La casa della luce.

White Pearl, Black Oceans – novella liberamente ispirata alla canzone dei Sonata Arctica.

Adoro il mare agitato.

Le onde si increspano, si imbiancano e finiscono miseramente sugli scogli.

Cosa c’è di più poetico di questo?

Ho sempre pensato che il mare, quando è agitato, rappresentasse la furia. La furia trova il suo culmine nell’onda e poi dimostra tutta la sua futilità quando incontra lo scoglio, che altri non è che l’ineluttabilità della vita. A che serve, infatti, adirarsi? Può forse cambiare il corso degli eventi?

Ed ecco, ecco che un’altra nave passa sull’orizzonte, attraccando sicura del punto di riferimento rappresentato dall’unico fascio di luce che emette il mio faro.

La mia casa, la mia luce. Sono guardiano del faro da anni… forse da sempre. Conosco tutto del mare, della sua pericolosità e del suo fascino. E quest’unica luce è di consolazione ai naviganti, che dopo un lungo viaggio sanno di poter toccare terra di lì a poco. Questa sensazione mi ha sempre spinto a portare avanti questa missione a tutti i costi, anche sacrificando il tempo libero.

La luce è mia amica. Il faro è mio padre. Il mare è mia madre. I miei simili?

Sicuramente sono in fermento per il prossimo Capodanno, che si terrà stasera in paese.

Non ho mai assistito al Capodanno. Non mi interessa né mi piace. Troppa gente, semplicemente. Vuoi mettere l’orrida calca di persone che sgomitano e si avvinghiano augurandosi in maniera ipocrita un buon anno con la calma perfetta di questo posto, al confine fra terra e mare?

Sospiro, mentre bevo un buon tè caldo. Comincia a far freddo, come sempre verso sera. Per fortuna è stata una bella giornata. Il tramonto ne è la parte più bella, sapete? Il sole affonda, con la promessa di tornare l’indomani, regalano un bagno dorato a chi lo sta osservando. “Rosso di sera, bel tempo si spera”. Perfetto, allora.

Questa serata ventosa attende per il suo prosieguo il faro, che fra poco si accenderà.

Attendo con calma. È un manufatto vecchio, ci sta che ogni tanto si inceppi.

“Dannazione, non si accende! Deve essersi guastato qualcosa” penso fra me. Devo abbandonare il momento di relax fatto di tè e biscotti e andare a vedere nel generatore.

Accidenti, è finito il diesel che dà l’alimentazione al generatore elettrico! Devo scendere in paese a comperarlo, altrimenti saranno guai.

Già, in paese… stavo giusto pensando che odio le persone!

Al che, non mi resta che andare con la bici. La sera arriva a grandi passi in questi giorni dicembrini e non vorrei presentarmi in ritardo all’appuntamento con la dea Luna. Per di più, devo sfidare il vento gelido che soffia agitando il mare e minacciandomi di bronchiti.

Infine, dopo aver pedalato attraverso il tranquillo sentiero che porta al paese, vengo frastornato dal rumore della gente, della musica e dei loro discorsi inutili. Dimenticavo che il 31 dicembre danno la fiera! Accidenti, sarà più difficile ottenere un po’ di diesel!

Fra le vie c’è traffico. Quando non c’è traffico, ci sono le persone e quando non ci sono le persone, ci sono gli stand. Colori, profumi, musica ovunque e ogni ben di Dio messo lì, invitante, mentre le persone danno fondo a tutti i loro stipendi per qualcosa che non useranno mai.

Conosco un benzinaio che fa al caso mio. Per adesso devo adottare questa soluzione “tampone”, per poi scrivere ai fornitori che mi manderanno un bel cargo col loro camion appena possibile. Non avrei mai voluto scendere in città e per poco rischio di mettere sotto una ragazza.

“Ma porca miseria! È così che si attraversa? Già c’è casino, io non avrò per sempre questi riflessi pronti!” sbraito, ma scendo dalla bici e l’aiuto a rialzarsi, ché nel frattempo era inciampata. Non l’ho nemmeno sfiorata, ma probabilmente lo shock l’ha spinta ugualmente a terra.

