Kaden e le Fontane di Luce/31

Con questo capitolo voglio festeggiare le mie ventisette primavere. Tanti auguri a me e grazie a voi per tutto il vostro supporto ❤ 

Capitolo 31

Villa Hesenfield, 14 aprile 2039

Caro diario,

sapevamo tutti e due che prima o poi sarebbe successo perché papà lo diceva sempre, e alla fine è successo.

Ricordi il vecchio albero di mele? È diventato vecchio, e l’abbiamo sradicato. Papà dice che gli serviva “spazio”, ma io penso che è perché abbiamo provato a far rimanere nostra sorella Isabel sui rami più alti.

Ma insomma, che possiamo farci se io, Caleb, Isaiah e Jakob pensiamo che sia scema? E allora le abbiamo detto che c’era un gattino (sai quelli che sparano i laser? Wow!) così è salita ma non trovando niente ci siamo fatti tante risate fino a sera.

Quanti ricordi! E adesso non c’è più niente. Mi mancherà quell’albero di mele.

Villa Hesenfield, 12 giugno 2039

Caro Diario,

come stai? Era da un po’ di mesi che non ci scrivevamo, vero?

Insomma, qui è tutto come al solito. Mamma e papà litigano e nessuno vuole dirmi perché.

Sono troppo piccolo? O forse perché non posso parlare?

Villa Hesenfield, 15 agosto 2039

Caro Diario,

la gita ad Adelaide è stata spettacolare! C’era il circo, tanti animali feroci e giuro di aver visto un Plexigos! Uno vero, che sparava raggi! Fichissimo!

Però mamma ha detto che vorrebbe vivere qui con Isabel. Chissà cosa voleva dire. Forse vuole curarsi il pancione che le sta venendo?

Villa Hesenfield, 9 settembre 2039

Carissimo Diario,

è stata una bella estate, dopotutto! Caleb e Isaiah mi hanno portato al lago e ci siamo divertiti tantissimo! Abbiamo pescato le carpe, le anguille… una l’ho presa con le mani, ma Caleb mi ha detto che non si fa.

“Non devi fare come Isaiah! Quello è stupido!” e infatti poi si sono presi a colpi di anguilla in faccia!

Ma oggi è il mio compleanno, come ben sai. Papà mi ha fatto entrare nel suo studio, finalmente! Ma non è questo il regalo.

Mi ha fatto aprire un pacchetto e… non potevo crederci! Un apparecchio per parlare!

Come ha detto che si chiamava? Laringofono, se non sbaglio.

Sono troppo contento! Potrò realizzare il mio sogno: svegliare Caleb nella notte!

Villa Hesenfield, 8 gennaio 2040

Caro Diario,

buon anno! Lo so, dovrei scrivere un po’ più spesso, ma che vuoi farci. Sono molto triste.

Mamma ha detto di andarsene. Gridava, sai. E poi, ho visto una cosa brutta.

Stavo passeggiando nei corridoi cantando, come ormai sono abituato, e la porta della stanza di mamma era un po’ aperta.

Ho visto… lo voglio scrivere, magari mi passa.

Mamma ha mangiato il cuore di una bambina! Era piccola, sul tavolo, coperta di sangue! Non riesco a pensarci! Non riesco a dormire più!

Qualcuno mi aiuti!

Villa Hesenfield, 10 gennaio 2040

Sto diventando pazzo, credo, Diario.

Mamma e Isabel sono partite per non so dove. Pioveva, e io mi sono messo anche a piangere, ma non c’è stato niente da fare, anzi, papà mi ha dato anche una sberla.

“I veri Hesenfield non piangono per queste cose!“ mi ha detto.

Però io sto impazzendo, davvero! La mia mano trema e devo stare calmo! Ho anche visto il nonno morire e avevo il braccio sporco di sangue… tutti mi guardano con occhi strani, ma giuro che non ne so niente!

Villa Hesenfield, 13 gennaio 2040

Diario, ti prego, aiutami! Io… sono di nuovo sporco di sangue e ci sono momenti in cui non ricordo dove sono! E il momento dopo ho il cuore in mano! Papà dice che vuole buttarmi fuori di casa e non mi vuole più come figlio.

Ma io non so dove andare e ho bisogno di mangiare cuori! Dimmi, come mai nessuno mi capisce?

 

C’era una pagina vuota, poi, solo altre due parole.

 

Aiutami, Diario…

 

Non c’era altro, se non scarabocchi incomprensibili, che proseguivano per diverse pagine. Altri scarabocchi erano stati impressi così forte da aver bucato la pagina.

Se Kaden avesse mai voluto sapere cosa fosse successo al Mangiacuore, se ne pentì amaramente.

Aveva cominciato a leggere quel diario. Prima si era divertito, vedendo i pensieri di un bambino di sette anni molto viziato, ma poi, col passare del tempo, le vicende riportate diventavano sempre più oscure, fino a quella terribile ultima pagina.

Josafat Hesenfield, macchiatosi di omicidio alla sola età di sette anni.

“Quindi, tuo fratello… ha ucciso il padre di Abraham?” chiese Mary ad Isabel, ancora disperata e coccolando il Mangiacuore.

