dei suoi avevano mantenuto la parola, e tuttavia alcuni della loro razza disobbedivano al loro stesso Signore.

Ad ogni modo, diede ordine di riprendere la Corona, un manufatto antichissimo e che era passato sulle teste di tutti i Re dell’Australia e tornò a Palazzo.

Non aveva neanche fatto in tempo a scendere dalla carrozza che chiedevano la sua presenza.

“Maestà! È successo qualcosa di terribile!” esclamò uno dei servitori, con in mano una busta sigillata, proveniente da Kashnaville.

“Per fortuna, sto per diventare Re e le cose terribili non saranno più all’ordine del giorno” commentò mentre lesse.

Una delle sue spie lo informava che Caleb Hesenfield e la sorella si trovavano in viaggio verso Sydney, il che voleva dire solo una cosa: quei dannati stavano per reclamare il Trono, forti della loro discendenza con Isaac, lo sterminatore di Draghi.

Certo, il fatto che si era scoperto che Isabel fosse viva gli apriva la strada a una nuova idea. Era la donna più bella del mondo. Lui era il Re dell’Australia unita. Se l’avesse sposata avrebbe messo fine alla guerra e avrebbe instaurato una nuova alleanza fra lui e gli Hesenfield, che così sarebbero tornati al potere tramite Isabel e non avrebbero reclamato più nulla. L’unico problema era Caleb, che sicuramente non avrebbe approvato quella unione. In ogni caso, si mise a scrivere una missiva che avrebbe sigillato e posto alla massima attenzione del nuovo capo famiglia della Casa rivale. Oltretutto, tutti avrebbero guadagnato con quel matrimonio.

La lettera non tardò ad arrivare, poiché fu recapitata a Caleb tramite volatile, inviato da una spia che seguiva il gruppo essendo riuscita a mescolarsi fra la servitù.

“Posta per voi, mio signore. Re Anthony l’Usurpatore attende risposta” disse il postino della carovana consegnando dunque a Caleb la busta.

“Cosa?” egli stava dormendo, dopo aver passato quasi tutta la notte in piedi a scherzare con i suoi nuovi amici e prendere in giro la sorella. Poi si ricordò della missione da compiere e del Trono da reclamare e si disse che un buon Re doveva alzarsi presto e rinunciare ai bagordi. “Oh, grazie”

Avrebbe voluto chiamare per nome il postino, ma non lo ricordava. Ciò che lesse non gli piacque affatto.

“Stiamo scherzando. Anthony sta scherzando” disse Caleb, adiratosi e ormai completamente sveglio.

“Che succede, Caleb?” disse Isabel, affilando la sua spada. Era sveglia ben prima del fratello e aveva osservato tutta la scena.

“Il nostro… re vuole sposarti e porre così fine alla guerra” riassunse Caleb disgustato e appallottolando la carta.

“Che schifo! No, certo che no! È morta troppa gente in questo conflitto e io voglio essere libera di scegliere il padre dei miei figli! Io sono una degli Hesenfield, non un filetto di carne!” dichiarò altera la ragazza, così fredda e orgogliosa che il postino non poté fare a meno di ammirarla.

“Sei fissata coi filetti di carne, Isabel…” ridacchiò Caleb, orgoglioso di quanto fosse cresciuta. Poi si rivolse al postino: “Di’ al sovrano che rifiutiamo! Saremo felici solo se quel bastardo muore e ricordagli che esiste un solo Re possibile, Caleb figlio di Abraham!”

“Sarà fatto, sire” e si congedò con estrema riluttanza, come se non volesse rinunciare alla visione di Isabel, vestita per la notte e quanto mai affascinante. Subito dopo, anche Kaden e Mary, appena svegliatisi, vennero informati dell’accaduto e il ragazzo disse: “Allora, la Fontana? Il mio viaggio deve compiersi, no?”

E quella frase chiuse la questione per tutti. Per tutti tranne che per Anthony, che si adirò molto non appena informato del netto diniego.

Il Re si alzò dal suo Trono e disse a voce alta: “Ascoltate tutti! Metterò a morte chiunque abbia il cognome Hesenfield, o anche solamente chi è sospettato di essere in combutta con costoro! Ed essi sapranno chi è il vero Re, e si inchineranno, e saluteranno la Storia con una fine ingloriosa!”

Esclamato quello, mandò a chiamare Kraken l’Angusto, il capo dei Draghi, per inviare una squadra in cerca degli Hesenfield.

Nel frattempo la carovana di Caleb si stava avvicinando a Sydney. Era tempo di chiudere la vicenda, per entrambe le fazioni.

Kaden e le Fontane di Luce/31

Con questo capitolo voglio festeggiare le mie ventisette primavere. Tanti auguri a me e grazie a voi per tutto il vostro supporto ❤ 

Capitolo 31

Villa Hesenfield, 14 aprile 2039

Caro diario,

sapevamo tutti e due che prima o poi sarebbe successo perché papà lo diceva sempre, e alla fine è successo.

Ricordi il vecchio albero di mele? È diventato vecchio, e l’abbiamo sradicato. Papà dice che gli serviva “spazio”, ma io penso che è perché abbiamo provato a far rimanere nostra sorella Isabel sui rami più alti.

Ma insomma, che possiamo farci se io, Caleb, Isaiah e Jakob pensiamo che sia scema? E allora le abbiamo detto che c’era un gattino (sai quelli che sparano i laser? Wow!) così è salita ma non trovando niente ci siamo fatti tante risate fino a sera.

Quanti ricordi! E adesso non c’è più niente. Mi mancherà quell’albero di mele.

Villa Hesenfield, 12 giugno 2039

Caro Diario,

come stai? Era da un po’ di mesi che non ci scrivevamo, vero?

Insomma, qui è tutto come al solito. Mamma e papà litigano e nessuno vuole dirmi perché.

Sono troppo piccolo? O forse perché non posso parlare?

Villa Hesenfield, 15 agosto 2039

Caro Diario,

la gita ad Adelaide è stata spettacolare! C’era il circo, tanti animali feroci e giuro di aver visto un Plexigos! Uno vero, che sparava raggi! Fichissimo!

Però mamma ha detto che vorrebbe vivere qui con Isabel. Chissà cosa voleva dire. Forse vuole curarsi il pancione che le sta venendo?

Villa Hesenfield, 9 settembre 2039

Carissimo Diario,

è stata una bella estate, dopotutto! Caleb e Isaiah mi hanno portato al lago e ci siamo divertiti tantissimo! Abbiamo pescato le carpe, le anguille… una l’ho presa con le mani, ma Caleb mi ha detto che non si fa.

“Non devi fare come Isaiah! Quello è stupido!” e infatti poi si sono presi a colpi di anguilla in faccia!

Ma oggi è il mio compleanno, come ben sai. Papà mi ha fatto entrare nel suo studio, finalmente! Ma non è questo il regalo.

Mi ha fatto aprire un pacchetto e… non potevo crederci! Un apparecchio per parlare!

Come ha detto che si chiamava? Laringofono, se non sbaglio.

Sono troppo contento! Potrò realizzare il mio sogno: svegliare Caleb nella notte!

Villa Hesenfield, 8 gennaio 2040

Caro Diario,

buon anno! Lo so, dovrei scrivere un po’ più spesso, ma che vuoi farci. Sono molto triste.

Mamma ha detto di andarsene. Gridava, sai. E poi, ho visto una cosa brutta.

Stavo passeggiando nei corridoi cantando, come ormai sono abituato, e la porta della stanza di mamma era un po’ aperta.

Ho visto… lo voglio scrivere, magari mi passa.

Mamma ha mangiato il cuore di una bambina! Era piccola, sul tavolo, coperta di sangue! Non riesco a pensarci! Non riesco a dormire più!

Qualcuno mi aiuti!

Villa Hesenfield, 10 gennaio 2040

Sto diventando pazzo, credo, Diario.

Mamma e Isabel sono partite per non so dove. Pioveva, e io mi sono messo anche a piangere, ma non c’è stato niente da fare, anzi, papà mi ha dato anche una sberla.

“I veri Hesenfield non piangono per queste cose!“ mi ha detto.

Però io sto impazzendo, davvero! La mia mano trema e devo stare calmo! Ho anche visto il nonno morire e avevo il braccio sporco di sangue… tutti mi guardano con occhi strani, ma giuro che non ne so niente!

Villa Hesenfield, 13 gennaio 2040

Diario, ti prego, aiutami! Io… sono di nuovo sporco di sangue e ci sono momenti in cui non ricordo dove sono! E il momento dopo ho il cuore in mano! Papà dice che vuole buttarmi fuori di casa e non mi vuole più come figlio.

Ma io non so dove andare e ho bisogno di mangiare cuori! Dimmi, come mai nessuno mi capisce?

 

C’era una pagina vuota, poi, solo altre due parole.

 

Aiutami, Diario…

 

Non c’era altro, se non scarabocchi incomprensibili, che proseguivano per diverse pagine. Altri scarabocchi erano stati impressi così forte da aver bucato la pagina.

Se Kaden avesse mai voluto sapere cosa fosse successo al Mangiacuore, se ne pentì amaramente.

Aveva cominciato a leggere quel diario. Prima si era divertito, vedendo i pensieri di un bambino di sette anni molto viziato, ma poi, col passare del tempo, le vicende riportate diventavano sempre più oscure, fino a quella terribile ultima pagina.

Josafat Hesenfield, macchiatosi di omicidio alla sola età di sette anni.

“Quindi, tuo fratello… ha ucciso il padre di Abraham?” chiese Mary ad Isabel, ancora disperata e coccolando il Mangiacuore.

“Sì… lui non si è mai reso conto del vero motivo per cui è cambiato. Neanche noi, a dire il vero. Nessuno ha mai saputo cosa gli fosse successo. Sapevamo solo che a un certo punto nostro fratello aveva scatti d’ira che lo portavano a mangiare il cuore delle persone, e Caleb me lo comunicava attraverso le lettere, ma finché non abbiamo trovato questo reperto, nessuno avrebbe mai potuto indovinare che fosse per quel motivo. Il fatto è che nostra madre ha dato alla luce un’altra bambina, solo che lei… non ce l’ha fatta. È nata, ma dopo qualche secondo è morta. Sarah Ester Mariah Hesenfield, così compare nella tomba. Ed è anche per questo che i miei litigavano. Sapevamo che quella bambina sarebbe nata con qualche problema. Papà voleva che mamma abortisse, piuttosto che allevare uno “sgorbio”, come diceva lui, mamma invece l’ha tenuta, facendo di tutto per portare avanti la gravidanza. È stata talmente… disperata, forse, che le ha mangiato il cuore, in un tentativo di tenerla per sé, però purtroppo Josafat l’ha vista compiere questo atto scellerato, ed è diventato pazzo”

Kaden deglutì. “E il diario, come l’avete trovato?”

Isabel rispose: “Volevo tenere qualcosa dei miei fratelli, il giorno in cui partimmo da Villa Hesenfield. Ad esempio a Caleb ho rubato una coppa d’oro massiccio, un pezzo introvabile e preziosissimo, riservato agli eredi della Casa, da cui dovevano bere quando raggiungevano la maggiore età e quindi l’effettiva eredità. Isaiah invece mi ha regalato il medaglione” e lo sollevò dal petto per mostrarlo meglio. “Se lo apri c’è la foto di famiglia, ovvero quando Josafat era ancora piccolino e in fasce. Lo rimuovo solo quando dormo. Del mio fratello più piccolo ho questo diario, che ho prelevato solo in un secondo momento. Ho chiesto a Caleb di darmi un qualsiasi oggetto, e lui mi ha dato questo, non so nemmeno come lo abbia trovato. Non credo che lo abbia mai letto. E infine, io. Ho donato ai gemelli il mio anello preferito… adesso non mi entra più, ormai, ma credo che tutti questi oggetti rappresentino il legame fra i figli Hesenfield, a prescindere dalla distanza e dalla lontananza che abbiamo patito.”

Caleb aggiunse: “È Isaiah che tiene l’anello, Isabel. Dice che è il suo portafortuna”

“Lo so” rispose lei. “Mi scrive tutti i giorni, come dovrebbe fare qualcun altro”

Caleb arrossì di dispiacere.

“Jakob cosa ti ha regalato?” chiese Kaden. D’un tratto si rese conto che le stava parlando, ma una volta passato il primo impatto e dopo aver letto il diario, non rimaneva che una ragazza impaurita e bisognosa di affetto.

“Oh, sì… come Caleb, Jakob è molto geloso delle sue cose. Così, prima di andarmene e dopo aver trafugato la coppa, a Jakob ho preso questo”

Si alzò e prese da un busto collocato in un angolo della stanza una tiara. Sembrava preziosissima, e terminava con una pietra blu.

“Bella, vero? Si indossa sul capo, solo che è molto pesante perché la pietra è uno zaffiro vero. Non ho idea del perché Jakob, così giovane, avesse una tiara nella sua stanza, ma ritengo che sia stata un dono di papà per quando si sarebbe sposato. Voglio dire, non avrebbe mai ereditato la Villa, il minimo che lui potesse fare era donare alla futura amata un oggetto degno di questo nome. Solo che io me ne sono impossessata, e adesso lo metto solo quando devo ballare davanti a tutti”

“Certo che Abraham è proprio strano… mettere in testa ai suoi figli cose come eredità, successione e matrimonio sin da piccoli” osservò Kaden. Il paragone lo faceva con suo padre, il quale non si è mai interessato di quegli aspetti.

Isabel fece spallucce. “Devi capire che noi siamo gli Hesenfield, non siamo come gli altri. Siamo una famiglia superiore, che esiste da secoli. Per questo dobbiamo mantenere il nostro nome vivo e per questo Caleb deve diventare Re, per mantenere inalterate le volontà di Padre Isaac, il quale ha anche inventato il nostro motto a memoria imperitura per i posteri: totus tuus

Seguì un lungo momento di silenzio, rotto solo dall’orologio a pendolo della camera di Isabel.

