Kaden e le Fontane di Luce/27

Capitolo 27

Già, Caleb non vedeva sua madre e sua sorella da parecchio tempo. Aveva pochi ricordi legati a loro, ricordi che via via sbiadivano col passare del tempo.

Al ragazzo venne in mente Isabel, la sorella nata poco prima di Jakob, ma generalmente ignorata nella scala degli eredi poiché donna, e dunque impossibilitata a mantenere il proprio cognome. Abraham diceva sempre che era meglio per le donne Hesenfield rimanere nubili e senza figli, per due motivi.

“Il primo” diceva “è che non c’è nessun uomo degno di sposare una donna Hesenfield. In secondo luogo, voi stesse non avete bisogno di un uomo per potervi realizzare, e anche se fosse siete già realizzate sin dalla nascita, poiché portatrici di un grande cognome e di radici storiche senza pari”

Quello lo aveva detto ad una delle ultime cene in famiglia, tutti assieme. Isabel ascoltava rapita, e chissà se col tempo aveva assorbito quelle istruzioni o se alla fine si era concessa ad un uomo. Di certo, Caleb non dubitava che fosse molto desiderata, anche se non capiva come gli altri uomini non capissero quanto fosse poco intelligente. Secondo Jakob, era proprio un’oca.

Un altro ricordo che aveva, più piacevole dei momenti seri e rigidi che erano state le cene in famiglia prima della separazione, riguardava lui e Isaiah che la prendevano in giro, a volte nascondendole i gioielli, o altre volte giocando spensieratamente ad acchiapparsi attorno all’albero di mele, che a quei tempi era ancora rigoglioso.

E tutti quei momenti erano così lontani che sentì una fitta al cuore. Era deciso, si disse, se fosse uscito vivo dallo scontro contro Margareth, sarebbe andato a far visita a loro, e poi glielo doveva: due lutti nello stesso giorno erano stati un durissimo colpo per la loro famiglia e un uomo che si dica tale sarebbe dovuto andare da loro, qualunque cosa fosse successa per farle allontanare dalla casa.

Si ricordò solo dopo che ad Isabel aveva donato una tiara… chissà se l’aveva mai indossata.

Nel frattempo osservava Kaden, Mary e Klose un po’ in difficoltà nel loro scontro contro i Plexigos, ma non dovevano assolutamente sapere che lui li stava seguendo. Dopotutto era la loro missione, la sua consisteva solo nel vegliare su Kaden e fargli aprire le Fontane. Tutto il resto, importava poco, e chissà se in quel difficile percorso avrebbe capito cosa significava davvero essere un buon Re.

Nel frattempo, il livello due della Torre della Fontana si aprì agli occhi di tutti, e si presentò perfettamente identico a quello precedente.

“Che cosa intendi fare, Caleb? Inseguirci per sempre?”

A un certo punto, la voce dell’arciere si levò potente nell’aula.

Kaden rimase paralizzato. “Come facevi a sapere che ci stava inseguendo? È qui, allora?”

Klose lo indicò, in quanto l’erede degli Hesenfield era visibile adesso, ormai scoperto. Dal canto suo, pensò con rammarico che Isaiah si sarebbe nascosto meglio.

Non sembrava affatto il tipo autoritario che aveva deportato loro, Mary e Taider nel Labirinto funesto. Anzi, sembrava più un ragazzo come tutti gli altri, e agghindato di un’armatura non per scelta.

“Che ti è successo?” chiese Kaden.

Caleb sospirò, scacciando quelle domeniche felici in cui lui e Isabel si dilettavano a scovare Isaiah, finendo per trovarlo nei punti più improbabili della Villa per poi cenare a base di pasta riscaldata in padella, fra quelle risa spensierate che chiamavano infanzia. “Ormai lo sapete, io diventerò Re. Lasciate che sia io a uccidere Margareth, mentre i miei uomini occupano la città. Questo è quello che deve fare un Re, questo è quello cui sono chiamato a fare. Reclamerò il trono che è stato di Isaac e che sarebbe dovuto essere di mio padre, prendendo la testa di quella donna. Consideratelo un gesto di scuse per la morte di Taider”

Nel sentire quel nome Mary trattenne il respiro, ma poi disse: “E perché non ci hai accompagnato subito, allora?”

Caleb rispose: “Credi che sia facile uccidere un’altra persona? Per di più, è la Regina, e ucciderla vorrebbe dire alzare la voce e reclamare il trono, azione che non sono per nulla pronto a fare. Inoltre, il sangue di mio fratello Jakob scorre ancora sulle mie mani, sai?”

Mary deglutì. Entrambi avevano l’anima spaccata a causa degli omicidi di cui si erano fatti carico e dunque non c’era bisogno di altre parole.

“E va bene” disse Klose. “Verrai con noi. Veglia su Kaden, deve aprire le Fontane”

Kaden ebbe un sudore freddo. Erano vicini, il momento della verità e il senso del viaggio erano giusto a qualche passo. Ma lui era davvero in grado di aprirle?

“Io… io ho bisogno di un po’ di coraggio. Non so se riuscirò ad aprire le Fontane e ho bisogno di sapere che fine hanno fatto i miei genitori” disse.

Mary sospirò. Conosceva ormai troppo bene Kaden per non riconoscere in lui i sintomi della tensione nervosa e l’ansia: era fermo come uno stoccafisso e sudava. “Caro mio, ascoltami bene. per cosa sono morti Shydra e John ?”

John? Kaden dedusse che si trattasse di Taider, ma nessuno l’aveva mai chiamato per nome. Per cosa erano morti?

“Perché… perché l’Australia potesse ritrovare la pace. Ti ringrazio, Mary. Adesso mi sento più consapevole”

“Lo spero” disse lei, provando una delle arti magiche con la protesi di legno e creando una specie di brezza che le lasciò ben sperare.

“Bene, bravi… che scena patetica” dichiarò la voce femminile appartenente alla regina Margareth, che aveva assistito al quadretto tramite la telecamera.

Tutti si spaventarono nel sentire così, di punto in bianco, una voce esterna, ma poi ascoltarono con trepidazione.