“Sì… lui non si è mai reso conto del vero motivo per cui è cambiato. Neanche noi, a dire il vero. Nessuno ha mai saputo cosa gli fosse successo. Sapevamo solo che a un certo punto nostro fratello aveva scatti d’ira che lo portavano a mangiare il cuore delle persone, e Caleb me lo comunicava attraverso le lettere, ma finché non abbiamo trovato questo reperto, nessuno avrebbe mai potuto indovinare che fosse per quel motivo. Il fatto è che nostra madre ha dato alla luce un’altra bambina, solo che lei… non ce l’ha fatta. È nata, ma dopo qualche secondo è morta. Sarah Ester Mariah Hesenfield, così compare nella tomba. Ed è anche per questo che i miei litigavano. Sapevamo che quella bambina sarebbe nata con qualche problema. Papà voleva che mamma abortisse, piuttosto che allevare uno “sgorbio”, come diceva lui, mamma invece l’ha tenuta, facendo di tutto per portare avanti la gravidanza. È stata talmente… disperata, forse, che le ha mangiato il cuore, in un tentativo di tenerla per sé, però purtroppo Josafat l’ha vista compiere questo atto scellerato, ed è diventato pazzo”

Kaden deglutì. “E il diario, come l’avete trovato?”

Isabel rispose: “Volevo tenere qualcosa dei miei fratelli, il giorno in cui partimmo da Villa Hesenfield. Ad esempio a Caleb ho rubato una coppa d’oro massiccio, un pezzo introvabile e preziosissimo, riservato agli eredi della Casa, da cui dovevano bere quando raggiungevano la maggiore età e quindi l’effettiva eredità. Isaiah invece mi ha regalato il medaglione” e lo sollevò dal petto per mostrarlo meglio. “Se lo apri c’è la foto di famiglia, ovvero quando Josafat era ancora piccolino e in fasce. Lo rimuovo solo quando dormo. Del mio fratello più piccolo ho questo diario, che ho prelevato solo in un secondo momento. Ho chiesto a Caleb di darmi un qualsiasi oggetto, e lui mi ha dato questo, non so nemmeno come lo abbia trovato. Non credo che lo abbia mai letto. E infine, io. Ho donato ai gemelli il mio anello preferito… adesso non mi entra più, ormai, ma credo che tutti questi oggetti rappresentino il legame fra i figli Hesenfield, a prescindere dalla distanza e dalla lontananza che abbiamo patito.”

Caleb aggiunse: “È Isaiah che tiene l’anello, Isabel. Dice che è il suo portafortuna”

“Lo so” rispose lei. “Mi scrive tutti i giorni, come dovrebbe fare qualcun altro”

Caleb arrossì di dispiacere.

“Jakob cosa ti ha regalato?” chiese Kaden. D’un tratto si rese conto che le stava parlando, ma una volta passato il primo impatto e dopo aver letto il diario, non rimaneva che una ragazza impaurita e bisognosa di affetto.

“Oh, sì… come Caleb, Jakob è molto geloso delle sue cose. Così, prima di andarmene e dopo aver trafugato la coppa, a Jakob ho preso questo”

Si alzò e prese da un busto collocato in un angolo della stanza una tiara. Sembrava preziosissima, e terminava con una pietra blu.

“Bella, vero? Si indossa sul capo, solo che è molto pesante perché la pietra è uno zaffiro vero. Non ho idea del perché Jakob, così giovane, avesse una tiara nella sua stanza, ma ritengo che sia stata un dono di papà per quando si sarebbe sposato. Voglio dire, non avrebbe mai ereditato la Villa, il minimo che lui potesse fare era donare alla futura amata un oggetto degno di questo nome. Solo che io me ne sono impossessata, e adesso lo metto solo quando devo ballare davanti a tutti”

“Certo che Abraham è proprio strano… mettere in testa ai suoi figli cose come eredità, successione e matrimonio sin da piccoli” osservò Kaden. Il paragone lo faceva con suo padre, il quale non si è mai interessato di quegli aspetti.

Isabel fece spallucce. “Devi capire che noi siamo gli Hesenfield, non siamo come gli altri. Siamo una famiglia superiore, che esiste da secoli. Per questo dobbiamo mantenere il nostro nome vivo e per questo Caleb deve diventare Re, per mantenere inalterate le volontà di Padre Isaac, il quale ha anche inventato il nostro motto a memoria imperitura per i posteri: totus tuus

Seguì un lungo momento di silenzio, rotto solo dall’orologio a pendolo della camera di Isabel.

“Immagino che resterete per cena e per la notte, vero? E poi partirete per Sydney” disse lei. “Siate buoni con mia madre, ha subìto diversi lutti e adesso che Josafat è a casa credo che i dolori si amplificheranno”

“Ma figurati” la rassicurò Mary. “Non siamo certo dei guerrafondai. Siamo partiti perché dobbiamo, e stiamo conoscendo noi stessi attraverso le mille difficoltà che abbiamo passato”

“Mi fa piacere sentirlo dire. Adesso mi cambio e andiamo a cenare, voi fate come se foste a casa vostra, vi saranno assegnate delle stanze per stanotte”

Kaden aveva sperato che non ce ne fossero costringendosi quindi a dormire con la ragazza e si vergognò per averlo pensato. Invece trovarono dei vestiti maschili adatti a lui e si presentò in maniera molto elegante alla cena preparata per cinque persone, con Katrina a capotavola.

Se Kaden vide per la prima volta Mary vestita in maniera appropriata a una femmina, secondo il suo stereotipo, non era nulla in confronto a Isabel, che sembrava scesa direttamente dal cielo col suo vestito rosa molto elegante che le lasciava aperte le spalle e sedeva alla destra della madre, quindi di fronte a Caleb, che aveva scelto un normale completo nero.

