Kaden e le Fontane di Luce/37

Capitolo 37

“Ehi, ma che stai facendo?”

La voce di una ragazza lo fermò prima che si immergesse, anche se in realtà non aveva idea di come muoversi sott’acqua.

“Chi sei?” chiese Mary.

“Sto andando…” cominciò Kaden, ma la ragazza, che era seduta sulla banchina, ridacchiò. “Sì, so cosa devi fare. Sei Kaden delle Fontane, ho riconosciuto il volto, devo dire che la taglia è molto somigliante. E tu sei Mary, una delle spadaccine più valorose del Triregno, prima di perdere il braccio…”

“Bada a come parli, mocciosa” mormorò Mary. Più passava il tempo e meno le piaceva.

La ragazza la ignorò e proseguì: “Ma in ogni caso, anche se io non ho capito come funziona la faccenda delle Fontane, non credo che tu arriverai mai fino al Reame delle Sirene”

Kaden era allibito. “Come fai a sapere…?”

“Beh, sai, sei in acqua e ti chiami Kaden delle Fontane, puoi cercare solo una cosa” ribatté la ragazza. “Hai acceso la Fontana Lind, e poi si è scoperto che Re Walter era un fantoccio, poi, ma da quando la Fontana Kashna è stata aperta, non si è sentito più parlare della Regina Margareth e non l’hanno neanche sostituita, e inoltre in entrambi i casi le due Fontane hanno davvero cominciato a zampillare luce. È scritto tutto sui giornali, davvero, non li hai letti nella tua latitanza?”

Quella fuga di notizie impallidì il ragazzo. Una cosa elementare come quella, e i tre Re non avevano mai pensato di bloccarla? E in che senso c’era un fantoccio al trono dell’Ovest? Che ne era stato della gente di Perth?

“No, io… ho solo letto un giornale ed è stato qualche giorno fa, in cui ho appreso l’ammontare della mia taglia” disse Kaden, molto preoccupato.

“Ad ogni modo, ormai ti ho visto e ti dovrei denunciare, ma devo vendicarmi del Re” disse la ragazza.

“Perché?”

“Perché ha ucciso mio padre. In realtà uccide sempre non appena viene a sapere che vi è qualcuno in città che non la pensa come lui. Sta di fatto che mio padre non la pensava uguale, e aveva creato anche una società segreta, e…”

E si interruppe, perché pianse molte lacrime. Kaden non riuscì a dire alcunché per consolarla, ma non sembrava che lei avesse bisogno di parole, perché si riprese abbastanza in fretta.

“Comunque non andrai da nessuna parte con quello scafandro, la pressione sottomarina ti ucciderebbe” disse.

“Come fai a saperlo?” chiese Mary. Quel momento di sconforto non aveva aiutato la ragazza ad essere più comprensiva, infatti aveva ancora la mano sulla spada.

“Mio padre ha sempre amato il mare” disse la ragazza misteriosa, che nemmeno si era presentata. “Inoltre, ha lavorato nei sottomarini per conto del governo, prima di ritirarsi. Per questo so che la pressione sottomarina ti ucciderebbe: non avete idea di quante volte mio padre me lo ha ripetuto, che bisogna stare attenti eccetera. Per non parlare dei mostri marini”

“E quindi?” chiese Kaden. “Cosa posso fare? Che alternative ho? È già tanto che ho capito da che parte mettere il boccaglio”

“Appunto” ribatté la ragazza. “Hai bisogno del sottomarino”

“Di che cosa?” Kaden stava venendo a sapere l’esistenza di entità mai viste prima.

“In famiglia ne abbiamo uno, il mio povero papà ha dato una mano a piazzare la Fontana Chemchemi sott’acqua. Seguimi”

E così, Kaden, Mary e la ragazza percorsero alcuni metri in silenzio.

“Come hai detto che ti chiami tu?” chiese Kaden, da dentro il casco dello scafandro.
“Lara” borbottò quella, mentre si tormentava i capelli. “E… sai? Mi sei simpatico, quindi… cerca di tornare in fretta in superficie, okay?”

Mary scoppiò a ridere, per la prima volta da quando erano partiti da Perth. Una risata aperta, vera, che lasciava ben sperare nella riuscita della missione. “Kaden, abbiamo una tua ammiratrice! Motivo in più per fare in fretta, non credi?”

“Eccoci” disse Lara, cambiando discorso e indicando uno scafo ovale e per metà immerso, con un’apertura all’estremità superiore e Kaden vide una specie di tubo che non sapeva riconoscere, forse fungeva da occhio. “Questo è un sottomarino” stava dicendo Lara.

Kaden suppose che fosse molto poco sicuro.

“Resiste a qualunque tipo di pressione?” chiese Mary.

“Credo di sì. Ora, non è che posso sapere tutto, eh” ridacchiò Lara. “Comunque, è molto semplice usarlo. Fa’ buon viaggio! Buona fortuna! Ricorda che le mie… le nostre speranze, si ripongono su di te!”

E sparì di corsa, così com’era arrivata.

“È simpatica…” commentò maliziosa Mary, quando tornò sola con Kaden.

“Piantala” disse Kaden. Ad ogni modo, era stata davvero generosa a non denunciarlo, anche se in ogni caso aveva motivi personali per non farlo, e gli aveva anche regalato un sottomarino, qualunque cosa fosse.

Kaden rimase dunque di fronte all’oggetto che l’avrebbe portato fino alla Fontana Chemchemi, ovunque fosse.

“Ora che ci penso… dov’è la Fontana Chemchemi? Dove devo cercare?” chiese a Mary.

“E che ne so!” esclamò lei. “Immagino che la Fontana sia comunque enorme, quindi la riconoscerai sicuramente e…”

Un’esplosione echeggiò nell’aria. Stava accadendo qualcosa di grosso alle mura.

“Meglio sbrigarsi” e, aperto il portellone, che consisteva in una maniglia circolare da ruotare, entrò dentro il sottomarino.

“Buona fortuna, Kaden! Io veglierò da qui sopra!” esclamò Mary, e fu l’ultima cosa che lui sentì dell’esterno prima di chiudersi dentro lo scafo.

Se Kaden si aspettava di dover decifrare ogni singola istruzione, si sbagliava: il ponte di comando era una stanza minuscola composta da una specie di finestra che rifletteva il mondo esterno e attrezzata di un manubrio e una leva.

In realtà si chiamava ruota del timone, ma Kaden lo interpretò come manubrio, e ad ogni modo si avvicinò alla leva, dotata di quattro scanalature e la tirò verso il basso, e di conseguenza il sottomarino si mosse indietro, perdendo quota e inabissandosi.

Era tutto un altro mondo, Kaden se ne rese conto non appena giunto a diversi metri di profondità, e dopo aver capito come manovrare bene quel trabiccolo.

Innanzitutto la luce passava fioca dalla superficie, e tutto lo sfondo era blu scuro. A intervalli irregolari, scie di pesci passavano innocui a destra e a sinistra.

Kaden riconobbe persino un Plexigos, ma non seppe dire che modello fosse. In ogni caso, non avendo modo di difendersi, se ne stette alla larga.

Ben presto il ragazzo capì che la ricerca della Fontana sarebbe stata equiparata a trovare un ago in un pagliaio: le profondità sottomarine erano immense e dalle diverse sfaccettature, e la possibilità di perdersi era concreta.

Poi gli venne in mente: quanta autonomia aveva il sottomarino? Era il caso di preoccuparsi nel caso in cui non fosse riuscito a trovare la Fontana?

“Meglio perdere un altro po’ di quota, di sicuro il Re Anthony l’avrà installata nel fondale” e comandò al mezzo di scendere ancora di quota, perdendo la luce del sole ogni metro che passava.

Nel frattempo, nel Reame delle Sirene vi era sempre stata una certa serenità. Il Re Anthony, il legittimo dei tre, aveva riconosciuto loro l’indipendenza; dunque, come debito di riconoscenza, venne stipulato un accordo di alleanza fra il neonato Reame e quello della superficie.

Il primo Re, il tritone Torsk I, era soprannominato l’Invincibile, anche se in pratica non aveva mai dato adito di essere davvero tale.

Aveva lunghi capelli ricci e un pizzetto sul mento, e osservava i Guardiani dei Confini con assoluto disgusto.

“Cosa vorresti dire, Kapor?” chiese altero. “I sottomarini hanno finito il loro lavoro da giorni, ormai, e la Fontana Chemchemi è sotto la nostra custodia. Che senso ha allora ritornare?”

“Non lo so, signore” rispose Kapor, gli occhi ben fissi sui radar. “Fatto sta che è stato rilevato un oggetto molto simile a un sottomarino a venticinque leghe di distanza da qui. Tuttavia, non sappiamo che intenzioni abbia, continua a girare in tondo come se non sapesse dove andare”

“Come sarebbe? Non mi dirai che si è dimenticato dove abitiamo?”

“Forse è un intruso che ci cerca… forse è Kaden delle Fontane! Re Anthony ci ha mandato un’immagine di costui e ci ha avvertiti che forse sarebbe venuto!” esclamò la regina delle Sirene, Uhor la Bellissima.

“Uhm… sguinzagliate il Leviatano. Farà piacere al re se lo uccidessimo noi, no?” ordinò Torsk.

I guardiani annuirono. “Soluzione condivisibile. Avere dalla nostra il più potente fra i mostri marini è stato un colpo di fortuna”

“Hai ragione, mio amato” sussurrò dolce Uhor, aggrappandosi a una delle braccia possenti del re dei tritoni.

I Guardiani pertanto azionarono un dispositivo da cui scaturì un lunghissimo urlo penetrante, come di bambino che piange per qualche motivo.

Urlo che venne sentito anche da Kaden, che a venticinque leghe di distanza si spaventò.

“Che cosa è stato?” disse, nella solitudine degli abissi, evitando anche i raggi laser di uno squalo. “Niente di buono, sicuramente”

E in effetti, un mostro enorme dalla forma di serpente lungo più di quaranta metri aprì i grandi occhi gialli, dal giaciglio dov’era posizionato.

Alzò l’enorme testa e urlò ancora più forte del dispositivo che lo aveva svegliato, e partì in direzione di Kaden.

“Il Leviatano è stato risvegliato, signore” disse un Guardiano.

“Perfetto” disse Torsk. “Avete detto qual è l’obiettivo?”

“Certamente” ribatté l’altro. “Forse voi non conoscete il linguaggio mostruoso, ma l’urlo perforante di poc’anzi è l’unico modo di comunicare con lui”

“Ah” Torsk era compiaciuto, e tornò alle sue occupazioni.

Kaden, nel frattempo ignaro delle macchinazioni del lontano Reame, continuava la sua ricerca, affondando sempre più nei fondali marini.

Correnti, pesci enormi, Plexigos e scogli inabissati erano all’ordine dei minuti, e il ragazzo dovette stare attento più volte, altrimenti si sarebbe schiantato da qualche parte.

“Non c’è niente” disse Kaden, con una punta di panico e parlando da solo.

“Non c’è niente qua” ripeté dopo dieci minuti, osservando uno spettacolo terribile alla fioca luce del faro installato nel sottomarino.

Schiere e schiere di navi affondate giacevano sotto di lui, segno che perlomeno aveva raggiunto il fondale.

Scheletri di scafi in legno e facevano bella mostra di sé, ospitando pesci di varie forme e dimensioni.

Relitti di scafi in acciaio erano ricoperti di vegetazione marina, e anche loro avrebbero potuto benissimo ospitare segreti inconfessabili.

“Bene, ecco il fondale” Kaden deglutì. Credeva di aver visto la sagoma di un uomo, che si nascondeva oltre l’albero maestro di una nave dalla polena minacciosa.

Il buio era pesto, e si vedeva poco anche con la luce del faro, e Kaden perse parecchi minuti a girovagare fra le navi affondate.

“Chissà se fra queste c’è anche quella di Patrick l’Esploratore…” si disse, ignorando il fatto che Patrick era partito da un luogo diverso e distante chilometri.

Il viaggio proseguiva, e a un certo punto, oltre una fessura che separava nettamente due tronconi di un ennesimo relitto, Kaden vide le creature più bizzarre che avesse mai visto.

Un uomo e una donna si scambiavano effusioni al riparo da occhi indiscreti… o perlomeno, Kaden suppose che lo fossero.

La metà superiore era quella umana, ma al posto delle gambe presentavano code di pesce, così come in superficie i Centauri al posto delle gambe avevano il corpo di un cavallo.

“Interessante… ci sono Sirene, qui. Probabile che abbiano un Reame tutto loro, che sia vicino?” si disse il ragazzo all’interno del sottomarino. Prese un respiro, era abbastanza emozionato.

Vide, più in là, un gruppetto di ragazzi-pesce trasportare di peso un forziere, probabilmente trafugato da una nave dimenticata dai secoli.

“Bene, un aiuto inaspettato dagli dèi degli abissi! Non mi resta che seguire questi discoli e il più è fatto!”

Se Kaden ne era convinto, se ne pentì amaramente due minuti dopo.

Due minuti di gloria, di speranza, di gioia.

E tutto cambiò nel giro di qualche secondo. Un urlo straziante di donna uccisa riempì l’atmosfera già di per sé inquietante del cimitero delle navi.

I ragazzi abbandonarono il forziere e scapparono sparpagliandosi, e diversi tritoni e sirene seguirono il loro esempio, compresa la coppietta felice; cosicché rimasero in zona solo il sottomarino di Kaden e la creatura gigantesca che occupò l’orizzonte.

Il ragazzo era abituato ai Draghi, ma quel mostro riusciva addirittura a batterli, o forse era solo il mare che ingigantiva la sagoma.

Il Leviatano, il mostro leggendario. Kaden ricordava di averne visto il ritratto sui libri di geografia e averne riso con Mark.

“Ahahaha, ma ti immagini? Tipo, tu vai al mare per una nuotatina e ti spunta questa anguilla puzzolente fra le gambe!” aveva detto.

“Ahahahah” aveva riso di rimando Mark, lui che era stato il suo compagno di banco e amico fedele nelle sciocchezze che commettevano in classe. “Pensi che puzzi di più l’ascella di Teodora?” chiese, riferendosi alla classica secchiona che non mancava mai a nessuna delle lezioni e sedeva da sola in prima fila. Indossava sempre magliette sudate.

E giù altre risate. Ma quelli erano altri tempi. Adesso poteva solo chiedere scusa per aver preso in giro chi non lo meritava, e non credeva tuttavia che le scuse sarebbero servite a qualcosa.

Non era ben visibile, Kaden ne vedeva solo la sagoma grazie alla luce del faro, ma ciò che vide gli fu sufficiente.

Due stelle al posto degli occhi e una fila di denti in grado di mangiare persino un Drago. E lui era da solo, impossibilitato a fare alcunché.

“Si scappa? D’accordo, si scappa!” e cominciò a scansarsi, evitando i raggi laser potenti che gli pervennero.

Non era affatto facile, ben presto divenne una foresta di raggi distruttivi e Kaden dovette fare ricorso a tutta la sua abilità nel maneggiare il sottomarino per riuscire a sfuggire e sorpassare quell’immensa colonna di carne che era il Leviatano.

Quest’ultimo tuttavia non demorse e cominciò a inseguirlo, dando il via a una rincorsa a tutta velocità verso il Reame delle Sirene.

Kaden perciò non vide niente dello spettacolo che gli si presentava sotto gli occhi, intento com’era ad a evitare anche le scariche di fulmini che spuntavano dalla bocca del Leviatano.

Da dietro era impossibile vedere da dove partivano, quindi l’unica soluzione per Kaden stava nel cambiare continuamente direzione e sperare nella fortuna.

E poi accadde: una grande montagna sottomarina si parò di fronte a lui, e senza perdere tempo il ragazzo imboccò un tunnel troppo stretto per il Leviatano.

“Ce l’ho fatta” cantò vittoria l’incaricato alle Fontane, ma il mostro marino non si sarebbe potuto definire tale se fosse bastata una montagna a fermarlo, pertanto questi la distrusse, causando la caduta di diversi sassi enormi dal soffitto del cunicolo, mentre il grande ostacolo crollava sotto i colpi dei raggi laser.

Per fortuna Kaden dovette subire solo un grosso tonfo metallico che non prometteva niente di buono, ma a parte quello uscì indenne da quella trappola mortale e la fuga poté proseguire.

Dopo quelle che parvero ore, Kaden vide davanti a sé una grande fila di mura fatte di alghe, e attorniate da tritoni armati di tridente.

“Eccoci” si disse. “Se semino il Leviatano… un momento!”

Accelerò col sottomarino, intento apparentemente a schiantarsi fra le alghe.

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Kaden e le Fontane di Luce/36

Capitolo 36

Kaden, che con tanta sicurezza aveva trascinato Mary a seguire i topi, non aveva più idea di dove recarsi e aveva tema di perdersi, ma alla fine sentì che vi era solo una soluzione, ovvero quella di proseguire dritto e cercare una scala che avrebbe portato a un tombino, e risalire in superficie per orientarsi, sperando ovviamente che nessuno notasse un tombino aperto. La sua speranza fu ben riposta, in quanto dopo aver percorso qualche metro che sembrava non finire mai, nel vuoto più totale e nell’aria greve e pesante dei rifiuti, alla fine Kaden vide una serie di sbarre orizzontali fissate verso l’alto in modo da raggiungere un tombino in cima.

Per quanto riguardava l’eventualità di non riuscire ad aprirlo, non avrebbe avuto importanza.

Kaden non aveva guanti, ma avrebbe fatto della necessità una virtù e si sarebbe messo a salire, un gradino dopo l’altro, mentre il suono metallico empiva il luogo angusto, risultando effettivamente sinistro.

Mancava poco e Kaden sarebbe stato a portata di taglio, finché una sbarra non era fissata bene e quindi il ragazzo, che non se l’aspettava, cadde di schiena, sbattendola sulla strada che prima aveva ospitato i suoi piedi. Mary ridacchiò borbottando sicuramente un epiteto poco simpatico.

“Meno male che non era una grande caduta” si disse, massaggiandosi la parte contusa. “Però, anche le infrastrutture della Capitale sostengono il re”

Non demorse, il ragazzo. Riprese il cammino e stavolta arrivò a portata, anche con una sbarra in meno.

Tenendosi con un braccio, Kaden giocò la carta vincente che gli avrebbe aperto tutte le porte.

“Mary, potresti aprirmi il tombino per favore?” chiese imbarazzato, e con molta difficoltà si scambiarono di posto e fu lei la prima a respirare l’aria pulita della superficie.