“Immagino che resterete per cena e per la notte, vero? E poi partirete per Sydney” disse lei. “Siate buoni con mia madre, ha subìto diversi lutti e adesso che Josafat è a casa credo che i dolori si amplificheranno”

“Ma figurati” la rassicurò Mary. “Non siamo certo dei guerrafondai. Siamo partiti perché dobbiamo, e stiamo conoscendo noi stessi attraverso le mille difficoltà che abbiamo passato”

“Mi fa piacere sentirlo dire. Adesso mi cambio e andiamo a cenare, voi fate come se foste a casa vostra, vi saranno assegnate delle stanze per stanotte”

Kaden aveva sperato che non ce ne fossero costringendosi quindi a dormire con la ragazza e si vergognò per averlo pensato. Invece trovarono dei vestiti maschili adatti a lui e si presentò in maniera molto elegante alla cena preparata per cinque persone, con Katrina a capotavola.

Se Kaden vide per la prima volta Mary vestita in maniera appropriata a una femmina, secondo il suo stereotipo, non era nulla in confronto a Isabel, che sembrava scesa direttamente dal cielo col suo vestito rosa molto elegante che le lasciava aperte le spalle e sedeva alla destra della madre, quindi di fronte a Caleb, che aveva scelto un normale completo nero.

Una portata dopo l’altra, tutto sembrava procedere per la normalità, anche se a detta di Kaden mancava un po’ il dialogo, sembrando costantemente di essere dei pesci fuor d’acqua. Niente a che vedere con i cenoni molto poco austeri che si organizzavano periodicamente nella sua famiglia, pieni di caciara e cibo di bassa lega.

E, d’un tratto, Kaden sentì una fitta al cuore. Gli mancavano, gli mancavano davvero, tutti quanti e si ripromesse di accendere l’ultima Fontana quanto prima.

“A proposito, dov’è Josafat?” chiese Mary d’un tratto, dopo aver finito la sua porzione di dolce. “Non lo avevi incatenato?”

Solo allora Kaden notò che Caleb si era slegato da Josafat, forse per poter mangiare meglio.  Quegli stava per rispondere, ma Katrina fu più veloce. “Hai… incatenato mio figlio? Caleb, è tuo fratello, tuo fratello, misericordia!” e sbatté le mani sul tavolo, alzandosi.

“Madre” cominciò Caleb, ma Katrina era ormai un fiume in piena. “Disgraziato!” esclamò, lanciando una sfera d’aria sul petto del primogenito, che volò e sbatté sulla porta della stanza, essendo stato catapultato lontano dalla tavola.

“E voi?” chiese Katrina, come se si fosse solo allora resa conto della presenza di estranei. “Che ci fate in questa casa? Non siete graditi, per niente… son sicura che anche voi siete stati d’accordo nell’ammanettare mio figlio come se fosse il peggior criminale, ma la verità è che non sapete nulla, NULLA!”

Sollevò in aria il tavolo e tutto ciò che vi era sopra venne scaraventato ovunque, persino il candelabro, che a contatto col pavimento si ruppe lasciando che le candele si incendiassero.

Katrina sembrava folle, mentre Isabel piangeva, ancora inchiodata sulla sedia, biascicando: “Madre, basta… Josafat è…”

“ZITTA! Hai lasciato che questi plebei entrassero nella nostra dimora e dettassero legge A CASA MIA! Ma lo sai chi sono io? La moglie di Abraham Hesenfield, la Regina di questo Paese! E non permetterò che facciate qualcosa a mio figlio! Il mio adorato!”

E, usando un colpo a due mani, colpì anche Isabel, che cadde trasportata dalla sedia.

“Ehi, basta!” esclamò Kaden, alzandosi e fronteggiando la donna.

“Sì, basta! Hai ragione, negro” disse lei. “Adesso chiamerò il mio animale domestico, che vi mangerà tutti!”

Kaden e Mary si guardarono, come aspettandosi un cane o un gatto, ma da sotto il pavimento spuntò fuori un vero e proprio serpente enorme, che stava schioccando la lingua.

“Ecco a voi l’unico esemplare di Basilisco rimasto sulla Terra” disse Katrina, sibilando le parole. Era totalmente fuori di sé. “Il mio bambino! Pagherete tutti per ciò che gli avete fatto!”

“Madre!” esclamò Caleb, ancora massaggiandosi il petto. Era disperato quanto la genitrice fosse furibonda. “Non è colpa di nessuno! Ha solo visto ciò che non doveva vedere!”

Al che, mentre il Basilisco cominciava a colpire Kaden e Mary, Katrina si guardò a destra e a sinistra, mentre le fiamme cominciavano ad intrappolare tutti i presenti. “Io… io ho fatto questo? Ma Sarah… Sarah vive in me, dovevo farlo!”

Isabel smise di piangere, rendendosi conto che sua madre aveva smesso di vivere nel momento in cui aveva compiuto quel gesto folle. Aveva davvero capito solo allora tutte le volte che lei era stata assente e distratta in tutti quegli anni, e parlava di Sarah come se fosse ancora viva. Anzi, qualche volta chiamava lei stessa col nome della piccola defunta.

“Mi dispiace… JOSAFAT! PERDONAMI, SE PUOI!”

Come se fosse stato chiamato, Josafat entrò nel soggiorno spaccando un vetro da fuori e, in preda all’ira e sapendo che tutta la sua esistenza lo aveva portato a quel momento, allungò la destra e prese il cuore della madre, sfondandola da dietro.

Kaden non aveva mai visto quel momento in diretta, anche se ci era andato vicino più volte, ma sapeva che non avrebbe mai dimenticato la voracità, il sangue e il ghigno soddisfatto misto alle lacrime che Josafat stava mostrando in quel frangente, mentre si nutriva del cuore della genitrice.

Che Josafat stesse vendicando Sarah, nessuno l’avrebbe mai saputo.

“KADEN!”

La voce di Mary che lo traeva a sé mentre le enormi fauci del Basilisco scattavano a vuoto lo riportò alla cruda realtà. Era in mezzo all’inferno, con un Basilisco che girava loro attorno, e Josafat gustava il suo pasto del tutto ignaro.

Kaden e le Fontane di Luce/30

Capitolo 30

Villa Katrina era situata appena fuori dalla città e, data la sua imponenza, si stagliava all’orizzonte dominando il paesaggio circostante.

Essendo che la scorta di Caleb, che accompagnava lui, suo fratello Josafat, Kaden e Mary era giunta al tramonto, il primogenito degli Hesenfield ebbe modo di vedere l’edificio immerso nell’oro del sole che affondava.

Era la prima volta che guardava la residenza di sua madre e ne restò affascinato, e dovette riconoscere che era anche somigliante alla Villa che si trovava a miglia più a nord. Contava di tre piani costellati da grandi vetrate, con al centro un’ampia e spaziosa balconata che dava sull’ingresso, e in cima un piccolo orologio che segnava le ore dipinte a mano.

A proteggere la villa, vi era un picchetto, che faceva da guardia al cancello.

“Caleb Hesenfield chiede udienza” disse il cocchiere che comandava la prima delle tre carrozze che erano giunte sin lì dopo un giorno circa di viaggio.

“Caleb, il figlio di Katrina?” chiese una delle guardie davanti il portone che l’Hesenfield osservava con interesse.

“Proprio così” rispose il conducente, senza guardarlo e osservando invece l’edificio che incuteva timore, pur non essendo cupo come la Villa originale. “Deve conferire con sua madre, assieme a suo fratello Josafat. Fatelo entrare, o vi pentirete di aver occluso l’ingresso alla casa del Re”

Così chiamarono un inserviente che lesto si avviò verso la casa per annunciare il tanto decantato “figlio” e cinque minuti dopo tornò con la risposta.

“Katrina e Isabel Hesenfield sono liete di accogliere nella loro dimora i figli e i fratelli perduti” e detto quello i cancelli si aprirono.

“I guardiani non si fidano della tua identità” osservò Mary.

“Lo credo bene, credendomi morto” disse Caleb. “Ma non lo sono, e ho intenzione di avere un lungo dialogo con mia madre. È una donna molto severa, ma non ho idea di quello che troverò nella casa. Voi fate quanto sto per dirvi: non ficcate il naso da nessuna parte, fatevi sempre i fatti vostri e parlate solo se strettamente necessario. Sarò io a dire che ho ucciso mio fratello, ma voi non prenderete le difese di nessuno. Credetemi, è meglio così. Infine, anche fra noi Hesenfield vigono le ferree regole dell’ospitalità, pertanto essendo miei ospiti sarete trattati col massimo riguardo, fintantoché seguirete quanto vi ho detto”

Kaden immaginò un sacco di codici e regole dettate dall’etichetta e represse un brivido. A casa sua non sapevano nemmeno cosa fosse! Ma come facevano i nobili a vivere seguendo quello stile?

Nel frattempo Caleb osservò per bene il parco e notò che la maggior parte di quello era occupato da un imponente gazebo in legno, che copriva uno spiazzale altrettanto imponente. Sotto al gazebo, una specie di palcoscenico.

Infine, le carrozze si fermarono, proprio mentre il primogenito si stava chiedendo a cosa potesse servire un palcoscenico lì, nel nulla sperduto.

I quattro scesero e Caleb sussurrò a Josafat: “Ecco, la vedi? È la casa di mamma, questa… la casa di mamma, Josafat! Comportati bene!”

Josafat sembrò avere recepito, ma non era del tutto tranquillo.

“Hai notato, Kaden?” chiese Mary. “Il Mangiacuore trema tutte le volte che si dice mamma

Kaden scrollò le spalle. “Veramente, se non me l’avessi detto, non me ne sarei accorto”

“Perché sei uno stupido” lo rimbeccò Mary, poi tornò ad osservare i saluti che stavano facendo a Caleb.

“Benvenuto…” disse una cameriera.

“… A Villa Katrina” completò l’altra.

Superato l’atrio d’Ingresso, venne ricevuto nel soggiorno, che era altrettanto ampio. Nemmeno il tempo di capire come fosse composta la stanza che una grossa figura vestita di nero abbracciò Caleb stringendolo il più possibile.

“CALEB! CALEB, OH MIO DIO SEI VIVO!”

E proruppe in lacrime. Anche quegli ricambiò l’abbraccio, un po’ in imbarazzo.

“Quanto tempo… e c’è anche Josafat! Mi siete mancati tantissimo, tutti! E questi chi sono, i tuoi amici, eh? Dimmi che non te ne andrai, ti prego!”

Caleb scosse la testa, nel vedere gli occhi di sua madre supplicarlo. Non lo aveva previsto, qualcosa nel suo sguardo sembrava vacuo e disperato, totalmente diverso dal gelo e dal sarcasmo che era stato presente ai tempi della sua giovinezza. E tuttavia erano sempre gli stessi occhi. Evidentemente i diversi lutti degli ultimi giorni l’avevano scossa, ma Caleb aveva la sensazione che ci fosse dell’altro, qualcosa che la tormentava, e lo sapeva perché lui stesso stava vivendo quelle turbolenze.

“Non ho previsto un lungo soggiorno, madre” disse infine, dopo una lunga pausa esitante. “Tuttavia, ho bisogno di discutere con voi i futuri movimenti degli Hesenfield alla luce delle novità che porto”

Katrina sgranò gli occhi e si rabbuiò.

“Oh… beh, in tal caso devi parlare con tua sorella… tua sorella. La trovi nella sua stanza… ma perché non vuoi parlare con me? E chi sono costoro?”

“Sono miei ospiti, madre” disse Caleb. “Avrai visto la foto di questo ragazzo su tutti i giornali e lei è colei che lo accompagna. Apriranno le Fontane, madre! Tutto ciò per cui abbiamo sofferto non sarà che un ricordo!”

Ma Katrina affondò su una poltrona. Kaden la guardò meglio adesso che aveva smesso di agitarsi. Indossava un completo nero e, oltre i capelli eccessivamente arruffati, sembrava non dormisse da parecchio tempo, e due occhi, che un tempo dovevano essere stati belli quanto freddi, adesso erano spiritati e cerchiati da profonde occhiaie.

Erano i chiari segni di due profondi lutti.

“Caleb” disse infine Katrina “ti prego, resta. Noi abbiamo… abbiamo bisogno di te e del piccolo Josafat. Josafat, ti prego, ti prego, mi dispiace! Perdonami, figliolo!”

Detto quello, si prostrò a terra davanti al figlio che era rimasto impassibile fino a quel momento. Tuttavia quel gesto non venne capito da nessuno dei presenti.

Dopo aver detto varie volte perdonami, Katrina si rialzò continuando a piangere. “Dov’è Isabel?”

Kaden sentì del dolore allo stomaco.

“È in camera sua a… a esercitarsi” disse Katrina, e Caleb fece dietrofront, seguito a ruota da Kaden e Mary, che secondo istruzioni rimasero muti calandosi perfettamente nel ruolo di ombra che era stato loro imposto.

Il primogenito  chiamò alcuni dei governanti della casa e chiese istruzioni su come raggiungere le stanze di Isabel, mentre ad altri diede ordine di preparare una tisana molto forte per la madre.

Kaden aveva pensato più volte, non volendo, su come fosse fatta Isabel e se per metà era curioso, per metà era atterrito. Da chi aveva preso la figlia Hesenfield?

Infine, dopo aver preso una scala sulla destra e aver superato alcuni corridoi, alla fine arrivarono alla camera della sorella, una porta dipinta di rosa, che stonava col resto dello stile bianco e nero.

“Questo rosa deve sparire” annunciò Caleb alla governante, che annuì e bussò, allontanandosi solo dopo che le fu detto di entrare.

Kaden si accorse di avere di battiti accelerati. Solo una porta, ormai, lo separava da Isabel. Porta che venne aperta troppo in fretta, e che lasciava sfuggire della musica tribale che lui perlomeno non aveva mai sentito.

Caleb abbassò dunque la maniglia. Quindici anni prima, la stanza di Isabel era arredata da un letto a baldacchino rosa a fantasie floreali pieno di orsacchiotti e delfini di peluche. Adesso il letto a baldacchino rosa era rimasto, ma al posto dei peluche vi erano affissi articoli di giornale che riguardavano lui e i suoi fratelli e anche armi da guerra, quella che sembrava una lettera e varie armature. Tutt’attorno, strane statue di legno che richiamavano tribù altrettanto strane.

Esattamente al centro della stanza, la donna più bella del mondo danzava ancheggiando sensualmente, tenendo le braccia in alto.

Forse qualcuno avrebbe potuto dire che era bella, ma la definizione di bellezza stessa non rendeva l’idea.

I suoi lunghi capelli corvini, i suoi occhi azzurro cielo, le curve molto generose e quegli abiti succinti… insomma, in quel momento nessuno al mondo, neanche suo fratello, avrebbe potuto dire di no a quell’invito erotico.

