Kaden e le Fontane di Luce/37

Capitolo 37

“Ehi, ma che stai facendo?”

La voce di una ragazza lo fermò prima che si immergesse, anche se in realtà non aveva idea di come muoversi sott’acqua.

“Chi sei?” chiese Mary.

“Sto andando…” cominciò Kaden, ma la ragazza, che era seduta sulla banchina, ridacchiò. “Sì, so cosa devi fare. Sei Kaden delle Fontane, ho riconosciuto il volto, devo dire che la taglia è molto somigliante. E tu sei Mary, una delle spadaccine più valorose del Triregno, prima di perdere il braccio…”

“Bada a come parli, mocciosa” mormorò Mary. Più passava il tempo e meno le piaceva.

La ragazza la ignorò e proseguì: “Ma in ogni caso, anche se io non ho capito come funziona la faccenda delle Fontane, non credo che tu arriverai mai fino al Reame delle Sirene”

Kaden era allibito. “Come fai a sapere…?”

“Beh, sai, sei in acqua e ti chiami Kaden delle Fontane, puoi cercare solo una cosa” ribatté la ragazza. “Hai acceso la Fontana Lind, e poi si è scoperto che Re Walter era un fantoccio, poi, ma da quando la Fontana Kashna è stata aperta, non si è sentito più parlare della Regina Margareth e non l’hanno neanche sostituita, e inoltre in entrambi i casi le due Fontane hanno davvero cominciato a zampillare luce. È scritto tutto sui giornali, davvero, non li hai letti nella tua latitanza?”

Quella fuga di notizie impallidì il ragazzo. Una cosa elementare come quella, e i tre Re non avevano mai pensato di bloccarla? E in che senso c’era un fantoccio al trono dell’Ovest? Che ne era stato della gente di Perth?

“No, io… ho solo letto un giornale ed è stato qualche giorno fa, in cui ho appreso l’ammontare della mia taglia” disse Kaden, molto preoccupato.

“Ad ogni modo, ormai ti ho visto e ti dovrei denunciare, ma devo vendicarmi del Re” disse la ragazza.

“Perché?”

“Perché ha ucciso mio padre. In realtà uccide sempre non appena viene a sapere che vi è qualcuno in città che non la pensa come lui. Sta di fatto che mio padre non la pensava uguale, e aveva creato anche una società segreta, e…”

E si interruppe, perché pianse molte lacrime. Kaden non riuscì a dire alcunché per consolarla, ma non sembrava che lei avesse bisogno di parole, perché si riprese abbastanza in fretta.

“Comunque non andrai da nessuna parte con quello scafandro, la pressione sottomarina ti ucciderebbe” disse.

“Come fai a saperlo?” chiese Mary. Quel momento di sconforto non aveva aiutato la ragazza ad essere più comprensiva, infatti aveva ancora la mano sulla spada.

“Mio padre ha sempre amato il mare” disse la ragazza misteriosa, che nemmeno si era presentata. “Inoltre, ha lavorato nei sottomarini per conto del governo, prima di ritirarsi. Per questo so che la pressione sottomarina ti ucciderebbe: non avete idea di quante volte mio padre me lo ha ripetuto, che bisogna stare attenti eccetera. Per non parlare dei mostri marini”

“E quindi?” chiese Kaden. “Cosa posso fare? Che alternative ho? È già tanto che ho capito da che parte mettere il boccaglio”

“Appunto” ribatté la ragazza. “Hai bisogno del sottomarino”

“Di che cosa?” Kaden stava venendo a sapere l’esistenza di entità mai viste prima.

“In famiglia ne abbiamo uno, il mio povero papà ha dato una mano a piazzare la Fontana Chemchemi sott’acqua. Seguimi”

E così, Kaden, Mary e la ragazza percorsero alcuni metri in silenzio.

“Come hai detto che ti chiami tu?” chiese Kaden, da dentro il casco dello scafandro.
“Lara” borbottò quella, mentre si tormentava i capelli. “E… sai? Mi sei simpatico, quindi… cerca di tornare in fretta in superficie, okay?”

Mary scoppiò a ridere, per la prima volta da quando erano partiti da Perth. Una risata aperta, vera, che lasciava ben sperare nella riuscita della missione. “Kaden, abbiamo una tua ammiratrice! Motivo in più per fare in fretta, non credi?”

“Eccoci” disse Lara, cambiando discorso e indicando uno scafo ovale e per metà immerso, con un’apertura all’estremità superiore e Kaden vide una specie di tubo che non sapeva riconoscere, forse fungeva da occhio. “Questo è un sottomarino” stava dicendo Lara.

Kaden suppose che fosse molto poco sicuro.

“Resiste a qualunque tipo di pressione?” chiese Mary.

“Credo di sì. Ora, non è che posso sapere tutto, eh” ridacchiò Lara. “Comunque, è molto semplice usarlo. Fa’ buon viaggio! Buona fortuna! Ricorda che le mie… le nostre speranze, si ripongono su di te!”

E sparì di corsa, così com’era arrivata.

“È simpatica…” commentò maliziosa Mary, quando tornò sola con Kaden.

“Piantala” disse Kaden. Ad ogni modo, era stata davvero generosa a non denunciarlo, anche se in ogni caso aveva motivi personali per non farlo, e gli aveva anche regalato un sottomarino, qualunque cosa fosse.

Kaden rimase dunque di fronte all’oggetto che l’avrebbe portato fino alla Fontana Chemchemi, ovunque fosse.

“Ora che ci penso… dov’è la Fontana Chemchemi? Dove devo cercare?” chiese a Mary.

“E che ne so!” esclamò lei. “Immagino che la Fontana sia comunque enorme, quindi la riconoscerai sicuramente e…”

Un’esplosione echeggiò nell’aria. Stava accadendo qualcosa di grosso alle mura.

“Meglio sbrigarsi” e, aperto il portellone, che consisteva in una maniglia circolare da ruotare, entrò dentro il sottomarino.

“Buona fortuna, Kaden! Io veglierò da qui sopra!” esclamò Mary, e fu l’ultima cosa che lui sentì dell’esterno prima di chiudersi dentro lo scafo.

Se Kaden si aspettava di dover decifrare ogni singola istruzione, si sbagliava: il ponte di comando era una stanza minuscola composta da una specie di finestra che rifletteva il mondo esterno e attrezzata di un manubrio e una leva.

In realtà si chiamava ruota del timone, ma Kaden lo interpretò come manubrio, e ad ogni modo si avvicinò alla leva, dotata di quattro scanalature e la tirò verso il basso, e di conseguenza il sottomarino si mosse indietro, perdendo quota e inabissandosi.

Era tutto un altro mondo, Kaden se ne rese conto non appena giunto a diversi metri di profondità, e dopo aver capito come manovrare bene quel trabiccolo.

Innanzitutto la luce passava fioca dalla superficie, e tutto lo sfondo era blu scuro. A intervalli irregolari, scie di pesci passavano innocui a destra e a sinistra.

Kaden riconobbe persino un Plexigos, ma non seppe dire che modello fosse. In ogni caso, non avendo modo di difendersi, se ne stette alla larga.

Ben presto il ragazzo capì che la ricerca della Fontana sarebbe stata equiparata a trovare un ago in un pagliaio: le profondità sottomarine erano immense e dalle diverse sfaccettature, e la possibilità di perdersi era concreta.

Poi gli venne in mente: quanta autonomia aveva il sottomarino? Era il caso di preoccuparsi nel caso in cui non fosse riuscito a trovare la Fontana?

“Meglio perdere un altro po’ di quota, di sicuro il Re Anthony l’avrà installata nel fondale” e comandò al mezzo di scendere ancora di quota, perdendo la luce del sole ogni metro che passava.

Nel frattempo, nel Reame delle Sirene vi era sempre stata una certa serenità. Il Re Anthony, il legittimo dei tre, aveva riconosciuto loro l’indipendenza; dunque, come debito di riconoscenza, venne stipulato un accordo di alleanza fra il neonato Reame e quello della superficie.

Il primo Re, il tritone Torsk I, era soprannominato l’Invincibile, anche se in pratica non aveva mai dato adito di essere davvero tale.

Aveva lunghi capelli ricci e un pizzetto sul mento, e osservava i Guardiani dei Confini con assoluto disgusto.

“Cosa vorresti dire, Kapor?” chiese altero. “I sottomarini hanno finito il loro lavoro da giorni, ormai, e la Fontana Chemchemi è sotto la nostra custodia. Che senso ha allora ritornare?”

“Non lo so, signore” rispose Kapor, gli occhi ben fissi sui radar. “Fatto sta che è stato rilevato un oggetto molto simile a un sottomarino a venticinque leghe di distanza da qui. Tuttavia, non sappiamo che intenzioni abbia, continua a girare in tondo come se non sapesse dove andare”

“Come sarebbe? Non mi dirai che si è dimenticato dove abitiamo?”

“Forse è un intruso che ci cerca… forse è Kaden delle Fontane! Re Anthony ci ha mandato un’immagine di costui e ci ha avvertiti che forse sarebbe venuto!” esclamò la regina delle Sirene, Uhor la Bellissima.

“Uhm… sguinzagliate il Leviatano. Farà piacere al re se lo uccidessimo noi, no?” ordinò Torsk.

I guardiani annuirono. “Soluzione condivisibile. Avere dalla nostra il più potente fra i mostri marini è stato un colpo di fortuna”

“Hai ragione, mio amato” sussurrò dolce Uhor, aggrappandosi a una delle braccia possenti del re dei tritoni.

I Guardiani pertanto azionarono un dispositivo da cui scaturì un lunghissimo urlo penetrante, come di bambino che piange per qualche motivo.

Urlo che venne sentito anche da Kaden, che a venticinque leghe di distanza si spaventò.

“Che cosa è stato?” disse, nella solitudine degli abissi, evitando anche i raggi laser di uno squalo. “Niente di buono, sicuramente”

E in effetti, un mostro enorme dalla forma di serpente lungo più di quaranta metri aprì i grandi occhi gialli, dal giaciglio dov’era posizionato.

Alzò l’enorme testa e urlò ancora più forte del dispositivo che lo aveva svegliato, e partì in direzione di Kaden.

“Il Leviatano è stato risvegliato, signore” disse un Guardiano.

“Perfetto” disse Torsk. “Avete detto qual è l’obiettivo?”

“Certamente” ribatté l’altro. “Forse voi non conoscete il linguaggio mostruoso, ma l’urlo perforante di poc’anzi è l’unico modo di comunicare con lui”

“Ah” Torsk era compiaciuto, e tornò alle sue occupazioni.

Kaden, nel frattempo ignaro delle macchinazioni del lontano Reame, continuava la sua ricerca, affondando sempre più nei fondali marini.

Correnti, pesci enormi, Plexigos e scogli inabissati erano all’ordine dei minuti, e il ragazzo dovette stare attento più volte, altrimenti si sarebbe schiantato da qualche parte.

“Non c’è niente” disse Kaden, con una punta di panico e parlando da solo.

“Non c’è niente qua” ripeté dopo dieci minuti, osservando uno spettacolo terribile alla fioca luce del faro installato nel sottomarino.

Schiere e schiere di navi affondate giacevano sotto di lui, segno che perlomeno aveva raggiunto il fondale.

Scheletri di scafi in legno e facevano bella mostra di sé, ospitando pesci di varie forme e dimensioni.

Relitti di scafi in acciaio erano ricoperti di vegetazione marina, e anche loro avrebbero potuto benissimo ospitare segreti inconfessabili.

“Bene, ecco il fondale” Kaden deglutì. Credeva di aver visto la sagoma di un uomo, che si nascondeva oltre l’albero maestro di una nave dalla polena minacciosa.

Il buio era pesto, e si vedeva poco anche con la luce del faro, e Kaden perse parecchi minuti a girovagare fra le navi affondate.

“Chissà se fra queste c’è anche quella di Patrick l’Esploratore…” si disse, ignorando il fatto che Patrick era partito da un luogo diverso e distante chilometri.

Il viaggio proseguiva, e a un certo punto, oltre una fessura che separava nettamente due tronconi di un ennesimo relitto, Kaden vide le creature più bizzarre che avesse mai visto.

Un uomo e una donna si scambiavano effusioni al riparo da occhi indiscreti… o perlomeno, Kaden suppose che lo fossero.

La metà superiore era quella umana, ma al posto delle gambe presentavano code di pesce, così come in superficie i Centauri al posto delle gambe avevano il corpo di un cavallo.

“Interessante… ci sono Sirene, qui. Probabile che abbiano un Reame tutto loro, che sia vicino?” si disse il ragazzo all’interno del sottomarino. Prese un respiro, era abbastanza emozionato.

Vide, più in là, un gruppetto di ragazzi-pesce trasportare di peso un forziere, probabilmente trafugato da una nave dimenticata dai secoli.

“Bene, un aiuto inaspettato dagli dèi degli abissi! Non mi resta che seguire questi discoli e il più è fatto!”

Se Kaden ne era convinto, se ne pentì amaramente due minuti dopo.

Due minuti di gloria, di speranza, di gioia.

E tutto cambiò nel giro di qualche secondo. Un urlo straziante di donna uccisa riempì l’atmosfera già di per sé inquietante del cimitero delle navi.

I ragazzi abbandonarono il forziere e scapparono sparpagliandosi, e diversi tritoni e sirene seguirono il loro esempio, compresa la coppietta felice; cosicché rimasero in zona solo il sottomarino di Kaden e la creatura gigantesca che occupò l’orizzonte.

