Kaden e le Fontane di Luce/Mary

Continuiamo il nostro viaggio sulle verità nascoste della mia fantasmagorica saga! Oggi faremo luce sul personaggio di Mary, ovvero com’è venuto fuori, chi è e tutte le curiosità che hanno fatto di lei… lei.

Allora, partiamo subito col dire che Mary non è un nome a caso. In effetti, in ogni storia che scrivo deve esserci almeno una che si chiama Mary o Maria, questo per motivi puramente cattolici.

Mary, che se dovessi usare un prestavolto in modo da farvela avere ben chiara in mente potrebbe assomigliare ad Ana Lucia della serie tv Lost, è sempre stata una spadaccina, sin dall’origine del personaggio. Ha una spada che conserva come se fosse fidanzata con lei, e ho subito pensato che dovesse essere cinica e in rotta col mondo intero. Infatti, come carattere non è propensa alle affettuosità o agli abbracci, che evita come la peste. Quando si è trattato di dover proteggere Kaden, su ordine del capo dell’Armata Rivoluzionaria, non si è tirata indietro: questo perché in Kaden ci ha visto molto di suo fratello minore, morto in circostanze troppo assurde per poterne parlare.

Ciò non toglie ovviamente che, nel momento in cui ha avuto a che fare con lui, lo ha giudicato come una piattola insopportabile e del tutto incapace di combattere. Effettivamente, se fosse stato per lei lo avrebbe lasciato crepare sin da subito! Però non poteva permetterselo, visto che Kaden è il solo a poter aprire le Fontane. E non solo, oltre al compito di proteggerlo le è stato assegnato anche il ruolo di maestra! Questo perché Kaden si è rivelato incapace di usare l’arco e allora la squadra di protezione del ragazzo ha optato per fargli usare la spada.

I giorni di allenamento sono per la storia un segreto, perché in ogni caso non serviva a molto per la trama, ma ciò che posso dire è che Kaden si è sentito insultare, e parecchio, quando non lo facevano nemmeno a scuola.

Insomma, questa è Mary: burbera, collerica, sarcastica, ma dal buon cuore e sono stato molto contento che abbia accettato di accompagnare Kaden in questo viaggio.

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Kaden e le Fontane di Luce/20

Capitolo 20

Taider si risvegliò dal torpore in cui era caduto. Ricordava solo che lui e Mary erano stati attaccati dai Demoni, e mentre stava per utilizzare una Tecnica del Fuoco era sparito nel nulla.

Probabilmente Mary stava pensando che lui fosse un traditore, o chissà cosa… quel pensiero lo faceva stare male. Non avrebbe mai accettato che Mary, proprio lei, lo potesse considerare meno di un uomo. Nel pensarlo, si rese conto che forse c’era qualcosa in lui che… qualcosa che fino a quel momento gli era stato precluso.

L’amore.

I Corrotti potevano ancora innamorarsi?

Ricordava benissimo il primo giorno in cui l’aveva vista, con quella faccia da schiaffi e il sorrisetto sardonico che lo facevano impazzire.

Si erano avvicinati in maniera impensabile solo qualche settimana prima, quando avevano cominciato quel viaggio folle e pericoloso, e avevano cominciato a sostenersi a vicenda a causa degli arti mancanti, lei il braccio e lui la gamba.

Quindi forse sì, i Corrotti potevano ancora innamorarsi, poiché erano tutti uomini sotto quel cielo… ma vedersi il loro amore ricambiato? Non era forse esclusivo dei cuori puri?

Ricordava benissimo quella notte. Era il suo turno di guardia, quindi persino uno come Caleb Hesenfield stava concedendosi qualche ora di sonno. La luna crescente gli sorrideva e le stelle erano luminose, per quello scelse loro come testimoni. Taider, colto da un’improvvisa ispirazione, o forse solo follia, si avvicinò al corpo caldo della ragazza e la baciò mentre lei stava dormendo. Un bacio così, a fior di labbra, mentre lei era inconscia, ma lo doveva fare. Innanzitutto per dimostrare a se stesso che non era ancora diventato un cavaliere senza anima e che covava ancora sentimenti umani dentro di sé, a parte il suo tipico atteggiamento calcolatore, e in secondo luogo perché amava Mary più di se stesso e, nonostante sapesse che lei non avrebbe mai accettato un rapporto in quei tempi così terribili, perlomeno un bacio doveva meritarlo.

