La lumaca Teresina/19

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La dea dei fulmini

Teresina quel pomeriggio aveva deciso di spenderlo tutto facendo l’altalena su un parco sperduto, quando improvvisamente una voce l’attacca dietro di lei.

“Allora? Vuoi volare più in alto?”

Teresina lo riconosce, è l’Alieno a due teste venuto a prendere la sua testa. Quella di Teresina.

Nel senso che non ha certo bisogno di una terza testa, ma l’alieno a due teste è venuto a prendere la testa di Teresina perché ce l’ha con lei a causa della sconfitta subita al Polo.

Possiede anche una pisola carica.

“Maledetto! Sei venuto dal Polo fin qui per…”

“Prendere la tua testa, esatto” afferma l’alieno. “Adesso non parlare, devo ucciderti”

“COSA? Impossibile, io sono Teresina, la dea dei fulmini!”

Con grande stupore dell’extraterrestre, Teresina si concentra ed emette scariche elettriche dalle antenne che ha già di default.

I fulmini che fuoriescono da lì sono dunque molto più forti di quanto ci si aspetta da una giornata serena come quella e l’alieno viene abbrustolito e poi mangiato dalla lumache e da altre sue simili. No, perché sa di lattuga.

“Sono molto contenta di ciò che è successo” commenta infine Teresina, sazia e satolla. Che vuol dire anche “sazia”, ma mi andava di scriverlo.

“Hai ragione” commenta Erica. “ma saprai cimentarti nel mio labirinto?”

Erica fa fuoriuscire dalla bocca un sacco di erbacce dove racchiude Teresina in un complicato labirinto, dove non si può uscire se non si conosce la soluzione.

“Oh no! E adesso dove devo andare? Ah già! Io estraggo bava, basterà circolare per tutto il labirinto e vedere dove sono già passata per non passare due volte nella stessa via!”

In ogni caso, non è stato sufficiente per risolvere il labirinto, perché Teresina ci ha impiegato parecchie ore e diversi minuti per completarlo tutto. Inoltre, Erica, continuava a sputare erbacce ampliando la sua costruzione, quindi anche se Teresina dovesse risolverlo, ci sarebbe stata sempre un’altra soluzione.

Improvvisamente spunta dal nulla l’Uomo Lattuga. “E io? Qual è il mio ruolo in questa storia?”

Erica risponde: “Fatti mangiare”

E l’Uomo Lattuga si fa mangiare.

La seggiovia sull’oceano.

Può capitare, a volte, che l’oceano si lamenti. Perché è umido, perché a volte si agita causando disagi alle navi, oppure semplicemente perché sente troppi pesci dentro dio sé e allora finisce col sentirne la presenza.

“Ebbene, non capisco perché ti lamenti” dice il vento all’oceano. “Almeno tu sei fisico e materiale, io ci sono e non ci sono allo stesso tempo”. L’oceano risponde “Ebbene, non può più essere questa situazione, voglio risolvere almeno un problema che mi affligge. Ad esempio, tu sapevi che ogni volta che le navi passano su di me soffro il solletico? “
“Ah” risponde il vento. “Quindi è così che si crea la schiuma”
“Esatto. Quindi da ora in poi voglio che le persone passino su di me tramite seggiovia!”
L’esclamazione dell’oceano atterrisce tutti quelli in ascolto:  il vento, i pesci e persino uno scoglio sperduto su un’isola deserta, il quale spalanca la bocca. “Ma è impossibile! Impossibile quanto una pista di sci al posto delle scale nei condomini!” risponde seccato il vento. “Ed io che pure ti ascolto”.
Fatto sta che l’oceano continua a lamentarsi, e a volere la seggiovia su di sé, al che chiede lumi proprio allo scoglio: “Senti scoglio, non è che sia un’idea scema, vero?”
Lo scoglio risponde: “Vediamo,. dobbiamo chiederlo alle cozze”
Lo scoglio prova a svegliare le cozze chiuse, ma si sa, sono dormiglione e non è semplice aprirle con la sola voce. Al che l’oceano si adira e si ingrossa, scatenando violente onde. Questo fenomeno attira l’attenzione di una nave da crociera, e nello specifico di due persone che, notando l’andirivieni del mare, commentano: “È come stare sulla seggiovia, vero?”  “Eccome, vecchio mio!”
Mai parole furono più magiche.
L’oceano si placa immediatamente e va a raccontare il tutto al vento, che annoiata sta sbuffando ancora sulla superficie increspata.
“Ehi vento!Gli uomini hanno già la seggiovia su di me! Basta che io mi agiti e guarda come dondolano, nemmeno stessero ballando il twist!”
“Fantastico” risponde il vento. “Quindi hai smesso di lamentarti?”
“Un po’, ma sento ancora tipo mostri marini enormi nuotare dentro di me e credimi, certe volte scambio il loro passaggio per movimenti di meteorismo!”
“Fa’ attenzione a non agitarti in mia presenza, allora” risponde il vento.E così, da allora, tutte le volte che passiamo col mare agitato, questo effetto prende il nome di “Effetto seggiovia”

Kaden e le Fontane di Luce/18

Capitolo 18

Una volta lasciata la Villa, Kaden si rivolse ai tre compagni, incaricati dalla compianta Shydra Aldebaran di scortarlo in modo da garantirgli la sopravvivenza fino al giorno dell’apertura di tutte e tre le Fontane.

Tuttavia, davanti alla porta del Labirinto, il ragazzo si sentì malinconico, come se un macigno si fosse poggiato sulla sua anima.

In realtà, non poteva certo chiedere a nessuno di loro tre di accompagnarlo anche lì; Abraham era stato molto chiaro: ciò che si trovava dentro quel posto orribile riguardava solo lui e la sua missione.

“Sentite” esordì, un po’ impacciato. “Non siete costretti ad accompagnarmi, siete anche infortunati e…”

“Qualcuno ha detto qualcosa?” lo interruppe bruscamente Klose, “Sul serio, ho sentito una voce piagnucolosa… ragazzi, non è la voce di Kaden, vero? Kaden è diventato più forte da quando siamo partiti”

“E invece mi pareva proprio la voce stupida di Kaden” rispose Mary, un po’ divertita e un po’ estenuata dalle solite paturnie del ragazzo. “È vero, mi manca un braccio, ma credi che io ti abbia perdonato, vero? E poi, ricorda che Shydra non vorrebbe mai e poi mai che noi ti lasciassimo, anche se è la tua volontà… e poi, diciamocelo, è davvero la tua volontà che noi ti abbandoniamo così?”

Kaden sospirò. Era vero, non voleva assolutamente separarsi da quelli che ormai erano divenuti tre amici, pur avendo un’età molto superiore alla sua.

Alla fine entrarono nel Labirinto, venendo accolti da una serie di sentieri separati da cespugli che fungevano da muro.

“Secondo te da dove dovremmo passare?” chiese Mary a Taider.

Taider rispose, concentrandosi sul vento. Quell’arte era importante, più delle altre: permetteva di volare, di creare onde d’urto forti come quella che aveva usato Caleb, di utilizzare il senso dell’orientamento e indicare la strada giusta, che in tutti i labirinti è una e una sola.

“A sinistra, Mary” disse, dopo un lungo momento di riflessione.

Kaden tuttavia obiettò: “A sinistra? Non mi piace… ha un’atmosfera strana, come se dicesse sto per ucciderti

Taider tuttavia fece spallucce. “A dire la verità, anche gli altri sentieri mi davano la stessa tua sensazione” senza aggiungere altro.

Mary sospirò. Non aveva mai capito perché Taider dovesse parlare sempre in quel modo, riducendo al minimo le possibilità di dialogo.

Lo aveva conosciuto in tempi relativamente brevi, quando era stata chiamata dal Capo della Rivoluzione, Shydra Aldebaran, qualche settimana prima che il viaggio iniziasse.

“Tu, il Cavaliere Corrotto e Klose siete i miei migliori condottieri. Vi siete distinti sui campi di battaglia gestendo la Rivoluzione. Adesso mi serve qualcuno che si tenga pronto. Anche quest’anno la mia professoressa di Storia e Storia dell’Arte porterà la sua scolaresca a tentare di aprire la Fontana Lind. Te la senti, in caso ci riuscissimo, di accompagnare chi ci riesce ad aprire le altre due?”

Quello aveva detto, guardandola dentro come nessuno aveva fatto mai. Ma Mary in quel periodo aveva ancora la lingua biforcuta e aveva risposto: “Se non è un completo inetto, sarei lieta di accompagnarlo o accompagnarla. Ti ho mai detto che Tenebra è la migliore spada che abbia mai acquisito?”