Ad ogni modo, non vi fu nessun invito e Isabel osservò il fratello sorridendo. Kaden seppe in quel momento che non vi era più bisogno di aprire alcuna Fontana, dato che quel sorriso bastava e avanzava per ridare la felicità al mondo oppresso. Anzi, si rese conto che era vissuto proprio per vedere quel sorriso.

“Caleb! Sei tu!”  esclamò, e gli si gettò al collo abbracciandolo. Mary si stizzì impercettibilmente dato che odiava il contatto fisico e aveva già visto un abbraccio poco prima, mentre Kaden provò un desiderio assurdo quanto intenso di abbracciare anche lui Isabel e dirle che le dispiaceva della morte di Abraham e Jakob.

“Mi sei mancato tantissimo! E qui va tutto a rotoli… meno male che ho scoperto la Danza del Ventre e mi rilasso con quella! Hai visto il gazebo fuori? Ci sono un sacco di uomini che darebbero le proprie vene per vedermi ballare! E tu invece? Come ti senti? Sei venuto con Josafat? Dio, quanto mi mancate! Ho molto bisogno di sfogarmi, e mamma non capisce più nulla… accomodati, dai!”

Caleb, a malincuore, ricambiò l’abbraccio senza dire una parola. Poi baciò sulla fronte la sorella e le disse: “Isabel, siediti. Sediamoci tutti, e ripercorreremo quei momenti”

Isabel, che invece di sedersi incrociò le gambe sul suo letto, in quel modo venne a conoscenza di Mary e Kaden, e mentre Caleb parlava, molte lacrime vennero versate da tutti. Caleb parlò molto e con dovizia di particolari, dicendo anche più del necessario, scoprendosi del tutto e comunicando all’esterno il caos che regnava dentro di lui, sfogandosi con la sorella e sapendo che anche lei avrebbe fatto lo stesso.

“Infine” disse dopo più di un’ora “abbiamo aperto la Fontana Kashna e al contempo ho reclamato il Trono di Sydney. Ad oggi c’è già l’Australia unita, poiché come ultimo re rimasto è Anthony, il quale tuttavia controlla tutti i territori ad Est, che sono ben difesi. Noi invece abbiamo il dominio ad Ovest e al Centro, dove ad Ovest c’è Isaiah a governare. Spero che non abbia subito troppi danni e possa inviare almeno una flotta a Sydney per aiutarmi”

“Già…” disse Isabel, molto rabbuiata e ancora rossa per il gran pianto. A Kaden parve mezzanotte, guardandola. “Sono sicura che Frederick abbia cremato papà e Jakob, tranquillo. E non ti giudico per… averlo fatto, sai. Forse solo in quel modo hai potuto dare un po’ di pace alla sua anima, poveraccio”

Caleb dovette riconoscere che la sorella era cresciuta tantissimo in quegli anni e finalmente poteva considerarla una sua pari. Non c’era da stupirsi se comandava addirittura una truppa. “Tu invece sei stata sconfitta ad Est?”

“No” disse lei. “In realtà, ho dimesso il mio incarico di comandante, quindi Re Anthony ha sconfitto il generale che avevo indicato come mio successore, non me”

“Hai ragione” disse Caleb. Poi sospirò, guardando il fratello più piccolo dormire sul pavimento come se fosse sempre stato a casa sua e il tempo non fosse mai passato. Lui sapeva infatti che fra Isabel e (il) futuro Mangiacuore era sempre intercorso un fortissimo legame, dato che lei lo teneva sempre in braccio. “Senti, ma… per caso sai perché nostra madre ha implorato perdono a Josafat?”

“Oh… quella storia. Forse è meglio se non la conosci” tagliò corto Isabel, per poi lanciare uno sguardo agli ospiti.

“E voi chi siete? Perché ve ne state così muti e depressi? I vostri morti non vorrebbero quell’aspetto, vero? Invece bisogna sorridere! Coraggio, che avete aperto due Fontane e ve ne manca solo una!”

Kaden scoprì di avere la bocca secca. Davvero gli aveva parlato? Ed erano gli angeli del paradiso a dirgli che andava tutto bene?

Mary disse “Be’, allora perché non ci dai una mano a combattere?”

“No, io… io preferisco ballare” disse Isabel. “Non avete idea di quante persone vengano per me, per guardarmi ballare. Sono bellissima, il sogno di tutti quelli che mi vedono. Ma la danza è l’unico modo che ho per rilassarmi, in questi tempi tormentati. Non ho più voluto combattere, dopo che ho ucciso con le mie mani uno degli uomini del Re Anthony. Adesso so come vi sentite voi, e se un solo uomo mi fa star male, non so pensare cosa alberga in te e in Isaiah… e nel piccolo Josafat. Josafat!” esclamò, lanciandosi verso il Mangiacuore e abbracciandolo, tuttavia destandolo dal sonno.

“T… ti giuro… che non volevo! Nessuno lo voleva! È stato un incidente, Josafat! Perdona la mamma! Ti prego!” e singhiozzò.

Anche Mary si rabbonì nei confronti di Isabel e provò a dire qualcosa. “Ma… che cosa gli è successo? La cosa interessa anche me, dato che ha cercato di uccidermi”

“Cosa?” chiese Isabel, con la faccia affondata nel collo del fratello stordito. “Io non volevo… è tutto scritto nel diario, ma Caleb, tu non leggere, non voglio”

Caleb però era ormai vinto dalla curiosità, così si alzò e, ben sapendo che Isabel l’aveva redarguito dall’immischiarsi in quella faccenda, in maniera molto furtiva e facendo cenno ai due estranei di far silenzio, cercò egli stesso il diario di cui stava parlando la ragazza.

Dopo aver provato diverse ante, fu Kaden a trovarlo nell’ultimo cassetto del comodino accanto al letto di Isabel. Caleb scoprì il ragazzo con in mano il reperto e lo fulminò con lo sguardo. “Perché ficchi le tue sudicie mani negli stipetti di mia sorella? E se le avessi toccato le mutande?” sibilò irato.

Kaden avvampò e rispose “N-no di certo… io stavo dandoti u-una mano…”

Caleb gli strappò di mano il diario, anche se non poteva evitare che guardassero anche lui e Mary, e finalmente vide ciò che era scritto sul frontespizio blu. Era datato 2039 della Seconda Era, il che voleva dire che partiva da quando Josafat aveva sì e no cinque anni e copriva lo spazio di altri due.

Nella seconda di copertina, c’era una nota a mano scritta da una grafia molto infantile.

Questo diario è di Josafat Hesenfield. Non lo toccate!

Kaden e le Fontane di Luce/29

Capitolo 29

Il problema era che Vanità era posta in un luogo non raggiungibile senza essere visto dai due contendenti, che, anche se stavano azzuffandosi, egli era sicuro che non l’avevano persa di vista.

Eppure, doveva prenderla, senza far capire a Margareth che era arrivato alla soluzione del dilemma.

Infine, un forte scossone e i due duellanti ripresero fiato, osservandosi in cagnesco.

“Maledetta cagna…” commentò Caleb, ormai nelle condizioni per insultare la regina. “Perché non cadi? Eh? Troppo ingenuo era, mio padre, che vi voleva vermi striscianti! Voi non striscereste nemmeno per chiedere un bicchiere d’acqua in mezzo al deserto!”

“Brutto bastardo… come osi parlare in questo modo alla tua regina? Ti ricordo che nessuno mi ha ancora spodestato, e morirai per avermi insultata!”

“E intanto hai il fiatone” aggiunse Caleb. “Ciò vuol dire che sarai anche onnipotente, ma condividi il corpo umano come tutti. E sarà questo che ti porterà alla rovina”

“Lo vedremo!” concluse Margareth, che stese la mano e produsse un’onda d’urto che spinse Caleb contro il muro, distruggendo una consolle.

Kaden doveva muoversi. Capì, dall’espressione del compagno, che non rimaneva molta energia da sprecare per quel duello.

Sarebbe potuto essere anche un Hesenfield, ma la Regina immortale era un osso duro anche per il più temprato degli eroi.

Il tutto stava nel prendere Vanità senza essere visto, così in uno scatto fece per alzarsi, ma Margareth fu più rapida.

“E adesso Vanità è in mano mia. Ti decapiterò. Sai, mi sono divertita a combattere con te, e ti conferirò una morte veloce e indolore”

Kaden si maledisse, cacciando un urlo e battendo un pugno sul pavimento. Sembrava finita, ma Caleb aveva ancora molte frecce al suo arco.

Mentre era a terra, notò che l’urlo era stato cacciato dopo che Margareth aveva canzonato la sua persona con la ripresa dell’arma.

Quindi, per aprire la Fontana serviva quella spada.

Il figlio di Abraham decise. Avrebbe offerto l’ultima stilla della sua energia per estirpare la spada da quelle mani vellutate.

Così come aveva fatto Klose, anche lui avrebbe offerto la sua vita per una causa più grande, rappresentata nella persona di Kaden, l’unico fra loro in grado di aprire le Fontane di Luce.

“Ma bravo in nient’altro, cazzo” aveva detto una volta Mary, durante i giorni in cui li stava deportando a Villa Hesenfield.

E adesso stava per diventare Re. Così si alzò e sorrise.

“Non disperare, Kaden” disse. “Ho capito”

Kaden sgranò gli occhi. Aveva capito? Che cosa aveva capito?

Poteva essere solo una cosa, e cioè la storia della spada.

Ciò significava che l’avrebbe tolta dalle mani della regina come suo ultimo regalo?

E dopo averlo fatto, Kaden dove avrebbe dovuto porre la lama?

Poi la vide. In cima alla quercia raffigurata, ove ogni ramo terminava con una fessura per lasciare passare la luce, vi era una fenditura rettangolare, e Kaden ipotizzò che fosse larga giusta per inserirvi Vanità, anche perché non vedeva altre soluzioni.

“Mary!” disse Kaden. “A che punto sei?”

Non fece in tempo a chiederlo che finalmente la ragazza estrasse l’oggetto cadendo all’indietro.

“E ringraziami!” esclamò Mary, infuriata. “Avresti potuto darmi una cazzo di mano, no?”

Kaden arrossì, ma stavolta chiuse perfettamente l’oggetto nel buco e attese la spada da Caleb.

Come avrebbe fatto allora, per far vertere le sorti della battaglia in suo favore?

Vide Caleb cadere, una, due, dieci volte.

E lui era ancora dentro la Fontana, dopo esservi entrato per controllare la presenza effettiva della fessura.

Il figlio di Abraham aveva ormai l’armatura ridotta a brandelli, e  un fendente mandato nel punto giusto lo avrebbe portato a morte certa, ma non per questo era meno determinato.

“Forza, Caleb. Io sarei solo d’intralcio. Il destino dell’Australia è nelle tue mani. Dammi quella spada e tutti i peccati ti saranno rimessi, ne sono sicuro. Puoi farcela, amico mio!”

Amico mio.

Kaden lo aveva appena definito “amico”, lo aveva sentito.

Lui non aveva mai avuto amici, se non i suoi fratelli. L’ovatta in cui era cresciuto gli impediva di socializzare con facilità, e in età adulta ne aveva passate così tante da non dare confidenza ad alcuno, inoltre era convinto della superiorità del suo cognome su tutti gli altri.

E infine, li aveva trovati proprio in coloro i quali doveva uccidere. Persino Kaden, che pure provava rancore nei suoi confronti.

“Va bene, Kaden” disse lui. “Verrò a Sydney con voi e ucciderò con le mie mani anche Re Anthony! È un bastardo non riconosciuto dal padre che non merita niente , né in questa vita, né nell’altra. Ricorda queste parole, perché ti serviranno”

“Così come gli altri Re, ti pare? Manterrò la promessa”

Ma Margareth ridacchiò.

“Avete i Draghi al vostro seguito, due eserciti e la potenza della città di Sidney, la Capitale Inespugnata. Cosa può fare un moccioso che beve ancora il latte dal seno?”

E Caleb rispose ghignando sicuro di sé. “Ciò che può fare o non può fare non è affar tuo. Gli Hesenfield ti mandano i loro saluti!”

Con uno scatto fulmineo, si aggrappò al braccio sinistro della regina e usò tutte le sue forze per sradicare la spada dalla mano, che con un guizzo attraversò dunque la stanza e finì ai piedi di Kaden, che non perse tempo e l’afferrò.

“Che hai fatto, figlio di puttana?” Margareth con l’altra mano (la sinistra era dolorante) afferrò la gola di Caleb e cominciò a stringere.

“V… vai…  Kaden… realizza… i-il… nostro… sog…”

E Kaden finalmente uscì dall’ipnosi che gli aveva offerto quella scena e infilò con tutta la forza che aveva Vanità in quella fessura, che era proprio grande giusta per infilarla senza difficoltà, in modo da salvare l’amico da quella morsa.

Una luce potentissima investì l’intera stanza, e seguitò un violento terremoto, dove tutte le componenti della Fontana, che erano state murate, fuoriuscirono da dov’erano e si aggiunsero, una dietro l’altra, alla Fontana Kashna, che dunque si installò sopra la Torre, che tuttavia non era progettata per mantenere un peso così grande, e poiché la Fontana era davvero imponente, la Torre di Margareth crollò rovinosamente per lasciare posto al monumento per eccellenza, che risplendette di un chiarore persino più potente di quello che adesso adornava la Fontana Lind.

Kaden e Mary videro tutto questo meravigliati, e si sentirono persino guariti dalle avversità che avevano dovuto affrontare. Soprattutto Mary, per la prima volta sorrise, sentendo dentro se stessa che in qualche modo avrebbe vissuto, superando la morte dei due amici.

Il cielo cupo che era all’esterno si schiarì e in generale tutto quanto risultava negativo cessò di esistere.

E in ultimo, lo sguardo di Kaden cadde sulla regina, la quale, essendo rimasta con lui sul pavimento della Torre che crollava, rimasto intatto per effetto della Fontana, subì i cambiamenti che Kashna imponeva.

Se negli operatori di pace era benevola e misericordiosa, negli avidi e superbi era una punizione.

E Margareth se ne rese conto troppo tardi. Dopo un breve sussulto, si toccò con entrambi le mani il petto e, lanciato un urlo di dolore, morì prona ai piedi della fontana.

Poi gli venne in mente una cosa. Mancava una persona all’appello… dov’era?

