Pierozza e i social media.

Pierozza era stata investita.

Cioè.

Non c’entrava nulla l’automobile, in realtà aveva ricevuto un investitura, che riguardava i suoi particolari poteri.

Il potere di Pierozza era quello di entrare nei social media e di interagire con loro. Stette di fatto che Pierozza usò questo potere per un giorno soltanto, poi non ne parlò mai più con nessuno, nemmeno col suo patrigno, e a lui diceva tutto, visto che era diventato sordocieco.

Per prima cosa entrò su Facebook, trovandolo chiuso. C’era un’enorme porta blu a doppia anta.

“Per prima cosa devi digitare il nome utente e la password” disse la porta. ” È gratis e lo sarà sempre”

“È quel sempre che ti frega” commentò Pierozza, digitando il suo nome utente e la sua password, che qui non divulgo per rispetto della privacy.

Una volta entrata, Pierozza vide Like che camminavano a trenino, link condivisi che si moltiplicavano, commenti pieni di parole che sfrecciavano in ogni dove e soprattutto lo SPAM che stava cominciando ad arrampicarsi su di lei, finendo ben presto per ritrovarsi piena di messaggi sponsorizzati e pubblicitari.

Soprattutto, colorata di un blu orribile. E Pierozza odiava il blu.

“Ma… si può sapere tutta questa confusione?” chiede lei, snervata.

“Tu chi sei? Chi ti ha fatto entrare senza ritegno?” chiese un Commento.

“A quanto pare è una super eroina!” esclamò divertita la reazione Ahah.

“Oh! Ma tu ridi sempre?” chiese la reazione Sigh. “No, perché io piango e… AAAAA”

Detto quello scappò via chissà dove a piangere le sue lacrime.

Pierozza non sapeva bene dove recarsi: ogni secondo si condivideva,k ogni millesimo di secondo spuntava un Like e lei era pure senza ombrello.

“Meglio andare su Twitter!”

Su Twitter la gente era più calma, ma appena sbarcata la ragazza dovette schivare un hashtag volante che altrimenti le avrebbe sfracellato la testa a metà verticale.

“Misericordia!” esclamò lei, sudando freddo. “ma… ma… cos’è questo rumore?”

Un frastuono incessante di tweet cominciò a trapanarle le orecchie. C’era stata una volta in cui Pierozza amava il suono degli uccellini, ma quello era cento volte amplificato.

Non poteva stare. Era come il rumore del fax, rumore che lo si conosce se si frequenta un call center.

Non le rimase che Instagram. Lì era molto più bello, c’erano cuori e foto, foto e cuori, nient’altro.

Alla lunga, però, le annoiava. Ogni tanto, peraltro, si pungeva le scarpe per via degli hashtag e aveva il forte sospetto che alcuni utenti la stessero seguendo.

“Perché mi state seguendo?” chiese infine.

“Follow4follow, per esserle utile!”

Ed ecco spiegato il motivo per cui pierozza capì che fare la supereroina non faceva per lei.

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Era giunto il momento delle nozze.

Tutta la cattedrale di Cordova era gremita: i Gutierrez, i Sanchez, i Salcido, gli Espimas e i Riquelme erano al completo. Presenti anche Roberto Mendosa, l’aitante runner, e Cecilia, sua madre, che era figlia di Cecilia Mendosa la quale era stata frutto della passione scoccata fra el viejo e Ana Lucia. In più, c’era gente semplicemente curiosa, qualche finto parente agghindato apposta per poter millantare consanguineità con qualcuno degli invitati semplicemente per il gusto di essere invitato alla cena di nozze, e un cameriere.

Un ragazzo vestito da cameriere, in piedi, raggiante, accanto a Catalina Salcido.

Inutile dire che tutti lo stavano osservando, incuriositi e anche un po’ perplessi dal fatto che non fosse vestito elegante. Fra i tanti che borbottavano, come poteva mancare Sofia Riquelme?

“Quel ragazzo è così sciatto… mi ricorda Pedro Sanchez” buttò lì la signora, che peraltro era molto emozionata nel vedere il figlio tirato a lucido.

Improvvisamente, risuonò la marcia nuziale. Adele era arrivata, accompagnata da Gonzalo Sanchez in persona.

Era bellissima. Tutti si girarono per guardarla. Di sicuro, lei stava coronando il sogno di una vita. Sposare José Riquelme era stato il sogno di molte ragazze a Villa Nueva, e adesso quel sogno, per una di loro, si era realizzato, chissà per quale segno del destino.

L’unico infelice nel vedere la ragazza passare, era Pedro Sanchez, il quale era seduto in mezzo fra la procace Marìa, la giardiniera, e il fratellastro Diego.

Era infelice semplicemente perché sapeva la verità e non poteva dirla.