Ma Shydra aveva sospirato e l’aveva invitata gentilmente fuori dal suo studio.

Quella era la vecchia Mary, erano altri tempi, tempi in cui poteva permettersi di fare la spocchiosa e poter fare il bello e il cattivo tempo. Poi era accaduto che, nel momento in cui la sua carriera in cui sembrava proprio essere all’apice, per un maledetto incidente aveva perso il braccio destro, e non era mancina.

Osservare il braccio spezzarsi e cadere banalmente a terra le aveva ricordato che non si viveva per sempre, e prendersela con Kaden non avrebbe cambiato le cose.

Se la Guerra e la Libertà le avessero richiesto di dare il suo braccio più caro in cambio della pace, lei non avrebbe mai esitato… o meglio, quello era che pensava.

Ma adesso? Adesso era una mancina forzata, con Tenebra che non funzionava a dovere.

Fra un pensiero e l’altro finirono in uno spiazzale abbastanza ampio, dove si diramavano tre uscite, una meno raccomandabile dell’altra.

“E adesso dove si va?” chiese Mary, ma prima che Taider potesse rispondere, dalla via a destra entrarono due Plexigos modello Canguro e da sinistra tre Demoni.

Mary non riusciva a crederci: davvero la Guerra Nucleare aveva modificato così fortemente gli animali?

Somigliavano molto a pipistrelli giganti, ma con una testa umanoide al posto di quella usuale. Mary dovette abbandonare Taider ed estrarre Tenebra dalla destra del fodero.

“Riesci a combattere, Taider? Dimmi di sì.” Mary aveva il cuore in gola, ma Taider era scomparso.

Che fosse scappato? I Plexigos non potevano averlo ucciso, perché non sembrava avessero attaccato… beh, meglio così, si disse, perlomeno aveva pensato alla sua pelle.

Qualcosa dentro il suo cuore tuttavia si spezzò. Come aveva potuto? Davvero contava così poco per lui? E quello che c’era stato fra di loro? Tutti gli abbracci e le confidenze?

Non era servito a niente, Taider l’aveva abbandonata in balìa di quegli errori della natura interessandosi solo di se stesso.

E fu con l’ira triste che squarciò i busti dei Demoni, muovendo Tenebra con una precisione millimetrica. Per la prima volta la sua sinistra era perfettamente in controllo.

Rimanevano solo i Plexigos, i quali non avevano ancora attaccato, Mary si stava chiedendo per quale ragione. Poi capì: avevano paura dei Demoni.

Infatti, dopo aver eliminato l’ultimo di quella specie, i modelli Canguro si avventarono su di lei come api sui fiori.

La ragazza ebbe molta paura, ma non poté fare altro che parare i colpi che le pervenivano, poiché un attacco diretto era impossibile.

I Plexigos modello Canguro erano abilissimi nel saltare e colpire l’avversario improvvisamente, quindi l’unico modo per affrontarli era sempre girare su se stessi e fare attenzione utilizzando molti più occhi di quanto la Natura avesse dato a disposizione della donna.

Il che non era facile; anche se era molto migliorata con la sinistra, non avrebbe mai raggiunto i livelli che aveva con la destra.

Uno dei due Plexigos la colpì con un colpo di coda alla schiena, che la spinse ben oltre lo spiazzale, intraprendendo la via centrale fra le tre uscite e facendola atterrare faccia a terra dopo svariati metri, tutti coperti in pochi secondi, quando invece a piedi ci avrebbe impiegato qualche minuto.

Fortunatamente non era molto doloroso, pensò Mary, anche se avvertì di stare sanguinando sul volto. Si poteva rialzare.

Doveva utilizzare la magia, o non avrebbe avuto altrettanta fortuna in seguito.

Com’era che diceva Taider? “La magia sta dentro di te, devi solo trovarla

Così le aveva detto, quando si erano ritrovati a parlare delle tecniche molto utili in battaglia, ma che erano privilegio di pochi.

Certo, la magia di uno stupido! Come aveva fatto a non capire che lei si era innamorata di lui?

E lui, come il più codardo fra i codardi, l’aveva abbandonata al suo destino. Non era nemmeno da Taider! Forse aveva capito di non avere speranze?

O forse era stato rapito da una terza presenza? Lo riteneva più probabile, che non quella sporca villania. O forse non riusciva nemmeno a credere che Taider non era così coraggioso come credevano.

Lo chiamavano Corrotto, e pensò di aver capito perché, pur preferendo rimanere nell’ignoranza.

Anche se si era rialzata, dovette ben presto tornare a terra, ma con il viso rivolto  verso l’alto, tuttavia fu costretta a chiudere gli occhi, perché un Plexigos era riuscito ad atterrarla di nuovo assumendo una posizione di vantaggio su di lei, bloccandola a terra.

Il suo fetido alito arrivava tutto sulle narici. Era chiaro che, pur avendo gli occhi chiusi, era sopra di lei, indeciso su come farla morire.

Nel frattempo l’altro urinava indifferentemente sui suoi capelli.

Non poteva accettare tutto quello, ma non aveva abbastanza braccia per poter sollevare quel mostro da sopra il suo corpo.

O forse poteva comunque?

Mary vide una delle orribile mani piene di artigli avvicinarsi, costringendo il mostro ad allontanarsi e quindi lasciare a lei un minimo di movimento. Errore, questo, che Mary sfruttò, riuscendo con la forza che possedeva a rotolare e far cadere il Plexigos a terra e alla fine liberarsi e, sollevata Tenebra con la mano sinistra, ne uccise due dimostrando comunque una grande abilità.

Prima uno, quello che le aveva urinato addosso; gli mozzò la testa dopo aver schivato un fiotto di raggi laser; e poi l’altro, a cui squarciò il petto come aveva fatto con i Demoni.

Era stato come dare due ganci destri, con la differenza che la sua spada era ben più temibile.

Le era venuto in mente, per un attimo folle, di conficcarsi l’arma nel moncherino come se fosse stato un braccio, ma sapeva che non era possibile ed era assurdo il solo pensarci. Tuttavia, si rese conto che, quando si rischiava la vita, la mente – la sua mente forse- si lanciava in pensieri tragici e senza senso.

Ridacchiò, invece, nel figurare se stessa con Tenebra sostitutrice del braccio destro… l’avrebbero chiamata donna d’acciaio o qualcosa di simile.

Ma ci teneva davvero, ad avere un soprannome… come Taider?

“Dannate creature” commentò Mary, sentendosi improvvisamente stanca. L’aria era pesante e una certa nebbia peggiorava la vista. Ma dov’era Taider? Doveva cercarlo oppure proseguire per la propria strada?

Corse più in fretta che poté, quando a un certo punto, svoltando a destra, vide in fondo a quel corridoio una figura che si stava accasciando a terra, sotto una figura che galleggiava a mezz’aria.

“KADEN!” urlò Mary, decisa a salvarlo prima di morire lei stessa.

Più andava avanti, più si facevano strada idee orribili nella sua testa. Perché salvare Kaden? In fondo, anche lui era un uomo come Taider: esattamente come aveva fatto lui, anche il ragazzo se fosse stata lei a dover essere salvata, l’avrebbe abbandonata… mentre l’angoscia le opprimeva il petto, pensò che tutti gli uomini erano uguali. Persino Klose, lui che in ogni caso si definiva coraggioso, lo avrebbe fatto.

Mentre quei pensieri si facevano strada, Mary tornò a guardare Kaden apparentemente svenuto… o morto. E cosa avrebbe voluto dire la sua morte? Le Fontane non si sarebbero più aperte e il sacrificio di Shydra sarebbe stato vano.

Era sicura di poterlo permettere?

Mary capì improvvisamente che forse c’era sotto un incantesimo, ma quei pensieri si facevano più insistenti, e fu con un grande sforzo fisico che riuscì a staccare le mani appiccicose di quello spettro dalla gola del ragazzo.

“Muori, stronza!” esclamò, e con una torsione del busto la tagliò orizzontalmente, facendolo così sparire in una nuvola di fumo.

“Miseriaccia, che cavolo era?” si chiese, controllando le condizioni del povero ragazzo. “Tu stai bene, no?”

Kaden tuttavia era ancora in uno stato di profonda prostrazione. “No che non sto bene. Faccio schifo, sono un essere inutile!”