“Avete un’ora di tempo” disse in seguito, chiudendo tutte le possibilità di evasione. “Chi riesce a passare vivo al terzo livello oltrepassando le sbarre sarà il benvenuto, gli altri periranno soffocati dal gas”

Subito dopo aver concluso la frase, una coltre di fumo giallastro passò da un condotto posto sul soffitto.

“Quindi si tratta solo di non respirare il gas? Ottimo” Kaden si avventò sulle grate, ma urlò e si toccò la mano dolorante.

“Le grate sono caricate elettricamente! Fate attenzione!” sentenziò.

“Immagino che un’ora sia il tempo per il gas di agire” disse Caleb. “Dovremmo riuscire ad oltrepassare prima di questo tempo”

“Grazie tante, Lord dell’Ovvio” disse Kaden sarcastico. “Proverò a tagliere le sbarre con la lama Giustizia”

“Se permetti” ribatté il figlio di Abraham ”la mia spada, la mia cara Mezzanotte, è molto più potente della vecchia Olocausto. Quindi lascia provare me”

Kaden, in nome dell’amicizia appena avvenuta fra gli Hesenfield e chi non lo era, gli lasciò campo libero.

Il futuro Re prese una rincorsa e tagliò le sbarre, o meglio, così credeva.

Nel momento in cui la lama toccò le inferriate, infatti, si vide una piccola esplosione e il metallo andò in frantumi.

“Non è possibile… Mezzanotte era forgiata con la stessa lega di Ombra e Inverno, le spade dei miei fratelli! È inammissibile che abbia reagito alle scariche di questa trappola!”

Kaden tirò un sospiro di sollievo. Era una fortuna, si disse, che Caleb avesse avuto quella mania di protagonismo, almeno così lui non aveva più una spada, mentre lui sì.

Nel frattempo il tempo passava e i quattro rimasero a meditare.

“Ci vuole più tempo per pensare, con i limiti non riesco a riflettere bene!” esclamò Kaden. “Penso che la soluzione ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma il tempo che scorre velocemente ci impedisce di vederla”

Klose sospirò. “Per di più, la paura di inalare il gas ci sta inibendo le vie respiratorie. Io riesco solo a vedere una soluzione”

“Quale?” chiese Kaden. Per tutta risposta, l’arciere si alzò e osservò bene il soffitto.

“Se ci fosse qualcosa che potesse tappare questo buco, riusciremmo a passare, credo” dichiarò, e con un balzo aiutato da una sedia che era posta in quella sala, riuscì per un pelo ad aggrapparsi alle sbarre del condotto.

“Non sembrano molto dure” dichiarò. “Proverò ad allargarle”

Kaden non aveva idea di cosa Klose stesse facendo, ma poco prima che l’arciere potesse fare altri movimenti, appeso com’era alle sbarre, Mary urlò.

“Fermo, Klose! Non farlo! Deve esserci un altro modo!”

Ma Klose sorrise.

“Ti amo, Mary” disse con un’espressione felice e serena, come Kaden non l’aveva mai visto. Dopo aver detto quelle parole, allargò le sbarre e si infilò nel buco dove usciva il gas.

Kaden e gli altri assistettero a una scena tremenda: dopo un tetro balletto accompagnato dalle urla disperate di Mary, le gambe di Klose smisero di fermarsi.

Era morto, dopo aver inalato tutto quel gas. Ma la buona notizia stava nel fatto che la sostanza non passava più, in quanto bloccata dal corpo dell’uomo.

A costo della sua vita, Klose l’arciere aveva in pratica permesso all’amata e a Kaden di avere tutto il tempo di passare, e forse era proprio quello che voleva la regina Margareth, che morisse qualcuno per vedersi ridurre il numero di nemici da affrontare.

Kaden, con la morte nel cuore e con l’aria di uno che aveva visto centinaia di sofferenze senza confidarle, raccolse arco e faretra da terra e guardò gli altri due.

“Non possiamo lasciarle qui” disse.

“O forse sì, a memoria imperitura di un uomo valoroso, che ha sacrificato se stesso per un bene superiore” dichiarò Caleb, con la voce spezzata. Quel gesto aveva colpito anche lui, chiedendosi se sarebbe stato capace di compierne uno simile.

Aveva davvero visto che cos’era un buon Re e quella rivelazione lo sconvolse, e tuttavia lo rese più determinato.

Mary, dopo essersi sfogata e in totale stato di shock, puntò il dito di legno verso Caleb e urlò con tutte le sue forze le seguenti parole, fissandolo sgranando il più possibile gli occhi rossi. “Adesso, se davvero affermi di essere nostro amico, dovrai accompagnarci ad aprire non solo la Fontana Kashna, ma anche la Fontana Chemchemi a Sidney! Solo allora ti redimerò dai peccati che hai verso di noi! Prima di allora ti odierò con tutto l’odio possibile!”

“Perlomeno è solo odio, non è gelida indifferenza” osservò Caleb.

“Ci hai portato in un luogo di morte, per due volte! Ne dovrai mangiare, pane duro, per conquistare la nostra fiducia! Stanno morendo tutti, Shydra non voleva questo!” insisté Mary, gettandosi in ginocchio a terra e sospirando, avendo esaurito le energie.

“Ricorda chi sei, Caleb Hesenfield. Figlio di un cognome bagnato di sangue. Non posso dimenticarlo, questo” aggiunse Kaden, non riuscendo a togliere i suoi occhi neri dal nero della morte rappresentato da quelle gambe immobili e incastrate nel tubo venefico.

Alla fine, con immenso sforzo e come uscito da una profonda fantasticheria, osservò Caleb e Mary, non riuscendo ad odiare l’un e provando immenso affetto per l’altra. Era rimasta solo lei ad accompagnarlo, fra quelli che avevano accettato per quel pericoloso compito a Perth. Quel pomeriggio sembrava tranquillo e luminoso… ma era stato più di mille anni prima.

“Le spade non funzionano, le frecce non servono… occorre la magia” sentenziò Caleb. “Tu sai come utilizzarla?”

“Taider, che tuo fratello ha ucciso, è arrivato ad insegnarmi a lanciare solo le bolle d’aria”

Caleb arricciò le labbra nel sentire cosa era riuscito a fare suo fratello. Ma allora aveva fatto bene ad eliminarlo? Essere un buon re prevedeva anche quello?