Il ragazzo era abituato ai Draghi, ma quel mostro riusciva addirittura a batterli, o forse era solo il mare che ingigantiva la sagoma.

Il Leviatano, il mostro leggendario. Kaden ricordava di averne visto il ritratto sui libri di geografia e averne riso con Mark.

“Ahahaha, ma ti immagini? Tipo, tu vai al mare per una nuotatina e ti spunta questa anguilla puzzolente fra le gambe!” aveva detto.

“Ahahahah” aveva riso di rimando Mark, lui che era stato il suo compagno di banco e amico fedele nelle sciocchezze che commettevano in classe. “Pensi che puzzi di più l’ascella di Teodora?” chiese, riferendosi alla classica secchiona che non mancava mai a nessuna delle lezioni e sedeva da sola in prima fila. Indossava sempre magliette sudate.

E giù altre risate. Ma quelli erano altri tempi. Adesso poteva solo chiedere scusa per aver preso in giro chi non lo meritava, e non credeva tuttavia che le scuse sarebbero servite a qualcosa.

Non era ben visibile, Kaden ne vedeva solo la sagoma grazie alla luce del faro, ma ciò che vide gli fu sufficiente.

Due stelle al posto degli occhi e una fila di denti in grado di mangiare persino un Drago. E lui era da solo, impossibilitato a fare alcunché.

“Si scappa? D’accordo, si scappa!” e cominciò a scansarsi, evitando i raggi laser potenti che gli pervennero.

Non era affatto facile, ben presto divenne una foresta di raggi distruttivi e Kaden dovette fare ricorso a tutta la sua abilità nel maneggiare il sottomarino per riuscire a sfuggire e sorpassare quell’immensa colonna di carne che era il Leviatano.

Quest’ultimo tuttavia non demorse e cominciò a inseguirlo, dando il via a una rincorsa a tutta velocità verso il Reame delle Sirene.

Kaden perciò non vide niente dello spettacolo che gli si presentava sotto gli occhi, intento com’era ad a evitare anche le scariche di fulmini che spuntavano dalla bocca del Leviatano.

Da dietro era impossibile vedere da dove partivano, quindi l’unica soluzione per Kaden stava nel cambiare continuamente direzione e sperare nella fortuna.

E poi accadde: una grande montagna sottomarina si parò di fronte a lui, e senza perdere tempo il ragazzo imboccò un tunnel troppo stretto per il Leviatano.

“Ce l’ho fatta” cantò vittoria l’incaricato alle Fontane, ma il mostro marino non si sarebbe potuto definire tale se fosse bastata una montagna a fermarlo, pertanto questi la distrusse, causando la caduta di diversi sassi enormi dal soffitto del cunicolo, mentre il grande ostacolo crollava sotto i colpi dei raggi laser.

Per fortuna Kaden dovette subire solo un grosso tonfo metallico che non prometteva niente di buono, ma a parte quello uscì indenne da quella trappola mortale e la fuga poté proseguire.

Dopo quelle che parvero ore, Kaden vide davanti a sé una grande fila di mura fatte di alghe, e attorniate da tritoni armati di tridente.

“Eccoci” si disse. “Se semino il Leviatano… un momento!”

Accelerò col sottomarino, intento apparentemente a schiantarsi fra le alghe.

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Kaden e le Fontane di Luce/36

Capitolo 36

Kaden, che con tanta sicurezza aveva trascinato Mary a seguire i topi, non aveva più idea di dove recarsi e aveva tema di perdersi, ma alla fine sentì che vi era solo una soluzione, ovvero quella di proseguire dritto e cercare una scala che avrebbe portato a un tombino, e risalire in superficie per orientarsi, sperando ovviamente che nessuno notasse un tombino aperto. La sua speranza fu ben riposta, in quanto dopo aver percorso qualche metro che sembrava non finire mai, nel vuoto più totale e nell’aria greve e pesante dei rifiuti, alla fine Kaden vide una serie di sbarre orizzontali fissate verso l’alto in modo da raggiungere un tombino in cima.

Per quanto riguardava l’eventualità di non riuscire ad aprirlo, non avrebbe avuto importanza.

Kaden non aveva guanti, ma avrebbe fatto della necessità una virtù e si sarebbe messo a salire, un gradino dopo l’altro, mentre il suono metallico empiva il luogo angusto, risultando effettivamente sinistro.

Mancava poco e Kaden sarebbe stato a portata di taglio, finché una sbarra non era fissata bene e quindi il ragazzo, che non se l’aspettava, cadde di schiena, sbattendola sulla strada che prima aveva ospitato i suoi piedi. Mary ridacchiò borbottando sicuramente un epiteto poco simpatico.

“Meno male che non era una grande caduta” si disse, massaggiandosi la parte contusa. “Però, anche le infrastrutture della Capitale sostengono il re”

Non demorse, il ragazzo. Riprese il cammino e stavolta arrivò a portata, anche con una sbarra in meno.

Tenendosi con un braccio, Kaden giocò la carta vincente che gli avrebbe aperto tutte le porte.

“Mary, potresti aprirmi il tombino per favore?” chiese imbarazzato, e con molta difficoltà si scambiarono di posto e fu lei la prima a respirare l’aria pulita della superficie.

In realtà, ciò che vide non furono le case ricche e il continuo fermento frenetico che le caratterizzava, ma una piazza deserta e sconfinata, dove alla sua destra si terminava al mare.

Anche Kaden fu sbigottito: ancora qualche metro e sarebbero annegati?

Ad ogni modo, seppero di essere finiti al porto. C’era tutto: una locanda intitolata Il Pesce Innominato, schiere di gabbiani da tutte le parti, bitte che servivano per tenere ferme le imbarcazioni, e altre invece che partivano, probabilmente per pescare. A quanto ne sapeva Kaden, solo Patrick l’Esploratore era partito per esplorare ed era svanito nel nulla.

E, per la terza volta, Kaden si fermò ad osservare il Mare. Che direzione avrebbe dovuto prendere per giungere fino alla Fontana?  E soprattutto, dov’era?

“Forse alla locanda hanno qualche indicazione” disse Mary, indicandola col dito di legno. Andarono dunque, ignorando la brezza gelida che portava il mare e l’insegna appesa che dondolava in maniera sinistra.

“Ooooh, è entrato un altro deficiente!” fu la prima frase che lo accolse.

“Siediti pure qui, dolcezza!” dissero rivolti a Mary e le pervenne una sedia, che si infranse nel muro alla sua sinistra.

Seguitarono risa generali e presero a cantare una canzone.

Il tempo è arrivato, il momento di un drink

Ma non voglio whisky o gin

C’è solo una bevanda che mi rende talmente ubriaco

Che la mia testa comincia a girare

Dall’Ovest fino a New Sidney

Questa bevanda mistica viene prodotta

Nella nostra missione nel divenire totalmente ubriachi

Da non aver niente da perdere

Rum è il potere

Rum è la chiave

Il Rum ci farà liberi

E poi, attaccarono col ritornello che ripeteva “Rum!” in continuazione, mentre un paio di altri clienti cominciavano ad azzuffarsi.

Alla fine, Kaden si sedette al bancone e pensò di ordinare proprio il Rum di cui sopra.

“Rum è il potere, ragazzo! Facci vedere quanto ne scoli!” esclamò ad alta voce un vecchio dalle mani uncinate.

Ma Kaden non ascoltò, anche se Mary intraprese una gara con alcuni ubriachi, e si rivolse al barista massiccio e dal colorito nero.

“Dammi un po’ del buon Rum, ne ho bisogno”

“Ehi, Joe! Un’altra birra!” esclamò un tizio ormai in coma etilico.

“Un momento, sono solo uno! Che volete farci se l’altro barista si è suicidato?” borbottò burbero Joe, e porse il bicchiere di rum al ragazzo.

“Tieni, offre la casa” disse. “Non credere che non ti abbia riconosciuto, Kaden delle Fontane

“Delle Fontane?” Kaden era perplesso.

“Beh, così ti hanno nominato sulla taglia. Porca miseria, centomila pezzi d’oro! Neanche fossi un terrorista! Ma si può sapere che hai fatto?”

“E tu, invece? Come mai non mi consegni alle autorità?” disse Kaden, sconvolto da quella rivelazione.

“Ma figurati! Siamo al Pesce Innominato! Ehi, ragazzi! RAGAZZI! Questo idiota vuole consegnarsi!”

Non si seppe come ma nonostante il caos tutti ascoltarono Joe e risero della battuta, perché fu così che la interpretarono. Uno di loro prese una bottiglia vuota e la spaccò sulla schiena di un secondo.

“Qui al Pesce Innominato, e al porto in generale, siamo senza regole” spiegò Joe. “Tutti odiamo il re e tutti siamo ricercati. Non ci cercano perché sanno che li uccideremmo, perciò sentiti a casa, babbeo! E dopo aver bevuto, dimmi che hai fatto!”

Mary nel frattempo aveva battuto il secondo criminale nella gara di bevute e in quel momento mostrava il braccio di legno.

“Sono un terrorista. Anzi, mi serve un suggerimento: voi sapete dove si trova la Fontana?”

Joe annuì convinto. “I baristi sanno tutto, ragazzo mio” disse. “Ma vedi, come tutto in questo mondo, anche io voglio un prezzo”

Kaden deglutì.

“Devi scolarti tutta la bottiglia di Rum! Ahahahah! Ecco perché Kaden delle Fontane! Tu vuoi aprirle, perché evidentemente possono essere riparate!”

Seguì un Aprile, Aprile concitato da parte di tutta la masnada della locanda, Mary compresa.

Kaden bevve con molta fatica la bottiglia assegnatagli e alla fine Joe fu di parola.

“Ho dato una mano a spostarla, ecco perché lo so. Sai, noi delinquenti ci mandano sovente ai lavori forzati, come condanna. E quella fu una condanna abbastanza da compensare almeno cento anni di galera, te lo dico io. Mai sentito qualcosa di più pesante sulle spalle. In ogni modo, l’abbiamo affondata sott’acqua, chissà dove”

“Sott’acqua? Nell’oceano? Oh Dio!” esclamò Mary, completamente rossa in faccia ma acclamata dai suoi nuovi compari come “dea del rum e delle braccia”. Kaden considerò per la prima volta l’ipotesi di scendere da solo.

Kaden ordinò un altro bicchiere, anche se si sentiva stordito. “Hai qualche suggerimento per respirare sott’acqua?”

Seguitò un momento di silenzio, per poi lasciare il posto ad altre sonore risate.

“Porca miseria, ragazzo!” rise anche Joe. “Non ho mai sentito una cazzata tanto colossale, e qui siamo al Pesce Innominato!”

“Hai ragione, Joe, nemmeno fra quelle che dice il Vecchio Bucaniere” aggiunse un tipo distinto in fondo al bancone. “Non è vero, Armand?”

Si rivolse a un uomo molto vecchio, certamente era sbronzo come tutti gli altri. In ogni caso era solo, e da dietro i suoi foltissimi capelli lunghi un solo occhio nero faceva capolino brillante.

“Ragazzo! Vieni un po’ qui?”

“Ooooh! Kaden delle Fontane a rapporto dal vecchio Armand! Ahahaha!” rise un altro ragazzo, e divise un brindisi col compagno di tavolo.

Kaden tuttavia si sedette su una sedia scomodissima e si ritrovò davanti il vecchio Armand.

Sembrava un soffione: capelli e barba bianchissime e persino i peli sul petto scoperto erano altrettanto candidi.

In mezzo a quei cespugli, si notava una collana fatta di denti di un pesce, che Kaden non riconobbe.

“Allora. A quanto ho compreso, vuoi entrare dentro il mare, probabilmente per aprire l’ultima Fontana, no?”

Non si capiva molto bene, gli mancavano molti denti, ma Kaden annuì.

“Bene. Hai bisogno del Sommozzatore, allora”

Kaden stavolta mancò l’essenza della frase.

“Ehm… potete ripetere?” chiese, al che Armand si maledisse e trascrisse il nome dell’attrezzo che aveva nominato.

“È un… oggetto” disse “che ti permette di respirare sotto l’acqua. Ma attento, non ha un tempo illimitato”

Kaden aspettava la fregatura e quella arrivò puntuale.

“E va bene, va bene lo stesso. Dove posso procurarmelo?” chiese, sicuro che quella fosse la strada giusta.

Armand per tutta risposta si alzò e oltrepassò la porta della toilette.

“Aahahah! Il vecchio pazzo ha problemi di incontinenza!”

A quel che pareva, ogni cosa era motivo di ilarità in quel bar.

Ad ogni modo, Armand non tornò che dopo dieci minuti, con in mano un grosso oggetto cilindrico e quella che sembrava una tuta.

Il vecchio gettò tutto sul tavolo. “Ecco. Sono cento pezzi d’oro”

Kaden non si aspettava che dovesse pagare e confidava sul buon cuore dell’uomo.

“Ma… pensavo volesse regalarmeli” biascicò perplesso, al che toccò all’uomo ridere.

“Ragazzo mio! È ora che tu scendi dalle nuvole! In novantaquattro anni di vita non ho mai sentito una cazzata simile! SENTITO, GENTE?”

“No che non abbiamo sentito un cazzo, sta’ zitto, scimmia!” e da qualche parte pervenne una manciata di arachidi.

“Allora, basta bestemmie. Tu mi paghi duecento pezzi d’oro e ti lascio andare. Manchi di farlo e ti taglio la gola. Hai capito?” sibilò Armand, con la sua maniera di parlare strana e priva di molti denti.

