Storia random/2

“Beh, sai, ieri è venuta a trovarmi la MORTE”

le parole di Fredalfonso atterriscono tutta la combriccola di amici.

“Ma… non hai avuto paura?” chiede Maragianna, la quale ha paura pure della sua ombra, quindi non è che faccia testo.

“Beh, se per paura intendi quella volta che hai lanciato un grido degno di un soprano nel vedere una forma nera che poi si è rivelata essere la tua ombra prodotta da un lumino… no, non ho avuto paura. Ma sono rimasto sorpreso, quello sì”

“E allora che cosa hai fatto?” chiede Astolfo.

“Ho fatto l’unica cosa possibile per questi momenti”

Segue un momento di pausa colma d’ansia.

Un altro momento.

E un altro ancora.

Se ho detto un momento, un momento dev’essere, no?

Va bene, proseguo con la storia.

“Allora, quale deve essere l’unica cosa possibile per questi momenti?”

“Offrirle una lista di tizi papabili per una morte prematura!” esclama Fredalfonso, sperando di apparire simpatico, ma i suoi amici sono ancor concentrati sul suo incontro.

“E lei? Cos’ha risposto?” chiede Marcantonio che di cognome fa Cleopatra. Dovevo dirla per forza, non me ne frega niente

“Mi ha detto Ciao, sono la triste mietitrice

Tutti rispondono stupiti. Cos’altro c’è da aspettarsi dalla Morte?

“Sicuramente tu le hai supplicato di risparmiarti, vero? E poi avete cominciato una sanguinosa partita a scacchi risolta come fece Karpov contro Kasparov!”

Nessuno però ha colto la citazione di Maragianna.

Fredalfonso quindi prosegue in un racconto pieno di suspence: “Io le ho risposto Beh, se sei triste perché non guardi un programma comico? Allora lei si è messa la mano in faccia e ha risposto Forse non hai capito l’entità della situazione. Tu adesso vieni con me che devo portarti al triste giudizio. Io ho scosso la testa, sicuramente stava scherzando, infatti le ho detto No, ma guarda che Forum è appena finito in televisione! La morte allora si è adirata non poco e ha fatto cadere un fulmine. Basta! Ha detto. Devi passare a miglior vita adesso, e non puoi svicolare dicendo cose insensate!

Tutti gli amici stanno sudando freddo, in attesa della conclusione.

“E come mai sei rimasto in vita?” chiede Antonmarco.

“Beh” risponde Fredalfonso. “Le ho detto Puoi anche portarmi a miglior vita, ma… ANHCE IO SONO LA MORTE! MUHAHAHAHAH!”

Fredalfonso si toglie la maschera di gomma che ha in faccia rivelando un teschio ed estrae una falce dall’interno del cappotto.

Cosa farà adesso la nuova Morte?

Le avventure di Isda/35

spescespada03

Isda canta

Isda non è una gran chiacchierona, di solito preferisce la fisicità e lo scontro a un dialogo diplomatico. Tuttavia, capitano certe giornate in cui è particolarmente allegra e allora le viene voglia di cantare.

Lasciatemi cantare, con la spada laser in mano… lasciatemi cantare, sono un pesce spada” così canticchia quest’oggi, in mezzo a tanti altri pesci.

“Isda! Ma hai una voce bellissima!” esclama estasiata una Murena.

“Isda! Ma hai incantato persino le barche!” aggiunge un Nasello.

“Adesso ti sarà ancora più difficile respingere gli ammiratori” commenta un po’ cattivello il Pesce Porco, che pensa solo a quello. “Quindi verranno verso di te e… e io non voglio essere responsabile di quello che succederà”

“Sì va bene, d’accordo” taglia corto Isda “ma nessuno che mi dice dove posso frequentare un corso di canto qui, nei fondali marini”

“Qualcuno ha detto TONNO?”

Il Tonno spunta dal nulla, pieno di entusiasmo e un sacco di volantini.

“C’è un corso tenuto dal pomodoro di mare, un trimestrale sostenuto dal Riccio femmina, poi un altro con i grandi maestri Cernia e Donzella, e poi…”

Isda capisce che forse dovrebbe tenere lezioni da autodidatta e se ne va per la sua strada. Il Tonno è veramente insopportabile.

“Pssst! Isda!”

La voce squillante del Pesce Trombetta attira l’attenzione del pesce spada.