“Bene, in tal caso state a vedere” ordinò loro di spostarsi e stese la mano destra in direzione delle sbarre.

Rabbia, frustrazione, malinconia: ecco cosa stava attanagliando Caleb. E tutto era partito perché aveva guardato quegli occhi.

Lady Mary Fonheddig, una perfetta sconosciuta alla quale non avrebbe mai rivolto la parola. Eppure, non appena aveva saputo che suo padre stava per compiere un eccidio nella sua famiglia, Caleb si era sconvolto, arrivando a mettere dubbi persino sulla sua stessa esistenza.

E aveva condotto alla morte due anime innocenti, che stavano cercando solamente di risolvere a modo loro la crisi in Australia. E aveva lasciato che Klose morisse per la loro salvezza, inalando tutto quel gas.

Quante colpe doveva ancora lavare, per dire di tornare a essere quel bambino giocondo che amava le battaglie?

Quei grandi, amabili occhi azzurri… Mary Fonheddig, l’amante che non sarebbe mai stata.

E allora, qual era il motivo per cui stava salvando la sua famiglia? Come mai il sangue di Klose e di Jakob stava ancora pesando sul suo cuore?

Per amore, forse? Lo stesso amore che aveva dimostrato Klose nei loro confronti?

Si diceva che per primeggiare occorreva indossare il grembiule e cominciare a lavare i piedi al prossimo, gesto tipico dei servi. Forse Klose aveva adottato quella filosofia. Gente come lui non avrebbe mai giudicato nessuno, qualunque cosa facesse.

Ma Caleb non meritava pietà. Nessuno degli Hesenfield meritava pietà.

O forse sì?

Ad ogni modo, decise di lanciare una fiammata che né Kaden né Mary avrebbero dimenticato.

L’unica soluzione era combattere il fuoco col fuoco, e in effetti la fiammata prodotta dal ragazzo distrusse con un fragoroso boato la sbarra che li imprigionava e rivelava la porta in mogano che permetteva di salire al terzo livello.

“Secondo te quanti livelli ci sono?” chiese Kaden, infine rivolgendogli la parola.

“Tre, Margareth adora il tre” disse l’altro, osservando la donna seduta sul Trono.

Perdere l’attimo.

C’era una volta Snapurzio.

Snapurzio era capace di camminare sulle nubi. Attenzione, però: non sapeva camminare “anche” sulle nubi, ma solo su quelle, e se volesse provare a camminare ad esempio su una strada rimarrebbe incollato sull’asfalto e poi non sarebbe carino per gli spazzini raccogliere i suoi pezzi tutti appiccicati a terra. In ogni caso quest’uomo faceva sempre passeggiate e continuava a dire “Ehi, ma il cielo è sempre blu sopra le nuvole… che noia” e con le mani fatte di nuvole in tasca, osservava il paesaggio sempre uguale.

Almeno fino a quel giorno.

Infatti improvvisamente venne a lui l’Uomo Cumulonembo, che tutto spaventato, cercava le attenzioni dell’uomo.-

“Snapurzio!” Snapurzio! Hanno rapito la principessa dei fulmini! Fa’ qualcosa!”

Nel dirlo, talmente era spaventato che perdeva pezzetti di nuvole che poi si confondevano col pavimento, anch’esso di nuvole, e forse diventava neve.

Snapurzio disse sicuro: “Va bene, farò qualcosa!” e così alzò le braccia e divaricò le gambe e fece un po’ di stretching.

“Ma cosa fai?” chiese il Cumulonembo. “Fai qualcosa… per la principessa! Non fare qualcosa in generale! E poi così fai tuoneggiare”

In effetti a forza di saltelli le nuvole stavano diventando grigie.

L’Uomo Camminante allora si ricordò di dover salvare la principessa dei fulmini. Ma come fare? Per prima cosa, decise di chiedere al sole.

“Scusa Sole, tu hai visto chi l’ha rapita?” senza specificare chi o cosa.

Il Sole rispose “No. Forse è un avvenimento avvenuto di sera”

Così Snapurzio andò saltellando da una nuvola all’altra verso la Luna. Lui odiava il cielo terso, perché lo costringeva a fare questi salti oblunghi.

“Luna, hai per caso visto colei che lancia i fulmini?”

La Luna rispose con la sua solita faccia ad O stuipita e rispose “Certo, è stata rapito dall’alieno del lampo. Attento che è cattivissimo e soprattutto fatto di neon”

L’uomo così si mise a correre verso l’astronave a forma di lampione e urlò: “ALIENO! Lascia andare la principessa o incorrerai nel mio… disappunto”

In effetti non poteva incorrere in nient’altro. Che razza di poteri aveva Snapurzio?

L’alieno rispose: “NO! Anzi, sì! Anzi! No”

Il fatto era che quel malvagio parlava a lampi e cambiava idea ogni secondo, così andò avanti per ore, finché Snapurzio entrò nel castello in aria dove l’alieno teneva la principessa, la salvò, scese le scale perché nel frattempo l’ascensore risultava guasto, e l’alieno ancora ripeteva “No! Sì! No! Sì! No!”

Al che la principessa disse: “Grazie per avermi salvata, da ora in poi non farò cadere due volte un fulmine nello stesso punto”

Snapurzio obiettò “Ma guarda che già succede… non potresti…”

Ma ormai la donna era sparita. Non era riuscito a cogliere l’attimo fuggente per sposarla? Chissà!

 

Le avventure di Isda/49

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Sembrava che fosse amore e invece era Isda

È il 14 febbraio.

Anche fra i pesci si festeggia san Valentino, e in effetti un Merluzzo e un’Ombrina si stanno incontrando in uno spiazzale romantico.

Il Merluzzo è un po’ in ansia, ma poi si rasserena vedendo il pesce che ama.

“Eccoti” la saluta sorridendo.

“Eccomi” risponde lei, altrettanto emozionata.

“Allora vogliamo andare?” e così vanno prima di tutto al parco giochi. È un paro giochi gestito da una serie di Mazzancolle molto allegre e soprattutto rompiscatole.

“Ehi, ti piace quest’attrazione? Eh? Le volete le lumache di mare? E questo scheletro di un uomo annegato? Non vi piace? Eh? Eh? Lasciateci una recensione e cinque stellette su WaterAdvisor!”

