Kaden e le Fontane di Luce/19

Capitolo 19

Klose si allontanò dagli altri e prese la strada che aveva scelto. Aveva intenzione di risolvere il Labirinto a modo suo, con le sue forze, in modo da dimostrare a Mary che era capace di fare anche quello.

Mary…

Nei giorni in cui erano stati prigionieri di Caleb, aveva notato che era entrata in confidenza con Taider, il Cavaliere Corrotto.

Persino il primogenito Hesenfield se n’era accorto, dicendogli a bassa voce: “Quei due non me la raccontano giusta. Finiranno sicuramente per appartarsi e giacer insieme, ma lo facciano lungi da me. Non ho voglia di vedere quel tipo di scene, non è il momento e comunque vi sto scortando per un motivo preciso. Siamo in guerra, non c’è spazio per l’amore”

“Forse” aveva risposto Klose, sospirando. “Ma non credi che l’amore cancella questi ed altri peccati?”

Caleb fu colpito da quella risposta e rifletté per alcuni minuti prima di ribattere. “Credi quindi che anche io dovrei trovare una buona moglie?”

“Non so, fa’ come credi” aveva concluso Klose, seccato da quelle stupidaggini e scoprendosi geloso di Mary e Taider.

Spinto da quel sentimento, l’arciere aveva osservato meglio i suoi compagni, e in effetti aveva notato che si sostenevano a vicenda. Forse la perdita di un arto aveva fatto risvegliare in Mary sentimenti su cui l’arciere non avrebbe scommesso, trattandosi di una donna dal pessimo carattere com’era lei.

Tuttavia, non poté non pensare a lei senza che qualcosa nel suo animo si agitasse.

Strinse l’arco fra le mani. Che rabbia! Ma perché a lui non capitavano quel genere di cose?

Aveva compiuto imprese grandiose, aveva combattuto contro le Amazzoni, aveva protetto Kaden, tuttavia non era stato ferito gravemente.

Pertanto, essere in quel labirinto da solo era l’occasione, forse unica, che aveva per dimostrare quanto valeva.

Agli occhi di Mary non era mai stato un granché. Ricordava il primo giorno in cui l’aveva incontrata, quando era stato convocato da Shydra Aldebaran per costituire la guardia del corpo dell’incaricato ad aprire le Fontane.

“Potrebbero volerci anni” aveva obiettato Mary in quell’occasione. “Perché dovrebbe accadere proprio quest’anno?”

“Prima o poi avrei dovuto” aveva replicato Shydra, con la solita voce indifferente alle obiezioni. “E adesso sta’ calma e tranquilla e aspetta un mio ordine, dovete essere pronti a partire in qualunque momento”

E così si conobbero, ma Mary non sembrava molto interessata a dare confidenza, né a lui né a Taider, tanto da non aver dato nemmeno la mano in segno di saluto, offrendo invece Tenebra. Almeno non finché non era accaduto che avevano perso la carrozza e poi lei aveva perso il braccio nella Foresta dei Centauri. Da lì Mary aveva cambiato completamente atteggiamento, regalando anche Olocausto a Kaden.

Olocausto, che adesso era Giustizia… Kaden era uno spadaccino, non un arciere, e quello gli diede molto fastidio.

Ricordava ancora di quando aveva cercato di insegnare l’arco al ragazzo. Era proprio negato, e quindi dopo pochi tentativi aveva lasciato perdere.

E Mary restava così lontana. Klose se n’era innamorato? Non proprio, ma non la vedeva come un obiettivo raggiungibile, non quando i morti si contavano a centinaia ogni giorno e le Fontane dovevano essere ancora aperte.

Voltò a destra, poi a sinistra. Dopodiché, vicolo cieco.

Fece per tornare indietro, ma qualcuno bussò alla sua spalla.

“Chi è là?” chiese, quando vide un Demone. Era orribile, e gli sembrò che persino l’aria circostante avesse perso un po’ di luce. Si sentiva smarrito, e si chiedeva se sarebbe andato davvero all’Inferno accompagnato da quell’essere.

“Prenderò la tua anima” affermò la creatura senza mezzi termini, come se gli avesse letto nel pensiero, e sollevò il braccio diretto al centro del petto, ma Klose fu più rapido. Incoccò la freccia e la piantò dritta nel cranio, lasciando il Demone morto a terra.

“Per fortuna” commentò, e proseguì per la propria strada.

Non era facile, perché più andava avanti più la strada si faceva impervia e a un certo punto gli si presentò davanti una scala.