Purtroppo non accadde perché in quel momento erano stati scovati da alcuni briganti e dovettero combattere per mantenersi in vita e non farsi derubare.

Ricordava che Kaden si era messo ad urlare perché un tizio gli aveva puntato la lama in gola, svegliando tutta la compagnia e quindi dando inizio a una violenta baruffa, in cui lui aveva eliminato tre briganti soltanto lanciandogli addosso un po’ di fuoco.

Ad ogni modo da allora non si era più avvicinato a quelle labbra secche, e forse non lo avrebbe mai più fatto, anche se il mondo fosse tornato in pace.

Mary probabilmente era adirata con lui, in quel momento era scappato senza lasciare traccia, e lui si trovava dentro un luogo buio, eccetto forse per degli stretti spiragli che gli permettevano una visione molto limitata dell’esterno.

“Cosa ci fa una capanna in mezzo a un labirinto?” chiese al vuoto.

Nessuno gli rispose. Era stato davvero catturato e abbandonato lì in attesa che diventasse cadavere?

Oppure vi era qualcuno che aveva un piano ben preciso?

“C’è nessuno?” chiese Taider, dubbioso.

Ancora una volta nessuno gli rispose, anche se un rumore di passi gli comunicava che effettivamente qualcuno di guardia c’era. Ancora Taider non sapeva che avrebbe potuto andarsene quando voleva da quel posto. Mary, comunque, poteva essere in trappola o catturata… o morta, e lui non sapeva nemmeno dove fosse.

“Dunque… dunque” disse una voce che non era quella di Caleb, ma quella di suo fratello, Jakob, il terzogenito della Casata, che aveva conosciuto nell’episodio in cui aveva sottratto Josafat dalla loro vista. “Il Cavaliere Corrotto, sir John Taider. Volevo proprio te, perché desideravo farti una proposta. Sei il più titolato fra coloro che mio padre vuole come ospiti, quindi di sicuro anche il più intelligente”

Jakob Hesenfield. Non era l’erede, ma di sicuro era molto forte. Ecco perché scartò l’idea di distruggere il capanno e sfruttare l’effetto sorpresa per andare a soccorrere Mary: uno come lui avrebbe pensato anche quell’eventualità. Davvero, era come un canarino in gabbia, e la cosa più saggia quel momento era ascoltare cosa Jakob desiderava dirgli.

Inoltre, non aveva capito perché Jakob aveva citato suo padre mettendo un’enfasi strana… quasi di disprezzo. Che stava succedendo in quelle mura tetre?

“Quale sarebbe questa proposta? Se si tratta di tradire, io…”

Ma Jakob tirò troppo col naso, evidentemente si era scandalizzato. Taider non poteva vederlo bene fra gli spiragli della sua prigione. “Tradire? Oh, no! che parola villana! Solo i mercenari tradiscono, e tu non lo sei. No, non ti chiederei mai di farlo. Siamo nemici, e se l’ordine delle cose desidera così, io non sono nessuno per metterlo in discussione. Tuttavia, desidero farti comunque una proposta, da nemico a nemico”

“Non tirarla troppo per le lunghe, Hesenfield!”