Il parco giochi, nonostante queste domande fatte a mitraglietta, è molto bello e nonostante il passaggio di un sottomarino abbastanza inquietante la coppietta passa un pomeriggio piuttosto felice, conclusosi con una bella danza di sardine, che hanno riprodotto anche le esplosioni dei fuochi d’artificio.

“Bello, molto bello” commenta l’Ombrina, addentando un sacco di cozze sgusciate. “Perché non andiamo al cinema?”

Il Merluzzo propone un film: “perché non andiamo a vedere lo Squalo?”

“Oh sì, ci recita anche uno dei miei cugini!” commenta uno squalo di passaggio.

“Ma chi ti ha chiesto niente…” borbotta il Merluzzo, ed effettivamente il cinema è anche vicino al parco giochi, per cui possono guardare il suddetto film e anche lo Squalo 2 e anche lo Squalo ha l’influenza e concludere la maratona con lo Squalo guarisce dall’influenza e diventa un templare.

“Wow, non credevo che gli squali fossero così particolari!” esclama l’Ombrina, stupefatta. “E adesso che facciamo? Casa mia o casa tua?”

Il Merluzzo sa che è in dirittura d’arrivo, e non solo, ha posto la domanda persino la donna.

“Facciamo casa mia, così ti faccio vedere la mia collezione di conchiglie” dice lui, e insieme di dirigono verso l’abitazione.

“Sai, sono stata molto bene con te e…” esita un attimo, l’Ombrina.

“Sì, anche io” risponde lui. Avvicina la bocca. “Provo molti sentimenti per te”

l’Ombrina arrossisce e decide di dargli un bacio. Le bocche sono a un passo…

“EHI! EHI! Quanto affetto, mi sta venendo il diabete!” esclama Isda, avvicinando la sua spada laser verso la coppietta.

Storia random.

C’era una volta un fiume.

Questo fiume era protagonista di qualcosa che avrebbe sconvolto tutti per i mesi a venire.

Un furgone, infatti, era appena passato, e trasportava materassi. O almeno sembravano materassi, in realtà erano cuscini gonfiabili di gomma e dentro erano nascosti alcuni segreti segretissimi destinati all’Uomo Hamburger.

Questi abitava in una casa a forma di panino, con delle lattughe a crescere sui davanzali delle finestra e pomodori coltivati in giardino.

“Forza… quando arrivano?” si chiese l’Uomo Hamburger, cominciando a fumare e ad emanare un forte odore di carne alla griglia. Peraltro, l’Uomo Hamburger aveva messo persino il profumo di rosmarino quel giorno.

“Quando meno te lo aspetti” si azzardò a dire una delle lattughe. “Quindi sta’ calmo, prima o poi arriveranno tutti”

E infine, come se fosse profetica, il furgone parcheggiò davanti l’Uomo Hamburger.

“Salve, ho dei materassi che sembrano cuscini gonfiabili da consegnare. Una firma qui e qui”

L’Uomo Hamburger firmò e finalmente si lanciò sui cuscini, i quali scoppiarono tutti, uno dopo l’altro.

“Ma scusa” intervenne allora la lattuga polemica “Ma allora perché ti sei sbattuto tanto per avere i cuscini, se devi scoppiarli in questo mod… eh?”

Non aveva ancora finito di porre la domanda che dai cuscini venne fuori uno strano mostro, dalla pelle gommosa e quattro occhi.

“Benvenuto, Bjorzof, signore dei Panini Volanti ” disse l’Uomo Hamburger. “Vai e vendica tutti noi hamburger dalla tirannia della carne bianca!”

In effetti, da quanto era salita al potere la temibile Regina Bianca, gli Uomini Hamburger erano confinati tutti in villette squadrate con orticello e lattughe alla finestra, e nient’altro. Invece i petti di tacchino, di pollo e quant’altro giravano con le auto lussuose.

Bjorzof, che ancora non si era capito di che forma fosse fatto, volò al cospetto della Regina Bianca, la quale stava ridendo della carne rossa.

“Siete così rossi, e buffi! Ricordate che però noi bianchi siamo più facili da digerire!”

“Questo lo pensi tu, Regina Bianca!”

Una voce riempì il vuoto della sala del trono, il cui trono era fatto di ossa di pollo allo spiedo.

“Oh no, Bjorzof!” esclamò la regina, coprendosi col suo mantello di pelle di pollo.

Bjorzof sputò un sacco di fiamme perché la carne rossa piccante era buonissima e la Regina Bianca venne sconfitta.

è una storia banalissima e senza senso, Aven

Perché invece le altre sono da Oscar, vero?

Gli ascensori stufi e destinazioni varie.

“Non la senti anche tu?” chiede il cavo all’ascensore.

“Cosa?” chiede quest’ultimo.

“La NOIA! Sempre a salire su e giù, e su e giù, e tutto il giorno, e sempre al piano desiderato! Ho voglia di cambiare!”

L’ascensore osserva: “Be’, e che cosa vuoi fare per cambiare la situazione?”

“Sta’a vedere” dice il cavo, e insieme attendono il prossimo cliente, che per inciso sono un padre e una bambina, assieme al cane maledetto che abbaia sempre ai passanti.

“Sono la famiglia del sesto piano” commenta l’ascensore.

“Oggi non andranno al sesto piano…” pensa fra sé il cavo, e nonostante il padre abbia premuto il tasto numero 6, il cavo invece di salire su dal pianterreno va a destra, nel vuoto cosmico.

Sta di fatto che il vuoto cosmico si tratta più prosaicamente della Terra delle Frittelle Calde.

“Ehi ma è bellissimo qui!” commenta la bambina, assieme al cane pronto ad annusare ovunque.

“Sì ma non è casa nostra…” borbotta il padre, perplesso.

“Ti piace questo gioco? Adesso disturbiamo la signora del secondo piano!” esclama entusiasta il cavo.

La signora, carica di sacchetti per la spesa, attende con calma l’ascensore, che arriva con calma anche lui.

“È più lento del solito questo coso…” borbotta lei, poi, entrando con i suoi pacchi, preme il pulsante 2 con un dito.

L’ascensore ridacchia, incitato dal cavo, che gli suggerisce cosa dire.

