Nell’isola deserta.

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Ricordo a tutti che le barche non volano

Quando a Luglio vado al mare, penso soprattutto a quanto sia bello il cocco. È bello? Marrone, peloso, un po’ umidiccio all’interno. Diciamo che non è la prima cosa che ti viene in mente quando pensi a qualcosa di bello. Una volta sono stato in un’isola deserta. Che poi, le isole deserte non lo sono mai. C’è il cocco, appunto. Il cocco in questione si chiamava Peppoldo e ambiva a diventare una nuvola. “Voglio essere una nuvola” lo ripeteva ogni martedì. “Ehi, le nuvole sono a forma di cocco oggi, non credi?”diceva il mercoledì alla sua amica palma. Il giovedì, invece, stava zitto, perché gli serviva concentrazione per sparare il profumato latte di cocco all’ignaro paguro. “Ahaha, tanto non mi bagni! Io ho una casa!” allora Peppoldo con grande smacco, pensava che il suo universo fosse troppo limitato per la sua carriera. Prese una foglia spaziosa di palma, poi un’altra, e l’attaccò ai lati. “Pss” mi chiese, mentre io mi limitavo a cercare una tintarella. “Ehi tu! Umano! Quali sono i lati del cocco?” “Ma scusa” dissi “non lo sai tu e devo saperlo io? però decisi di rispondere “Il lato di un cocco è inversamente proporzionale all’area di una foglia di palma. Da questo, spiega perché il giovedì viene prima di venerdì”
al cocco cadde un altro cocco in testa. “Ahahah!È il colmo!” esclamò il mare. Al che mi resiu conto che non potevo vivere fra me e il mare, così mi tuffai e venni catturato da un gruppo di cannibali. Venni inserito dentro un grande calderone pieno di acqua non salata, bollente. Sembrava di stare alle terme. “Tu! Verrai mangiato bollito perché hai osato parlare di geometria in un’isola deserta!”
Mi sentii spacciato. Non credevo che la cultura risultasse ad alcuni indigesta! Ma non era finita. Mentre pensavo a lle capitali del sudest asiatico, arrivò planando il cocco volante, fece scendere un filo marrone e peloso sul quale mi aggrappai e venni trasportato via, non prima di aver salutato i cannibali con queste parole “Bye bye! Non disperate, tanto è venerdì, non si mangia carne!”
Non avevo pensato però che Pippoldo arrivò fino in cielo e lì rimase, perché evidentemente sapeva come salire ma non come scendere. “Te lo avevo pur detto che volevo diventare una nuvola!”
Che fare? Ricorsi a ciò che dico sempre nel buio della mia stanza: “Qualcuno ha una candela?” Mi pervenne e caddi in mare, proprio sulla spiaggia assolata di metà luglio, appena in tempo per il festino della mia città.

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“Oh”

El tiburòn venne informato di tutte le cose che avevano tenuto el loco e Cecilia Mendosa svegli prima che lui fosse colpito. Esisteva una terza sorella Gutierrez, e probabilmente, un giorno o l’altro, avrebbe preteso una parte o tutta l’eredità.

“Siamo nei guai e quello che riesci a dire è solo un oh?” chiese el loco.

“Non so che altro dire” disse l’altro. “In effetti, questa storia dei figli segreti sta un po’ sfuggendo di mano. Non sappiamo che effetti potrà avere, ma è evidente che ormai l’eredità si svolge fra zia Cecilia e questa ragazza nuova”

“Oh, sapete bene chi vincerà… vinceremo noi, se faremo squadra” assicurò Cecilia, che venne chiamata zia. Peraltro, lei si era anche avvicinata per sentire quello che il malato doveva dire.

“Va bene, ma non abbiamo un piano, né sappiamo dove cercare questa sorellastra” disse el loco, affranto. “magari possiamo sposarci e…”

“Ehi!” esclamò Rosa, la chica formosa. Anche lei aveva voce in capitolo, dato che era la compagna del loco si aspettava di ereditare tutto.

“Un piano ci verrà in mente… lasciatemi fare, e saprò dirvi qualsiasi cosa. Ricordatevi che io sono l’anello di congiunzione fra i Sanchez e la vostra Casa, ho in mano tutta Villa Nueva in pratica”

I due fratelli si spaventarono nel vedere la zia sorridere in quel modo, ma si fidarono.

Nel frattempo, Jorge Gutierrez cominciò a fidarsi del suo naso. Aveva sempre avuto un feticismo per questo suo organo, organo che peraltro gli era valso l’appellativo di pipa, organo che lui aveva cominciato a suonare.