“CALEB!” esclamò Kaden, col cuore in gola. “CALEB! RIESCI A SENTIRMI?”

Anche Mary cominciò a cercarlo ovunque e finalmente, poco più lontano, una figura sorse fra i detriti.

“Mi… mi cercavate?” disse Caleb tossendo. “Io… devo diventare Re, non è il momento di morire”

Kaden e Mary sorrisero nel vederlo e i tre osservarono quanto era cambiato nella città festante, con la piazza colma dei soldati del futuro Re vittoriosi nella battaglia.

“E adesso” disse Kaden “ne manca solo una e… eh?”

Poco prima di andare, una figura a quattro zampe piombò davanti a lui.

Era di nuovo sporco di sangue e non era mai stato così maleodorante.

Il Mangiacuore, Josafat Hesenfield. Kaden non capì come mai era giunto fin lì proprio in quel momento e cosa avesse fatto nel frattempo.

“Josafat!” esclamò Caleb. “Che diamine ci fai qui? La guerra è finita!”

“Probabilmente ci ha seguiti tutto il tempo e vuole ancora ucciderci! Caleb, spiegagli che non siamo nemici!” lo implorò Mary, ma il primogenito della Casata non diede segno di voler ragionare col fratello più piccolo.

Caleb aveva sempre una fitta al cuore quando lo vedeva. Era stato un bambino così bello, quando era piccolo… ma cosa gli era successo? E lui, lui che era il primogenito, avrebbe potuto evitare che gli capitasse ciò che gli era capitato?

Infine, balzò sul Mangiacuore e lo atterrò bloccandogli le braccia.

“Josafat, ti prego ascoltami!” esclamò in preda alle lacrime. “So che mi ascolti, senti la mia voce! Stiamo andando da mamma! Da mamma, Josafat! Vieni con noi?”

Ci vollero diverse versioni di quella frase prima che Josafat capisse e, guardando perplesso Caleb coi sui grandi occhi blu, divenne mansueto, dopo essersi rotolato fra le macerie lottando contro il fratello maggiore.

Caleb sospirò. “Immagino che dovremmo andare a Katrinaville, adesso, prima di Sydney. Lì ci rifocilleremo. Sono sicuro che mia madre e mia sorella daranno anche voi un pasto e un letto per riposarvi. Nel frattempo la mia truppa ci procurerà cavalli e vettovaglie a quantità!”

Dopo aver detto quelle parole, si fece dare un paio di manette e incatenò se stesso al polso di Josafat, in modo che non potesse nuocere, poi si sedettero su una carrozza.

Kaden non era del tutto convinto e si chiese cosa lo turbasse, mentre prendeva posto accanto a Mary e di fronte a Caleb. Era la stessa sensazione che aveva provato quando stavano andando verso Villa Hesenfield e si chiese se la magia di quella casa si estendesse anche alla seconda tenuta.

“Mia sorella Isabel è chiamata la Lady Impossibile, poiché è anche lei comandante di una truppa e al contempo è considerata la donna più bella del mondo” disse Caleb, come se avesse indovinato i pensieri del ragazzo “ma non credete a queste fandonie. Mia sorella, se non è cambiata e le persone non cambiano, è un’oca che non sa distinguere la sua mano destra da quella sinistra”

“Certe battute puoi anche evitarle!” replicò stizzita Mary. Caleb arrossì vergognandosi. “In ogni caso” proseguì “anche lady Katrina era a suo tempo molto bella, e comunque ho voglia di vederle, soprattutto dopo… dopo quello che sapete. Mi dispiace per Klose, a proposito, non abbiamo avuto tempo per seppellirlo, essendo sotto le macerie e quindi introvabile in tempi brevi”

“Non preoccuparti” disse Kaden. “Non abbiamo bisogno di altri funerali”

Detta in quel modo poteva sembrare insensibile, ma Caleb si ritrovò perfettamente d’accordo con lui. Preferiva ricordare le persone quando erano vive, piuttosto che chiuse dentro tre metri di terra. E inoltre il loro dolore era davvero troppo grande per aver ancora bisogno di guardare i cadaveri spenti dei cari perduti.

Ed era in quell’atmosfera malinconica che i tre attraversarono Kashnaville, diretti verso Katrinaville. Non era un viaggio molto lungo, ma occorreva prendere per forza la strada del mare, mare che era anche fra le opzioni di Isaiah, quando decise che era il momento di dare una mano al gemello per attaccare Sydney e mettere fine alla guerra.

Isaiah dovette convenire che l’Armata Rivoluzionaria di Shydra Aldebaran funzionava come un orologio, preciso e senza sbavature, e quando si era trattato di collaborare avevano svolto i compiti nel migliore dei modi, accelerando così la rinascita di Perth e di tutte le città coinvolte nella guerra, dando così modo a lui di pensare a una n uova manovra d’attacco, smettendo di contare sui Centauri, che avrebbero agito liberi per tutto l’Ovest, e non più rinchiusi dentro una riserva limitata.

Così, senza saperlo, i due gemelli stavano pensando con la stessa intensità al mare, che si snodava a perdita d’occhio.

Dal canto suo, Kaden temeva di conoscere Isabel. Se somigliava a Caleb, doveva essere davvero molto bella. Che lei sapesse del Mangiacuore? E come stava reagendo ai diversi lutti?

“Mary” disse Kaden, per fare conversazione. Quel silenzio lo opprimeva, e si costrinse a smettere di pensare al cattivo odore che emanava Josafat. “Come stai?”

Mary aveva passato le ultime ore ad osservare il Mangiacuore, pensando in continuazione al momento in cui lui era sopra di lei, intento a privarla dell’organo.

Come stava, dunque?

“Male… e bene” disse la ragazza. “Klose mi amava, sai? Ma il mio cuore appartiene a Taider… non credo che amerò mai più nessuno” sospirò. “Cosa ti aspetti dagli Hesenfield, adesso?”

Kaden per tutta risposta rovistò nella bisaccia che gli avevano dato i soldati di Caleb e prese tre bottiglie di birra.
“A Caleb Re!” esclamò fissando il soggetto dritto negli occhi. “Voglio che sia lui a governare!”

Mary lo osservò stupita e ancora di più si scoprì d’accordo con lui; così prese la bottiglia e i tre brindarono alla salute del futuro sovrano.

“Caleb Re!”

Kaden e le Fontane di Luce/27

Capitolo 27

Già, Caleb non vedeva sua madre e sua sorella da parecchio tempo. Aveva pochi ricordi legati a loro, ricordi che via via sbiadivano col passare del tempo.

Al ragazzo venne in mente Isabel, la sorella nata poco prima di Jakob, ma generalmente ignorata nella scala degli eredi poiché donna, e dunque impossibilitata a mantenere il proprio cognome. Abraham diceva sempre che era meglio per le donne Hesenfield rimanere nubili e senza figli, per due motivi.

“Il primo” diceva “è che non c’è nessun uomo degno di sposare una donna Hesenfield. In secondo luogo, voi stesse non avete bisogno di un uomo per potervi realizzare, e anche se fosse siete già realizzate sin dalla nascita, poiché portatrici di un grande cognome e di radici storiche senza pari”

Quello lo aveva detto ad una delle ultime cene in famiglia, tutti assieme. Isabel ascoltava rapita, e chissà se col tempo aveva assorbito quelle istruzioni o se alla fine si era concessa ad un uomo. Di certo, Caleb non dubitava che fosse molto desiderata, anche se non capiva come gli altri uomini non capissero quanto fosse poco intelligente. Secondo Jakob, era proprio un’oca.

Un altro ricordo che aveva, più piacevole dei momenti seri e rigidi che erano state le cene in famiglia prima della separazione, riguardava lui e Isaiah che la prendevano in giro, a volte nascondendole i gioielli, o altre volte giocando spensieratamente ad acchiapparsi attorno all’albero di mele, che a quei tempi era ancora rigoglioso.

E tutti quei momenti erano così lontani che sentì una fitta al cuore. Era deciso, si disse, se fosse uscito vivo dallo scontro contro Margareth, sarebbe andato a far visita a loro, e poi glielo doveva: due lutti nello stesso giorno erano stati un durissimo colpo per la loro famiglia e un uomo che si dica tale sarebbe dovuto andare da loro, qualunque cosa fosse successa per farle allontanare dalla casa.

Si ricordò solo dopo che ad Isabel aveva donato una tiara… chissà se l’aveva mai indossata.

Nel frattempo osservava Kaden, Mary e Klose un po’ in difficoltà nel loro scontro contro i Plexigos, ma non dovevano assolutamente sapere che lui li stava seguendo. Dopotutto era la loro missione, la sua consisteva solo nel vegliare su Kaden e fargli aprire le Fontane. Tutto il resto, importava poco, e chissà se in quel difficile percorso avrebbe capito cosa significava davvero essere un buon Re.

Nel frattempo, il livello due della Torre della Fontana si aprì agli occhi di tutti, e si presentò perfettamente identico a quello precedente.

“Che cosa intendi fare, Caleb? Inseguirci per sempre?”

A un certo punto, la voce dell’arciere si levò potente nell’aula.

Kaden rimase paralizzato. “Come facevi a sapere che ci stava inseguendo? È qui, allora?”

Klose lo indicò, in quanto l’erede degli Hesenfield era visibile adesso, ormai scoperto. Dal canto suo, pensò con rammarico che Isaiah si sarebbe nascosto meglio.

Non sembrava affatto il tipo autoritario che aveva deportato loro, Mary e Taider nel Labirinto funesto. Anzi, sembrava più un ragazzo come tutti gli altri, e agghindato di un’armatura non per scelta.

“Che ti è successo?” chiese Kaden.

Caleb sospirò, scacciando quelle domeniche felici in cui lui e Isabel si dilettavano a scovare Isaiah, finendo per trovarlo nei punti più improbabili della Villa per poi cenare a base di pasta riscaldata in padella, fra quelle risa spensierate che chiamavano infanzia. “Ormai lo sapete, io diventerò Re. Lasciate che sia io a uccidere Margareth, mentre i miei uomini occupano la città. Questo è quello che deve fare un Re, questo è quello cui sono chiamato a fare. Reclamerò il trono che è stato di Isaac e che sarebbe dovuto essere di mio padre, prendendo la testa di quella donna. Consideratelo un gesto di scuse per la morte di Taider”

Nel sentire quel nome Mary trattenne il respiro, ma poi disse: “E perché non ci hai accompagnato subito, allora?”

Caleb rispose: “Credi che sia facile uccidere un’altra persona? Per di più, è la Regina, e ucciderla vorrebbe dire alzare la voce e reclamare il trono, azione che non sono per nulla pronto a fare. Inoltre, il sangue di mio fratello Jakob scorre ancora sulle mie mani, sai?”

Mary deglutì. Entrambi avevano l’anima spaccata a causa degli omicidi di cui si erano fatti carico e dunque non c’era bisogno di altre parole.

“E va bene” disse Klose. “Verrai con noi. Veglia su Kaden, deve aprire le Fontane”

Kaden ebbe un sudore freddo. Erano vicini, il momento della verità e il senso del viaggio erano giusto a qualche passo. Ma lui era davvero in grado di aprirle?

“Io… io ho bisogno di un po’ di coraggio. Non so se riuscirò ad aprire le Fontane e ho bisogno di sapere che fine hanno fatto i miei genitori” disse.

Mary sospirò. Conosceva ormai troppo bene Kaden per non riconoscere in lui i sintomi della tensione nervosa e l’ansia: era fermo come uno stoccafisso e sudava. “Caro mio, ascoltami bene. per cosa sono morti Shydra e John ?”

John? Kaden dedusse che si trattasse di Taider, ma nessuno l’aveva mai chiamato per nome. Per cosa erano morti?

“Perché… perché l’Australia potesse ritrovare la pace. Ti ringrazio, Mary. Adesso mi sento più consapevole”

“Lo spero” disse lei, provando una delle arti magiche con la protesi di legno e creando una specie di brezza che le lasciò ben sperare.

“Bene, bravi… che scena patetica” dichiarò la voce femminile appartenente alla regina Margareth, che aveva assistito al quadretto tramite la telecamera.

Tutti si spaventarono nel sentire così, di punto in bianco, una voce esterna, ma poi ascoltarono con trepidazione.

“Avete un’ora di tempo” disse in seguito, chiudendo tutte le possibilità di evasione. “Chi riesce a passare vivo al terzo livello oltrepassando le sbarre sarà il benvenuto, gli altri periranno soffocati dal gas”

Subito dopo aver concluso la frase, una coltre di fumo giallastro passò da un condotto posto sul soffitto.

“Quindi si tratta solo di non respirare il gas? Ottimo” Kaden si avventò sulle grate, ma urlò e si toccò la mano dolorante.

“Le grate sono caricate elettricamente! Fate attenzione!” sentenziò.

“Immagino che un’ora sia il tempo per il gas di agire” disse Caleb. “Dovremmo riuscire ad oltrepassare prima di questo tempo”

“Grazie tante, Lord dell’Ovvio” disse Kaden sarcastico. “Proverò a tagliere le sbarre con la lama Giustizia”

“Se permetti” ribatté il figlio di Abraham ”la mia spada, la mia cara Mezzanotte, è molto più potente della vecchia Olocausto. Quindi lascia provare me”

Kaden, in nome dell’amicizia appena avvenuta fra gli Hesenfield e chi non lo era, gli lasciò campo libero.

Il futuro Re prese una rincorsa e tagliò le sbarre, o meglio, così credeva.

Nel momento in cui la lama toccò le inferriate, infatti, si vide una piccola esplosione e il metallo andò in frantumi.

“Non è possibile… Mezzanotte era forgiata con la stessa lega di Ombra e Inverno, le spade dei miei fratelli! È inammissibile che abbia reagito alle scariche di questa trappola!”

Kaden tirò un sospiro di sollievo. Era una fortuna, si disse, che Caleb avesse avuto quella mania di protagonismo, almeno così lui non aveva più una spada, mentre lui sì.

Nel frattempo il tempo passava e i quattro rimasero a meditare.

“Ci vuole più tempo per pensare, con i limiti non riesco a riflettere bene!” esclamò Kaden. “Penso che la soluzione ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma il tempo che scorre velocemente ci impedisce di vederla”

Klose sospirò. “Per di più, la paura di inalare il gas ci sta inibendo le vie respiratorie. Io riesco solo a vedere una soluzione”

“Quale?” chiese Kaden. Per tutta risposta, l’arciere si alzò e osservò bene il soffitto.

