La Ropa Sucia/196

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Cecilia Mendosa non aveva mai creduto di trovare così tante persone solo per un colloquio informale.

“Sappiamo che hai cercato favori anche verso il Clan dei Neri” disse Cecilia. “Che cosa hai da dire a tua discolpa?”

“Sto cercando di farmi tutti amici, in modo da risollevare l’evidente difficoltà economica in cui mi trovo” rispose lei.

“Beh” interloquì Francisco Miranda, colui che avrebbe dovuto essere Sindaco “se magari lasciaste lavorare i Sindaci legittimati a esercitare, magari avreste potuto godere di alcuni benenfici. È inammissibile che mille persone non riescano as trrovare soddisfazione economica”

“Non è il momento di fare politica” lo interruppe Roberto, l’aitante runner. “Adesso, è il momento di trattare. Come vedi, abbiamo in mano una pedina importante fra il clan dei Neri”

Schioccò le dita e due servitori vestiti di bianco portarono una strepitante Rebecca Jones, legata e imbavagliata, che mugolava probabilmente implorando di nessere liberata.

“Lei è Rebecca Jones, giornalista assunta dal clan dei Neri probabilmente per mettere in giro notizie false su di noi. Ma noi l’abbiamo rapita, quindi non può scrivere alcunché” disse Roberto.

“Il riscatto potrebbe essere il maniero dei Gutierrez, no?” proseguì il ragazzo. “In questo modo saremo tutti contenti, ed anche io di vivere in un castello, in pratica. Certo, vivere nella stessa casa del tuo ex mi disturba non poco, però sarà anche casa mia, perciò sarà una bella vendetta”

“Ricordati, figlio mio, che sei anche discendente dei Sanchez, quindi portai vivere anche lì” gli ricordò sua madre. “Ci sto, allora. possiamo siglare l’accordo”

Era molto strano vedere madre e figlio stringersi la mano come se fossero dei perfetti sconosciuti e Pepa Gutierrez, che aveva assistito senza dire niente, si era detta che non ce l’avrebbe mai fatta. Da quando aveva saputo che suo figlio stava migliorando era molto più tranquilla e decisa più che mai a ribaltare la situazione che stava vedendo i Neri intoccabili, nonostante lo scandalo del portinaio, che evidentemente riguardava il solo Ambrogio, non l’intera amministrazione comunale.

Ambrogio che dal canto suo aveva appena finito di piangere, dopo aver raccontato una strana storia, persino in quelle lande.

Pioveva, a Villa Nueva. Lo stenografo della centrale non riusciva a credere a cosa aveva scritto. Il commissario posò il suo sigaro, sconcertato.

“V… va bene, Ambrogio. Non me la sento di condannarti. Sei assolto da tutte le accuse.”

Ambrogio non disse nulla, rivolse solamente un’occhiata grata a quell’ufficiale e si allontanò soddisfatto dalla centrale.

“Antonio” disse il commissario rivolto allo stenografo di cui sopra. “Faresti bene a cancellare ciò che abbiamo sentito. Ciò che la scrittura ha catturato dalla voce, lo deve liberare. Straccia quel foglio”

Antonio, però, sembrava riluttante.

“Non mi va, commissario. Io… mi sono innamorato di lui”

“Di Ambrogio?” chiese l’ufficiale. “Oh, Gesù, Giuseppe e Maria…”

Così, non aggiungendo altro, Antonio prese quel foglio, lo ripiegò con cura e lo infilò dentro la giacca da poliziotto. Lo avrebbe letto e riletto prima di andare a dormire.

Rimasto solo, il commissario guardò la pioggia da oltre la finestra. Davvero esisteva una storia come quella di Ambrogio?

Davvero c’era una lavatrice che, continuando a girare, permetteva tutto questo?

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La Ropa Sucia/194

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Il fatto che Guillermo avesse rubato il tesoro dei Garcia non aveva fatto di lui un uomo ricco. Per prima cosa non sapeva dove rintracciare Catalina, anche se in effetti era reperibilissima a casa sua.