“Sì, dimmi” chiede cortesemente. Fino a quel momento, i Pesci Trombetta non l’hanno mai disturbata e non c’è motivo di attaccarli.

“Ti va di fare un duetto io e te? Io suono una sinfonia jazz e tu mi accompagni con la voce. Ci stai?”

Isda si ringalluzzisce e in quattro e quattr’otto mettono su un duetto niente male, che riesce anche ad attirare un banco di sardine, con somma gioia di Isda, che così le può spaventare con la spada laser, ed eventualmente mangiarle, per poi offrirle al nuovo amico con cui ha passato un bel pomeriggio a cantare.

L’autobus/1

Non pensi mai a certe cose, eppure succedono, ed è in quelle occasioni che poi rimani basito dalla varietà della vita.

Ma sì, quando la pazzia si impadronisce della realtà non hai scampo. Puoi fare tutto, anche metterti a cantare in mezzo alla strada, ma non hai comunque scampo.

È proprio quello che è successo a me e a mia sorella quella mattina.

Si dava il caso che, come tutte le altre mattine, avevo preso il bus con la sorella di cui sopra, quindi non stupitevi se le avevo chiesto appena prima di salire “Prendi il biglietto e timbralo, orsù”, mentre io non avevo bisogno di farlo, poiché avevo l’abbonamento.

Notai sin da subito che c’era gente alquanto singolare e che poi avrei avuto modo di conoscerne meglio la pazzia, a parte mia sorella che ascolta musica: un signore distinto che non avevo mai visto prima, la signora con i sacchi della spesa che prende sempre il bus per fare la spesa (appunto) e che già era piazzata accanto il posto dell’autista per eventualmente tempestarlo di domande non appena arrivava, e un vucumprà, che con aria annoiata cercava di tenersi sveglio, mentre i fazzolettini Tempo che aveva in mano ciondolavano indolenti fra le sue braccia.

Io lasciai perdere e mi misi le cuffiette per ascoltare la musica, e vedere la gente che va e la gente che viene prima che effettivamente arrivi l’autista mi piacque molto.

In effetti ero già alla quarta canzone e ancora l’autista non si faceva vivo, al che la signora della spesa accennata prima chiese al distinto signore “Scusi, ma sa a che ora parte?”

Il distinto signore rispose “Non lo so signora, comunque questi autobus fanno sempre come vogliono” riferendosi proprio agli autobus, probabilmente, e non agli autisti.

“Come ha ragione!” esclamò la signora; e giù una tiritera trita e ritrita sul malfunzionamento del trasporto pubblico cittadino, ma non sanno che in verità l’autista è impegnato in altre faccende anche più importanti, come ad esempio decidere se salire con o senza giacca.

Avrei voluto dire “Salvano la gente da improvvisi incendi”, ma a quanto pare non lo fanno.

In ogni caso, nella discussione vidi molto feeling fra loro, e mi piacque pensare che avrebbe potuto nascere qualcosa, nella coppia sotto il segno del bus.

Nel senso che una volta scesi non si sarebbero più parlati, per poi ritornare a frequentarsi qualora si fossero incontrati nuovamente sul bus.

L’autista finalmente salì nella sua cabina fuori dal mondo, e non capii da che parte fosse spuntato, preso come ero dal mio peregrinare nella mia mente. Mi ero anche perso.

Si direbbe che fosse tutto pronto per la partenza, e invece no: apparve una luce verde, segno che gli alieni ci avevano appena rapito, come sempre avevo desiderato. Improvvisamente, così come lo sto raccontando.

L’autobus era arrivato all’interno di quello che possiamo definire disco volante.

Un essere verde acqua senza naso, con quattro occhi e una cresta sul cranio che andava su e giù come se stesse respirando, aprì una delle sue tre bocche (una seconda ce l’aveva nel torace e una terza sul ginocchio destro, non chiedetemi perché) salì sul mezzo e disse “Ma beeene! Vedo che questi umani hanno avuto l’ardire di superare la nostra Trappola, eeeeeh?”

La signora della spesa gli rispose “Ma quale trappola! Stavamo tornando a casa!”

 

Che suspence! Come finirà?

Eh, insomma…

“Ciao, maschera” disse la bottiglia di vetro blu alla maschera.

Quest’ultima ricambiò il saluto. “Eh, sai”

“Cosa so?”