“Che hai da ridere?”

“Non pretenderai che io salga solo al secondo piano, vero?”

“Beh, ma sono carica di pacchi!” protesta la signora.

“No, mi rifiuto” taglia corto il mezzo, e sale da solo fino al nono piano, l’ultimo disponibile del condominio.

Del condominio accanto a quello originale.

“Oh, ciao, Ascensore Vicino” saluta quello, indifferente all’invasione.

“Ciao a te” dice lui, tornando subito nella postazione originaria dopo aver lasciato la signora piena di pacchi in un condominio sbagliato.

“Visto com’è divertente?” chiede il cavo.

“Sì… chissà se questa moda non si diffonda in tutti i palazzi!”

Morale della favola: meglio vivere a piano terra.

 

Kaden e le Fontane di Luce/22

Capitolo 22

Taider era molto sicuro di vincere, Jakob non gli sembrava una grande minaccia.

Gli sarebbe bastato dare fondo a tutte le tecniche che conosceva, e avrebbe vinto.

Lo chiamavano il Cavaliere Corrotto, per via dei suoi trascorsi al servizio del sovrano. Poi si era ravveduto, e stava cominciando ad amare anche una popolana senza arte né parte.

Per questo non vedeva l’ora di riabbracciarla e farle vedere che non era un codardo, magari portandole anche la testa di Jakob, il terzogenito degli Hesenfield.

Tutto era pronto, Jakob nella sua armatura scintillante e Taider con la sua veste strappata in molti punti e mancante di una gamba.

Qualcosa tuttavia li bloccò. Era troppo importante prendere la prima mossa, perché avrebbe dato loro un immenso vantaggio.

Si spostarono lentamente come dei granchi pronti a combattere, senza smettere di fissarsi.

Nel frattempo, un leggero vento freddo lambiva la pelle.

Nessuno di loro due si conosceva, se si escludeva ovviamente la vista di sfuggita che avevano ottenuto quando Jakob era riuscito a trovare il Mangiacuore e portarlo con sé a Villa Hesenfield. Pertanto, sarebbe stata una novità assoluta, in cui uno o l’altro sarebbe perito sotto i colpi dell’avversario. Era più che mai fondamentale, dunque, mantenere il sangue freddo e dimostrare il più assoluto cinismo, perché era così che si vincevano le guerre. Non certo con i sentimenti, e non certo pretendendo che l’altro fosse disposto a cuor leggero ad abbandonare i propri compagni al loro destino e unirsi alla causa, malvagia o giusta che fosse.

Quindi, entrambi avevano intenzione di eliminare l’altro con un colpo solo, e sarebbe andata come avrebbe voluto il destino.

Jakob era sicuro di vincere, l’esperienza che aveva ottenuto sul campo di battaglia lo metteva al riparo da qualsiasi tensione.

Taider era sicuro di vincere, l’importante era prendersi la prima mossa, e così avrebbe fatto.

Improvvisamente, quando notò che Jakob aveva cominciato ad abbassare la guardia sbattendo le palpebre, si avventò contro l’armatura e provò a colpirlo con un potente calcio, subito bloccato dai riflessi del figlio di Abraham, che dunque  prese con entrambe le mani la gamba sinistra del Cavaliere Corrotto, facendogli perdere l’equilibrio.

Taider aveva dimenticato che si stava appoggiando con un pezzo di legno. Lo aveva conficcato grazie alla misericordia di Caleb, che lo aveva trovato durante il viaggio e lo aveva donato a Taider, quindi in quel momento si ritrovò in svantaggio.

La prima mossa era andata male, dunque dovette sorbirsi la risata divertita del nemico, il quale non riusciva a credere a tanta fortuna. Dopotutto, quello scontro non sarebbe durato a lungo.

Dopo quella risata acuta e penetrante, Jakob disse: “Sei menomato nei movimenti! Non ti conviene mettere lo scontro sulla fisicità! Sei un mago ma non usi la Magia? Allora dillo che vuoi perdere!”

Detto quello, Jakob sollevò il corpo del Cavaliere Corrotto come un fuscello e lo lanciò lungi da lui, come se stesse partecipando a una gara di lancio del disco, con un uomo al posto dello strumento.

Taider era stato uno stupido, e anche lui se ne rese conto, lo pensò quando sbatté la faccia sul suolo ruvido del Labirinto. Fra tutte le prime mosse che poteva scegliere, proprio un calcio?

Avrebbe potuto usare qualsiasi tecnica per metterlo alle strette, tuttavia la foga del momento lo aveva tradito, e dire che lui era famoso per il suo sangue freddo.

Ma il dolore alla gamba non  gli permetteva di ragionare, e in più il pensiero per Klose, Kaden e Mary gli occludevano anche l’altra parte del cervello, non permettendogli dunque di concentrarsi con lucidità.

E intanto Jakob gli si avvicinava, procedendo a passi lenti ma inesorabili, con la propria spada posta davanti la sua faccia, come se stesse salutando.

Taider non riusciva ad alzarsi, con una gamba sola e l’altra che non rispondeva a nessun comando era difficile farlo. Per quanto tentasse, risultava proprio un verme strisciante, lui che aveva assunto il comando dell’Armata pur non avendo mai esercitato.

Così decise che, a mali estremi, estremi rimedi, avrebbe combattuto da seduto. Avrebbe aumentato l’epicità della sua vittoria, siccome era sicuro di vincere.

Preparò dunque entrambe le mani per lanciare contro il proprio avversario una serie di palle di fuoco, tanto per vedere come se la cavava con i riflessi, e dovette ammettere che Jakob era davvero preparato.

Una, due, dieci: con la sua spada, deviava tutti i colpi, ma la lama inspiegabilmente non riusciva a prendere fuoco, nonostante la magia.

E rise di scherno, Jakob, giusto per irritare il proprio derelitto avversario. “Non riuscirai mai a dare fuoco a Inverno! L’ho fatta forgiare con una lega immune al fuoco, dunque non hai speranze!”

Il suo tono era gelido più del vento che stava cominciando a spirare sempre più forte. Il Vento della Morte.

Taider seppe che stava dicendo la verità, l’aveva visto lui stesso. E nel frattempo Jakob era sempre più vicino. Stava per entrare nell’orbita della spada. Ancora pochi passi e l’Hesenfield avrebbe potuto tagliargli la testa.