“Se ci fosse qualcosa che potesse tappare questo buco, riusciremmo a passare, credo” dichiarò, e con un balzo aiutato da una sedia che era posta in quella sala, riuscì per un pelo ad aggrapparsi alle sbarre del condotto.

“Non sembrano molto dure” dichiarò. “Proverò ad allargarle”

Kaden non aveva idea di cosa Klose stesse facendo, ma poco prima che l’arciere potesse fare altri movimenti, appeso com’era alle sbarre, Mary urlò.

“Fermo, Klose! Non farlo! Deve esserci un altro modo!”

Ma Klose sorrise.

“Ti amo, Mary” disse con un’espressione felice e serena, come Kaden non l’aveva mai visto. Dopo aver detto quelle parole, allargò le sbarre e si infilò nel buco dove usciva il gas.

Kaden e gli altri assistettero a una scena tremenda: dopo un tetro balletto accompagnato dalle urla disperate di Mary, le gambe di Klose smisero di fermarsi.

Era morto, dopo aver inalato tutto quel gas. Ma la buona notizia stava nel fatto che la sostanza non passava più, in quanto bloccata dal corpo dell’uomo.

A costo della sua vita, Klose l’arciere aveva in pratica permesso all’amata e a Kaden di avere tutto il tempo di passare, e forse era proprio quello che voleva la regina Margareth, che morisse qualcuno per vedersi ridurre il numero di nemici da affrontare.

Kaden, con la morte nel cuore e con l’aria di uno che aveva visto centinaia di sofferenze senza confidarle, raccolse arco e faretra da terra e guardò gli altri due.

“Non possiamo lasciarle qui” disse.

“O forse sì, a memoria imperitura di un uomo valoroso, che ha sacrificato se stesso per un bene superiore” dichiarò Caleb, con la voce spezzata. Quel gesto aveva colpito anche lui, chiedendosi se sarebbe stato capace di compierne uno simile.

Aveva davvero visto che cos’era un buon Re e quella rivelazione lo sconvolse, e tuttavia lo rese più determinato.

Mary, dopo essersi sfogata e in totale stato di shock, puntò il dito di legno verso Caleb e urlò con tutte le sue forze le seguenti parole, fissandolo sgranando il più possibile gli occhi rossi. “Adesso, se davvero affermi di essere nostro amico, dovrai accompagnarci ad aprire non solo la Fontana Kashna, ma anche la Fontana Chemchemi a Sidney! Solo allora ti redimerò dai peccati che hai verso di noi! Prima di allora ti odierò con tutto l’odio possibile!”

“Perlomeno è solo odio, non è gelida indifferenza” osservò Caleb.

“Ci hai portato in un luogo di morte, per due volte! Ne dovrai mangiare, pane duro, per conquistare la nostra fiducia! Stanno morendo tutti, Shydra non voleva questo!” insisté Mary, gettandosi in ginocchio a terra e sospirando, avendo esaurito le energie.

“Ricorda chi sei, Caleb Hesenfield. Figlio di un cognome bagnato di sangue. Non posso dimenticarlo, questo” aggiunse Kaden, non riuscendo a togliere i suoi occhi neri dal nero della morte rappresentato da quelle gambe immobili e incastrate nel tubo venefico.

Alla fine, con immenso sforzo e come uscito da una profonda fantasticheria, osservò Caleb e Mary, non riuscendo ad odiare l’un e provando immenso affetto per l’altra. Era rimasta solo lei ad accompagnarlo, fra quelli che avevano accettato per quel pericoloso compito a Perth. Quel pomeriggio sembrava tranquillo e luminoso… ma era stato più di mille anni prima.

“Le spade non funzionano, le frecce non servono… occorre la magia” sentenziò Caleb. “Tu sai come utilizzarla?”

“Taider, che tuo fratello ha ucciso, è arrivato ad insegnarmi a lanciare solo le bolle d’aria”

Caleb arricciò le labbra nel sentire cosa era riuscito a fare suo fratello. Ma allora aveva fatto bene ad eliminarlo? Essere un buon re prevedeva anche quello?

“Bene, in tal caso state a vedere” ordinò loro di spostarsi e stese la mano destra in direzione delle sbarre.

Rabbia, frustrazione, malinconia: ecco cosa stava attanagliando Caleb. E tutto era partito perché aveva guardato quegli occhi.

Lady Mary Fonheddig, una perfetta sconosciuta alla quale non avrebbe mai rivolto la parola. Eppure, non appena aveva saputo che suo padre stava per compiere un eccidio nella sua famiglia, Caleb si era sconvolto, arrivando a mettere dubbi persino sulla sua stessa esistenza.

E aveva condotto alla morte due anime innocenti, che stavano cercando solamente di risolvere a modo loro la crisi in Australia. E aveva lasciato che Klose morisse per la loro salvezza, inalando tutto quel gas.

Quante colpe doveva ancora lavare, per dire di tornare a essere quel bambino giocondo che amava le battaglie?

Quei grandi, amabili occhi azzurri… Mary Fonheddig, l’amante che non sarebbe mai stata.

E allora, qual era il motivo per cui stava salvando la sua famiglia? Come mai il sangue di Klose e di Jakob stava ancora pesando sul suo cuore?

Per amore, forse? Lo stesso amore che aveva dimostrato Klose nei loro confronti?

Si diceva che per primeggiare occorreva indossare il grembiule e cominciare a lavare i piedi al prossimo, gesto tipico dei servi. Forse Klose aveva adottato quella filosofia. Gente come lui non avrebbe mai giudicato nessuno, qualunque cosa facesse.

Ma Caleb non meritava pietà. Nessuno degli Hesenfield meritava pietà.

O forse sì?

Ad ogni modo, decise di lanciare una fiammata che né Kaden né Mary avrebbero dimenticato.

L’unica soluzione era combattere il fuoco col fuoco, e in effetti la fiammata prodotta dal ragazzo distrusse con un fragoroso boato la sbarra che li imprigionava e rivelava la porta in mogano che permetteva di salire al terzo livello.

“Secondo te quanti livelli ci sono?” chiese Kaden, infine rivolgendogli la parola.

“Tre, Margareth adora il tre” disse l’altro, osservando la donna seduta sul Trono.

Kaden e le Fontane di Luce/26

Capitolo 26

Kaden e i suoi compagni giunsero a piedi fino a Kashnaville, senza mai fermarsi in nessun villaggio.

Furono nove giorni duri: stare nascosti per timore di essere inseguiti, cibarsi di bacche e sfuggire ai Draghi che di tanto in tanto percorrevano la loro stessa rotta: non era facile, e non vi erano abituati. Solamente la guida esperta di Caleb, il quale esercitava un enorme terrore verso i sui avversari, impedì l’accadere di ostacoli più gravi.

In quei giorni nessuno di loro parlò molto, affranti com’erano da quanto era successo al Labirinto e dalle notizie sempre più nefaste che pervenivano a Caleb tramite corvi messaggeri spediti dalla Villa, adesso gestita da Frederick.

Il Mangiacuore era di nuovo fuggito e mieteva vittime su vittime, nella città di Perth, luogo natale di Kaden, la guerra era finita con la morte in battaglia di Cassius il Magnifico, lasciando Isaiah Hesenfield proclamarsi Lord dell’Ovest e fissare la capitale nel paesino marinaro di Port Hedland.

“Il che è una buona notizia per te” disse Klose a Kaden. “Adesso che è il fratello di Caleb a comandare, possiamo chiedergli che ne è stato di tuoi genitori e della tua famiglia”

Kaden deglutì. Era vero ciò che diceva l’arciere: in quel marasma e nell’apatia in cui erano caduti dopo gli avvenimenti del Labirinto, Kaden aveva del tutto dimenticato che aveva ancora delle persone che l’aspettavano in ansia, a migliaia di chilometri di distanza.

“È per quello che vado ancora avanti” disse Kaden, con la voce rauca non avendo parlato per giorni. “Per i miei… per la mia famiglia. Finché c’è una possibilità che siano vivi, vale ancora la pena aprire le Fontane”

“Che discorsi sono?” interloquì Caleb. “Allora se mio fratello Isaiah trovasse i tuoi genitori morti, smetteresti di punto in bianco la tua missione?”

“Caleb ha ragione” disse Mary, tenendo in mano un bastone per camminare con la nuova protesi. “Pensa a Shydra, pensa a… a…”

E proruppe in lacrime. Il nome del Cavaliere Corrotto aleggiò per un attimo sulla radura e Kaden capì di aver detto una stupidaggine.

“Scusatemi” disse.

Il giorno dopo quell’episodio, un altro corvo arrivò dalla Villa, e Caleb comunicò che la Fontana a Sydney era scomparsa.

Fu Klose il primo a commentare la notizia. “Non sapevo potesse succedere, e non immaginavo che Re Anthony desse alle stampe questa notizia in particolare. Voglio dire, tutti sanno, o meglio, la gente comune sa che le Fontane sono spente e non possono essere riaccese, tenendole lì come monumenti antichi e sempre più fatiscenti. Perché allora rimuoverla?”

“Deve essere una strategia” disse Caleb. “Ormai sono passati quasi sette giorni dagli avvenimenti alla Villa, e la morte di Abraham Hesenfield ha ormai fatto il giro del Triregno. Il che fa di me un ricercato, anche se dubito molto che colleghino la mia latitanza a quella del ragazzo delle Fontane. In ogni caso, probabilmente Re Anthony ha deciso di provocare Kaden o perlomeno Taider comunicandoci che ha nascosto la Fontana, chissà dove, in modo da preservare la sua immortalità e unitamente scoraggiarlo”

Tutti e tre erano profondamente ammirati da quella deduzione. Caleb si dimostrava ancora una volta un ragazzo intelligente e comandante navigato. Probabilmente, anche Taider sarebbe giunto alle stesse conclusioni e questo spinse Mary ad appoggiare quella tesi.

“Sì, hai ragione, Hesenfield” disse. “Be’, sarà meglio piombare a Kashnaville e concludere il tuo assedio, allora”

“Già, sarà meglio” concordò Caleb, non sapendo cosa avrebbe trovato in quella capitale. A quanto aveva capito, lady Margareth era tutt’altro che sconfitta e a quel che pareva il suo vice era persino morto in battaglia, allontanando la possibilità di mettere sotto scacco lei e quel che rimaneva del suo regno. Conveniva arrivare subito in quei luoghi, in modo da chiudere quella guerra e pareggiare con Isaiah, che aveva già concluso la sua.

Per quanto Caleb fosse il primogenito, infatti, era Isaiah ad essere più veloce, più abile con le mani, e più istintivo nella vita. Lui invece doveva sempre avere il controllo su tutto, altrimenti non riusciva a ragionare, e per inciso il non sapere bene come stesse andando la guerra a Kashnaville lo metteva in apprensione.

Alla fine, dopo oltre nove giorni di cammino, arrivarono. La città non era accessibile, visto che vi era l’accampamento della truppa di Caleb. Grosse torri di fumo nero accoglievano i folli viandanti che decidevano di entrare. Per di più, un Drago sembrava bombardare di fiamme la già martoriata città. Tutto attorno nuvole grigie persistevano compatte e un’aria pesante rendeva difficile una buona respirazione.

“Non è quello che si dice il miglior benvenuto” disse ironico Klose.

“Non temete” li rassicurò Caleb. “Adesso entrerò nel mio accampamento dove mi spiegheranno bene la situazione. Voi restate fuori, tornerò e vi dirò come entrare”

Dopo quelle che parvero ore, il primogenito della Casata più potente del Triregno uscì dall’agglomerato di tende.

“Tutto a posto” sorrise. “La città non è affatto sicura, ma rispetto a due giorni fa siamo noi ad essere in vantaggio e fra poco tempo Margareth cadrà, che sia la Fontana o no a tenerla in vita. La cosa migliore è che sia io a comandare le mie truppe, perché ho intenzione di sfondare con un attacco massiccio e dare il colpo di grazia a questa città. Nel frattempo voi dovrete mescolarvi in mezzo ed entrare, poi da lì entrerete nella piazza principale dov’è ubicata la Fontana, poi userete l’oggetto per cui avete tanto penato”

Kaden lo estrasse dalla tasca e tornò a guardarlo. Era un bel manufatto, anche se per prenderlo Taider aveva pagato con la vita.

“Bene” disse Klose. “Faremo come dici”

L’arciere lo disse, ma non poteva credere alle sue parole. Solamente dieci giorni prima, non si sarebbe mai affidato a un Hesenfield.

Così accadde che, dopo l’usuale discorso di incoraggiamento, Klose, Kaden e Mary videro coi loro stessi occhi l’imponenza e la maestosità della macchina da guerra progettata, pensata e voluta da Abraham e compiuta dai figli. Nessuno dei tre Re poteva avere quello spiegamento di forze, quelle armature bianche e nere, quelle spade di ottima fattura, quei guerrieri con gli occhi iniettati di sangue e Caleb era riuscito ad arruolare anche qualche gigante, e anche due battaglioni di Plexigos inferociti e muniti di picche.

“Ma quanti sono?” chiese Kaden impallidito. Aveva sempre sentito parlare della guerra, ma non aveva mai afferrato cosa significasse davvero.

“Almeno mille sicuro” disse Mary, infiltrandosi fra le file. “Non perdiamoci di vista e teniamoci per mano, qui è facile che ci travolgano”

In quel modo, Mary che teneva Kaden e quest’ultimo che teneva Klose, entrarono, non vedendo purtroppo la spettacolare esplosione di una parte delle mura di cinta per poi deviare verso la piazza principale, mentre le truppe reali e quelle di Caleb si davano battaglia in ogni via.

Esplosioni, tempeste di sabbia, tutto divenne confuso e le urla contribuirono alla concentrazione, e morti su morti, usati come barricate umane, sbarravano loro la strada.

Infine, nessuno dei tre capì come poterono arrivare intatti alla piazza principale, dalla quale si ergeva un’imponente torre.

“Eccoci” annunciò Klose. “Ma la Fontana non la vedo… eppure mi era stato detto che si trovava dirimpetto al Palazzo Reale”

I tre guardarono la piazza nel suo perimetro, ancora estranea alle lotte furiose che stavano concentrandosi in periferia.