“Non è semplice essere una maschera colorata, al giorno d’oggi. Tutti sono sempre bianco o nero, invece io sono così colorata che a qualcuno potrebbe venire una crisi epilettica”

“Addirittura!”

“Sì… e tu che mi racconti, bottiglia di vetro blu?” chiese la maschera, senza occhi in quanto sono stati sostituiti da due buchi per gli occhi degli uomini.

La bottiglia rispose: “Ho un nome scomodo. Perché non mi chiami Bottiglia e basta?”

“Ok, Botty” rispose la maschera, prendendosi un po’ troppa confidenza.

“Io, in quanto bottiglia di vetro blu, so bene cosa provi. Pensa che se a te ad ogni modo va bene perché vieni posizionata sul naso, ma a me va male perché ogni giorno devo sopportare la gente che non sa che esistono i bicchieri e mi tracanna dal mio bellissimo boccale!”

“Come mai hai un bellissimo boccale?” chiese la maschera.

“Mi hanno fatta in questa maniera! Ma tu che hai da lamentarti? La gente vedendoti si rallegra, sei colorata!”

“No che non si rallegra!” esclama la maschera. “Io in realtà nascondo un animo sensibile, premuroso e contorto che non so nemmeno io come mi sento in questo momento!”

“E allora dovresti farti curare!” esclama la bottiglia, adirata.

“Ma tu sei sicura che le bottiglie parlino?” contrattacca la maschera colorata, nera d’umore.

“No” risponde la bottiglia, pensandoci su.

“E allora non faresti meglio a stare zitta?” chiede la maschera.

“No, perché di sicuro le maschere non parlano, a meno che non siano indossate quando è il momento di indossarle!” risponde la bottiglia.

La sua interlocutrice risponde indignata. “Ma se ho anche l’elastico che mi affissa alla testa che si è rotto! Come faccio a vivere?”

“E io come faccio a vivere, che per giunta sono anche senza etichetta? Mi sento così ignuda!”

In effetti la bottiglia era senza etichetta e si vedeva tutto il suo interno, senza pudore.

“Sarà, ma anche se sei ignuda non mi attiri” osservò la maschera.

“Certo, sei solo una maschera” risponde piccata la bottiglia.

“Eh, insomma”

“Eh, insomma”

Conclusero.

Il Solstizio d’Inverno!

Oggi arriva l’inverno, o ieri, o domani. Comunque in questi giorni.

Le foglie croccanti smettono di essere e piuttosto comincia a nevicare, nei bei posti in cui nevica. D’altra parte qui ha nevicato solo il 31 dicembre 2014, e quello sì che è stato un bel giorno.

Scusate, forse non mi sono ancora presentato. Sono il Solstizio, in vacanza a Palermo. Direte, ma ci sono un sacco di luoghi da visitare, perché proprio una città sciatta e approssimativa come Palermo?

Risponderò che mi andava, okay? È un luogo in cui mi ritrovo, forse per il fatto che proprio il primo giorno d’Inverno qui non è affatto inverno e anzi è molto più facile che ci sia scirocco.

Comunque, voglio lamentarmi degli Equinozi.

State a vedere: la parola EQUINOZI può essere scomposta. Verrà fuori la seguente frase:

E QUI NO ZI

Il che, aggiungendo una lettera, verrebbe fuori “E qui, no zii”. Durante gli Equinozi, non sono ammessi gli zii.

Perché mai, dico io? Il 21 marzo compie l’onomastico mio zio Benedetto, ma non gli ho mai potuto fare gli auguri mentre il 22 Settembre compiono gli anni Frodo Baggins e il cugino Bilbo, e indovinate un po’? Se ne sono andati per le Terre Benedette!

È evidente che qualcosa non va in loro. Che brutta gente! E non gli piace nemmeno quel soggetto che si fa chiamare “zio”… davvero, lasciamo perdere.

“Scusa, Solstizio, allora tu?” mi chiede l’autore di questo articolo.

“Io cosa?”

Proviamo a scomporre la parola SOLSTIZIO. Viene fuori SOL S TIZIO, il che vuol dire che vuoi che tutti i tizi rimangano soli.

“Hm, hai ragione. A volte un uomo è solo perché ha strani tarli, d’altra parte, no?”

“Di che tarli parli?”

“Il Tarlo Mutante che sta cercando di impadronirsi dell’inverno, no? Come credi che arrivino tutti quei bacilli influenzali, altrimenti?”