Secondo punto, non aveva idea di dove scambiare quelle perle. Non poteva girare, in fondo, con un sacco nero, sarebbe parso sospetto. Soprattutto in una cittadella come Villa Nueva in cui si sapeva tutto di tutti ancora prima che accadesse.

Terzo punto, era stanco di portarlo appresso. Non rimaneva altro che sospirare e mettersi in un punto indefinito.

Nello stesso istante Jorge Gutierrez, detto anche el pipa, fece vedere il suo naso nell’immenso maniero di Romàn Garcia, fratellastro dei prigionieri coniugi Garcia e quindi attuale erede dell’immensa fortuna che Guillermo teneva nel sacco.

Era stato ricevuto con mille cortesie. Sembrava che Romàn non stesse soffrendo della cattura di Ambrogio. Aveva davvero molteplici servitori e ogni sorta di comfort.

“Capisci? Dobbiamo andare a denunciare il furto dei tesori della nostra famiglia”

Romàn scosse la testa. La rivelazione che Jorge fossse suo cugino di secondo grado non lo aveva fatto né sobbalzare, né chiedere approfondimenti. Sicuramente, era stato abituato nella sua misteriosa vita, da ben altre vicende ancora più scioccanti.

“Casomai, io sarei tuo cugino di secondo grado, non tu nei miei confronti” osservò lui. “Con ciò, voglio dire che io posso vantare dei privilegi sulla tua Casa. Che però non mi interessano. Insomma, guarda un po’ qui”

In effetti il lusso era evidente e anche ostentato in certi punti. C’era scritto palesemente Sono ricco inciso in una targa laccata d’oro in ogni singola porta.

“In effetti è proprio questo che sto cercando di dirti” proseguì Romàn. “Il tanto decantato tesoro dei Garcia non consiosete in nessuna pietra preziosa che possa essere presente nel sacco che adesso Guillermo tenta di smerciare. Anzi, che lo smerci! Si renderà conto che è un falso!”

El pipa sgranò gli occhi, crfedendo di stare avendo una crisi di nervi.

“Il tesoro dei Garcia l’ho già investito in questo maniero, nella sua parte liquida. Nella sua parte solida… beh, sono io”

Si scostò i capelli vantandosi, e Gutierrez represse un riso.

Non sapeva, tuttavia, che un’altra ragazza poteva vantare dei diritti a casa Gutierrez. Quella ragazza era appena stata dal notaio, e si era fatta falsificare, grazie al dio denaro, il testamento del viejo, in modo da poter essere inclusa.

Ecco perché aprì la porta, ma non le venne aperto.

Rocìo sospirò. A chi poteva chiedere? Poi ricordò che c’era un componente della famiglia Gutierrez all’ospedale, così si diresse lì nonostante la pioggia che iniziò a cadere. Era ormai marzo, e come si diceva anche in quelle latitudini, marzo pazzerello.

L’estate era davvero finita, e a Villa Nueva l’autunno si stava annunciando piovoso.

Salì, sfruttando l’orario di visita, e venne fermata da Elisa Velazquez.

“Buongiorno” salutò lei. “Come posso aiutarla?”

“Devo assolutamente fare una domanda a el tiburòn, figlio dei Gutierrez”

Elisa si turbò. Certo, Rocìo era molto bella. Che potesse essere…?

La lavatrice continuava a girare.

La Ropa Sucia/193

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Quando Pedro riaprì gli occhi, vide due ragazze stupefacenti che lo sventolavano per rianimarlo. Per un attimo, si sentì come quei Faraoni che avevano le schiave che fungevano da ventilatori.

“Come ti senti?” chiese Marìa, la procace giardiniera.

“Beh” sbuffò Pedro. “Sicuramente non bene, non credi? Mi sento come se fossi in paradiso e due angeli stessero cercando di farmi aria, in questi ultimi scampoli di estate”

“E dimmi” sussurrò Marìa “qual è l’angelo migliore fra noi due?”

“Scusa eh” la interruppe Analisa “tu non stavi con un certo Diego Sanchez?”

Neanche avesse avuto i radar, Diego Sanchez irruppe nella stanza.