In realtà, ciò che vide non furono le case ricche e il continuo fermento frenetico che le caratterizzava, ma una piazza deserta e sconfinata, dove alla sua destra si terminava al mare.

Anche Kaden fu sbigottito: ancora qualche metro e sarebbero annegati?

Ad ogni modo, seppero di essere finiti al porto. C’era tutto: una locanda intitolata Il Pesce Innominato, schiere di gabbiani da tutte le parti, bitte che servivano per tenere ferme le imbarcazioni, e altre invece che partivano, probabilmente per pescare. A quanto ne sapeva Kaden, solo Patrick l’Esploratore era partito per esplorare ed era svanito nel nulla.

E, per la terza volta, Kaden si fermò ad osservare il Mare. Che direzione avrebbe dovuto prendere per giungere fino alla Fontana?  E soprattutto, dov’era?

“Forse alla locanda hanno qualche indicazione” disse Mary, indicandola col dito di legno. Andarono dunque, ignorando la brezza gelida che portava il mare e l’insegna appesa che dondolava in maniera sinistra.

“Ooooh, è entrato un altro deficiente!” fu la prima frase che lo accolse.

“Siediti pure qui, dolcezza!” dissero rivolti a Mary e le pervenne una sedia, che si infranse nel muro alla sua sinistra.

Seguitarono risa generali e presero a cantare una canzone.

Il tempo è arrivato, il momento di un drink

Ma non voglio whisky o gin

C’è solo una bevanda che mi rende talmente ubriaco

Che la mia testa comincia a girare

Dall’Ovest fino a New Sidney

Questa bevanda mistica viene prodotta

Nella nostra missione nel divenire totalmente ubriachi

Da non aver niente da perdere

Rum è il potere

Rum è la chiave

Il Rum ci farà liberi

E poi, attaccarono col ritornello che ripeteva “Rum!” in continuazione, mentre un paio di altri clienti cominciavano ad azzuffarsi.

Alla fine, Kaden si sedette al bancone e pensò di ordinare proprio il Rum di cui sopra.

“Rum è il potere, ragazzo! Facci vedere quanto ne scoli!” esclamò ad alta voce un vecchio dalle mani uncinate.

Ma Kaden non ascoltò, anche se Mary intraprese una gara con alcuni ubriachi, e si rivolse al barista massiccio e dal colorito nero.

“Dammi un po’ del buon Rum, ne ho bisogno”

“Ehi, Joe! Un’altra birra!” esclamò un tizio ormai in coma etilico.

“Un momento, sono solo uno! Che volete farci se l’altro barista si è suicidato?” borbottò burbero Joe, e porse il bicchiere di rum al ragazzo.

“Tieni, offre la casa” disse. “Non credere che non ti abbia riconosciuto, Kaden delle Fontane

“Delle Fontane?” Kaden era perplesso.

“Beh, così ti hanno nominato sulla taglia. Porca miseria, centomila pezzi d’oro! Neanche fossi un terrorista! Ma si può sapere che hai fatto?”

“E tu, invece? Come mai non mi consegni alle autorità?” disse Kaden, sconvolto da quella rivelazione.

“Ma figurati! Siamo al Pesce Innominato! Ehi, ragazzi! RAGAZZI! Questo idiota vuole consegnarsi!”

Non si seppe come ma nonostante il caos tutti ascoltarono Joe e risero della battuta, perché fu così che la interpretarono. Uno di loro prese una bottiglia vuota e la spaccò sulla schiena di un secondo.

“Qui al Pesce Innominato, e al porto in generale, siamo senza regole” spiegò Joe. “Tutti odiamo il re e tutti siamo ricercati. Non ci cercano perché sanno che li uccideremmo, perciò sentiti a casa, babbeo! E dopo aver bevuto, dimmi che hai fatto!”

Mary nel frattempo aveva battuto il secondo criminale nella gara di bevute e in quel momento mostrava il braccio di legno.

“Sono un terrorista. Anzi, mi serve un suggerimento: voi sapete dove si trova la Fontana?”

Joe annuì convinto. “I baristi sanno tutto, ragazzo mio” disse. “Ma vedi, come tutto in questo mondo, anche io voglio un prezzo”

Kaden deglutì.

“Devi scolarti tutta la bottiglia di Rum! Ahahahah! Ecco perché Kaden delle Fontane! Tu vuoi aprirle, perché evidentemente possono essere riparate!”

Seguì un Aprile, Aprile concitato da parte di tutta la masnada della locanda, Mary compresa.

Kaden bevve con molta fatica la bottiglia assegnatagli e alla fine Joe fu di parola.

“Ho dato una mano a spostarla, ecco perché lo so. Sai, noi delinquenti ci mandano sovente ai lavori forzati, come condanna. E quella fu una condanna abbastanza da compensare almeno cento anni di galera, te lo dico io. Mai sentito qualcosa di più pesante sulle spalle. In ogni modo, l’abbiamo affondata sott’acqua, chissà dove”

“Sott’acqua? Nell’oceano? Oh Dio!” esclamò Mary, completamente rossa in faccia ma acclamata dai suoi nuovi compari come “dea del rum e delle braccia”. Kaden considerò per la prima volta l’ipotesi di scendere da solo.

Kaden ordinò un altro bicchiere, anche se si sentiva stordito. “Hai qualche suggerimento per respirare sott’acqua?”

Seguitò un momento di silenzio, per poi lasciare il posto ad altre sonore risate.

“Porca miseria, ragazzo!” rise anche Joe. “Non ho mai sentito una cazzata tanto colossale, e qui siamo al Pesce Innominato!”

“Hai ragione, Joe, nemmeno fra quelle che dice il Vecchio Bucaniere” aggiunse un tipo distinto in fondo al bancone. “Non è vero, Armand?”

Si rivolse a un uomo molto vecchio, certamente era sbronzo come tutti gli altri. In ogni caso era solo, e da dietro i suoi foltissimi capelli lunghi un solo occhio nero faceva capolino brillante.

“Ragazzo! Vieni un po’ qui?”

“Ooooh! Kaden delle Fontane a rapporto dal vecchio Armand! Ahahaha!” rise un altro ragazzo, e divise un brindisi col compagno di tavolo.

Kaden tuttavia si sedette su una sedia scomodissima e si ritrovò davanti il vecchio Armand.

Sembrava un soffione: capelli e barba bianchissime e persino i peli sul petto scoperto erano altrettanto candidi.

In mezzo a quei cespugli, si notava una collana fatta di denti di un pesce, che Kaden non riconobbe.

“Allora. A quanto ho compreso, vuoi entrare dentro il mare, probabilmente per aprire l’ultima Fontana, no?”

Non si capiva molto bene, gli mancavano molti denti, ma Kaden annuì.

“Bene. Hai bisogno del Sommozzatore, allora”

Kaden stavolta mancò l’essenza della frase.

“Ehm… potete ripetere?” chiese, al che Armand si maledisse e trascrisse il nome dell’attrezzo che aveva nominato.

“È un… oggetto” disse “che ti permette di respirare sotto l’acqua. Ma attento, non ha un tempo illimitato”

Kaden aspettava la fregatura e quella arrivò puntuale.

“E va bene, va bene lo stesso. Dove posso procurarmelo?” chiese, sicuro che quella fosse la strada giusta.

Armand per tutta risposta si alzò e oltrepassò la porta della toilette.

“Aahahah! Il vecchio pazzo ha problemi di incontinenza!”

A quel che pareva, ogni cosa era motivo di ilarità in quel bar.

Ad ogni modo, Armand non tornò che dopo dieci minuti, con in mano un grosso oggetto cilindrico e quella che sembrava una tuta.

Il vecchio gettò tutto sul tavolo. “Ecco. Sono cento pezzi d’oro”

Kaden non si aspettava che dovesse pagare e confidava sul buon cuore dell’uomo.

“Ma… pensavo volesse regalarmeli” biascicò perplesso, al che toccò all’uomo ridere.

“Ragazzo mio! È ora che tu scendi dalle nuvole! In novantaquattro anni di vita non ho mai sentito una cazzata simile! SENTITO, GENTE?”

“No che non abbiamo sentito un cazzo, sta’ zitto, scimmia!” e da qualche parte pervenne una manciata di arachidi.

“Allora, basta bestemmie. Tu mi paghi duecento pezzi d’oro e ti lascio andare. Manchi di farlo e ti taglio la gola. Hai capito?” sibilò Armand, con la sua maniera di parlare strana e priva di molti denti.

Siccome si era avvicinato, Kaden poté assaporare l’alito alcolico e vedere molti denti d’argento, fra i pochi che aveva.

Inoltre, il ragazzo registrò che fino a due minuti prima aveva fissato il prezzo a cento pezzi d’oro, non duecento.

“Allora, li paghi questi trecento pezzi, sì o no?”

Armand estrasse un coltello minaccioso e…

Improvvisamente accadde che una mano veloce gli tagliò la gola orizzontalmente e il vecchio cadde sul tavolo.

“Non importunare Kaden delle Fontane, decrepito!” esclamò Mary, sputando a terra.

“Mary! Mi hai salvato!” esclamò il ragazzo, mentre Mary, che non sembrava tanto ubriaca come prima, prese l’attrezzatura e lo guidò fuori da quel luogo assurdo. Inoltre, anche un uomo morì nello stesso momento, linciato poiché aveva barato.

“Non ho la minima idea di come usarlo, ma purtroppo ce n’è solo uno” disse Mary. “Mi sa che dovrai scendere tu, da solo, al mare, mentre io veglierò su di te dalla superficie, accertandomi che non ti cerchino”

Tutto quello che entrambi sapevano era la forma, ovvero un cilindro di metallo, un casco da infilare in testa e una specie di tubo che forse si infilava nel naso o nella bocca, ma nessuno dei due ne era sicuro.

“Non credo che qualcuno nei paraggi sappia usarlo, e vista la gente nel bar, non ci sarebbe da stupirsi se qualcuno me lo rubasse con la scusa di insegnarmi” soppesò Kaden.

Così non gli rimase da fare che una prova.

Prese la veste e la indossò, e ne trovò anche la cerniera, che venne chiusa da Mary.

Gli veniva strettissima, ma doveva fare della necessità una virtù, proprio come quando aveva camminato fra le fogne.

Indossò anche quella specie di casco, e il problema successivo si presentò nel respiratore, ma in ogni caso non fu proprio difficile indossare un boccaglio e rendersi conto della respirazione, che avvenne dunque grazie all’ausilio dell’oggetto cilindrico.

Kaden era dunque pronto. “Va bene, allora vado!”

Mary fece una cosa che non aveva mai fatto prima: lo abbracciò stretto, con fare a metà fra materno e fraterno.

“Abbi cura di te, Kaden” disse mentre piangeva. “Davvero, torna su vivo! Pensa a tutti noi e a quelli che si sono sacrificati per te e torna vincitore! Altrimenti ti picchio, okay?”

Kaden si ritrovò a ricambiare quell’abbraccio e dire: “Tornerò vincitore, non ti preoccupare” anche se non era affatto sicuro né di trovare la Fontana, né di tornare. La bombola era al massimo caricamento? La Fontana era nei paraggi o molto lontano nel mare? E poi, sarebbe bastato il respiratore per spegnerla e tornare in superficie senza incidenti? Non ne aveva idea, e aveva paura di tutte quelle domande, tuttavia non voleva far preoccupare Mary, inoltre era sicuro che anche lei si stesse ponendo le medesime questioni.

Infine Kaden si voltò verso il mare e deglutì profondamente. Non era sicuro di saper nuotare bene.

“A noi due, Mare. Vediamo che hai da dirmi” disse, senza saperne il motivo, e si tuffò, non pensando a nulla.

Kaden e le Fontane di Luce/35

Capitolo 35

Mary disse: “Non mi hai fatto fare nulla!” ma Isabel ridacchiò. “Hai assistito al mio modo di combattere, ti pare poco?”

Non c’era da stupirsi infine, tornati al campo, che Caleb aveva fatto piazza pulita del resto dei briganti, composto da un uomo di mezza età ma ancora molto vigoroso e un altro ragazzo, della stessa età delle due che avevano rapito Kaden.

“Miseriaccia! Chi erano?” chiese Mary, mentre osservava il disastro che erano riusciti a combinare. Molte delle guardie erano morte, e non rimaneva più nessuna carrozza. Oltretutto, era rimasto solo il cavallo personale di Caleb.

“E che ne so… hanno studiato tutto nei min imi dettagli, però, riuscendo a sorprenderci”  disse il figlio maggiore degli Hesenfield. “Per fortuna, non hanno fatto danni irreparabili”

“Danni irreparabili? Dovremo andare a piedi!” esclamò Isabel, frustrata.

“Questo perché non riesci ad andare al di là del tuo naso” osservò Caleb. “Siamo in una foresta, qui, il legno non manca. Costruiremo, tutti, una carrozza e andremo a Sydney, domani a mezzogiorno, cascasse il mondo”

Siccome erano ancora un gruppo folto di persone, impiegarono solo alcune ore per montare una carrozza adatta a portare tre persone, trainata dal cavallo di Caleb, il quale si era proposto da (come) cocchiere, ma privo dell’armatura e vestito in maniera strana.

“Voi, miei uomini, perlustrerete la zona” annunciò il ragazzo il giorno dopo, verso sera. “Io scorterò Kaden e le ragazze a Sydney, reclamando il mio trono”

“Lo reclamerai vestito di sacco?” disse Mary, guardando perplessa il nuovo abito di Caleb. Infatti si era vestito del sacco di patate che gli aveva portato Isabel, tenuto fermo dalla corda di canapa.

“Tu bada ai fatti tuoi e pensa con Isabel come entrare a Sydney. Io… io devo diventare Re” rispose glaciale. L’idea gli era venuta ripensando al sacrificio di Klose. Lui aveva dato la vita affinché lui, Mary e Kaden si presentassero davanti alla regina Margareth, dimostrando così un coraggio eccezionale. Ma oltre al coraggio serviva anche l’umiltà, l’accettare di essere servo del popolo, per poterlo proteggere. E come si vestivano gli umili? Di sacco, ed ecco quello che aveva detto a bassa voce alla sola sorella, poiché temeva i giudizi e le obiezioni inutili degli altri due.

In quella veste, i quattro presero di nuovo la via e finalmente, all’alba del nuovo mattino, Sydney era in vista, con la guerra che gli bussava alla porta.

“Mancano due giorni all’incoronazione del… sovrano” disse Caleb. Era la prima volta che parlava da quando era salito sul suo cavallo.

“E allora?” rispose Kaden, malinconico come non lo era mai stato. Isabel andava avanti e indietro nei suoi sogni, e più di una volta si erano “baciati”. Poi, vederla a stretto contatto con lui in quel nuovo mezzo di fortuna, si chiedeva spesso come avrebbe fatto a resistere alla tentazione di dichiararle i suoi sentimenti.

“Dobbiamo impedirlo” rispose secco Caleb. “Adesso il piano è questo: io ed Isabel prenderemo il controllo dell’assedio e reclameremo il nostro Trono. Soprattutto la mia parte sarà fondamentale, perché passerò col mio cavallo vestito di questo umile straccio infreddolito e tutti mi vedranno come loro servo e comandante, in quanto nuovo Re dell’Australia e Isabel riceverà il titolo di Principessa. Tuttavia, questo è quello che riguarda noi. Tu e Mary vi infiltrerete e cercherete un modo di entrare… sono sicuro che una volta sul posto troverete qualcosa, poi cercherete la nuova ubicazione della Fontana e…”

Seguì un minuto di silenzio tesissimo. Tutti sapevano che la fine era vicina e non vedevano l’ora di assaporarla.

Caleb non disse nulla, concentrato più che altro sugli incendi, sulle esplosioni e sulle urla che si sentivano anche da lassù.

“Non stanno combattendo male” osservò. “Voglio dare loro una mano. Per farlo, dovrò introdurvi nell’accampamento del Capitano, che non so chi sia, ma so bene quale sia la sua tenda. Entrerò forte del mio cognome, tuttavia voi non entrerete, come ho appena detto”

E così successe. Scesero prestando molta attenzione a dove mettevano i piedi in quanto il terreno era molto instabile e infine giunsero sul campo di battaglia.

Caleb respirò a pieni polmoni l’aria pesante, che invece a Kaden stava soffocando.

“Come fai?” chiese, tossendo convulsamente, imitato da Mary.

“Semplice: inspira finché i polmoni siano riempiti e poi liberi l’aria. Non è difficile” rispose Caleb, sogghignando. “È il mio mondo, questo: si uccide, si teme per la propria vita e finalmente la carne che cerco posso trovarla. Ma tu non puoi capire. Andiamo ”

Kaden percorse una sentiero molto lungo, in cui comprese davvero che cosa significava la parola guerra.

C’era gente morta, cadaveri ammucchiati ai lati e un odore pesante ovunque.

Inoltre, medici di ogni sorta correvano di qua e di là per prestare soccorso ai feriti, dei quali alcuni gravi.

E fu a un certo punto che Kaden si accorse che un medico sussurrò a un soldato: “Mi dispiace, ma la cancrena è irrecuperabile. Dovremmo amputarla”

E vide in diretta un’amputazione, commentata da Mary con un sibilo. Quella scena  bastò per allontanare Isabel, per un momento, dalla mente del ragazzo.

Poi gli venne in mente che vi era la possibilità di ricostruire l’arto, ma forse con i mezzi che avevano in campo non era possibile.

Infine, dopo aver evitato un pazzo che sosteneva di sentire le esplosioni, si vide di fronte una tenda ricamata in oro.

“Eccoci” disse Caleb. Poi si rivolse a uno dei guardiani, cercando di governare l’agitazione in lui.

“Siamo Re Caleb Hesenfield e la principessa Isabel. Devo parlare col Capitano”

La guardia vide com’era vestito Caleb e capì che veniva in pace, così entrò nella tenda per annunciarlo.

“E voi che fate ancora qua? Andate, no?”

Isabel riportò Mary e Kaden alla realtà. Quest’ultimo non voleva separarsi dalla ragazza, ma ormai era inevitabile. Si defilarono, dunque, diretti alle mura. Per fortuna, erano giunti nell’ora di tregua, che si dava da entrambe le parti per poter curare i feriti.

Infine, superate le tende, i due ragazzi videro coi loro occhi ciò che Isabel aveva disegnato andando a memoria: erano mura spesse, davvero molto alte e dipinte di bianco. Non si stentava a credere che nessuno fosse riuscito sin lì a sfondarle.

“Tu che dici?” chiese Kaden a Mary, che consultò la mappa di Isabel.