“Hm, hai sempre una risposta per tutto. Allora facciamo una cosa: tu sconfiggerai il tarlo Mutant e io metterò una buona parola agli Equinozi per ammettere gli zii in quei due giorni”

Affare fatto!

 

Le dita e i nodi ribelli.

C’era una volta…

O meglio, c’è sempre, ogni qualvolta si presenta, ed è uno strazio terribile. Sta di fatto che quando egli cammina, è solito ascoltare la musica, quando non c’è nessuno con cui parlare. Esiste solo lui e il suo lettore mp3, col quale ha un rapporto di amore/odio: è uso a scaricarsi facilmente, ma ha una lista canzoni eccezionale.

Qualche volte, però, il lettore si ribella. È gusto e tipico: quando si ha voglia di indipendenza, anche i lettori vogliono combattere per questi diritti. Il diritto a premere tasti senza che nessuno li tocchi, ad esempio.

Oppure a scaricarsi. Così, improvvisamente.

“Bene, si è scaricato il lettore!” esclama quindi il passante di professione. “Proprio adesso che stava mandando la mia canzone preferita! Che miserabile!”

“Uhuhuhuhu, quanto mi piace far irritare il padrone…”

Sì, i lettori mp3 sono malvagi, marci dentro. E non si sa nemmeno quale sia il motivo.

“Beh, pazienza”

“Ma come? Tutti qui gli improperi?”

Quando uno la prende con filosofia, i lettori rimangono poi sconvolti.

“Vorrà dire che adesso avvolgerò le cuffie attorno a questo e chi s’è visto, s’è visto”

Al che, il lettore musicale sogghigna. Ha un altro piano per far impazzire il suo proprietario…

///

“Bene, ho voglia di musica! E cosa c’è di meglio del mio caro vecchio lettore?”

“Nulla, te lo dico io” risponde il lettore, che non vede l’ora di uscire dalla tasca, che sempre ricolma di fazzoletti, cartacce, scontrini, coccodrilli eccetera non è un posto molto ospitale.

Ecco quindi che viene il momento, per le dita, di lavorare. Ma vediamo perché.

“Ohibò! Il cavo delle cuffie si è attorcigliato tutto!”

“SIIIII LO SO!” Esclama il lettore, emanando una luce rosse sfregandosi le cuffiette, che sono le sue mani.

Al che, l’indice indossa gli occhiali da sole. “Questo è un lavoro per noi, vero Bob?”

“Esatto, Michael!” risponde il dito medio, indossando invece un cappello.

“Non ci avrete mai! Ci attorciglieremo ancora!” esclamano i ribelli, ma ormai la battaglia è cominciata.

Bob e Michael, aiutati dai Bob e Michael dell’altra mano, cominciando a sezionare i nodi più intricati e particolarmente ribelli. Hanno addirittura un pugnale fra i denti.

“Yaaaa! Non molleremo ma!” urlano in coro i molteplici nodi, inoltre alcuni si riaggiustano, tanto per aumentare il livello di difficoltà; altri ancora lanciano frecce, altri ancora shuriken appuntiti.

“Bob Destra! Proviamo un’azione combinata!” esclama Bob sinistra, il quale al posto degli occhiali da sole si è tinto gli zigomi di nero. Il Michael sinistra invece indossa un’armatura medievale.

“Ok!” così i due indici si uniscono e attaccano i nodi, colpendoli con i loro cannoni. Se si apre l’unghia, Infatti, fuoriescono cannoni e raggi congelanti. In questo modo, i noti vengono sconfitti, per quanto irriducibili.

Infine, la pazienza è la virtù dei forti.

La fortuna sorride agli audaci.

Rosso di sera bel tempo si spera.

La classe non è acqua.

L’importante è partecipare.

Insomma, le cuffie hanno la peggio sui nodi e il proprietario del lettore è ancora padrone di quest’ultimo.

Geometria: il prisma.

download

Dai, che lo avete pensato tutti. È l’arcobaleno quello a destra, esatto.

C’erano una volta il bianco e il nero.

L’uno, il Bianco, era in piedi su un promontori, intento a fissare il mare in tempesta, mentre nuvole grigie si accumulano sopra di lui, portando con sé un forte vento che gli lambiva la faccia, scostandogli i lunghi capelli bianchi.