Que pasa?” chiese Diego, stupendosi di quella scena.

“Marìa! Perché stai con quel zotico?”

Marìa sgranò gli occhi. Non aveva mai visto Diego così bello… e nemmeno così somigliante a Pedro.

Dieguito! Oh, mi amor!” esclamò lei, buttandosi fra le braccia della sua fiamma.

Se c’era stata una minima parte di una ripresa fra Pedro e Marìa, quell’attimo volò via come una fiamma.

“Beh, visto che l’altra pretendente si è ritirata, direi che l’angelo migliore sei tu, Analisa” sussurrò Pedro. “Ma dimmi… perché mi hai tradito? Non ti piaccio?”

Analisa sospirò. “No, ma non ti ho tradito” rivelò lei. “Ho fatto sesso con Rodrigo, il bel fidanzato che ho avuto nell’altra città, ma in realtà ho pensato a te in tutti quei momenti. Quindi non ti ho tradiuto”

“Oh” disse Pedro. “Anche io ho pensato a te e ti ho dedicato una ballata alla chitarra”

“Oh, davvero? Fammela sentire! Ce la fai?”

“Sì, sono guarito” disse Pedro, anche se gli girava un po’ la testa. Gli fu data una chitarra dalla servitù… ricordò che non c’era Ambrogio e gli parve stranissimo. In quel torno di tempo c’era sempre stato.

Insomma, Pedro comincioò ad arpeggiare. “La ballata sai chiama mi alma peligrosa

“Meraviglia” commentò Analisa. Si lasciò cullare dalla chitarra e vide che effettivamente Pedro aveva mille risorse. Sapeva anche suonare una chitarra.

“Maledetto!” esclamò Diego, che era rimasto nella stanza ad assistere a quella scenetta, con Marìa sottobraccio. “Anche io so suonare la chitarra!”

Gliela strappò dalle mani e si produsse in una spericolata riproduzione di Cielito lindo, il che fece spuntare dal nulla alcuni mariachi, che si misero ad accompagnare allegramente quell’esibizione.

“Allora!” esclamò Diego, rivolto alle due donne. Sicuramente ne sapevano di chitarra. “Chi è stato più bravo fra me o lui?”

“Beh, Pedro ha composto una melodia sua, è ovvio che è stato bravo lui!” esclamò Analisa, abbracciando il suo ragazzo.

“Ma l’hai visto come armonizzava?” chioese Marìa, abbracciando invece Diego. “È ovvio che sia lui! Ricordava i mariachi messicani!”

“Bah” esordì José Riquelme, intervenendo sulla scena. “Io ho ascoltato entrambi e ritengo che lo stuimento migliore sia il pianoforte. Chi osa contraddirmi?”

Non lo fece nessuno, perché contraddire un convalescente ferito equivaleva ad essere senz’anima.

Nel frattempo Ambrogio era stato portato al commissariato, al cospetto di un ufficiale del tutto nuovo, che aveva compiuto una creescita morale non indifferente.

“Allora, mio caro Ambrogio” disse dunque l’uomo. “Che cosa ti ha portato a sparare al caro tiburòn, al secolo Ramiro Paulo?”

Ambrogio non rispose subito. Sapeva che lo aveva fatto per una giusta causa e disse l’unica cosa che poteva scagionarlo.

“La lavatrice continua a girare…”

La Ropa Sucia/192

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Pedro sentì di aver fatto una buona azione, una volta usciti dal Municipio. Guardò Rocìo con pieno affetto, poi era bellissima quando sorrideva.

“Adesso ho in mano il documento che rovescerà lo status quo” disse lei. “Grazie, Pedro”

Lo abbraccio. Pedro, in quel contatto, sentì tutto quello che gli mancava da quando aveva visto Analisa baciare quel bellimbusto.

Passò una notte e il giorno successivo Pedro cominciò a guardare il telegiornale. Una cosa che non aveva mai fatto in tanti anni di vita.