Jakob si prese una lunga pausa prima di parlare ancora. “Dunque, consideriamo i fatti. Tu, la tua amichetta Mary e il tuo compare Klose siete prigionieri della nostra Casata, che vi state ingegnando per oltrepassare la porta di servizio di Villa Hesenfield. Assieme a voi c’è un ragazzo che per un caso fortuito ha aperto la Fontana Lind, permettendo a noi di attaccare l’Ovest e con ottime probabilità di impadronircene. Il fatto è che non siete nelle vostre condizioni ottimali: provenite da giorni bui, incatenati e costretti al volere di mio fratello Caleb e per di più tu ti ritrovi senza una gamba, mentre la tua amichetta Mary è priva di un braccio. Gli unici illesi sono colui che ha aperto la Fontana e Klose, che però non sono molto forti, in confronto a voi. Pensate se moriste: loro che fine farebbero? Verrebbero mangiati dai corvi, ne sono sicuro, sempre ammesso che riescano a risolvere l’intricato enigma del labirinto, il che mi pare alquanto improbabile. Questi sono i fatti, Taider. Se tu avessi libertà di scegliere, di cosa pensi abbiate bisogno per passare indenni la nostra porta di servizio?”

Taider non rispose.

“Su, avanti, rendi tutto più difficile così” incalzò Jakob.

Alla fine il Cavaliere Corrotto disse: “Io ho bisogno della mia gamba, Mary del braccio destro”

“Esattamente, sir. E come potreste ottenerlo? Solo avendo una protesi. La nostra scienza medica può compiere veri miracoli, e meno male, perché se anche quella si fosse regredita ai tempi antichissimi in cui le spade si usavano davvero entrambi non avreste avuto speranza alcuna. Per fortuna questo periodo storico, in cui l’uomo degenerato ha voluto regredire da sé in maniera patetica, ha mantenuto le stesse conoscenze mediche che aveva prima della venuta dei Wergonth e quindi avete concrete possibilità di riavere i vostri arti. Ma come pensate di ottenerli? ”

Taider rispose: “Arrivando a Kashnaville e…”

Jakob lo interruppe con una risata senza gioia. Era logico che stava recitando una parte, e che non aveva interesse alcuno a fare alcunché. “A Kashnaville? Misericordia, ti credevo più intelligente. Siete i quattro individui più ricercati dell’intero reame, il Re dell’Est vi ha scatenato contro i Draghi e migliaia di cacciatori di taglie e tu pensi di poter penetrare in una città, dove peraltro è stata costruita una Fontana, così, come se niente fosse? E per di più pretendendo una visita medica? Andiamo, chi ci crede? Sai a quanto ammonta la tua taglia, ad esempio? Si parla di un miliardo, perché sei un Cavaliere che ha tradito. Per non parlare di colui che ha aperto la fontana Lind, lui ha più di dieci miliardi sulla testa. Roba da far impallidire il Sovrano stesso. Si potrebbe vivere di rendita per generazioni, se qualcuno riuscisse a catturare entrambi. Evidentemente è solo un sogno infantile, non credi?”

Taider era stato così occupato con il compito assegnatogli da Shydra che non aveva pensato a tutti questi aspetti, così dovette ammettere che Jakob aveva ragione.

“Gli Hesenfield” riprese Jakob “hanno come obiettivo primario il tornare a regnare sull’Australia,  riportandola sotto un’unica bandiera. In realtà, io non credo che mio padre sia capace di regnare, quindi ho intenzione di fermarlo. Vi ha invitato qui per prendere un oggetto che nemmeno io conosco, ma non importa. Ciò che mi interessa è dire che il compito di aprire le Fontane spianerebbe a mio padre la strada facilitandolo enormemente. Ora, siccome ho un… disaccordo con lui e intendo ucciderlo quanto prima, mi piacerebbe averti dalla mia parte, tu e Mary, colei che possiede Tenebra e Olocausto, due delle spade più forti del mondo. In cambio vi offrirò gli arti che vi mancano. Mi sembra una proposta conveniente, no? In questo modo, avrete di nuovo i vostri arti e io, in quanto nuovo capofamiglia degli Hesenfield, garantirò sulla vita di Klose e di quell’altro ragazzo”

“Avevi detto… avevi detto che non mi avresti mai proposto un tradimento!” esclamò Taider. “Inoltre, c’è qualcosa che non mi torna. Perché vuoi uccidere tuo padre? Non è forse un vantaggio il fatto che tornerete in auge, comandando sull’Australia?”