Mise un pugno a terra, Kaden. Non voleva più convivere con se stesso. “Mi spieghi perché mi hai salvato? Quella era mia madre, che giustamente voleva portarmi con lei in un altro mondo!”

“Non era tua madre” rispose Mary, fiatoni. “Chiunque o qualunque cosa fosse, non era tua madre. Qui forse siamo in un Corridoio della Negatività o un nome del genere, che ci fa pensare cose a cui non dovremmo e farci crollare psicologicamente. Andiamo a cercare Taider e Klose”

Kaden rimase perplesso. “Taider non era con te?”

“No” rispose Mary sbrigativa e col cuore in gola, ed insieme superarono quel corridoio.

Girarono e girarono, ma sempre a vuoto. Senza il Cavaliere Corrotto, buona parte dell’orientamento era andato in fumo.

Avrebbero potuto girare alla cieca per millenni, forse, e non ne sarebbero mai venuti a capo, finché non accadde.

Una figura a quattro zampe spiccava dalla sommità delle frasche che delimitavano quel posto maledetto.

Faceva un buon odore di lavanda, Kaden la riconobbe quando l’essere cadde in quella stessa posizione come un gatto.

A differenza dell’ultima volta, era vestito semplicemente, con una tunica nera come la morte che aveva negli occhi.

“Il Mangiacuore” sentenziò Kaden. Mary sbiancò, per quanto bianca già fosse.

Kaden si chiese se stavolta lui e lei fossero pronti ad affrontare un mostro simile e si disse che era giunto il momento di utilizzare Giustizia.

Sempre che il Mangiacuore li avesse risparmiati per così tanto tempo da potergli permettere di estrarla dal fodero.

Era più inquietante, Josafat, adesso che era pulito e profumato. La differenza di quando era sporco di sangue era evidente e terrificante.

“Chi mai si prenderebbe la briga di pulire una creatura come questa?” si chiese Mary, cercando di non pensare al fatto che lei stessa aveva offerto la sua spalla a un idiota.

Storiella random.

C’era una volta l’Uomo Padella.

L’Uomo Padella era solito colpire i suoi nemici con la sua testa, a forma di padella con tanto di manico.

“Sapete, è una di quelle pietrose, la cui base non va via al primo colpo di spugna”

Vedete? Era un  uomo sicuro di sé, tanto che parlava da solo.

Sta di fatto che l’Uomo Padella incontrò per caso una tartaruga vicino al mare.

“Sai perché noi tartarughe abbiamo la corazza?” chiese la tartaruga all’Uomo- Padella, ma quest’ultimo non capì se si trattava di una domanda o una barzelletta, così rispose:

“Perché così posso mettere la mia testa su di vuoi e cuocere tocchi enormi di bistecca?”

“Certo che no, esagerato” rispose la tartaruga. “Abbiamo la corazza perché andiamo in palestra! Non hai mai sentito parlare di tartarughe nella pancia? Tutti gli uomini devono averla!”

L’animale osserva meglio l’Uomo Padella e si rende conto che non è molto ben messo da quel punto di vista.

“Va beh” commenta infine “almeno punti sulla simpatia”

“Simpatia?” chiede l’Uomo Padella. “Io sono un super eroe che sconfigge i cattivi che minacciano la Terra”

Improvvisamente ecco arrivare un mostro enorme a sette teste, dalle quali sbuffa una ciminiera per ciascuna.

“Sono il Mostro Sbuffante” si presenta. “Sono venuto per sconfiggere l’Uomo Padella e dimostrargli che la cottura a vapore è molto più salutare che quella alla griglia”

“Peccato che io sia una padella, non una brace!” esclama l’interpellata, e spiccando un notevole salto, colpisce sette volte il mostro, una volta per ciascuna testa.

La tartaruga nota che per ogni colpa si produce una nota diversa, poiché sette sono le note e non è giusto discriminarne una, vero?

“Complimenti, lo hai sconfitto” commenta la tartaruga, vedendo il mostro a terra. “ma sai sconfiggere anche me?”

“Tu? E che mi hai fatto?” chiede l’Uomo Padella.

“Ho rapito tua moglie, la famosa Donna Spugnetta! MUHAHAHAHAHA!”

Detto quello, sparisce in una nuvola di fumo.

Come finirà questa storia?

 

 

Se Pac Man fosse un’arancia.

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“Basta, io sono stufa!”

La voce dell’arancia risuona per tutto il portafrutta.

“Che hai, mia cara arancia arancione?” chiede la clementina.

“Non ne posso più di essere spremuta ed essere bevuta! E cosa sono io, un agrume?”

Cala un silenzio imbarazzato. Tutti, nel portafrutta, sanno la vera identità dell’arancia, ma dirglielo avrebbe rischiato un litigio selvaggio.

“Guardate, sono capace di cose migliori che stare nel portafrutta in attesa di chissà cosa” continua lei, incapace di accorgersi dell’atmosfera pesante che ha creato. Afferra un coltello con i poteri telecinetici e questi, mosso da un’improvvisa voglia di fare lo scultore, taglia l’arancia in modo da farla assomigliare al noto personaggio dei videogiochi, quello che mangia le palline e viene inseguito da quattro fantasmi.

“Eccomi” annuncia infine l’arancia. “Grazie coltello, adesso puoi tornare fra le posate”

Tuttavia quest’ultimo ormai possiede vita propria e comincia a scolpire qualsiasi cosa che vede, diventando la sua vena artistica del tutto incontrollabile.

“Comincerò a mangiare le palline al formaggio!” esclama il frutto.

“Scusami, arancia” chiede umilmente la pera. “Non sai quant’è buono il formaggio con le pere?”

“Silenzio, risparmia questi commenti fuori luogo” ribatte tagliente l’arancia. “E fammi mangiare”

Uno dopo l’altro, l’arancia si nutre di tutte le palline al formaggio contenute nel sacchettino, finché uno squillo di tromba non interrompe quel massacro.

“Che succede?” si chiedono tutti.

“Sono la brocca della spremuta…” risponde con voce cavernosa la brocca vuota. “Adesso TU entrerai dentro di me, e diventerai liquida”

“Ma non posso!” esclama furibonda l’arancia. “Adesso sono imbevibile: hai ami provato l’ebbrezza di rinfrescarti con un’arancia al sapore di formaggio?”

“Non posso crederci, l’ha detto!” esclama disperata la banana. “E adesso avrò gli incubi la notte!”

“Piantala, Ban” dice la mela. “Pensa a te, che hai a che fare con i fili  che ti legano!”

In effetti, le banane hanno quei fili fastidiosi che sembrano tentacolari. Ma dicevamo dell’arancia.

“Non mi avrai, Brocca!” esclama l’arancia. “Mangerò anche te, come se fossi un boss di fine livello!”

“Lo vedremo!”interviene una mano, che come se fosse una gru preleva l’arancia ribelle e la spreme senza troppi complimenti nello spremi agrumi, il quale si compiace… un po’ troppo, di quel contatto.

*dopo alcuni anni*

“E adesso” racconta la clementina a tanti mandarini curiosi “vi racconterò della leggenda dell’arancia che voleva conquistare le palline di formaggio…”

“Sì, che bello! E poi c’è la brocca infernale che spara i laser giganti?”

“Anche quello, mio caro”

 

 

 

Un due giugno magico.

Si ingrazia il generatore di prompt del sito “Racconti Vaganti” per la gentile collaborazione!

Personaggio: una protagonista femmina,un mago
Genere: nonsense
Caratteristiche: esplosione,vita vuota,scambio di persona
Coppia: het

Diciamo che Carola fino a quel momento non ha avuto una vita piena, anzi una vita proprio vuota.

Quando era piccola, giocava con le bambole con le amiche, mangiava la pasta e poi i compiti. Crescendo, è diventata una ragazza poco attiva, perché le secca persino sbuffare. Per quel motivo un giorno di giugno, il due giugno, è andata a prendere il pane, l’unica cosa che faceva volentieri perché al panificio c’era sempre un ottimo odore di pane appena sfornato.

E così anche quel pomeriggio è andata.

///

Il Mago Pinoppio era ormai molto vecchio, ma non ha mai smesso di fare incantesimi e pozioni nella sua grotta.

“Ah, questa tecnologia! Adesso devi perfino mettere l’insegna per potere vendere qualcosa altrimenti nessuno ti considera!” stava esclamando, finendo di affiggere la suddetta insegna sulla sua grotta.

Quel giorno stava aspettando Lambergiorgio, un sedicente avvocato con un sogno nel cuore: diventare una Vespa. E non una vespa nel senso di insetto, ma una Vespa Piaggio, magari anni Cinquanta.