“… proseguono le indagini sul Municipio di Villa Nueva. Sembrerebbe che Ambrogio, il portiere appena assunto dal nostro beneamato sindaco Ramòn Fernandez, si sia riconosciuto colpevole di tentato omicidio, e nel frattempo ricopriva anche molti altri incarichi, come maggiordomo, in tutte le famiglie di Villa Nueva che possono permettersi una tal figura

Pedro spense. Era vero, non c’era Ambrogio quella mattina a Villa Sanchez. Decise di dare un colpo di telefono a  Fernando Espimas.

“Pronto, Fernando?” chiese.

“No, sono Carlos Espimas. Devo maledire il mio cameriere, Ambrogio, perché oggi non c’è e sono costretto a rispondere a questo aggeggio infernale! Chi è lei e che cosa vuole?”

Visto il tono alterato del capofamiglia, Pedro decise di chiudere la telefonata senza dire nulla. Prepoccupato, chiamò anche casa Espimas, stavolta ramo Miguel. Miguel aveva sposato Clara, che era stata sua sorella per tanti anni ma poi era venuto fuori che era la figlia naturale del dottor Gonzalez, anche se non era ancora chiaro chi fosse la madre.

Pensando un attimo al fatto che i due sposini si erano tenuti lontani dalle ultime vicende di Villa Nueva e chiedendosi come avevano fatto, chiese “Pronto, Miguel? Sono Pedro”

“No, sono Clara. Cosa c’è?” chiese lei.

“Da voi c’è Ambrogio?”

“Certo! Tu non chiami per settimane, facendoci a stento un regalo di nozze che neanche mi ricordo cosa fosse, e la prima cosa che riesci a dire è se c’è Ambrogio! Ma sposatelo, Ambrogio, che ci fai più figura!”

Seguitò un tutututu abbastanza innervosito.

Pedro dovette ammettere che come fratello non aveva fatto una bella figura. Poi ricordò che effettivamente non era un fratello e si concentrò sul mistero di Ambrogio.

Come mai aveva deciso di servire, nello stesso momento, tutte le famiglie di Villa Nueva e anche di essere il portinaio del Municipio? Che cosa nascondeva? Qual era stato il suo obiettivo, prima di trasdirsi sparando al tiburòn?

E soprattutto, qual era il vero nome del tiburòn?

Adesso che Ambrogio era stato arrestato, forse non aveva più importanza.

Mentre scendeva a colazione, si sentì bussare alla porta. Fece per aporire, ma fu anticipato da Marìa, la procace giardiniera.

Le due mani si strinsero sul pomello nello stesso momento. Era la prima volta da mesi che non accadeva quel tipo di contatto.

I due si guardarono e arrossirono. Che cosa stava succedendo? Si stavano davvero guardando con occhi luminosi, in quel momento? Dal nulla non c’era forse una musica sensuale?

Si sentì suonare di nuovo il campanello.

“Forse… dovremmo aprire” disse Marìa. Predro tossicchiò, come risvegliatosi da una profonda trance. Si era persino avvicinato alla faccia della procace giardiniera con la scusa di levarle una briciola di fetta biscottata dalla bocca, ma non gli riuscì.

“Sì, forse sì” sussurrò Pedro. All’ingresso si era presentata Analisa Islas.

Era veramente bellissima. Anche Marìa era veramente bellissima.

“Ciao, Pedro” Analisa sorrise. Aveva la faccia da senso di colpa, ma Pedro non voleva cadere. Però poi lei disse una cosa:

“Facciamo continuare a girare la lavatrice?”

Pedro cadde.

La Ropa Sucia/190

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“Oh”

El tiburòn venne informato di tutte le cose che avevano tenuto el loco e Cecilia Mendosa svegli prima che lui fosse colpito. Esisteva una terza sorella Gutierrez, e probabilmente, un giorno o l’altro, avrebbe preteso una parte o tutta l’eredità.

“Siamo nei guai e quello che riesci a dire è solo un oh?” chiese el loco.

“Non so che altro dire” disse l’altro. “In effetti, questa storia dei figli segreti sta un po’ sfuggendo di mano. Non sappiamo che effetti potrà avere, ma è evidente che ormai l’eredità si svolge fra zia Cecilia e questa ragazza nuova”

“Oh, sapete bene chi vincerà… vinceremo noi, se faremo squadra” assicurò Cecilia, che venne chiamata zia. Peraltro, lei si era anche avvicinata per sentire quello che il malato doveva dire.