L’altro, il Nero, si trovava di fronte a lui, dando le spalle allo stesso promontorio, mentre il vento gli lambiva la schiena, coperta da una canotta nera come la morte che si trovava dentro di lui.

Entrambi si odiavano, di un odio che affondava le sue radici all’alba dei tempi, quando ancora i galli dovevano decidere se far nascere prima loro o prima le uova. Era successo che il Nero aveva detto “No, noi al parco a vedere i leoni non ci andiamo” e da allora è partita una faida che toccò tutti gli argomenti possibili, dal finale di Lost fino al finale col pianoforte della canzone “Honor of the Brave” degli Hammerfall.

Bene contro male, Walter White contro Gus Fring, Dexter contro Trinity, Goku contro Vegeta, Juventus contro Inter… insomma, quella sera, al promontorio, si sarebbe deciso il destino di tutto.

Poi a un certo punto, al suono di un tuono, il bianco tese la mano al nero ed entrambi diedero vita ai colori.

Fu un’esplosione mai vista prima, dato che l’universo non aveva altri colori che loro, così forte che ancora oggi molte persone soni miopi o presbiopi.

Il giallo, il blu, il verde, l’arancione, il Magalli… tutti i colori possibili, sedici milioni di colori e forse anche di più, tutti pronti per colorare questo triste mondo, che altrimenti sarebbe collassato in un pareggio fra bianco e nero.

Da allora questi due estremi stanno separati da tutto questo, lo spettro infinito di colori, e mai più si vedranno, a meno che il prisma non decida di eliminare i colori un’altra volta.

“Ma il Prisma non era solo una figura geometrica solida di cui dovevi parlare?”

No, è molto di più. E adesso, guardiamo tutti assieme l’immagine di copertina che ho scelto.

Quando un palazzo crolla.

Immagine

Ci sono condomini strani, chiamati Ecomostri. Ebbene quello raffigurato è uno da abbattere.

A quanto pare oggi mi abbattono. Ma allora perché costruirmi?

“Be’, non si può cambiare idea nella vita?” mi dice il Tritolo, che si sta piazzando sotto di me.

“No che non si può!” esclamo scandalizzato. “Voglio dire, un palazzo è fermo, granitico, statico nelle sue idee… come si può cambiare idea nemmeno fossero mutande?”

“Ah, sì? E quali sarebbero le mutande di un palazzo?”

“Ma le SCALE, ovvio!” rispondo io. Pensateci un attimo: nessuno prende mai le scale, per pudore della mia intimità, no?

“Mh, capisco”risponde il tritolo. “Ma dopo che sarò esploso, tu non sarai più. Come ti senti?”

“Be’, mi consola perlomeno il fatto che nemmeno tu sarai più” rispondo. “Ma, in pratica, in cosa consiste questa esplosione?”

Sono un po’ preoccupato in effetti.

Il Tritolo risponde: “Niente, è solo un gran polverone. Tu poi cadi a terra e di te rimarranno solo le macerie, quindi tutto quello che è successo dentro di te sarà dimenticato”

Dopo questa frase mi partono in automatico tanti ricordi bellissimi: gli omicidi di questo palazzo, tutti i polli arrosto mangiati, i furti di noccioline, la trasformazione in un aeroplano, l’abitazione delle vespe al quinto piano e l’invasione dell’immondizia di fronte l’ingresso, quando il signore del settimo piano ce l’aveva con quello del pianterrenoe  allora gli ha lanciato addosso per giorni tanti sacchi di immondizia.

Insomma un sacco di ricordi che, dopo l’esplosione, non saranno più.

“Insomma sono un tipo esplosivo” afferma il Tritolo. “Quando ci sono io, è tutto un parapiglia. Macerie di qua, vetri di là, e cose che esplodono e boom ovunque. E per giunta oggi ho il raffreddore, il che significa che farò un’esplosione particolarmente fort… e… ETCì!”

Boom.

Il palazzo scompare.

E anche questo articolo.

 

La fotocopiatrice che soffre.

Immagine

Io sono una fotocopiatrice. Per lavoro, “fotocopio” e vi assicuro che quella delle chiappe è una bufala.

Nonostante questo, il carico di lavoro da svolgere rimane sempre molto elevato. Fotocopie di fogli di giornale, viaggi, auto, libri e case.

Uno dopo l’altro, creo gemelli di quelli che mi capita. Ad esempio, la guida su come costruire un cacciavite, e io la copio.