Insomma, visto che la sua compagno voleva lasciarlo, e forse erra meglio così dato che si trattava di una sua parente, aveva deciso di ricreare la casa Gutierrez partendo da lui, il figlio rinengato ma che aveva ancora una carta da giocare.

Il tesoro dei Garcia.

Aveva deciso di cercare il tesoro pèartendo dalla chiave, mentre Guillermo aveva deciso di cercare il teasoro partendo dallo scrigno. Uno dei due aveva torto.

Tuttavia, Jorge conosceva una cosa dei Garcia che Guillermo non poteva sapere. Innanzitutto, aveva conosciuto Javier, il capofamiglia, dato che lui e sua moglie avevano partecipato a tutti i salotti e i ritrovi fra nobili fin qui organizzati. Una volta, al compleanno di José Riquelme, che si era svolto il precedente luglio, aveva origiliato un piccolo discorso che era nato fra lui e sua moglie, davanti a delle tartine e musica di sottofondo che aveva occluso le parole più significative:

“Sì beh, come sai abbiamo il tesoro” aveva detto Javier quella sera. “Che poi, ho anche cambiato posto, l’ho messo nel” e un pezzo venne chiuso dalla musica alta “e quindi non” un altro pezzo venne perduto “nessuno sa dove l’ho messo”

Jorge Gutierrez aveva cresciuto el tiburòn, un ragazzo che parlava sempre e solo con voce molto bassa. Per lui non era un problema decifrare quel messaggio segreto ed era piuttosto sicuro che Javeier avesse detto “Ho anche cambiato posto: l’ho messpo nel frigorifero e quindi non credo proprio che qualcuno veada a vedere nello scomparto dei surgelati, a meno che uno non voglia sciogliere qualche roba da mangiare, nessuno sa dove l’ho messo”

Ecco perché si stava dirigendo al cantiere degli Islas, là dove avevano ormai demolito la casa dei Garcia e ormai sorgeva un edificio abbastanza visibile, seppur fosse solo lo scheletro ancora.

“Scusate” si schiarì la voce, rivolto al capo cantiere o ad Ambrosio, che stavano discutendo di qualcosa.

“Si può parlare solo per preso appuntamento” specificò Islas, senza nemmeno guardare chi fosse stato a parlare.

“No, ma io voglio solo un frigorifero” osservò Jorge.

“Ebbene” Ambrosio sbatté una mano sul tavolo, rialzandola tutta appiccicosa “Te ne potrò vendere almeno cento, frigoriferi, ma mi devi lasciare finire l’edificio”

Jorge capì che chiedendo legalmente non avrebeb ottenuto nulla, quindi decise di andare al cantiere nottetempo.

Ambrosio Islas sentì la mano appiccicosa: cosa era successo su quel tavolo, per renderlo così appiccicoso?

E la lavatrice continuava a girare…

Pierozza e i social media.

Pierozza era stata investita.

Cioè.

Non c’entrava nulla l’automobile, in realtà aveva ricevuto un investitura, che riguardava i suoi particolari poteri.

Il potere di Pierozza era quello di entrare nei social media e di interagire con loro. Stette di fatto che Pierozza usò questo potere per un giorno soltanto, poi non ne parlò mai più con nessuno, nemmeno col suo patrigno, e a lui diceva tutto, visto che era diventato sordocieco.

Per prima cosa entrò su Facebook, trovandolo chiuso. C’era un’enorme porta blu a doppia anta.

“Per prima cosa devi digitare il nome utente e la password” disse la porta. ” È gratis e lo sarà sempre”

“È quel sempre che ti frega” commentò Pierozza, digitando il suo nome utente e la sua password, che qui non divulgo per rispetto della privacy.

Una volta entrata, Pierozza vide Like che camminavano a trenino, link condivisi che si moltiplicavano, commenti pieni di parole che sfrecciavano in ogni dove e soprattutto lo SPAM che stava cominciando ad arrampicarsi su di lei, finendo ben presto per ritrovarsi piena di messaggi sponsorizzati e pubblicitari.

Soprattutto, colorata di un blu orribile. E Pierozza odiava il blu.

“Ma… si può sapere tutta questa confusione?” chiede lei, snervata.

“Tu chi sei? Chi ti ha fatto entrare senza ritegno?” chiese un Commento.

“A quanto pare è una super eroina!” esclamò divertita la reazione Ahah.