La marcia nuziale riecheggiava per tutta la sala. Il prete, sospirando, pensando anche al povero padre Juan che era sparito nel nulla come se fosse stato inghiottito da un buco nero, cominciò la celebrazione che non ebbe particolari patemi, fintantoché non giunse alla seguente frase: “Se qualcuno avesse qualche cosa da dire affinché questo matrimonio non si celebri, parli ora o taccia per sempre”

“Io mi oppongo!” esclamò qualcuno dalle retrovie.

Tutti si girarono a voltarlo.

“Mi chiamo Ramòn Fernandez” disse un ragazzo. Sembrava disordinato, di sicuro era sudato. “Ho dei motivi serissimi per non volere l’unione di queste due persone”

Al che, Pedro Sanchez dimenticò le sue paturnie e chiese alla madre Violetta: “Tu per caso conosci qualcuno che si chiama Fernandez?”

Violetta scosse la testa. “No, caro. Nessun Fernandez abita a Villa Nueva. O, se ci abita, non è un nobile come noi. In questa cattedrale ci sono tutte le famiglie più in vista del nostro paese, eccetto i Garcia”

“Portate fuori questo pusillanime!” esclamò imperiosa Sofia Riquelme, e fu fatto. Nonostante le urla e gli strepitii di Fernandez, questi fu cacciato in malo modo dalla chiesa.

Fu allora, mentre Ramòn urlava di conoscere la verità su José Riquelme, che Pedro non ce la fece più e urlò facendosi sentire da tutti:

“Il cameriere!” esclamò forte. “IL CAMERIERE È IL MIO FRATELLASTRO! ALFONSO SANCHEZ, NON È COSì?”

Se tutti trassero un sospiro scandalizzato, persino Fernandez, il cameriere si strinse nelle spalle. “Sì, lo ammetto” ammise.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/65

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C’era una volta Javier Garcia, un uomo ricchissimo ma molto tirchio, al punto da scegliere di vivere come un pezzente. Egli era sposato con Emilia, la quale era più tirchia di lui.

“Come siamo tirchi, noi” aveva detto Javier al primo appuntamento, ed Emilia aveva risposto “Talmente tirchi che adotteremo una bambina, invece di averla noi”

Si tenevano per mano, seduti sul reciproco sgabello, le finestre chiuse. Una candela molto consumata stava esalando gli ultimi respiri.

“E sia” rispose Javier, prima di baciare Emilia.

Fu così che, una volta giunti all’orfanotrofio, adottarono Raquel, ma quell’evento fu cancellato dalle cronache.

Adesso, due decenni dopo, o circa, Raquel aveva chiesto a Fernando quanto fosse vero il fatto che lei in realtà proveniva da un orfanotrofio.

“Dobbiamo innanzitutto andare a vedere all’orfanotrofio” disse il primogenito degli Espimas, con la mente occlusa dalla bellezza infinita della sua nuova compagna.

Nel frattempo il Carnevale di Rio, a Rio, era finito, e Catalina Salcido aveva finito di rendersi ridicola davanti ai brasiliani. Aveva sfilato per giorni interi, su quel carro coloratissimo, ma adesso aveva tantissimi soldi, per quanto era stata pagata.

Catalina sospirò. “Guillermo caro” disse, una volta tornata in albergo, con il nuovo compagno che era sempre nudo, da quando stava con lei “adesso cosa mi farai fare? Un servizio fotografico Una sfilata di alta moda? Un…”

“Adesso” disse Guillermo, controllando su un’agendina “torniamo a Villa Nueva. Sei stata invitata, tu con i tuoi, al matrimonio di José Riquelme e Adele Sanchez, che si terrà… domani”

“DOMANI? Accidenti, hanno fretta! Non è che Adele sia incinta?” chiese Catalina. “Certo che José è proprio stupido”

“Oltre che stupido, è anche un deficiente” aggiunse Guillermo.

“Un imbecille patentato come pochi se ne trovano” concluse Catalina. “Tuttavia, andremo a Villa Nueva a vedere questo matrimonio. Ci saranno tutti, penso”

“Oh, sì” rispose il suo manager “persino i Garcia sono stati invitati. Non verranno, ma sono stati invitati”

Catalina scrollò le spalle. Non le interessava granché di quella coppia.

Insomma, si limitò solamente a prendere l’aereo e a tornare a casa, in quel villaggio sperduto le cui acque si erano agitate con l’avvento dell’estate.

In quello stesso istante, cioè nel momento in cui Catalina mise piede sul trabiccolo che l’avrebbe riportata in patria, Pedro tornò fuori dallo studio di Marìa, la procace giardiniera. Era bianco in volto, i capelli scompigliati e tremava.

“Ho scoperto… ho scoperto la verità”

“Ma cosa puoi avere scoperto, smettila!” esclamò Clara Sanchez, che poi era Espimas, passando di lì e non degnando il fratello di uno sguardo.