Jakob esitò un attimo. “Tu non capisci” borbottò. “Io… io detesto mio padre. Mi ha fatto lavare Josafat, per l’amor del cielo, e…”

“C’è chi direbbe che è un tuo preciso compito badare al fratello bisognoso! Per di più un pazzo criminale non responsabile delle sue azioni!” ribatté Taider, scandalizzato dal modo di ragionare di Jakob.

“Josafat è morto nel momento in cui ha scelto di essere il Mangiacuore! Io non ho niente da spartire con lui, né con i gemelli!”

Taider ne dedusse che si riferiva a Caleb e Isaiah.

Jakob disse: “Insomma, li odio tutti e TU mi darai una mano. So bene che la defunta Aldebaran non approvava Abraham Re, pertanto nell’aiuto ci guadagniamo entrambi”

“E tu cosa farai, se come Re vuoi un altro? O forse vuoi te stesso al trono?” obiettò il Cavaliere Corrotto.

“Io sul Trono?” ripeté Jakob. “Be’… non dico che non ci abbia mai pensato, ma… se è questo che il mondo chiede, sia”

“Quindi da un sanguinario come tuo padre passeremmo a un altro sanguinario che ignora la difficoltà del suo stesso fratello, no?” chiese sarcastico Taider. “E non solo, chiedi di tradire i miei compagni, laddove persino Shydra Aldebaran aveva accettato Abraham Re, nonostante non lo approvasse”

“Non ho mai parlato di tradimento, infatti” rispose Jakob, senza scomporsi. “Voi non dovete tradire proprio nessuno. Vi è stato detto di aprire le Fontane. Bene, fatelo, a me non interessa. Tuttavia, a me interessa avere un esercito forte, e per questo ho bisogno di uomini valorosi che credano nei miei stessi ideali. Siccome, come abbiamo appena stabilito, entrambi desideriamo la caduta dei Re attuali, passa dalla mia parte e ti darò la possibilità di vederli cadere coi tuoi stessi occhi. Sono sicuro che né Klose né quell’altro, l’incaricato ad aprire le Fontane, ne soffrirebbero”

“Mi è parso di capire che non ti importa se morissero” obiettò Taider.

“Morirebbero se restassero qui. Fuori chissà?” precisò Jakob. “Lo scopriremo solo vivendo, e di sicuro non è qui che vivrai, ma fuori. Una volta che ucciderò mio padre Abraham e io diventerò Re, cancellerò tutti i tuoi peccati e tu avrai la tua protesi, così potente che tutti ti chiameranno il Cavaliere d’Acciaio, riceverai terre, donne e prestigio e la Casa Taider sarà venerata quasi quanto la nostra. Devi solo piegarti qui ed ora”

Taider tuttavia aveva già deciso. Comunque la volesse mettere Jakob, si parlava proprio di tradimento nei confronti di Kaden e Klose, che da soli non sarebbero andati molto lontano, tanto più che vi erano sedici Draghi a piede libero. Inoltre, a pelle, Taider decise che era meglio Abraham di quel folle.

“No, non lo farò mai e poi mai. Scordatelo, Jakob Hesenfield. Preferisco morire monco piuttosto che avere entrambi gli arti ma vedere i miei amici morire”

Taider non seppe dire se il suo interlocutore avesse cambiato espressione, ma la sua voce rimase ferma. “In tal caso, non insisto. Morirete tutti assieme, se questo vi compiace. Ma non dire poi pietà quando ti ucciderò brutalmente, io una mano per salvarti te l’ho anche data . Adesso esci fuori, che combattiamo”

Taider non se lo fece ripetere due volte e, con l’arte del fuoco, distrusse il capanno dov’era rinchiuso e poté osservare finalmente il suo avversario.

“Oggi combatteremo, anche se parliamo di un copione già scritto” commentò Jakob, l’espressione gelida sul viso. “Non vorrei certo sporcarmi le mani. Ti rendi conto dove siamo? Ci sono tantissimi modi per morire, qui. Come avevi pensato di crepare?”

Taider digrignò i denti. Quanto era viscido! “Avevo intenzione di morire a novant’anni, circondato dalle persone care”

Jakob fece spallucce. “Solo i nobili muoiono di vecchiaia, o meglio, i nobili che prevalgono sugli altri. Tu non sei più nobile perché hai rifiutato il cavalierato, perciò sei meno di un verme!”