“Oh! Ma tu ridi sempre?” chiese la reazione Sigh. “No, perché io piango e… AAAAA”

Detto quello scappò via chissà dove a piangere le sue lacrime.

Pierozza non sapeva bene dove recarsi: ogni secondo si condivideva,k ogni millesimo di secondo spuntava un Like e lei era pure senza ombrello.

“Meglio andare su Twitter!”

Su Twitter la gente era più calma, ma appena sbarcata la ragazza dovette schivare un hashtag volante che altrimenti le avrebbe sfracellato la testa a metà verticale.

“Misericordia!” esclamò lei, sudando freddo. “ma… ma… cos’è questo rumore?”

Un frastuono incessante di tweet cominciò a trapanarle le orecchie. C’era stata una volta in cui Pierozza amava il suono degli uccellini, ma quello era cento volte amplificato.

Non poteva stare. Era come il rumore del fax, rumore che lo si conosce se si frequenta un call center.

Non le rimase che Instagram. Lì era molto più bello, c’erano cuori e foto, foto e cuori, nient’altro.

Alla lunga, però, le annoiava. Ogni tanto, peraltro, si pungeva le scarpe per via degli hashtag e aveva il forte sospetto che alcuni utenti la stessero seguendo.

“Perché mi state seguendo?” chiese infine.

“Follow4follow, per esserle utile!”

Ed ecco spiegato il motivo per cui pierozza capì che fare la supereroina non faceva per lei.

la Ropa Sucia/182

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Cecilia Mendosa aveva avuto giorni difficili. Non aveva mai capito cos’è che facesse suo figlio Roberto, l’aitante runner, anche se effettivamente non correva più da un bel po’ di tempo.

Non le rimase altro che chiedere informazioni al Boss del Clan dei Neri, che dalla lettera si evinceva fosse diventato il Sindaco stesso.

Andò al Municipio, che si trovava poco distante dalla piazza principale, un edificio incassato fra una casa e l’altra, dotato di scalinata e bandiera argentina sopra l’uscio. Accanto alla bandiera nazionale, il simbolo di Villa Nueva: uno stemma con dentro alcune case immerse nella Pampa, con sotto scritto il motto della città: i panni sporchi si lavano in famiglia.

Giunta in segreteria, chiese.

“Scusate… serve appuntamento per conferire col Sindaco?”

L’addetto il cui nome sulla targhetta recitava Ambrogio, rispose “No, signora Mendosa. Può salire tranquillamente: sono finiti i momenti in cui rapivamo le persone, adesso il Sindaco è disposto sempre a ricevere chicchessia, anche se non sappiamo né nome né provenienza”
Cecilia squadrò quello strano maggiordomo con sospetto: sembrava sorridente: diceva sul serio oppure scherzava?

E inoltre, dove lo aveva già visto?

“Mah, sarà” disse lei, e salì al primo piano, dove venne accolta da Alfonso Fernandez.

“Benvenuta, Cecilia Mendosa” disse subito il ragazzo, “Io sono Alfonso Fernandez, vicesindaco. Entra, entra”

Alfonso aveva un ufficio tutto suo, ma passava la maggior parte del tempo nella stanza del Sindaco. In quel caso, però, fu incaricato di accogliere la nuova visitatrice secondo tutti i crismi.

“Allora, sappiamo perché sei qui. Tu ci servi, Cecilia Mendosa… o forse dovrei dire Gutierrez”

Quel cognome accostato al suo nome le parve strano, apocalittico quasi.

“Cosa posso fare?” chiese lei. Non vide biscotti né tè in quella scrivania, solo scartoffie che forse servivano anche a fare scena, vedendo com’erano disordinate. Sembrava, dai fogli sparsi e dai vestiti spiegazzati del suo interlocutore, che ci fosse stata una colluttazione.

“Non lo immagini?” chiese Alfonso, congiungendo i polpastrelli delle dita e accavallando le gambe. “Eppure nella lettera abbiamo parlato chiaro… devi reclamare la tua parte di eredità, regnando sui Sanchez er sui Gutierrez con scettro di ferro. In cambio noi ti daremo tutto l’appoggio civico di cui abbisogni”

La ragazza era d’accordo. Non ne poteva più di vivere in mezzo al peblo. Era chiamata per essere nobile, lo sentiva dentro di sé e malediceva sua madre per non averci pensato prima.

“Va bene, allora. Sono conten ta di fare parte di questa squadra, il clan dei Neri”

“È la squadra dell’amore” disse Alfonso, toccandosi negligentemente il colletto della camicia aperta. Cecilia non poté fare a meno di guardare che era sporco di rossetto.