E… accidenti, è bellissima! I suoi occhi, i suoi occhi incantevoli! Non so descriverli, o forse non bastano le parole umane: riflettono tutto il mare, è come se l’oceano stesso mi stesse dicendo di tuffarmici.

“Ehm..” come al solito sudo e comincio a balbettare. “Scusa se sono stato sgarbato, ma per fortuna sono riuscito a frenare in tempo…”

Non so proprio farci con le donne.

“Non… non preoccuparti. Ho solo sporcato il mio vestito per la festa. Che sarà mai? Sono solo poche centinaia di dollari. Un ottimo modo per cominciare il 2004, vero?”

“Ehm… ehm…” il suo tono distaccato e sarcastico è così… onirico. Vorrei dire qualcosa a tono, ma mi escono fuori solo ehm e non sto facendo bella figura.

“Per farmi perdonare, posso solo portarti a cena fuori. Più di questo, non posso permettermi”

La ragazza sgrana gli occhi e le cade qualche ciuffo biondo sulla faccia. Non può crederci, e anche io rimango allibito dalla mia audacia: chi la conosce? Portarla fuori solo per una banale caduta?

“Cosa stai dicendo… sei talmente assurdo che accetto, guarda! E bada che deve essere una cena incantevole, degna del vestito!” risponde.

Non potrei essere più felice di così. Ho acquisito abbastanza sicurezza da poter affermare: “Conosco il ristorante più bello della città, non te ne pentirai”

Ma se non sei mai uscito dal faro, cosa devi conoscere? Mi chiede una vocina nella testa, ma la zittisco. Questa notte niente può andare male: una ragazza bellissima mi ha detto sì, per cui…

Per cui il ristorante Dal Tritone si è rivelato davvero un ottimo posto per portarci una ragazza. Quattro portate a base di pesce, del miglior pesce che abbia mai mangiato.

E Mary… be’, Mary è pazzesca. Simpatica, ironica, pungente, misantropa quanto me, avversaria della città che le sta troppo stretta, ed io non mi sono mai divertito tanto come in quei momenti. E dopo, poi dopo mi ha chiesto una cosa allucinante. Momenti, passioni indimenticabili.

“E se vedessimo i fuochi d’artificio per il nuovo anno?”

Ovviamente ci siamo andati e, seppure in quel frangente non ci siamo detti nulla, eravamo in estasi a vedere quei colori, quella magia, quel countdown e quel brindisi. Uno, due, dieci. Un countdown a rovescio, a base di alcool.

E fu allora che è successo. Ho poggiato le mie labbra sulle sue, senza pensarci, esattamente come le ho chiesto della cena.

“Non… non posso” bisbiglia, ritraendosi. “Ho la nave che partirà all’alba, non posso”

“Ma… stai dando vita a un nuovo me! Non puoi! E poi, quale nave parte all’alba?”

“La White Pearl” risponde lei. Sembra davvero dispiaciuta, non è una balla. ”Anzi, adesso sta facendosi davvero tardi, guarda come sono dense le nuvole”

In effetti il cielo, pur essendo notte, sembra prepararsi per una tempesta. La luna, che era rossiccia quando l’ho vista al tramonto, adesso è cinerea e quasi non si vede coperta dalle nuvole,“Concedimi almeno una notte. Solo stanotte. Mia solo per queste infelici ore, e poi mai più… mai più…” prendo a baciarle le mani affusolate che si ritrova, e so che potrei stare così per sempre.

Mary sospira. “E… e va bene, tanto comunque non possiamo andare lontano, col tempaccio che sta per cominciare.”

“Esattamente” rispondo io.

Ci rifugiamo in un ostello poco frequentato, dove ci offrono un letto solo matrimoniale. Sembra tutto scritto… mia per una notte, in quel lettino mentre fuori il vento gelido prende a ingrossarsi. Chissà, con un po’ di fortuna la White Pearl non partirà…

Una volta entrati nella piccola stanza, l’abbraccio e la bacio con ardore, come non ho mai fatto per nessun’altra. Lei risponde, gettandomi le braccia al collo. Dio, quanto la desidero! Senza nemmeno averlo calcolato, ci ritroviamo fra le lenzuola…

Apro lentamente gli occhi e mi accorgo di essere nudo. Strano, c’è anche freddo! Forse l’alcool di ieri sera mi ha fatto sentire caldo e, dopo aver riempito di diesel il faro, ho dormito in questo stato coperto dal piumone…

Già, solo che il piumone non c’è e fuori dalla finestra non c’è il mare!