“E invece ho scoperto che… la lavatrice… la lavatrice…” e svenne. Ma che cosa era successo dentro quella stanza?

Non si sapeva, ma solo una cosa era certa: la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/63

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Quando rinvenne, Rosa vide tutto bianco, e credé di essere in paradiso.

“Oh, sono morta… maledetto loco!” esclamò la ragazza.

“Rosa! Rosa! Ma che dici! C’è tua mamma qui!”

Rosa si rese conto di non essere morta e un po’ le dispiacque. Poi riconobbe la voce di Martina Espimas, che pure era stata sua madre per tutta la vita.

“Ehi! Sono io sua madre!” protestò energicamente Violetta Sanchez, la sua vera madre, ma che aveva cresciuto Clara al posto suo.

“No! Io!”

Cominciarono ad accapigliarsi.

“Calmatevi, ehi! Ci sono altri pazienti qui!”

Furono rimproverate da una infermiera. L’ospedale di Villa Nueva era piccolino, e le stanze potevano contenere anche sei pazienti tutti assieme. Rosa, nella fattispecie, adesso era bendata a tal punto che sembrava avere un turbante in testa.

Tuttavia era considerata fuori pericolo e poteva essere dimessa giusto in tempo per il matrimonio di Adele Sanchez.

“È incredibile che io sia stata messa fuori uso da un tango” considerò Rosa, rivolta alle sue due madri e ai suoi due padri, gli unici presenti in quel momento. “E poi, dovevo dire una cosa importante al loco… soltanto che adesso non ricordo”

“Forse dovevi dire che i Gutierrez sono tuoi cugini” suggerì Gonzalo.

“Ah! Già!” esclamò Rosa, arrossendo. “Stavo per sposare un mio cugino”

Era incredibile come Rosa avesse dimenticato quel particolare. Ed era incredibile come le cose si siano accelerate in quel modo. Che cosa era successo nel periodo in cui era stata svenuta?

“Faste venire el loco e el tiburòn, devo dire loro che sono miei cugini” ordinò Rosa, dal fondo del suo letto. La testa le faceva un gran male, forse l’effetto della morfina era finito.

Non ci volle molto, anche perché anche el tiburòn stesso aveva ancora interesse a sposare la chica formosa e quindi si precipitò nella clinica di Villa Nueva, sbagliando peraltro tre stanze, e altre tre stanze per colpa del fratello.

“Eccoci! Fateci passare!” borbottò el tiburòn, divincolandosi fra i quattro genitori di Rosa.

Nel vederla bendata e debole, i due fratelli si guardarono colmo d’odio.

“Non avrei dovuto farle ballare il tango, stupido!” esclamò el tiburòn.

“Calmatevi” interloquì Rosa, prima che el loco potesse rispondere. “In realtà… io devo dirvi una cosa. Voi siete miei cugini, perché sono figlia di Gonzalo Sanchez, il quale sapete che è vostro zio”

“Oh” risposero all’unisono i due fratelli, per poi guardare Gonzalo. “Se è per questo… noi non siamo figli di Jorge Gutierrez, ma neanche di Pepa Gutierrez. Noi siamo stati adottati”

Tutti spalancarono la bocca, persino la flebo attaccata al braccio di Rosa.

“COSA?”

Il capo degli omini in nero era semplicemente sconvolto.- Stava ascoltando tramite una cimice messa sotto il letto di Rosa, anche se c’era una testimone oculare travestita da flebo, e reagì in malo modo.

“Cosa è successo?” chiese Violetta Sanchez. “Non avete sentito anche voi un cosa urlato ai quattro venti?”

I presenti si guardarono perplessi. “Sì, hai ragione, Violetta… è come se il letto fosse sconvolto dalla rivelazione. Ma sei sicuro, loco?” chiese Gonzalo.

“Certo” rispose el loco. “Lo so perché noi due abbiamo gli occhi e i capelli di un colore diverso dei nostri genitori. Inoltre, nostra madre è troppo attaccata a nostro zio, el muerto, per poter pensare che siamo figli suoi. Secondo noi siamo stati adottati, e forse nemmeno siamo fratelli noi due”

La situazione stava prendendo una strana piega, tanto che piovve.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/62

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Rosa Sanchez, che in passato era stata Espimas, aveva pianificato tutto il suo futuro. Le era bastato scegliere quale dei due fratelli Gutierrez sposare e poi il resto sarebbe venuto da sé. Innanzitutto si sarebbe sposata in pompa magna a Buenos Aires, lasciando Cordova a quei poveracci.

Dopodiché avrebbe lasciato la tormentata Argentina per fare quattro figli a Miami, e far prendere loro la cittadinanza americana. Di quattro figli, almeno uno sarebbe diventato Presidente degli Stati Uniti e lei si sarebbe sistemata per tutta la vita.