Purtroppo Mary non aveva idea di dove far passare loro due senza essere visti, tutto era troppo coperto, e inoltre vi era Kraken l’Angusto in persona, da solo, che difendeva le già possenti corazze avversarie.

Mentre sospirava, notò che la lotta era ricominciata, o perlomeno si sentirono forti trombe squillare.

“Fate largo al vero Re bianco e nero! Cantate inni, eleviamo lodi a Caleb Hesenfield, sovrano dell’Australia unita e alla Principessa Isabel!” esclamò a gran voce qualcuno.

“A quanto pare ce l’ha fatta, eh?” ridacchiò Kaden.

“Già, ma sarà tutto inutile finché non apriremo la Fontana Chemchemi” mormorò Mary, la quale non riuscendo a trovare una risposta si stava innervosendo, “Forse dovremo confrontare il perimetro disegnato qui con quello reale. In marcia!”

I due non vennero notati, visto che la guerra era ricominciata, ma chiunque li avesse visti avrebbe detto che mancava qualche rotella: che senso aveva, infatti, girare di soppiatto davanti a delle mura così massicce, per di più disarmati?

All’improvviso una fortissima folata di vento spazzò via moltissimi soldati, disperdendoli dalla grande concentrazione che vi era nei pressi del lato del muro più vicino fino a un secondo prima.

Alla folata, seguitò un grandissimo raggio di fiamme, che separò i ribelli dai soldati della capitale che difendevano le mura.

“Eccolo, è arrivato ad aiutarci!” esclamò entusiasta uno di questi ultimi.

“Non è possibile!” si adirò Mary, dando pugni alle mura con il braccio di legno, in quanto anche lei sapeva bene che era giunta la fine, ancora prima di iniziare.

Il Drago in questione era enorme e dall’aspetto terribile. La sua sola presenza faceva mancare l’aria e dava una sensazione di occlusione, ed era per quello che qualcuno nei tempi remoti aveva definito Kraken “Angusto”, proprio in memoria degli effetti che dava la sua semplice presenza.

Inoltre, era il Signore dei Draghi, pertanto ci si doveva aspettare da lui tutto quello che poteva comprendere una fine lenta e dolorosa.

Mary e Kaden rimasero in piedi, e furono tra quei pochi che riuscirono a resistere al primo attacco.

Se Mary aveva già estratto il suo pugnale, però, il secondo stava osservando con apprensione il muro di fuoco appena creatosi.

“Non temere, Kaden” disse Mary. “Riuscirò a farti passare oltre questa maledizione, fosse l’ultima cosa che faccio! È quello che Shydra voleva! Devo farlo per John!”

John. Kaden sapeva che Mary pensava ancora a Taider, la sentiva piangere e ripetere quel nome, ogni tanto. E forse lei lo amava in un modo che Kaden non riusciva ad afferrare.

Poi lo vide. Kaden si voltò sulla sinistra, quando vide un buco minuscolo in quell’immensità di pietra e acciaio.

Era solo un canale di scolo, ma per Kaden voleva dire una possibilità.

Kraken era ancora impegnato a distruggere. Forse non li aveva visti. Non vi era nessuno nel raggio di mezzo chilometro, forse.

E allora, trasse due profondi respiri e calò verso terra, in modo da vedere meglio quella piccola fessura.

Sembrava essere lì da secoli. Le sbarre, una volta forse fatte in ferro, erano molto arrugginite e sembravano promettere il tetano immediato, ma di quello Kaden non ne era a conoscenza.

Piuttosto, il ragazzo vide, oltre le sbarre, che l’acqua verdognola entrava con molta velocità dentro le fogne di Sidney.

Kaden prese una decisione. “Mary!” esclamò. “Mary! Guarda! Avevamo la soluzione sotto gli occhi!”

Mary ebbe tutto il tempo di meravigliarsi ed avere un tuffo al cuore.

“Meraviglioso, Kaden!” esclamò gettando la cartina ormai inutile di Isabel. “Entreremo e capiremo”

Grazie ai prodigi magici della ragazza, le sbarre si aprirono come se non vedessero l’ora di far entrare due estranei, introducendoli dentro quelle rapide fatte di melma e di acqua verdognola che prometteva malattie.

E così accadde. In un turbinio, i ragazzi vennero trascinati in mezzo ai flutti, stando bene attenti a tenere la bocca chiusa, in modo da non ingerire quel liquido rancido.

Dovevano ammettere che andavano molto veloci, riuscendo a malapena a rendersi conto che quel cunicolo era pieno di topi che viaggiavano più lenti.

Poi, come tutto cominciò improvvisamente, altrettanto improvvisamente finì, e i ragazzi caddero faccia  a terra su un mucchio di pozzanghere.

Kaden si aspettava un  livello d’acqua più profondo, invece a quel che pareva i condotti si allargavano.

“Bene, siamo arrivati. Probabilmente siamo sotto la città. Ci conviene salire su, adesso, per vedere la città” disse Mary.

“No, che dici? Siamo due ricercati, il mio nome è al secondo posto fra le taglie più alte, non ricordi? Non possiamo farci vedere! Direi piuttosto di dirigerci al porto, verso il Mare! Seguiremo i topi!”

Kaden sapeva bene che i topi cercavano sempre la strada giusta, poiché avendo vissuto per tanto tempo nei quartieri più poveri di Perth aveva imparato a conoscere quei roditori, pertanto si affrettò a seguirli, aiutato dalle fioche torce che erano installate a intervalli regolari.

Se Kraken veniva definito Angusto, di certo quelle gallerie non erano da meno: biforcazioni, tetti bassi, mattoni pieni di muschio e altre sporcizie, il canale di scolo che riempiva le scarpe di Kaden fino a  rendere i passi pesanti, e i topi che alle volte spostavano i loro compagni morti per poter proseguire.

E nel frattempo, nella mente del ragazzo si faceva strada l’idea di poter incontrare un nemico malvagio anche in quel posto.

Poi tuttavia si tranquillizzò: aveva Mary dalla sua parte, e il massimo che poteva incontrare lì era un Plexigos, e forse anche uno cieco, per via della poca luce.

Poi gli venne in mente come si era imposto rispondendo alla proposta di Mary con una migliore, e capì: non era più lei a proteggerlo, adesso i ruoli si erano del tutto ribaltati e questo lo spaventò non poco.

Ad ogni modo, più andava avanti, più Kaden aveva paura di non arrivare mai, e quello lo fece tornare in se stesso e pensare a tanti aspetti negativi.

La sua missione aveva disseminato morte attorno a sé e aveva invece instillato la disperazione dentro di lui.

E nonostante tutto, era lì, a cercare di penetrare verso il porto, seguendo la direzione che stavano prendendo i topi, anche se a un certo punto alcuni presero la biforcazione destra, altri ancora la sinistra, e il restante prese la via centrale.

“Porca miseria… e adesso che facciamo, tu che sei tanto saputello?”

Kaden si sentì impaurito e dovette ammettere che Mary aveva ragione.

Kaden e le Fontane di Luce/34

Capitolo 34

Una volta archiviata la lettera provocatoria di re Anthony, Caleb, Mary, Isabel e Kaden fecero il punto della situazione attuale, mentre i loro mezzi di trasporto marciavano lenti, poiché sapevano di essere cacciati anche dai Draghi.

“Ricorda che Sidney ha altissime mura e cancelli in acciaio pesante e inoltre è gremita di soldati pazzi” stava dicendo Isabel al gruppo, poiché lei era stata l’unica ad aver visto la capitale coi suoi occhi, avendo comandato un esercito anche se per breve tempo. È quindi inespugnabile. Ma noi non dobbiamo espugnarla, dobbiamo solo farti entrare indenne. Per questo ci ingegneremo in questo senso”

“Sidney non dà sul mare? Non potremmo tentare quella via?” si chiese il ragazzo.

Ma Isabel scosse la testa. “Non avremmo l’imbarcazione, e né io né Caleb sappiamo costruire una barca, e immagino nemmeno qualcuna delle nostre guardie che ci stanno scortando. Dobbiamo tentare via terra, sì”

Kaden sospirò. Gli sarebbe piaciuto sentire il rumore del mare da vicino, apprezzare la sensazione delle onde che sbattevano sulla barca, annusare la brezza che gentile gli avrebbe lambito la pelle…

Sì. Si era innamorato del mare, decisamente. Da quando lo aveva visto immenso e fiero il giorno in cui aveva “conosciuto” Patrick l’Esploratore, non se lo era più levato dalla mente e non vedeva l’ora anche di tuffarvisi.

Magari con Isabel… chissà come si tuffava, forse teneva un lungo vestitino bianco per pudore o completamente nuda?

Di sicuro sarebbe stato lo spettacolo più bello che… insomma, Kaden scosse la testa.

Aveva promesso a se stesso che i suoi pensieri sarebbero stati puliti.

E così vide ancora battibeccare i due fratelli, sorridendo.

La strada che stavano percorrendo era la via che costeggiava il mare, come sempre da quando l’aveva presa. Era la via più veloce ed era meno plausibile che i briganti attaccassero che non piuttosto dentro la Foresta che, a detta di Isabel, ospitava addirittura un branco di Licantropi.

“Licantropi?”chiese Kaden. “Cosa sarebbero?”

“Uomini che ogni luna piena sono costretti a diventare un lupo. Si cibano delle persone” spiegò lei. “Ne ho incontrato uno, una sera mentre ballavo all’aria aperta, mentre gli sguardi degli uomini si perdevano fra le mie grazie. L’ho visto in mezzo a loro, e ne ho visto tutto il processo. Non è stato piacevole, ma in qualche modo il Licantropo è fuggito via una volta trasformato in animale. Oh, anche le creature perverse non osano farmi del male!”

E ghignò malefica, compiacendosi di se stessa. Caleb scosse la testa desolato.

“Oh, e pare che nella foresta che stiamo costeggiando siano presenti anche i fantasmi delle vittime sventurate finite fra le fauci dei Licantropi!” aggiunse Isabel in quella stessa occasione.

“Ora stai esagerando, sorella” affermò Caleb, ma lei insisté.

“Te lo giuro, fratellone! Una volta sono voluta andare dentro la Foresta per conoscere il Licantropo che mi ha vista ballare ed è stato allora che ne ho visto uno. Si nascondeva, il maledetto: era tutto vestito di bianco, a piedi nudi e a testa bassa in modo da essere visibili solo i capelli lunghi, e riluceva alla luce della luna. Dico che si nascondeva perché metà della sua figura era nascosta da un tronco, e poi quando mi sono avvicinata non era più”

Caleb però era ancora scettico. “Sai, Isabel? Mi viene quasi voglia di addentrarmi in questa foresta per verificarne l’effettiva esistenza”

Kaden invece si era spaventato al racconto della ragazza. “Io invece penso che continuerò il mio percorso verso Sidney”

Mary partecipò alla discussione riportando tutti sui binari prefissati. “Domani a mezzogiorno saremo a Sidney, se continuiamo a procedere con questa velocità e mantenendo la strada” annunciò, dopo aver studiato attentamente la mappa mentre gli altri farneticavano su Licantropi e fantasmi.

“Oh, quanta nostalgia! Chissà chi troveremo? Spero di rivedere Von Galetan, è così bello!” esclamò Isabel, e si perse nei suoi pensieri.

Kaden non aveva idea di chi fosse quel Von Galetan, ma provò una punta di gelosia. Perché lui non era bello?

Caleb assunse un’espressione come per ricordare qualcosa e chiese: “Von Galetan? Sarebbe il bruto a cui hai lasciato il posto di Capitano?”

“Sì, è una persona stupenda! Devi conoscerlo!” cantilenò la ragazza.

Kaden, stufo di sentire parlare di Von Galetan, tornò piuttosto ad osservare il panorama all’esterno della carrozza, riflettendo con se stesso.

Stava recandosi a Sydney, in compagnia di gente sulla cui redenzione, fino a poco tempo prima, non avrebbe scommesso neanche un soldo. Paragonò Caleb e Isabel con Klose e Taider, e si rese conto che, per quanto loro fossero stati davvero leali e coraggiosi, i due Hesenfield trasmettevano molta più sicurezza. Subito dopo, si pentì di averlo pensato, considerandolo un oltraggio alla loro memoria e si ripromise di smettere di fare paragoni inutili.

Adesso, si accingeva a giungere nella temutissima capitale, chiusa al pubblico dall’inizio dell’assedio.

Nessuno aveva mai capito come oltrepassare le spesse mura, difese dunque con una grande resistenza.

Isabel e Caleb avevano detto che avrebbero trovato un modo una volta giunti sul posto, ma Kaden non era del tutto convinto. Egli invece presagì la sua fine proprio a un passo dal traguardo.

E poi vi era re Anthony, il quale aveva messo una taglia sulla sua testa, ma non aveva mai saputo a quanto ammontasse.

Ne era venuto a conoscenza in maniera abbastanza fortuita. Era giunto sulle loro teste un’ora prima un corvo portatore di giornali, diretto chissà dove, ma Isabel lo aveva colpito con una freccia, che aveva trovato dentro una delle tante bisacce dei cavalli che avevano prelevato dalla villa di Katrina.

“Non avrai rubato un giornale a qualcheduno?” chiese Mary scandalizzata, ma Isabel fece spallucce e lesse molte informazioni, per poi passare al fratello maggiore.

Ogni volta che si trovavano giornali, Kaden rimaneva col fiato sospeso, temendo che si potesse parlare di Perth o della nuova capitale, Port Hedland, e quindi qualche accenno sui civili dispersi.

I giornali infatti raccontavano tutto, tutti gli aspetti che potevano interessare al regno, e quel giorno in prima pagina campeggiava la vittoria di un certo Mark Enevoldsen, presentato come Capitano dell’Esercito che stava assediando l’amato regno di Anthony, il bastardo che divenne Re.

E inoltre, un altro articolo ricordava che mancavano sei giorni all’incoronazione del sovrano, che lo avrebbe rivisto comandare l’Australia, di nuovo tutta intera, e pertanto non riconoscendo il regno provvisorio di Isaiah Hesenfield, condannato a morte poiché auto proclamatosi protettore dell’Ovest. Infine, all’ultima pagina, la lista dei ricercati più pericolosi, e Kaden era il secondo della lista.

“Il primo sei tu, Caleb” notò Kaden, ma Caleb scorse la lista ancora una volta e sentenziò: “Qui il tuo Von Galetan non c’è, Isabel, il che vuol dire che è morto” ma Isabel non ci volle credere, ed ecco perché stava danzando attorno al fuoco che avevano acceso per il pranzo, emozionata in attesa di incontrare l’uomo che le aveva rubato il cuore.

Dopo il pranzo, Caleb parlò a Kaden e Mary: “Siete pronti? Non sarà facile. Sydney è protetta, potreste anche morire senza aver aperto la Fontana, e noi non potremo aiutarvi in città. Pensate bene a quello che volete fare, la notte porta consiglio. Farò io il primo turno di guardia.”

La notte portava consiglio, già. Attesero la sera, mentre il pomeriggio se n’era andato ancora in carrozza, senza parlare, anche se Caleb e Isabel avevano interloquito a bassa voce, come se stessero pianificando qualcosa che gli altri due non dovevano sapere.

Quella sera, Kaden vide Isabel portare al fratello maggiore un sacco di patate aperto ai lati e una corda di canapa e ci capì ancora meno, poi si coricò, proprio con lo sguardo di fronte alla luna, che in quel momento era a un quarto, crescente. Il ragazzo si rivolse a lei e alle stelle che adornavano la notte altrimenti nera.

Era errante da diverse settimane, ormai, e quante cose erano successe! Aveva incontrato i Draghi, aveva avuto fra le mani due spade, aveva anche ucciso un Unicorno, accidentalmente, e aveva visto morire tre fra le più coraggiose persone che avesse mai conosciuto, tutti e tre per salvargli la vita.

E non solo, si era macchiato anche di omicidio, per la prima volta in vita sua.

Sapeva cosa aveva fatto a Josafat, ma i fratelli di lui non lo avevano biasimato.

Lo aveva ucciso, tagliandogli le mani e la testa. Quante volte aveva desiderato uccidere i professori fastidiosi e i compagni spazzatura, ai tempi di quando andava a scuola? Sembrava passato più di un secolo.

Eppure, nessuno gli aveva detto che uccidere lacerava l’anima. Persino se si trattava di un pazzo che mangiava i cuori delle persone, era ormai entrato nel limbo dei peccatori in attesa di redimersi.

E come farlo? Aprendo la Fontana Chemchemi e portando a compimento la missione che Shydra Aldebaran gli aveva affidato, colei che era morta fra le atroci sofferenze che solo le fiamme di un Drago poteva dare?

Poi chiuse gli occhi, smettendo di pensare. Mary gli diede una coperta in più  e lui se la mise addosso. Le notti gelide erano un vago ricordo dell’Inverno Nucleare che era durato ottomila anni, pertanto era d’obbligo portare coperte con loro.

“Non vai a dormire, Isabel?” chiese Kaden, che vedeva ancora la ragazza fare esercizi di ginnastica.

“Fra un minuto, non vedo l’ora di mettermi fra le braccia di Morfeo! Ma prima, il mio corpo deve continuare a essere tonico!”

Kaden guardò le proprie braccia. Erano piene di tagli e scottature, ma in quel momento credeva che non avessero niente da invidiare a quelle di Morfeo. Poi si rese conto di aver formulato ancora una volta un pensiero scomodo sulla ragazza più bella del mondo. Ma che ci poteva fare? Infine sbuffò, cercando di togliersi dalla testa Isabel Hesenfield, che era decisamente troppo bella, e troppo in avanti per lui, soprattutto. Era la figlia della Luna, avuta dopo una relazione col Sole.

Un lupo ululò in lontananza, quella foresta riservava sorprese dopo sorprese.

E alla fine, Kaden si addormentò, ipnotizzato dal russare di Isabel. Quanto era bella! Quando faceva la scema col fratello, quando ballava, quando si esercitava, quando beveva, ma non l’aveva mai vista lavarsi!

Non credeva che sarebbe riuscito a resistere a quella tentazione, e poi…

Fu con quei pensieri che Kaden si addormentò.

In quello stesso momento, un gruppo di persone spiava il terzetto da dietro un cespuglio.

“Che ne dici, Gloria? Sono ricchi, no?” chiese una ragazza smilza, che teneva un coltellino fra i denti e aveva disegnato sulle guance linee orizzontali rosse.

“Uhm… non saprei, Bletta” rispose Gloria, che stringeva gli occhi per vedere meglio. “Certo, i cavalli sono ottimi e l’armatura di quel tizio sembra vero acciaio, con inciso uno stemma, che purtroppo non si vede da qua, cazzo!”