“Che ci fa una scala in mezzo a un labirinto pianeggiante?” si disse. Poi, vedendo che in ogni caso era l’unica via per proseguire, salì il primo gradino.

Non successe niente di particolare, a parte forse un lieve disagio nello stomaco.

Salì il secondo, anche in quel caso ne uscì indenne.

Una volta al terzo, improvvisamente sbucò fuori dal nulla uno spuntone dai gradini superiori che per poco non gli bucò un occhio. Klose si salvò solo per i suoi riflessi primordiali.

Al quarto gradino cadde un fulmine che lo bruciò. Klose dunque svenne e stette una buona mezz’ora alla base della scalinata privo di sensi.

Tuttavia, una volta riacquisiti e cercando di non respirare la sua stessa carne bruciata, tornò ad osservare quella scala maledetta.

Come avrebbe potuto oltrepassare quel posto pericoloso se vi era un fulmine a bloccarlo?

Aveva due possibilità: o scavalcava il gradino, oppure avrebbe dovuto aprirsi un varco fra le frasche e barare nel gioco.

Poi ripensò agli Hesenfield, e a come stavano costruendo un impero che, in base a quello che aveva sentito dire, teneva ormai sotto scacco la maggior parte del regno centrale comandato ancora dalla regina Margareth, e adesso avevano invaso l’Ovest, dove, secondo le informazioni di Caleb, Isaiah stava collezionando vittorie su vittorie, aiutato anche dalla straordinaria potenza dei Centauri.

Quindi Klose decise di dare uno schiaffo morale al Labirinto. In guerra tutto era concesso, così scagliò una freccia contro il muro cespuglioso alla sua destra.

La freccia cercò di conficcarsi all’interno dei rami, ma un misterioso campo di forza la disintegrò, non lasciando traccia alcuna.

Klose si rammaricò per aver perso una delle sue amate frecce, ma era valsa la pena tentare, così salì di corsa i gradini saltandone alcuni e arrivando dunque in cima, dove tuttavia venne catapultato di nuovo verso il basso.

Una voce parlò. “Tutti i gradini, furbetto.”

Klose digrignò i denti. Non solo aveva le ossa rotte per la fulminata ricevuta poco prima, ma era costretto a riceverne un’altra, poiché le regole degli Hesenfield non potevano essere infrante.

Si chiese improvvisamente per quale motivo i Draghi non attaccavano quelle lande. Non sarebbe stata una cattiva idea dare fuoco a tutto quello, così perlomeno non ci si doveva più lambiccare per trovare una soluzione…

Ma quelle cose non capitavano nella realtà, i Draghi tendevano a seguire i loro principi, piuttosto che aiutare un umano.

Eppure, aveva sentito lui stesso che la cerchia dei Draghi si era divisa in due fazioni: una fedele a re Anthony, l’altra indipendente.

Ad ogni modo, era inutile pensare ai Draghi in quel momento. Fra lui e la soluzione al Labirinto vi era una scalinata irta di ostacoli.

I primi due pioli erano privi di trappole, così salì subito. Il terzo aveva lo spuntone, così salì dopo appena un secondo, mentre il quarto, quello del fulmine, lo evitò sacrificando una freccia che funse da parafulmine. Gli dispiacque per quell’arma, quando la vide carbonizzata a terra dove l’aveva messa.

Il quarto gradino era vuoto, così come il quinto; tuttavia il sesto nascondeva una sostanza appiccicosa che stava lì appositamente per incollare il viandante sul gradino e farlo morire di fame. Tuttavia Klose non fu preso dal panico e gli venne in mente che era sufficiente togliersi gli stivali per poter proseguire. Certo, non era consigliabile andare a piedi nudi in un Labirinto imprevedibile e dimora della Morte in persona, ma meglio l’ignoto che morire in piedi di stenti.

L’arciere riuscì dunque a liberarsi e giunse all’ultimo gradino, quello della catapulta, che tuttavia non si azionò, in modo da indurre il viandante a vedere cosa vi fosse oltre la scalinata.

E vi era una piscina piena di pinne che sbucavano da sopra il livello dell’acqua. Non era possibile aggirarla perché occorreva saltare con una forza oltre le capacità umane oppure distruggere le siepi che fungevano da confine, e non era fattibile. Klose aveva la sensazione che quantunque ci avesse provato, le siepi lo avrebbero fulminato.

Come oltrepassare dunque quell’ultimo ostacolo?

Come passare indenne a tutte le prove della vita?

Con l’arco e con la freccia, la risposta era proprio sulla sua schiena.