Il destino, tuttavia, le aveva appena rivelato che non poteva scegliere i fratelli Gutierrez, nessuno dei due, poiché erano suoi cugini.

Da un lato, era una cosa positiva, perché c’era comunque una parte di lei che le diceva che sposarsi con colui che portava come soprannome loco non era il massimo della vita. Dall’altro lato, le toccava indagare per tutta Villa Nueva e decidere chi fosse alla sua altezza.

Così accadde che Rosa, la chica formosa, uscì da villa Sanchez e andò dai Gutierrez, prendendo la sua personale bicicletta. A Villa Nueva era possibile camminare con le macchine, ma  Rosa non aveva la patente e l’autista dei Sanchez si era licenziato tanto tempo prima, senza più essere sostituito.

Dopo appena dieci minuti di bici, Rosa fece un respiro profondo e bussò alla porta dei Gutierrez.

Le fu aperto, senza che le venisse chiesto chi fosse o da dove venisse.

Una volta fatta entrare in casa, le si presentò ad accoglierla el loco in persona, dato che si definiva il suo ragazzo. Nel frattempo che lei aspettava, credé di vedere di sfuggita due persone in simbiosi, ma non poté credere che fossero el muerto e l’ex del pipa.

Infine, el loco arrivò e si sedette sul divano di fronte alla sua ragazza.

Buenas dìas, mi amor” disse lui, facendo bene attenzione a mostrare il petto villoso nascosto dietro la camicia sbottonata.

“Sono venuta perché devo dirti una cosa importante” disse Rosa, senza mezzi termini.

“Ti va di ballare el tango?”

Rosa si sentì riscaldare a quella domanda e, una volta messo su un vinile, balalrono un bel tango caliente, come piaceva a loro. Occhi negli occhi, cuore nel cuore, Rosa impeccabile e il suo partner goffo come una stecca di legno.

Alla fine, el loco ebbe l’accortezza di concludere con un casqué, ma Rosa le scivolò dalle mani e cadde battendo la testa sul pavimento.

Nel frattempo, il commissario di polizia era a colloquio con el muerto Gutierrez, nuovo proprietario della villa ed erede designato, lasciando el viejo godersi la vecchiaia.

“Non abbiamo trovato niente che possa essere ricondotto all’omicidio o al suicidio del muratore, che neanche mi ricordo come si chiamava, povero lui” disse l’ufficiale. “Ci scusiamo per il disagio, ma la nostra polizia è stata davvero solerte e zelante in queste indagini, quindi…”

“Oh, non c’è problema” lo interruppe Matìas, che pure era stato desaparecido, eppure parlava e si muoveva e piegava le labbra in un sorriso forzato. “Capiamo benissimo il vostro dovere e…”

Si levò un grido dal piano di sotto.

Que pasa?” chiese il commissario, scendendo fulmineamente le scale. Quello che vide non gli piacque.

Rosa Espimas, che lui credeva ancora appartenente ancora a quella famiglia, giaceva a terra mentre el loco le teneva su le gambe, cercando di guardare sotto la gonna.

Si portò le mani sulla bocca e, voltandosi a guardare el muerto, lo perforò con gli occhi.,

“Mi sa che il nostro lavoro non è finito… muerto” disse il commissario. Poi, una volta scese le scale, ammanettò el loco per molestia sessuale e tentato omicidio di Rosa Espimas, che comunque venne soccorsa dall’ambulanza che era intervenuta tempestivamente, come accadeva sempre per i nobili.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/29

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“E così i Gutierrez sono una famiglia che evoca i fantasmi?”

Il barista del torbido locale di Villa Nueva non poteva credere alle proprie orecchie, mentre rifilava il quinto scotch offerto dalla casa al muratore del quartiere.

“Ti dico di sì” rispose lui, posando il bicchiere appena vuotato con un gesto teatrale. “Li ho sentiti io stesso, quando ho operato nella loro villa, parlare di spettri, passaggi segreti e sacrifici”

“Ma figurati! Mi sembra la stessa panzana di quando dicevi che una sgnacchera come Pepa Gutierrez avesse scelto proprio TE  come uomo della sua vita! Ma andiamo, i nobili non ci vivono nei bassifondi, mai” disse sbrigativo il vecchio Alfonso, che era sempre il più ubriaco del bar. Sembrava non avesse una famiglia né una casa.

“Pensa quello che vuoi” disse il muratore, punto sul vivo “ma è così. Inoltre quella megera aveva anche detto che sarebbe vissuta con me, invece…”

Nel frattempo, Pepa e Matìas Gutierrez caddero sfiniti su un letto tutto sfatto, entrambi fiatoni.

“Caspita…” commentò lei, fissando il ben noto soffitto di casa. “Quattro volte di fila! Farlo con un morto ha le sue soddisfazioni!”