“Va beh, pazienza. Quando dici di attaccare?” chiese un terzo uomo, che reggeva una torcia, recante una profonda cicatrice sull’occhio destro.

“Appena l’uomo con l’armatura si dà il cambio con quel ragazzo sdraiato, Philip” rispose Gloria. “Già pregusto il sapore del sangue… uhuhuhu”

“Che schifo. Non ho mai capito questa tua passione per gli aspetti macabri. Comunque sia, li uccideremo adesso che è notte. Come osano, voglio dire? Questo è il nostro territorio” asserì Bletta, rivolta ai compagni, squadrandoli con quei suoi occhi sporgenti.

“Sì, ma nessuno lo sa” osservò Philip. “Noi siamo i rifiuti della società, e ci nutriamo dei suoi rifiuti, appunto. Pertanto, è fattibile che la gente passa, noi li trucidiamo e prendiamo le loro cose, e continuiamo a vivere. Certo che però, anche tu, vestirti di bianco… li fai scappare, ecco”

“Che ci posso fare se mi piacciono i fantasmi? Questo posto ne è pieno e voglio essere una di loro!” esclamò Bletta, arrossita.

“Comunque, sembra che il tizio stia alzandosi” disse Gloria.

E in effetti, gli altri due osservarono Caleb che, alzatosi, affrontò e uccise un Plexigos di passaggio con l’aiuto della sua sola spada.

Gloria era semplicemente affascinata.

“Ehi! EHI! Bill, vieni qua! Il ragazzo che abbiamo trovato è fortissimo!”

Ci fu un grugnito di risposta. Poi, alcuni passi e un uomo molto più anziano dei ragazzi scrutò con occhi cisposi di sonno con l’ausilio di un binocolo.

Poi, il sonno svanì del tutto in lui. Non poteva essere!

“Ma è Caleb Hesenfield! Non si vede bene, ma deve essere lui! Ho riconosciuto l’armatura! Chissà chi accompagna! Chi sono quei due coricati? Sono morti?”

“Magari” disse Gloria, leccandosi le labbra.

“Secondo me invece sono vivi e sotto la protezione di sir Caleb, il bellissimo” osservò Bletta. “Voglio dire, che ci fanno qui? Stanno andando sicuramente a Sydney, o tornano da lì per fuggire dall’assedio”

“Giusto, Bletta, ma ti ricordo che Caleb è un Lord, non un sir, poiché figlio di lord Abraham, che a quanto pare è deceduto, ma non si hanno notizie certe” osservò Bill. “Allora, ecco il piano, ragazzi. Le ragazze rapiranno il tizio più vicino, quello coricato, così sicuramente Caleb andrà incontro a lui, mentre io comparirò dal nulla e lo distrarrò rubando i cavalli.”

“E io che faccio? Mi gratto?” chiese Philip.

“No, tu ci farai luce. Vedo che c’è anche un secondo figuro sdraiato, e poi un terzo. Puoi rapire quelli”

Attesero qualche altro minuto interminabile, poiché Caleb non si era ancora alzato dacché si era seduto, dopo aver sconfitto il Plexigos.

A un certo punto, il ragazzo si alzò e svegliò il tizio disteso a terra, mormorandogli parole incomprensibili da quella distanza.

“ORA!” esclamò Bill, e assieme ai suoi attaccarono l’accampamento.

Tutto accadde molto in fretta: Caleb riuscì a vedere solo due ragazze che portavano via il corpo di Kaden e un terzo che portava via uno dei cavalli, che tuttavia scalciò imbizzarrito, svegliando Isabel, Mary e il resto della carovana.

“Ehi! Ma questa è una ragazza! E che ragaz… ah”

Isabel uccise Philip tagliandogli la gola.

“Chi cavolo sei tu che mi palpeggi i seni mentre dormo? Eh?” chiese la ragazza, lievemente isterica.

Poi si rivolse a Caleb, ma era occupato assieme alle sue guardie ad affrontare un uomo più anziano, così concentrò la sua attenzione al corpo mancante di Kaden, poi riprese lo stiletto e andò a cercarlo fra le frasche, non poteva essere lontano.

“Isabel! Vieni con me, cerchiamo Kaden!” esclamò Mary, che aveva avuto la stessa pensata.

Infatti, lo trovarono oltre un cespuglio, mentre due ragazze bislacche lo spogliavano.

“Oh, ma qui non c’è niente” si lamentò Gloria.

E anche Bletta che rovistava fra le vesti, si disse delusa. “A parte la spada, non ha altro di prezioso. Beh, uccidiamolo”

“Ehi” esordì Mary, inviperita.

Le due si voltarono, ma non considerarono lei, ma colei che l’accompagnava. Era ben visibile, il fuoco che avevano appiccato all’accampamento faceva risaltare ogni singolo spigolo di Isabel Eva Charlotte Ester Hesenfield.

Ma non c’era niente di sensuale, stavolta, nel suo essere: solo morte, fame di sangue e disperazione altrui, come nei giorni in cui comandava l’esercito che stava minacciando la capitale.

E soprattutto, odio profondo. Uno sguardo che nessun uomo desidererebbe mai di vedere dipinto nel volto angelico della ragazza.

“Cosa state facendo a quel ragazzo?” sibilò, carica d’ira.

Kaden si svegliò proprio in quel momento e vide Isabel e Mary pronte a salvarlo dalle grinfie di… riconobbe due ragazze, ma una somigliava a uno stuzzicadenti.

“Ridateci il nostro amico e nessuno si farà del male” sibilò Mary, anche lei infuriata, come ai vecchi tempi. Per una volta, Kaden la vide adirata con gli altri e infine non poté non provare un moto d’affetto per l’amica che tante ne aveva passate. Erano amici, e lui l’avrebbe protetta dedicandole l’apertura dell’ultima Fontana.

“No che non lo faremo, maledette” rispose stizzita l’altra ragazza, quella più attraente fra le due rapitrici. “Ti riconosco, a te: tu sei quella che danza! Come ti chiami? La danzatrice della Luna crescente, non è vero?”

Kaden rimase perplesso per quel nomignolo.

“Beh, sappi che hai ipnotizzato anche il mio fidanzato, James! E si è suicidato sapendo di non poterti avere! E per questo morirai!”

Gloria si avventò su Isabel, ma lei la tenne a bada con quel semplice stiletto, tagliandole la gola con un movimento semplice e fluido. Successivamente, puntò il coltello su Bletta.

“E tu? Che problemi psicologici hai?”

Bletta rispose candidamente: “Beh, mi piacciono i fantasmi, parlo da sola e ho un particolare interesse verso gli uomini nudi”

Sia Isabel che Mary la guardarono allibiti.

“Scappa, piuttosto, o l’ira degli Hesenfield si abbatterà su di te.”

Bletta annuì e fuggì via.

“Bene” affermò la ragazza. Poi sorrise a Kaden e disse “Rivestiti, andiamo via”

Kaden e le Fontane di Luce/33

Capitolo  33

Checché ne dicesse Re Anthony, la battaglia di fronte Sydney era giunta a una posizione di stallo, ma la sicurezza del sovrano stava nell’azionare il Drago Kraken l’Angusto come e quando voleva, e uccidere tutti quei plebei senza alcun problema. Tuttavia, non era a conoscenza che Caleb e la sua scorta personale era diretto proprio nella Capitale, e ormai stava per arrivare.

“Manca poco, ormai” disse Isabel. “Speriamo che nessun Drago venga a disturbarci”

“Drago? Cavolo, è vero! Ci sono i Draghi e più ci avviciniamo, più ne incontreremo!” esclamò Kaden sconvolto, ma Caleb riportò tutti alla calma.

“Non temere” disse lui. “Anthony ha mandato la maggior parte dei suoi ad attaccare Isaiah, per ritardare la sua partenza con le navi, ne son sicuro. Io stesso farei così. Pertanto, ritengo che a Sydney che ve ne siano pochi, tuttavia Kraken l’Angusto vale per tutti e diciotto messi assieme, quindi state all’erta”

“Insomma, non hai detto niente di confortante!” esclamò Mary.

“Caleb, ho anche appetito” disse Isabel, cambiando repentinamente argomento. “Non potremmo fermarci?”

“No, la guerra deve finire quanto prima” tagliò corto il maggiore, ma la sorella era davvero insistente, così alla quinta richiesta Caleb si stizzì e fece fermare la piccola carovana, in uno spiazzale d’erba a picco sul mare, diversi metri più sopra del suo livello, protetti quindi dal promontorio e da un piccolo bosco nell’entro terra. Prepararono dunque un bivacco, mentre scendeva la sera.

E Kaden ebbe a che fare col mare. Egli lo guardò per la prima volta.

Così profondo, così immutato e immutabile, di un colorito aureo mentre il sole affondava dietro l’orizzonte.

“Bel posto, vero?” gli si avvicinò Isabel. Kaden ebbe una fitta allo stomaco. “Pensa che tutte le estati andavamo al mare, e io e mia madre abbiamo continuato ad andare anche dopo la separazione, e personalmente adoro nuotare fino al largo. Il mare rilassa, naturalmente chi lo guarda con ammirazione. Pensa che c’è stato qualcuno che ha voluto vedere cosa vi era oltre l’Orizzonte”

“Cosa? C’è davvero altro oltre l’Australia?” chiese Kaden.

“Beh… dipende cosa intendi per altro. Ricorda che la Terra presentava cinque continenti, prima dell’apocalisse dell’anno Diecimila dopo Cristo. Dove siamo noi adesso era solo uno sputo di terra rispetto all’immensità dei continenti boreali. Ma non penso sia rimasto altro lassù, a parte i grandi ghiacciai che lo studioso Binks ha fotografato, nella sua spedizione, e a quanto pare è stato un viaggio eroico anche quello… tuttavia, colui che è entrato nella leggenda non è stato lui, ma Patrick l’Esploratore. Te lo faccio vedere”

Andarono insieme su un tumulo, posto al limitare del precipizio, all’estremità del quale era conficcata una lapide.

Kaden lesse:

Patrick l’Esploratore

1358-1406

Noto per aver affrontato il Grande Oceano

Le date si riferivano al nuovo conteggio del tempo, introdotto dopo il ritorno degli umani sulla superficie alla fine dell’era glaciale lasciata in eredità dall’inverno nucleare dovuto al bombardamento che aveva posto fine all’Apocalisse. Kaden lo sapeva, era l’unico evento storico che lo affascinava, fra le centinaia di eventi accaduti.

“Naturalmente il tumulo è vuoto” disse Isabel. “Lo sanno tutti. Probabilmente la data di morte è anche sbagliata, avranno atteso qualche anno e vedendo che non tornava hanno scritto solamente l’anno in cui hanno smesso di attenderlo. Sta di fatto che un giorno Patrick è partito con tre galeoni, con l’intento di voler circumnavigare il nuovo mondo e non è più tornato. Non si scherza con l’oceano. Ricordatelo, Kaden”

Kaden tornò a guardare l’orizzonte. Isabel spiegava le cose in maniera molto chiara e anche il tono della sua voce spingeva a fotografare con la mente tutti gli eventi che esplicava. Kaden vide coi suoi stessi occhi, quindi, le tre caravelle partire da Sydney e affondare forse qualche mese dopo, a causa di un fortunale. Lui era nato e cresciuto a Perth, una città di mare, e sapeva bene cosa si diceva di quello, che fosse nient’altro che un grosso contenitore di mostri marini e di tempeste.

Tuttavia nonostante questo non aveva mai visto il mare, pur abitando in quella città. La sua famiglia non ne era mai stata simpatizzante, e dunque non aveva mai avuto l’occasione di apprezzare quanto fosse profondo, immenso e apparentemente sicuro.

Certo, gli uragani e le tempeste non erano mai mancati durante la sua infanzia, tuttavia Kaden rimase alquanto stupito dall’immensità di quella massa.

E chissà cosa ci sarebbe stato, sott’acqua, ovvero che tipo di mostri marini vi abitassero effettivamente, ma era altrettanto sicuro che non sarebbe valsa la pena scoprirlo, in quanto sarebbe stato un mondo altrettanto pieno di pericoli e imprevedibile.

Avrebbe potuto perdersi per ore osservando quella linea dove stava affondando il sole e non se ne sarebbe mai stancato, sennonché una voce femminile gli riempì le orecchie.

“Invece di stare lì a farti seghe mentali sul mare, perché non viene a nutrirti di questo coniglio? È buonissimo!” stava esclamando Mary, che aveva aiutato Caleb a cucinare, mentre Kaden e Isabel stavano rimanendo immobili a fissare la tomba di Patrick.

E così andarono a unirsi a loro, dando le spalle all’immensità che si faceva sempre più scura. Era stato un incontro molto profondo.

Mentre mangiavano, Caleb chiese interrompendo il silenzio, fissando Kaden con fare sospetto: “E così a te piace mia sorella?”

Kaden sbiancò, andandogli di traverso un boccone. Si rese conto che tutti e tre lo stavano osservando e infine si rese conto di essersi seduto proprio accanto a lei.

Si ritrovò a pensare ad Isabel. Be’, era Isabel Hesenfield, la Lady Impossibile, e aveva provato più volte cosa si provasse a stare accanto a lei e la sua bellezza era opprimente, quasi. E tuttavia, a parte l’aspetto esteriore Isabel aveva dimostrato una grande abilità con l’arco e una buona cultura, dovuta al suo cognome.

Già, il cognome.

Gli Hesenfield, che fossero maschi o femmine, sceglievano molto attentamente chi sposare, non lasciando nessuna possibilità agli altri, che potevano solo dannarsi di non essere stati scelti.

Che possibilità poteva avere lui, con una ragazza oltretutto più grande?

“Non so di cosa stai parlando” rispose Kaden, col cuore che gli batteva all’impazzata e facendo sghignazzare Mary.

“Suvvia” disse Caleb. “Ho visto come la guardi… qualunque uomo ci farebbe un pensiero su e…”

“Caleb” sibilò Isabel. “Guarda che io sono presente! Stai cercando di piazzarmi come se fossi un filetto di carne?” e cominciò a picchiarlo sonoramente, per poi finire il litigio con grasse risate.

“Kaden” sussurrò infine Mary, con fare materno. “Non ascoltarlo, è solo uno stupido che ha voglia di scherzare”

Il ragazzo non capiva quel momento scherzoso, però si rese conto che ne aveva bisogno. Ne avevano bisogno tutti, poiché tutti in quel bivacco avevano passato giorni orribili e si scoprì grato a Caleb per aver saputo alleggerire la tensione.

Rimaneva solo una Fontana da aprire, ma nessuno sapeva dove si trovasse, visto che Re Anthony aveva pensato bene di nasconderla. L’unica era intrufolarsi con Mary in città e indagare, mentre i due fratelli reclamavano il Trono.

 

Sidney, Piazza Reale.

Re Anthony era in visita ufficiale ai quartieri poveri, e li stava arringando.

“Dovete capire” stava dicendo “che se la nostra nazione è in crisi è per colpa dell’Armata Rivoluzionaria. Dopo la dipartita del loro capo, Shydra Aldebaran, il titolo si è diviso fra i capi reparto, e nessuno ha capito più chi comanda, ma non per questo sono diventati meno pericolosi. Inoltre, qualcuno ha risvegliato i Draghi, il che vuol dire altre minacce. Certo, si potrebbe fare di più per proteggere la città, ma vi assicuro che la Corona sta facendo il diavolo a quattro per poter dare un futuro alla nostra Nazione, ai nostri figli, alle nostre case”

Applausi sparsi, ma Anthony non gradì quell’accoglienza tiepida.

“Dovete essere convinti! Dovete amare il vostro Re come il vostro Re ama voi! Non esiste Regno senza popolo!”

E addirittura lanciò la sua corona scintillante verso terra, dal palcoscenico dove stava parlando.

“Eccolo, prendetevela. È vostra. Io sono solo un vostro rappresentante” disse, e fu allora che quel gesto venne accolto da un grande entusiasmo.

Anthony sogghignò. Era così semplice prendersi gioco del popolo, e lui lo faceva sempre. Fintantoché non esitavano a pagare le tasse e a ingrossare il già considerevole bottino delle Casse Reali, non ci sarebbe stato niente da temere.

I Draghi erano stati difficili da gestire, ma Kraken l’Angusto gli aveva assicurato tutta la lealtà possibile, e a quel che vedeva molti dei suoi avevano mantenuto la parola, e tuttavia alcuni della loro razza disobbedivano al loro stesso Signore.

Ad ogni modo, diede ordine di riprendere la Corona, un manufatto antichissimo e che era passato sulle teste di tutti i Re dell’Australia e tornò a Palazzo.

Non aveva neanche fatto in tempo a scendere dalla carrozza che chiedevano la sua presenza.

“Maestà! È successo qualcosa di terribile!” esclamò uno dei servitori, con in mano una busta sigillata, proveniente da Kashnaville.

“Per fortuna, sto per diventare Re e le cose terribili non saranno più all’ordine del giorno” commentò mentre lesse.

Una delle sue spie lo informava che Caleb Hesenfield e la sorella si trovavano in viaggio verso Sydney, il che voleva dire solo una cosa: quei dannati stavano per reclamare il Trono, forti della loro discendenza con Isaac, lo sterminatore di Draghi.

Certo, il fatto che si era scoperto che Isabel fosse viva gli apriva la strada a una nuova idea. Era la donna più bella del mondo. Lui era il Re dell’Australia unita. Se l’avesse sposata avrebbe messo fine alla guerra e avrebbe instaurato una nuova alleanza fra lui e gli Hesenfield, che così sarebbero tornati al potere tramite Isabel e non avrebbero reclamato più nulla. L’unico problema era Caleb, che sicuramente non avrebbe approvato quella unione. In ogni caso, si mise a scrivere una missiva che avrebbe sigillato e posto alla massima attenzione del nuovo capo famiglia della Casa rivale. Oltretutto, tutti avrebbero guadagnato con quel matrimonio.

La lettera non tardò ad arrivare, poiché fu recapitata a Caleb tramite volatile, inviato da una spia che seguiva il gruppo essendo riuscita a mescolarsi fra la servitù.

“Posta per voi, mio signore. Re Anthony l’Usurpatore attende risposta” disse il postino della carovana consegnando dunque a Caleb la busta.

“Cosa?” egli stava dormendo, dopo aver passato quasi tutta la notte in piedi a scherzare con i suoi nuovi amici e prendere in giro la sorella. Poi si ricordò della missione da compiere e del Trono da reclamare e si disse che un buon Re doveva alzarsi presto e rinunciare ai bagordi. “Oh, grazie”

Avrebbe voluto chiamare per nome il postino, ma non lo ricordava. Ciò che lesse non gli piacque affatto.