Era successo che la settimana precedente Lambergiorgio aveva buttato una voce nella grotta.

“UNA VOCE” urlò dunque a pieni polmoni, e il vecchissimo e normopeso Pinoppio uscì fuori con la barba non proprio fatta.

“Cosa vuoi, o ragazzo dalle poche primavere?” chiese.

“Veramente siamo quasi in estate” lo corresse Lambergiorgio. “Ad ogni modo, ho un sogno nel cuore”

“I cassetti non vanno più di moda?”

“Nei cassetti ci tengo le robe stirate e lavate, proprio in quest’ordine”

“Ah” commentò il mago. “Che cosa vuoi?”

“Voglio diventare una Vespa”

“Perfetto, presentati fra sette giorni per l’incantesimo”

Pinoppio gli diede la ricevuta e un orario per l’appuntamento e quindi oggi Pinoppio aspetta con ansia sull’ingresso.

Sta di fatto che il panificio si trova sulla stessa strada della grotta, quindi non è un caso che Carola, che abita in questo strano paese dove si trovano grotte anche in centro città, ci passa davanti.

///

C’è da dire che Carola in quel periodo porta i capelli corti, come un maschio, e dato che Lambergiorgio è biondo esattamente quanto lei, Pinoppio crede di aver di fronte il suo tanto decantato cliente.

“Uppi uppi, Vespa diventerai!”

Una volta recitato l’incantesimo, una nebbiolina a forma di Vespa entra nelle narici della povera Carola, la quale dopo aver starnutito, si sente in effetti diversa, e anche coi capelli lunghi.

“ODDIO SONO DIVENTATA UNA VESPA!” urla disperata, e Lambergiorgio a portata d’orecchi si dispera non poco. “Mago Pinoppio! Non sai distinguere un uomo da una donna? Era il mio fidanzato Lambergiorgio che voleva diventarlo, non io!”

Pinoppio sbalordisce e decide che da quel momento in poi si sarebbe dedicato ai tarocchi, ma ormai è troppo tardi. Carola lascia Lambergiorgio e va all’avventura come Donna-Vespa.

 

 

 

 

Kaden e le Fontane di Luce/10

Capitolo 10

Quando rinvenne, vide di fronte a sé una serie di sbarre di legno. Successivamente, si rese conto di essere legato mani e piedi, sdraiato su un fianco sopra un pavimento di legno.

“Che… succede? Dove mi trovo?” chiese intontito, dopodiché si guardò attorno e vide che non era l’unico in trappola: c’erano Mary, ancora svenuta, Klose e Taider legati con un’unica corda e, poco più in là, Shydra Aldebaran… la Preside.

Che ci faceva lì la Preside? E lo stava anche guardando!

Le si avvicinò strisciando “Signora Preside! Che sta succedendo? Che ne è stato della mia famiglia? Io…”

“Ssssh, non è il momento” sussurrò Shydra.

“È dunque lui?” chiese un altro ragazzo che Kaden non aveva visto. Era vestito di un’armatura lucidissima, recante il simbolo degli Hesenfield, che Kaden aveva visto qualche giorno prima identico sull’armatura di Jakob.

Quindi, a rigor di logica, quel ragazzo avrebbe dovuto essere un fratello, oppure un parente. Era molto somigliante, a parte gli occhi, che invece erano verdi.

“Sì, è lui” rispose Shydra. “Ti assicuro che ci è riuscito davvero… anche se non si direbbe” poi si rivolse a Kaden. “Kaden, sai dirmi che cosa è capitato a Mary? Perché le manca un braccio?”

Mary? Le mancava un braccio? Kaden non capiva a cosa si riferisse la Preside.

Poi, tutto d’un tratto, ciò che fece gli piombò addosso, per un attimo obliato a causa dello svenimento.

Cominciò a tremare. Che cosa avrebbe detto Mary una volta ripresasi? E se fosse morta? Che cosa avrebbe detto lui per giustificarsi?

“Non lo so” rispose infine Kaden. Dopo quella risposta, non ci fu più tempo per altre discussioni, perché qualcuno, o meglio, più di qualcuno, fece suonare i tamburi.

“Fate largo a Sua Maestà l’Amazzone Flavia!” esclamò una voce femminile.

Le Amazzoni… Kaden aveva ancora vivido il ricordo del tafferuglio di qualche ora prima. Infine, anche Mary, Klose e Taider si svegliarono.

“Che succede?” chiese Mary, ancora intontita. Poi urlò con quanto fiato aveva in gola.“Perché… Oh, cazzo! Il braccio!”

Guardò Klose e Taider, e poi il suo sguardo si posò su Kaden, e tornò ad urlare come una forsennata.

“Tu!” esclamò, furibonda. “Sei stato tu! Io ti ammazzo!”

“Silenzio, o vi addormenteremo un’altra volta!” affermò Flavia, e Mary proruppe in un pianto inconsolabile. “Siamo perfettamente al corrente delle vicende che stanno coinvolgendo l’Australia tutta. Abbiamo catturato Caleb Hesenfield, Taider il Cavaliere Corrotto, il capo dell’Armata Rivoluzionaria Shydra Aldebaran e il ragazzo ricercato per aver aperto la Fontana Lind, accompagnato da altri due guerrieri”

“Certo, siamo i figli della serva noi…” sussurrò amareggiato Klose. Mary stava ancora piangendo e rotolando dal dolore, come se farsi del male fosse la soluzione.

“Il tiranno Cassius il Magnifico” proseguì Flavia, usando un tono orgoglioso e felice “si è esplicitamente schierato a favore della causa degli Hesenfield, i quali, come sappiamo, ambiscono al Trono degli umani. Tutto ciò è inaccettabile. I Centauri sono, dall’origine del mondo, indifferenti alle vicende umane, che consideriamo inferiori e, se nel caso la nostra gloriosa razza sia mai stata coinvolta in una delle loro guerre, non abbiamo mai fieramente fatto parte né dell’una, né dell’altra fazione, ed arbitri ci siamo sempre assisi al di sopra delle loro quisquilie!”

Seguì un applauso entusiasta da parte di tutte le Amazzoni.

“Per questo motivo ritengo che l’evento accaduto – la partenza in guerra di Cassius a fianco degli Hesenfield – sia un campanello d’allarme per una possibile crisi di tutto ciò in cui crediamo. Le Amazzoni, in quanto protettrici del Reame, dovevano fare qualcosa. Ed io, per quanto immeritata sia la mia nomina a Leader, mi proclamo Magnifica!”

Seguirono vari “Urrà!” e “Lunga vita a Flavia la Magnifica!”

Flavia allargò le braccia sorridendo. Secondo Kaden, non vedeva l’ora di poterlo dire. “Come mio primo atto pubblico” dichiarò, “condanno a morte chi si è introdotto nel mio, nel nostro Reame pretendendo non solo la nostra amicizia, ma anche di stabilirsi qui e fare entrare gente poco raccomandabile, patetici esseri inferiori!”

Un altro boato.

Fu allora che Kaden si rese conto di dove fossero esattamente: la gabbia era posizionata al centro di quella che sembrava un’arena, e le Amazzoni acclamavano Flavia posta proprio di fronte alla sua visuale.

“Adesso liberate i prigionieri e fate entrare gli animali!”esclamò Flavia.

Le sbarre di legno caddero e alcune Amazzoni slegarono tutti; dopodiché vennero aperti dei cancelli e una decina di Plexigos, a forma di canguro, di coccodrillo e di dingo, li aggredirono da tutte le parti.

Kaden estrasse Raggio di Sole: la battaglia era cominciata. Osservò un Plexigos modello coccodrillo farsi avanti, non c’era modo di vedere ciò che facevano gli altri.

Era davvero terrificante, diverso da quelli che avevano accompagnato le Amazzoni. Forse era solo la cicatrice che gli attraversava l’occhio verticalmente, o forse era solo l’atmosfera, ma Kaden si sentì alquanto impotente, e tutto il coraggio che aveva raccolto svanì com’era arrivato.

Ma doveva sopravvivere, non c’era tempo, come aveva spiegato Klose, di cercare un’altra persona capace di aprire le Fontane, sempre ammesso che potesse esistere in quella generazione.

Si mise in posizione di guardia, Raggio di Sole davanti a sé che riluceva, pronta a sgozzare.

E dire che era solo una spada non di alta qualità… ma Kaden scacciò via quel pensiero: come sarebbe andata, sarebbe stata poi raccontata.