Matìas ridacchiò. “Eh, chica… hai fatto benissimo a rimanere qui, nella casa della passione”

“Già…” rispose lei, facendo passeggiare due dita sul fisico scultoreo dell’ex cognato. Ogni volta che lo guardava le partiva l’ormone e non aveva capito perché. Inoltre, nelle quattro sess… ioni, oltre alle forti grida di piacere aveva avuto la sgradevole sensazione che dovesse fare qualcosa, qualcosa che aveva promesso, ma che la goduria che stava provando le stava impedendo di ricordare, e che nel frattempo le stava impedendo di godere appieno.

Improvvisamente, si aprì la porta e istintivamente i due nudi si coprirono a vicenda.

“Mamma, ma allora… AH”

El Tiburòn, il figlio di Jorge el pipa, sgranò gli occhi nel vedere madre e zio redivivo nudi su un letto tutto sfatto.

Nel frattempo Adele Sanchez cercava ancora il modo di mettersi in contatto con Jorge, e decise di andare direttamente a casa loro, anche solo per vederlo sgobbare, visto che sul giornale era uscita un’altra foto in cui lui era intento a lavare i panni a mano, cosa sconosciuta per chi come loro aveva una lavatrice in casa.

Aveva studiato tutto: aveva convinto l’amica del cuore, Patty, a prenderla sulla schiena, ché lei era più alta, e lei, una volta a cavalcioni sull’amica, avrebbe visto quel bellimbusto fare i panni al di là del muretto.

“E dire che dovevo essere a Buenos Aires col mio ragazzo…” disse Patty, sospirando triste.

“Hai fatto benissimo a dirgli di no per aiutare me” disse lei. “Solo, la prossima volta non farmi uscire centomila pesos, ché c’è l’inflazione”

“Silenzio” disse Patty. “Allora? Lo hai visto?”

C’era da dire che Adele aveva pescato anche una polaroid. “Devi stare ferma, altrimenti non riesco a fotografarlo”

Patty sospirò. Non era da lei fare ciò che stava facendo, decisamente. Non era nemmeno andata alla festa dei Gutierrez, perché la sua famiglia non era stata invitata, essendo che non erano così ricchi come volevano far sembrare. Eppure, sapeva che era successo di tutto. Tutto il paese lo sapeva.

“Ehi, ma che ci fate voi due qua?” disse sconcertato un ragazzo che passava di là.

Era bellissimo, il ragazzo più bello dall’Argentina. Patty sgranò gli occhi, chiedendosi chi fosse e cedette, facendo cadere Adele che non ottenne la foto di José, ma una polaroid mossa fra muro e cielo.

Anche Adele vide il ragazzo e non si ricordò più il suo stesso nome.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/28

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Fernando Espimas tornò a casa abbastanza baldanzoso, tanto da destare i sospetti dei propri genitori. In quella pigra estate del 1984 nessuno osava mettere il naso fuori casa, se non per gli eventi mondani. Era per quel motivo, quindi, che la coppia guardò il figlio in modo sospettoso.

“Come mai sei così entusiasta?” chiese Carlos, mentre leggeva sul giornale l’effervescente notizia della resurrezione del muerto, il desaparecido sfuggito alla dittatura, a cui loro peraltro erano presenti.

“Ho preso un altro appuntamento con Clara Sanchez!” esclamò tutto contento il ragazzo. “Come vedete, non è solo Fernando che fa strage di cuori!”

I due coniugi si scambiarono un’occhiata fra l’ammirato e il perplesso, come solo loro sapevano fare. Carlos pose la sua idea: “Guarda che i Sanchez sono morti di fame… hanno dovuto vendere la villa alla giardiniera, per poter sopravvivere. Inoltre li abbiamo visti al compleanno del viejo, sono strani e contorti adesso che non hanno soldi”

Tuttavia Miguel scosse la testa. “Sono consapevole di ciò che si dice dei Sanchez e delle ultime novità, tuttavia so per certo che siano tutte menzogne”

“Ah, sì? Che cosa te lo fa pensare? Clara Sanchez ti ha rivelato un segreto tramandato, un tesoro nascosto?” chiese Lucìa Salcido.

“I Sanchez hanno una lavatrice”

Sia il padre che la madre ripeterono quello scambio di occhiate.

“Ah” commentarono all’unisono. “Non… non ce lo saremmo mai aspettato”

“E invece è così, me lo ha detto mentre mi stringeva la mano” rincarò la dose Miguel. Detto quello, si ritirò nelle sue stanze. Successivamente, si sentì bussare alla porta, per poi essere aperta.

“Sono io”

“Fernando? Che ci fai qui?” chiese Martina, stupefatta per il ritorno prematuro della figlia dalle isole caraibiche.

“Uragano” annunciò Fernando. “Un uragano ci ha costretto a stare qui, invece di fare il servizio fotografico decisivo a Saint Kitts & Nevis. Ogni volta io tutti gli altri ci dimentichiamo che nell’altro emisfero è pieno inverno, ahahaha!”