“Stiamo scherzando. Anthony sta scherzando” disse Caleb, adiratosi e ormai completamente sveglio.

“Che succede, Caleb?” disse Isabel, affilando la sua spada. Era sveglia ben prima del fratello e aveva osservato tutta la scena.

“Il nostro… re vuole sposarti e porre così fine alla guerra” riassunse Caleb disgustato e appallottolando la carta.

“Che schifo! No, certo che no! È morta troppa gente in questo conflitto e io voglio essere libera di scegliere il padre dei miei figli! Io sono una degli Hesenfield, non un filetto di carne!” dichiarò altera la ragazza, così fredda e orgogliosa che il postino non poté fare a meno di ammirarla.

“Sei fissata coi filetti di carne, Isabel…” ridacchiò Caleb, orgoglioso di quanto fosse cresciuta. Poi si rivolse al postino: “Di’ al sovrano che rifiutiamo! Saremo felici solo se quel bastardo muore e ricordagli che esiste un solo Re possibile, Caleb figlio di Abraham!”

“Sarà fatto, sire” e si congedò con estrema riluttanza, come se non volesse rinunciare alla visione di Isabel, vestita per la notte e quanto mai affascinante. Subito dopo, anche Kaden e Mary, appena svegliatisi, vennero informati dell’accaduto e il ragazzo disse: “Allora, la Fontana? Il mio viaggio deve compiersi, no?”

E quella frase chiuse la questione per tutti. Per tutti tranne che per Anthony, che si adirò molto non appena informato del netto diniego.

Il Re si alzò dal suo Trono e disse a voce alta: “Ascoltate tutti! Metterò a morte chiunque abbia il cognome Hesenfield, o anche solamente chi è sospettato di essere in combutta con costoro! Ed essi sapranno chi è il vero Re, e si inchineranno, e saluteranno la Storia con una fine ingloriosa!”

Esclamato quello, mandò a chiamare Kraken l’Angusto, il capo dei Draghi, per inviare una squadra in cerca degli Hesenfield.

Nel frattempo la carovana di Caleb si stava avvicinando a Sydney. Era tempo di chiudere la vicenda, per entrambe le fazioni.

Kaden e le Fontane di Luce/32

Capitolo 32

“Isabel! Prendi la tua spada! Presto!” urlò Caleb alla sorella, e quella, aprendo un’altra porta, lasciò la scena.

“Non potrò farcela da solo” mormorò, chiudendo gli occhi e prendendo consapevolezza di stare lottando contro un mostro al di sopra delle sue capacità.

Il Basilisco lanciò due laser dagli occhi e Caleb si scansò sulla destra, e poi un’altra coppia, che ferì Kaden di striscio sulla spalla destra, e poi una terza coppia che rase i capelli di Mary, la quale si era abbassata appena in tempo.

Mary tossicchiò, a causa della fuliggine. “Ma è mai possibile che con tutti i soldi che avete non avete installato un cazzo di allarme antincendio?”

Neanche a dirlo che quello si azionò, bagnando tutta la stanza e spegnendo l’incendio. Tuttavia, l’acqua non aveva certo il potere di cancellare il Basilisco, che strisciò mandando laser ovunque, e Caleb li respingeva come poteva, in attesa della sorella.

Il serpente decise poi di puntare sugli spaventatissimi Caleb e Mary, ma venne bloccato dalla coda da parte di Josafat, il quale si arrampicò sul ventre, pronto a mangiare anche il cuore del rettile; tuttavia a quest’ultimo fu sufficiente scrollarselo di dosso per mandare il Mangiacuore fuori combattimento.

Il Basilisco fu pronto per attaccare.

“Kaden! Sei stato magnifico!” Mary scelse quelle come sue ultime parole.

“Mi dispiace di essere un idiota!” esclamò Kaden. Ormai la morte si stava avvicinando…

Il Basilisco però non colpì, perché un paio di frecce, scagliate dall’arco di Isabel, colpirono il mostro ai fianchi, distraendolo.

“Dovrai combattere contro di noi, maledetto!” esclamò Isabel. Kaden la osservò meglio e notò che aveva cambiato completamente espressione: avendo osservato la madre giacente a terra e rendendosi conto che solo in quel modo aveva trovato la pace interiore, Kaden ne dedusse che lei era certamente sconvolta, ma non per questo meno determinata.

Caleb e Isabel fronteggiarono dunque il Basilisco, un essere enorme dotato di zanne lunghissime e di raggi laser che partivano dagli occhi a intervalli irregolari. Caleb aveva Mezzanotte, che gli era stata consegnata da Isabel stessa, poco prima che lei tirasse le frecce.

Fu tutta una serie di colpi andati a vuoto, da una parte e dall’altra, mentre Isabel, un po’ impedita causa dell’abito elegante usato per la cena, non riusciva a correre per attuare il piano che prevedeva di girare attorno al basilisco per confonderlo.

Kaden si rivolse a Mary, mentre il serpente colpiva ancora coi suoi raggi. “Che cosa possiamo fare?”

“Difenderci dal Mangiacuore!” rispose lei, con la voce alterata dall’ansia. Ed effettivamente Josafat era giunto di fronte a loro, ghignando malefico. Stava sentendo delle nuove prede, la sua cena non era ancora finita.

Kaden e Mary erano dunque costretti a difendersi dal Mangiacuore, e se Kaden aveva quasi sperato che con la vendetta sulla madre la sua sete omicida si sarebbe saziata, era stato smentito dai fatti, così si avventò su di lui per proteggere l’amica e affrontare un corpo a corpo fuori dalla residenza, finendo quindi per spaccare un altro vetro e arrivare nel giardino circostante, mentre all’interno si consumava uno scontro tre contro uno, poiché si era aggiunta Mary.

Lei si sentì leggermente in colpa nel lasciare Kaden da solo, ma dopo quell’avvenimento aveva troppa paura del più piccolo della famiglia Hesenfield.

Kaden e Josafat rotolarono sull’erba fresca della sera, ma Kaden notò quanto in effetti Josafat fosse più lento e meno sicuro nei movimenti… forse, dentro di lui, viveva ancora quel bambino innocente che era stato prima del fattaccio e adesso che aveva ucciso colei che gli aveva fatto tanto male, era diventato una macchina vuota, morta assieme a Katrina.

E Kaden capì che era giunto il momento di metterlo a letto. Non avrebbe desiderato che toccasse a lui, ma in effetti c’erano così tante cose che non avrebbe desiderato e che erano successe comunque, che ci si poteva fare una lista.

“Bene” si disse Kaden. “Adesso, addio. Possa tu riposare in pace. Hai sofferto troppo nella vita, è ora che tu chiuda gli occhi e ti riposi”

Non aveva idea del perché lo aveva detto, né il motivo di cotanta sicurezza, ma forse aver scoperto la storia triste del suo avversario lo aveva indotto a conoscere anche il suo punto debole. E infine, lo vide arrivare, coprendo la pur breve distanza che aveva accumulato.

Josafat balzò come un Plexigos modello puma, diretto al cuore di Kaden.

Peccato per lui che quest’ultimo lo aveva previsto, ampiamente. Il solo interesse dell’ultimo degli Hesenfield era strappargli il cuore, neanche metterlo fuori combattimento.

Kaden trasse un respiro. Uno corto, uno rauco, uno intriso di compassione, più che di rabbia. E chiuse gli occhi, per non vedere cosa sarebbe successo.

Kaden sollevò il braccio destro, riempiendolo della tecnica dell’Aria, e affondò.

Un rumore sordo di qualcosa che si spezza riempì l’aria. Un rauco rumore come di gola che gratta, segno che Josafat un tipo di voce lo aveva sviluppato.

E poi, Kaden aprì gli occhi. E li vide: due avambracci posati a terra, che terminavano con una mano destra e una sinistra.

L’aveva fatto, aveva troncato le braccia a Josafat, che in quel momento stava contorcendosi dal dolore, mentre fiotti di sangue sgorgavano sporcando tutto.

“Non nuocerai più a nessuno” Kaden trattenne una lacrima. Gli faceva pena, ma doveva farlo.

Tutto quello che aveva letto, tutto quello che Isabel gli aveva spiegato… e chi avrebbe immaginato che dopo qualche minuto avrebbe ucciso il ragazzo più sfortunato del mondo?

Aveva letto che era stato viziato, pieno di capelli ricci, tutti lo adoravano in quanto piccolo e dolce.

E poi… l’inferno. Aver perso la bambina aveva ferito Katrina in maniera così profonda da farla diventare pazza, finendo per insegnare a Josafat a diventare un assassino, e poi la follia non fece che aumentare, trovando il suo culmine alla notizia della morte di Abraham, l’unico uomo che avesse mai amato.

Mentre Kaden pensava a tutto questo, Josafat Ismael Samuel Hesenfield non si mosse più, morto dissanguato.

“Buona notte, Josafat” disse il ragazzo, per voltargli le spalle e raccogliere i cocci della sua anima, appena infrantasi. O quantomeno, avrebbe voluto: una serie di rumori, esplosioni e urla lo riportarono alla realtà.

Con lo stomaco contorto, Kaden rientrò in villa e ciò che vide non gli piacque.

Il Basilisco strisciava letale, diretto alle gambe degli eredi della famiglia.

“Lascia perdere, Isabel, e spostati” stava dicendo Caleb. “Lo distruggerò con Mezzanotte, la mia spada”

E la estrasse. “Ammira la lucentezza della lama. Con lei, posso mirare il brutto volto del Basilisco come e quando voglio”

E così fece. Chiuse gli occhi e, fidandosi delle vibrazioni che gli dava il manico che respingeva violente scariche di raggi laser come fossero state noccioline, puntò alla testa, che doveva trovarsi in direzione dei raggi.

E con un colpo secco, il corridoio si riempì di sangue. Il mostro era morto e Mary era semplicemente ammirata.

“Alla fine sei riuscito a eliminarlo da solo” disse. “Come mai allora non ci hai pensato prima?”

Caleb scosse la testa e non rispose. Piuttosto, si accasciò a terra, singhiozzando , presto imitato da Isabel.

“Josafat…” disse lei “Josafat… dov’è…”

“Stava per uccidermi” disse Kaden. “Mi dispiace. Ho dovuto farlo. Adesso riposa e nulla più di questo mondo può ferirlo”

Kaden si rese conto che c’era gente che solo con la morte poteva trovare la pace, perché vivere era diventato impossibile. Due di queste erano Katrina e suo figlio, e per una strana coincidenza avevano trovato la serenità la stessa sera.

Seguì una pausa lunghissima, in cui Caleb e Isabel piansero i loro morti e li seppellirono accanto, proprio fuori dalla villa.

Furono due tumuli spogli, scavati in maniera perpendicolare all’edificio, in modo da guardare la Luna, che in quel momento era parzialmente coperta da un Drago che volava molto in alto.

“E adesso che succederà?” chiese Mary.

Kaden rispose: “Io devo comunque andare a Sydney. Chi se la sente, mi accompagnerà” e cominciò a fare strada allontanandosi dal gruppo, ma Mary lo richiamò con la voce. “Fermo! Credi davvero che dopo tutto questo ti lasceremmo andare da solo? Io ad ogni modo non posso, perché ormai voglio vedere con i miei occhi la capitale”

“Io devo reclamare il Trono” disse Caleb, spaventato alla sola idea.

“E io devo proteggere mio fratello” concluse Isabel, la quale era cambiata tantissimo in un giorno solo. Aver visto morire la madre l’aveva resa non solo più affascinante, ma più determinata e pronta ad accettare cose orribili come la guerra, pur di mettere fine alle sofferenze del mondo. Insomma, non era più tempo di ballare e si rese conto che lasciare la truppa personale era stato un errore.

Kaden era stupito nel sentire ciò che aveva sentito.

“Non ho capito” affermò, ancora fermo a pochi passi dai tumuli. “Voi vorreste aiutarmi ad aprire la Fontana?”

“Sì, è la cosa giusta per noi e anche per te. Per quanto tu sia cresciuto, non sei ancora in grado di cavartela nella città più protetta al mondo” disse Caleb. “Hai la protezione degli Hesenfield, il che non è poco”

“Bene, meno male”  rispose Kaden, e sorrise. Era bello e confortante sapere di non essere soli. “Anche perché non ho proprio idea di dove andare. Quanto tempo ci vuole per arrivare a Sidney?”

“Poco se usiamo un mezzo, un giorno e mezzo. E ti assicuro che non ci saranno intoppi, siamo due dei migliori atleti in circolazione, nessuno può batterci” disse Isabel, sicura come non mai.

“Sei sicura di accompagnarmi vestita in questo modo, sorella?” disse Caleb, guardandola perplesso. “Non dobbiamo andare a una serata di gala”

“Oh, già, scusatemi” e, imbarazzata, andò a cambiarsi e mettersi un vestito più adatto a un viaggio.

Lasciati soli, quindi, Caleb chiese a Kaden: “Dimmi di Josafat”

Kaden avrebbe preferito raccontare gli ultimi istanti di vita del Mangiacuore in un momento più lontano, a mezzogiorno e nel conforto di una casa sicura, non di sera e proprio accanto alla sua tomba. Tuttavia lo fece, e precisò che si era trattato di legittima difesa.

Caleb sospirò. “Stai parlando con uno che ha ucciso suo fratello e ha lasciato che sua madre morisse. Tutti abbiamo peccato, e io non posso giudicarti, piuttosto dovremmo aiutarci a vicenda. Sai maneggiare Olocausto, a quanto so”

“Si chiama Giustizia, adesso” rispose Kaden, adirato. Perché tutti si ostinavano a chiamare la sua spada con quel nomignolo?

“Comunque sia, ecco Isabel. Andiamo”

E partirono, scortati dalle carrozze con cui erano arrivati, diretti verso la Capitale.

Sydney, la città inespugnabile e tuttora inespugnata, nonostante diversi anni di assedio.

E inoltre, vi era Kraken l’Angusto in persona a presidiare quelle strade, non vi era nessuno al mondo in grado di oltrepassare le pesanti porte d’acciaio senza permesso.

Re Anthony aveva messo dunque la metropoli in fermento, coi preparativi per la cerimonia dell’Incoronazione. Una volta appreso della morte della sua matrigna, aveva capito che era rimasto solo lui come unico sovrano incontrastato, ed aveva pensato di rendere l’evento ufficiale e quindi riunire l’Australia sotto la sua bandiera sotto gli occhi del popolo.

“Per quanto riguarda le persone che vengono da lontano come facciamo? Abbiamo dato pochissimo preavviso, molti non potranno convenire. Inoltre, i treni sono stati dismessi” disse uno dei servitori.

A sentire quelle parole, Re Anthony ebbe la sensazione che sarebbe stata una festa molto intima.

“Meglio così, il Banchetto non sarà esoso” rispose. “Per poter permettere alla gente fedele al Re ma che non si trova nei miei territori, faremo installare dei maxi schermi in tutto il regno. In una settimana ce la faremo”

“Perdonatemi, Maestà, ma cosa sarebbero?” chiese il servitore.

Per tutta risposta, il Re prese un rotolo dalla biblioteca privata e lo mostrò.

“Questi sono schermi. Una volta, prima dell’Apocalisse, erano molto in voga. Poi sono stati soppiantati dalle macchine tele trasportatrici, ma noi non ne abbiamo. Pertanto, risolleveremo le vecchie tecnologie e permetteremo anche alla gente povera di vedermi incoronato”

Il servitore era più confuso che persuaso, visto che non capiva come funzionava, ma annuì e si allontanò dal Re.

Anthony tornò ad osservare il magnifico panorama. Vedere la capitale, che maestosa proliferava, mentre un Drago volava alto nel cielo, era qualcosa di magnifico e sensazionale, e lo aiutava a snebbiare la mente.

Nessuno aveva trovato ancora Kaden, il ragazzo che aveva aperto due delle tre Fontane.

Lui era al sicuro, ma lo preoccupava quella falla. Doveva assolutamente fermarlo, per essere ancora più sicuro che nessuna minaccia potesse toccarlo. Inoltre, da quando Isaiah Hesenfield aveva occupato Perth, non aveva più ricevuto informazioni sui territori dell’Ovest e non aveva idea di quale sarebbe stata la prossima mossa, e inoltre non aveva neanche tempo di pensarci, poiché aveva intenzione di attaccare Kashnaville e occuparla, ora che era morta Margareth.

Ciò che Anthony non sapeva era che Isaiah stava preparando una flotta diretta a Sydney, mentre Caleb aveva reclamato come suo il territorio della regina Margareth, ma che avrebbe governato un altro dei suoi capitani in vece sua.

In ogni caso, gli Hesenfield potevano fare di nascosto ciò che volevano: una volta auto proclamatosi Re, di lì a sei giorni, tutti avrebbero dovuto chinare il capo, senza se e senza ma.

Kaden e le Fontane di Luce/31

Con questo capitolo voglio festeggiare le mie ventisette primavere. Tanti auguri a me e grazie a voi per tutto il vostro supporto ❤ 

Capitolo 31

Villa Hesenfield, 14 aprile 2039

Caro diario,

sapevamo tutti e due che prima o poi sarebbe successo perché papà lo diceva sempre, e alla fine è successo.

Ricordi il vecchio albero di mele? È diventato vecchio, e l’abbiamo sradicato. Papà dice che gli serviva “spazio”, ma io penso che è perché abbiamo provato a far rimanere nostra sorella Isabel sui rami più alti.

Ma insomma, che possiamo farci se io, Caleb, Isaiah e Jakob pensiamo che sia scema? E allora le abbiamo detto che c’era un gattino (sai quelli che sparano i laser? Wow!) così è salita ma non trovando niente ci siamo fatti tante risate fino a sera.

Quanti ricordi! E adesso non c’è più niente. Mi mancherà quell’albero di mele.

Villa Hesenfield, 12 giugno 2039

Caro Diario,

come stai? Era da un po’ di mesi che non ci scrivevamo, vero?

Insomma, qui è tutto come al solito. Mamma e papà litigano e nessuno vuole dirmi perché.

Sono troppo piccolo? O forse perché non posso parlare?

Villa Hesenfield, 15 agosto 2039

Caro Diario,

la gita ad Adelaide è stata spettacolare! C’era il circo, tanti animali feroci e giuro di aver visto un Plexigos! Uno vero, che sparava raggi! Fichissimo!

Però mamma ha detto che vorrebbe vivere qui con Isabel. Chissà cosa voleva dire. Forse vuole curarsi il pancione che le sta venendo?