Jakob schioccò le dita e creò dalla terra polverosa un mostro alto e con la schiena ricurva, con due braccia che finivano al posto delle mani in un paio di artigli.

“Vediamo come te la cavi con lui”

Il mostro si avventò su Taider, che però evitò la prima sfuriata e si pose dietro di lui, in modo da poterlo attaccare alle spalle.

“Maledetto! Non si attacca alle spalle!” esclamò Jakob, e schioccando ancora le dita fece comparire un grosso pugno dalla terra sotto i piedi di Taider che colpì proprio la schiena del Cavaliere Corrotto.

L’onda d’urto causata dal pugno spostò il corpo del guerriero mago dall’altra parte, in modo da essere visibile al mostro, senza contare che così facendo aveva proprio perforato la creatura stessa, creando un buco nello stomaco polveroso oltretutto già ripristinato.

“Che stai facendo? Alzati e combatti, no?” incitò Jakob, rivolto a Taider. “Ti facevo un po’ più resistente, maledetto!”

Taider era un maledetto, su quell’aspetto non vi erano dubbi.

Aveva abbandonato Mary al suo destino, mentre lui aveva sonnecchiato dentro quella capanna. Forse qualcuno avrebbe detto che era stato catturato a sua insaputa, ma la verità era un’altra.

Avrebbe potuto mandare a quel paese Jakob e le sue proposte, ma non lo aveva fatto.

Avrebbe potuto distruggere quella prigione in qualsiasi momento, invece si era fermato ad ascoltare il figlio di Abraham Hesenfield come se fosse un suo vecchio amico.

E Mary? Mary sarebbe anche potuta morire, per quel che ne sapeva. Non poteva permetterlo.

Sperando per il bene e confidando nel fatto che probabilmente non tutto era perduto, il Cavaliere Corrotto si alzò e fissò spavaldo il mostro che lo attaccava, scansandosi ad ogni affondo.

“Morirai, Hesenfield” disse e, stendendo le braccia orizzontalmente fece apparire dal nulla una densa colonna di fuoco, che bruciò il mostro creato dal suo nemico.

“Oh, allora non sei inutile” commentò Jakob, compiaciuto. “Ma saprai combattermi a singolar tenzone?”

Estrasse la spada, chiaro segnale che desiderava un corpo a corpo.

“E va bene” rispose Taider, facendo scricchiolare le ossa delle dita. “Ti combatterò anche senza spada”

Kaden e le Fontane di Luce/19

Capitolo 19

Klose si allontanò dagli altri e prese la strada che aveva scelto. Aveva intenzione di risolvere il Labirinto a modo suo, con le sue forze, in modo da dimostrare a Mary che era capace di fare anche quello.

Mary…

Nei giorni in cui erano stati prigionieri di Caleb, aveva notato che era entrata in confidenza con Taider, il Cavaliere Corrotto.

Persino il primogenito Hesenfield se n’era accorto, dicendogli a bassa voce: “Quei due non me la raccontano giusta. Finiranno sicuramente per appartarsi e giacer insieme, ma lo facciano lungi da me. Non ho voglia di vedere quel tipo di scene, non è il momento e comunque vi sto scortando per un motivo preciso. Siamo in guerra, non c’è spazio per l’amore”

“Forse” aveva risposto Klose, sospirando. “Ma non credi che l’amore cancella questi ed altri peccati?”

Caleb fu colpito da quella risposta e rifletté per alcuni minuti prima di ribattere. “Credi quindi che anche io dovrei trovare una buona moglie?”

“Non so, fa’ come credi” aveva concluso Klose, seccato da quelle stupidaggini e scoprendosi geloso di Mary e Taider.

Spinto da quel sentimento, l’arciere aveva osservato meglio i suoi compagni, e in effetti aveva notato che si sostenevano a vicenda. Forse la perdita di un arto aveva fatto risvegliare in Mary sentimenti su cui l’arciere non avrebbe scommesso, trattandosi di una donna dal pessimo carattere com’era lei.