“Va bene, ma non abbiamo un piano, né sappiamo dove cercare questa sorellastra” disse el loco, affranto. “magari possiamo sposarci e…”

“Ehi!” esclamò Rosa, la chica formosa. Anche lei aveva voce in capitolo, dato che era la compagna del loco si aspettava di ereditare tutto.

“Un piano ci verrà in mente… lasciatemi fare, e saprò dirvi qualsiasi cosa. Ricordatevi che io sono l’anello di congiunzione fra i Sanchez e la vostra Casa, ho in mano tutta Villa Nueva in pratica”

I due fratelli si spaventarono nel vedere la zia sorridere in quel modo, ma si fidarono.

Nel frattempo, Jorge Gutierrez cominciò a fidarsi del suo naso. Aveva sempre avuto un feticismo per questo suo organo, organo che peraltro gli era valso l’appellativo di pipa, organo che lui aveva cominciato a suonare.

Insomma, visto che la sua compagno voleva lasciarlo, e forse erra meglio così dato che si trattava di una sua parente, aveva deciso di ricreare la casa Gutierrez partendo da lui, il figlio rinengato ma che aveva ancora una carta da giocare.

Il tesoro dei Garcia.

Aveva deciso di cercare il tesoro pèartendo dalla chiave, mentre Guillermo aveva deciso di cercare il teasoro partendo dallo scrigno. Uno dei due aveva torto.

Tuttavia, Jorge conosceva una cosa dei Garcia che Guillermo non poteva sapere. Innanzitutto, aveva conosciuto Javier, il capofamiglia, dato che lui e sua moglie avevano partecipato a tutti i salotti e i ritrovi fra nobili fin qui organizzati. Una volta, al compleanno di José Riquelme, che si era svolto il precedente luglio, aveva origiliato un piccolo discorso che era nato fra lui e sua moglie, davanti a delle tartine e musica di sottofondo che aveva occluso le parole più significative:

“Sì beh, come sai abbiamo il tesoro” aveva detto Javier quella sera. “Che poi, ho anche cambiato posto, l’ho messo nel” e un pezzo venne chiuso dalla musica alta “e quindi non” un altro pezzo venne perduto “nessuno sa dove l’ho messo”

Jorge Gutierrez aveva cresciuto el tiburòn, un ragazzo che parlava sempre e solo con voce molto bassa. Per lui non era un problema decifrare quel messaggio segreto ed era piuttosto sicuro che Javeier avesse detto “Ho anche cambiato posto: l’ho messpo nel frigorifero e quindi non credo proprio che qualcuno veada a vedere nello scomparto dei surgelati, a meno che uno non voglia sciogliere qualche roba da mangiare, nessuno sa dove l’ho messo”

Ecco perché si stava dirigendo al cantiere degli Islas, là dove avevano ormai demolito la casa dei Garcia e ormai sorgeva un edificio abbastanza visibile, seppur fosse solo lo scheletro ancora.

“Scusate” si schiarì la voce, rivolto al capo cantiere o ad Ambrosio, che stavano discutendo di qualcosa.

“Si può parlare solo per preso appuntamento” specificò Islas, senza nemmeno guardare chi fosse stato a parlare.

“No, ma io voglio solo un frigorifero” osservò Jorge.

“Ebbene” Ambrosio sbatté una mano sul tavolo, rialzandola tutta appiccicosa “Te ne potrò vendere almeno cento, frigoriferi, ma mi devi lasciare finire l’edificio”

Jorge capì che chiedendo legalmente non avrebeb ottenuto nulla, quindi decise di andare al cantiere nottetempo.

Ambrosio Islas sentì la mano appiccicosa: cosa era successo su quel tavolo, per renderlo così appiccicoso?

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/189

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Quando el tiburòn aprì gli occhi, si trovava in una sala bianca, dove tante infermiere lo stavano assistendo con benevolenza.