Si alzò, chiedendosi con chi Alfonso se la facesse, ma fu un pensiero che l’abbandonò subito. Dopo pochi minuti, entrò Rebecca Jones, mordendosi le labbra nel guardare Alfonso, quindi richiuse la porta a chiave dall’interno.

Tutto ciò, tuttavia, era stata vista. Una persona vestita da lampada a muro era stata vigilante per tutto quel tempo, così andò subito a casa Salcido e informò i suoi capi di tutti quei fatti.

“E come hai fatto ad origliare?” chiese Cecilia, mentre Roberto si metteva le mani ai capelli, tubato da quella svolta.

“Ho messo un bicchiere sulla porta, no?” disse lo scagnozzo, che peraltro era vestito di bianco, e a sua volta era stato far gli inservienti dei Salcido. Lui non poteva lamentarsi, gli era stato garantito un aumento di stipendio.

“Maledetto bastardo…” sibilò il Sindaco. “Usare l’ufficio del vicesindaco per fare sesso”

“Tu non lo fai da tanto, eh?” chiese Catalina, comprensiva.

“Madre…” disse Roberto. “madre, che cosa stai facendo?”

La lavatrice continuiava a girare…

Ed era bella.

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Sakura mi aspettava. Era lì, sorridente, con in mano il suo solito ombrellino rosso.
Ed era bella.
Mi sorrideva ed era bella.
Aveva il kimono ed era bella.
Mi stava dicendo “ciao” ed era bella.
Era il giorno dei mandorli in fiore, e avevo deciso di andarli a vedere insieme. Io ero impresentabile, soprattutto per il fatto di essere ritardo e col fiatone, dopo una lunga scarpinata con salita di interminabili scale compresa.
“Ehm…”
Non avevo idea di cosa dire. Ero totalmente impacciato, mi sentivo di troppo ma allo stesso tempo il suo sorriso era rassicurante.
“Sai, di solito ci si saluta, eh”
Aveva ridacchiato.
“Sì beh, io… io… andiamo?”
Le offrii il braccio. Quando graziosamente cominciavamo ad andare, mi venne in mente tutto quello che ho dovuto penare per portarla fuori!

È stata male, ha lavorato, è andata in Europa due settimane, poi è stata indaffaratissima con un trasloco e infine altri piccoli imprevisti proprio quando credevo che ce l’avessi fatta!
Però poi i mandorli decisero di sbocciare.
È la meraviglia della natura, la vita che si colora di rosa.

 Ad un certo punto, un petalo si posava sulla mia mano.
Lo misi su un lato dei suoi capelli.
“Stai benissimo”
Le sorrisi.
Mi sorrise.
Lei mi baciò, istintivamente, come se lo volesse davvero. Rimasi impalato, stupefatto ed euforico allo stesso tempo. Sapeva di primavera, di mandorlo, ed anch’io risposi fiorendo assieme ai petali che ancora vorticavano fra noi. Ci baciavamo ed eravamo belli.
Era quella la magia dei mandorli in fiore? Era finalmente giunta la primavera, e chissà che cosa ci avrebbe portato.
Bellezza, forze. Sakura, probabilmente.
L’amore, sicuramente.
“Non te lo aspettavi” disse lei sorridendo, mentre vorticava il suo ombrellino. “E ancora non parli”
Non potevo parlare. Ma lei che ne sapeva?
“Ehm…” esitai, senza sapere cosa fare né come rivolgermi. Ero cotto.
Rideva. Il suono ricordava il ruscello lì vicino.
Ed era bella.

La Ropa Sucia/175

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Calò un silenzio gelido a casa Salcido.

Lo stesso silenzio gelido che si poteva sentire nelle segrete del castello di Garcia, da lui credute vuote ma che invece ospitavano un uomo tenuto in vita a zuppe, pane e acqua da qualcuno che voleva vivesse.

Francisco Miranda non credeva più a nulla. Si malediceva per erssere stato rapito, ma poco poteva farci, visto che dormiva.

Non era una brutta cella: era abbastanza illuminata, c’era un letto comodo e veniva servito tre volte al giorno. Inoltre, su una mensola c’era una radio che però dava solo Radio Maria, quindi il notiziario dava solo determinati argomenti.