Tuttavia, non poté non pensare a lei senza che qualcosa nel suo animo si agitasse.

Strinse l’arco fra le mani. Che rabbia! Ma perché a lui non capitavano quel genere di cose?

Aveva compiuto imprese grandiose, aveva combattuto contro le Amazzoni, aveva protetto Kaden, tuttavia non era stato ferito gravemente.

Pertanto, essere in quel labirinto da solo era l’occasione, forse unica, che aveva per dimostrare quanto valeva.

Agli occhi di Mary non era mai stato un granché. Ricordava il primo giorno in cui l’aveva incontrata, quando era stato convocato da Shydra Aldebaran per costituire la guardia del corpo dell’incaricato ad aprire le Fontane.

“Potrebbero volerci anni” aveva obiettato Mary in quell’occasione. “Perché dovrebbe accadere proprio quest’anno?”

“Prima o poi avrei dovuto” aveva replicato Shydra, con la solita voce indifferente alle obiezioni. “E adesso sta’ calma e tranquilla e aspetta un mio ordine, dovete essere pronti a partire in qualunque momento”

E così si conobbero, ma Mary non sembrava molto interessata a dare confidenza, né a lui né a Taider, tanto da non aver dato nemmeno la mano in segno di saluto, offrendo invece Tenebra. Almeno non finché non era accaduto che avevano perso la carrozza e poi lei aveva perso il braccio nella Foresta dei Centauri. Da lì Mary aveva cambiato completamente atteggiamento, regalando anche Olocausto a Kaden.

Olocausto, che adesso era Giustizia… Kaden era uno spadaccino, non un arciere, e quello gli diede molto fastidio.

Ricordava ancora di quando aveva cercato di insegnare l’arco al ragazzo. Era proprio negato, e quindi dopo pochi tentativi aveva lasciato perdere.

E Mary restava così lontana. Klose se n’era innamorato? Non proprio, ma non la vedeva come un obiettivo raggiungibile, non quando i morti si contavano a centinaia ogni giorno e le Fontane dovevano essere ancora aperte.

Voltò a destra, poi a sinistra. Dopodiché, vicolo cieco.

Fece per tornare indietro, ma qualcuno bussò alla sua spalla.

“Chi è là?” chiese, quando vide un Demone. Era orribile, e gli sembrò che persino l’aria circostante avesse perso un po’ di luce. Si sentiva smarrito, e si chiedeva se sarebbe andato davvero all’Inferno accompagnato da quell’essere.

“Prenderò la tua anima” affermò la creatura senza mezzi termini, come se gli avesse letto nel pensiero, e sollevò il braccio diretto al centro del petto, ma Klose fu più rapido. Incoccò la freccia e la piantò dritta nel cranio, lasciando il Demone morto a terra.

“Per fortuna” commentò, e proseguì per la propria strada.

Non era facile, perché più andava avanti più la strada si faceva impervia e a un certo punto gli si presentò davanti una scala.

“Che ci fa una scala in mezzo a un labirinto pianeggiante?” si disse. Poi, vedendo che in ogni caso era l’unica via per proseguire, salì il primo gradino.

Non successe niente di particolare, a parte forse un lieve disagio nello stomaco.

Salì il secondo, anche in quel caso ne uscì indenne.

Una volta al terzo, improvvisamente sbucò fuori dal nulla uno spuntone dai gradini superiori che per poco non gli bucò un occhio. Klose si salvò solo per i suoi riflessi primordiali.

Al quarto gradino cadde un fulmine che lo bruciò. Klose dunque svenne e stette una buona mezz’ora alla base della scalinata privo di sensi.

Tuttavia, una volta riacquisiti e cercando di non respirare la sua stessa carne bruciata, tornò ad osservare quella scala maledetta.

Come avrebbe potuto oltrepassare quel posto pericoloso se vi era un fulmine a bloccarlo?

Aveva due possibilità: o scavalcava il gradino, oppure avrebbe dovuto aprirsi un varco fra le frasche e barare nel gioco.