“C’è ben poco da ridere” disse Carlos Espimas, basito per l’ignoranza del figlio. “Avrai anche fatto breccia nel cuore di Catalina Salcido e sono orgoglioso di me stesso per come sei venuto su, ma sei stupido come un’oca”

Nel frattempo, poco più in là, nei quartieri più poveri della città, c’era un monolocale affittato al primo piano di un condominio dove l’umidità faceva sì che l’acqua del soffitto scendesse sul pavimento.

Era precisamente la casa del Muratore, Christian, il quale aveva avuto un incarico importante alla villa dei Gutierrez ma aveva speso tutto in ristoranti di lusso e cinema, per potere frequentare la moglie di lui.

“Oggi viene” disse a un certo punto, svegliandosi alle sei del ventinove gennaio beatamente ignaro degli avvenimenti avvenuti la sera prima.

“Oggi verrà” ripeté a se stesso alle tredici dello stesso giorno, consumando un tramezzino con i cibi quasi freschi del suo frigorifero.

“Verrà di sicuro” scrisse con la vernice alle sedici, in una casa di una vecchia signora che lo guardò perplessa.

“Ha detto che viene, viene” disse risoluto al suo specchio, un po’ incrinato, alle ventidue della sera.

Il fatto era che Pepa Gutierrez aveva espressamente detto al muratore che avrebbe lasciato il suo attuale marito per mettersi con lui. Aveva anche visionato la casa e aveva trovato bellissimo il ratto che le era passato attraverso le gambe.

“Verrò appena dopo la festa del viejo” aveva annunciato felice. Ecco perché aveva annunciato a se stesso il suo arrivo, ed era stato con l’orecchio teso tutto il giorno, nella speranza di sentire due ruote che arrivavano. Invece quel vicolo era stato morto come sempre, a parte un gruppo schiamazzante di bambini che giocò a calcio per più di due ore.

“Non so perché non sia venuta” disse il muratore, ormai giunta l’una e mezza di notte. “Forse è arrivata mentre stavo lavorando e se n’è andata. Avrei dovuto darle le chiavi”

Tuttavia passò anche il trenta gennaio e il trentuno. Arrivati al primo febbraio, il muratore scoppiò in lacrime, poi decise per la vendetta.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/27

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Pedro non stava vivendo bei giorni, nella tenuta dei Sanchez. Dopo che Marìa l’aveva scovato nella vigna ad amoreggiare con una tizia di cui le sfuggiva il nome, o forse non l’aveva mai saputo, l’aveva schiaffeggiato davanti a tutta la servitù, che così avrebbe avuto di che parlare per mesi, poi lo aveva catturato e infine messo in una prigione. Siccome la tenuta dei Sanchez era sprovvista di celle, Marìa aveva pensato bene di utilizzare uno sgabuzzino pieno di manichini, roba inutilizzata e polvere, e chiuderla dall’esterno, in modo che egli non potesse più uscire.

Ogni mattina e ogni sera Pedro aveva la facoltà di poter uscire per andare in bagno e mangiare, perlopiù paella.

“Quando finirà questo coprifuoco?” ebbe a chiedere il terzo giorno di cattività, quando ammanettato era costretto a seguire la sua aguzzina per lo stesso corridoio che portava al bagno.

“Quando avrai smesso di inseguire le altre ragazze! Altrimenti potrei pensare che non mi ami, e a quel punto sarei libera di cercare altri ragazzi. Sai, sono molto corteggiata!”

E in effetti era vero. Da quando era la proprietaria della villa, ogni giorno le pervenivano lettere da tutti i rampolli più in vista della Pampa intera. Alcune erano anche anonime.

Pedro non sapeva che cosa pensare. Aveva perso già due eventi, e ciò era lesivo alla sua immagine. Tuttavia, non era l’unico a essere depresso. Anche suo padre, Gonzalo Sanchez, era di malumore e decise di sfogarsi con la moglie, alla presenza dell’imperturbabile Ana Lucia, sempre intenta a tessere la sua tela.

“Non capisco” esordì lui. “I Gutierrez sanno che siamo senza un soldo eppure, data la nuova parentela che è venuta fuori non ci danno nemmeno un contributo”

“Io non voglio soldi la loro, meno che mai da lui” disse Ana Lucia, intromettendosi. “E poi, ve lo siete inventati che siamo senza soldi per creare scandalo. Siamo ricchissimi, solo che abbiamo regalato la villa di famiglia a un’oca senza cervello sol,o per far passare il tempo in questa estate calda”

Gonzalo sospirò. “Quando dici lui… intendi el viejo, vero?”

“No, casomai intendo il bisnipote, no?” ribatté acida la vecchia.