Tuttavia, si sentiva stanco e avvilito. In quelle notti passate in cella, sempre che si possa distinguere il giorno dala notte in quei locali, aveva spesso pensato alla lotta che aveva portato il dittatore argentino a cadere. Lui c’era, a Buenos Aires, era l’unico rappresentante di Villa Nueva presente. Era stato nemmeno tre mesi prima, e subito ottenne per il suo paesino delle elezioni oneste dove vinse.

Quella calma durò solo pochi giorni, perché, proprio mentre dormiva un sonno tranquillo, era stato rapito.

Nessuno era ancora andato a trovarlo. Era l’unico inquilino in quattro celle, accessibili tramite scalinata sulla sinistra in marmo bianco.

Non sapeva nemmeno dove si trovasse. Improvvisamente, però, sentì scendere le scale.

“Uh? Chi c’è?”

Romàn Garcia sentì un clangore di catene. Chi era rinchiuso a sua insaputa?

Puntò la torcia verso la cella alla sua destra e lo vide: era il Sindaco, Francisco Miranda, il quale teoricamente era andato affrontare il Clan dei Neri assieme alla polizia.

“Ma…”

Miranda sospirò. “Sì. Sono io il Sindaco di Villa Nueva. Mi hanno rapito, anche se ignoro chi sia stato”

“Incredibile. È la seconda volta che vogliono incastrarmi… mio fratello ha trovato la refurtiva appartenente ai Sanchez, che si trattava dell’argenteria di Carlo V, adesso voi. Qualcosa non va”

“Hai ragione, e ti credo. So che non sei stato tu, te lo leggo negli occhi. Inotlre, mi stai anchje facendo uscire”

Effettivamente, la porta della cella si era aperta.

“E dire che ero venuto qui per pulire i pavimenti…” borbottò Romàn. Francisco ebbe la sensazione che non era venuto per pulire i pavimenti, ma non desiderò indagare oltre, perché sarebbe stato irrispettoso verso l’uomo che lo aveva salvato.

Insieme salirono le scale, Romàn gli concesse l’utilizzo del bagno e dei vestiti nuovi, per poi concedergli l’aria fresca e pulita della Pampa sterminata.

Peccato, però, che una volta pronto per uscire, il Sindaco fu fermato da un drappello di persone.

Catalina Salcido, Roberto Mendosa, Pepa Gutierrez e i due genitori di Catalina erano sulla soglia del castello di Garcia, pronti per reclamare chissà cosa.

“Sindaco! Siete vivo!” esclamò Pepa.

“Beh, sì… volevano incolpare questo brav’uomo e…”

Miranda fu abbracciato calorosamente. Fu fatta anche una festa, il tutto diretto da Ambrogio, il cameriere del castello.

“Bene!” esclamò Miranda, una volta satollo. “Adesso, prendiamoci Villa Nueva! Veramente credevate che non sarei più uscito?”

“Beh, noi del Clan dei Bianchi abbiamo una certa paranoia” disse Roberto. “È per questo che corro sempre”

Da quel momento, Francisco  ebbe a cuore le sorti di quello sfortunato ragazzo.

Infine, decise anche lui di iscriversi al Clan dei Bianchi, ma per il momento ordinò agli altri di aspettare, in modo che l’inganno fosse più palese agli occhi della gente.

“È la classica sfida al dittatore, no? Dovremo essere cauti, astuti come serpenti e velenosi come serpenti”

“È la stessa cosa, signor Sindaco” fece notare il signor Salcido.

“Oh” fece lui. “Sono un po’ sbadato… sarà la guerra… sento ancora i fischi delle pallottole… io no… aaaahhh”

E andò chissà dove a piangere tutte le sue lacrime, mentre la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/173

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Il Clan dei Neri non aveva mai vissuto una situazione come quella e nessuno sapeva bene come agire. In primis, c’era Fernando Espimas, che fu liberato sottecchi da Rebecca Jones, la quale si era vvicinata dsi soppiatto al prigioniero e con molta difficoltà era riuscito a ridargli la piena libertà di movimento, anche se il Boss, sempre serduto nell’ombra della sua poltrona nera, non l’aveva chiamata prigionia in senso stretto.

In secondo luogo c’erano Pedro Sanchez e Analisa, che, spiazzati, vollero vedere gli sviluppi della faccenda. Dal canto suo, Jùan era tornato fra le braccia della sorella, perché ebbe paura; così come Benjamin tornò fra le braccia dlela madre che nel frattempo stava puntando un’arma contro Augusto Goicochea, che aveva preso le sembianze del Sindaco e che puntava un’arma contro il Boss, Ramòn Fernandez. Tutt’attorno, un sacco di gente vestita di nero e Carlos Espimas.