Siccome si era avvicinato, Kaden poté assaporare l’alito alcolico e vedere molti denti d’argento, fra i pochi che aveva.

Inoltre, il ragazzo registrò che fino a due minuti prima aveva fissato il prezzo a cento pezzi d’oro, non duecento.

“Allora, li paghi questi trecento pezzi, sì o no?”

Armand estrasse un coltello minaccioso e…

Improvvisamente accadde che una mano veloce gli tagliò la gola orizzontalmente e il vecchio cadde sul tavolo.

“Non importunare Kaden delle Fontane, decrepito!” esclamò Mary, sputando a terra.

“Mary! Mi hai salvato!” esclamò il ragazzo, mentre Mary, che non sembrava tanto ubriaca come prima, prese l’attrezzatura e lo guidò fuori da quel luogo assurdo. Inoltre, anche un uomo morì nello stesso momento, linciato poiché aveva barato.

“Non ho la minima idea di come usarlo, ma purtroppo ce n’è solo uno” disse Mary. “Mi sa che dovrai scendere tu, da solo, al mare, mentre io veglierò su di te dalla superficie, accertandomi che non ti cerchino”

Tutto quello che entrambi sapevano era la forma, ovvero un cilindro di metallo, un casco da infilare in testa e una specie di tubo che forse si infilava nel naso o nella bocca, ma nessuno dei due ne era sicuro.

“Non credo che qualcuno nei paraggi sappia usarlo, e vista la gente nel bar, non ci sarebbe da stupirsi se qualcuno me lo rubasse con la scusa di insegnarmi” soppesò Kaden.

Così non gli rimase da fare che una prova.

Prese la veste e la indossò, e ne trovò anche la cerniera, che venne chiusa da Mary.

Gli veniva strettissima, ma doveva fare della necessità una virtù, proprio come quando aveva camminato fra le fogne.

Indossò anche quella specie di casco, e il problema successivo si presentò nel respiratore, ma in ogni caso non fu proprio difficile indossare un boccaglio e rendersi conto della respirazione, che avvenne dunque grazie all’ausilio dell’oggetto cilindrico.

Kaden era dunque pronto. “Va bene, allora vado!”

Mary fece una cosa che non aveva mai fatto prima: lo abbracciò stretto, con fare a metà fra materno e fraterno.

“Abbi cura di te, Kaden” disse mentre piangeva. “Davvero, torna su vivo! Pensa a tutti noi e a quelli che si sono sacrificati per te e torna vincitore! Altrimenti ti picchio, okay?”

Kaden si ritrovò a ricambiare quell’abbraccio e dire: “Tornerò vincitore, non ti preoccupare” anche se non era affatto sicuro né di trovare la Fontana, né di tornare. La bombola era al massimo caricamento? La Fontana era nei paraggi o molto lontano nel mare? E poi, sarebbe bastato il respiratore per spegnerla e tornare in superficie senza incidenti? Non ne aveva idea, e aveva paura di tutte quelle domande, tuttavia non voleva far preoccupare Mary, inoltre era sicuro che anche lei si stesse ponendo le medesime questioni.

Infine Kaden si voltò verso il mare e deglutì profondamente. Non era sicuro di saper nuotare bene.

“A noi due, Mare. Vediamo che hai da dirmi” disse, senza saperne il motivo, e si tuffò, non pensando a nulla.

Serenata rap

Continua il nostro viaggio attraverso il vecchiume che ho deciso di riproporre attraverso il blog. È il 24 luglio del 2013 e io… mi annoiavo, ecco.

“MA STAI SCHERZANDO?”

Stan era allibito. Le parole che Gerald aveva appena pronunciato non poteva credere, fino a qualche minuto primo, che un giorno avrebbe potuto dirle.

“No. Tanto lo sai che tu che…” disse Gerald, ma Stan lo anticipò.

“Ma ti rendi conto? Noi che siamo votati al Power Symphonic Gothic Epic Metal polifonico! E tu… tu… tu…”

“Sì. Il tuo genere mi ha stufato”

Gerald voleva proprio far suicidare il suo migliore amico.

“Ma non puoi fare una serenata rap per una ragazza! È inutile!”

Per Stan, il rap era un sottogenere indegno di essere ascoltato. Per l’amico invece, era un genere che andava rivalutato.

A Gerald si erano aperti gli occhi e voleva convincere anche Stan della bontà della sua idea. “Beh, allora tu cosa faresti per una ragazza figa che ascolta Tupac?”

“Tupac che sarebbe? Una ditta di spedizione pacchi?”

“Ma è il più grande rapper…”

“Allora non m’interessa! Mi cercherò un altro chitarrista!”

Detto quello, Stan Trafford vagò per la sua strada. Gerald invece quella sera si ritrovò sotto in via BH 17 a fare quella serenata rap.

“Oh Jenny, sei sempre viva come una pianta, oh Jenny, come una luna e i politici…”

Jenny uscì e gli tirò una padella insaponata in pieno volto, facendo centro. Al buio. Con quattro piani di differenza.

“E non farti mai più rivedere!” urlò, prima di chiudere la finestra.

“Povero Gerald” esclamò un passante, che sapeva come si chiamava il ragazzo infortunato perché l’aveva scritto da tutte le parti, appeso al collo e nei finti piercing. “Sempre così sfortunato”

Gerald e le serenate rap. Da quel giorno, avrebbe lasciato il rap a chi di dovere.

 

Kaden e le Fontane di Luce/33

Capitolo  33

Checché ne dicesse Re Anthony, la battaglia di fronte Sydney era giunta a una posizione di stallo, ma la sicurezza del sovrano stava nell’azionare il Drago Kraken l’Angusto come e quando voleva, e uccidere tutti quei plebei senza alcun problema. Tuttavia, non era a conoscenza che Caleb e la sua scorta personale era diretto proprio nella Capitale, e ormai stava per arrivare.

“Manca poco, ormai” disse Isabel. “Speriamo che nessun Drago venga a disturbarci”

“Drago? Cavolo, è vero! Ci sono i Draghi e più ci avviciniamo, più ne incontreremo!” esclamò Kaden sconvolto, ma Caleb riportò tutti alla calma.

“Non temere” disse lui. “Anthony ha mandato la maggior parte dei suoi ad attaccare Isaiah, per ritardare la sua partenza con le navi, ne son sicuro. Io stesso farei così. Pertanto, ritengo che a Sydney che ve ne siano pochi, tuttavia Kraken l’Angusto vale per tutti e diciotto messi assieme, quindi state all’erta”

“Insomma, non hai detto niente di confortante!” esclamò Mary.

“Caleb, ho anche appetito” disse Isabel, cambiando repentinamente argomento. “Non potremmo fermarci?”

“No, la guerra deve finire quanto prima” tagliò corto il maggiore, ma la sorella era davvero insistente, così alla quinta richiesta Caleb si stizzì e fece fermare la piccola carovana, in uno spiazzale d’erba a picco sul mare, diversi metri più sopra del suo livello, protetti quindi dal promontorio e da un piccolo bosco nell’entro terra. Prepararono dunque un bivacco, mentre scendeva la sera.

E Kaden ebbe a che fare col mare. Egli lo guardò per la prima volta.

Così profondo, così immutato e immutabile, di un colorito aureo mentre il sole affondava dietro l’orizzonte.

“Bel posto, vero?” gli si avvicinò Isabel. Kaden ebbe una fitta allo stomaco. “Pensa che tutte le estati andavamo al mare, e io e mia madre abbiamo continuato ad andare anche dopo la separazione, e personalmente adoro nuotare fino al largo. Il mare rilassa, naturalmente chi lo guarda con ammirazione. Pensa che c’è stato qualcuno che ha voluto vedere cosa vi era oltre l’Orizzonte”

“Cosa? C’è davvero altro oltre l’Australia?” chiese Kaden.

“Beh… dipende cosa intendi per altro. Ricorda che la Terra presentava cinque continenti, prima dell’apocalisse dell’anno Diecimila dopo Cristo. Dove siamo noi adesso era solo uno sputo di terra rispetto all’immensità dei continenti boreali. Ma non penso sia rimasto altro lassù, a parte i grandi ghiacciai che lo studioso Binks ha fotografato, nella sua spedizione, e a quanto pare è stato un viaggio eroico anche quello… tuttavia, colui che è entrato nella leggenda non è stato lui, ma Patrick l’Esploratore. Te lo faccio vedere”

Andarono insieme su un tumulo, posto al limitare del precipizio, all’estremità del quale era conficcata una lapide.

Kaden lesse:

Patrick l’Esploratore

1358-1406

Noto per aver affrontato il Grande Oceano

Le date si riferivano al nuovo conteggio del tempo, introdotto dopo il ritorno degli umani sulla superficie alla fine dell’era glaciale lasciata in eredità dall’inverno nucleare dovuto al bombardamento che aveva posto fine all’Apocalisse. Kaden lo sapeva, era l’unico evento storico che lo affascinava, fra le centinaia di eventi accaduti.

“Naturalmente il tumulo è vuoto” disse Isabel. “Lo sanno tutti. Probabilmente la data di morte è anche sbagliata, avranno atteso qualche anno e vedendo che non tornava hanno scritto solamente l’anno in cui hanno smesso di attenderlo. Sta di fatto che un giorno Patrick è partito con tre galeoni, con l’intento di voler circumnavigare il nuovo mondo e non è più tornato. Non si scherza con l’oceano. Ricordatelo, Kaden”

Kaden tornò a guardare l’orizzonte. Isabel spiegava le cose in maniera molto chiara e anche il tono della sua voce spingeva a fotografare con la mente tutti gli eventi che esplicava. Kaden vide coi suoi stessi occhi, quindi, le tre caravelle partire da Sydney e affondare forse qualche mese dopo, a causa di un fortunale. Lui era nato e cresciuto a Perth, una città di mare, e sapeva bene cosa si diceva di quello, che fosse nient’altro che un grosso contenitore di mostri marini e di tempeste.

Tuttavia nonostante questo non aveva mai visto il mare, pur abitando in quella città. La sua famiglia non ne era mai stata simpatizzante, e dunque non aveva mai avuto l’occasione di apprezzare quanto fosse profondo, immenso e apparentemente sicuro.

Certo, gli uragani e le tempeste non erano mai mancati durante la sua infanzia, tuttavia Kaden rimase alquanto stupito dall’immensità di quella massa.

E chissà cosa ci sarebbe stato, sott’acqua, ovvero che tipo di mostri marini vi abitassero effettivamente, ma era altrettanto sicuro che non sarebbe valsa la pena scoprirlo, in quanto sarebbe stato un mondo altrettanto pieno di pericoli e imprevedibile.

Avrebbe potuto perdersi per ore osservando quella linea dove stava affondando il sole e non se ne sarebbe mai stancato, sennonché una voce femminile gli riempì le orecchie.

“Invece di stare lì a farti seghe mentali sul mare, perché non viene a nutrirti di questo coniglio? È buonissimo!” stava esclamando Mary, che aveva aiutato Caleb a cucinare, mentre Kaden e Isabel stavano rimanendo immobili a fissare la tomba di Patrick.

E così andarono a unirsi a loro, dando le spalle all’immensità che si faceva sempre più scura. Era stato un incontro molto profondo.

Mentre mangiavano, Caleb chiese interrompendo il silenzio, fissando Kaden con fare sospetto: “E così a te piace mia sorella?”

Kaden sbiancò, andandogli di traverso un boccone. Si rese conto che tutti e tre lo stavano osservando e infine si rese conto di essersi seduto proprio accanto a lei.

Si ritrovò a pensare ad Isabel. Be’, era Isabel Hesenfield, la Lady Impossibile, e aveva provato più volte cosa si provasse a stare accanto a lei e la sua bellezza era opprimente, quasi. E tuttavia, a parte l’aspetto esteriore Isabel aveva dimostrato una grande abilità con l’arco e una buona cultura, dovuta al suo cognome.

Già, il cognome.

Gli Hesenfield, che fossero maschi o femmine, sceglievano molto attentamente chi sposare, non lasciando nessuna possibilità agli altri, che potevano solo dannarsi di non essere stati scelti.

Che possibilità poteva avere lui, con una ragazza oltretutto più grande?

“Non so di cosa stai parlando” rispose Kaden, col cuore che gli batteva all’impazzata e facendo sghignazzare Mary.

“Suvvia” disse Caleb. “Ho visto come la guardi… qualunque uomo ci farebbe un pensiero su e…”

“Caleb” sibilò Isabel. “Guarda che io sono presente! Stai cercando di piazzarmi come se fossi un filetto di carne?” e cominciò a picchiarlo sonoramente, per poi finire il litigio con grasse risate.

“Kaden” sussurrò infine Mary, con fare materno. “Non ascoltarlo, è solo uno stupido che ha voglia di scherzare”

Il ragazzo non capiva quel momento scherzoso, però si rese conto che ne aveva bisogno. Ne avevano bisogno tutti, poiché tutti in quel bivacco avevano passato giorni orribili e si scoprì grato a Caleb per aver saputo alleggerire la tensione.

Rimaneva solo una Fontana da aprire, ma nessuno sapeva dove si trovasse, visto che Re Anthony aveva pensato bene di nasconderla. L’unica era intrufolarsi con Mary in città e indagare, mentre i due fratelli reclamavano il Trono.

 

Sidney, Piazza Reale.

Re Anthony era in visita ufficiale ai quartieri poveri, e li stava arringando.