Oddio, che cazzo è successo la notte scorsa?

E dov’è MARY?

L’ultima cosa che ricordo è che scivolammo in questo stesso letto che ha ancora il suo profumo di lavanda, ma deve essersene andata, come gli angeli che alla fine della notte tornano in paradiso.

Mentre metto le mani nei capelli, ho un tuffo al cuore. Aveva detto che avrebbe preso la White Pearl all’alba! E… e…

Il faro stanotte non ha funzionato. Oh, mio Dio.

Oh mio Dio.

Mio Dio, no! Non voglio! C’era brutto tempo ieri! Un rinvio, un guasto, qualsiasi cosa! Ma non deve essere partita, non può!

A perdifiato, corro con la bici verso il faro. C’è troppa gente per i miei gusti e una brutta auto blu si prende tutto il mio campo visivo.

Lascio cadere malamente la bici a terra e gridando alle persone di spostarsi, salgo le scale del faro a due a due. Ciascuno dei miei passi sembra un rintocco funebre di campana, ma cerco di scacciare via quell’ipotesi.

Non sono partiti, mi ripeto. C’era la tempesta fuori, è pericoloso andare in mare…

Mare che adesso è piatto come una tavola, peraltro.

Col cuore che mi scoppia, la mia voce rompe il silenzio contrito delle persone presenti che stanno già esaminando ogni angolo della mia vita, che ha avuto solo un attimo di felicità.

“Per favore, ditemi che è andato tutto bene…” dico, quasi supplicante.

Quello che sembra un ufficiale di polizia mi squadra disgustato. Il suo tono è triste ma fermo. Io non riesco a guardarlo dritto negli occhi.

“Tutti i passeggeri della White Pearl sono morti, e lei era a guardia del faro lasciato incustodito. La nave è andata a scontrarsi fra gli scogli, trascinata dalla corrente, durante questa infausta notte. Se il faro fosse stato acceso… in ogni modo lei è in arresto”

Morti.

Tutti quelli della White Pearl sono morti.

Mi basta sapere questo, che la mia anima scompare per sempre, annegando assieme a lei fra le onde.

Non ricordo nulla dei giorni successivi: l’interrogatorio, il processo… tutte sciocchezze.

La White Pearl è affondata e sono tutti morti. Chi può amare un guardiano del faro? Non ho forse fatto bene ad auto isolarmi? Se non fossi rimasto qui chiuso, lei sarebbe viva…

Sarebbe viva.

E invece è morta.

Morta della morte peggiore, annegata fra queste acque gelide.

Per colpa mia…

Mi ritrovo qui, sul balcone del faro. Una fresca brezza mi lambisce la pelle. Domani ci sarà la sentenza del processo, anche se ovviamente posso solo essere condannato per ciò che ho fatto… ho ucciso un angelo e sono pronto a pagarne le conseguenze.

Dal faro al livello del mare sono almeno trenta metri. Il mare è tornato agitato, come se…

E va bene. Ho perso per sempre il rispetto, la misura dell’uomo. La Luna mi guarda come se si aspettasse ciò che sto facendo. Chissà se ha guardato anche lei…

Salgo sulla ringhiera. Il mare mi aspetta. Mary mi aspetta.

Oceano nero, vieni e inghiottimi.

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Viaggio in treno.

 

Odio i viaggi in treno. Il ritmico sfrecciare del mezzo si binari, il paesaggio che non si vede niente, la sporcizia qua e là e il dover condividere il vagone letto con degli sconosciuti.

Mamma mia. Eppure, era un viaggio che si doveva fare. Per fortuna, ho con me qualche libro e il lettore CD, per cui il tempo posso ammazzarlo per bene.

L’ho già detto che odio i viaggi in treno? Forse sì, ma anche per i sedili scomodissimi. Forse mi stanno venendo le piattole, ma al momento non posso farci niente. Inoltre, c’è questo ragazzo che mi fissa.