Il Plexigos balzò in avanti spalancando le fauci così simili a quelle di Josafat il Mangiacuore, diretto alla carotide, ma Kaden si scansò, preso dall’istinto di sopravvivenza, e si portò alle spalle della bestia cercando di colpirla con un fendente che gli avrebbe lasciato una cicatrice che non avrebbe dimenticato.

Il ragazzo colpì con tutta la forza, ma la scorza dura dell’animale riuscì a spezzare la lama.

Sentì vagamente Flavia, o qualcuna delle spettatrici, ridere. Certo, dal loro punto di vista sarebbe potuto essere un evento comico, tuttavia Kaden sudò freddo ed ebbe paura di morire.

Non c’erano Mary, Klose e Taider a proteggerlo, erano impegnati con i loro Plexigos e chissà come se la stavano cavando… Kaden non ebbe il coraggio di voltarsi. C’era Shydra, ma anche lei non poteva aiutarlo.

Era da solo, e Kaden sperò in una morte veloce e indolore.

Il Plexigos attaccò di nuovo, lanciando un paio di raggi laser viola dagli occhi, ma Kaden li respinse istintivamente tenendo il mozzicone di spada di fronte a sé. Kaden si stupì del rifiuto del suo corpo di morire… decise di combattere con la lama spezzata, anche perché se c’era una speranza di rivedere i suoi cari, voleva sfruttarla.

“Raggio di Sole… nella tua pur breve vita vorrei vincere un duello con te, se non ti è di troppo fastidio” disse. Attese, chiudendo gli occhi, che il Plexigos facesse una nuova mossa.

Invece del colpo, però, sentì qualcosa squarciarsi e del liquido inondargli la faccia.

“Che…” aprì gli occhi. “Tu sei un Hesenfield! Come mai mi aiuti?”

“Mio padre desidera riceverti nella nostra dimora” rispose Caleb. “Non posso permettere che tu muoia. Gli altri… che se la cavino, ma ho notato che non sei molto portato per la guerra, dunque hai bisogno di aiuto”

Kaden ebbe un moto di stizza. Non c’era bisogno di rinfacciarglielo!

“Comunque, ti ringrazio” borbottò il ragazzo. “Evidentemente, sono solo capace ad aprire le Fontane”

“E ti par poco” rispose Caleb, uccidendo un altro Plexigos. “Tutti noi siamo capaci in almeno un campo. Chi nella guerra, chi nella scultura, chi nella politica, e chi nel ridare speranza laddove la si credeva morta. Ciò che voglio dire è che in questo mondo nessuno è inutile. Nessuno, nemmeno il più feroce assassino”

E uccise un altro Plexigos.

Kaden si rese conto di quanto fossero vere quelle parole. Era vero, si ripeté, lui non era inutile. Aveva aperto le Fontane, ad esempio.  Per un periodo, aveva portato l’allegria nella sua classe, che altrimenti sarebbe stata triste a sgobbare sempre sui libri. In famiglia, era lui che trovava sempre le soluzioni più svariate ai loro problemi economici.

Kaden sorrise, e lanciando il mozzicone della spada su un Plexigos, quella gli trapassò la gola. Dopo averlo fatto, esclamò di gioia. Pur avendo dato la morte a un essere vivente, non si era mai sentito così vivo.

“Ehi! Ce l’ho fatta! Hai visto… Hesenfield?”

“Sono Caleb” precisò lui. “Il primogenito ed erede della mia Casa”

Il ragazzo annuì, non provando più nessun rancore per quei colori. Non aveva mai sentito, infatti, il sangue scorrere così in fretta nelle vene e soprattutto non aveva mai avuto quell’adrenalina così forte. Ma soprattutto, era la consapevolezza del danno arrecato a Mary che lo muoveva.

Non se lo sarebbe mai perdonato, e piuttosto avrebbe sognato ogni notte quell’errore. Tuttavia, credeva di aver in minima parte riparato, uccidendo quel Plexigos.

“Ora non esagerare, però” gli ricordò Caleb. “Sei sempre in un’Arena dove ti vogliono morto”

 

Nel frattempo, Taider vide Kaden uccidere per pura fortuna un Plexigos, mentre lui ne teneva a bada tre.

“Caspita… ne ha già ucciso uno, mentre io sono ancora a zero. Mi sto facendo battere da un ragazzino?”

Con un impeto, li distrusse tutti e tre con la sua spada.

“È ancora vivo quel bastardo?” chiese Mary, che pur con un braccio solo aveva ucciso i suoi nemici. “Dov’è? Devo ucciderlo con la mia mano!”

“Mary!” esclamò severo Taider. “Che cosa stai dicendo? E le Fontane? Sappiamo entrambi che il braccio avresti potuto perderlo in molti modi… non devi essere severa col ragazzo, e perdonarlo laddove si può. Sei viva, a quanto vedo, e ancora capace di combattere. Pensa a qualcuno che invece non ha nessun arto! Pensa, una buona volta!”

Taider si riferiva ai fantasmi del suo passato: aveva visto, in una scorreria dell’esercito, le cose peggiori che un uomo potesse vedere nella sua vita. Bambini morti, vedove disperate, organi in bella vista, famiglie distrutte. E poi, un uomo senza nessuno dei quattro arti.

“Chi ti ha fatto questo?” aveva chiesto Taider, scioccato da quella visione. Per di più, l’uomo stava sorridendo, pur consapevole di essere moribondo.

“La Rivoluzione” aveva risposto lui, fiero. “Se i miei arti hanno contribuito a rendere felice questa gente, sia”

Taider da allora aveva lasciato l’esercito per unirsi a Shydra, e dopo alcuni anni, adesso fissava Mary, la quale non stava capendo un accidente della vita.

“Sei troppo legata alle cose tu” constatò il cavaliere Corrotto. “Le spade, la guerra, i tuoi arti… sai che siamo passeggeri in questa vita, vero? E tutti i nostri beni dovremo un giorno restituirli… sì, comprese le braccia e le gambe. Restituirli, o sacrificarli per un bene più grande. Kaden non l’ha mica fatto apposta”

Mary non trovò nulla da ribattere, ma anche se avesse avuto qualcosa, suonò un gong da qualche parte.

“Non cantate vittoria” esordì Flavia la Magnifica, sovrastando i fischi che pervenivano da tutte le parti. “Siete sempre dei condannati a morte, e aver battuto dei Plexigos stupidi non vi conferisce l’immortalità. Ecco, vi presento un altro boia”

Entrò un Centauro donna, armata di spada. Per metà era una donna dai capelli castani, il manto cavallino era liscio e sembrava molto curato. Per essere una guerriera, era strano che non recasse ferite.

“Lei è Giulia, una delle Quattro Potenti. Noi siamo l’élite della nostra truppa, e Giulia avrebbe potuto uccidere quei Plexigos in un minuto” la presentò Flavia. “Se riuscite a uccidere lei, vi manderò anche le altre due Potenti. Ma non credo che succederà mai”

Sembrava davvero imponente, molto forte nelle braccia e un aspetto davvero minaccioso. Roteava quella spada senza mai farla cadere.

Kaden poi capì: quella che aveva preso per spada in realtà era una doppia lama con un manico al centro. Un’arma fuori dal comune e forse ancora più micidiale.

“Per favore” disse Shydra. “Quelle cose le so fare anche io. È tutta scena, non spaventatevi”

Mary constatò: “Se avessi avuto ancora il mio braccio…” sospirò. Le parole di Taider l’avevano colpita, e adesso non era più arrabbiata. Non con Kaden, almeno.

“Giulia, eh? Beh, io ho sempre Raggio di Sole con me” rispose Kaden, riferendosi al mozzicone rimasto della sua spada. Poi si ricordò di averlo lanciato nella gola del Plexigos e si ritrovò disarmato, a meno di non considerare come armi  le sferette d’aria che aveva imparato a fare.

Nel frattempo, Klose sospirò. “Kaden ha avuto fortuna poco fa, non riuscirà a compiere un altro miracolo”

“Dici? Secondo me quel ragazzo riserva molte sorprese… lo vedo più motivato” rispose Caleb, insolitamente ottimista. Erano tutti nella stessa barca, ormai, e Flavia sembrava davvero gigantesca.

“Ci sono Flavia, Giulia… e altre due Potenti” riassunse Klose. “Anche se dovessimo unire le forze e abbattere lei, chi ci aiuterà nell’uccidere tutte e quattro?”