“Dovete capire” stava dicendo “che se la nostra nazione è in crisi è per colpa dell’Armata Rivoluzionaria. Dopo la dipartita del loro capo, Shydra Aldebaran, il titolo si è diviso fra i capi reparto, e nessuno ha capito più chi comanda, ma non per questo sono diventati meno pericolosi. Inoltre, qualcuno ha risvegliato i Draghi, il che vuol dire altre minacce. Certo, si potrebbe fare di più per proteggere la città, ma vi assicuro che la Corona sta facendo il diavolo a quattro per poter dare un futuro alla nostra Nazione, ai nostri figli, alle nostre case”

Applausi sparsi, ma Anthony non gradì quell’accoglienza tiepida.

“Dovete essere convinti! Dovete amare il vostro Re come il vostro Re ama voi! Non esiste Regno senza popolo!”

E addirittura lanciò la sua corona scintillante verso terra, dal palcoscenico dove stava parlando.

“Eccolo, prendetevela. È vostra. Io sono solo un vostro rappresentante” disse, e fu allora che quel gesto venne accolto da un grande entusiasmo.

Anthony sogghignò. Era così semplice prendersi gioco del popolo, e lui lo faceva sempre. Fintantoché non esitavano a pagare le tasse e a ingrossare il già considerevole bottino delle Casse Reali, non ci sarebbe stato niente da temere.

I Draghi erano stati difficili da gestire, ma Kraken l’Angusto gli aveva assicurato tutta la lealtà possibile, e a quel che vedeva molti dei suoi avevano mantenuto la parola, e tuttavia alcuni della loro razza disobbedivano al loro stesso Signore.

Ad ogni modo, diede ordine di riprendere la Corona, un manufatto antichissimo e che era passato sulle teste di tutti i Re dell’Australia e tornò a Palazzo.

Non aveva neanche fatto in tempo a scendere dalla carrozza che chiedevano la sua presenza.

“Maestà! È successo qualcosa di terribile!” esclamò uno dei servitori, con in mano una busta sigillata, proveniente da Kashnaville.

“Per fortuna, sto per diventare Re e le cose terribili non saranno più all’ordine del giorno” commentò mentre lesse.

Una delle sue spie lo informava che Caleb Hesenfield e la sorella si trovavano in viaggio verso Sydney, il che voleva dire solo una cosa: quei dannati stavano per reclamare il Trono, forti della loro discendenza con Isaac, lo sterminatore di Draghi.

Certo, il fatto che si era scoperto che Isabel fosse viva gli apriva la strada a una nuova idea. Era la donna più bella del mondo. Lui era il Re dell’Australia unita. Se l’avesse sposata avrebbe messo fine alla guerra e avrebbe instaurato una nuova alleanza fra lui e gli Hesenfield, che così sarebbero tornati al potere tramite Isabel e non avrebbero reclamato più nulla. L’unico problema era Caleb, che sicuramente non avrebbe approvato quella unione. In ogni caso, si mise a scrivere una missiva che avrebbe sigillato e posto alla massima attenzione del nuovo capo famiglia della Casa rivale. Oltretutto, tutti avrebbero guadagnato con quel matrimonio.

La lettera non tardò ad arrivare, poiché fu recapitata a Caleb tramite volatile, inviato da una spia che seguiva il gruppo essendo riuscita a mescolarsi fra la servitù.

“Posta per voi, mio signore. Re Anthony l’Usurpatore attende risposta” disse il postino della carovana consegnando dunque a Caleb la busta.

“Cosa?” egli stava dormendo, dopo aver passato quasi tutta la notte in piedi a scherzare con i suoi nuovi amici e prendere in giro la sorella. Poi si ricordò della missione da compiere e del Trono da reclamare e si disse che un buon Re doveva alzarsi presto e rinunciare ai bagordi. “Oh, grazie”

Avrebbe voluto chiamare per nome il postino, ma non lo ricordava. Ciò che lesse non gli piacque affatto.

“Stiamo scherzando. Anthony sta scherzando” disse Caleb, adiratosi e ormai completamente sveglio.

“Che succede, Caleb?” disse Isabel, affilando la sua spada. Era sveglia ben prima del fratello e aveva osservato tutta la scena.

“Il nostro… re vuole sposarti e porre così fine alla guerra” riassunse Caleb disgustato e appallottolando la carta.

“Che schifo! No, certo che no! È morta troppa gente in questo conflitto e io voglio essere libera di scegliere il padre dei miei figli! Io sono una degli Hesenfield, non un filetto di carne!” dichiarò altera la ragazza, così fredda e orgogliosa che il postino non poté fare a meno di ammirarla.

“Sei fissata coi filetti di carne, Isabel…” ridacchiò Caleb, orgoglioso di quanto fosse cresciuta. Poi si rivolse al postino: “Di’ al sovrano che rifiutiamo! Saremo felici solo se quel bastardo muore e ricordagli che esiste un solo Re possibile, Caleb figlio di Abraham!”

“Sarà fatto, sire” e si congedò con estrema riluttanza, come se non volesse rinunciare alla visione di Isabel, vestita per la notte e quanto mai affascinante. Subito dopo, anche Kaden e Mary, appena svegliatisi, vennero informati dell’accaduto e il ragazzo disse: “Allora, la Fontana? Il mio viaggio deve compiersi, no?”

E quella frase chiuse la questione per tutti. Per tutti tranne che per Anthony, che si adirò molto non appena informato del netto diniego.

Il Re si alzò dal suo Trono e disse a voce alta: “Ascoltate tutti! Metterò a morte chiunque abbia il cognome Hesenfield, o anche solamente chi è sospettato di essere in combutta con costoro! Ed essi sapranno chi è il vero Re, e si inchineranno, e saluteranno la Storia con una fine ingloriosa!”

Esclamato quello, mandò a chiamare Kraken l’Angusto, il capo dei Draghi, per inviare una squadra in cerca degli Hesenfield.

Nel frattempo la carovana di Caleb si stava avvicinando a Sydney. Era tempo di chiudere la vicenda, per entrambe le fazioni.

Kaden e le Fontane di Luce/32

Capitolo 32

“Isabel! Prendi la tua spada! Presto!” urlò Caleb alla sorella, e quella, aprendo un’altra porta, lasciò la scena.

“Non potrò farcela da solo” mormorò, chiudendo gli occhi e prendendo consapevolezza di stare lottando contro un mostro al di sopra delle sue capacità.

Il Basilisco lanciò due laser dagli occhi e Caleb si scansò sulla destra, e poi un’altra coppia, che ferì Kaden di striscio sulla spalla destra, e poi una terza coppia che rase i capelli di Mary, la quale si era abbassata appena in tempo.

Mary tossicchiò, a causa della fuliggine. “Ma è mai possibile che con tutti i soldi che avete non avete installato un cazzo di allarme antincendio?”

Neanche a dirlo che quello si azionò, bagnando tutta la stanza e spegnendo l’incendio. Tuttavia, l’acqua non aveva certo il potere di cancellare il Basilisco, che strisciò mandando laser ovunque, e Caleb li respingeva come poteva, in attesa della sorella.

Il serpente decise poi di puntare sugli spaventatissimi Caleb e Mary, ma venne bloccato dalla coda da parte di Josafat, il quale si arrampicò sul ventre, pronto a mangiare anche il cuore del rettile; tuttavia a quest’ultimo fu sufficiente scrollarselo di dosso per mandare il Mangiacuore fuori combattimento.

Il Basilisco fu pronto per attaccare.

“Kaden! Sei stato magnifico!” Mary scelse quelle come sue ultime parole.

“Mi dispiace di essere un idiota!” esclamò Kaden. Ormai la morte si stava avvicinando…

Il Basilisco però non colpì, perché un paio di frecce, scagliate dall’arco di Isabel, colpirono il mostro ai fianchi, distraendolo.

“Dovrai combattere contro di noi, maledetto!” esclamò Isabel. Kaden la osservò meglio e notò che aveva cambiato completamente espressione: avendo osservato la madre giacente a terra e rendendosi conto che solo in quel modo aveva trovato la pace interiore, Kaden ne dedusse che lei era certamente sconvolta, ma non per questo meno determinata.

Caleb e Isabel fronteggiarono dunque il Basilisco, un essere enorme dotato di zanne lunghissime e di raggi laser che partivano dagli occhi a intervalli irregolari. Caleb aveva Mezzanotte, che gli era stata consegnata da Isabel stessa, poco prima che lei tirasse le frecce.

Fu tutta una serie di colpi andati a vuoto, da una parte e dall’altra, mentre Isabel, un po’ impedita causa dell’abito elegante usato per la cena, non riusciva a correre per attuare il piano che prevedeva di girare attorno al basilisco per confonderlo.

Kaden si rivolse a Mary, mentre il serpente colpiva ancora coi suoi raggi. “Che cosa possiamo fare?”

“Difenderci dal Mangiacuore!” rispose lei, con la voce alterata dall’ansia. Ed effettivamente Josafat era giunto di fronte a loro, ghignando malefico. Stava sentendo delle nuove prede, la sua cena non era ancora finita.

Kaden e Mary erano dunque costretti a difendersi dal Mangiacuore, e se Kaden aveva quasi sperato che con la vendetta sulla madre la sua sete omicida si sarebbe saziata, era stato smentito dai fatti, così si avventò su di lui per proteggere l’amica e affrontare un corpo a corpo fuori dalla residenza, finendo quindi per spaccare un altro vetro e arrivare nel giardino circostante, mentre all’interno si consumava uno scontro tre contro uno, poiché si era aggiunta Mary.

Lei si sentì leggermente in colpa nel lasciare Kaden da solo, ma dopo quell’avvenimento aveva troppa paura del più piccolo della famiglia Hesenfield.

Kaden e Josafat rotolarono sull’erba fresca della sera, ma Kaden notò quanto in effetti Josafat fosse più lento e meno sicuro nei movimenti… forse, dentro di lui, viveva ancora quel bambino innocente che era stato prima del fattaccio e adesso che aveva ucciso colei che gli aveva fatto tanto male, era diventato una macchina vuota, morta assieme a Katrina.

E Kaden capì che era giunto il momento di metterlo a letto. Non avrebbe desiderato che toccasse a lui, ma in effetti c’erano così tante cose che non avrebbe desiderato e che erano successe comunque, che ci si poteva fare una lista.

“Bene” si disse Kaden. “Adesso, addio. Possa tu riposare in pace. Hai sofferto troppo nella vita, è ora che tu chiuda gli occhi e ti riposi”

Non aveva idea del perché lo aveva detto, né il motivo di cotanta sicurezza, ma forse aver scoperto la storia triste del suo avversario lo aveva indotto a conoscere anche il suo punto debole. E infine, lo vide arrivare, coprendo la pur breve distanza che aveva accumulato.

Josafat balzò come un Plexigos modello puma, diretto al cuore di Kaden.

Peccato per lui che quest’ultimo lo aveva previsto, ampiamente. Il solo interesse dell’ultimo degli Hesenfield era strappargli il cuore, neanche metterlo fuori combattimento.

Kaden trasse un respiro. Uno corto, uno rauco, uno intriso di compassione, più che di rabbia. E chiuse gli occhi, per non vedere cosa sarebbe successo.

Kaden sollevò il braccio destro, riempiendolo della tecnica dell’Aria, e affondò.

Un rumore sordo di qualcosa che si spezza riempì l’aria. Un rauco rumore come di gola che gratta, segno che Josafat un tipo di voce lo aveva sviluppato.

E poi, Kaden aprì gli occhi. E li vide: due avambracci posati a terra, che terminavano con una mano destra e una sinistra.

L’aveva fatto, aveva troncato le braccia a Josafat, che in quel momento stava contorcendosi dal dolore, mentre fiotti di sangue sgorgavano sporcando tutto.

“Non nuocerai più a nessuno” Kaden trattenne una lacrima. Gli faceva pena, ma doveva farlo.

Tutto quello che aveva letto, tutto quello che Isabel gli aveva spiegato… e chi avrebbe immaginato che dopo qualche minuto avrebbe ucciso il ragazzo più sfortunato del mondo?

Aveva letto che era stato viziato, pieno di capelli ricci, tutti lo adoravano in quanto piccolo e dolce.

E poi… l’inferno. Aver perso la bambina aveva ferito Katrina in maniera così profonda da farla diventare pazza, finendo per insegnare a Josafat a diventare un assassino, e poi la follia non fece che aumentare, trovando il suo culmine alla notizia della morte di Abraham, l’unico uomo che avesse mai amato.

Mentre Kaden pensava a tutto questo, Josafat Ismael Samuel Hesenfield non si mosse più, morto dissanguato.

“Buona notte, Josafat” disse il ragazzo, per voltargli le spalle e raccogliere i cocci della sua anima, appena infrantasi. O quantomeno, avrebbe voluto: una serie di rumori, esplosioni e urla lo riportarono alla realtà.

Con lo stomaco contorto, Kaden rientrò in villa e ciò che vide non gli piacque.

Il Basilisco strisciava letale, diretto alle gambe degli eredi della famiglia.

“Lascia perdere, Isabel, e spostati” stava dicendo Caleb. “Lo distruggerò con Mezzanotte, la mia spada”

E la estrasse. “Ammira la lucentezza della lama. Con lei, posso mirare il brutto volto del Basilisco come e quando voglio”

E così fece. Chiuse gli occhi e, fidandosi delle vibrazioni che gli dava il manico che respingeva violente scariche di raggi laser come fossero state noccioline, puntò alla testa, che doveva trovarsi in direzione dei raggi.