Vi era la torre, svariati edifici monocromatici e una cattedrale, che probabilmente era servita nei giorni del Cattolicesimo, e che forse serviva ancora, ma per altri scopi. Ad esempio Klose sapeva che la cattedrale di Perth era stata riutilizzata come piccola infermeria, dove stuoli e stuoli di persone boccheggiavano attendendo la morte o la guarigione.

“Dobbiamo interrogare la Regina, per sapere dove si trova la Fontana, il che vuole dire consegnarci spontaneamente a coloro che ci cercano” dichiarò l’arciere, distogliendo la mente da quelle raccapriccianti immagini. “Sei pronto ad affrontare il tuo destino? Dovrai aprire la seconda Fontana”

“Certo, sono partito per questo motivo” rispose Kaden, concentrato più che mai.

Per tre criminali ricercati in tutto il Continente, entrare in quel modo dalla porta principale sarebbe risultato quantomeno irriverente, tuttavia lo fecero e parlarono col portiere di guardia ai portoni.

“Siete voi” disse quegli, osservando la foto nelle taglie e confrontandole con le facce che aveva di fronte. Certo, avevano molta più barba e profonde occhiaie, oltre ad essere sciupati, e Mary aveva ferite profonde, ma erano inequivocabilmente loro.  Anzi, l’essere in quelle condizioni testimoniava la loro identità. “Vi state consegnando, eh? E va bene, non c’è nemmeno bisogno che vi faccia uccidere, sarà lei stessa a farlo”

“Sì, infatti” rispose Klose. “Possiamo entrare, dunque?”

“Certo, non c’è problema. Un po’ sciocco consegnarvi, vi pare?” li congedò il portiere.

Ad ogni modo, penetrarono nell’edificio, che constatarono essere del tutto vuoto, a parte una rampa di scale in fondo alla sala che portava al piano superiore.

“Buon pomeriggio.” Esordì una voce femminile. “Vi sembrava che questo fosse ancora il mio palazzo reale, vero? Non sarei mai stata alla mercé di voi stupratori e assassini. Piuttosto voglio vedervi morti, così ho adibito il mio vecchio Palazzo reale a Torre di Guardia per la mia Fontana, che così non può essere aperta da tutti, come quello sciocco del Re Walter”

“Ne deduco che l’apertura della Fontana si trovi all’ultimo piano, fungendo da estremità, no?” chiese Kaden.

“Non arriverete mai all’ultimo piano, consegnandovi avete già firmato la vostra condanna a morte” rispose la Regina Margareth, la quale osservava tutto dalla telecamera nascosta.

Non avrebbe mai perdonato, mai, la morte di sir George e la conseguente disfatta totale che aveva subìto nei territori ad Ovest, dove adesso comandava Isaiah Hesenfield e lei non aveva più notizie di nessun soldato ancora fedele. Piuttosto, conoscendo il carattere impulsivo e focoso del ragazzo, avrebbe potuto voler far piazza pulita in maniera totale e dare una mano al fratello gemello con le nuove truppe spingendosi ad Est circumnavigando l’Australia e sorprendendo Anthony dal mare, in modo da vendicare il padre morto per misteriosi motivi. Com’era che un uomo apparentemente in salute morisse così? E anche lord Jakob?

Margareth non aveva idee, ma le bastava un solo indizio per potersi intromettere fra quegli ingranaggi che sembravano inarrestabili e rovesciare così la situazione che altrimenti sarebbe rimasta disperata.

Pertanto le crisi di nervi e gli esaurimenti nervosi che aveva avuto in quei giorni erano stati tanti, e per di più il suo figliastro aveva dichiarato che non gliene sarebbe importato, ma che piuttosto avrebbe preservato in maniera originale la propria Fontana.

“Possiamo considerare i territori dell’Ovest perduti, momentaneamente” aveva dichiarato Re Anthony. “Per fortuna, anche lord Abraham Hesenfield è morto, e anche se l’eredità è andata a lord Caleb non dovrebbero esserci più problemi dagli Hesenfield, a parte il Mangiacuore, che ufficialmente risulta disperso. Isaiah ha subìto molte perdite e Caleb stesso è latitante. La cosa migliore da fare è proteggere le nostre Fontane, da ora in poi mantenere il nostro primato sarà più facile che mai. Non angustiarti, gli Hesenfield cadranno da soli. Hanno già perso due pedine e la truppa di lady Isabel, che anche lei aveva velleità militari, è sconfitta”

Così si era pronunciato Anthony, ma non aveva rivelato a nessuno la nuova ubicazione della sua Fontana. Ad ogni modo, lui non sapeva che Isabel e la sua truppa, invece di spingersi a est, aveva preso piega verso Ovest, forse per dare man forte a Caleb.

Sarebbe caduta? Tutto dipendeva da quell’assedio e (dal) far luce sulla morte di Abraham. Per farlo, avrebbe dovuto interrogare quei tre e già averli in pugno la considerava come la prima vera bella notizia da settimane.

Ed ecco perché interruppe le comunicazioni con loro e li lasciò al Primo Livello.

Kaden provò ovviamente a salire le scale senza aver affrontato nessun ostacolo, ma un laser gli tagliò la strada appena prima di affrontare il primo gradino.

Un esercito di Plexigos, almeno due dozzine, sbucò fuori dal nulla tagliandogli la strada.

Kaden suppose che avrebbero dovuto farli fuori tutti, per poter salire al piano superiore.

“Klose! Hai le tue frecce? Mary, hai la tua spada?” chiese, mentre lui estraeva Giustizia

“Oh, ma certo. In questi giorni ho particolarmente curato le mie nuove creazioni” rispose lui, toccando la faretra di nuovo piena e costruita con le sue stesse mani.

In effetti, anche se non aveva comunicato con Kaden, Klose aveva pensato bene di costruire da sé le nuove frecce.

Invece Mary rispose: “Certo, Kaden, ho proprio voglia di testare la mano destra immobile e quanto può essere devastante!”

In questo modo era pronto per dare una mano a Kaden, contro tutti quei mostri, che si muovevano senza un ordine preciso, ma che avevano tutti lo stesso scopo: uccidere.

Nel frattempo Kaden ne stava affrontando uno alla volta, in quanto i suoi avversari preferivano affondare l’attacco e poi sparire piuttosto che tenere uno scontro a lungo termine, in quel modo il ragazzo però era costretto a cambiare ogni volta avversario senza riuscire ad eliminarne nessuno.

Ecco che quindi se un Plexigos arrivava da lui per attaccarlo con uno dei loro pugni potenti, Kaden lo respingeva con la semplice lama di Giustizia, ma poi era costretto a sorbire un calcio sulla schiena che lo costringeva a terra.

Kaden si rialzò dunque per l’ennesima volta, mentre assisteva impotente alla distruzione di quella sala. Quelle bestie immonde erano troppo pericolose per essere lasciate in uno spazio così chiuso.

Eppure lui poteva farci ben poco, come detto. Quelle bestie non sembravano disposte a uno scontro fisico.

Gettò un’occhiata a Klose. Anche lui sembrava avere qualche difficoltà, aveva ancora la prima freccia incoccata e le labbra arricciate, poiché faticava a prendere la mira con quei bersagli molteplici in movimento. Mary invece presentava difficoltà con la protesi di legno e usare la sinistra non le era mai stato semplice, tuttavia la situazione sembrava ancora gestibile per lei.

Ciò nonostante, entrambi dovevano fare qualcosa, altrimenti non sarebbero mai potuti salire al livello successivo con lui.

“A quanto pare, ai Plexigos interessa solo che noi rimaniamo qui. Non sembrano volerci uccidere” affermò a un certo punto Klose.

“Davvero? Io credo invece che fra poco mangeranno le nostre carcasse fino all’ultimo osso!” rispose Mary, profondamente turbato da quei mostri, che l’avevano già colpita in diversi punti. “Secondo te come faremo anche solo a colpirli?”

Klose rifletté intensamente. Non vedeva l’ora di provare le frecce che aveva progettato, ma allo stesso tempo occorreva farlo con prudenza. Quel nemico che si rifiutava di combattere era una novità anche per lui che ne aveva viste tante.

Klose aveva sempre odiato le situazioni di stallo, le trovava irritanti. Perlomeno, nei giorni in cui si marciava, quello si faceva e quindi dava la sensazione di movimento, ma in quel momento, in cui la sua vita sembrava appesa a un filo anche se non palesemente minacciata, lo metteva in soggezione.

I molteplici Plexigos si muovevano velocemente, senza attaccare, a meno che i due non si avvicinassero troppo alla scala.

“Bene, il fatto che non ci attaccano gioca a nostro vantaggio” tentò Kaden, mentre ne uccideva uno. “Che ne dite se li affrontassimo qui, al lato opposto della sala? In questo modo non ci attaccano e noi li uccidiamo senza subire particolari ferite, non vi pare?”

Klose considerò la proposta. “Idea stupida” concluse. “Mettiamo caso che sia io il Plexigos che non ti lascia passare. Se non ti attaccassi  e tuttavia tu mi riempissi di legnate, come puoi pensare che io non ti attacchi a mia volta?”

“Hai ragione” rispose Kaden. “Però, restando fermi, è anche vero che non concluderemo niente, e molta gente attende che le Fontane si riaprano”

“L’unica” concluse Klose “è attaccare i Plexigos con le frecce.”

Così, senza aggiungere altro, prese la mira e scoccò la prima. Aveva guadagnato un’ottima velocità, e infatti un Plexigos cadde stecchito, proprio mentre balzava da una parte all’altra della stanza.

“Oh, Klose!” esclamò Mary, fiera di lui.

Qualche colpo andava fuori tiro, ma la maggior parte li centrava. E così, dopo venti frecce, erano morti nove Plexigos.

“Non ne sono morti neanche la metà” osservò Kaden, molto deluso dalla faretra finita, ma l’arciere con sua sorpresa si mise a ridere.

“L’ho fatto apposta, voglio vedere come te la cavi tu con Giustizia”

“Sei uno stronzo, Klose” ridacchiò Mary, che nel frattempo uccideva i suoi.

“Sì, come no, in realtà sei scandaloso, ammettilo” lo rimbeccò Kaden, ma ormai la sua concentrazione era rivolta ai Plexigos.

Aveva Giustizia, un’arma che fino a quel momento era stata poco utilizzata. Davanti a lui quindici Plexigos a guardia della rampa di scale.

“Che Giustizia cali su di voi!” esclamò Kaden, e attaccò uno per uno i Plexigos, dimostrando ottimi riflessi. Purtroppo però, dopo appena tre vittime, un modello Canguro lo atterrò posando tutto il proprio peso sulla schiena del povero ragazzo.

“Nove a tre, mi sa” sentenziò l’arciere, che era intervenuto appositamente per rimuovere il mostro dalla schiena del ragazzo. “Non sei molto forte, anche se eliminare tre Plexigos di fila è comunque un risultato ragguardevole. All’inizio di questo viaggio non saresti nemmeno riuscito a impugnare una spada come Giustizia, ti ricordi?”

“Certo” disse Kaden. “Ammettilo che sei venuto fin qui per recuperare le tue frecce!”

“Ma certo che no” tagliò corto Klose anche se fu contento di riaverle sane e salve. “Vogliamo dare il via a un’azione combinata? Magari riusciamo a distruggere tutti gli ostacoli!”

“Sì, certo, fate comunella voi due!” esclamò Mary indignata, ma entrambi i ragazzi sapevano che lei non avrebbe mai accettato nessun aiuto.

E così, messisi spalla contro spalla, riuscirono a distruggere tutti i Plexigos, chi con la spada, chi con la freccia, e alla fine un grande tappeto di Plexigos morti e sangue viola si presentò ai loro piedi, così come avevano preannunciato.

“Ottimo” commentò alla fine Kaden. “Tu quanti ne hai uccisi?”

“Otto” rispose Klose. “Il che vuol dire che tu ne hai ammazzati sei, che sommati ai tre iniziali vuol dire nove. Alla fine della fiera, rimango molto più forte di te”

Kaden ridacchiò e insieme salirono i gradini, perfettamente ignari che un’ombra li stava seguendo.

Quell’ombra era Caleb, il quale era riuscito a districarsi fra le vie ed andare in avanscoperta da solo, intento e desideroso com’era di uccidere Margareth con le sue stesse mani.

Nel frattempo, si era fatta strada in lui l’idea di andare a far visita a sua madre e sua sorella. Quanto gli mancavano? E come avevano preso il lutto del padre e del fratello Jakob, il figlio perduto?

E, per di più, un buon Re avrebbe fatto visita alla sua famiglia, cercando il più possibile di riunirla.

Kaden e le Fontane di Luce/25

Capitolo 25

“Solo una cosa non capisco” disse Kaden a Caleb. “Come mai nel Labirinto non c’è più nessuno?”

“Il Labirinto risente dei lutti in famiglia, così come risente dei periodi di forza” rispose Caleb. “È un posto sacro, ricoperto di magie antiche e incomprensibili a noi moderni. Degli Hesenfield, molto si è perduto e altrettanto si è guadagnato, sempre con  l’obiettivo costante di rimanere alti e temibili, in accordo col nostro motto”

Seguì un momento di silenzio e Klose infine chiese: “E quale sarebbe il vostro motto?”

Totus Tuus, che vuol dite tutto tuo in una delle lingue arcaiche ormai perdute” rispose Caleb, ripercorrendo con la mente la prima volta che aveva sentito quel motto.

Aveva più o meno otto anni, forse sette o nove, non ricordava. Stava giocando con Isaiah con le spade di legno nell’ampio giardino della Villa, dove in quel periodo il sole ancora risplendeva, per quanto lo permettesse la Fontana Kashna chiusa. Villa Hesenfield era infatti sotto la giurisdizione di quella Fontana, e la regione risentiva pertanto della povertà e del clima freddo, persistente da un secolo a quella parte.

“Caleb! Isaiah! Vostro padre vi chiama” vociò dall’ingresso lady Katrina, madre di cinque figli e moglie di lord Abraham, che in quel periodo stava radunando un esercito personale per poter combattere i tre Re.

Caleb guardò il gemello e sogghignò. “Facciamo che chi arriva ultimo cambia i pannolini a Josafat?”

“O a Jakob? Ahahahah!” rise di gusto Isaiah, ma Caleb era già partito sfrecciando per i corridoi di marmo. Ciò nonostante, Isaiah lo raggiunse e, percorrendo le scale a due a due, arrivò persino prima del maggiore.