“Ehi! Siamo identici!” dicono all’unisono e mi sento soddisfatta.

Passi una volta, passi dieci, ma poi a fine giornata viene il mal di testa, a vedere sempre lo stesso laser passare e tornare, passare  tornare.

Passare.

E tornare.

Non solo, lui ci ricama, su questa situazione, dicendomi “Ehi, Foty!” e passa via. Poi torna e ripete “Ehi Foty!” e così via.

Tutto il giorno. Ecco perché si è sviluppato un certo amore/odio verso le fotocopie. Voglio dire, a cosa servono, poi?

Prendiamo il caso che si debba fotocopiare un’intera risma di quiz, piena di domande tutte uguali, come ad esempio “Dove appendiamo il lampadario a casa mia?” o anche “Hai la certezza che ti piacciano le mele?” in un concorso per netturbini.

Una dopo l’altra, nelle condizioni che ho già detto, fotocopio tutte queste domande.

“Ancora un’altra, Foty”

“Solo un istante, Foty”

“Ehi Foty?”

AAAH BASTA! MA QUANDO FINISCE IL TURNO DI LAVORO?

“Be’, non è ancora finito” mi risponde l’orologio, il quale, avendomi sentito, lo fa apposta a rallentare. Ne sono sicura. Faccio una prova: adesso sono le 17,54 e il mio turno finisce alle 18, quindi ci sono sei minuti di differenza.

Faccio un po’ di fotocopie, cercando di sopportare il laser molesto.

“Uhm, ne ho fatte centodieci, il che vuol dire che ci ho messo minimo un quarto d’ora… vediamo?”

Le 17, 55. Wow!

Un minuto solo! Allora lo fai apposta! E ti ho visto che sghignazzi!

“Su, su, si faceva per ridere… toh, adesso velocizzo!”

Le 17,56.

“Ci sono altre trecento fotocopie da fare entro oggi, quindi mi toccherà fare un po’ di straordinario” dice l’umano.

COSA?

Babbo Natale e l’acqua.

Qual è il desiderio di Babbo Natale? È questa la domanda base della vita, da cui provengono poi tutte le altre. Poi, c’è la seconda: e anche se avesse un desiderio, a chi chiederebbe?

Ebbene, lasciatemi dire che sono tutte baggianate. Quando io, Babbo Natale, ho bisogno di qualcosa me la creo. E per inciso, mi serve una bottiglia d’acqua.

Cosa si usa per l’acqua? Due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. Bene quindi, ho l’ossigeno e un atomo di… un momento, UNO SOLO?

Dov’è finito l’altro?

Mi metto a cercarlo in cucina, sul lavello, sotto il lavello, accanto al lavello, in frigo, nel freezer (fa strano che Babbo natale abbia un freezer quando abita in un freezer?), sotto il mobiletto, in libreria, sul tavolo, sotto il tavolo.

“Atominoooo! Dove ti sei cacciato?”

Cerco anche fra le pagine dei libri, tutti a tema natalizio. Che vi aspettavate da me? Eh?

Cerco nel termosifone, magari è finito lì. Oppure nel balcone, nonostante il freddo polare. Cerco nella televisione,. fra le fessure del divano, fra le piante grasse, sotto le piante grasse, intervisto un vermiciattolo e mi dice “Qui non c’è, trovati la tua di pianta!”

Mi aveva scambiato sul serio per un suo simile?

Cerco sul letto, sotto il letto, nel cuscino e infine chiedo a Rudolph.

“Hai visto mica un atomo di idrogeno?”

“Be'” risponde Rudolph, la renna che parla per monosillabi. “Sì”

“E allora dove l’hai vista?”

“Boh”

“ALLORA NON L’HAI VISTA!”

“No”

“Ma prima hai detto sì”

“Sì”

Perdo la pazienza e continuo a cercare. Poi mi viene in mentre: essendo un atomo non può essere visibile ad occhio nudo, vero? Quindi, vedo di recapitare un microscopio e…

Ma sono tantissimi! Un sacco di atomi di Idrogeno svolazzano qua e là, alcuni sparando laser, altri lanciando equazioni.

Le equazioni si tirano, non vanno risolte. Ecco che finalmente ho la mia acqua, due atomi di idrogeno e uno di ossigeno.

“Ehi, Babbo! È distillata, non è l’acqua naturale! Non è potabile!”

Ah. Be’. Chi se ne frega, tanto non esisto… o no?