E con un colpo secco, il corridoio si riempì di sangue. Il mostro era morto e Mary era semplicemente ammirata.

“Alla fine sei riuscito a eliminarlo da solo” disse. “Come mai allora non ci hai pensato prima?”

Caleb scosse la testa e non rispose. Piuttosto, si accasciò a terra, singhiozzando , presto imitato da Isabel.

“Josafat…” disse lei “Josafat… dov’è…”

“Stava per uccidermi” disse Kaden. “Mi dispiace. Ho dovuto farlo. Adesso riposa e nulla più di questo mondo può ferirlo”

Kaden si rese conto che c’era gente che solo con la morte poteva trovare la pace, perché vivere era diventato impossibile. Due di queste erano Katrina e suo figlio, e per una strana coincidenza avevano trovato la serenità la stessa sera.

Seguì una pausa lunghissima, in cui Caleb e Isabel piansero i loro morti e li seppellirono accanto, proprio fuori dalla villa.

Furono due tumuli spogli, scavati in maniera perpendicolare all’edificio, in modo da guardare la Luna, che in quel momento era parzialmente coperta da un Drago che volava molto in alto.

“E adesso che succederà?” chiese Mary.

Kaden rispose: “Io devo comunque andare a Sydney. Chi se la sente, mi accompagnerà” e cominciò a fare strada allontanandosi dal gruppo, ma Mary lo richiamò con la voce. “Fermo! Credi davvero che dopo tutto questo ti lasceremmo andare da solo? Io ad ogni modo non posso, perché ormai voglio vedere con i miei occhi la capitale”

“Io devo reclamare il Trono” disse Caleb, spaventato alla sola idea.

“E io devo proteggere mio fratello” concluse Isabel, la quale era cambiata tantissimo in un giorno solo. Aver visto morire la madre l’aveva resa non solo più affascinante, ma più determinata e pronta ad accettare cose orribili come la guerra, pur di mettere fine alle sofferenze del mondo. Insomma, non era più tempo di ballare e si rese conto che lasciare la truppa personale era stato un errore.

Kaden era stupito nel sentire ciò che aveva sentito.

“Non ho capito” affermò, ancora fermo a pochi passi dai tumuli. “Voi vorreste aiutarmi ad aprire la Fontana?”

“Sì, è la cosa giusta per noi e anche per te. Per quanto tu sia cresciuto, non sei ancora in grado di cavartela nella città più protetta al mondo” disse Caleb. “Hai la protezione degli Hesenfield, il che non è poco”

“Bene, meno male”  rispose Kaden, e sorrise. Era bello e confortante sapere di non essere soli. “Anche perché non ho proprio idea di dove andare. Quanto tempo ci vuole per arrivare a Sidney?”

“Poco se usiamo un mezzo, un giorno e mezzo. E ti assicuro che non ci saranno intoppi, siamo due dei migliori atleti in circolazione, nessuno può batterci” disse Isabel, sicura come non mai.

“Sei sicura di accompagnarmi vestita in questo modo, sorella?” disse Caleb, guardandola perplesso. “Non dobbiamo andare a una serata di gala”

“Oh, già, scusatemi” e, imbarazzata, andò a cambiarsi e mettersi un vestito più adatto a un viaggio.

Lasciati soli, quindi, Caleb chiese a Kaden: “Dimmi di Josafat”

Kaden avrebbe preferito raccontare gli ultimi istanti di vita del Mangiacuore in un momento più lontano, a mezzogiorno e nel conforto di una casa sicura, non di sera e proprio accanto alla sua tomba. Tuttavia lo fece, e precisò che si era trattato di legittima difesa.

Caleb sospirò. “Stai parlando con uno che ha ucciso suo fratello e ha lasciato che sua madre morisse. Tutti abbiamo peccato, e io non posso giudicarti, piuttosto dovremmo aiutarci a vicenda. Sai maneggiare Olocausto, a quanto so”

“Si chiama Giustizia, adesso” rispose Kaden, adirato. Perché tutti si ostinavano a chiamare la sua spada con quel nomignolo?

“Comunque sia, ecco Isabel. Andiamo”

E partirono, scortati dalle carrozze con cui erano arrivati, diretti verso la Capitale.

Sydney, la città inespugnabile e tuttora inespugnata, nonostante diversi anni di assedio.

E inoltre, vi era Kraken l’Angusto in persona a presidiare quelle strade, non vi era nessuno al mondo in grado di oltrepassare le pesanti porte d’acciaio senza permesso.

Re Anthony aveva messo dunque la metropoli in fermento, coi preparativi per la cerimonia dell’Incoronazione. Una volta appreso della morte della sua matrigna, aveva capito che era rimasto solo lui come unico sovrano incontrastato, ed aveva pensato di rendere l’evento ufficiale e quindi riunire l’Australia sotto la sua bandiera sotto gli occhi del popolo.

“Per quanto riguarda le persone che vengono da lontano come facciamo? Abbiamo dato pochissimo preavviso, molti non potranno convenire. Inoltre, i treni sono stati dismessi” disse uno dei servitori.

A sentire quelle parole, Re Anthony ebbe la sensazione che sarebbe stata una festa molto intima.

“Meglio così, il Banchetto non sarà esoso” rispose. “Per poter permettere alla gente fedele al Re ma che non si trova nei miei territori, faremo installare dei maxi schermi in tutto il regno. In una settimana ce la faremo”

“Perdonatemi, Maestà, ma cosa sarebbero?” chiese il servitore.

Per tutta risposta, il Re prese un rotolo dalla biblioteca privata e lo mostrò.

“Questi sono schermi. Una volta, prima dell’Apocalisse, erano molto in voga. Poi sono stati soppiantati dalle macchine tele trasportatrici, ma noi non ne abbiamo. Pertanto, risolleveremo le vecchie tecnologie e permetteremo anche alla gente povera di vedermi incoronato”

Il servitore era più confuso che persuaso, visto che non capiva come funzionava, ma annuì e si allontanò dal Re.

Anthony tornò ad osservare il magnifico panorama. Vedere la capitale, che maestosa proliferava, mentre un Drago volava alto nel cielo, era qualcosa di magnifico e sensazionale, e lo aiutava a snebbiare la mente.

Nessuno aveva trovato ancora Kaden, il ragazzo che aveva aperto due delle tre Fontane.

Lui era al sicuro, ma lo preoccupava quella falla. Doveva assolutamente fermarlo, per essere ancora più sicuro che nessuna minaccia potesse toccarlo. Inoltre, da quando Isaiah Hesenfield aveva occupato Perth, non aveva più ricevuto informazioni sui territori dell’Ovest e non aveva idea di quale sarebbe stata la prossima mossa, e inoltre non aveva neanche tempo di pensarci, poiché aveva intenzione di attaccare Kashnaville e occuparla, ora che era morta Margareth.

Ciò che Anthony non sapeva era che Isaiah stava preparando una flotta diretta a Sydney, mentre Caleb aveva reclamato come suo il territorio della regina Margareth, ma che avrebbe governato un altro dei suoi capitani in vece sua.

In ogni caso, gli Hesenfield potevano fare di nascosto ciò che volevano: una volta auto proclamatosi Re, di lì a sei giorni, tutti avrebbero dovuto chinare il capo, senza se e senza ma.

Graffette vs Spillatrici

“Adesso l’attacchiamo alla graffetta… là”

///

Ehi.

Non pensavo che fosse così piacevole. Mi hanno attaccata a un sacco di fogli, per tenerli uniti ché altrimenti cadono.

“Vero, siamo molto litigiosi” rispondono in coro i fogli. “Ad esempio l’ultimo foglio in realtà crede di essere il numero uno e questo ha fatto scatenare un feroce dibattito a colpi di bordi… non sapete quanto graffiano!”

Ascolto attentamente la testimonianza dei fogli e rimango stupita.

“Ma non dovreste essere amici, voi?”

“No, noi fogli ci sopportiamo poco” risponde il primo foglio. “Quindi è tuo compito tenerci uniti!”

Prendo a cuore questo mio compito, in quanto graffetta posso fare questo e altro!

///

“Secondo me più che la graffetta servirebbe la spillatrice per questi fogli”

///

“Eccomi, sono la spillatrice!”

Un enorme oggetto rosso si avvicina al mio nuovo regno.

“Che cosa vuoi?” chiedo guardinga.

“Devo spillare quei fogli, quindi abbi la cortesia di andartene da te, o sarò costretta a farti male”

“No! non puoi! Difenderò questi miei fogli fino all’ultimo spasimo!”

Così la spillatrice apre la bocca e CLACK! I fogli sono spillati, alla faccia della graffetta.

“Non crederai di spaventarmi” risponde lei. “Sapevi che da una graffetta si può fabbricare tutto?” detto quello, va ad interpellare l’elastico.

“Adesso siamo un’arma termonucleare, morirai!”

Ma la spillatrice è pronta per sparare altre spille. Sembra tutto pronto per un duello all’ultimo sangue, ma una mano arriva e, dopo aver prelevato la spillatrice stessa, la ripone viva murandola in un cassetto buio e privo di spifferi.

La graffetta rimane così sola, mentre sullo sfondo i fogli sono felici e contenti uniti dalla forza delle spille.

“Uff” sbuffa. “Come mai io sono stata risparmiata?”

In effetti era vero: fra le due, era stata la cattiva sputatrice di spille pungenti ad essere rinchiusa dalla grande e temibile mano.

“Ho un altro destino in serbo per te” afferma quest’ultima. “Tu dovrai darmi una mano a fermare i terribili Fogli Ribelli!”

“Ancora?” chiedo stufa. “Sono già stati sedati dalle spille”

“Ah, già. Ok, fa niente. Puoi andare a distruggere il mondo con l’elastico!”

E alla graffetta si apre un mondo. Riuscirà davvero a distruggere il mondo o solo il tavolo su cui è riposta?

 

Se qualcuno ci ha visto una piccola citazione a una nota serie tv, siete bravi.

 

Kaden e le Fontane di Luce/29

Capitolo 29

Il problema era che Vanità era posta in un luogo non raggiungibile senza essere visto dai due contendenti, che, anche se stavano azzuffandosi, egli era sicuro che non l’avevano persa di vista.

Eppure, doveva prenderla, senza far capire a Margareth che era arrivato alla soluzione del dilemma.

Infine, un forte scossone e i due duellanti ripresero fiato, osservandosi in cagnesco.

“Maledetta cagna…” commentò Caleb, ormai nelle condizioni per insultare la regina. “Perché non cadi? Eh? Troppo ingenuo era, mio padre, che vi voleva vermi striscianti! Voi non striscereste nemmeno per chiedere un bicchiere d’acqua in mezzo al deserto!”

“Brutto bastardo… come osi parlare in questo modo alla tua regina? Ti ricordo che nessuno mi ha ancora spodestato, e morirai per avermi insultata!”

“E intanto hai il fiatone” aggiunse Caleb. “Ciò vuol dire che sarai anche onnipotente, ma condividi il corpo umano come tutti. E sarà questo che ti porterà alla rovina”

“Lo vedremo!” concluse Margareth, che stese la mano e produsse un’onda d’urto che spinse Caleb contro il muro, distruggendo una consolle.

Kaden doveva muoversi. Capì, dall’espressione del compagno, che non rimaneva molta energia da sprecare per quel duello.

Sarebbe potuto essere anche un Hesenfield, ma la Regina immortale era un osso duro anche per il più temprato degli eroi.

Il tutto stava nel prendere Vanità senza essere visto, così in uno scatto fece per alzarsi, ma Margareth fu più rapida.

“E adesso Vanità è in mano mia. Ti decapiterò. Sai, mi sono divertita a combattere con te, e ti conferirò una morte veloce e indolore”

Kaden si maledisse, cacciando un urlo e battendo un pugno sul pavimento. Sembrava finita, ma Caleb aveva ancora molte frecce al suo arco.

Mentre era a terra, notò che l’urlo era stato cacciato dopo che Margareth aveva canzonato la sua persona con la ripresa dell’arma.

Quindi, per aprire la Fontana serviva quella spada.

Il figlio di Abraham decise. Avrebbe offerto l’ultima stilla della sua energia per estirpare la spada da quelle mani vellutate.

Così come aveva fatto Klose, anche lui avrebbe offerto la sua vita per una causa più grande, rappresentata nella persona di Kaden, l’unico fra loro in grado di aprire le Fontane di Luce.

“Ma bravo in nient’altro, cazzo” aveva detto una volta Mary, durante i giorni in cui li stava deportando a Villa Hesenfield.

E adesso stava per diventare Re. Così si alzò e sorrise.

“Non disperare, Kaden” disse. “Ho capito”

Kaden sgranò gli occhi. Aveva capito? Che cosa aveva capito?

Poteva essere solo una cosa, e cioè la storia della spada.

Ciò significava che l’avrebbe tolta dalle mani della regina come suo ultimo regalo?

E dopo averlo fatto, Kaden dove avrebbe dovuto porre la lama?

Poi la vide. In cima alla quercia raffigurata, ove ogni ramo terminava con una fessura per lasciare passare la luce, vi era una fenditura rettangolare, e Kaden ipotizzò che fosse larga giusta per inserirvi Vanità, anche perché non vedeva altre soluzioni.

“Mary!” disse Kaden. “A che punto sei?”

Non fece in tempo a chiederlo che finalmente la ragazza estrasse l’oggetto cadendo all’indietro.