Villa Hesenfield, 9 settembre 2039

Carissimo Diario,

è stata una bella estate, dopotutto! Caleb e Isaiah mi hanno portato al lago e ci siamo divertiti tantissimo! Abbiamo pescato le carpe, le anguille… una l’ho presa con le mani, ma Caleb mi ha detto che non si fa.

“Non devi fare come Isaiah! Quello è stupido!” e infatti poi si sono presi a colpi di anguilla in faccia!

Ma oggi è il mio compleanno, come ben sai. Papà mi ha fatto entrare nel suo studio, finalmente! Ma non è questo il regalo.

Mi ha fatto aprire un pacchetto e… non potevo crederci! Un apparecchio per parlare!

Come ha detto che si chiamava? Laringofono, se non sbaglio.

Sono troppo contento! Potrò realizzare il mio sogno: svegliare Caleb nella notte!

Villa Hesenfield, 8 gennaio 2040

Caro Diario,

buon anno! Lo so, dovrei scrivere un po’ più spesso, ma che vuoi farci. Sono molto triste.

Mamma ha detto di andarsene. Gridava, sai. E poi, ho visto una cosa brutta.

Stavo passeggiando nei corridoi cantando, come ormai sono abituato, e la porta della stanza di mamma era un po’ aperta.

Ho visto… lo voglio scrivere, magari mi passa.

Mamma ha mangiato il cuore di una bambina! Era piccola, sul tavolo, coperta di sangue! Non riesco a pensarci! Non riesco a dormire più!

Qualcuno mi aiuti!

Villa Hesenfield, 10 gennaio 2040

Sto diventando pazzo, credo, Diario.

Mamma e Isabel sono partite per non so dove. Pioveva, e io mi sono messo anche a piangere, ma non c’è stato niente da fare, anzi, papà mi ha dato anche una sberla.

“I veri Hesenfield non piangono per queste cose!“ mi ha detto.

Però io sto impazzendo, davvero! La mia mano trema e devo stare calmo! Ho anche visto il nonno morire e avevo il braccio sporco di sangue… tutti mi guardano con occhi strani, ma giuro che non ne so niente!

Villa Hesenfield, 13 gennaio 2040

Diario, ti prego, aiutami! Io… sono di nuovo sporco di sangue e ci sono momenti in cui non ricordo dove sono! E il momento dopo ho il cuore in mano! Papà dice che vuole buttarmi fuori di casa e non mi vuole più come figlio.

Ma io non so dove andare e ho bisogno di mangiare cuori! Dimmi, come mai nessuno mi capisce?

 

C’era una pagina vuota, poi, solo altre due parole.

 

Aiutami, Diario…

 

Non c’era altro, se non scarabocchi incomprensibili, che proseguivano per diverse pagine. Altri scarabocchi erano stati impressi così forte da aver bucato la pagina.

Se Kaden avesse mai voluto sapere cosa fosse successo al Mangiacuore, se ne pentì amaramente.

Aveva cominciato a leggere quel diario. Prima si era divertito, vedendo i pensieri di un bambino di sette anni molto viziato, ma poi, col passare del tempo, le vicende riportate diventavano sempre più oscure, fino a quella terribile ultima pagina.

Josafat Hesenfield, macchiatosi di omicidio alla sola età di sette anni.

“Quindi, tuo fratello… ha ucciso il padre di Abraham?” chiese Mary ad Isabel, ancora disperata e coccolando il Mangiacuore.

“Sì… lui non si è mai reso conto del vero motivo per cui è cambiato. Neanche noi, a dire il vero. Nessuno ha mai saputo cosa gli fosse successo. Sapevamo solo che a un certo punto nostro fratello aveva scatti d’ira che lo portavano a mangiare il cuore delle persone, e Caleb me lo comunicava attraverso le lettere, ma finché non abbiamo trovato questo reperto, nessuno avrebbe mai potuto indovinare che fosse per quel motivo. Il fatto è che nostra madre ha dato alla luce un’altra bambina, solo che lei… non ce l’ha fatta. È nata, ma dopo qualche secondo è morta. Sarah Ester Mariah Hesenfield, così compare nella tomba. Ed è anche per questo che i miei litigavano. Sapevamo che quella bambina sarebbe nata con qualche problema. Papà voleva che mamma abortisse, piuttosto che allevare uno “sgorbio”, come diceva lui, mamma invece l’ha tenuta, facendo di tutto per portare avanti la gravidanza. È stata talmente… disperata, forse, che le ha mangiato il cuore, in un tentativo di tenerla per sé, però purtroppo Josafat l’ha vista compiere questo atto scellerato, ed è diventato pazzo”

Kaden deglutì. “E il diario, come l’avete trovato?”

Isabel rispose: “Volevo tenere qualcosa dei miei fratelli, il giorno in cui partimmo da Villa Hesenfield. Ad esempio a Caleb ho rubato una coppa d’oro massiccio, un pezzo introvabile e preziosissimo, riservato agli eredi della Casa, da cui dovevano bere quando raggiungevano la maggiore età e quindi l’effettiva eredità. Isaiah invece mi ha regalato il medaglione” e lo sollevò dal petto per mostrarlo meglio. “Se lo apri c’è la foto di famiglia, ovvero quando Josafat era ancora piccolino e in fasce. Lo rimuovo solo quando dormo. Del mio fratello più piccolo ho questo diario, che ho prelevato solo in un secondo momento. Ho chiesto a Caleb di darmi un qualsiasi oggetto, e lui mi ha dato questo, non so nemmeno come lo abbia trovato. Non credo che lo abbia mai letto. E infine, io. Ho donato ai gemelli il mio anello preferito… adesso non mi entra più, ormai, ma credo che tutti questi oggetti rappresentino il legame fra i figli Hesenfield, a prescindere dalla distanza e dalla lontananza che abbiamo patito.”

Caleb aggiunse: “È Isaiah che tiene l’anello, Isabel. Dice che è il suo portafortuna”

“Lo so” rispose lei. “Mi scrive tutti i giorni, come dovrebbe fare qualcun altro”

Caleb arrossì di dispiacere.

“Jakob cosa ti ha regalato?” chiese Kaden. D’un tratto si rese conto che le stava parlando, ma una volta passato il primo impatto e dopo aver letto il diario, non rimaneva che una ragazza impaurita e bisognosa di affetto.

“Oh, sì… come Caleb, Jakob è molto geloso delle sue cose. Così, prima di andarmene e dopo aver trafugato la coppa, a Jakob ho preso questo”

Si alzò e prese da un busto collocato in un angolo della stanza una tiara. Sembrava preziosissima, e terminava con una pietra blu.

“Bella, vero? Si indossa sul capo, solo che è molto pesante perché la pietra è uno zaffiro vero. Non ho idea del perché Jakob, così giovane, avesse una tiara nella sua stanza, ma ritengo che sia stata un dono di papà per quando si sarebbe sposato. Voglio dire, non avrebbe mai ereditato la Villa, il minimo che lui potesse fare era donare alla futura amata un oggetto degno di questo nome. Solo che io me ne sono impossessata, e adesso lo metto solo quando devo ballare davanti a tutti”

“Certo che Abraham è proprio strano… mettere in testa ai suoi figli cose come eredità, successione e matrimonio sin da piccoli” osservò Kaden. Il paragone lo faceva con suo padre, il quale non si è mai interessato di quegli aspetti.

Isabel fece spallucce. “Devi capire che noi siamo gli Hesenfield, non siamo come gli altri. Siamo una famiglia superiore, che esiste da secoli. Per questo dobbiamo mantenere il nostro nome vivo e per questo Caleb deve diventare Re, per mantenere inalterate le volontà di Padre Isaac, il quale ha anche inventato il nostro motto a memoria imperitura per i posteri: totus tuus

Seguì un lungo momento di silenzio, rotto solo dall’orologio a pendolo della camera di Isabel.

“Immagino che resterete per cena e per la notte, vero? E poi partirete per Sydney” disse lei. “Siate buoni con mia madre, ha subìto diversi lutti e adesso che Josafat è a casa credo che i dolori si amplificheranno”

“Ma figurati” la rassicurò Mary. “Non siamo certo dei guerrafondai. Siamo partiti perché dobbiamo, e stiamo conoscendo noi stessi attraverso le mille difficoltà che abbiamo passato”

“Mi fa piacere sentirlo dire. Adesso mi cambio e andiamo a cenare, voi fate come se foste a casa vostra, vi saranno assegnate delle stanze per stanotte”

Kaden aveva sperato che non ce ne fossero costringendosi quindi a dormire con la ragazza e si vergognò per averlo pensato. Invece trovarono dei vestiti maschili adatti a lui e si presentò in maniera molto elegante alla cena preparata per cinque persone, con Katrina a capotavola.

Se Kaden vide per la prima volta Mary vestita in maniera appropriata a una femmina, secondo il suo stereotipo, non era nulla in confronto a Isabel, che sembrava scesa direttamente dal cielo col suo vestito rosa molto elegante che le lasciava aperte le spalle e sedeva alla destra della madre, quindi di fronte a Caleb, che aveva scelto un normale completo nero.

Una portata dopo l’altra, tutto sembrava procedere per la normalità, anche se a detta di Kaden mancava un po’ il dialogo, sembrando costantemente di essere dei pesci fuor d’acqua. Niente a che vedere con i cenoni molto poco austeri che si organizzavano periodicamente nella sua famiglia, pieni di caciara e cibo di bassa lega.

E, d’un tratto, Kaden sentì una fitta al cuore. Gli mancavano, gli mancavano davvero, tutti quanti e si ripromesse di accendere l’ultima Fontana quanto prima.

“A proposito, dov’è Josafat?” chiese Mary d’un tratto, dopo aver finito la sua porzione di dolce. “Non lo avevi incatenato?”

Solo allora Kaden notò che Caleb si era slegato da Josafat, forse per poter mangiare meglio.  Quegli stava per rispondere, ma Katrina fu più veloce. “Hai… incatenato mio figlio? Caleb, è tuo fratello, tuo fratello, misericordia!” e sbatté le mani sul tavolo, alzandosi.

“Madre” cominciò Caleb, ma Katrina era ormai un fiume in piena. “Disgraziato!” esclamò, lanciando una sfera d’aria sul petto del primogenito, che volò e sbatté sulla porta della stanza, essendo stato catapultato lontano dalla tavola.

“E voi?” chiese Katrina, come se si fosse solo allora resa conto della presenza di estranei. “Che ci fate in questa casa? Non siete graditi, per niente… son sicura che anche voi siete stati d’accordo nell’ammanettare mio figlio come se fosse il peggior criminale, ma la verità è che non sapete nulla, NULLA!”

Sollevò in aria il tavolo e tutto ciò che vi era sopra venne scaraventato ovunque, persino il candelabro, che a contatto col pavimento si ruppe lasciando che le candele si incendiassero.

Katrina sembrava folle, mentre Isabel piangeva, ancora inchiodata sulla sedia, biascicando: “Madre, basta… Josafat è…”

“ZITTA! Hai lasciato che questi plebei entrassero nella nostra dimora e dettassero legge A CASA MIA! Ma lo sai chi sono io? La moglie di Abraham Hesenfield, la Regina di questo Paese! E non permetterò che facciate qualcosa a mio figlio! Il mio adorato!”

E, usando un colpo a due mani, colpì anche Isabel, che cadde trasportata dalla sedia.

“Ehi, basta!” esclamò Kaden, alzandosi e fronteggiando la donna.

“Sì, basta! Hai ragione, negro” disse lei. “Adesso chiamerò il mio animale domestico, che vi mangerà tutti!”

Kaden e Mary si guardarono, come aspettandosi un cane o un gatto, ma da sotto il pavimento spuntò fuori un vero e proprio serpente enorme, che stava schioccando la lingua.

“Ecco a voi l’unico esemplare di Basilisco rimasto sulla Terra” disse Katrina, sibilando le parole. Era totalmente fuori di sé. “Il mio bambino! Pagherete tutti per ciò che gli avete fatto!”

“Madre!” esclamò Caleb, ancora massaggiandosi il petto. Era disperato quanto la genitrice fosse furibonda. “Non è colpa di nessuno! Ha solo visto ciò che non doveva vedere!”

Al che, mentre il Basilisco cominciava a colpire Kaden e Mary, Katrina si guardò a destra e a sinistra, mentre le fiamme cominciavano ad intrappolare tutti i presenti. “Io… io ho fatto questo? Ma Sarah… Sarah vive in me, dovevo farlo!”

Isabel smise di piangere, rendendosi conto che sua madre aveva smesso di vivere nel momento in cui aveva compiuto quel gesto folle. Aveva davvero capito solo allora tutte le volte che lei era stata assente e distratta in tutti quegli anni, e parlava di Sarah come se fosse ancora viva. Anzi, qualche volta chiamava lei stessa col nome della piccola defunta.

“Mi dispiace… JOSAFAT! PERDONAMI, SE PUOI!”

Come se fosse stato chiamato, Josafat entrò nel soggiorno spaccando un vetro da fuori e, in preda all’ira e sapendo che tutta la sua esistenza lo aveva portato a quel momento, allungò la destra e prese il cuore della madre, sfondandola da dietro.

Kaden non aveva mai visto quel momento in diretta, anche se ci era andato vicino più volte, ma sapeva che non avrebbe mai dimenticato la voracità, il sangue e il ghigno soddisfatto misto alle lacrime che Josafat stava mostrando in quel frangente, mentre si nutriva del cuore della genitrice.

Che Josafat stesse vendicando Sarah, nessuno l’avrebbe mai saputo.

“KADEN!”

La voce di Mary che lo traeva a sé mentre le enormi fauci del Basilisco scattavano a vuoto lo riportò alla cruda realtà. Era in mezzo all’inferno, con un Basilisco che girava loro attorno, e Josafat gustava il suo pasto del tutto ignaro.

Kaden e le Fontane di Luce/30

Capitolo 30

Villa Katrina era situata appena fuori dalla città e, data la sua imponenza, si stagliava all’orizzonte dominando il paesaggio circostante.

Essendo che la scorta di Caleb, che accompagnava lui, suo fratello Josafat, Kaden e Mary era giunta al tramonto, il primogenito degli Hesenfield ebbe modo di vedere l’edificio immerso nell’oro del sole che affondava.

Era la prima volta che guardava la residenza di sua madre e ne restò affascinato, e dovette riconoscere che era anche somigliante alla Villa che si trovava a miglia più a nord. Contava di tre piani costellati da grandi vetrate, con al centro un’ampia e spaziosa balconata che dava sull’ingresso, e in cima un piccolo orologio che segnava le ore dipinte a mano.

A proteggere la villa, vi era un picchetto, che faceva da guardia al cancello.

“Caleb Hesenfield chiede udienza” disse il cocchiere che comandava la prima delle tre carrozze che erano giunte sin lì dopo un giorno circa di viaggio.

“Caleb, il figlio di Katrina?” chiese una delle guardie davanti il portone che l’Hesenfield osservava con interesse.

“Proprio così” rispose il conducente, senza guardarlo e osservando invece l’edificio che incuteva timore, pur non essendo cupo come la Villa originale. “Deve conferire con sua madre, assieme a suo fratello Josafat. Fatelo entrare, o vi pentirete di aver occluso l’ingresso alla casa del Re”

Così chiamarono un inserviente che lesto si avviò verso la casa per annunciare il tanto decantato “figlio” e cinque minuti dopo tornò con la risposta.

“Katrina e Isabel Hesenfield sono liete di accogliere nella loro dimora i figli e i fratelli perduti” e detto quello i cancelli si aprirono.

“I guardiani non si fidano della tua identità” osservò Mary.

“Lo credo bene, credendomi morto” disse Caleb. “Ma non lo sono, e ho intenzione di avere un lungo dialogo con mia madre. È una donna molto severa, ma non ho idea di quello che troverò nella casa. Voi fate quanto sto per dirvi: non ficcate il naso da nessuna parte, fatevi sempre i fatti vostri e parlate solo se strettamente necessario. Sarò io a dire che ho ucciso mio fratello, ma voi non prenderete le difese di nessuno. Credetemi, è meglio così. Infine, anche fra noi Hesenfield vigono le ferree regole dell’ospitalità, pertanto essendo miei ospiti sarete trattati col massimo riguardo, fintantoché seguirete quanto vi ho detto”

Kaden immaginò un sacco di codici e regole dettate dall’etichetta e represse un brivido. A casa sua non sapevano nemmeno cosa fosse! Ma come facevano i nobili a vivere seguendo quello stile?

Nel frattempo Caleb osservò per bene il parco e notò che la maggior parte di quello era occupato da un imponente gazebo in legno, che copriva uno spiazzale altrettanto imponente. Sotto al gazebo, una specie di palcoscenico.

Infine, le carrozze si fermarono, proprio mentre il primogenito si stava chiedendo a cosa potesse servire un palcoscenico lì, nel nulla sperduto.

I quattro scesero e Caleb sussurrò a Josafat: “Ecco, la vedi? È la casa di mamma, questa… la casa di mamma, Josafat! Comportati bene!”

Josafat sembrò avere recepito, ma non era del tutto tranquillo.

“Hai notato, Kaden?” chiese Mary. “Il Mangiacuore trema tutte le volte che si dice mamma

Kaden scrollò le spalle. “Veramente, se non me l’avessi detto, non me ne sarei accorto”

“Perché sei uno stupido” lo rimbeccò Mary, poi tornò ad osservare i saluti che stavano facendo a Caleb.

“Benvenuto…” disse una cameriera.

“… A Villa Katrina” completò l’altra.

Superato l’atrio d’Ingresso, venne ricevuto nel soggiorno, che era altrettanto ampio. Nemmeno il tempo di capire come fosse composta la stanza che una grossa figura vestita di nero abbracciò Caleb stringendolo il più possibile.

“CALEB! CALEB, OH MIO DIO SEI VIVO!”

E proruppe in lacrime. Anche quegli ricambiò l’abbraccio, un po’ in imbarazzo.

“Quanto tempo… e c’è anche Josafat! Mi siete mancati tantissimo, tutti! E questi chi sono, i tuoi amici, eh? Dimmi che non te ne andrai, ti prego!”

Caleb scosse la testa, nel vedere gli occhi di sua madre supplicarlo. Non lo aveva previsto, qualcosa nel suo sguardo sembrava vacuo e disperato, totalmente diverso dal gelo e dal sarcasmo che era stato presente ai tempi della sua giovinezza. E tuttavia erano sempre gli stessi occhi. Evidentemente i diversi lutti degli ultimi giorni l’avevano scossa, ma Caleb aveva la sensazione che ci fosse dell’altro, qualcosa che la tormentava, e lo sapeva perché lui stesso stava vivendo quelle turbolenze.