In terzo luogo, si potevano osservare Rosa, la chica formosa, e el loco, che stava cercando di far funzionare un distributore automatico. Poi venne un tizio dei Neri che gli offrì un espresso.

Improvvisamente, a togliere quella situazione dall’empasse che si era creato, Ramòn si alzò e, sapendo di essere sotto tiro, fece una telefonata.

“Sì” disse alla cornetta. “Sì, è qui… va bene”

E chiuse.

“Ho parlato col commissario di polizia” disse lui. “A momenti sarà qui, capeggiato da mio fratello Alfonso, che è il vero Boss del Clan dei Neri”

“Potremmo morire tutti” disse Pedro ad Analisa. “Che ne dici di baciarci un’ultima volta?”

“Va bene” disse lei, e si baciarono.

“Ohibò” commentò Rosa. “Tesoro, guarda come sono disgustosi questi due”

“I ragazzi che si baciano se ne fregano della gente che li guarda… non era così la poesia?” chiese el loco, incapace di citare correttamente. “Poi, comunque, credo che…”

“NESSUNO SI MUOVA!”

Una voce roboante squarciò l’aria sotterranea di quel locale. Era il commissario, guidato proprio da Alfonso Fernandez, proprio com’era stato annunciato da Ramòn.

Augusto Goicochea fu arrestato, col diritto di rimanere in silenzio e quant’altro. Tutti gli altri furono considerati liberi e a Fernando fu data dispensa dal matrimonio con Raquel.

“Ramòn Fernandez” annunciò Alfonso “Ecco qui le chiavi della città. Da oggi sei Sindaco a tutti gli effetti”

Il piano era stato attuato. Il Clan dei Neri adesso governava su Villa Nueva.

Nel frattempo, Pepa Gutierrez fu fatta entrare a villa Salcido, al cospetto di Catalina, di Robverto l’aitante runner e dei genmitori di lei, che, scoprendosi ficcanaso, decisero di assistere a un’incredibile racconto dell’ex moglie del pipa, coraggiosa a tal punto.

“Tutto è iniziato quando i Goicochea hanno assistito alla morte violenta di Sandra Ezquivél” disse Pepa, entusiasta di avere un pubblico. “Augusto voleva raccontare tutto, ma i due fratelli gli imposero un certo veto. Al che, sul conto di Augusto pervennero un certo numero di pesos…”

“Quanti?” chiese lì per lì il padre di Catalina.

“Un milione.” rispose lei. “Un milione, mentre gli altri due fratelli smisero di parlarsi, anzi, covarono un odio inestinguibile, al punto da insultarsi pubblicamente occupando molto spazio nei giornali dell’epoca. Uno diceva all’altro quanto fosse senza cervello, mentre l’altro diceva all’uno che se un uomo perde il filo, è soltanto un uomo solo. Tutto questo era a conoscenza sia di Ana Lucia Sanchez, che progressivamente perse l’uso delle gambe, sia da Ramòn Fernandez, che appunto era il sicario che diede fuoco a quella casa. Ecco la situazione in cui siamo finiti. Tutto è partito da queste tre persone”

Tutti rimasero allibiti, ma la lavatrice girava…

Se gli occhi potessero combattere.

“Hai dei begli occhi”

Questo complimenti mi lascia sempre perplesso.

“In che senso?” chiedo. “Secondo quale scelta di parole dovrebbe compiacermi questo complimento? Che forse ho gli occhi tipo barocco? Stile gotico? Le pupille come rosoni in una chiesa che ha tale struttura?”

La mia interlocutrice rimane spiazzata. Ci  pensa su.

“Pensa che una volta, a proposito, avevo detto hai dei bei capelli a uno capellone e mi ha cominciato a dire In che senso? Pensi forse che i miei capelli siano ondulati come il mare? Che i fili del mio cuoio capelluto siano affascinanti come le corde di una chitarra? Al che, mi frustro, sai?”

Ciò che mi dice mi lascia indifferente. Se non sa fare i complimenti non è mica colpa mia!

“Sai” dico “dovresti provare a fare un complimento a una parte del corpo che non sia sensibile”

La tizia dice “Ok… hai un bel pancreas”

Il Pancreas tossisce tutto fiero, lo sento dentro di me.

“Visto fegato? Sono più bello di te”

Il fegato dona due euro per una scommessa precedente e io ci penso su. Forse è meglio tornare agli occhi.

“E quale occhio è più bello? Il destro o il sinistro?”