Una portata dopo l’altra, tutto sembrava procedere per la normalità, anche se a detta di Kaden mancava un po’ il dialogo, sembrando costantemente di essere dei pesci fuor d’acqua. Niente a che vedere con i cenoni molto poco austeri che si organizzavano periodicamente nella sua famiglia, pieni di caciara e cibo di bassa lega.

E, d’un tratto, Kaden sentì una fitta al cuore. Gli mancavano, gli mancavano davvero, tutti quanti e si ripromesse di accendere l’ultima Fontana quanto prima.

“A proposito, dov’è Josafat?” chiese Mary d’un tratto, dopo aver finito la sua porzione di dolce. “Non lo avevi incatenato?”

Solo allora Kaden notò che Caleb si era slegato da Josafat, forse per poter mangiare meglio.  Quegli stava per rispondere, ma Katrina fu più veloce. “Hai… incatenato mio figlio? Caleb, è tuo fratello, tuo fratello, misericordia!” e sbatté le mani sul tavolo, alzandosi.

“Madre” cominciò Caleb, ma Katrina era ormai un fiume in piena. “Disgraziato!” esclamò, lanciando una sfera d’aria sul petto del primogenito, che volò e sbatté sulla porta della stanza, essendo stato catapultato lontano dalla tavola.

“E voi?” chiese Katrina, come se si fosse solo allora resa conto della presenza di estranei. “Che ci fate in questa casa? Non siete graditi, per niente… son sicura che anche voi siete stati d’accordo nell’ammanettare mio figlio come se fosse il peggior criminale, ma la verità è che non sapete nulla, NULLA!”

Sollevò in aria il tavolo e tutto ciò che vi era sopra venne scaraventato ovunque, persino il candelabro, che a contatto col pavimento si ruppe lasciando che le candele si incendiassero.

Katrina sembrava folle, mentre Isabel piangeva, ancora inchiodata sulla sedia, biascicando: “Madre, basta… Josafat è…”

“ZITTA! Hai lasciato che questi plebei entrassero nella nostra dimora e dettassero legge A CASA MIA! Ma lo sai chi sono io? La moglie di Abraham Hesenfield, la Regina di questo Paese! E non permetterò che facciate qualcosa a mio figlio! Il mio adorato!”

E, usando un colpo a due mani, colpì anche Isabel, che cadde trasportata dalla sedia.

“Ehi, basta!” esclamò Kaden, alzandosi e fronteggiando la donna.

“Sì, basta! Hai ragione, negro” disse lei. “Adesso chiamerò il mio animale domestico, che vi mangerà tutti!”

Kaden e Mary si guardarono, come aspettandosi un cane o un gatto, ma da sotto il pavimento spuntò fuori un vero e proprio serpente enorme, che stava schioccando la lingua.

“Ecco a voi l’unico esemplare di Basilisco rimasto sulla Terra” disse Katrina, sibilando le parole. Era totalmente fuori di sé. “Il mio bambino! Pagherete tutti per ciò che gli avete fatto!”

“Madre!” esclamò Caleb, ancora massaggiandosi il petto. Era disperato quanto la genitrice fosse furibonda. “Non è colpa di nessuno! Ha solo visto ciò che non doveva vedere!”

Al che, mentre il Basilisco cominciava a colpire Kaden e Mary, Katrina si guardò a destra e a sinistra, mentre le fiamme cominciavano ad intrappolare tutti i presenti. “Io… io ho fatto questo? Ma Sarah… Sarah vive in me, dovevo farlo!”

Isabel smise di piangere, rendendosi conto che sua madre aveva smesso di vivere nel momento in cui aveva compiuto quel gesto folle. Aveva davvero capito solo allora tutte le volte che lei era stata assente e distratta in tutti quegli anni, e parlava di Sarah come se fosse ancora viva. Anzi, qualche volta chiamava lei stessa col nome della piccola defunta.

“Mi dispiace… JOSAFAT! PERDONAMI, SE PUOI!”

Come se fosse stato chiamato, Josafat entrò nel soggiorno spaccando un vetro da fuori e, in preda all’ira e sapendo che tutta la sua esistenza lo aveva portato a quel momento, allungò la destra e prese il cuore della madre, sfondandola da dietro.

Kaden non aveva mai visto quel momento in diretta, anche se ci era andato vicino più volte, ma sapeva che non avrebbe mai dimenticato la voracità, il sangue e il ghigno soddisfatto misto alle lacrime che Josafat stava mostrando in quel frangente, mentre si nutriva del cuore della genitrice.

Che Josafat stesse vendicando Sarah, nessuno l’avrebbe mai saputo.

“KADEN!”

La voce di Mary che lo traeva a sé mentre le enormi fauci del Basilisco scattavano a vuoto lo riportò alla cruda realtà. Era in mezzo all’inferno, con un Basilisco che girava loro attorno, e Josafat gustava il suo pasto del tutto ignaro.

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Kaden e le Fontane di Luce/30

Capitolo 30

Villa Katrina era situata appena fuori dalla città e, data la sua imponenza, si stagliava all’orizzonte dominando il paesaggio circostante.

Essendo che la scorta di Caleb, che accompagnava lui, suo fratello Josafat, Kaden e Mary era giunta al tramonto, il primogenito degli Hesenfield ebbe modo di vedere l’edificio immerso nell’oro del sole che affondava.

Era la prima volta che guardava la residenza di sua madre e ne restò affascinato, e dovette riconoscere che era anche somigliante alla Villa che si trovava a miglia più a nord. Contava di tre piani costellati da grandi vetrate, con al centro un’ampia e spaziosa balconata che dava sull’ingresso, e in cima un piccolo orologio che segnava le ore dipinte a mano.