Oh no, adesso sospira: ma che vuole da me? Va bene, ci sono altri due passeggeri, ma l’ansia mi sta aggredendo. Sembra che voglia dire qualcosa! Meglio che mi metta le cuffie…

“Adoro i viaggi in treno” dichiara. Ma che fa, mi ha letto nel pensiero? “Non credete anche voi? Il tempo si dilata, puoi avere tutti i bagagli a portata di mano, e si fanno nuove amicizie”

Allude a me? Ma non esiste proprio, chi ti conosce?

Purtroppo mi perdo cosa gli rispondono perché ho le cuffie messe. Metto la testa sulla mano e mi lascio perdere dalla musica punk e dal paesaggio che scorre troppo in fretta.

Finisce la canzone – il punk lo adoro proprio perché dura tre minuti a dir tanto – e il tizio continua a parlare e dire cose stupide. Stavolta lo colgo.

“Dite quello che volete, ma la musica classica, Mozart per inciso, è la migliore” dichiara, leggendo forse un articolo di giornale in merito.

M;a che diamine dice? I Ramones sono il top! La musica classica addormenta! Non contento, prosegue col suo delirio: “Certo che con questo bel tempo viene voglia di andare al mare, mica in campagna”

Ma allora è stupido! Il treno passa attraverso questi campi perché deve, non è che può scegliere! Certo, il fatto che io gli risponda nella mia testa non crea possibilità di dibattito e di conseguenza non posso farlo ammutolire, ma d’altra parte sono fatta così. Non parlo con le persone per principio.

Però adesso che lo guardo meglio… ha le gambe accavallate allo stesso mio modo, ha il mio stesso tono, ha… i miei occhi?

Ma… che cosa sta succedendo a questo treno? Se non fosse un completo idiota, giurerei che fosse un mio fratello perduto. Come se ne avessi mai voluto uno. Credetemi: ho una sorella e ho già abbastanza inferno così.

“Mi sarebbe piaciuto avere un fratello” dice lui, continuando a sfogliare quel maledetto giornale.

Ma basta!

Adesso guarda l’orologio. Certo, come tutti gli idioti ha un orologio da polso. Che scemo.

“Toh, è ora di pranzo” dice, a nessuno perché nessuno ne può più di lui. Estrae dallo zaino un panino con… la verdura?

E l’hamburger? E la carne impregnata di salsa rosa? E le patatine da accompagnamento? Solo un’insipida insalatina con i pomodori morti? Ma che schifo!

“Non sopporto la gente che mangia i cadaveri” dice, come se volesse rispondermi. Ma allora lo fa apposta! E fa anche la stessa smorfia che sto facendo io adesso!

Pazzesco… non dimenticherò mai questo viaggio.

Perché adesso gli altoparlanti parlano.

L’ennesimo repost, un viaggio nel passato per me stesso e che mi diverto a ri-pubblicare, migliorando se necessario piccole perle che altrimenti si perderebbero.

Nella vita non mi sono mai perso nulla, nemmeno il minimo rutto.

Ne ho sentite di cotte e di crude, e la gente crede che sia divertente dirmi le cose con veemenza, ma anche io ho dei sentimenti, per Diana ascoltatrice!

Ah, già, non mi sono presentato.

Sono un altoparlante.

Sì, di quelli che vivono per amplificare la voce delle persone. Per questo dicevo che non mi sono mai perso il minimo rutto, in tutti i sensi.

Successe una sera che il padrone del posto, di questo posto dove lavoro, un po’ alticcio a giudicare da come puzzava l’alito, decise di accendermi e dire “Signori e Signori, vi presento la prima edizione di Ruttolandia!”

E via di rutti, dal minimo al più feroce rigurgito che abbia mai sentito, al punto da sentirmi male, e io che sono un altoparlante non dovrei avere nausee, vero?

Eppure ero disgustato, così tanto che mi guastai  e non potei che benedire il mio creatore per avermi costruito con un difetto di fabbricazione. Ma in realtà era un problema del mio compagno di viaggio, il signor Microfono.