Non l’avessi mai detto… l’occhio destro e il sinistro se la giocano a pari e dispari. “Ehi ehi! Ho vinto!” dice il sinistro, che avevo giocato dispari. Al che il destro, che aveva detto pari, tira fuori la spada laser. “Allora ce la ragioniamo alla vecchia maniera!”

I miei occhi cominciano quindi a duellare. Non deve essere un bello spettacolo, infatti la ragazza che mi aveva fatto quel complimento iniziale dice “Ma io non intendevo scatenare una guerra civile!”

“Troppo tardi” rispondo. L’occhio destro ha come alleati la narice del naso sinistro e l’orecchio destro, mentre l’altro ha convinto il Pancreas, la Milza e uno dei polmoni a combattere con lui.

“Così, se dovessi perdere, almeno mi faccio un panino!” ha pensato.

La ragazza, vedendo i bombardamenti sulla mia faccia, segnati da quella che preferisco chiamare acne) se ne va stizzita. “Ma uno che deve fare per rimorchiare?” chiedo al cuore.

Il cuore risponde “Devi odiare le parole: scrivi parola su un foglio, appendilo e ci giochi a freccette, vedrai che le tipe cadranno ai tuoi piedi”

Già.

A meno che non siano colpite dalla guerra fra gli occhi!

 

 

Giochino

Ci sono 26 parole nell’alfabeto. Scrivi una storia senza una lettera a tua scelta.

Per non barare, ho usato random.org e fra 1 e 26 mi è uscito il 23. Sta di fatto che il 23 è la W.

random.org ha parlato, gente.

“E tu cosa vuoi fare da grande, Eustorgio?”

“Mah, io vorrei avere un lavoro ed un tetto sopra la testa… niente di che”

///

Eustorgio è un salumiere. Ogni giorno gli si pongono davanti quesiti fondamentali sul come affettare un salame e se le cosine verdi della mortadella sono veramente pistacchi oppure no. Sapete, fanno finta di esserlo ma Eustorgio si è ripromesso di conoscere la verità quanto prima.

Sta di fatto che Eustorgio lavora dalle nove del mattino fino alle sette di sera, perché la salumeria è un negozio molto richiesto, ha una partita IVA (che lui non è mai riuscito a vedere, neanche su rojadirecta) e fra una vendita e l’altra, deve rispondere agli operatori del call center che non è interessato a qualsiasi informazione veloce che volevano dirgli.

“Signora, è un etto e mezzo, lascio?” chiede.

“No, veramente volevo chiedere se è disposto a ricevere un nostro consulente…” risponde la signorina con la voce da maschio al telefono.

“Ah okay, no!” esclama furioso Eustorgio, chiudendo la telefonata.

Questa è la vita di Eustorgio.

A fine giornata, di quella giornata in particolare, Eustorgio mentre chiude la saracinesca sospira. L’indomani avrebbe ricominciato da capo.

“Ehi, Eustorgio!”

Il saluto di Ginevro lo fa sobbalzare.

“Dimmi, Ginevro”

Ginevro è il cliente più di fiducia che ha, ed è anche un ottimo amico. Si vedono persino ogni tre mesi, progettando uscite che non si realizzano mai.

“Non avevi detto di volere un tetto sopra la testa?”

Eustorgio guarda l’amico perplesso. “Sì, ma… che cosa c’entra”

“ECCOMI!”

Un’altra voce, stavolta femminile, compare sulla scena. Il salumiere si guarda attorno e si chiede da dove provenga.

“Chi sei?” chiede spaventato.

“Tsk, Tsk… ti chiedi chi sei e mi hai cercato per tutto questo tempo? Sono ERNESTA, il tetto sopra la testa!”

Eustorgio, fra le risate dell’amico Ginevro, alza lo sguardo: è vero, c’è un tetto spiovente di mattoni rossi sopra di lui! Con tanto di comignolo!

“Ma… ma…” commenta inorridito.

“Mettiamola così” dice Ginevro, estraendo la sua tegola personale dalla tasca. “Se non altro, non dovrai più prendere l’ombrello”

Eustorgio comprende che la sua vita non sarà più la stessa.

 

 

La Ropa Sucia/117

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“Cosa ti porta a sostenerlo?” chiese invece.