Era pomeriggio inoltrato. Il sole moriva dietro gli alberi. Che fosse un segno delle vite che stavano per spegnersi?

Kaden e le Fontane di Luce/9

Capitolo 9

Klose consolò Mary dandole qualche colpetto sulla spalla.

“Su, avanti” disse rassicurante l’arciere. “In fondo, è nostro compito la crescita di Kaden, no? Nel caso in cui dovesse succederci qualcosa, e sta’ sicura che ci succederà, Kaden sarà talmente bravo da potersela cavare da solo”

“È un idiota” sentenziò Mary, ancora allibita. “Niente mi farà cambiare idea, neanche se dovesse sconfiggermi cento volte di fila”

Nel frattempo, un altro Drago passò sulle loro teste, evidentemente troppo concentrato sulla direzione da prendere per accorgersi di quattro individui pronti per essere mangiati.

Dopo aver tirato un secondo sospiro di sollievo, Taider fissò Kaden avido.

“Tanto per cominciare, la Magia è una materia molto complessa, sviluppatasi negli anni in cui il popolo sotterraneo ha rimesso piede qui in superficie. Si basa sui quattro elementi della Terra, ma se non li sai usare è meglio che tu continui a maneggiare la spada e nessuno penserà male di te”

Ma Kaden era deciso a tentare.

“Perché vuoi usare la Magia?” chiese il cavaliere corrotto, che nel suo passato si era macchiato di omicidi e si era ricoperto di prestazioni eroiche.

Kaden rispose. “Quando ero ragazzo, ho visto uno che la praticava. Si trattava di un soldato che, vedendo una signora parlare male del governo, le aveva aizzato contro un fulmine. Da quel momento, invece di essere dispiaciuto per lei, che da allora veniva colpita da un fulmine ogni qualvolta apriva bocca, desideravo ardentemente sprizzare fulmini dalle dita”

“Ok, come pensavo” rispose Taider. “Comunque, confido che tu sia cresciuto da allora e che usi questa pratica solo in caso di estrema necessità”

“Certo” rispose il ragazzo.

“Bene. La magia più facile da usare è quella del vento, che si divide in tante branche: brezza, soffio, uragano, e i più bravi sanno anche gestire i cicloni. La Tecnica Arcana del Vento può permettere di volare e di trasmettere messaggi mentali ad altrui, ma nessuno di noi tre è in grado di farlo. Solo la signora Aldebaran, di quelli che conosco, ne è in grado, ma per ovvi motivi non può insegnarti e più in generale non credo che esista qualcuno che abbia voglia di insegnarti qualcosa di così complesso com’è il Volo”

“Ma io volevo imparare quelle…” si lamentò Kaden.

“Pensa piuttosto a raccogliere l’ossigeno ed espellere l’anidride carbonica. Ad ogni modo, la respirazione è fondamentale quando si praticano le arti magiche. Prova a stendere la mano con il palmo rivolto verso l’alto e respira concentrandoti. Creerai una piccola sfera”

Kaden obbedì e osservò il palmo vuoto.

“Sei troppo nervoso” osservò Taider. “Cerca di concentrati sull’obiettivo”

Kaden guardò il braccio con tutta la concentrazione che poté.

Non accadeva nulla di nulla, avvertì solo la brezza lambirgli la pelle, ma niente altro.

“Niente” annunciò amareggiato Kaden.

“Certo, stolto” rispose Taider. “Non mi aspetto certo che tu riesca oggi, qui e subito. La lezione è terminata, torneremo a lavorarci nel momento in cui creerai una sfera accettabile”

Da quel momento, Kaden camminò col braccio sempre steso, come a voler dimostrare di voler imparare, o forse, a detta di Mary, a voler dimostrare di essere stupido.

“La vuoi finire?” sbottò infine quella sera stessa, irritata dall’atteggiamento poco serio dell’incaricato. “Non sarà certo per il fatto che tieni distesa la mano che ti uscirà qualcosa”

“Zitta” rispose Kaden, glaciale.

“Come osi? Vuoi che ti uccida subito?” chiese estraendo Tenebra.

“No, aspetta, ha ragione lui” la interruppe Klose. “Sento qualcosa”

Kaden non sentiva niente, ed imputava quella mancanza al fatto che non sapeva ancora padroneggiare l’incanto dell’aria.

“Che cosa ci sarebbe da sentire?” chiese ad alta voce, ma Klose gli diede un calcio negli stinchi e continuò a vegliare, l’espressione ansiosa scolpita sulla faccia stanca.

E infine, eccolo: l’essere del suo sogno nella sua interezza.

Era un po’ diverso, ma la sostanza era la stessa: stesso corpo robusto, stessa posizione a quattro zampe, stesso ululato muto, stessi occhi, ma al posto di essere gialli, erano neri contornati dal rosso.

Era nudo, eccetto forse uno straccio che ricopriva le parti intime che una volta erano stati boxer.

Aveva anche pochi capelli sporchi, ed emanava una puzza di sudore e sangue che poteva essere benissimo scambiata per annuncio di morte.

“Così è lui il Mangiacuore” disse Klose.

Anche Kaden ne era convinto: l’idea che si era fatto di lui corrispondeva esattamente. Inoltre, il braccio destro era sporco di sangue rappreso.

Egli aprì la bocca: faceva quasi pena, nel suo essere muto.

Della bava cadde a terra.

“Ci conviene scappare” consigliò Kaden, ma Mary era già posta davanti a quell’essere.

“E perché mai?” estrasse entrambe le spade. “Dobbiamo eliminare questo cancro, prima che succeda viceversa!”

Ma il Mangiacuore sogghignò nel vedere le spade e balzò diretto verso Mary, quando improvvisamente una folata di vento più forte costrinse tutti i presenti a chiudere gli occhi, per evitare che i granelli di sabbia entrassero nelle orbite.

“Una tempesta di sabbia?” si chiese Kaden, ma non ottenne risposta da essere umano, perché la ottenne dalla tempesta stessa che smise subito, donando agli astanti un nuovo soggetto.

Era dritto e fiero, i lunghi capelli neri immobili. Era vestito di un’armatura in acciaio con in rilievo un blasone molto sfarzoso. Aveva anche un mantello che lambiva i piedi e la mano sinistra poggiata sul manico della spada.

E poi si annunciò, con voce fredda e sicura, osservando chi aveva incontrato coi suoi occhi neri, ereditati dal padre.

“Sono Lord Jakob Abraham Nathaniel, figlio terzogenito di Abraham, della Casa Hesenfield. Sono qui per riprendere mio fratello minore, il quartogenito erede della nostra Casa, Lord Josafat Ismael Samuel. Fatevi da parte, poiché non avete possibilità contro di lui, e parlo per esperienza”

“Esperienza di un cazzo, Hesenfield!” esclamò Mary. “Stavo per distruggerlo!”

“No, lo escludo” rispose Jakob impassibile, e con una velocità impressionante si frappose fra lei e il fratello pazzo.

Senza muovere ciglio, fissò dritto negli occhi Josafat, e questi, come se avesse sentito, si alzò in piedi e annuì.

Jakob si fece avanti e lo ammanettò, un lato per il suo braccio e un lato ammanettò se stesso.

“Grazie per averlo trattenuto” salutò, e sparì insieme a suo fratello, lasciando i quattro allibiti e in riflessione su quanto accaduto.

“C-ci… ci avrebbe mangiato il cuore, vero?” Kaden lo sentì rallentare. Aveva tenuto il fiato sospeso per tutto quel tempo e il cuore accelerato gli aveva impedito di pensare.

“Probabilmente no” rispose Mary. “Sono sicura di poterlo affrontare. Voglio dire, adesso ho Tenebra e Olocausto, mica spilli”

“Bah” commentò Taider, e riprese il cammino. Nessuno tornò più sull’argomento.

Ad ogni modo, dopo tre giorni dalla prima lezione e dalla sera dell’incontro col Mangiacuore, dopo molte ore di cammino faticoso sotto un sole cocente, quando ormai pensavano di non incontrare mai più nessun’oasi, videro un’enorme muraglia di legno, composta da una serie di pali attaccati fra loro tramite corde e in cima a intervalli regolari numerose torrette.

“Ci siamo” annunciò Klose.

“Ehm… ci siamo, per fare che?” chiese Kaden.

“Siamo arrivati nel Reame dei Centauri” spiegò Taider. “Un’importante crocevia per arrivare a Kashnaville. Abbiamo bisogno del loro aiuto, soprattutto adesso che ci sono i Draghi”

“E per entrare? Avete pensato a qualcosa?” chiese Kaden, ma gli altri tre non seppero rispondere, che era un po’ diverso dal non volere rispondere.