Attorno a lui, c’era un gruppo nutrito di gente preoccupata. C’era el pipa Gutierrez, c’era Cecilia Mendosa, c’era el loco e Rosa Sanchez/Espimas, la chica formosa… non aveva capito bene che cognome avesse preso.

Mancava sua madre, ma lei era latitante: farsi vedere in un luogo pubblico avrebbe significato la prigione o qualcosa di simile.

“D… dove sono?” disse.

“Permesso, permesso!” una voce che Gutierrez conosceva sorvrastò i toni agitati dei suoi parenti.

Poi lui la vide. “Ma tu sei…”

Elisa sorrise. “Sì… di lavoro faccio la dottoressa. Ho turni massacranti, ma mi piace dare una mano alle persone, quando posso”

El tiburòn si stupì che lei riouscisse a capire il tono basso della sua voce. Per fortuna, ogni tanto se ne trovava qualcuno di quel tipo.

“Non mi aspettavo che ci saremmo rivisti così presto… peraltro, hai rischiato seriamente di morire! Sei il secondo ragazzo che sopravvive a un colpo di pistola in poche settimane”

Il paziente la guardò perplesso.

“L’altro è José Riquelme, non lo conosci?”

El tiburòn ricordò. Si era trattato del matrimonio fra Fernando e Raquel Garcia, in cui Ezequiel aveva sparato al suo stesso figlio perché non poteva stare con la figlia dei Sanchez. Adesso il padre di José marciva in galera per tentato omicidio, e anche lui adesso avrebbe fatto riabilitazione esattamente come quello sfortunato ragazzo.

Però, si ritenne fortunato. Se la dottoressa era Elisa, avrebbe goduto di parecchi giorni di felicità.

“Troveremo quel maledetto che ti ha sparato, non ti preoccupare” sussurrò el loco al suo fratllo, carezzandogli il braccio.

“Maledetto! Maledetto!”

La voce preoccupata di Pepa risuonò pèer tutta villa Salcido. Roberto, l’aitante runner, e Catalina sua compagna compresero esattamente cosa volesse dire Pepa leggendo la prima pagina del giornale:

Portiere del Municipio spara a innocuo visitatore, il figlio dei Gutierrez

Sotto di questo, la foto del moribondo tiburòn.

“Qui dice che il portiere è stato subito arrestato” lesse il padre di Catalina. “Possiamo esporci con un comunicato, che ne dite?”

Roberto guardò la compagna, che annuì. “Sì. se dopo appena dieci giorni l’amministrazione comunale assume degli assassini, dobbiamo farlo sapere. I giorni dei Fernandez sono finiti”

Così si misero a scrivere un comunciato dove il vero Francisco Miranda avrebbe parlato alla comunità.

Nel frattempo, Pedro Sanchez e Rocìo Gutierrez furono visti all’ufficio del notaio.

“Così vorreste che io falsifichi il testamento del viejo in modo che questa ragazza, che viene dal nulla e non sappiamo se dice la verità, risulti proprietaria della villa dei Gutierrez?”

“Sì, esatto” rispose Pedro. “In cambio terremo la bocca chiusa sulla verità riguardante i Goicochea e sull’esistenza di un terzo fratello, il quale, dopo aver interpretato Francisco Miranda, ha ceduto il suo posto a Fernandez. Adesso fa parte del clan dei Neri ed è assessore alla cultura”

Goicochea non poté dire proprio nulla. Non era tanto infrangere la legge che gli seccava, quanto piuttosto fermare il suo lavoro immane riguardante il libro. Però lo fece, per amore della pace.

“E va bene” cedette, imitando alla perfezione la calligrafia del viejo.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/188

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El tiburòn sospirava.

Era sicuro di potere fare centro nel cuore di Clara o Adele, o anche di Rosa, la chica formosa, e soffiarla a suo fratello. Era un bel ragazzo, anche se era l’unico a definirsi tale.

Quando era finalmente al centro della scena, era arrivata Cecilia Mendosa a rovinare tutto. Questo non poteva accettarlo.