A proteggere la villa, vi era un picchetto, che faceva da guardia al cancello.

“Caleb Hesenfield chiede udienza” disse il cocchiere che comandava la prima delle tre carrozze che erano giunte sin lì dopo un giorno circa di viaggio.

“Caleb, il figlio di Katrina?” chiese una delle guardie davanti il portone che l’Hesenfield osservava con interesse.

“Proprio così” rispose il conducente, senza guardarlo e osservando invece l’edificio che incuteva timore, pur non essendo cupo come la Villa originale. “Deve conferire con sua madre, assieme a suo fratello Josafat. Fatelo entrare, o vi pentirete di aver occluso l’ingresso alla casa del Re”

Così chiamarono un inserviente che lesto si avviò verso la casa per annunciare il tanto decantato “figlio” e cinque minuti dopo tornò con la risposta.

“Katrina e Isabel Hesenfield sono liete di accogliere nella loro dimora i figli e i fratelli perduti” e detto quello i cancelli si aprirono.

“I guardiani non si fidano della tua identità” osservò Mary.

“Lo credo bene, credendomi morto” disse Caleb. “Ma non lo sono, e ho intenzione di avere un lungo dialogo con mia madre. È una donna molto severa, ma non ho idea di quello che troverò nella casa. Voi fate quanto sto per dirvi: non ficcate il naso da nessuna parte, fatevi sempre i fatti vostri e parlate solo se strettamente necessario. Sarò io a dire che ho ucciso mio fratello, ma voi non prenderete le difese di nessuno. Credetemi, è meglio così. Infine, anche fra noi Hesenfield vigono le ferree regole dell’ospitalità, pertanto essendo miei ospiti sarete trattati col massimo riguardo, fintantoché seguirete quanto vi ho detto”

Kaden immaginò un sacco di codici e regole dettate dall’etichetta e represse un brivido. A casa sua non sapevano nemmeno cosa fosse! Ma come facevano i nobili a vivere seguendo quello stile?

Nel frattempo Caleb osservò per bene il parco e notò che la maggior parte di quello era occupato da un imponente gazebo in legno, che copriva uno spiazzale altrettanto imponente. Sotto al gazebo, una specie di palcoscenico.

Infine, le carrozze si fermarono, proprio mentre il primogenito si stava chiedendo a cosa potesse servire un palcoscenico lì, nel nulla sperduto.

I quattro scesero e Caleb sussurrò a Josafat: “Ecco, la vedi? È la casa di mamma, questa… la casa di mamma, Josafat! Comportati bene!”

Josafat sembrò avere recepito, ma non era del tutto tranquillo.

“Hai notato, Kaden?” chiese Mary. “Il Mangiacuore trema tutte le volte che si dice mamma

Kaden scrollò le spalle. “Veramente, se non me l’avessi detto, non me ne sarei accorto”

“Perché sei uno stupido” lo rimbeccò Mary, poi tornò ad osservare i saluti che stavano facendo a Caleb.

“Benvenuto…” disse una cameriera.

“… A Villa Katrina” completò l’altra.

Superato l’atrio d’Ingresso, venne ricevuto nel soggiorno, che era altrettanto ampio. Nemmeno il tempo di capire come fosse composta la stanza che una grossa figura vestita di nero abbracciò Caleb stringendolo il più possibile.

“CALEB! CALEB, OH MIO DIO SEI VIVO!”

E proruppe in lacrime. Anche quegli ricambiò l’abbraccio, un po’ in imbarazzo.

“Quanto tempo… e c’è anche Josafat! Mi siete mancati tantissimo, tutti! E questi chi sono, i tuoi amici, eh? Dimmi che non te ne andrai, ti prego!”

Caleb scosse la testa, nel vedere gli occhi di sua madre supplicarlo. Non lo aveva previsto, qualcosa nel suo sguardo sembrava vacuo e disperato, totalmente diverso dal gelo e dal sarcasmo che era stato presente ai tempi della sua giovinezza. E tuttavia erano sempre gli stessi occhi. Evidentemente i diversi lutti degli ultimi giorni l’avevano scossa, ma Caleb aveva la sensazione che ci fosse dell’altro, qualcosa che la tormentava, e lo sapeva perché lui stesso stava vivendo quelle turbolenze.

“Non ho previsto un lungo soggiorno, madre” disse infine, dopo una lunga pausa esitante. “Tuttavia, ho bisogno di discutere con voi i futuri movimenti degli Hesenfield alla luce delle novità che porto”

Katrina sgranò gli occhi e si rabbuiò.

“Oh… beh, in tal caso devi parlare con tua sorella… tua sorella. La trovi nella sua stanza… ma perché non vuoi parlare con me? E chi sono costoro?”

“Sono miei ospiti, madre” disse Caleb. “Avrai visto la foto di questo ragazzo su tutti i giornali e lei è colei che lo accompagna. Apriranno le Fontane, madre! Tutto ciò per cui abbiamo sofferto non sarà che un ricordo!”

Ma Katrina affondò su una poltrona. Kaden la guardò meglio adesso che aveva smesso di agitarsi. Indossava un completo nero e, oltre i capelli eccessivamente arruffati, sembrava non dormisse da parecchio tempo, e due occhi, che un tempo dovevano essere stati belli quanto freddi, adesso erano spiritati e cerchiati da profonde occhiaie.

Erano i chiari segni di due profondi lutti.

“Caleb” disse infine Katrina “ti prego, resta. Noi abbiamo… abbiamo bisogno di te e del piccolo Josafat. Josafat, ti prego, ti prego, mi dispiace! Perdonami, figliolo!”