“Non ho previsto un lungo soggiorno, madre” disse infine, dopo una lunga pausa esitante. “Tuttavia, ho bisogno di discutere con voi i futuri movimenti degli Hesenfield alla luce delle novità che porto”

Katrina sgranò gli occhi e si rabbuiò.

“Oh… beh, in tal caso devi parlare con tua sorella… tua sorella. La trovi nella sua stanza… ma perché non vuoi parlare con me? E chi sono costoro?”

“Sono miei ospiti, madre” disse Caleb. “Avrai visto la foto di questo ragazzo su tutti i giornali e lei è colei che lo accompagna. Apriranno le Fontane, madre! Tutto ciò per cui abbiamo sofferto non sarà che un ricordo!”

Ma Katrina affondò su una poltrona. Kaden la guardò meglio adesso che aveva smesso di agitarsi. Indossava un completo nero e, oltre i capelli eccessivamente arruffati, sembrava non dormisse da parecchio tempo, e due occhi, che un tempo dovevano essere stati belli quanto freddi, adesso erano spiritati e cerchiati da profonde occhiaie.

Erano i chiari segni di due profondi lutti.

“Caleb” disse infine Katrina “ti prego, resta. Noi abbiamo… abbiamo bisogno di te e del piccolo Josafat. Josafat, ti prego, ti prego, mi dispiace! Perdonami, figliolo!”

Detto quello, si prostrò a terra davanti al figlio che era rimasto impassibile fino a quel momento. Tuttavia quel gesto non venne capito da nessuno dei presenti.

Dopo aver detto varie volte perdonami, Katrina si rialzò continuando a piangere. “Dov’è Isabel?”

Kaden sentì del dolore allo stomaco.

“È in camera sua a… a esercitarsi” disse Katrina, e Caleb fece dietrofront, seguito a ruota da Kaden e Mary, che secondo istruzioni rimasero muti calandosi perfettamente nel ruolo di ombra che era stato loro imposto.

Il primogenito  chiamò alcuni dei governanti della casa e chiese istruzioni su come raggiungere le stanze di Isabel, mentre ad altri diede ordine di preparare una tisana molto forte per la madre.

Kaden aveva pensato più volte, non volendo, su come fosse fatta Isabel e se per metà era curioso, per metà era atterrito. Da chi aveva preso la figlia Hesenfield?

Infine, dopo aver preso una scala sulla destra e aver superato alcuni corridoi, alla fine arrivarono alla camera della sorella, una porta dipinta di rosa, che stonava col resto dello stile bianco e nero.

“Questo rosa deve sparire” annunciò Caleb alla governante, che annuì e bussò, allontanandosi solo dopo che le fu detto di entrare.

Kaden si accorse di avere di battiti accelerati. Solo una porta, ormai, lo separava da Isabel. Porta che venne aperta troppo in fretta, e che lasciava sfuggire della musica tribale che lui perlomeno non aveva mai sentito.

Caleb abbassò dunque la maniglia. Quindici anni prima, la stanza di Isabel era arredata da un letto a baldacchino rosa a fantasie floreali pieno di orsacchiotti e delfini di peluche. Adesso il letto a baldacchino rosa era rimasto, ma al posto dei peluche vi erano affissi articoli di giornale che riguardavano lui e i suoi fratelli e anche armi da guerra, quella che sembrava una lettera e varie armature. Tutt’attorno, strane statue di legno che richiamavano tribù altrettanto strane.

Esattamente al centro della stanza, la donna più bella del mondo danzava ancheggiando sensualmente, tenendo le braccia in alto.

Forse qualcuno avrebbe potuto dire che era bella, ma la definizione di bellezza stessa non rendeva l’idea.

I suoi lunghi capelli corvini, i suoi occhi azzurro cielo, le curve molto generose e quegli abiti succinti… insomma, in quel momento nessuno al mondo, neanche suo fratello, avrebbe potuto dire di no a quell’invito erotico.

Ad ogni modo, non vi fu nessun invito e Isabel osservò il fratello sorridendo. Kaden seppe in quel momento che non vi era più bisogno di aprire alcuna Fontana, dato che quel sorriso bastava e avanzava per ridare la felicità al mondo oppresso. Anzi, si rese conto che era vissuto proprio per vedere quel sorriso.

“Caleb! Sei tu!”  esclamò, e gli si gettò al collo abbracciandolo. Mary si stizzì impercettibilmente dato che odiava il contatto fisico e aveva già visto un abbraccio poco prima, mentre Kaden provò un desiderio assurdo quanto intenso di abbracciare anche lui Isabel e dirle che le dispiaceva della morte di Abraham e Jakob.

“Mi sei mancato tantissimo! E qui va tutto a rotoli… meno male che ho scoperto la Danza del Ventre e mi rilasso con quella! Hai visto il gazebo fuori? Ci sono un sacco di uomini che darebbero le proprie vene per vedermi ballare! E tu invece? Come ti senti? Sei venuto con Josafat? Dio, quanto mi mancate! Ho molto bisogno di sfogarmi, e mamma non capisce più nulla… accomodati, dai!”

Caleb, a malincuore, ricambiò l’abbraccio senza dire una parola. Poi baciò sulla fronte la sorella e le disse: “Isabel, siediti. Sediamoci tutti, e ripercorreremo quei momenti”

Isabel, che invece di sedersi incrociò le gambe sul suo letto, in quel modo venne a conoscenza di Mary e Kaden, e mentre Caleb parlava, molte lacrime vennero versate da tutti. Caleb parlò molto e con dovizia di particolari, dicendo anche più del necessario, scoprendosi del tutto e comunicando all’esterno il caos che regnava dentro di lui, sfogandosi con la sorella e sapendo che anche lei avrebbe fatto lo stesso.

“Infine” disse dopo più di un’ora “abbiamo aperto la Fontana Kashna e al contempo ho reclamato il Trono di Sydney. Ad oggi c’è già l’Australia unita, poiché come ultimo re rimasto è Anthony, il quale tuttavia controlla tutti i territori ad Est, che sono ben difesi. Noi invece abbiamo il dominio ad Ovest e al Centro, dove ad Ovest c’è Isaiah a governare. Spero che non abbia subito troppi danni e possa inviare almeno una flotta a Sydney per aiutarmi”

“Già…” disse Isabel, molto rabbuiata e ancora rossa per il gran pianto. A Kaden parve mezzanotte, guardandola. “Sono sicura che Frederick abbia cremato papà e Jakob, tranquillo. E non ti giudico per… averlo fatto, sai. Forse solo in quel modo hai potuto dare un po’ di pace alla sua anima, poveraccio”

Caleb dovette riconoscere che la sorella era cresciuta tantissimo in quegli anni e finalmente poteva considerarla una sua pari. Non c’era da stupirsi se comandava addirittura una truppa. “Tu invece sei stata sconfitta ad Est?”

“No” disse lei. “In realtà, ho dimesso il mio incarico di comandante, quindi Re Anthony ha sconfitto il generale che avevo indicato come mio successore, non me”

“Hai ragione” disse Caleb. Poi sospirò, guardando il fratello più piccolo dormire sul pavimento come se fosse sempre stato a casa sua e il tempo non fosse mai passato. Lui sapeva infatti che fra Isabel e (il) futuro Mangiacuore era sempre intercorso un fortissimo legame, dato che lei lo teneva sempre in braccio. “Senti, ma… per caso sai perché nostra madre ha implorato perdono a Josafat?”

“Oh… quella storia. Forse è meglio se non la conosci” tagliò corto Isabel, per poi lanciare uno sguardo agli ospiti.

“E voi chi siete? Perché ve ne state così muti e depressi? I vostri morti non vorrebbero quell’aspetto, vero? Invece bisogna sorridere! Coraggio, che avete aperto due Fontane e ve ne manca solo una!”

Kaden scoprì di avere la bocca secca. Davvero gli aveva parlato? Ed erano gli angeli del paradiso a dirgli che andava tutto bene?

Mary disse “Be’, allora perché non ci dai una mano a combattere?”

“No, io… io preferisco ballare” disse Isabel. “Non avete idea di quante persone vengano per me, per guardarmi ballare. Sono bellissima, il sogno di tutti quelli che mi vedono. Ma la danza è l’unico modo che ho per rilassarmi, in questi tempi tormentati. Non ho più voluto combattere, dopo che ho ucciso con le mie mani uno degli uomini del Re Anthony. Adesso so come vi sentite voi, e se un solo uomo mi fa star male, non so pensare cosa alberga in te e in Isaiah… e nel piccolo Josafat. Josafat!” esclamò, lanciandosi verso il Mangiacuore e abbracciandolo, tuttavia destandolo dal sonno.

“T… ti giuro… che non volevo! Nessuno lo voleva! È stato un incidente, Josafat! Perdona la mamma! Ti prego!” e singhiozzò.

Anche Mary si rabbonì nei confronti di Isabel e provò a dire qualcosa. “Ma… che cosa gli è successo? La cosa interessa anche me, dato che ha cercato di uccidermi”

“Cosa?” chiese Isabel, con la faccia affondata nel collo del fratello stordito. “Io non volevo… è tutto scritto nel diario, ma Caleb, tu non leggere, non voglio”

Caleb però era ormai vinto dalla curiosità, così si alzò e, ben sapendo che Isabel l’aveva redarguito dall’immischiarsi in quella faccenda, in maniera molto furtiva e facendo cenno ai due estranei di far silenzio, cercò egli stesso il diario di cui stava parlando la ragazza.

Dopo aver provato diverse ante, fu Kaden a trovarlo nell’ultimo cassetto del comodino accanto al letto di Isabel. Caleb scoprì il ragazzo con in mano il reperto e lo fulminò con lo sguardo. “Perché ficchi le tue sudicie mani negli stipetti di mia sorella? E se le avessi toccato le mutande?” sibilò irato.

Kaden avvampò e rispose “N-no di certo… io stavo dandoti u-una mano…”

Caleb gli strappò di mano il diario, anche se non poteva evitare che guardassero anche lui e Mary, e finalmente vide ciò che era scritto sul frontespizio blu. Era datato 2039 della Seconda Era, il che voleva dire che partiva da quando Josafat aveva sì e no cinque anni e copriva lo spazio di altri due.

Nella seconda di copertina, c’era una nota a mano scritta da una grafia molto infantile.

Questo diario è di Josafat Hesenfield. Non lo toccate!

Kaden e le Fontane di Luce/29

Capitolo 29

Il problema era che Vanità era posta in un luogo non raggiungibile senza essere visto dai due contendenti, che, anche se stavano azzuffandosi, egli era sicuro che non l’avevano persa di vista.

Eppure, doveva prenderla, senza far capire a Margareth che era arrivato alla soluzione del dilemma.

Infine, un forte scossone e i due duellanti ripresero fiato, osservandosi in cagnesco.

“Maledetta cagna…” commentò Caleb, ormai nelle condizioni per insultare la regina. “Perché non cadi? Eh? Troppo ingenuo era, mio padre, che vi voleva vermi striscianti! Voi non striscereste nemmeno per chiedere un bicchiere d’acqua in mezzo al deserto!”

“Brutto bastardo… come osi parlare in questo modo alla tua regina? Ti ricordo che nessuno mi ha ancora spodestato, e morirai per avermi insultata!”

“E intanto hai il fiatone” aggiunse Caleb. “Ciò vuol dire che sarai anche onnipotente, ma condividi il corpo umano come tutti. E sarà questo che ti porterà alla rovina”

“Lo vedremo!” concluse Margareth, che stese la mano e produsse un’onda d’urto che spinse Caleb contro il muro, distruggendo una consolle.

Kaden doveva muoversi. Capì, dall’espressione del compagno, che non rimaneva molta energia da sprecare per quel duello.

Sarebbe potuto essere anche un Hesenfield, ma la Regina immortale era un osso duro anche per il più temprato degli eroi.

Il tutto stava nel prendere Vanità senza essere visto, così in uno scatto fece per alzarsi, ma Margareth fu più rapida.

“E adesso Vanità è in mano mia. Ti decapiterò. Sai, mi sono divertita a combattere con te, e ti conferirò una morte veloce e indolore”

Kaden si maledisse, cacciando un urlo e battendo un pugno sul pavimento. Sembrava finita, ma Caleb aveva ancora molte frecce al suo arco.

Mentre era a terra, notò che l’urlo era stato cacciato dopo che Margareth aveva canzonato la sua persona con la ripresa dell’arma.

Quindi, per aprire la Fontana serviva quella spada.

Il figlio di Abraham decise. Avrebbe offerto l’ultima stilla della sua energia per estirpare la spada da quelle mani vellutate.

Così come aveva fatto Klose, anche lui avrebbe offerto la sua vita per una causa più grande, rappresentata nella persona di Kaden, l’unico fra loro in grado di aprire le Fontane di Luce.

“Ma bravo in nient’altro, cazzo” aveva detto una volta Mary, durante i giorni in cui li stava deportando a Villa Hesenfield.

E adesso stava per diventare Re. Così si alzò e sorrise.

“Non disperare, Kaden” disse. “Ho capito”

Kaden sgranò gli occhi. Aveva capito? Che cosa aveva capito?

Poteva essere solo una cosa, e cioè la storia della spada.

Ciò significava che l’avrebbe tolta dalle mani della regina come suo ultimo regalo?

E dopo averlo fatto, Kaden dove avrebbe dovuto porre la lama?

Poi la vide. In cima alla quercia raffigurata, ove ogni ramo terminava con una fessura per lasciare passare la luce, vi era una fenditura rettangolare, e Kaden ipotizzò che fosse larga giusta per inserirvi Vanità, anche perché non vedeva altre soluzioni.

“Mary!” disse Kaden. “A che punto sei?”

Non fece in tempo a chiederlo che finalmente la ragazza estrasse l’oggetto cadendo all’indietro.

“E ringraziami!” esclamò Mary, infuriata. “Avresti potuto darmi una cazzo di mano, no?”

Kaden arrossì, ma stavolta chiuse perfettamente l’oggetto nel buco e attese la spada da Caleb.

Come avrebbe fatto allora, per far vertere le sorti della battaglia in suo favore?

Vide Caleb cadere, una, due, dieci volte.

E lui era ancora dentro la Fontana, dopo esservi entrato per controllare la presenza effettiva della fessura.

Il figlio di Abraham aveva ormai l’armatura ridotta a brandelli, e  un fendente mandato nel punto giusto lo avrebbe portato a morte certa, ma non per questo era meno determinato.

“Forza, Caleb. Io sarei solo d’intralcio. Il destino dell’Australia è nelle tue mani. Dammi quella spada e tutti i peccati ti saranno rimessi, ne sono sicuro. Puoi farcela, amico mio!”

Amico mio.

Kaden lo aveva appena definito “amico”, lo aveva sentito.

Lui non aveva mai avuto amici, se non i suoi fratelli. L’ovatta in cui era cresciuto gli impediva di socializzare con facilità, e in età adulta ne aveva passate così tante da non dare confidenza ad alcuno, inoltre era convinto della superiorità del suo cognome su tutti gli altri.

E infine, li aveva trovati proprio in coloro i quali doveva uccidere. Persino Kaden, che pure provava rancore nei suoi confronti.

“Va bene, Kaden” disse lui. “Verrò a Sydney con voi e ucciderò con le mie mani anche Re Anthony! È un bastardo non riconosciuto dal padre che non merita niente , né in questa vita, né nell’altra. Ricorda queste parole, perché ti serviranno”

“Così come gli altri Re, ti pare? Manterrò la promessa”

Ma Margareth ridacchiò.

“Avete i Draghi al vostro seguito, due eserciti e la potenza della città di Sidney, la Capitale Inespugnata. Cosa può fare un moccioso che beve ancora il latte dal seno?”

E Caleb rispose ghignando sicuro di sé. “Ciò che può fare o non può fare non è affar tuo. Gli Hesenfield ti mandano i loro saluti!”

Con uno scatto fulmineo, si aggrappò al braccio sinistro della regina e usò tutte le sue forze per sradicare la spada dalla mano, che con un guizzo attraversò dunque la stanza e finì ai piedi di Kaden, che non perse tempo e l’afferrò.

“Che hai fatto, figlio di puttana?” Margareth con l’altra mano (la sinistra era dolorante) afferrò la gola di Caleb e cominciò a stringere.

“V… vai…  Kaden… realizza… i-il… nostro… sog…”

E Kaden finalmente uscì dall’ipnosi che gli aveva offerto quella scena e infilò con tutta la forza che aveva Vanità in quella fessura, che era proprio grande giusta per infilarla senza difficoltà, in modo da salvare l’amico da quella morsa.

Una luce potentissima investì l’intera stanza, e seguitò un violento terremoto, dove tutte le componenti della Fontana, che erano state murate, fuoriuscirono da dov’erano e si aggiunsero, una dietro l’altra, alla Fontana Kashna, che dunque si installò sopra la Torre, che tuttavia non era progettata per mantenere un peso così grande, e poiché la Fontana era davvero imponente, la Torre di Margareth crollò rovinosamente per lasciare posto al monumento per eccellenza, che risplendette di un chiarore persino più potente di quello che adesso adornava la Fontana Lind.

Kaden e Mary videro tutto questo meravigliati, e si sentirono persino guariti dalle avversità che avevano dovuto affrontare. Soprattutto Mary, per la prima volta sorrise, sentendo dentro se stessa che in qualche modo avrebbe vissuto, superando la morte dei due amici.

Il cielo cupo che era all’esterno si schiarì e in generale tutto quanto risultava negativo cessò di esistere.

E in ultimo, lo sguardo di Kaden cadde sulla regina, la quale, essendo rimasta con lui sul pavimento della Torre che crollava, rimasto intatto per effetto della Fontana, subì i cambiamenti che Kashna imponeva.

Se negli operatori di pace era benevola e misericordiosa, negli avidi e superbi era una punizione.

E Margareth se ne rese conto troppo tardi. Dopo un breve sussulto, si toccò con entrambi le mani il petto e, lanciato un urlo di dolore, morì prona ai piedi della fontana.

Poi gli venne in mente una cosa. Mancava una persona all’appello… dov’era?

“CALEB!” esclamò Kaden, col cuore in gola. “CALEB! RIESCI A SENTIRMI?”

Anche Mary cominciò a cercarlo ovunque e finalmente, poco più lontano, una figura sorse fra i detriti.