Era come se fosse che nessuno credeva in lui, o quasi. Aveva persino detto di sì allo zio, facendosi sentire, credendo in quel piano che finalmente l’avrebbe portato ad avere una relazione con ragazze bellissime, invece adesso era saltato tutto. Si era persino tirato a lucido, comprando un vestito costosissimo e introvabile.

La rabbia era talmente tanta che decise di scendere comunque in paese e vedere chi avrebbe acchiappato.

Ignorando la strana sensazione di essere seguito, constatò che effettivamente qualcosa era cambiato a Villa Nueva, dopo dieci giorni di amministrazione Fernandez. Adesso, tutto attorno a sé era diventato più pulito, in un certo qual modo, e le persone non si fermavano a chiedere indicazioni. Poi il ragazzo pensò che fosse inutile chiedere indicazioni, dato che Villa Nueva si componeva di un’unica via principale intervallata da una piazza.

Giunto in piazza, decise di sedersi su una delle panche, non sapendo in realtà come si potesse fare per abbordare una ragazza. Tuttavia, non ce n’era bisogno, perché fortunatamente il ragazzo che di nome faceva Ramiro Paulo era abbastanza gradevole da attirare le ragazze, invece di cercarle lui.

Stava di fatto che accadde esattamente che una ragazza del pueblo si sedette accanto a lui.

“Ciao” esordì quella. “Sei nuovo in città?”

El tiburòn guardò la sua interlocutrice ed era davvero bella. Capelli ondulati castani, occhi un po’ piccoli ma che l’avevfano appena catturato.

“No” disse a bassa voce. “Sono il figlio dei Gutierrez, del quartiere nobile”

“Oh” disse lei. “Io invece sono Elisa, Elisa Velazquez” e gli tese la mano.

Sembrava una ragazza interessante, alla quale non importava il suo tono di voce, e peraltro non smebrava avere bisogno di un interlocutore, perché si mise a apralre di molti argomenti, la maggior parte dei quali li aveva vissuti in prima persona perché riguardavano le trame che avevano coinvolto la sua famiglia, i Sanchez, i Riquelme e gli Espimas.

“Sai che sei simpatico?” disse lei. “Io, però, adesso devo andare a lavoro… però questo finesettimana ci vediamo!”

E, com’era venuta, se n’era andata, lasciando da solo el tioburòn che aveva detto poco e niente.

Chissà chi erano i Velazquez. Non restava che andare al Municipio, del tutto dimentico che in quel momento andare al Municipio significava andare alla tana del lupo.

Andò e venne fermato dal portiere.

“Alt, Gutierrez!” esclamò Ambrogio. “Devi dire nome e motivo della visita”

Ambrogio sogghignò. El tiburòn considerò l’idea che probabilmente le donne le facevano salire senza un motivo preciso.

“Sono l’erede dei Gutierrez e tu mi farai salire… brutto burattino che non sei altro”

Ambrogio non ci vide più. Prese la pistola e sparò al ragazzo, a sangue freddo, proprio lì, davanti al municipio.

E la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/183

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Casa Sanchez era molto diversa da come la ricordava Cecilia. Aveva pensato, lei, che la cosa migliore fosse andare a reclamare la sua discendenza agli occhi della vechia matrona.

C’era persino un cancello con un inserviente a guardia, che millantava dei biglietti per visitare le due case, adesso unite da una muraglia che non si poteva scavalcare, visto che avevano infisso anche dei cocci di vetro, in modo da far venire il tetano anche solo a guardarle.

Cecilia deglutì e, temendo che forse stessero nascondendo qualcosa di losco, andò a chiedere lumi all’inserviente.

Vide sulla targhetta che c’era scritto Ambrogio. Pensò che fosse una coincidenza, ma giurava di aver visto anche quell’Ambrogio da qualche parte, e che somigliava tantissimo all’Ambrogio portiere del Sindaco. I due erano sosia dell’Ambrogio che non ricordava di aver visto.

In ogni caso chiese “Scusate, per entrare…?”

“Dieci pesos” rispose lui prontamente.