“Andiamo” ridacchiò Catalina. Non ne poteva più di essere etichettata come la bella ma stupida e invece voleva essere solo bella, e anche sveglia, se fosse riuscita a incastrare quell’uomo. “Ti sei alzato in piena celebrazione hai parlato di lavatrice e attentati profetizzati… poi hai detto che saresti stato presente durante il matrimonio avresti provato a fermare le manie omicide di Riquelme…”

“Sì. In effetti è successo tutto questo, oggi” rispose la voce. “Ma, tu converrai con me, la modulazione e il timbro vocale sono nettamente dioversi fra me e il signor Ramòn Fernandez. Non ti apre? Il che mi eslcude dall’essere ricondotto a quell’uomo, talmente viscido che ti stupiresti se sapessi cos’è che dico di lui quando non ci sei. Potrei mai insultarmi da solo?”

Catalina avrebbe potuto ribattere che non ci voleva certo l’arte a modulare la voce in maniera differente, che anche lei era capace di farlo. Tuttavia, il fatto che si era appena insultato da solo la fece vacillare. Non era più così convinta.

“Oh… beh. Non importa. Scusatemi tanto”

Uscì e andò a casa sua, trovando i suoi genitori ancora in piedi a discutere di quanto successo a Buenos Aires.

“Per fortuna Catalina non si è ancora sposata” stava dicendo sua madre. “Non oso pensare a cosa succederebbe se si sposasse. I matrimoni portano male”

“I matrimoni sono meravigliosi” disse invece Clara Gonzalez al suo nuovo marito, Miguel Espimas, abbracciandolo. “Ci siamo sposati entro dieci secondi e ancora nessuno è venuto a farci la morale o nessuno ha ancora tirato un colpo di pistola al suo stesso figlio! Ma ci pensi?”

“Già” disse Miguel, respirando il profumo dei capelli della sua consorte. “Però bisogna dire anche che quel Fernandez mi mette timore… è sempre ad ogni matrimonio e lancia sassate assurde. E poi come faceva a sapere che Adele era in pericolo di vita?”

Clara ci pensò su. Era vero, come mai Ramon Fernandez era così informato?

“Penso sia merito del fratello, Alfonso” disse Clara. “è Alfonso a capo del clan dei Neri, ma usa suo fratello come burattino perché è bravo a parlare in pubblico”

Miguel guardò la moglie con gli occhi sbarrati.

“Ma allora…” rispose “allora potresti tenere in considerazione che nessuno dei due è il capo, ma una terza persona al di sopra, che comunica le novità ad Alfonso e poi le passa a Ramòn!”

Stavolta fu Clara a guardare il marito con gli occhi sbarrati. Tuttavia, parlare di quegli argomenti in pieno parco su una panchina non era molto saggio, perdipiù dando da mangiare alle oche. Nessuno dei due era ancora abituato a essere spiato persino da dei pennuti innocui, e infatti uno di loro era una delle spie.

La Voce ridacchiò, nell’apprendere quella teoria dei due nuovi coniugi.

“Ma allora perché non dire che io sia un alieno, che spia tutto quanto da un satellite puntato su Villa Nueva, comunico le informazioni a un tizio che poi le passa ai due fratelli?”

Roberto, l’aitante runner, interloquì “È così, mio signore?”

“Oh, no, non essere sciocco, Roberto Mendosa, e occupati di tua madre”

Seguitò un silenzio carico di tensione.

“Beh, non è detto che sia da escludere… ahahah, non esageriamo su. Ma mi dà fastidio questa ricerca ossessiva sulla mia identità. Non è ancora venuto il momento. Forse dovremmo tornare ad agire nell’ombra”

“Ma, mio signore, è già ombra qui. È buio! Come possiamo agire nell’ombra… dentro l’ombra?”

La Voce rispose “Presto saremo capaci di fare anche questo”

Nel frattempo, Analisa Islas aveva perso di vista Pedro Sanchez, il tipo che aveva conosciuto al bar, ma allo stesso tempo aveva recuperato el loco Gutierrez, che tanto carino era stato nel condurre lei e i suoi nella villa dove ora abitavano. Pèer dire la verità, era stato lui ad adescarla.

“Ciao, Analisa”

Analisa sbuffò. Prese una chewing gum e la mise in bocca, per far capire all’interlocutore che dava fastidio.

“Hai sentito il mio intervento in chiesa? Figo, eh?”

Analisa guardò el loco e non rispose. Piuttosto, prese a gonfiare la sua gomma e a farla scoppiare dritto in faccia al povero ragazzo, per poi andarsene a prendere la prima corriera disponibile per Villa Nueva.

Non seppe mai che el loco, grazie a questo gesto, si era innamorato.

E la lavatrice continuava a girare…