“Ora laverai i pannolini a Jakob e Josafat!” esclamò Isaiah, col fiatone, mentre Caleb, scuotendo la testa, bussò la porta. “E comunque, solo perché è il terzo non vuol dire che sia un infante stupido, Jakob” osservò Caleb.

“Avanti” disse Abraham, e i due fratelli si piazzarono di fronte alla scrivania tenendo le mani dietro la schiena, in piedi.

“Figli miei” esordì Abraham. “Voi conoscete il nostro motto? Siete gli eredi della Casa, è giunto il momento di indottrinarvi”

Nessuno dei due rispose, facendo spallucce.

“Bene, allora sappiate che il nostro motto è Totus Tuus, e va usato in ogni frase e dichiarazione ufficiale, che verrà stampata nelle pagine della stria mondiale.”

Anni dopo, Caleb sapeva che “tutto nostro” era un’esagerazione se presa alla lettera, ma ricordava a tutti i membri della Casa che bisognava sempre puntare al massimo risultato, affinché gli Hesenfield non cadessero mai.

L’unica a non avere ancora parlato era Mary, in stato di profonda prostrazione. Kaden non pensava di poterla vedere di quell’umore, quando di solito era ironica, pungente e in generale dava la sensazione di sicurezza che Kaden cercava così disperatamente in quel viaggio pericoloso. Tuttavia, dopo l’esperienza al Labirinto, le cose erano cambiate: era stato lui a proteggere Mary dalle grinfie del Mangiacuore e l’unico ad aver risolto quella trappola maledetta era Klose.

Kaden poi lasciò cadere il suo sguardo sul braccio mancante della ragazza. Quanto voleva aiutarla! Ma non c’era granché da fare… o forse sì?

“Caleb” si rivolse al primogenito degli Hesenfield, il quale era ancora intento a lasciare vagare i suoi pensieri. Adesso che suo padre li aveva lasciati a badare a loro stessi… adesso era Re, o comunque il capo famiglia.

“Caleb?” ripeté Kaden, avvicinandosi al ragazzo.

Capo famiglia… e, se avessero vinto la guerra com’era destino che succedesse, si poteva sedere sul trono dell’Australia unificata, come Re Isaac e i suoi figli dopo di lui.

Ma sarebbe diventato un buon Re? E che voleva dire essere un buon Re? Che cosa faceva, qual era la giornata tipica di un Re buono?

“Caleb!”

Stavolta Caleb sentì una spinta sul braccio e capì che qualcuno lo stava chiamando.

“Che cosa c’è… ragazzo?” sibilò infastidito.

“Mi chiamo Kaden, e ti ricordo che se non fosse per la mia presunta capacità di aprire le Fontane non sarei mai partito, e di conseguenza non ti avrei mai infastidito” precisò il ragazzo. “In ogni caso… volevo chiederti, non si può proprio far nulla per Mary? Guardala, è così malinconica! Va bene, forse era innamorata di Taider, anche se i due non lo hanno mai dato a vedere, tuttavia… io mi chiedo se perlomeno puoi restituirle il braccio”

Caleb fissò Kaden un po’ perplesso, poi volse lo sguardo ed effettivamente Mary era un po’ più lontana da loro tre, e non faceva che guardare dietro di sé, in direzione della Villa appena lasciata.

“Ci proverò” rispose Caleb. “Proverò a costruire una protesi utilizzando il legno di qualche albero nel bosco che stiamo per raggiungere. Ci aspettano nove lunghi giorni di cammino, in cui preferiremo andare a piedi e nasconderci nei luoghi più impervi e nei boschi più fitti, per non essere individuati. Per questo motivo costruirò una protesi per la tua amica, poiché mi servono tutti i validi effettivi”

“Bene, grazie” disse Kaden, il quale non sopportava che Caleb trovasse sempre un tornaconto personale in tutto ciò che faceva, anche se si trattava di aiutare il prossimo.

Giunsero dunque nel bosco citato da Caleb una volta che il temporale ebbe termine, lasciando spazio a una sera fresca ma tranquilla.

“Sapete” disse Caleb una volta acceso il fuoco per la notte, trovando uno spiazzale adatto a coricarsi tutti e quattro comodamente, “una volta che la Fontana Kashna sarà aperta, la vittoria del mio esercito sarà definitiva e potremo attaccare con loro l’Est, ovvero Sydney, e potremo proseguire più tranquillamente l’ultima tappa del viaggio del ragazzo”

“Quindi ci accompagnerai fino a Sydney?” chiese Kaden.

“Probabilmente, dato che diventerò Re e sarà mio dovere reclamare il trono che è stato dei miei antenati” rispose gelido Caleb, scoprendosi molto geloso di quell’evento. Era così che avrebbe risposto un buon Re, però?

“Non ti sembra di esagerare un po’?” interloquì Klose, sempre sospettoso verso gli Hesenfield.

“No, affatto” tagliò corto lui. “E adesso, riposate! Io farò il turno di guardia”

E Mary continuava a non dire una parola.

“Mary?” chiese Klose all’amica. Sì, poteva essere solo un’amica, dato che il suo cuore non sarebbe mai più stato per lui. “Hai freddo? Vuoi che ti presto una coperta?”

Ma Mary non disse nulla, rannicchiandosi sull’erba fresca e umida reduce dalla pioggia.

“Non mi parla” sussurrò Klose a Kaden. Quest’ultimo confidò all’arciere lo scontro avvenuto con Josafat e quegli rabbrividì.

“Ne ha ben donde, allora” osservò triste, guardandole la schiena. “Troppe emozioni. Ma tu sei stato davvero coraggioso a salvarle la vita, complimenti!”

“A questo punto, non so quanto abbia fatto bene. A quest’ora starebbe riposando con Taider e…” disse Kaden, mettendole lui una coperta. Avevano prelevato alcuni bagagli dalla Villa, prima di muoversi.

“Salvare una vita è sempre un bene. Ricordalo sempre, Kaden, o ciò che stiamo facendo non avrà più alcun senso” disse saggiamente Klose, prima di coricarsi anche lui, non prima di sentire singhiozzare.

Mary pianse per parecchio tempo, forse un’ora. Dopo quell’ora, il pianto lasciò il posto a un respiro regolare, e solo Caleb infine rimase sveglio.

Cosa avrebbe fatto un buon Re? Doveva piangere come quella ragazza? Era così che doveva omaggiare suo padre e suo fratello? Avrebbe dovuto presenziare ai loro funerali assieme alla servitù?

Era a tutto questo che pensava mentre intagliava un braccio di legno. Poi andò a cercare una liana e attese il nuovo giorno. Pensò che un buon Re non dormiva, ma vegliava sui suoi sudditi, pertanto decise di rinunciare al sonno, pensando a tante cose, primo fra tutti i due familiari perduti.

Che dire di suo padre? Sempre autoritario, rigido, chiuso in quella stanza, e poi il giorno in cui sua madre e Isabel se ne andarono dalla Villa, disse loro che i veri Hesenfield non piangevano, e comandò a lui e i suoi fratelli di tornare alle loro occupazioni.

Fu allora che Josafat compì il suo primo omicidio, quando inspiegabilmente attaccò il loro nonno strappandogli il cuore dal petto. Nessuno sapeva perché o cosa gli fosse successo, ma di lì a poco fuggì anche lui dalla Villa andando ad assumere lo spiacevole nomignolo con cui la gente lo offendeva. Ma perché mangiava i cuori?

E nonostante tutti questi episodi, Abraham rimaneva nel suo isolamento, a condurre una guerra che peraltro stavano vincendo. Ma a che prezzo… la famiglia si stava disgregando e adesso due stelle sul loro emblema non erano più. Erano cadute, perdendo il loro fuoco.

Ciò portò Caleb a vagare su Jakob e subito un nodo alla gola si presentò prepotente. Le sue ultime parole erano cariche d’odio, di disprezzo… forse di invidia, sullo status che la Natura aveva scelto per loro due. Lui era il primogenito, carica che condivideva con Isaiah, mentre Jakob era l’outsider del gruppo. Se Josafat fosse rimasto normale, forse… tuttavia, Caleb aveva sempre pensato che anche Josafat lo avrebbe battuto, poiché era stato un bambino di una bellezza indescrivibile e probabilmente le sue imprese eroiche non avrebbero avuto pari in nessun canto. Era normale, quindi, che Jakob covasse quei pensieri verso lui e il suo gemello, tuttavia Caleb amava i suoi fratelli e avrebbe dato la vita per loro…

Lo aveva appena pensato che lacrime copiose scesero sulle sue guance. Dare la vita? Gliel’aveva strappata, infilzando Mezzanotte sulla sua gola!

Forse era stato Jakob stesso a chiedere di morire? Cosa, dunque, avrebbe fatto un buon Re? A quella domanda gli vennero in mente le parole appena pronunciate da Klose, l’arciere: “Salvare una vita è sempre un bene.”

E se si fosse trattato del più turpe assassino, sarebbe valso lo stesso principio? Non che lui stesso avesse le mani immacolate, il sangue dei nemici gli pesava sull’anima già lacerata. Ma allora, chi era un buon Re?

Caleb sospirò. Forse non c’era una risposta a quella domanda, e comunque prima bisognava penetrare a Sydney, occupandola e conquistandola. Gli Hesenfield avevano ormai in mano due terzi del Triregno, e per eliminare ogni resistenza occorreva giungere a Kashnaville quanto prima. Nove giorni sulla tabella di marcia, nove giorni in cui avrebbe difeso la vita di Kaden e di coloro che lo stavano accompagnato.

Infine, guardò il braccio appena fabbricato da lui stesso. Era un bel lavoro, era bravo ad intagliare le cose, glielo aveva insegnato Isaiah, che non sapeva stare fermo un minuto e lo aveva instradato a quell’arte, sperando di potere avere qualcos’altro in comune che non fosse l’aspetto o il cognome.

Già, Isaiah… il gemello sfortunato, in ritardo di dodici minuti. Non potevano essere più diversi caratterialmente, e forse ad Isaiah questa cosa pesava. Chissà cosa gli avrebbe riservato il futuro e cosa stesse facendo ad Ovest. Probabilmente l’aveva già conquistata, aveva i Centauri con lui. E chissà come stesse vivendo quei giorni di lutto…

Infine, il sole sorse, annunciando la solita alba grigia che l’assenza delle Fontane imponeva.

Fu Mary la prima a svegliarsi, Caleb la vide muoversi sul prato, forse disturbata dalla prima luce. La ragazza mugugnò e chiese: “Dove… sono?”

“Non temere” disse Caleb. “siamo diretti a Kashnaville, dove sapremo se il potere del vostro compagno Kaden è davvero reale ed è capace di aprire tutte e tre le Fontane”

Mary sbadigliò. “Be’… mi chiedo se tutto questo abbia ancora importanza. Voglio dire… alla luce dei fatti del Labirinto”

Caleb deglutì. “Già. Tuttavia, adesso, in quanto Principe ereditario adesso tocca a me salire sul trono australiano, che mio padre non è riuscito ad avere. Io completerò l’opera, che sia una cosa giusta o no”

“Meglio tu che tuo padre, se devo essere onesta” osservò Mary, interrompendolo.

Caleb scacciò quel pensiero. Aveva ucciso Jakob, ma Mary non lo sapeva evidentemente. Come poteva essere migliore di suo padre? “Sì, be’, comunque… ho bisogno sia di te che dell’arciere in questo momento, per proteggere Kaden… ed io mi sono permesso di intagliare un braccio dal legno. È tuo, se lo desideri”

Caleb le porse il braccio finto e qualche attrezzo per poterlo attaccare al corpo.

Mary guardò quel manufatto con occhi sgranati. La giornata non poteva cominciare meglio! Avrebbe avuto di nuovo un arto, anche se finto e immobile, ma meglio di niente!

“Caleb, ma…”

“Sì?” incalzò il primogenito degli Hesenfield.

“Qualunque cosa tu abbia fatto prima, ti sarà perdonato tutto” dichiarò Mary, felice, mentre Caleb sorrise e cominciò a fissarle la protesi sul moncherino. E Caleb lo sperava, di poter tornare a gustare un giorno la gioia del perdono.

Kaden e le Fontane di Luce/24

Capitolo 24

Caleb ricordava bene l’infanzia sua e dei suoi fratelli a Villa Hesenfield.

Jakob ad esempio non sarebbe dovuto nascere, i medici avevano detto a Lady Katrina che non sarebbe arrivata al sesto mese di gravidanza. Eppure ora era giunto fin lì, a rivendicare il suo posto nel mondo, assieme a lui e Isaiah, più piccolo di Caleb di dodici minuti.

Ecco a cosa stava pensando il primogenito della Casa quando aveva finito di leggere una missiva del terzogenito che comunicava la morte del padre.

Una volta c’era stata una giornata in cui lui, Isaiah e Jakob erano andati col padre a caccia. In quell’occasione, fu il solo terzogenito a catturare un cinghiale con le proprie mani e Abraham lo aveva guardato con occhi di predilezione.

“Siete i primogeniti eppure vi siete lasciati battere” osservò Abraham, ridacchiando. “Sarebbe anche ora di prendere il posto che vi compete. Vero, ragazzi?”

“Uffa, ma padre! I cinghiali sono pericolosissimi!” aveva protestato Isaiah, e lui stesso si era difeso con “Sì ma io stavo puntando al cervo”

“Però ti è scappato” lo aveva canzonato Jakob. “Chi arriva ultimo alla villa cambia il pannolino a Josafat!”

Siccome il piccolo Josafat era uno di quei neonati che odiava essere anche solo toccato e tuttavia produceva quantità industriali di feci, nessuno voleva arrivare ultimo, e fra le risate generali Jakob, con in  mano la vittoria, si ritrovò ad inciampare proprio sul finale.

“Che giochi stupidi” borbottò Abraham, mentre Isaiah e Caleb sghignazzavano.

Ed ecco, Caleb si riscosse dai suoi ricordi notando una macchia umida sulla lettera scritta di fretta.

“Mio signore…” esordì una delle serve, che si occupavano dell’accampamento militare situato a sud dell’Australia, che ormai aveva conquistato l’intera città di Adelaide.

“Il posto in cui devo essere è quello che ho appena lasciato” rispose Caleb con voce rotta e, alzandosi in preda allo sconforto, prese il volo diretto alla Villa.