“Abbi fede” lo rassicurò Klose, anche se non sapeva nemmeno lui come entrare. Fortunatamente una voce perentoria che proveniva dalla cima della muraglia li colse in fallo.

“Voi, viandanti che avete superato il Deserto! Chi siete?”

“Siamo viandanti che hanno superato il Deserto e chiediamo asilo” disse Taider.

“Fai poco lo spiritoso, sei sotto tiro” rispose la vedetta. “Comunicate i vostri nomi, non vogliamo estranei nel nostro Santo Reame!”

“Beh, siamo Taider, il Cavaliere Corrotto, c’è Mary, la più gentile fra le donzelle del paese e Klose, figlio di un mugnaio. Ah sì, e scortiamo Kaden, un ragazzino che non riesce nemmeno a creare una bolla di vento”

Kaden si sentì offeso e si chiedeva come mai i due compagni non gli avevano ancora lanciato qualcosa addosso, visto che aveva punzecchiato anche loro.

“Oh. Ah. Un attimo solo” rispose il Centauro, il quale lo videro scendere all’interno delle mura, forse per conferire con qualcuno.

Ne risalì qualche istante dopo, essendo di parola. “Potete entrare”

Improvvisamente si spalancò una porta abilmente incantata fra le mura di legno, in modo che i quattro potessero entrare.

“Grazie” disse Taider.

“Non ringraziarmi” rispose la vedetta. “Fossi in voi, farei il giro lungo e non intralcerei oltre il reame dei Centauri”

“E invece io lo intralcio” disse Taider. Una volta entrati tutti e quattro, le porte si chiusero, tornando il legno un tutt’uno.

Davanti a loro, una serie di alberi, che occludevano la vista ad ampio raggio.

“Chissà cosa ci aspetta…” commentò Kaden.

“Beh, non ci resta che entrare, no? E tu esercitati nel creare la bolla d’aria, ci servirà” gli consigliò Mary, precedendolo nel percorso, in modo da essere Taider in testa, Klose per secondo, Mary la terza e ultimo proprio colui che avrebbero dovuto proteggere.

Al primo impatto, la foresta li accolse occludendo loro la violenta luce del sole del mattino, tuttavia la temperatura rimase piuttosto alta. Attorno a loro, alberi enormi e silenziosi, e la sconcertante sensazione di essere osservati.

C’era un solo sentiero percorribile, tuttavia ben lastricato; il rumore dei passi era quindi amplificato data l’assenza di altri suoni.

 

Man mano che avanzavano, i quattro percepirono una forte angoscia accompagnata da un graduale abbassamento della temperatura. Da che era sudato, Kaden cominciò a starnutire. “Non mi sento al sicuro” comunicò ai suoi protettori.

Distratto com’era dallo starnuto, Kaden non si accorse di aver messo un piedi in fallo e cadde in una trappola.

Il suo piede destro, andando avanti per i fatti propri, poggiò su un lembo di terreno circoscritto da un cappio, che automaticamente scattò e legò la caviglia del ragazzo, che in quel momento si ritrovò a penzolare come un salame.

Un secondo dopo, i quattro vennero circondati da Centauri accompagnati da Plexigos a forma di coccodrillo, in grado anche di sopravvivere fuori dall’acqua per molto tempo.

“Oh, no! Maledizione, Kaden! Non puoi stare attento, vero?” si lamentò Klose. Aveva perso la pazienza col ragazzo, era imbranato ed erano costretti a salvarlo sempre.

“Altolà” intimò uno dei Centauri, del tipo femminile. Ora che Kaden vedeva meglio, erano tutte di tipo femminile. “Siamo le Amazzoni, la tribù speciale che veglia sulla Foresta. Le sentinelle ultimamente sono molto generose, nel fare entrare chiunque in questo sacro spazio, soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti”

“Che genere di avvenimenti?” chiese Taider, mettendo mano alla spada.

“Non sono tenuta a rivelarteli” rispose secca l’Amazzone. “Immagino che voi siate colui che Caleb Hesenfield stava aspettando, vero? A quanto pare, siete ricercati in tutta l’Australia e personalmente trovo poco credibile che siate riusciti a giungere fin qui senza danno alcuno”

Mary si toccò istintivamente l’orecchio in parte mozzato e rise amara.

“Caleb Hesenfield ci ha descritto molto bene chi sta cercando. Un ragazzo dalla pelle scura e John Taider, il Cavaliere Corrotto, colui che ha lasciato l’esercito di re Walter Argonath per unirsi all’Armata Rivoluzionaria. È per questa ragione che le sentinelle vi hanno lasciato passare. Ma noi Amazzoni non siamo più disposte a tollerare quel despota di Cassius il Magnifico!”

“Chi sarebbe Cassius il Magnifico?” chiese Klose, cercando di distrarre le Amazzoni e lentamente avvicinandosi a Kaden per slegarlo.

“Il nostro Sovrano” rispose vaga l’Amazzone. “Sin dall’origine del mondo i Centauri sono stati neutrali, senza amici né nemici, poi… pazienza, lasciamo perdere”

Taider capì, associando quella frase a Caleb. Evidentemente, Cassius aveva stretto alleanza con gli Hesenfield  e questo alle Amazzoni non aveva fatto piacere. Tuttavia, memore anche della lettera di Shydra, il cavaliere Corrotto chiese: “Avete notizie di una signora di mezza età dall’aspetto vigoroso? Si fa chiamare Shydra Aldebaran, che ne è stato?”

L’Amazzone rispose: “È con Caleb Hesenfield, adesso, ma non ti dirò se è nostra prigioniera oppure no”

“Maledizione! Shydra! Adesso noi ci faremo strada, stronze!” esclamò atterrita Mary, estraendo le sue due spade, ma l’Amazzone rise divertita.

“Forse non avete ben chiara la situazione. Le Amazzoni, da quando esistono, hanno sempre ucciso gli estranei, e continueremo a farlo, anche se questo significa scavalcare l’ordine del Sovrano. Un solo passo e siete morti, siete in netta inferiorità numerica”

“Tsé” disse Mary. “Tenebra e Olocausto valgono per quindici dei vostri eserciti” e le sguainò. Anche Klose cominciò a incoccare due frecce e le scagliò verso uno dei Plexigos, che cadde morto.

Al che una pioggia di frecce nemiche oscurò il cielo, puntando tutte dritto al piccolo gruppo di stranieri, che però si difese egregiamente, grazie a una cupola d’aria solida creata da sir Taider, il Cavaliere Corrotto.

“Dovete fare meglio di così” disse, ma dicendolo abbassò la guardia e un Plexigos gli morsicò la gamba, e cominciò a provare a staccarla di netto.

Taider si sentì sbatacchiare e perse conoscenza, cadendo in mezzo ai cespugli selvatici sul bordo della strada. Klose invece liberò Kaden dalla presa e si ritrovò ad affrontare tre Amazzoni tutte assieme, mentre Mary ebbe sei Plexigos addosso.

Tutto stava a Kaden, l’unico ignorato dall’agguato.

Cosa aveva in mano? Solo Raggio di Sole, e non era ancora bravo così tanto da poter affrontare un centinaio di Amazzoni esperte in lotta.

Si diede dei pugni sul viso. Quanto si sentiva debole! Ma non era ancora il momento di affrontare nessuno. Non finché… un momento, si disse.

Si guardò i palmi delle mani. Che strano, pensò, emanavano luce. Forse, a contatto con la magia millenaria della Foresta, anche la magia dentro Kaden si era sviluppata e quindi era in grado di affrontare la magia del Vento e gestirlo come meglio credeva. Inoltre, capì perché in una settimana non si erano mai imbattuti in nessuna tempesta di sabbia: era stato Taider per tutto quel tempo a tenerle lontane.

Così Kaden si alzò e riempì le mani di bolle d’aria, e cominciò a mitragliare non visto sia le Amazzoni sia i Plexigos.

Purtroppo, nella furia non si accorse di aver colpito anche Mary, la quale si vide staccarsi un braccio, proprio mentre questo si levava per colpire un’arciera nemica.

Kaden si mise le mani sulla bocca, mentre osservava Mary straziarsi dal dolore mentre il sangue le fuoriusciva copioso. Klose invece veniva atterrato e, perdendo i sensi, non ebbe tempo di vedere nulla.