Detto quello, si prostrò a terra davanti al figlio che era rimasto impassibile fino a quel momento. Tuttavia quel gesto non venne capito da nessuno dei presenti.

Dopo aver detto varie volte perdonami, Katrina si rialzò continuando a piangere. “Dov’è Isabel?”

Kaden sentì del dolore allo stomaco.

“È in camera sua a… a esercitarsi” disse Katrina, e Caleb fece dietrofront, seguito a ruota da Kaden e Mary, che secondo istruzioni rimasero muti calandosi perfettamente nel ruolo di ombra che era stato loro imposto.

Il primogenito  chiamò alcuni dei governanti della casa e chiese istruzioni su come raggiungere le stanze di Isabel, mentre ad altri diede ordine di preparare una tisana molto forte per la madre.

Kaden aveva pensato più volte, non volendo, su come fosse fatta Isabel e se per metà era curioso, per metà era atterrito. Da chi aveva preso la figlia Hesenfield?

Infine, dopo aver preso una scala sulla destra e aver superato alcuni corridoi, alla fine arrivarono alla camera della sorella, una porta dipinta di rosa, che stonava col resto dello stile bianco e nero.

“Questo rosa deve sparire” annunciò Caleb alla governante, che annuì e bussò, allontanandosi solo dopo che le fu detto di entrare.

Kaden si accorse di avere di battiti accelerati. Solo una porta, ormai, lo separava da Isabel. Porta che venne aperta troppo in fretta, e che lasciava sfuggire della musica tribale che lui perlomeno non aveva mai sentito.

Caleb abbassò dunque la maniglia. Quindici anni prima, la stanza di Isabel era arredata da un letto a baldacchino rosa a fantasie floreali pieno di orsacchiotti e delfini di peluche. Adesso il letto a baldacchino rosa era rimasto, ma al posto dei peluche vi erano affissi articoli di giornale che riguardavano lui e i suoi fratelli e anche armi da guerra, quella che sembrava una lettera e varie armature. Tutt’attorno, strane statue di legno che richiamavano tribù altrettanto strane.

Esattamente al centro della stanza, la donna più bella del mondo danzava ancheggiando sensualmente, tenendo le braccia in alto.

Forse qualcuno avrebbe potuto dire che era bella, ma la definizione di bellezza stessa non rendeva l’idea.

I suoi lunghi capelli corvini, i suoi occhi azzurro cielo, le curve molto generose e quegli abiti succinti… insomma, in quel momento nessuno al mondo, neanche suo fratello, avrebbe potuto dire di no a quell’invito erotico.

Ad ogni modo, non vi fu nessun invito e Isabel osservò il fratello sorridendo. Kaden seppe in quel momento che non vi era più bisogno di aprire alcuna Fontana, dato che quel sorriso bastava e avanzava per ridare la felicità al mondo oppresso. Anzi, si rese conto che era vissuto proprio per vedere quel sorriso.

“Caleb! Sei tu!”  esclamò, e gli si gettò al collo abbracciandolo. Mary si stizzì impercettibilmente dato che odiava il contatto fisico e aveva già visto un abbraccio poco prima, mentre Kaden provò un desiderio assurdo quanto intenso di abbracciare anche lui Isabel e dirle che le dispiaceva della morte di Abraham e Jakob.

“Mi sei mancato tantissimo! E qui va tutto a rotoli… meno male che ho scoperto la Danza del Ventre e mi rilasso con quella! Hai visto il gazebo fuori? Ci sono un sacco di uomini che darebbero le proprie vene per vedermi ballare! E tu invece? Come ti senti? Sei venuto con Josafat? Dio, quanto mi mancate! Ho molto bisogno di sfogarmi, e mamma non capisce più nulla… accomodati, dai!”

Caleb, a malincuore, ricambiò l’abbraccio senza dire una parola. Poi baciò sulla fronte la sorella e le disse: “Isabel, siediti. Sediamoci tutti, e ripercorreremo quei momenti”

Isabel, che invece di sedersi incrociò le gambe sul suo letto, in quel modo venne a conoscenza di Mary e Kaden, e mentre Caleb parlava, molte lacrime vennero versate da tutti. Caleb parlò molto e con dovizia di particolari, dicendo anche più del necessario, scoprendosi del tutto e comunicando all’esterno il caos che regnava dentro di lui, sfogandosi con la sorella e sapendo che anche lei avrebbe fatto lo stesso.

“Infine” disse dopo più di un’ora “abbiamo aperto la Fontana Kashna e al contempo ho reclamato il Trono di Sydney. Ad oggi c’è già l’Australia unita, poiché come ultimo re rimasto è Anthony, il quale tuttavia controlla tutti i territori ad Est, che sono ben difesi. Noi invece abbiamo il dominio ad Ovest e al Centro, dove ad Ovest c’è Isaiah a governare. Spero che non abbia subito troppi danni e possa inviare almeno una flotta a Sydney per aiutarmi”

“Già…” disse Isabel, molto rabbuiata e ancora rossa per il gran pianto. A Kaden parve mezzanotte, guardandola. “Sono sicura che Frederick abbia cremato papà e Jakob, tranquillo. E non ti giudico per… averlo fatto, sai. Forse solo in quel modo hai potuto dare un po’ di pace alla sua anima, poveraccio”

Caleb dovette riconoscere che la sorella era cresciuta tantissimo in quegli anni e finalmente poteva considerarla una sua pari. Non c’era da stupirsi se comandava addirittura una truppa. “Tu invece sei stata sconfitta ad Est?”