“E ringraziami!” esclamò Mary, infuriata. “Avresti potuto darmi una cazzo di mano, no?”

Kaden arrossì, ma stavolta chiuse perfettamente l’oggetto nel buco e attese la spada da Caleb.

Come avrebbe fatto allora, per far vertere le sorti della battaglia in suo favore?

Vide Caleb cadere, una, due, dieci volte.

E lui era ancora dentro la Fontana, dopo esservi entrato per controllare la presenza effettiva della fessura.

Il figlio di Abraham aveva ormai l’armatura ridotta a brandelli, e  un fendente mandato nel punto giusto lo avrebbe portato a morte certa, ma non per questo era meno determinato.

“Forza, Caleb. Io sarei solo d’intralcio. Il destino dell’Australia è nelle tue mani. Dammi quella spada e tutti i peccati ti saranno rimessi, ne sono sicuro. Puoi farcela, amico mio!”

Amico mio.

Kaden lo aveva appena definito “amico”, lo aveva sentito.

Lui non aveva mai avuto amici, se non i suoi fratelli. L’ovatta in cui era cresciuto gli impediva di socializzare con facilità, e in età adulta ne aveva passate così tante da non dare confidenza ad alcuno, inoltre era convinto della superiorità del suo cognome su tutti gli altri.

E infine, li aveva trovati proprio in coloro i quali doveva uccidere. Persino Kaden, che pure provava rancore nei suoi confronti.

“Va bene, Kaden” disse lui. “Verrò a Sydney con voi e ucciderò con le mie mani anche Re Anthony! È un bastardo non riconosciuto dal padre che non merita niente , né in questa vita, né nell’altra. Ricorda queste parole, perché ti serviranno”

“Così come gli altri Re, ti pare? Manterrò la promessa”

Ma Margareth ridacchiò.

“Avete i Draghi al vostro seguito, due eserciti e la potenza della città di Sidney, la Capitale Inespugnata. Cosa può fare un moccioso che beve ancora il latte dal seno?”

E Caleb rispose ghignando sicuro di sé. “Ciò che può fare o non può fare non è affar tuo. Gli Hesenfield ti mandano i loro saluti!”

Con uno scatto fulmineo, si aggrappò al braccio sinistro della regina e usò tutte le sue forze per sradicare la spada dalla mano, che con un guizzo attraversò dunque la stanza e finì ai piedi di Kaden, che non perse tempo e l’afferrò.

“Che hai fatto, figlio di puttana?” Margareth con l’altra mano (la sinistra era dolorante) afferrò la gola di Caleb e cominciò a stringere.

“V… vai…  Kaden… realizza… i-il… nostro… sog…”

E Kaden finalmente uscì dall’ipnosi che gli aveva offerto quella scena e infilò con tutta la forza che aveva Vanità in quella fessura, che era proprio grande giusta per infilarla senza difficoltà, in modo da salvare l’amico da quella morsa.

Una luce potentissima investì l’intera stanza, e seguitò un violento terremoto, dove tutte le componenti della Fontana, che erano state murate, fuoriuscirono da dov’erano e si aggiunsero, una dietro l’altra, alla Fontana Kashna, che dunque si installò sopra la Torre, che tuttavia non era progettata per mantenere un peso così grande, e poiché la Fontana era davvero imponente, la Torre di Margareth crollò rovinosamente per lasciare posto al monumento per eccellenza, che risplendette di un chiarore persino più potente di quello che adesso adornava la Fontana Lind.

Kaden e Mary videro tutto questo meravigliati, e si sentirono persino guariti dalle avversità che avevano dovuto affrontare. Soprattutto Mary, per la prima volta sorrise, sentendo dentro se stessa che in qualche modo avrebbe vissuto, superando la morte dei due amici.

Il cielo cupo che era all’esterno si schiarì e in generale tutto quanto risultava negativo cessò di esistere.

E in ultimo, lo sguardo di Kaden cadde sulla regina, la quale, essendo rimasta con lui sul pavimento della Torre che crollava, rimasto intatto per effetto della Fontana, subì i cambiamenti che Kashna imponeva.

Se negli operatori di pace era benevola e misericordiosa, negli avidi e superbi era una punizione.

E Margareth se ne rese conto troppo tardi. Dopo un breve sussulto, si toccò con entrambi le mani il petto e, lanciato un urlo di dolore, morì prona ai piedi della fontana.

Poi gli venne in mente una cosa. Mancava una persona all’appello… dov’era?

“CALEB!” esclamò Kaden, col cuore in gola. “CALEB! RIESCI A SENTIRMI?”

Anche Mary cominciò a cercarlo ovunque e finalmente, poco più lontano, una figura sorse fra i detriti.

“Mi… mi cercavate?” disse Caleb tossendo. “Io… devo diventare Re, non è il momento di morire”

Kaden e Mary sorrisero nel vederlo e i tre osservarono quanto era cambiato nella città festante, con la piazza colma dei soldati del futuro Re vittoriosi nella battaglia.

“E adesso” disse Kaden “ne manca solo una e… eh?”

Poco prima di andare, una figura a quattro zampe piombò davanti a lui.

Era di nuovo sporco di sangue e non era mai stato così maleodorante.

Il Mangiacuore, Josafat Hesenfield. Kaden non capì come mai era giunto fin lì proprio in quel momento e cosa avesse fatto nel frattempo.

“Josafat!” esclamò Caleb. “Che diamine ci fai qui? La guerra è finita!”

“Probabilmente ci ha seguiti tutto il tempo e vuole ancora ucciderci! Caleb, spiegagli che non siamo nemici!” lo implorò Mary, ma il primogenito della Casata non diede segno di voler ragionare col fratello più piccolo.

Caleb aveva sempre una fitta al cuore quando lo vedeva. Era stato un bambino così bello, quando era piccolo… ma cosa gli era successo? E lui, lui che era il primogenito, avrebbe potuto evitare che gli capitasse ciò che gli era capitato?

Infine, balzò sul Mangiacuore e lo atterrò bloccandogli le braccia.

“Josafat, ti prego ascoltami!” esclamò in preda alle lacrime. “So che mi ascolti, senti la mia voce! Stiamo andando da mamma! Da mamma, Josafat! Vieni con noi?”

Ci vollero diverse versioni di quella frase prima che Josafat capisse e, guardando perplesso Caleb coi sui grandi occhi blu, divenne mansueto, dopo essersi rotolato fra le macerie lottando contro il fratello maggiore.

Caleb sospirò. “Immagino che dovremmo andare a Katrinaville, adesso, prima di Sydney. Lì ci rifocilleremo. Sono sicuro che mia madre e mia sorella daranno anche voi un pasto e un letto per riposarvi. Nel frattempo la mia truppa ci procurerà cavalli e vettovaglie a quantità!”

Dopo aver detto quelle parole, si fece dare un paio di manette e incatenò se stesso al polso di Josafat, in modo che non potesse nuocere, poi si sedettero su una carrozza.

Kaden non era del tutto convinto e si chiese cosa lo turbasse, mentre prendeva posto accanto a Mary e di fronte a Caleb. Era la stessa sensazione che aveva provato quando stavano andando verso Villa Hesenfield e si chiese se la magia di quella casa si estendesse anche alla seconda tenuta.

“Mia sorella Isabel è chiamata la Lady Impossibile, poiché è anche lei comandante di una truppa e al contempo è considerata la donna più bella del mondo” disse Caleb, come se avesse indovinato i pensieri del ragazzo “ma non credete a queste fandonie. Mia sorella, se non è cambiata e le persone non cambiano, è un’oca che non sa distinguere la sua mano destra da quella sinistra”

“Certe battute puoi anche evitarle!” replicò stizzita Mary. Caleb arrossì vergognandosi. “In ogni caso” proseguì “anche lady Katrina era a suo tempo molto bella, e comunque ho voglia di vederle, soprattutto dopo… dopo quello che sapete. Mi dispiace per Klose, a proposito, non abbiamo avuto tempo per seppellirlo, essendo sotto le macerie e quindi introvabile in tempi brevi”

“Non preoccuparti” disse Kaden. “Non abbiamo bisogno di altri funerali”

Detta in quel modo poteva sembrare insensibile, ma Caleb si ritrovò perfettamente d’accordo con lui. Preferiva ricordare le persone quando erano vive, piuttosto che chiuse dentro tre metri di terra. E inoltre il loro dolore era davvero troppo grande per aver ancora bisogno di guardare i cadaveri spenti dei cari perduti.

Ed era in quell’atmosfera malinconica che i tre attraversarono Kashnaville, diretti verso Katrinaville. Non era un viaggio molto lungo, ma occorreva prendere per forza la strada del mare, mare che era anche fra le opzioni di Isaiah, quando decise che era il momento di dare una mano al gemello per attaccare Sydney e mettere fine alla guerra.

Isaiah dovette convenire che l’Armata Rivoluzionaria di Shydra Aldebaran funzionava come un orologio, preciso e senza sbavature, e quando si era trattato di collaborare avevano svolto i compiti nel migliore dei modi, accelerando così la rinascita di Perth e di tutte le città coinvolte nella guerra, dando così modo a lui di pensare a una n uova manovra d’attacco, smettendo di contare sui Centauri, che avrebbero agito liberi per tutto l’Ovest, e non più rinchiusi dentro una riserva limitata.

Così, senza saperlo, i due gemelli stavano pensando con la stessa intensità al mare, che si snodava a perdita d’occhio.

Dal canto suo, Kaden temeva di conoscere Isabel. Se somigliava a Caleb, doveva essere davvero molto bella. Che lei sapesse del Mangiacuore? E come stava reagendo ai diversi lutti?

“Mary” disse Kaden, per fare conversazione. Quel silenzio lo opprimeva, e si costrinse a smettere di pensare al cattivo odore che emanava Josafat. “Come stai?”

Mary aveva passato le ultime ore ad osservare il Mangiacuore, pensando in continuazione al momento in cui lui era sopra di lei, intento a privarla dell’organo.

Come stava, dunque?

“Male… e bene” disse la ragazza. “Klose mi amava, sai? Ma il mio cuore appartiene a Taider… non credo che amerò mai più nessuno” sospirò. “Cosa ti aspetti dagli Hesenfield, adesso?”

Kaden per tutta risposta rovistò nella bisaccia che gli avevano dato i soldati di Caleb e prese tre bottiglie di birra.
“A Caleb Re!” esclamò fissando il soggetto dritto negli occhi. “Voglio che sia lui a governare!”

Mary lo osservò stupita e ancora di più si scoprì d’accordo con lui; così prese la bottiglia e i tre brindarono alla salute del futuro sovrano.

“Caleb Re!”

Il genio che…

Personaggio: un genio,un vecchietto
Genere: giallo
Caratteristiche: perdita di memoria,viscosità
Coppia: nessuna

Prompt fornito dal generatore del sito “Racconti vaganti“.

“AAAAAH COSA È SUCCESSO?”

L’urlo dello scienziato squarciò l’aria altrimenti tranquilla della notte.

Il genio stava semplicemente scendendo in laboratorio per poter bere un bicchiere di latte, visto che non riusciva a dormire, quando vide.

I suoi occhiali! Non c’erano più! Gli erano fondamentali, senza di quelli non poteva più condurre nessun esperimento!

Per fortuna, abitava al paese un vecchio ispettore, ormai in pensione e che certamente sarebbe stato disponibilissimo, più della polizia, a cercare i suoi occhiali alle tre del mattino.

“Califragili! Califragili! Ho bisogno di lei! Mi hanno rubato gli occhiali fotonici!” esclamò trafelato alla cornetta.

Il vecchietto, ancora intontito dal sonno, disse: “Oh certo, vengo subito. Sia mai che distruggano i suoi preziosi occhiali e rivendano i pezzi al mercato nero!”

Seguì un silenzio imbarazzato.

“Venga! Quegli occhiali sono fotonici e sono in grado di distruggere il mondo!”

Alla fine, anche se il genio aveva leggermente esagerato gli effetti degli occhiali, l’ex ispettore venne.

“Allora” esordì il vecchietto “dove sono stati l’ultima volta che li ha visti?”

“Erano qui sul tavolo” rispose prontamente il genio. “Adesso non sono più”

Il vecchio ispettore, con l’istinto di chi ne ha viste veramente troppe per poter concludere la carriera con questo caso banalissimo, osservò quanto lo scienziato amasse il suo lavoro: tutta la stanza era piena di strumenti, di computer, di cose che si muovevano da sole e tantissimi bip che provenivano da punti improbabili.

Lo si sarebbe detto un genio, ma… quegli occhiali, dove potevano essere finiti?

“Per caso, questi occhiali hanno una montatura particolare, prevalentemente nera?”

“Il nero è il mio colore favorito” rispose lo scienziato.

“E mi dica, quando non li ha indosso non vede nulla, vero?”

“Proprio nulla” rispose il derubato. “Sono molto miope, quindi non riuscirei a distinguere una giraffa da un cavolfiore, da lontano”

“bene, caro mio, allora li ha proprio sul naso! Arrivederci!”

Lo scienziato si sentì crollare il mondo addosso. Come poteva averli sul naso? Se lo tastò ed effettivamente li aveva proprio lì.

E il genio si sentì molto stupido.

Kaden e le Fontane di Luce/28

Capitolo 28

Era una bella stanza, illuminata e arredata col maggiore sfarzo possibile. In quel luogo era stato dato l’ordine a sir George di governare l’Ovest in vece del defunto Re William, in quel luogo era stato dato ordine di uccidere gente e data la grazia ad altre, in quel luogo la Regina Margareth vi viveva, e aveva sradicato la Fontana dalla piazza per averla sempre sott’occhio.