“Ehi, Mick!” lo chiamai col nomignolo di mia invenzione. Sapevo che si sentiva male, ma il mio tono era scanzonato apposta.

“Eeeeeeh” mi rispose, cavernoso.

“Non te la passi molto bene!” esclamai di rimando.

“Vorrei vedere te nelle mie condizioni! Insomma, tutto il giorno a essere preso, tirato, ammaccato e posato come roba vecchia! Ho o no una dignità? Per di più, io devo avvicinarmi alle bocche per funzionare! Sai che significa?”

“No” ammisi.

“Allora te lo dico io! Vuol dire che devo sorbirmi tutti i tipi di fiato! Fresco caldo, alcolico, aglioso e una volta persino di acqua!”

“Cosa?” ero allibito.

“Sì… l’odore dell’acqua è tipico” confermò senza indugio alcuno. “Andiamo, Mick, credo che tu stia esagerando” osservai, sbigottito, ma non è stato per la mia frase che tornò a funzionare, piuttosto è stato riparato e per giunta smise di lamentarsi in una grazia inaspettata, ma fu pronto per accettare qualunque tipo di alito acido che gli perveniva, ancora una volta e com’è nel suo destino. Un altro aspetto della mia vita da altoparlante?

I miei esordi nei comici, in cui ripetevo tutto e di tutto, ma io sapevo, mentre amplificavo quella voce, che erano tutte battute banali e che non prevedevano nessun tipo di alieno.

Gli alieni fanno ridere.

Ad esempio il tizio che poi mi ha venduto a questo locale balneare si è sputtanato da solo.

Mentre se la faceva con la sua segretaria/amante focosa, ha dimenticato di tenermi acceso e Mick si è preoccupato di riprodurre fedelmente ogni ansimo e ogni sibilo di piacere. Fu molto divertente quella notte stessa vederlo scappare come un ladro, segno del fatto che ho sempre funzionato bene e svolto fedelmente il mio compito.

Da me sono passati tutti i più grandi “Pronto, prova” del mondo, che fra l’altro è anche la mai cantilena preferita.

“Un, due, tre, prova. Sssà, sssà, prova, prova, sì”.

Andiamo, come si fa a resistere?

Certo, meno felici sono i momenti in cui usano il povero signor Mick per le scorregge.

Colpa del figlio discolo, che crede che io sia un ottimo modo per evidenziare la sua imbecillità e quindi si sentiva in dovere di chiamare i suoi amici e sentire quanto forte riuscivo a riprodurre i suoi “suoni”. Certo, ma se con un padre ruttone pretendevo di avere un figlio banchiere… beh, era pura utopia.

“Insomma, la tua vita è stata turbolenta, eh?” osserva la mia amica saggia, la signorina Presa Elettrica.

“Sì, proprio così” rispondo sicuro.

Di sicuro c’è che ne avrò ancora da raccontare. Chissà cosa mi succederà domani , ad esempio?

Il Microfono riprende a parlare. Non appena ha sentito ciò che ho pensato gli è venuto in mente di dire la sua, ma temo cosa possa dire.

“Potrebbe accadere che io mi guasti di nuovo! Che bello!” esclama gaudioso.

“No, per favore, Mick!” esclamo imperioso.

Il signor Mick non capisce che non è fastidioso il guasto in sé, ma proprio perché è fautore di crisi depressive profonde. Poi mi riscuoto dalla fantasticheria.

Qualcuno ha acceso il “naso”, che mette in funzione tutto. Ha proprio forma di un naso umano, e io ne ho visti.

Vediamo cosa devo riprodurre.

“ATTENZIONE, PREGO!” esclamo quasi non volendo e sia una frase di rito. “SONO DI NUOVO PRONDE LE SCIAMBELLI CALDI! SCIAMBELLI CALDI!”

Lo dice con una tale forza e veemenza che mi sconvolgo nell’intimo. Qualcuno gli dia un vocabolario in testa! In ogni caso, non è nuovo a questi svarioni. “patatini fritti in vaschetta!”, “pizzetti!”, eccetera. Ha problemi col cibo, che preferisce gustare.

Insomma, vita grama, quella che vivo. Ma domani sarà meglio, vedrete.