Aveva sempre con sé una corda, oltre al solvente in tasca. Non avrebbe mai creduto che in quel frangente gli sarebbero serviti entrambi, eppure eccolo lì che si operava per uscire fuori da quel pasticcio.

Fissò la corda a un’estremità oblunga, che fuoriusciva da quella piattaforma come se qualcuno avesse già saputo in partenza che quella era l’unica soluzione.

Legò dunque l’altra estremità della corda alla freccia, l’ultima rimasta della sua faretra.

Incoccò, traendo un profondo respiro: in fondo al viale vi era una frasca, e se il campo di forza avesse respinto quell’unico tiro, sarebbe rimasto prigioniero lassù per sempre.

Tuttavia, il colpo riuscì alla perfezione e la freccia si conficcò fra i rami, come se non ci fossero mai stati campi di forza a proteggere le frasche.

Che gli Hesenfield volessero dargli una possibilità? Ne dubitava, anche perché era impossibile pensare a una possibilità dopo averlo indebolito con quella fulminata e sapeva benissimo che un altro scossone di quel tipo gli avrebbe donato la morte.

Così scese dalla piattaforma e, aggrappandosi alla corda, cominciò a usarla come passaggio per oltrepassare la piccola piscina e arrivare all’altra estremità.

Aveva il cuore in gola e vedeva il traguardo sempre più vicino, quando improvvisamente un raggio laser di un Plexigos distrusse la corda tesa e fece cadere il povero arciere diritto nell’acqua.

Klose sentì i denti affilati dei piranha attaccarsi a ogni lembo di pelle libero prima di fuoriuscire dall’acqua urlando, e non gli venne in mente niente per liberarsi da quelle zanne. Solo dopo essere uscito dall’acqua e aver rotolato per diversi metri finalmente Klose riuscì a staccare l’ultimo pesce dal braccio.

Adesso sanguinava, portando diverse ferite da dentiera su tutto il corpo, e sentiva che sulla coscia destra era rimasto persino un dente.

Finalmente non aveva niente da invidiare agli altri, anche lui riportava i segni della lotta, e per di più stava anche cercando il Plexigos che gli aveva fatto quel giochetto, per ringraziarlo a suo modo.

Poi lo vide: eccolo, un modello Dingo, che balzava indifferentemente sulle frasche, in cerca di altre prede.

Non per molto. Klose riprese la freccia che lo aveva tanto aiutato e la incoccò. Quella andò a conficcarsi direttamente sulla fronte del mostro che, da sopra la siepe che delimitava il labirinto dov’era, cadde rovinosamente a terra. Klose ne sentì il tonfo sordo, perché non poté osservare il cadavere, in quanto caduto in un altro sentiero.

“Perfetto, e anche questa è andata” commentò Klose, che voltò le spalle alla piscina e a quanto fatto per oltrepassarla e imboccò la via a sinistra, incerto su dove stava andando, incerto se di lì a poco sarebbe rimasto vivo oppure quelli sarebbero stati gli ultimi passi della sua vita.

Si chiedeva cosa lo attendeva, mentre file e file di siepi fungevano da muro a destra e a sinistra, e sotto di lui il sentiero di terra si estendeva prendendo infinite biforcazioni. Sopra di lui sembrava mezzogiorno, o poco più, o poco meno.

Non aveva neanche più il senso della misura. Quanto tempo era passato da quando si era congedato dai suoi compagni? E quanto tempo rimaneva per risolvere il Labirinto? Sarebbero davvero tutti morti a causa dei pericoli oppure solo per la fame?

Poi accadde un fatto molto strano: a ogni passo che compiva gli sembrava che la frasca in fondo al viale che stava percorrendo si stesse allontanando.

Che cosa stava succedendo? Un gioco psicologico per farlo crollare?

Scosse la testa per vedere meglio e adesso la frasca era vicinissima. Batté le palpebre e la stessa frasca era lontana.

Rimase fermo e decise di contare solo sulle sue gambe, che forse sarebbe stato meglio; tuttavia non fece molti passi che una porta in ferro battuto si presentò davanti a lui sulla destra.

Era dunque quello il posto che avrebbero dovuto raggiungere? Klose ne dedusse di sì, visto che probabilmente era l’unica porta fabbricata in quel modo in tutto il Labirinto. Tuttavia, Kaden non era con lui, e forse non c’era modo di segnalargli la sua presenza. Anche se avesse scoccato una freccia, Klose non era sicuro che qualcuno l’avrebbe visto e anche se fosse, come avrebbero potuto raggiungerlo, con trappole ovunque?

L’arciere si sedette quindi davanti alla porta e attese, finendo per addormentarsi.