Quindi, gli ultimi secondi di vita. Della sua vita.

Era sicuro di vincere… adesso, quei pensieri lo facevano solo ridere. Non  era neanche in grado di rialzarsi senza sostegno! Adesso avrebbe potuto solo accettare la morte.

Jakob era arrivato, ma con suo stupore girò la spada e conficcò la lama verso terra, poggiando le mani sul manico.

“Sarebbe facile mozzarti la testa” dichiarò. “Eppure voglio darti un’ultima possibilità. So bene che con entrambe le gambe mi avresti dato filo da torcere, quindi desidero dirti che con una buona operazione riavrai la tua gamba, i tuoi amici usciranno da questo labirinto e potranno fare quello che vogliono. Quello che ti chiedo è accettare la mia causa. Diventerai Lord di qualsiasi territorio tu desideri, una vita felice e immense ricchezze. Rifiuta pure, ma morirai qui, solo e dimenticato da tutti. Mi sembra ovvio come risponderai, no?”

Taider considerò per la prima volta quella proposta. Certo, qualche minuto prima aveva rifiutato, ma d’altro canto chi voleva morire?

Poi gli tornò in mente il tentativo di bacio che aveva dato a Mary. Ecco perché non poteva tradire i propri amici: Jakob Hesenfield si era schierato apertamente contro di loro e quindi unirsi alla sua causa sarebbe bastato a quella ragazza per non guardarlo più in faccia, e nemmeno avrebbe potuto biasimarla.

Così, con la morte nel cuore, parlò come un uomo che accetta il proprio destino.

“No, Jakob. Uccidimi ora, se lo ritieni giusto. Meglio morto che non poter più guardare Mary”

A Jakob tuttavia dava fastidio uccidere un guerriero valoroso. Non era mai successo che uno dei suoi soldati gli avesse detto “no” quando proponeva qualcosa. Ma quelli erano i bei tempi in cui comandava assieme ad Isaiah e Caleb, adesso era solo e con una gamba tremolante.

Taider se ne accorse. “Ti trema la gamba sinistra. Ti hanno forse colpito?” lo chiese, e forse poteva approfittare per trarne vantaggio.

“No, lascia perdere. Non ti riguarda affatto” tagliò corto Jakob, anche lui con la morte nel cuore. Non era facile sapere che il proprio genitore faceva due pesi e due misure, meno che mai accettarlo. “Ti basta sapere che in questo scontro non solo tu sei menomato”

“Scontro che è finito, e tu sei morto!” esclamò Taider, che concentrando tutte le forze sui palmi delle mani unì i polsi e sparò una fortissima onda d’urto invisibile che colpì in pieno il terzogenito di Abraham, che quindi cadde lungi da lui.

“Sei un idiota a non finire i tuoi avversari!” Taider notò la spada conficcata sul terreno, così si rialzò aiutato da quella, e poi la estrasse.

“Le parti si sono invertite”

Non poteva crederci. Jakob aveva la vittoria in pugno, eppure non solo non era riuscito ad ucciderlo, ma Taider poteva volgere le sorti dello scontro a suo favore, con una spada nuova in mano.

“Di’ addio a questo mondo. Gli Hesenfield avranno una bocca in meno da sfamare”

Jakob capì che il suo avversario stava facendo sul serio, ma per fortuna riuscì a evitare il peggio, scansandosi all’ultimo momento e lasciando che la sua fidata arma fendesse la terra piuttosto che lui.

“Maledetto!” Taider colpì ancora e ancora, ma Jakob gli sfuggiva, e alla fine, scansando un altro fendente, Jakob riuscì a bloccare il braccio dell’avversario e, applicando una vecchia tecnica di combattimento, portò Taider sulle spalle e lo capovolse, portandolo invece davanti a sé, facendogli sbattere la schiena a terra, già martoriata dal fendente di poco prima.

Jakob ottenne anche il risultato di riottenere l’arma, e la puntò sul petto del nemico.

“Avrei avuto pietà di te, e l’ho dimostrato in due occasioni” disse, non riuscendo a nascondere il profondo rammarico. “Tu invece ti sei dimostrato un combattente senza pietà. Non dico che il mio comportamento sia stato sempre corretto, ma perlomeno il rispetto della vita umana non dovrebbe mai mancare… ah, già, comunque tu sei corrotto, no? Ad ogni modo, ecco la mia sentenza. Io, Jakob Hesenfield, terzogenito di lord Abraham, Re attendente della terra australe, coi miei poteri di Principe ti condanno a morte per aver disobbedito a un ordine dello stesso”

Alzò la propria arma al cielo. “Che Dio possa avere pietà delle nostre anime”

Taider alla fine si rese conto di non poter più fare appello alla fortuna.

Ciò che aveva seminato, avrebbe raccolto. Aveva avuto l’ultima possibilità di uccidere Jakob, ma non aveva avuto abbastanza sangue freddo e l’altro lo aveva giocato con una mossa di un’arte ormai perduta nei secoli.

La spada tranciò il capo di John Taider con un colpo secco, netto, come se non avesse aspettato altro dall’inizio; e la testa del Cavaliere Corrotto rotolò indifferente ai piedi del figlio di Abraham, che da quel momento in poi avrebbe avuto l’anima spezzata di un assassino.

“Bene, e anche questa è fatta” si disse Jakob Hesenfield. “Adesso vorrei seppellirlo, ma perché vietare carne fresca a tutte le creature che vivono qui, nella Porta di Servizio?”

Così tornò in Villa, proseguendo nel suo proposito mortifero. Neanche dieci secondi, e il corpo di John Taider, il Cavaliere Corrotto, divenne proprio preda dei Plexigos e dei Demoni, che banchettarono con gli organi interni, strappando ogni singola parte commestibile.

Aveva ucciso un uomo… indifeso, menomato ad una gamba, e non solo: lo aveva lasciato in pasto alle creature che popolavano quel luogo spettrale.

Sir John Taider… aveva molto sentito parlare di lui, e non lo aveva affrontato nel pieno delle sue forze. Ciononostante, lo aveva ucciso, invece di medicarlo comunque.