Poi ripensò agli Hesenfield, e a come stavano costruendo un impero che, in base a quello che aveva sentito dire, teneva ormai sotto scacco la maggior parte del regno centrale comandato ancora dalla regina Margareth, e adesso avevano invaso l’Ovest, dove, secondo le informazioni di Caleb, Isaiah stava collezionando vittorie su vittorie, aiutato anche dalla straordinaria potenza dei Centauri.

Quindi Klose decise di dare uno schiaffo morale al Labirinto. In guerra tutto era concesso, così scagliò una freccia contro il muro cespuglioso alla sua destra.

La freccia cercò di conficcarsi all’interno dei rami, ma un misterioso campo di forza la disintegrò, non lasciando traccia alcuna.

Klose si rammaricò per aver perso una delle sue amate frecce, ma era valsa la pena tentare, così salì di corsa i gradini saltandone alcuni e arrivando dunque in cima, dove tuttavia venne catapultato di nuovo verso il basso.

Una voce parlò. “Tutti i gradini, furbetto.”

Klose digrignò i denti. Non solo aveva le ossa rotte per la fulminata ricevuta poco prima, ma era costretto a riceverne un’altra, poiché le regole degli Hesenfield non potevano essere infrante.

Si chiese improvvisamente per quale motivo i Draghi non attaccavano quelle lande. Non sarebbe stata una cattiva idea dare fuoco a tutto quello, così perlomeno non ci si doveva più lambiccare per trovare una soluzione…

Ma quelle cose non capitavano nella realtà, i Draghi tendevano a seguire i loro principi, piuttosto che aiutare un umano.

Eppure, aveva sentito lui stesso che la cerchia dei Draghi si era divisa in due fazioni: una fedele a re Anthony, l’altra indipendente.

Ad ogni modo, era inutile pensare ai Draghi in quel momento. Fra lui e la soluzione al Labirinto vi era una scalinata irta di ostacoli.

I primi due pioli erano privi di trappole, così salì subito. Il terzo aveva lo spuntone, così salì dopo appena un secondo, mentre il quarto, quello del fulmine, lo evitò sacrificando una freccia che funse da parafulmine. Gli dispiacque per quell’arma, quando la vide carbonizzata a terra dove l’aveva messa.

Il quarto gradino era vuoto, così come il quinto; tuttavia il sesto nascondeva una sostanza appiccicosa che stava lì appositamente per incollare il viandante sul gradino e farlo morire di fame. Tuttavia Klose non fu preso dal panico e gli venne in mente che era sufficiente togliersi gli stivali per poter proseguire. Certo, non era consigliabile andare a piedi nudi in un Labirinto imprevedibile e dimora della Morte in persona, ma meglio l’ignoto che morire in piedi di stenti.

L’arciere riuscì dunque a liberarsi e giunse all’ultimo gradino, quello della catapulta, che tuttavia non si azionò, in modo da indurre il viandante a vedere cosa vi fosse oltre la scalinata.

E vi era una piscina piena di pinne che sbucavano da sopra il livello dell’acqua. Non era possibile aggirarla perché occorreva saltare con una forza oltre le capacità umane oppure distruggere le siepi che fungevano da confine, e non era fattibile. Klose aveva la sensazione che quantunque ci avesse provato, le siepi lo avrebbero fulminato.

Come oltrepassare dunque quell’ultimo ostacolo?

Come passare indenne a tutte le prove della vita?

Con l’arco e con la freccia, la risposta era proprio sulla sua schiena.

Aveva sempre con sé una corda, oltre al solvente in tasca. Non avrebbe mai creduto che in quel frangente gli sarebbero serviti entrambi, eppure eccolo lì che si operava per uscire fuori da quel pasticcio.

Fissò la corda a un’estremità oblunga, che fuoriusciva da quella piattaforma come se qualcuno avesse già saputo in partenza che quella era l’unica soluzione.

Legò dunque l’altra estremità della corda alla freccia, l’ultima rimasta della sua faretra.