Infatti, Kaden la vide. Era molto più piccola della Fontana Lind, ma non per quello era meno importante. Forse era stata smontata per farla entrare dentro quella sala? Ad ogni modo, presentava gli stessi sintomi della precedente. Era sporca, maleodorante e dava l’idea di poter portare malattie anche al solo guardarla, e il contrasto con tutto ciò che la attorniava era quasi un pugno in un occhio.

Margareth aveva gli occhi viola, i capelli castani e un certo senso di tranquillità interiore, a detta di Kaden.

“Avete fatto bene a consegnarvi” disse infine la regina. “Tu sei il primogenito degli Hesenfield, vero? Bene, bene, alla fine tutti i nodi vengono al pettine”

“Non più, Margareth” rispose Caleb. “Sono qui per reclamare il trono che doveva essere di mio padre, e che apparteneva a Re Isaac, lo sterminatore di Draghi! Arrenditi, in nome della mia famiglia!”

“Perché la tua famiglia dovrebbe essere così importante? Cosa spinge un ragazzo come tanti altri a minacciare la propria regina in nome di parenti che nemmeno ha chiesto di avere?” chiese Margareth.

Caleb si chiese perché ed ebbe la risposta pronta.

“Questo perché tu non sei mai stata legata col sangue ad altri individui, se escludiamo il sangue che hai versato per sederti su quel trono maledetto. Sangue che adesso grida vendetta!”

Caleb sembrava molto sicuro di sé, a detta di Kaden, ma non aveva neanche una spada, in quanto si era infranta poco prima.

“Quindi? Vuoi affrontarmi a mani nude, pur sapendo che ho acquisito l’onnipotenza e l’immortalità?” chiese Margareth, divertita.

“Solo per dare il tempo al mio compagno di aprire la Fontana” disse Caleb, avanzando di un passo, sgranchendosi le dita delle mani. “Inoltre, non aspettarti un trattamento di favore solo perché sei una donna. È mio stesso interesse battermi con una Immortale, con una dei tre Re che hanno conquistato l’Australia nei tempi che furono e che adesso cadono, pur avendo l’apice del potere fra le mani”

“Io non sono ancora caduta!” esclamò Margareth, estraendo la propria spada, una delle migliori al mondo.

La teneva con la sinistra. “Io la chiamo Vanità. Osserva come splende alla luce della sala!”

E in effetti bastava solo la sua lama scintillante per limitare la vista agli avversari, ma non a chi la possedeva, che anzi ne traeva giovamento, aumentando le proprie diottrie.

Kaden sapeva di non poter perdere tempo, ma era stato quasi accecato da Vanità e dunque aveva perso di vista la Fontana.

“Maledizione… e va bene!”

Caleb decise di eliminare la possibilità di usare lo sguardo e si affidò agli altri sensi, ascoltando i passi pesanti di Margareth avvicinarsi alla sua persona.

“Assaggia la cura con cui affiliamo le nostre lame, qui al Centro!”

Ma Caleb bloccò la spada chiudendo entrambi i palmi sulla lama, appena prima che quella potesse affondare sul suo volto. C’era da dire che lo aveva fatto con la vista completamente oscurata, e anche in quella condizione la lama era talmente splendente che da dietro le palpebre Caleb vide un intenso colorito arancione, che lo costrinse a stringere gli occhi.

Allorché Margareth allontanò la spada da Caleb e tentò con un altro affondo, ma il figlio di Abraham, che si era macchiato dell’omicidio del suo stesso fratello per vendicare suo padre, schivò più di una volta, tuttavia non riuscendo a contrattaccare.

Nel frattempo Kaden e Mary concentrarono il loro sguardo sulla Fontana, che era il motivo principale per cui loro erano lì e infine aprirla, per dare un esito positivo allo scontro che Caleb aveva intrapreso.

Kaden non aveva le stesse proprietà di Caleb, non poteva affidarsi agli altri quattro sensi come con la vista, e invidiò parecchio il cavaliere, temprato da anni di guerre, invece lui aveva appena cominciato.

La Fontana Kashna era dunque apparentemente inoffensiva, e se Kaden solo in quella stanza poteva aprirla, allora doveva farlo, tanto per salvare la vita all’altro ragazzo, al quale Klose si era molto affezionato.

Klose… Kaden avrebbe tanto voluto che si fosse sacrificato Caleb al posto suo. Invece, di coloro i quali avevano deciso di accompagnarlo, era rimasta viva la sola Mary, per quanto impedita, e dunque sarebbe dovuto andare a Sidney con un animo pieno di incognite, anche se non aveva idea di che strada intraprendere.

Sempre che fosse riuscito a rimanere vivo fino ad allora.

Kaden osservò ancora la Fontana, mentre Caleb continuava a spostare lo scontro all’opposto della sala, per permettere al compagno di vedere.

Non c’era manopola, né leve, né qualcos’altro che potesse indurre a credere che si potesse attivare. Perso dal panico, si voltò verso Mary.

“Che facciamo? Non c’è niente qua che possa essere aperto!”

“Zitto e guarda meglio!” esclamò Mary, puntando la protesi di legno verso un buco che Kaden aveva trascurato.

Era della stessa forma dell’oggetto che avevano preso con fatica al Labirinto, così Kaden ebbe un lampo di ricordi e, pregando Taider affinché intercedesse per loro, infilò l’oggetto nel vano, aspettandosi gli stessi effetti osservati a Perth.

Tuttavia, non accadde nulla.

“Forse è messa male? Ma perché non si spiega per bene… eh?”

Mary notò qualcos’altro, una scritta appena leggibile:

Se tu codesta polla desideri azionare,

sappi che non userai né manopole da girare,

né leve da sollevare.

Tuttavia un modo semplice vi è…

E non si capiva più. Forse la Regina Margareth aveva cancellato la seconda parte proprio per evitare che qualcuno provasse a manomettere il monumento.

Anzi, Kaden scommise la testa che probabilmente una scritta simile vi era stata anche alla Fontana Lind!

Aver scoperto che vi erano incise delle istruzioni in cima alla Fontana indusse Kaden a dare degli stupidi a tutti quanti, ma forse le Fontane desideravano farsi aprire da persone scelte, puri di cuore e tutta quella roba lì che aveva sempre detestato.

Chi era davvero “puro di cuore”? In quei tempi tormentati, nessuno poteva affermarlo, ma neanche in tempi di pace le persone potevano considerarsi pure.

E forse era quello il motivo per cui Tre Re erano sbucati dalla Controversia e avevano legato il loro potere alle Fontane, tanto per ricordare che anche negli aspetti più positivi vi arrivava il diavolo e le sue manovre.

Eppure, vi era un modo semplice per aprirla… quale? Forse accettare tutto questo e supplicarla?

Nel frattempo, Caleb era riuscito a atterrare la potente Regina, la quale perse la spada e la luce intensa che proveniva dalla destra di Kaden si affievolì, e riuscì a ragionare con mente più fredda.

Un modo semplice… Kaden ne conosceva solo uno.

Pose le sue mani sulla Fontana e disse: “Apriti!”

Non successe nulla. Margareth si alzò, riprese la spada e digrignò i denti.

“Come osi? Non sai che non si deturpano i monumenti storici?” disse, adirata.

“Non sai che far adirare la Regina equivale a una condanna a morte? E che ho il potere per eseguirla io stessa?”

Sollevò Vanità per decapitare Kaden, e lui capì che non gli era rimasto alcun secondo nemmeno per pregare, ma improvvisamente la regina venne atterrata di nuovo, a causa di un calcio di Mary, che spedì la nemica di nuovo al cospetto di Caleb, che con un gesto fulmineo le sottrasse la spada.

“Questa la prendo io” disse. “Mi manca un’arma, e visto che Kaden sta pensando alla Fontana, fra poco non ti servirà più”

Kaden non ebbe il cuore di dirgli che era vicino alla soluzione quanto lui.

Un modo semplice… semplice, si ripeteva osservando la regina e Caleb rotolare sul pavimento accapigliandosi.

Il modo più semplice di tutti non era, quindi guardò Mary.

“Aiutami” disse sussurrando. “Quale potrebbe essere un modo semplice?”

Mary fissò intensamente l’oggetto che Kaden aveva posto e notò che i pezzi non combaciavano ancora perfettamente.

“Sei un cretino” commentò lei. “Hai messo male l’oggetto, un attimo, fammelo disincastrare”

Mentre Mary si dava da fare, Kaden assistette allo scontro, mentre rifletteva sulla morte di Klose e il suo sacrificio, che aveva portato fino a quel momento a nulla di fatto.

Adesso che era Caleb a maneggiare Vanità, la luce favoriva lui, e dunque tutti i fendenti che spediva la regina dovette accusarli, poiché nemmeno lei era molto pratica nell’usare la Vista interiore.

E tuttavia era immortale, dunque le ferite che riceveva avevano subito una pronta guarigione, quindi era come se non fosse scalfita.

“E se ti tagliassi a metà?” chiese Caleb, facendolo, e troncando in due metà la regina Margareth.

Chiunque sarebbe morto, ma la regina si ricompose come nulla fosse accaduto. Era stato come se il busto fosse attratto come calamita alla metà inferiore.

“Dicevi, Hesenfield?” chiese sarcastica Margareth, e preparò un potere magico dal palmo della mano destra.

“Ti imprigionerò col ghiaccio!” disse lei, e costruì un mostro glaciale, dal nulla e dalle notevoli dimensioni.

Il mostro possedeva anche una clava fatta dello stesso materiale.

“Attento a farti toccare, costui è… contagioso” disse la regina, tornando a sedersi.

Caleb realizzò che se Margareth aveva mandato in campo una delle sue creature, aveva realizzato che lei non poteva sopraffarlo, pur essendo invincibile e immortale. Ad ogni modo, aveva ancora Vanità fra le mani e Kaden stava riflettendo accanto alla Fontana, quindi gli si chiedeva altro tempo.

Doveva sopravvivere. Glielo doveva, soprattutto dopo quello che gli aveva fatto passare al Labirinto. Quel senso di colpa non l’aveva mai abbandonato, nemmeno per un istante, e adesso che Klose si era addirittura sacrificato, non poteva più sfuggire al suo destino.

E se il suo destino era perire per mano di Margareth, era pronto per riceverlo.

Ma nel frattempo, avrebbe affrontato il mostro con la clava, che era molto veloce e sapeva come combattere, ma dopo un breve ma intenso scambio di affondi Vanità fece valere le proprie ragioni e la mano esperta del figlio di Abraham lo condusse alla vittoria, sbriciolando l’uomo di ghiaccio davanti a un’attonita donna.

“Devi essere tu a distruggermi, stronzetta” disse Caleb, puntando la luce di Vanità tutta sulla faccia della Regina.

Margareth avrebbe tanto voluto incenerirlo con lo sguardo, ma non poteva, la luce le investiva persino gli occhi ed era costretta a tenerli chiusi.

E anche se fosse stato possibile, Caleb avrebbe evitato i raggi dagli occhi.

E nel frattempo Kaden pensava e pensava, incurante dello scontro che stava proseguendo accanito, e Mary non riusciva ancora a disincastrare l’oggetto malposto.

Al ragazzo non veniva in mente niente, ma Caleb molto presto sarebbe stato sconfitto.

Era un po’ come trovarsi nella stanza precedente, col gas che incombeva sule loro teste e ogni porta sbarrata. Il tempo mancava e lui non riusciva a concentrarsi bene. Inoltre, a volte la luce riflessa dell’arma maledetta gli perveniva in faccia e quindi doveva coprirsi il volto per non essere investito, e ciò gli sottraeva energia da inviare al cervello per riflettere.

E Caleb le rifilava colpi potenti, e Margareth rispondeva con affondi ancora più potenti, in un corpo a corpo senza esclusioni di colpi.

Vanità giaceva a terra, adesso.

E infine, Kaden capì.

Vanità, la Spada della Luce.

La Fontana di Luce Kashna, che se aperta avrebbe zampillato scintille, uccidendo la Regina.

E Kaden comprese anche perché avevano potuto smontare la Fontana senza che la Regina ne risentisse, e il motivo per cui l’arma conteneva così tanto chiarore.

Un modo semplice per aprirla.

Kaden si diede mentalmente dello stupido per non aver fatto subito il collegamento, ma in ogni caso, com’era che si diceva?

“Meglio tardi che mai”. E Caleb sarebbe sopravvissuto.

Kaden e le Fontane di Luce/27

Capitolo 27

Già, Caleb non vedeva sua madre e sua sorella da parecchio tempo. Aveva pochi ricordi legati a loro, ricordi che via via sbiadivano col passare del tempo.

Al ragazzo venne in mente Isabel, la sorella nata poco prima di Jakob, ma generalmente ignorata nella scala degli eredi poiché donna, e dunque impossibilitata a mantenere il proprio cognome. Abraham diceva sempre che era meglio per le donne Hesenfield rimanere nubili e senza figli, per due motivi.

“Il primo” diceva “è che non c’è nessun uomo degno di sposare una donna Hesenfield. In secondo luogo, voi stesse non avete bisogno di un uomo per potervi realizzare, e anche se fosse siete già realizzate sin dalla nascita, poiché portatrici di un grande cognome e di radici storiche senza pari”

Quello lo aveva detto ad una delle ultime cene in famiglia, tutti assieme. Isabel ascoltava rapita, e chissà se col tempo aveva assorbito quelle istruzioni o se alla fine si era concessa ad un uomo. Di certo, Caleb non dubitava che fosse molto desiderata, anche se non capiva come gli altri uomini non capissero quanto fosse poco intelligente. Secondo Jakob, era proprio un’oca.