Dove poteva finire la dignità di un Cavaliere? Era giusto che quello scontro avvenisse pur sapendo in partenza di una sua vittoria? Era come affrontare un bambino, dopotutto, e quello era sbagliato.

Quindi non era giusto nemmeno affrontare chi aveva difficoltà a sostenere un combattimento vero, né tantomeno fargli fare quella fine.

Forse suo padre avrebbe approvato, ma la sua anima? Che cosa erano diventati gli Hesenfield? Una Casa cinica che non guardava in faccia niente pur di ottenere tutto oppure erano la voce del popolo affamato, e quindi in attesa di regnare com’era giusto che fosse?

Tante domande e nessuna certezza. Da quando Abraham gli aveva mostrato la pistola, Jakob non era più sicuro di poter essere sempre fedele alla sua famiglia. Non se questa gli imponeva di uccidere tutti senza alcuno scrupolo.

Ne avrebbe parlato con Caleb, sperando in una buona risposta da parte sua. E con quella speranza, aprì la porta d’uscita come aveva fatto Klose qualche minuto prima.

Ma, si disse, era giusto anche parlare e confidarsi con Caleb? Quello era accecato dalla devozione che aveva per il loro padre, era stato persino disposto a rinunciare al campo di battaglia e rimanere a casa piuttosto che seguire Isaiah nei territori dell’Ovest.

Escludendo Josafat, suoi fratelli erano Isaiah, Caleb e Isabel, e nessuno di loro due avrebbe potuto né voluto dargli una mano.

E parlarne con Isabel? Non la vedeva da quando aveva dieci anni, che ne sapeva di quello che succedeva in Villa?

Eppure, proprio per quel motivo era l’unica parente conosciuta alla quale poteva parlare. Già, proprio Isabel, l’oca per eccellenza.

Tanto valeva fare un giro per il Labirinto che farle capire qualcosa. Jakob sbuffò nel vederlo proprio sotto i suoi occhi, tramite le grandi vetrate della Villa.

Tramonto in solitudine.

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Eccomi mentre tramonto! Non sembro un uovo fritto? 

 

Non è poi così semplice tramontare. Voglio dire, a me piace, ma certe volte ci sono cose che preferisco non vedere.

Guardo malinconico le coppiette che a loro volta mi guardano inabissarmi nel mare, anche se in realtà sto fermo.

“Guarda, amore: il sole ci saluta, nascondendosi fra le onde fredde dell’oceano” dice l’uomo alla sua compagna, e lei annuisce, sospirando per il momento romantico. Io sospiro per altri motivi.

Diciamo piuttosto che sono stufo di sentire certe frasi diabetiche! E fra l’altro non è nemmeno un oceano, è il mar Tirreno.

Insomma, qui non si ha rispetto per il sole che tramonta! Oppure, guarda lì. Un pittore!

“Voglio dipingere questo sole arancione!”

Giallo, miseriaccia! Sono sempre stato giallo! Anzi, a dire il vero non ho nemmeno un colore, perché seriamente, il bianco è un colore?

Oppure, un altro esempio tipico è il corrispettivo del pittore, il fotografo.

“Bene, sposina, adesso fai una posa che sembra che stai prendendo il sole con le mani”

No, eh, anche questa no. Da domani, tramonto in solitudine!

“Non puoi tramontare in solitudine, perché dobbiamo darci il cinque ogni pomeriggio. Ricordi?”

Anche la Luna ci si mette.

“Pure tu ti ci metti? Non vedi che gli umani mi fanno i dispetti? Anche tu tramonti, ma te non ti vede nessuno perché si dorme a quell’ora, generalmente”

La Luna deve ammettere che ho ragione e sta zitta. Oh, no! Ma cosa fa quella mucca mentre sto tramontando?

“Proprio così, sta facendo i suoi bisogni” afferma la Luna.

“Ma… ma io… come farò adesso? Mi sveglierò durante la notte urlando, lo so! E anticiperò l’alba, per lo spavento che mi prenderò!”

Sono veramente nel panico. Vi immaginate il sole alle due di notte?

“No, quello preferiremmo evitare” dice la Luna. “A quel punto, preferisco che tu tramonti in solitudine”

Proprio come dicevo all’inizio.

 

 

Il posto dove volano le aquile.

We’ll never stop we all run
Far away, not alone
To the place where the eagles fly
On wings we’re riding high
Until the time will come
Anywhere, anyone
Where the rays of eternal life
Are shining to the sun

(Freedom Call – Journey into Wonderland)

La cavalcata di sir Jack aveva lasciato il posto a un leggero trotto.

Era giunto, egli, accompagnato da una piccola scorta, nel posto desiderato: davanti a sé, un’immensa vallata verde, bagnata dall’oro del sole al suo tramonto.

“È magnifico qui, mio signore” volle dire Barbaros, il suo scudiero, in preda all’emozione.

“Vero? È il posto in cui sono nato, e presto vedremo il Santo, che ci fornirà tutte le risposte”

Per quel motivo sir Jack si era mosso, aveva bisogno di risposte e le avrebbe ottenute. Ne aveva sentito parlare tantissimo, da ragazzo, e per lui era una figura mistica, leggendaria.

Anche se, guardando e vivendo il paesaggio che si estendeva ai suoi occhi, stava pensando che anche solo quel posto fosse santo di suo.

Tutto sembrava disegnato da un mirabile artista, ogni cosa sembrava essere naturalmente al suo posto e al gruppo pareva proprio essere catapultati in un sogno, in una terra così lontana dagli orrori della guerra, delle trame politiche, delle prevaricazioni e delle ingiustizie.

La valle presentava al centro un fiume che scorreva placido verso sud, dove si trovava il mare.

“In questo fiume sgorga non solo l’acqua, ma tantissimi miei ricordi legati all’infanzia” spiegò sir Jack. “Quante cose sono capitate qui”

Il fiume lambiva un piccolo bosco, che il cavaliere sapeva essere abitato da una tribù selvaggia ma pacifica.

“Chissà che fine ha fatto Jonathan…” pensò fra sé Jack, riferendosi al vecchio capo tribù che non vedeva da anni.

Mentre la spedizione procedeva, il paesaggio cambiava con loro: dal bosco e il fiume, il paesaggio lasciava il posto a un piccolo villaggio, annunciato da alcune fattorie poste appena fuori.