“Oh, no… no…” si disse, ma perlomeno nessuno attaccava più, in quanto gli aggressori si erano dispersi, in seguito a un urlo remoto.

Adesso erano tutti e quattro soli, due dei quali in preda all’agonia.

E Kaden svenne, in preda ai sensi di colpa.

L’autobus/3

 

Previously in The Autobus…

Oh no! Mia sorella è paralizzata dalla paura e non fa che parlare del suo gruppo favorito! ma gli alieni non demordono e vogliono cibarsi di noi aggiungendo un po’ di maionese dopo averci cotti al forno! Che fare? 

Comunque.

Naturalmente il vucumprà tentò di vendere i pericolosi fazzoletti Tempo agli alieni, e miracolosamente questi accettarono, perché il loro odore richiamava loro un’arma di distruzione di massa che usavano i loro alieni rivali del pianeta Scarabocchius VII.

Invece loro erano del pianeta BellaGrafia XII.

L’unica a non venire rinchiusa era la signora Vincenza, la quale ricevette un trattamento di favore e persino le venne concesso di riporre gli acquisti della spesa nei speciali frigoriferi.

Aspettammo ore ad attendere questo fratello, il quale più passavano i minuti (lì un minuto durava cento secondi) più si mitizzava.

Si diceva avesse ripulito il quartiere più sporco della mia città in un solo pomeriggio, mangiandosi anche i rifiuti inorganici, amianto compreso, che per gli alieni è una proteina fondamentale.

Ciò spiegava dunque il mestiere del fratello di Bjozorf, il quale dal canto suo abitava col suo costume di essere umano in un altro quartiere, gestendo un Mc Donald.

Mettendoci le prelibatezze aliene, tutte a base di succo di ratto morto e di amianto, e per quello non si era mai fatto sgamare.

E finalmente eccolo arrivare, Mjungdberg.

“Ah, fratello mio”, e corse ad abbracciarlo: gli abbracci alieni consistevano nel fare uscire la lingua del ginocchio destro e farle incontrare, perché quella lingua era anche dove si depositavano i dati inutili, quindi era per questo motivo che quella razza non si perdeva mai in chiacchiere.

Mjungdberg guardò prima la signora Vincenza, poi con un altro occhio noi prigionieri.

Poi propose a Bjozorf “Fratello, io direi di farli precipitare nell’iperspazio, non credi anche tu?”

L’alieno femmina (lo si capiva dalla voce, in quanto era esattamente uguale agli altri due) disse “Sì, che bello! Io voglio i telefani di tutti però”

Non si poteva pretendere che sapessero perfettamente la lingua.

“Attenta Kaxandrash: lo sappiamo la tua voglia di telefani, però non è che poi ci esce un figlio potentissimo?”

“Tranquillo, Mjungdberg: userò le dovute precauzioni anche stavolta”, lo disse in tono stufato, perché per loro le precauzioni consistevano in una barriera protettiva che partiva dalla bocca centrale, e siccome le femmine di quella razza con quella bocca ci parlavano soprattutto, era alquanto scomodo. Inoltre, si riproducevano coi telefoni umani, soprattutto quelli a rotella li consideravano molto sexy.

Ma per Kaxandras era un sacrificio necessario.

Così aprì un portellone che dava all’esterno e creò istantaneamente un buco nero, poi si rivolse a noi “Forza, entrate”

Così io le chiesi, raccogliendo il coraggio a due mani “Mi scusi, Cassandra”

“Kaxandrash, ignorante”

“Ma come mai parlate pure voi in italiano?”

Kaxandrash non rispose, si tolse dalle orecchie a punta una specie di apparecchio come quello che si mettono i sordi e poi cominciò a parlare di nuovo “Ogesbvefhe, fvbd flgnr< n gwrpojgwq… rtf!yga àòààgg @## / fkebj!”, poi si rimise gli apparecchi e mi chiese “Secondo te che cosa ho detto?”

Quando mi fanno una domanda che non so, tento a guardare ovunque tranne che dalla parte dell’interessata in questo caso, comincio ad arrossire e la voglia di andarmene aumenta, così non risposi ed urlando mi buttai dentro il buco nero, e al diavolo le conseguenze.

Kaxandrash, vedendo tutto questo, poi disse a mia sorella “Certo che tuo fratello è un ragazzo strano, nevvero?”

Mia sorella disse “Sì. Ma che cosa avevi detto poco fa?”

“Che ore sono, nel dialetto della città di Sgorbius”

“Aaaah, molto bene allora”

“CHE COSA HAI DETTO, SCUSA?” chiese l’aliena, una vena di pazzia ben visibile.

“Molto bene, allora…” ripeté mia sorella, titubante.

“Come osi?”, la prese per i folti capelli ricci e la gettò nel buco nero di peso.

Il distinto signore le chiese “Che cosa significa “molto bene, allora” nella vostra lingua?”

“Grassa, e io NON sono grassa”, ma in quel momento ingrassò tanto da sembrare un pallone da spiaggia verde.

Così tutti entrarono in silenzio nel buco nero, perché se si fossero lasciati sfuggire qualcosa magari poi avrebbero subito supplizi peggiori.

Essendo stato io il primo ad entrare nel buco nero, mi resi subito conto che c’erano diversi sentieri da prendere, tutti però nella scrittura del pianeta Sgorbius.

Quindi è plausibile quello che stareste pensando, che fossi nei guai.

E invece no, o lettore.

Perché si dava il caso che la mia scrittura in stampatello corrisponde esattamente ai carattere ivi riportati, e così mi bastò anagrammare quello che c’era scritto nei cartelli per prendere la direzione giusta, lasciando dei bigliettini con la traduzione corretta per gli altri. Avevo anche la carta, fidatevi.

Beh, se non mi credete i bigliettini li presi strappando pezzi di nero dalle pareti del buco.

E fu così che ritornai, autobus compreso, oltre l’incrocio alieno, pronto per una nuova sfida.

Mentre aspettavo gli altri e che si riscaldava il motore del bus, pensavo a quali probabili torture ero scampato.

Non lo seppi mai, e probabilmente fu meglio così.

FINE

THE END

FIN

L’articolo è finito.

Eh, insomma…

“Ciao, maschera” disse la bottiglia di vetro blu alla maschera.

Quest’ultima ricambiò il saluto. “Eh, sai”

“Cosa so?”

“Non è semplice essere una maschera colorata, al giorno d’oggi. Tutti sono sempre bianco o nero, invece io sono così colorata che a qualcuno potrebbe venire una crisi epilettica”

“Addirittura!”

“Sì… e tu che mi racconti, bottiglia di vetro blu?” chiese la maschera, senza occhi in quanto sono stati sostituiti da due buchi per gli occhi degli uomini.

La bottiglia rispose: “Ho un nome scomodo. Perché non mi chiami Bottiglia e basta?”

“Ok, Botty” rispose la maschera, prendendosi un po’ troppa confidenza.

“Io, in quanto bottiglia di vetro blu, so bene cosa provi. Pensa che se a te ad ogni modo va bene perché vieni posizionata sul naso, ma a me va male perché ogni giorno devo sopportare la gente che non sa che esistono i bicchieri e mi tracanna dal mio bellissimo boccale!”

“Come mai hai un bellissimo boccale?” chiese la maschera.

“Mi hanno fatta in questa maniera! Ma tu che hai da lamentarti? La gente vedendoti si rallegra, sei colorata!”

“No che non si rallegra!” esclama la maschera. “Io in realtà nascondo un animo sensibile, premuroso e contorto che non so nemmeno io come mi sento in questo momento!”

“E allora dovresti farti curare!” esclama la bottiglia, adirata.

“Ma tu sei sicura che le bottiglie parlino?” contrattacca la maschera colorata, nera d’umore.

“No” risponde la bottiglia, pensandoci su.

“E allora non faresti meglio a stare zitta?” chiede la maschera.

“No, perché di sicuro le maschere non parlano, a meno che non siano indossate quando è il momento di indossarle!” risponde la bottiglia.

La sua interlocutrice risponde indignata. “Ma se ho anche l’elastico che mi affissa alla testa che si è rotto! Come faccio a vivere?”

“E io come faccio a vivere, che per giunta sono anche senza etichetta? Mi sento così ignuda!”

In effetti la bottiglia era senza etichetta e si vedeva tutto il suo interno, senza pudore.

“Sarà, ma anche se sei ignuda non mi attiri” osservò la maschera.

“Certo, sei solo una maschera” risponde piccata la bottiglia.

“Eh, insomma”

“Eh, insomma”

Conclusero.