“Mi… mi cercavate?” disse Caleb tossendo. “Io… devo diventare Re, non è il momento di morire”

Kaden e Mary sorrisero nel vederlo e i tre osservarono quanto era cambiato nella città festante, con la piazza colma dei soldati del futuro Re vittoriosi nella battaglia.

“E adesso” disse Kaden “ne manca solo una e… eh?”

Poco prima di andare, una figura a quattro zampe piombò davanti a lui.

Era di nuovo sporco di sangue e non era mai stato così maleodorante.

Il Mangiacuore, Josafat Hesenfield. Kaden non capì come mai era giunto fin lì proprio in quel momento e cosa avesse fatto nel frattempo.

“Josafat!” esclamò Caleb. “Che diamine ci fai qui? La guerra è finita!”

“Probabilmente ci ha seguiti tutto il tempo e vuole ancora ucciderci! Caleb, spiegagli che non siamo nemici!” lo implorò Mary, ma il primogenito della Casata non diede segno di voler ragionare col fratello più piccolo.

Caleb aveva sempre una fitta al cuore quando lo vedeva. Era stato un bambino così bello, quando era piccolo… ma cosa gli era successo? E lui, lui che era il primogenito, avrebbe potuto evitare che gli capitasse ciò che gli era capitato?

Infine, balzò sul Mangiacuore e lo atterrò bloccandogli le braccia.

“Josafat, ti prego ascoltami!” esclamò in preda alle lacrime. “So che mi ascolti, senti la mia voce! Stiamo andando da mamma! Da mamma, Josafat! Vieni con noi?”

Ci vollero diverse versioni di quella frase prima che Josafat capisse e, guardando perplesso Caleb coi sui grandi occhi blu, divenne mansueto, dopo essersi rotolato fra le macerie lottando contro il fratello maggiore.

Caleb sospirò. “Immagino che dovremmo andare a Katrinaville, adesso, prima di Sydney. Lì ci rifocilleremo. Sono sicuro che mia madre e mia sorella daranno anche voi un pasto e un letto per riposarvi. Nel frattempo la mia truppa ci procurerà cavalli e vettovaglie a quantità!”

Dopo aver detto quelle parole, si fece dare un paio di manette e incatenò se stesso al polso di Josafat, in modo che non potesse nuocere, poi si sedettero su una carrozza.

Kaden non era del tutto convinto e si chiese cosa lo turbasse, mentre prendeva posto accanto a Mary e di fronte a Caleb. Era la stessa sensazione che aveva provato quando stavano andando verso Villa Hesenfield e si chiese se la magia di quella casa si estendesse anche alla seconda tenuta.

“Mia sorella Isabel è chiamata la Lady Impossibile, poiché è anche lei comandante di una truppa e al contempo è considerata la donna più bella del mondo” disse Caleb, come se avesse indovinato i pensieri del ragazzo “ma non credete a queste fandonie. Mia sorella, se non è cambiata e le persone non cambiano, è un’oca che non sa distinguere la sua mano destra da quella sinistra”

“Certe battute puoi anche evitarle!” replicò stizzita Mary. Caleb arrossì vergognandosi. “In ogni caso” proseguì “anche lady Katrina era a suo tempo molto bella, e comunque ho voglia di vederle, soprattutto dopo… dopo quello che sapete. Mi dispiace per Klose, a proposito, non abbiamo avuto tempo per seppellirlo, essendo sotto le macerie e quindi introvabile in tempi brevi”

“Non preoccuparti” disse Kaden. “Non abbiamo bisogno di altri funerali”

Detta in quel modo poteva sembrare insensibile, ma Caleb si ritrovò perfettamente d’accordo con lui. Preferiva ricordare le persone quando erano vive, piuttosto che chiuse dentro tre metri di terra. E inoltre il loro dolore era davvero troppo grande per aver ancora bisogno di guardare i cadaveri spenti dei cari perduti.

Ed era in quell’atmosfera malinconica che i tre attraversarono Kashnaville, diretti verso Katrinaville. Non era un viaggio molto lungo, ma occorreva prendere per forza la strada del mare, mare che era anche fra le opzioni di Isaiah, quando decise che era il momento di dare una mano al gemello per attaccare Sydney e mettere fine alla guerra.

Isaiah dovette convenire che l’Armata Rivoluzionaria di Shydra Aldebaran funzionava come un orologio, preciso e senza sbavature, e quando si era trattato di collaborare avevano svolto i compiti nel migliore dei modi, accelerando così la rinascita di Perth e di tutte le città coinvolte nella guerra, dando così modo a lui di pensare a una n uova manovra d’attacco, smettendo di contare sui Centauri, che avrebbero agito liberi per tutto l’Ovest, e non più rinchiusi dentro una riserva limitata.

Così, senza saperlo, i due gemelli stavano pensando con la stessa intensità al mare, che si snodava a perdita d’occhio.

Dal canto suo, Kaden temeva di conoscere Isabel. Se somigliava a Caleb, doveva essere davvero molto bella. Che lei sapesse del Mangiacuore? E come stava reagendo ai diversi lutti?

“Mary” disse Kaden, per fare conversazione. Quel silenzio lo opprimeva, e si costrinse a smettere di pensare al cattivo odore che emanava Josafat. “Come stai?”

Mary aveva passato le ultime ore ad osservare il Mangiacuore, pensando in continuazione al momento in cui lui era sopra di lei, intento a privarla dell’organo.

Come stava, dunque?

“Male… e bene” disse la ragazza. “Klose mi amava, sai? Ma il mio cuore appartiene a Taider… non credo che amerò mai più nessuno” sospirò. “Cosa ti aspetti dagli Hesenfield, adesso?”

Kaden per tutta risposta rovistò nella bisaccia che gli avevano dato i soldati di Caleb e prese tre bottiglie di birra.
“A Caleb Re!” esclamò fissando il soggetto dritto negli occhi. “Voglio che sia lui a governare!”

Mary lo osservò stupita e ancora di più si scoprì d’accordo con lui; così prese la bottiglia e i tre brindarono alla salute del futuro sovrano.

“Caleb Re!”

Kaden e le Fontane di Luce/28

Capitolo 28

Era una bella stanza, illuminata e arredata col maggiore sfarzo possibile. In quel luogo era stato dato l’ordine a sir George di governare l’Ovest in vece del defunto Re William, in quel luogo era stato dato ordine di uccidere gente e data la grazia ad altre, in quel luogo la Regina Margareth vi viveva, e aveva sradicato la Fontana dalla piazza per averla sempre sott’occhio.

Infatti, Kaden la vide. Era molto più piccola della Fontana Lind, ma non per quello era meno importante. Forse era stata smontata per farla entrare dentro quella sala? Ad ogni modo, presentava gli stessi sintomi della precedente. Era sporca, maleodorante e dava l’idea di poter portare malattie anche al solo guardarla, e il contrasto con tutto ciò che la attorniava era quasi un pugno in un occhio.

Margareth aveva gli occhi viola, i capelli castani e un certo senso di tranquillità interiore, a detta di Kaden.

“Avete fatto bene a consegnarvi” disse infine la regina. “Tu sei il primogenito degli Hesenfield, vero? Bene, bene, alla fine tutti i nodi vengono al pettine”

“Non più, Margareth” rispose Caleb. “Sono qui per reclamare il trono che doveva essere di mio padre, e che apparteneva a Re Isaac, lo sterminatore di Draghi! Arrenditi, in nome della mia famiglia!”

“Perché la tua famiglia dovrebbe essere così importante? Cosa spinge un ragazzo come tanti altri a minacciare la propria regina in nome di parenti che nemmeno ha chiesto di avere?” chiese Margareth.

Caleb si chiese perché ed ebbe la risposta pronta.

“Questo perché tu non sei mai stata legata col sangue ad altri individui, se escludiamo il sangue che hai versato per sederti su quel trono maledetto. Sangue che adesso grida vendetta!”

Caleb sembrava molto sicuro di sé, a detta di Kaden, ma non aveva neanche una spada, in quanto si era infranta poco prima.

“Quindi? Vuoi affrontarmi a mani nude, pur sapendo che ho acquisito l’onnipotenza e l’immortalità?” chiese Margareth, divertita.

“Solo per dare il tempo al mio compagno di aprire la Fontana” disse Caleb, avanzando di un passo, sgranchendosi le dita delle mani. “Inoltre, non aspettarti un trattamento di favore solo perché sei una donna. È mio stesso interesse battermi con una Immortale, con una dei tre Re che hanno conquistato l’Australia nei tempi che furono e che adesso cadono, pur avendo l’apice del potere fra le mani”

“Io non sono ancora caduta!” esclamò Margareth, estraendo la propria spada, una delle migliori al mondo.

La teneva con la sinistra. “Io la chiamo Vanità. Osserva come splende alla luce della sala!”

E in effetti bastava solo la sua lama scintillante per limitare la vista agli avversari, ma non a chi la possedeva, che anzi ne traeva giovamento, aumentando le proprie diottrie.

Kaden sapeva di non poter perdere tempo, ma era stato quasi accecato da Vanità e dunque aveva perso di vista la Fontana.

“Maledizione… e va bene!”

Caleb decise di eliminare la possibilità di usare lo sguardo e si affidò agli altri sensi, ascoltando i passi pesanti di Margareth avvicinarsi alla sua persona.

“Assaggia la cura con cui affiliamo le nostre lame, qui al Centro!”

Ma Caleb bloccò la spada chiudendo entrambi i palmi sulla lama, appena prima che quella potesse affondare sul suo volto. C’era da dire che lo aveva fatto con la vista completamente oscurata, e anche in quella condizione la lama era talmente splendente che da dietro le palpebre Caleb vide un intenso colorito arancione, che lo costrinse a stringere gli occhi.

Allorché Margareth allontanò la spada da Caleb e tentò con un altro affondo, ma il figlio di Abraham, che si era macchiato dell’omicidio del suo stesso fratello per vendicare suo padre, schivò più di una volta, tuttavia non riuscendo a contrattaccare.

Nel frattempo Kaden e Mary concentrarono il loro sguardo sulla Fontana, che era il motivo principale per cui loro erano lì e infine aprirla, per dare un esito positivo allo scontro che Caleb aveva intrapreso.

Kaden non aveva le stesse proprietà di Caleb, non poteva affidarsi agli altri quattro sensi come con la vista, e invidiò parecchio il cavaliere, temprato da anni di guerre, invece lui aveva appena cominciato.

La Fontana Kashna era dunque apparentemente inoffensiva, e se Kaden solo in quella stanza poteva aprirla, allora doveva farlo, tanto per salvare la vita all’altro ragazzo, al quale Klose si era molto affezionato.

Klose… Kaden avrebbe tanto voluto che si fosse sacrificato Caleb al posto suo. Invece, di coloro i quali avevano deciso di accompagnarlo, era rimasta viva la sola Mary, per quanto impedita, e dunque sarebbe dovuto andare a Sidney con un animo pieno di incognite, anche se non aveva idea di che strada intraprendere.

Sempre che fosse riuscito a rimanere vivo fino ad allora.

Kaden osservò ancora la Fontana, mentre Caleb continuava a spostare lo scontro all’opposto della sala, per permettere al compagno di vedere.

Non c’era manopola, né leve, né qualcos’altro che potesse indurre a credere che si potesse attivare. Perso dal panico, si voltò verso Mary.

“Che facciamo? Non c’è niente qua che possa essere aperto!”

“Zitto e guarda meglio!” esclamò Mary, puntando la protesi di legno verso un buco che Kaden aveva trascurato.

Era della stessa forma dell’oggetto che avevano preso con fatica al Labirinto, così Kaden ebbe un lampo di ricordi e, pregando Taider affinché intercedesse per loro, infilò l’oggetto nel vano, aspettandosi gli stessi effetti osservati a Perth.

Tuttavia, non accadde nulla.

“Forse è messa male? Ma perché non si spiega per bene… eh?”

Mary notò qualcos’altro, una scritta appena leggibile:

Se tu codesta polla desideri azionare,

sappi che non userai né manopole da girare,

né leve da sollevare.

Tuttavia un modo semplice vi è…

E non si capiva più. Forse la Regina Margareth aveva cancellato la seconda parte proprio per evitare che qualcuno provasse a manomettere il monumento.

Anzi, Kaden scommise la testa che probabilmente una scritta simile vi era stata anche alla Fontana Lind!

Aver scoperto che vi erano incise delle istruzioni in cima alla Fontana indusse Kaden a dare degli stupidi a tutti quanti, ma forse le Fontane desideravano farsi aprire da persone scelte, puri di cuore e tutta quella roba lì che aveva sempre detestato.

Chi era davvero “puro di cuore”? In quei tempi tormentati, nessuno poteva affermarlo, ma neanche in tempi di pace le persone potevano considerarsi pure.

E forse era quello il motivo per cui Tre Re erano sbucati dalla Controversia e avevano legato il loro potere alle Fontane, tanto per ricordare che anche negli aspetti più positivi vi arrivava il diavolo e le sue manovre.

Eppure, vi era un modo semplice per aprirla… quale? Forse accettare tutto questo e supplicarla?

Nel frattempo, Caleb era riuscito a atterrare la potente Regina, la quale perse la spada e la luce intensa che proveniva dalla destra di Kaden si affievolì, e riuscì a ragionare con mente più fredda.

Un modo semplice… Kaden ne conosceva solo uno.

Pose le sue mani sulla Fontana e disse: “Apriti!”

Non successe nulla. Margareth si alzò, riprese la spada e digrignò i denti.

“Come osi? Non sai che non si deturpano i monumenti storici?” disse, adirata.

“Non sai che far adirare la Regina equivale a una condanna a morte? E che ho il potere per eseguirla io stessa?”

Sollevò Vanità per decapitare Kaden, e lui capì che non gli era rimasto alcun secondo nemmeno per pregare, ma improvvisamente la regina venne atterrata di nuovo, a causa di un calcio di Mary, che spedì la nemica di nuovo al cospetto di Caleb, che con un gesto fulmineo le sottrasse la spada.

“Questa la prendo io” disse. “Mi manca un’arma, e visto che Kaden sta pensando alla Fontana, fra poco non ti servirà più”

Kaden non ebbe il cuore di dirgli che era vicino alla soluzione quanto lui.

Un modo semplice… semplice, si ripeteva osservando la regina e Caleb rotolare sul pavimento accapigliandosi.

Il modo più semplice di tutti non era, quindi guardò Mary.

“Aiutami” disse sussurrando. “Quale potrebbe essere un modo semplice?”

Mary fissò intensamente l’oggetto che Kaden aveva posto e notò che i pezzi non combaciavano ancora perfettamente.

“Sei un cretino” commentò lei. “Hai messo male l’oggetto, un attimo, fammelo disincastrare”

Mentre Mary si dava da fare, Kaden assistette allo scontro, mentre rifletteva sulla morte di Klose e il suo sacrificio, che aveva portato fino a quel momento a nulla di fatto.

Adesso che era Caleb a maneggiare Vanità, la luce favoriva lui, e dunque tutti i fendenti che spediva la regina dovette accusarli, poiché nemmeno lei era molto pratica nell’usare la Vista interiore.

E tuttavia era immortale, dunque le ferite che riceveva avevano subito una pronta guarigione, quindi era come se non fosse scalfita.

“E se ti tagliassi a metà?” chiese Caleb, facendolo, e troncando in due metà la regina Margareth.

Chiunque sarebbe morto, ma la regina si ricompose come nulla fosse accaduto. Era stato come se il busto fosse attratto come calamita alla metà inferiore.

“Dicevi, Hesenfield?” chiese sarcastica Margareth, e preparò un potere magico dal palmo della mano destra.

“Ti imprigionerò col ghiaccio!” disse lei, e costruì un mostro glaciale, dal nulla e dalle notevoli dimensioni.

Il mostro possedeva anche una clava fatta dello stesso materiale.

“Attento a farti toccare, costui è… contagioso” disse la regina, tornando a sedersi.

Caleb realizzò che se Margareth aveva mandato in campo una delle sue creature, aveva realizzato che lei non poteva sopraffarlo, pur essendo invincibile e immortale. Ad ogni modo, aveva ancora Vanità fra le mani e Kaden stava riflettendo accanto alla Fontana, quindi gli si chiedeva altro tempo.

Doveva sopravvivere. Glielo doveva, soprattutto dopo quello che gli aveva fatto passare al Labirinto. Quel senso di colpa non l’aveva mai abbandonato, nemmeno per un istante, e adesso che Klose si era addirittura sacrificato, non poteva più sfuggire al suo destino.

E se il suo destino era perire per mano di Margareth, era pronto per riceverlo.

Ma nel frattempo, avrebbe affrontato il mostro con la clava, che era molto veloce e sapeva come combattere, ma dopo un breve ma intenso scambio di affondi Vanità fece valere le proprie ragioni e la mano esperta del figlio di Abraham lo condusse alla vittoria, sbriciolando l’uomo di ghiaccio davanti a un’attonita donna.

“Devi essere tu a distruggermi, stronzetta” disse Caleb, puntando la luce di Vanità tutta sulla faccia della Regina.

Margareth avrebbe tanto voluto incenerirlo con lo sguardo, ma non poteva, la luce le investiva persino gli occhi ed era costretta a tenerli chiusi.

E anche se fosse stato possibile, Caleb avrebbe evitato i raggi dagli occhi.

E nel frattempo Kaden pensava e pensava, incurante dello scontro che stava proseguendo accanito, e Mary non riusciva ancora a disincastrare l’oggetto malposto.

Al ragazzo non veniva in mente niente, ma Caleb molto presto sarebbe stato sconfitto.

Era un po’ come trovarsi nella stanza precedente, col gas che incombeva sule loro teste e ogni porta sbarrata. Il tempo mancava e lui non riusciva a concentrarsi bene. Inoltre, a volte la luce riflessa dell’arma maledetta gli perveniva in faccia e quindi doveva coprirsi il volto per non essere investito, e ciò gli sottraeva energia da inviare al cervello per riflettere.

E Caleb le rifilava colpi potenti, e Margareth rispondeva con affondi ancora più potenti, in un corpo a corpo senza esclusioni di colpi.

Vanità giaceva a terra, adesso.

E infine, Kaden capì.

Vanità, la Spada della Luce.

La Fontana di Luce Kashna, che se aperta avrebbe zampillato scintille, uccidendo la Regina.

E Kaden comprese anche perché avevano potuto smontare la Fontana senza che la Regina ne risentisse, e il motivo per cui l’arma conteneva così tanto chiarore.

Un modo semplice per aprirla.

Kaden si diede mentalmente dello stupido per non aver fatto subito il collegamento, ma in ogni caso, com’era che si diceva?

“Meglio tardi che mai”. E Caleb sarebbe sopravvissuto.