“No” disse lei. “In realtà, ho dimesso il mio incarico di comandante, quindi Re Anthony ha sconfitto il generale che avevo indicato come mio successore, non me”

“Hai ragione” disse Caleb. Poi sospirò, guardando il fratello più piccolo dormire sul pavimento come se fosse sempre stato a casa sua e il tempo non fosse mai passato. Lui sapeva infatti che fra Isabel e (il) futuro Mangiacuore era sempre intercorso un fortissimo legame, dato che lei lo teneva sempre in braccio. “Senti, ma… per caso sai perché nostra madre ha implorato perdono a Josafat?”

“Oh… quella storia. Forse è meglio se non la conosci” tagliò corto Isabel, per poi lanciare uno sguardo agli ospiti.

“E voi chi siete? Perché ve ne state così muti e depressi? I vostri morti non vorrebbero quell’aspetto, vero? Invece bisogna sorridere! Coraggio, che avete aperto due Fontane e ve ne manca solo una!”

Kaden scoprì di avere la bocca secca. Davvero gli aveva parlato? Ed erano gli angeli del paradiso a dirgli che andava tutto bene?

Mary disse “Be’, allora perché non ci dai una mano a combattere?”

“No, io… io preferisco ballare” disse Isabel. “Non avete idea di quante persone vengano per me, per guardarmi ballare. Sono bellissima, il sogno di tutti quelli che mi vedono. Ma la danza è l’unico modo che ho per rilassarmi, in questi tempi tormentati. Non ho più voluto combattere, dopo che ho ucciso con le mie mani uno degli uomini del Re Anthony. Adesso so come vi sentite voi, e se un solo uomo mi fa star male, non so pensare cosa alberga in te e in Isaiah… e nel piccolo Josafat. Josafat!” esclamò, lanciandosi verso il Mangiacuore e abbracciandolo, tuttavia destandolo dal sonno.

“T… ti giuro… che non volevo! Nessuno lo voleva! È stato un incidente, Josafat! Perdona la mamma! Ti prego!” e singhiozzò.

Anche Mary si rabbonì nei confronti di Isabel e provò a dire qualcosa. “Ma… che cosa gli è successo? La cosa interessa anche me, dato che ha cercato di uccidermi”

“Cosa?” chiese Isabel, con la faccia affondata nel collo del fratello stordito. “Io non volevo… è tutto scritto nel diario, ma Caleb, tu non leggere, non voglio”

Caleb però era ormai vinto dalla curiosità, così si alzò e, ben sapendo che Isabel l’aveva redarguito dall’immischiarsi in quella faccenda, in maniera molto furtiva e facendo cenno ai due estranei di far silenzio, cercò egli stesso il diario di cui stava parlando la ragazza.

Dopo aver provato diverse ante, fu Kaden a trovarlo nell’ultimo cassetto del comodino accanto al letto di Isabel. Caleb scoprì il ragazzo con in mano il reperto e lo fulminò con lo sguardo. “Perché ficchi le tue sudicie mani negli stipetti di mia sorella? E se le avessi toccato le mutande?” sibilò irato.

Kaden avvampò e rispose “N-no di certo… io stavo dandoti u-una mano…”

Caleb gli strappò di mano il diario, anche se non poteva evitare che guardassero anche lui e Mary, e finalmente vide ciò che era scritto sul frontespizio blu. Era datato 2039 della Seconda Era, il che voleva dire che partiva da quando Josafat aveva sì e no cinque anni e copriva lo spazio di altri due.

Nella seconda di copertina, c’era una nota a mano scritta da una grafia molto infantile.

Questo diario è di Josafat Hesenfield. Non lo toccate!

Kaden e le Fontane di Luce/21

Capitolo 21

Né Mary né Kaden avevano idea di come affrontare una creatura che aveva fatto parlare di sé così tanto da entrare nelle cronache della storia recente.

Del Mangiacuore si rincorrevano dicerie su dicerie: si diceva che avesse sterminato un’intera popolazione in una sola notte, che fosse penetrato nei letti delle ragazze vergini facendole diventare come lui, si diceva addirittura che avesse abbattuto un Drago a mani nude e poi ne avesse mangiato i molteplici cuori. Ma non solo: fra le memorabili imprese si raccontava anche una mandria di Plexigos misteriosamente scomparsa mentre era in rotta verso Sidney, che avesse ucciso importanti generali e che fosse l’incubo di tutti i nobili che si erano schierati dalla parte dei Tre Re.

Ma la verità, nuda e cruda, stava di fronte a loro: era solo un ragazzo, non poteva avere più di vent’anni.

Certo, aveva pochissimo a che spartire con gli esseri umani principalmente, tuttavia Kaden non aveva tempo di pensare a cosa gli fosse successo, quanto piuttosto a come difendersi da quella leggenda vivente.

Mary era bianca come un cencio, probabilmente sarebbe morta di lì a poco. Non capiva cosa le fosse successo, forse era preoccupata per Klose e Taider.

Anzi, forse solo per Klose… ma lui conosceva poco le questioni di cuore e quindi non poteva capire cosa stesse accadendo dentro di lei.

Gli pareva di sentirla, Mary: “Fatti i cazzi tuoi, stupido!”. Ed ecco, Kaden seppe grazie alla Mary che abitava dentro la sua testa di tenere la bocca chiusa.

Poi si rese conto che Josafat non aveva ancora attaccato, stando piuttosto guardingo, sempre in quella posizione animalesca, mostrando i canini affilatissimi e perdendo anche un po’ di bava.