Un altro ricordo che aveva, più piacevole dei momenti seri e rigidi che erano state le cene in famiglia prima della separazione, riguardava lui e Isaiah che la prendevano in giro, a volte nascondendole i gioielli, o altre volte giocando spensieratamente ad acchiapparsi attorno all’albero di mele, che a quei tempi era ancora rigoglioso.

E tutti quei momenti erano così lontani che sentì una fitta al cuore. Era deciso, si disse, se fosse uscito vivo dallo scontro contro Margareth, sarebbe andato a far visita a loro, e poi glielo doveva: due lutti nello stesso giorno erano stati un durissimo colpo per la loro famiglia e un uomo che si dica tale sarebbe dovuto andare da loro, qualunque cosa fosse successa per farle allontanare dalla casa.

Si ricordò solo dopo che ad Isabel aveva donato una tiara… chissà se l’aveva mai indossata.

Nel frattempo osservava Kaden, Mary e Klose un po’ in difficoltà nel loro scontro contro i Plexigos, ma non dovevano assolutamente sapere che lui li stava seguendo. Dopotutto era la loro missione, la sua consisteva solo nel vegliare su Kaden e fargli aprire le Fontane. Tutto il resto, importava poco, e chissà se in quel difficile percorso avrebbe capito cosa significava davvero essere un buon Re.

Nel frattempo, il livello due della Torre della Fontana si aprì agli occhi di tutti, e si presentò perfettamente identico a quello precedente.

“Che cosa intendi fare, Caleb? Inseguirci per sempre?”

A un certo punto, la voce dell’arciere si levò potente nell’aula.

Kaden rimase paralizzato. “Come facevi a sapere che ci stava inseguendo? È qui, allora?”

Klose lo indicò, in quanto l’erede degli Hesenfield era visibile adesso, ormai scoperto. Dal canto suo, pensò con rammarico che Isaiah si sarebbe nascosto meglio.

Non sembrava affatto il tipo autoritario che aveva deportato loro, Mary e Taider nel Labirinto funesto. Anzi, sembrava più un ragazzo come tutti gli altri, e agghindato di un’armatura non per scelta.

“Che ti è successo?” chiese Kaden.

Caleb sospirò, scacciando quelle domeniche felici in cui lui e Isabel si dilettavano a scovare Isaiah, finendo per trovarlo nei punti più improbabili della Villa per poi cenare a base di pasta riscaldata in padella, fra quelle risa spensierate che chiamavano infanzia. “Ormai lo sapete, io diventerò Re. Lasciate che sia io a uccidere Margareth, mentre i miei uomini occupano la città. Questo è quello che deve fare un Re, questo è quello cui sono chiamato a fare. Reclamerò il trono che è stato di Isaac e che sarebbe dovuto essere di mio padre, prendendo la testa di quella donna. Consideratelo un gesto di scuse per la morte di Taider”

Nel sentire quel nome Mary trattenne il respiro, ma poi disse: “E perché non ci hai accompagnato subito, allora?”

Caleb rispose: “Credi che sia facile uccidere un’altra persona? Per di più, è la Regina, e ucciderla vorrebbe dire alzare la voce e reclamare il trono, azione che non sono per nulla pronto a fare. Inoltre, il sangue di mio fratello Jakob scorre ancora sulle mie mani, sai?”

Mary deglutì. Entrambi avevano l’anima spaccata a causa degli omicidi di cui si erano fatti carico e dunque non c’era bisogno di altre parole.

“E va bene” disse Klose. “Verrai con noi. Veglia su Kaden, deve aprire le Fontane”

Kaden ebbe un sudore freddo. Erano vicini, il momento della verità e il senso del viaggio erano giusto a qualche passo. Ma lui era davvero in grado di aprirle?

“Io… io ho bisogno di un po’ di coraggio. Non so se riuscirò ad aprire le Fontane e ho bisogno di sapere che fine hanno fatto i miei genitori” disse.

Mary sospirò. Conosceva ormai troppo bene Kaden per non riconoscere in lui i sintomi della tensione nervosa e l’ansia: era fermo come uno stoccafisso e sudava. “Caro mio, ascoltami bene. per cosa sono morti Shydra e John ?”

John? Kaden dedusse che si trattasse di Taider, ma nessuno l’aveva mai chiamato per nome. Per cosa erano morti?

“Perché… perché l’Australia potesse ritrovare la pace. Ti ringrazio, Mary. Adesso mi sento più consapevole”

“Lo spero” disse lei, provando una delle arti magiche con la protesi di legno e creando una specie di brezza che le lasciò ben sperare.

“Bene, bravi… che scena patetica” dichiarò la voce femminile appartenente alla regina Margareth, che aveva assistito al quadretto tramite la telecamera.

Tutti si spaventarono nel sentire così, di punto in bianco, una voce esterna, ma poi ascoltarono con trepidazione.

“Avete un’ora di tempo” disse in seguito, chiudendo tutte le possibilità di evasione. “Chi riesce a passare vivo al terzo livello oltrepassando le sbarre sarà il benvenuto, gli altri periranno soffocati dal gas”

Subito dopo aver concluso la frase, una coltre di fumo giallastro passò da un condotto posto sul soffitto.

“Quindi si tratta solo di non respirare il gas? Ottimo” Kaden si avventò sulle grate, ma urlò e si toccò la mano dolorante.

“Le grate sono caricate elettricamente! Fate attenzione!” sentenziò.

“Immagino che un’ora sia il tempo per il gas di agire” disse Caleb. “Dovremmo riuscire ad oltrepassare prima di questo tempo”

“Grazie tante, Lord dell’Ovvio” disse Kaden sarcastico. “Proverò a tagliere le sbarre con la lama Giustizia”

“Se permetti” ribatté il figlio di Abraham ”la mia spada, la mia cara Mezzanotte, è molto più potente della vecchia Olocausto. Quindi lascia provare me”

Kaden, in nome dell’amicizia appena avvenuta fra gli Hesenfield e chi non lo era, gli lasciò campo libero.

Il futuro Re prese una rincorsa e tagliò le sbarre, o meglio, così credeva.

Nel momento in cui la lama toccò le inferriate, infatti, si vide una piccola esplosione e il metallo andò in frantumi.

“Non è possibile… Mezzanotte era forgiata con la stessa lega di Ombra e Inverno, le spade dei miei fratelli! È inammissibile che abbia reagito alle scariche di questa trappola!”

Kaden tirò un sospiro di sollievo. Era una fortuna, si disse, che Caleb avesse avuto quella mania di protagonismo, almeno così lui non aveva più una spada, mentre lui sì.

Nel frattempo il tempo passava e i quattro rimasero a meditare.

“Ci vuole più tempo per pensare, con i limiti non riesco a riflettere bene!” esclamò Kaden. “Penso che la soluzione ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma il tempo che scorre velocemente ci impedisce di vederla”

Klose sospirò. “Per di più, la paura di inalare il gas ci sta inibendo le vie respiratorie. Io riesco solo a vedere una soluzione”

“Quale?” chiese Kaden. Per tutta risposta, l’arciere si alzò e osservò bene il soffitto.

“Se ci fosse qualcosa che potesse tappare questo buco, riusciremmo a passare, credo” dichiarò, e con un balzo aiutato da una sedia che era posta in quella sala, riuscì per un pelo ad aggrapparsi alle sbarre del condotto.

“Non sembrano molto dure” dichiarò. “Proverò ad allargarle”

Kaden non aveva idea di cosa Klose stesse facendo, ma poco prima che l’arciere potesse fare altri movimenti, appeso com’era alle sbarre, Mary urlò.

“Fermo, Klose! Non farlo! Deve esserci un altro modo!”

Ma Klose sorrise.

“Ti amo, Mary” disse con un’espressione felice e serena, come Kaden non l’aveva mai visto. Dopo aver detto quelle parole, allargò le sbarre e si infilò nel buco dove usciva il gas.

Kaden e gli altri assistettero a una scena tremenda: dopo un tetro balletto accompagnato dalle urla disperate di Mary, le gambe di Klose smisero di fermarsi.

Era morto, dopo aver inalato tutto quel gas. Ma la buona notizia stava nel fatto che la sostanza non passava più, in quanto bloccata dal corpo dell’uomo.

A costo della sua vita, Klose l’arciere aveva in pratica permesso all’amata e a Kaden di avere tutto il tempo di passare, e forse era proprio quello che voleva la regina Margareth, che morisse qualcuno per vedersi ridurre il numero di nemici da affrontare.

Kaden, con la morte nel cuore e con l’aria di uno che aveva visto centinaia di sofferenze senza confidarle, raccolse arco e faretra da terra e guardò gli altri due.

“Non possiamo lasciarle qui” disse.

“O forse sì, a memoria imperitura di un uomo valoroso, che ha sacrificato se stesso per un bene superiore” dichiarò Caleb, con la voce spezzata. Quel gesto aveva colpito anche lui, chiedendosi se sarebbe stato capace di compierne uno simile.

Aveva davvero visto che cos’era un buon Re e quella rivelazione lo sconvolse, e tuttavia lo rese più determinato.

Mary, dopo essersi sfogata e in totale stato di shock, puntò il dito di legno verso Caleb e urlò con tutte le sue forze le seguenti parole, fissandolo sgranando il più possibile gli occhi rossi. “Adesso, se davvero affermi di essere nostro amico, dovrai accompagnarci ad aprire non solo la Fontana Kashna, ma anche la Fontana Chemchemi a Sidney! Solo allora ti redimerò dai peccati che hai verso di noi! Prima di allora ti odierò con tutto l’odio possibile!”

“Perlomeno è solo odio, non è gelida indifferenza” osservò Caleb.

“Ci hai portato in un luogo di morte, per due volte! Ne dovrai mangiare, pane duro, per conquistare la nostra fiducia! Stanno morendo tutti, Shydra non voleva questo!” insisté Mary, gettandosi in ginocchio a terra e sospirando, avendo esaurito le energie.

“Ricorda chi sei, Caleb Hesenfield. Figlio di un cognome bagnato di sangue. Non posso dimenticarlo, questo” aggiunse Kaden, non riuscendo a togliere i suoi occhi neri dal nero della morte rappresentato da quelle gambe immobili e incastrate nel tubo venefico.

Alla fine, con immenso sforzo e come uscito da una profonda fantasticheria, osservò Caleb e Mary, non riuscendo ad odiare l’un e provando immenso affetto per l’altra. Era rimasta solo lei ad accompagnarlo, fra quelli che avevano accettato per quel pericoloso compito a Perth. Quel pomeriggio sembrava tranquillo e luminoso… ma era stato più di mille anni prima.

“Le spade non funzionano, le frecce non servono… occorre la magia” sentenziò Caleb. “Tu sai come utilizzarla?”

“Taider, che tuo fratello ha ucciso, è arrivato ad insegnarmi a lanciare solo le bolle d’aria”

Caleb arricciò le labbra nel sentire cosa era riuscito a fare suo fratello. Ma allora aveva fatto bene ad eliminarlo? Essere un buon re prevedeva anche quello?

“Bene, in tal caso state a vedere” ordinò loro di spostarsi e stese la mano destra in direzione delle sbarre.

Rabbia, frustrazione, malinconia: ecco cosa stava attanagliando Caleb. E tutto era partito perché aveva guardato quegli occhi.

Lady Mary Fonheddig, una perfetta sconosciuta alla quale non avrebbe mai rivolto la parola. Eppure, non appena aveva saputo che suo padre stava per compiere un eccidio nella sua famiglia, Caleb si era sconvolto, arrivando a mettere dubbi persino sulla sua stessa esistenza.

E aveva condotto alla morte due anime innocenti, che stavano cercando solamente di risolvere a modo loro la crisi in Australia. E aveva lasciato che Klose morisse per la loro salvezza, inalando tutto quel gas.

Quante colpe doveva ancora lavare, per dire di tornare a essere quel bambino giocondo che amava le battaglie?

Quei grandi, amabili occhi azzurri… Mary Fonheddig, l’amante che non sarebbe mai stata.

E allora, qual era il motivo per cui stava salvando la sua famiglia? Come mai il sangue di Klose e di Jakob stava ancora pesando sul suo cuore?

Per amore, forse? Lo stesso amore che aveva dimostrato Klose nei loro confronti?

Si diceva che per primeggiare occorreva indossare il grembiule e cominciare a lavare i piedi al prossimo, gesto tipico dei servi. Forse Klose aveva adottato quella filosofia. Gente come lui non avrebbe mai giudicato nessuno, qualunque cosa facesse.

Ma Caleb non meritava pietà. Nessuno degli Hesenfield meritava pietà.

O forse sì?

Ad ogni modo, decise di lanciare una fiammata che né Kaden né Mary avrebbero dimenticato.

L’unica soluzione era combattere il fuoco col fuoco, e in effetti la fiammata prodotta dal ragazzo distrusse con un fragoroso boato la sbarra che li imprigionava e rivelava la porta in mogano che permetteva di salire al terzo livello.

“Secondo te quanti livelli ci sono?” chiese Kaden, infine rivolgendogli la parola.

“Tre, Margareth adora il tre” disse l’altro, osservando la donna seduta sul Trono.