///

Intanto, nel Labirinto, Klose l’arciere si riscosse dal torpore, infastidito dalla pioggia battente che lo aveva infradiciato. Aveva sentito delle esplosioni e un urlo provenienti da dentro la villa… che cosa era successo? Perché gli Hesenfield dovevano essere tutti degli spostati?

Klose decise dunque di tornare sui suoi passi per andare a riprendere Kaden, quindi tornare dentro il Labirinto e fuggire da quella Villa maledetta, già probabilmente bagnata col sangue di un uomo. Si era appena reso conto di non voler sapere cosa il Labirinto nascondeva e se ci fosse davvero un oggetto da recuperare per aprire le Fontane. Una volta giunti a Kashnaville, poi, avrebbero riflettuto sul da farsi.

Il problema era che il Labirinto era molto ampio, a parte i Plexigos, i Demoni e le magie architettate per scoraggiare l’intruso, le biforcazioni e gli inganni non si contavano, quindi anche l’idea di recuperare Kaden si presentava ai limiti del possibile.

Tuttavia, non vide nulla. Klose si ritrovò la strada spianata più e più volte, senza nemico alcuno ad attentargli la vita. E fu così che vide Kaden e Mary dopo qualche minuto, a diversi metri da lui, intenti a fuggire dal Mangiacuore, che avido di sangue era sulle loro tracce. Era spaventoso e orribile alla vista, figuriamoci cosa stessero provando i suoi amici.

Così, gli venne in mente solo una cosa da fare, la soluzione più razionale. Aveva ancora una freccia nella faretra, così incoccò e mirò alla spalla del più piccolo fra i figli di Abraham.

Il Mangiacuore venne colpito, ma non era certo un colpo che lo avrebbe ucciso, tuttavia si limitò a fuggire spaventato, lasciando così Kaden e Mary vivi ma in stato di shock.

“Sono… stanchissima. Questo Labirinto è un incubo” disse Mary, fiatoni. Klose si guardò attorno e notò che non c’era più davvero nessuno. Poco prima aveva sentito un urlo e un’esplosione, e si vedeva del fumo nella parte sinistra della Villa. Che cosa voleva dire?

“Secondo me non abbiamo più niente da temere” disse dunque. “Innanzitutto ho risolto il labirinto arrivando al traguardo, poi tornando indietro per salvarvi ho notato che non ho incontrato difficoltà, il che mi fa pensare parecchio”

“Non ne ho idea” disse Mary, alzandosi, poi ebbe un conato di vomito.

“Oddio, Mary!” esclamò Kaden, parlando per la prima volta. “Dobbiamo assolutamente uscire da questo inferno! Davvero hai risolto il Labirinto? Andiamo, allora!”

Presero la ragazza sulle loro spalle e proseguirono lentamente, chiedendosi per quanto tempo il Mangiacuore sarebbe rimasto nascosto. Nel frattempo la spadaccina ripercorse con la mente quei terribili momenti in cui era stata preda di Josafat Hesenfield.

Il suo fetido odore di morte e sangue… non avrebbe mai dimenticato quegli occhi vuoti e quei capelli unti, e quella man o che così tante volte aveva ucciso, e la disperata fuga dalle sue grinfie che l’aveva ridotta in quello stato.

“Lo vedo… lo vedo…” disse in perda al delirio, preoccupando i due amici.

“Sai dove cazzo è finito Taider?” chiese Kaden. “È scomparso senza lasciare traccia, e uno come lui dovrebbe avere risolto il Labirinto, no?”

“Stanno succedendo un sacco di cose strane, Kaden” si limitò a rispondere Klose. “Ce ne dobbiamo andare”

“Ti riferisci a ciò che hai sentito? Io non mi sono accorto di niente“ disse lui. “E vorrei vedere, con il Mangiacuore alle calcagna e il tuo stesso cuore che fa tipo la lavatrice!”

Klose annuì. “Molto vero” e alla fine notò il corridoio in cui si era addormentato. “Eccoci arrivati, vedi quella porta in ferro battuto?”

“Sempre questo simbolo di merda” commentò Kaden. “Va bene, adesso entrerò e prenderò questo coso”

Detto quello, spalancò la porta, mentre un altro tuono riempì le sue orecchie. Al suo interno non c’era altro che una stanza fatta di muri d’erba illuminata da due candele poste ai lati della stanza, con al centro un piccolo altare che sorreggeva nient’altro che una manopola da lavandino a forma di croce, con al centro incastonato un piccolo globo smeraldino.

Sotto di esso, un paio di righe scritte a mano:

Se la Fontana devi aprire, questa manopola, e non altre, devi inserire.

“Ma no, davvero?” chiese sarcastico Kaden alla scritta, così la prese e la intascò, per poi uscire.

“Allora? Che c’era dentro?” chiese Klose. Kaden mostrò l’oggetto e l’arciere sbuffò.

“Tutto questo casino per una manopola” commentò. “Chissà cosa ne pensa Taider…”

Una volta nominato il cavaliere Corrotto, Kaden e Klose si guardarono tristi e rassegnati, come se l’ineluttabilità della vita non avesse poi bisogno di tante parole. Poi rivolsero lo sguardo a Mary, che stava piangendo tutte le sue lacrime, mentre si confondevano con quelle del cielo.

“È morto” disse singhiozzando. “È morto… e n-niente potrà r-riportarlo i-indietro, vero?”

Né Klose né Kaden risposero. L’arciere, tuttavia, sentì una fitta al cuore: Mary avrebbe amato per sempre l’idea del Cavaliere, e non lui.

///

Intanto Caleb era entrato in Villa spalancando la porta, così non si accorse che c’era anche Isaiah, che teneva sulle spalle un Josafat ferito al braccio, e curato con una fascia grezza macchiata di sangue rappreso.

“Che dannazione è successo in questa casa?” chiese Caleb, furibondo, al gemello incolpevole, che si limitò a scrollare le spalle come a dire “ne so quanto te”.

I due dunque salirono le scale diretti allo studio del padre, aperta la porta, trovarono l’apocalisse.

Tutto era sconquassato, pieno di polvere di calcinacci, muri crepati e pagine di libri svolazzanti, e i lampadari di cristallo frantumati, e il pavimento si era allagato a causa della pioggia, che era entrata perché i vetri non erano più. La scrivania era ridotta a pezzi, ma ciò che i due notarono per primo era il cadavere di loro padre coricato prono, esibendo una vistosa ferita da spada lungo la parte sinistra della schiena, lì dove dall’altra parte c’era il cuore.

Davanti a lui, giaceva l’arma del delitto, ancora scarlatta e infine i gemelli videro un ragazzo seduto rannicchiato intento a piangere tutte le sue lacrime, col volto nascosto fra le gambe.

Un altro tuono rimbombò nelle vicinanze.

“Jakob…” chiamò Caleb, mentre Isaiah poggiava Josafat in un altro angolo. Era la prima sentenza che emetteva da capofamiglia, ma non voleva essere troppo duro. “Hai ucciso nostro padre, vero?”

“NON È NOSTRO PADRE!” si ritrovò a urlare Jakob. In realtà non sapeva neanche lui perché si era messo a piangere. “Perlomeno, quest’uomo non è mio padre… se sapeste… se sapeste cosa ha fatto…”

“Tuttavia l’hai ucciso” interloquì Isaiah. Caleb vide il gemello per la prima volta con l’espressione seria. Non l’aveva mai riservata, nemmeno per le battaglie. “Caleb adesso deve ucciderti, lo sai, vero?”

Caleb sentì d’un tratto un peso enorme piombare sulle sue spalle e un rivolo di sudore freddo tutto sulla pelle. Uccidere uno dei suoi fratelli? Pazzesco! Ma che stava succedendo? E che cosa era saltato in testa ad Isaiah?

Poi capì. Toccava esattamente a lui, adesso, riparare agli errori dei suoi familiari e, per inciso, l’omicidio di un consanguineo negli Hesenfield prevedeva la morte.

Jakob, sapendo anche lui tutto questo e avendo comunque deciso che la scelta giusta era quella di allontanarsi dalla famiglia e assumere il cognome della madre, si alzò, con gli occhi ancora gonfi di lacrime, tuttavia sembrava determinato ad andare fino in fondo nella sua opera folle.

“E se fossi io a eliminare lui? Ci giochiamo l’eredità, va bene?”chiese, raccogliendo la spada ancora sporca da terra.

Caleb estrasse la sua e annuì. “Va bene. Oggi si deciderà il destino di questa Casa”

Le due spade si toccarono esplodendo in un fragore assordante. Entrambe le lame rifiutavano di ferire l’altro, come se sapessero che i due possessori erano legati da un legame di sangue. Entrambi i fili stridevano, l’uno sull’altro.

Sia Caleb che Jakob digrignavano i denti, con le lacrime agli occhi. Erano così simili, in quel momento.

Eppure, così diversi. Diversa la posizione sociale, diverso il carattere.

“Hai ucciso nostro padre” borbottò Caleb. “Devo punirti, lo capisci? Mi perdonerai?”

“E tu mi perdonerai dopo che ti avrò sconfitto? Non costringermi ad abbassare la mia spada contro di te anche se sei uno dei miei fratelli. Non farmelo fare, te ne supplico” disse Jakob, scoprendosi ancora legato affettivamente ai gemelli e a Josafat.

Caleb tuttavia era più furioso che disperato e rispose nervoso: “Eh, certo! Dopo aver ucciso nostro padre non ti farai scrupoli ad uccidere un altro membro della tua famiglia? No, Jakob, non funziona così!”

E, con un grande sforzo, spinse a terra il fratello minore.

Gli puntò Mezzanotte alla gola, in modo che non potesse rialzarsi.

“Ti offrirò un’altra via, Jakob. Pentiti e cambia cognome, in quanto tu non sei più degno di rappresentare la Casa, né tantomeno me . Sei solo un egoista, non avendo voluto ascoltare le ragioni che nostro padre avrebbe voluto darti, per fare qualsiasi cosa abbia fatto. Pentiti, dunque, e compiremo le ultime volontà di nostro padre. In questo modo l’onore degli Hesenfield sarà salvo e io diventerò un Re senza macchia”

Jakob rise amaramente. “Certo. Adesso che l’ho ucciso tu diventerai Re, vero? Non vedevi l’ora, sin da quando eri piccolo. Dicevi sempre quando sarò Re, quando sarò Re… ma in realtà sei solo uno sciocco viziato, che non ha mai amato nessun…”

“BASTA!” urlò Caleb, infilzando Mezzanotte nella gola del fratello. “Basta” ripeté Caleb, tenendo ancora in mano al spada mentre la vita di Jakob si spegneva.

Isaiah distolse lo sguardo e guardò Josafat. Per fortuna, il fratello più piccolo si era addormentato, e non poteva essere testimone di quell’atto così crudele. Isaiah si rivolse a Caleb. “Perché è diventato pazzo? Che cosa abbiamo sbagliato?”

Caleb non rispose nulla, prorompendo in lacrime amare, poggiandosi sul petto del fratello appena ucciso.

“Io vado a vedere che fine hanno fatto quelli delle Fontane” disse Caleb. “Tu che farai?”

Isaiah scrollò le spalle. “Ho bisogno di sfogarmi. Tornerò dai Centauri, stavamo conquistando l’Ovest, una volta” e detto quello, volò in quella direzione.

Dopo averlo visto sparire fra le nuvole nere, anche Caleb si diresse verso Kaden, Klose e Mary, i quali erano ancora fermi nel Labirinto, che stavano discutendo sul da farsi.

Il primogenito degli Hesenfield atterrò e li guardò tutti e tre. Un momento, erano tre? Dov’era Taider, il Cavaliere Corrotto?

Poi si ricordò che Jakob si era ribellato a suo padre e ne dedusse che quel suo colpo di testa doveva essersi esteso anche a quei tre viaggiatori innocenti quanto ingenui. Essere arrivati in quella Villa… che scelta triste.

Kaden e gli altri osservarono il nuovo arrivato e attesero che dicesse una parola, che non arrivò, piuttosto la pioggia scendeva sconvolgendo gli animi, senza però purificarli.

“Non ho parole per la condotta di mio fratello” esordì infine Caleb. “Sono cose che non sarebbero dovute accadere…”

“E invece sono accadute!” esclamò Mary, correndo verso Caleb con l’intenzione di picchiarlo con l’unico braccio rimasto. Batté violentemente sul torace di Caleb, senza però spingerlo o fargli male, per poi smettere piangendo ancora, ed inginocchiandosi davanti a lui disperata.

“L’unica cosa che posso dire” continuò “è che per farmi perdonare, vi accompagnerò a Kashnaville, tanto stiamo percorrendo la stessa strada. Spero che abbiate comunque perso l’oggetto di cui parlava… mio padre”

Kaden notò che Caleb aveva esitato parlando di suo padre, tuttavia non fece domande, sapendo anche dei sospetti di Klose. Non poteva negare a se stesso che, se fosse morto Abraham, aveva fatto un favore all’umanità. Comunque rispose: “Sì, Caleb, lo abbiamo”

“Bene” disse lui. “Adesso andiamo”

Tuttavia, invece di prendere l’uscita, Caleb rientrò nel Labirinto, sgombro di qualunque nemico o trappola magica. Era surreale quella calma, interrotta solo dal costante rumore della pioggia sul terreno inzuppato e fangoso.

Infine, i tre viaggiatori si resero conto che Caleb era proprio andato in un punto preciso del Labirinto, nel punto in cui loro avrebbero fatto i conti con la verità concreta.

Il cadavere di Taider giaceva lì, dormiente, ignaro ormai delle sorti del mondo.

“Direi di seppellirlo” disse Caleb, scavando una fossa semplicemente agitando la terra con l’arte magica.

Lui e Klose depositarono Taider delicatamente e, dopo aver bloccato Mary che era corsa ad abbracciarlo un’ultima volta, sembrava che dormisse mentre il tumulo che lo avrebbe coperto per sempre si accumulava.

Grazie all’arte magica della terra era possibile anche creare fiori dal nulla, e Caleb regalò al Cavaliere Corrotto un grazioso prato. Poi gli venne in mente che non aveva fatto la stessa cosa né a suo padre, né a suo fratello. Si disse che la loro immagine era insopportabile da vedere e, taciuta la coscienza, fece cenno ai tre compagni di mettersi in marcia, verso Kashnaville.