Come mai non stava attaccando? Che quel suo atteggiamento volesse comunicare una superiorità talmente evidente da poter concedere all’avversario la prima mossa?

Kaden non lo sapeva, ed evidentemente neanche Mary, che aveva piuttosto l’aria di poter svenire da un momento all’altro.

Così il ragazzo sollevò Giustizia e andò all’attacco del Mangiacuore: mirò direttamente alla testa, con l’intenzione di decapitarlo, ma al momento dell’affondo Josafat si spostò in una maniera troppo veloce per un essere umano e si avventò su Mary, che quindi cadde a terra, avendo il Mangiacuore sopra di lei, seduto in modo da bloccarla con le gambe.

Kaden istintivamente ebbe l’impressione di cosa stesse per succedere. Un vago istinto di sopravvivenza gli imponeva di rimanere lì, immobile, mentre osservava l’amica piangere silenziosamente.

Josafat alzò il braccio destro, quello colpevole di carneficine e genocidi. Stava per succedere: se Kaden non avesse fatto nulla Josafat entro una frazione di seconda sarebbe penetrato nel cuore di Mary e se lo sarebbe mangiato davanti a lui.

Kaden quindi distolse il pensiero da quella scena e sparò, col braccio sinistro, un enorme getto d’aria, sufficiente a togliere quella mano maledetta dal torace dell’amica.

Josafat, fuori guardia, sbatté contro le frasche del labirinto, e Mary poté rialzarsi, col cuore ancora al suo posto.

Kaden invece non sapeva perché Mary stesse biascicando dei ringraziamenti. Non sapeva nemmeno lui cosa lo avesse spinto ad agire d’impulso, tuttavia giusto in tempo per evitare l’inevitabile.

Fissarono Josafat con occhi pieni di lacrime.

“Che cosa…” disse Mary, riacquistando coscienza di sé. “Che cosa mai può essere successo a questo ragazzo?”

Entrambi fissavano il povero Josafat che stava leccandosi il braccio destro, rispondendo solo a quel crudele istinto che gli aveva annebbiato il cervello.

Senza dire una parola, Kaden disse a Mary: “Attacchiamo?”

Il tono autoritario in cui lo chiese stupì entrambi e Mary non poté fare altro che seguire il suo salvatore, che con la spada Giustizia in mano sembrava adesso un vero cavaliere, un guerriero venuto da antiche leggende per aprire le Fontane.

Lo scontro due contro uno non sembrava spaventare Josafat, che scansò più e più volte tutti gli attacchi. Più Kaden colpiva, più realizzava che in quel modo non avrebbe mai arrecato danno al più giovane della Casa Hesenfield, così optò per un’altra strategia; anche perché Giustizia era piuttosto pesante da maneggiare.

E intanto Josafat e il suo orrendo volto gli erano sempre davanti, ghignante come un lupo davanti alla preda.

Un’altra strategia… ma vi era davvero? Con quel suo gesto, non aveva forse posticipato le morti di entrambi di qualche minuto?

Il Mangiacuore con un altro balzo si accanì su di lui, ma stavolta fu Kaden a rotolare sulla sinistra per evitare che gli finisse addosso, e alzando Giustizia provò a tagliargli la schiena, ma il suo avversario sparì adottando la Tecnica Arcana del Vento, quella che Taider non aveva mai saputo fare.

I due rimasero soli, immersi nella malinconia di quel corridoio del Labirinto, mentre una brezza fredda stava penetrando nelle ossa.

Kaden disse: “Maledizione! E maledetto anche Taider! Come gli viene in mente di sparire così?”

Mary scosse la testa. Kaden aveva tradotto a parole ciò che lei temeva, tuttavia rispose cambiando argomento: “Attento, Kaden, potrebbe ritornare”

Josafat infatti riapparve improvvisamente alle sue spalle, pronto per graffiare con la stessa mano destra maledetta, ma Kaden lo bloccò con la spada, dando vita a un teso braccio di ferro, e il Mangiacuore sembrava averlo davvero.

Nessuno dei due avrebbe mai ceduto, ma per fortuna Mary aveva ancora la sua spada, che distrasse Josafat riuscendo a ferirlo alla schiena.

Quest’ultimo diede un urlo muto e si allontanò da Kaden, fronteggiando i due con lo sguardo colmo d’ira.

Kaden era semplicemente frustrato e comunicò i suoi pensieri a Mary: “Come mai a Josafat è sufficiente porre l’avambraccio sulla lama di una spada e non far fuoriuscire sangue mentre a me basta un graffio per ridurre la mia faccia a (in) poltiglia?”

Mary scrollò le spalle. “Non mi sembra il momento di chiedertelo. Ricordo quando ti inflissi quella cicatrice, ma adesso mi sembrano passati almeno cinque anni”

Kaden tornò ad osservare Josafat. Era vero, in quel Labirinto sembrava di essere fuori dal tempo, in un incubo.

Ma alla fine, con uno sforzo sovrumano riuscirono a portare fuori tiro Josafat e darsela a gambe, del tutto dimentichi che si trovavano in un Labirinto e che il figlio di Abraham aveva il coltello dalla parte del manico.

Infatti, dopo neanche dieci secondi dalla loro fuga, si ritrovarono in un vicolo cieco, assediati da una mezza dozzina di Demoni.

“Caspita! Non si finisce mai, eh?” commentò Mary. “Che razza di idea, questo gioco!”