Incoccò, traendo un profondo respiro: in fondo al viale vi era una frasca, e se il campo di forza avesse respinto quell’unico tiro, sarebbe rimasto prigioniero lassù per sempre.

Tuttavia, il colpo riuscì alla perfezione e la freccia si conficcò fra i rami, come se non ci fossero mai stati campi di forza a proteggere le frasche.

Che gli Hesenfield volessero dargli una possibilità? Ne dubitava, anche perché era impossibile pensare a una possibilità dopo averlo indebolito con quella fulminata e sapeva benissimo che un altro scossone di quel tipo gli avrebbe donato la morte.

Così scese dalla piattaforma e, aggrappandosi alla corda, cominciò a usarla come passaggio per oltrepassare la piccola piscina e arrivare all’altra estremità.

Aveva il cuore in gola e vedeva il traguardo sempre più vicino, quando improvvisamente un raggio laser di un Plexigos distrusse la corda tesa e fece cadere il povero arciere diritto nell’acqua.

Klose sentì i denti affilati dei piranha attaccarsi a ogni lembo di pelle libero prima di fuoriuscire dall’acqua urlando, e non gli venne in mente niente per liberarsi da quelle zanne. Solo dopo essere uscito dall’acqua e aver rotolato per diversi metri finalmente Klose riuscì a staccare l’ultimo pesce dal braccio.

Adesso sanguinava, portando diverse ferite da dentiera su tutto il corpo, e sentiva che sulla coscia destra era rimasto persino un dente.

Finalmente non aveva niente da invidiare agli altri, anche lui riportava i segni della lotta, e per di più stava anche cercando il Plexigos che gli aveva fatto quel giochetto, per ringraziarlo a suo modo.

Poi lo vide: eccolo, un modello Dingo, che balzava indifferentemente sulle frasche, in cerca di altre prede.

Non per molto. Klose riprese la freccia che lo aveva tanto aiutato e la incoccò. Quella andò a conficcarsi direttamente sulla fronte del mostro che, da sopra la siepe che delimitava il labirinto dov’era, cadde rovinosamente a terra. Klose ne sentì il tonfo sordo, perché non poté osservare il cadavere, in quanto caduto in un altro sentiero.

“Perfetto, e anche questa è andata” commentò Klose, che voltò le spalle alla piscina e a quanto fatto per oltrepassarla e imboccò la via a sinistra, incerto su dove stava andando, incerto se di lì a poco sarebbe rimasto vivo oppure quelli sarebbero stati gli ultimi passi della sua vita.

Si chiedeva cosa lo attendeva, mentre file e file di siepi fungevano da muro a destra e a sinistra, e sotto di lui il sentiero di terra si estendeva prendendo infinite biforcazioni. Sopra di lui sembrava mezzogiorno, o poco più, o poco meno.

Non aveva neanche più il senso della misura. Quanto tempo era passato da quando si era congedato dai suoi compagni? E quanto tempo rimaneva per risolvere il Labirinto? Sarebbero davvero tutti morti a causa dei pericoli oppure solo per la fame?

Poi accadde un fatto molto strano: a ogni passo che compiva gli sembrava che la frasca in fondo al viale che stava percorrendo si stesse allontanando.

Che cosa stava succedendo? Un gioco psicologico per farlo crollare?

Scosse la testa per vedere meglio e adesso la frasca era vicinissima. Batté le palpebre e la stessa frasca era lontana.

Rimase fermo e decise di contare solo sulle sue gambe, che forse sarebbe stato meglio; tuttavia non fece molti passi che una porta in ferro battuto si presentò davanti a lui sulla destra.

Era dunque quello il posto che avrebbero dovuto raggiungere? Klose ne dedusse di sì, visto che probabilmente era l’unica porta fabbricata in quel modo in tutto il Labirinto. Tuttavia, Kaden non era con lui, e forse non c’era modo di segnalargli la sua presenza. Anche se avesse scoccato una freccia, Klose non era sicuro che qualcuno l’avrebbe visto e anche se fosse, come avrebbero potuto raggiungerlo, con trappole ovunque?

L’arciere si sedette quindi davanti alla porta e attese, finendo per addormentarsi.