“Non siamo diretti al villaggio” annunciò il cavaliere al suo gruppo “ma fra le montagne”

Queste non erano poste lontano dal villaggio, il quale seppur visto da fuori rimaneva molto invitante e colorato, dati i suoni allegri e i profumi che giungevano a loro, ma il paesaggio che offrivano era unico al mondo: era possibile attraversarle attraverso alcune gole che conducevano sempre più in alto ma richiedevano di smontare da cavallo, e nel frattempo al di sopra delle teste dei visitatori volavano le aquile.

Che spettacolo erano! Veleggiavano libere nell’aria, avanti e indietro, come se stessero veramente facendo la guardia a quel paesaggio incantato.

“Ecco, è qui che abita il Santo, colui che conosce tutte le risposte”

“Mio signore, guardate!”

Sir Jack si voltò e mirò il paesaggio della sua infanzia dall’altro. Il villaggio al centro, il bosco sulla sinistra, tutto contornato dal fiume placido che scorreva sempre ed eternamente, mentre la verde vallata si spegneva verso il sole ormai morente.

Mentre osservavano tutti, la brezza della sera esordiva accarezzando loro la faccia, portando con sé un certo odore fresco.

Era quella, la landa dove volavano le aquile, un’isola felice completamente estranea alle loro realtà quotidiane.

Ed ecco che un pensiero gli si fece strada: era poi necessario andare dal Santo a chiedere… che cosa doveva chiedere poi? Quel posto non aveva forse tutte le risposte?

E sir Jack capì. Capì che forse non c’è un posto come casa propria, quando non si ha un altro posto dove andare.

Il mago delle lumache

C’era una volta un mago, che giocava a tennis nel tempo libero.

Stava di fatto che un giorno, mentre giocava, la pallina che colpì di dritto cadde su una lumaca di passaggio.

“Game. Set. Match!” disse qualcuno.

“Mi hai fatto male” commentò la lumaca, tutta spaccata.

“Scusami” disse il mago. “Come posso farmi perdonare?”

“Aggiustami. Sei un mago, no?”

Il mago estrasse la sua bacchetta e riparò la lumaca, sperando bastasse.

///

C’era una volta un mago, che giocava a tennis nel tempo libero.

A un certo punto, si rese conto di avere appena perso sei game a quattro nell’amichevole con un amico suo.

“Porca miseria!” esclamò furibondo, lanciando la racchetta a terra.

“Ehi! Di nuovo? Mi hai fatto alquanto male!” esclamò furibonda la lumaca, tutta spaccata.

“Ehm… scusa, ma sei un po’ sfortunata, devo dire”

“Sto cominciando a pensarlo anche io” commentò la lumaca. “È pazzesco che su due giorni, due volte mi colpisci. Adesso mi aggiusti, eh!”

Detto fatto, il mago pronunciò lo stesso incantesimo che aveva usato la partita precedente e tutto tornò a posto.

///

C’era una volta un mago, il quale adorava il tennis e stava appunto giocando una terza partita, per completare la serie che poteva fare in una settimana.

Prima di battere per commettere il fallo “di scarico” che si compie sempre prima di cominciare a giocare, il mago decise di far rimbalzare la pallina, ma al primo impatto questa non fece “pong” come al solito, ma “splatch”.

Il mago ebbe una vaga sensazione di quello che era appena successo.

“EHI MA ALLORA CE L’HAI CON ME!”

Appunto.

“Scusa, Luma” disse il mago. “Non posso farci niente, a me piace il tennis e…”

“EBBENE IO LO ODIO! ADESSO NON SOLO DEVI RIPARARMI, MA ANCHE OFFRIRMI UNA LATTUGA PER FARTI PERDONARE!”

Il Mago la esaudì e si fece perdonare.

///

C’era una volta un mago, e la lumaca si aggirava ancora lì per il campo…

Va beh, la storia ormai l’avete capita, no?

Perché si costruiscono i castelli di sabbia?

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Come tutti sapete, dovrebbe essere estate in questo momento. E cosa si fa in estate?

“Ci si lamenta del caldo”

Si va al mare.

Una volta al mare, è d’uopo portare un secchiello, una paletta e costruire il proprio castello di sabbia, che sarà il tutorial di domani.

Oggi invece spiegheremo perché si costruiscono.Tutti sappiamo che perlopiù i castelli vengono costruirti dai ragazzini, e chi poi diventa adulto ne fa uno sport o una professione. Ho visto “castelli” diventare sirene di sabbia, autoveicoli di sabbia, ventilatori di sabbia e anche sabbia di sabbia.

Quindi, perché?

Ti baciava le labbra e un pugno di sabbia negli occhi miei.

La sabbia ricorre spesso anche nelle canzoni, sì, ma non è questo il motivo. Altrimenti poi passa il messaggio che si costruiscono castelli di sabbia altrimenti l’alternativa è quelli di buttarli in mezzo agli occhi delle persone.

Quindi, perché i castelli di sabbia?

“Più che altro di solito sono solo le torri”

In effetti è vero. Ma a che pro sbattersi se poi a fine giornata devi distruggerlo o comunque la marea te lo porta via? Che sia davvero per il motivo che ci porterebbe a usare la sabbia in altri modi?

Noi, secondo me è per l’atavica convinzione dell’uomo di vivere nel medioevo, quindi si ha bisogno dei castelli, anche solo per rinchiuderci dentro tutti gli insettini che si trovano sulla spiaggia, o, per i più fortunati, persino un granchio.

Immaginate il solito cavaliere sventurato che, in groppa al suo ronzino, deve salvare la principessa rinchiusa in una torre.

E che faccia farebbe se al posto della principessa trovasse… UN GRANCHIO?

Sarebbe lo scherzo del secolo, no? E non solo, il cavaliere poi ci verrebbe a cercare a casa per tagliuzzarci!

Pertanto, è incredibile pensare che non esistano alternative all’uso della sabbia.

“La sabbia se non viene costruita per i castelli poi va a infilarsi nei tartufi di mare, e poi tocca pulirli tutti con lo spazzolino”

E questo direi che chiude il discorso. Non è una cosa che auguro, pulire i tartufi di mare con lo spazzolino.