“Sarebbe tuo padre” osservò la moglie di Sanchez, che si chiamava Violetta. “Insomma, tale padre, tale figlio: mettete le corna a destra e a manca e le vostre compagne non sono nemmeno capaci ad attraversare le porte!”

“E dai, tanto anche tu mi metti le corna! E il bel pirata focoso allora?”

“Che c’entra! Ha detto che sarebbe venuto a prendermi prima o poi, ma non è ancora arrivato!” esclamò arrossendo Violetta. “Tu mi hai tradito più e più volte, e non mi stupirei che adesso bussasse alla porta un figlio illegittimo!”

Suonò alla porta.

“Andate a vedere chi è!” ordinò Violetta, e un inserviente andò con passo felpato verso la porta.

“Perché sono tutti così strani in questa casa?” si chiese Ana Lucia, osservando quel modo strano di camminare dell’inserviente.

La porta si aprì con un cigolio e un ragazzo sulla ventina si presentò sulla soglia.

“Chi è lei? Perché ha bussato a questa villa?” chiese il maggiordomo.

“Buongiorno” disse lui. “Sono Diego Sanchez, figlio illegittimo del compianto Gonzalo. Sono venuto a reclamare l’eredità di questo posto”

Il maggiordomo guardò la coppia di coniugi e la vecchia Ana Lucia con occhi sbalorditi.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/25

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“Non me lo sarei mai aspettato…” commentò Miguel, osservando la tazza di caffè ormai vuotata. “Avete una lavatrice”

“Esatto” disse Clara, molto seria. “E sai quanto me questo cosa significhi”

Miguel annuì, non c’era bisogno di dirlo ad alta voce.

“Tuttavia” riprese Miguel, molto deciso a non staccare gli occhi dagli occhi neri della ragazza “a parte questo, sei una bellissima ragazza e voglio corteggiarti finché non cederai”

Clara arrossì violentemente. Anche Miguel, quando collegava la lingua al cervello, era gradevole. Lei era single, quindi restava solo una cosa da fare e la fece: allungò la mano e prese sulla sua quella di Miguel, sorridendo.

Quello che i due non sapevano, o meglio, sapevano ma facevano finta di no, era che la piazza di Villa Nueva era colma, soprattutto la mattina presto in estate quando c’era il residuo della fresca brezza notturna, colma di anziani seduti sulle panche.

E stava di fatto che Villa Nueva era anche un paesino, e si sa che nei paesini si conoscono tutti.

Pertanto accadde che, se Clara e Miguel stavano tenendosi per mano guardandosi sorridendo, alcune vecchiette vestite di nero stavano osservando.

“Quella non è Clara Sanchez?” chiese una alle altre. Erano in quattro sedute in una panchina per due.

“Sì! E quello è Miguel Espinosa!” esclamò sorpresa l’altra.

“Espimas, capra ignorante!” La corresse la prima.

“Comunque, questa non era una cosa che doveva uscire fuori. Farà scandalo” osservò la terza. Tutte e tre decisero di non farne parola con nessuno, a parte le amiche.

Nel frattempo, Adele Sanchez era rimasta a letto, dopo i bagordi della notte precedente.

Pensava a José Riquelme, al suo fisico, alla sua bocca, e poi pensò anche che se a lui piaceva Catalina… beh, non poteva farci niente. D’altronde, a chi non piaceva Catalina Salcido?

Tuttavia, Adele pensò che forse lei poteva essere ancora in vantaggio. Insomma, ciò che era successo la sera prima non poteva non avere uno strascico, anche minimo. Così si alzò, compose il numero di telefono di casa Riquelme e attese.

Nello stesso istante, Ezequel e Sofia stavano parlando della sera precedente.

“Quante cose sono successe” stava dicendo il capofamiglia, prendendo una fetta di crostata fabbricata dai suoi cuochi. “E nostro figlio è stata anche infangato”

“Esatto” disse Sofia, prendendo una tazza di tè da accompagnare alla crostata di albicocca. “Quella stupida di Adele Sanchez. Tutta suo padre”

“Inoltre sono anche in bancarotta” disse lui. “Cosa spera di ottenere, un’alleanza con noi ricchi possidenti? Se lo può anche scordare”

Improvvisamente, accanto a loro squillò il telefono.

Sofia sbuffò. “Chi sarà mai? E perché il telefono squilla sempre quando non ci sono inservienti nei paraggi? Caro, dovremmo assumere un o una telefonista”

“Sono d’accordo, cara” convenne Ezequiel, prima di rispondere. “Qui casa Riquelme, chi parla?”

“Buongiorno, signor Riquelme. Sono Adele Sanchez. Suo figlio Pedro è in casa? Gli devo parlare”

Sofia, nel vedere il marito corrucciarsi, capì chi fosse al telefono e piegò il cucchiaino di plastica che aveva in mano per mescolare il tè.