“E dire che Abraham ci voleva vivi…” commentò Kaden, mentre affrontavano i Demoni. Poi gli venne in mente. “Appunto, Abraham ci vuole vivi, quindi perché mettere il Mangiacuore sulle nostre tracce?”

Mary disse: “Forse c’è qualcuno che rema contro, o forse Josafat ha fame, o che cazzo ne so”

I Demoni aumentavano sempre di più, e nel frattempo Josafat Hesenfield non si vedeva, ma c’era. Loro sapevano che c’era. O perlomeno, il loro cuore glielo suggeriva, come calamitato da colui che li mangiava.

Kaden sollevò Giustizia, pur avendo le braccia stanche , e cominciò a tranciare uno, due, tre Demoni per poi essere colpito alla spalla sinistra da un raggio laser, che lo fece stramazzare al suolo.

“Porca miseria, sono troppi” si disse Kaden ed anche Mary accusava la fatica.

“Dai, Kaden!” esclamò lei, in preda alla furia folle. “Non puoi permetterti di fermarti!” Ricorda che c’è il destino dei tuoi genitori in gioco!”

Kaden capì. Era vero, ma non sapeva nemmeno se fossero vivi. Ma se lo fossero stati? Perth doveva essere salvata, quindi si rialzò, anche se ormai le ferite non si contavano e anche Mary era allo stremo delle forze.

Scansò un’altra graffiata e si pose di fronte a loro, in modo che potesse vederli. Perlomeno, erano riusciti a fuggire dal vicolo cieco e potevano scappare qualora la situazione lo avesse consentito.

E intanto Josafat non vi era. Era la sua assenza che temeva più che la sua presenza minacciosa, con quell’alito che sapeva di sangue e ferro e morte. Kaden trattenne un brivido.

I Demoni non esitarono un minuto e li attaccarono ancora, cercando di ghermirgli le spalle già provate dal raggio laser, ma lui fu più rapido e riuscì a farsi strada uccidendone uno, ma mise un piede in fallo e cadde in una botola, laddove il fondo era pieno di spuntoni.

“No, maledizione!” il ragazzo si aggrappò appena in tempo a una scanalatura provvidenziale e non cadde, ma i Demoni, che non avevano bisogno di appigli, penetrarono dentro quel buco e non potevano avere occasione migliore per farlo fuori.

Tuttavia, Kaden capì ancora una volta che non era solo in quel mondo. Tutto, il bene e il male, tornava indietro,  aver salvato Mary dalle grinfie del Mangiacuore sconfiggendo la paura permise a lei di salvarlo: li sconfisse tutti, uno per uno, e poi offrendogli il braccio lo tirò su, cavandolo d’impaccio.

Una volta che quel cunicolo fu dunque sgombro di Demoni, Kaden ringraziò Mary.

“Non ringraziarmi” rispose lei. “Sei cresciuto tantissimo e io… io non posso che essere fiera di te. Non è che da un giorno all’altro tu mi crei qualcosa come una Fenice di fuoco e uccidi tutti, eh? Eh?” concluse scherzando.

“Eh, magari” commentò lui. Si vide nell’atto di crearla e capì che uno come lui non poteva nemmeno sognarsi di creare certe cose… era già tanto aver salvato Mary ribellandosi alle gambe bloccate.

“Sai cosa direbbe Klose, vero? Non male ma puoi migliorare, con quella sua voce nasale… e anche Taider, bene ma non benissimo

Mary si incupì un istante nel sentire nominare il Cavaliere Corrotto e si limitò a dire: “Sperando che stia bene, perché voglio ucciderlo con le mie mani”

“Lo meriterebbe” convenne Kaden e, dopo quel pensiero, si pentì di averlo detto e gli tornò in mente l’idea della Fenice di fuoco, perché tornò lui.

Josafat Hesenfield, dritto in piedi a braccia conserte, con un piede appoggiato al campo di forza che proteggeva la frasca ormai bruciacchiata.

Egli alzò lo sguardo e sogghignò nel vedere l’incaricato alle Fontane pronto per un secondo round, così tornò nella posizione consueta, pronto anche lui a combattere.

“Lascialo a me, Mary” le disse. “Riposati un attimo, io… io me la caverò”

Lei in effetti era sporca, ferita ed esausta, non avrebbe retto a un altro scontro. “Sta’ attento” disse, sdraiandosi a terra.

Solo che Kaden aveva il fiatone, non credeva che appigliarsi in quel buco gli avesse così tanto assorbito le forze.

E adesso, che avrebbe fatto? Josafat sembrava all’apice della sua forma, non avrebbe avuto possibilità.

Non avrebbe fatto nient’altro che impugnare Giustizia e rispondere colpo su colpo a tutti gli affondi veloci di Josafat, e così successe; limitandosi solo alla fase difensiva, incurante dell’avvertimento nella testa che gli diceva “più ti muovi, più ti stanchi”.

Purtroppo Mary non poteva più muovere un dito e non c’era nessun altro che avrebbe potuto soccorrerlo, si disse Kaden.

Così, un colpo dopo l’altro, Kaden rispondeva agli attacchi di Josafat che si fecero sempre più accaniti, finché Giustizia non divenne davvero troppo pesante e lo costrinse a lanciare una granata d’aria, sperando che almeno quella la incassasse.

E, miracolo! Riuscì.

Kaden non poté credere alle proprie mani: era già la seconda volta che la magia era potente in lui, ma forse era dovuto solo alla sua profonda tristezza, non tanto per la sua forza. Stette di fatto che Josafat incassò il colpo e si ritrovò abbastanza distante da poter concedere a Kaden stesso un po’ di vantaggio per la fuga.