“No, nostro figlio non è in casa. E saremmo lieti che né tu né qualche altro componente di voi pezzenti Sanchez non chiamaste mai più”

“Ah” rispose lei. “Allora sarete contenti di sapere che io e vostro figlio ci siamo appartati nel bagno dei Gutierrez e abbiamo compiuto azioni inenarrabili che metterebbero sotto scandalo vostro figlio, vero?”

Ezequiel sbiancò e smise di parlare, anche se la linea non era stata interrotta. Poi guardò Sofia, in cerca di aiuto, ma Sofia, non avendo sentito la discussione, era perplessa.

“Allora? Mi fate parlare con il bellissimo José?” insisté Adele.

“Smettila! A mai più rivederci!” rispose infuriato Ezequiel, chiudendo la cornetta. Poi si rivolse a Sofia.

“Dobbiamo punire nostro figlio”

Sofia annuì, approvando quella decisione. “So già come e in che modo…”

E la lavatrice continuava a girare.

La Ropa Sucia/23

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“E così” commentò un uomo seduto su una poltrona scura, nel buio della sua stanza “Clara Sanchez ha detto di avere una lavatrice, eh?”

“Sì, signore. Io ero lì, ho sentito tutto” disse una delle sue spie, ritto in piedi, ma che tuttavia non riusciva a vedere da chi prendeva ordini, dato che la poltrona copriva il suo signore.

“E chi ti ha detto di spiare un appuntamento galante di cui non ci interessava assolutamente nulla?”

“No, signore” rispose l’uomo ritto in piedi “mi trovavo lì per caso”

“Bene” rispose il suo capo. “Tuttavia, il caso non esiste. Tu eri in piazza a bighellonare come fanno tutti i paesani di Villa Nueva in questo periodo dell’anno. Dì la verità”

“La verità” rispose lui.

“Perfetto. Puoi andare” disse il suo capo, sospirando. Che cosa stava succedendo a Villa Nueva? E come mai Clara Sanchez aveva affermato di avere una lavatrice così a cuor leggero?

Purtroppo, sentire discorsi a spizzichi e bocconi non gli era mai stato congeniale, ma decise ugualmente di conservare quell’importante informazione in un angolino della sua mente, perché sicuramente gli sarebbe tornata utile.

Nel frattempo Marìa, la bella giardiniera proprietaria della villa dei Sanchez, si era appena ritrovata con decine di incarichi da svolgere, pertanto se aveva pensato che gestire una villa fosse solo inseguire i vecchi proprietari, chiuderli dentro il suo ufficio e avere rapporti con loro, si sbagliava di grosso.

Ad esempio, una volta saputo che i contadini della terra che avevano in proprietà si erano messi a scioperare, dovette scendere a vedere.

Nel frattempo che scendeva dal suo studio al portone principale, la nonna Ana Lucia la fermò con la usa voce autoritaria.

“E così siete andati alla festa di Alfio Gutierrez, eh?” chiese lei, senza smettere di  sferruzzare. “Come sta?”

Marìa si bloccò appena prima di aprire il portone. Da notare che le era passata davanti senza degnarla di uno sguardo. Aveva paura di lei, un terrore così radicato che si spaventava persino a guardarla di sottecchi, per cui non c’era da stupirsi se la ragazza cominciò a tremare e a guardare ovunque tranne che a lei.

“L’ho v-visto in o-ottima forma” cominciò Marìa. “E poi è tornato anche il fratello morto di Jorge el pipa

Ana Lucia si corrucciò. Lo aveva anche letto sul giornale, ma per dirlo anche una testimone oculare doveva essere per forza vero. Che cosa voleva dire tutto quello?

Matìas era stato dato per morto, dopo che aveva affrontato il destino che accomunava tutti i desaparecidos. Ma in quel preciso periodo storico… la dittatura era finita e Matìas era sopravvissuto. E Matìas sapeva… sapeva chi erano Ana Lucia e Alfio, oltre alla verità su Jorge, e di sicuro non avrebbe tenuto la bocca chiusa, perché se i morti non parlavano, i morti tornati in vita per tradizione non vedevano l’ora di recuperare l’uso della favella.

Bisognava fare qualcosa. Ana Lucia si pentì di non aver presenziato al compleanno.

“È… è successo qualcosa?” chiese Marìa, vedendo la vecchia che si era abbandonata nelle sue elucubrazioni.

“Silenzio! Sparisci!” tagliò corto la vecchia. “Non devi assolvere i tuoi compiti di proprietaria?”

“Già… scusatemi” disse Marìa, e lasciò la scena troppo velocemente.

Una volta fuori, tutta la cappa di tensione che aveva provato fino a quel momento era andata via, e si sentì più sollevata e sicura nell’andare ad affrontare gli operai che lavoravano da mattina a sera in quei sterminati campi. Di sicuro, loro non erano stati invitati al compleanno di Gutierrez.

E la lavatrice continuava a girare…