“Sono la nipote di Ana Lucia Sanchez” rispose seriamente Cecilia, esibendo il certificato di nascita. “Sono qui per reclamare ciò che è mio”

Ambrogio deglutì sudando freddo. “Certo, certo… entrate, garantisco io per voi”

Le cancellate si aprirono magicamente e Cecilia entrò impettita, come se fosse già la regina dell’universo.

Mentre attraversava il giardino, fu fermata da una ragazza col prendisole e cappello di paglia, che innaffiava le piante. Esibiva una certa pancia.

Pur essendo marzo non faceva fresco, l’estate a Villa Nueva non accennava ad andarsene.

“Oh, abbiamo visite!” esclamò la ragazza, avvicinandosi gioviale a Cecilia. Poi tese la mano. “Mi chiamo Adele Sanchez, piacere. Voi siete…?”

“Cecilia Me… Gutierrez” si corresse lei.

Adele sgranò gli occhi. Una Gutierrez! Lei! In effetti per certi versi ricordava el viejo, ma qualcosa le diceva che c’era qualcosa che non andava.

“Entra” disse lei. “Mia nonna sarà felice di conoscerti”

“Lo credo bene” disse lei, non riuscendo a trattenersi.

Entrò a Villa Sanchez, salì il primo piano ed entrò in una camera appartata, arredata con tanti centrini dove il rosa era predominante.

Seduta su una sedia a dondolo, c’era Ana Lucia Sanchez, che ricamava. Accanto a lei, un nervoso José Riquelme stava facendo riabilitazione. Era forse stato colpito da una pistola, a giudicare dalle fasciature sul busto.

Era un miracolo della natura che fosse vivo.

Nessuno dei tre disse nulla. Ana Lucia sollevò lo sguardo veros la visitatrice e la riconobbe subito. Capì anche cosa voleva, ma non poteva darglielo.

“Sparisci” disse infine. “Non puoi reclamare ciò che chiedi”

“Nonna” rispose Cecilia, avvicinandosi e sedendosi accanto a lei. José si incuriosì, ma non capiva di cosa stessero parlando.

“Nonna, lo so cosa stai provando. Tu hai amato mio nonno per tanti anni, ma non avete potuto stare insieme. Io sono ciò che rimane della vostra unione, il risultato che il vostro amore ha provato tanti anni fa. E poi, i nonni non danno soldi ai loro figli? perché negare ancora quell’amore? Perché negare l’amore? Perché negare? Perché? Per?”

Ana Lucia si irritò così tanto che sbagliò un punto del suo ricamo.

El viejo non avrebbe mai approvato la tua condotta” preoseguì Cecilia, sapendo di star facendo breccia.

“Che ne sai tu di quello che voleva el viejo, un uomo talmente imbecille da donare il nostro pegno d’amore imperituro a un idiota patentato qual è Fernando Espimas?” sibilò Ana Lucia. Quel particolare le faceva ancora male.

“Forse l’avrà fatto” concesse l’altra “ma renditi conto che ormai siete vecchi. Non è più l’antichità. È il 1984 e una lavatrice sta girando, quindi io…”

“Zitta! Non parlare di cose che non capisci” Ana Lucia sembrava spaventata. José avrebbe giurato che in altri contesti avrebbe già tirato fuori il fucile. “Cecilia… tu ti chiami come nostra figlia e questo mi fa più male di tutto il resto. Ma capirai bene che le nostre vite, la mia e quella di Alfio, sono andate avanti. Adesso i miei eredi sono Adele, questo cretino” indicò José che salutò con la mano “e Diego Sanchez, figlio rinnegato da Gonzalo ma adottato da mia nuora, Violetta. Forse sono i frutti dell’amore proibito che mi affascinano, ma non il mio. Non i tuoi occhi”

Cecilia capì di avere gli occhi del viejo. “Non importa. Sono tua nipote e vivrò con voi, fintantoché la lavatrice gira”

E in effetti continuava a girare…

la Ropa Sucia/182

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Cecilia Mendosa aveva avuto giorni difficili. Non aveva mai capito cos’è che facesse suo figlio Roberto, l’aitante runner, anche se effettivamente non correva più da un bel po’ di tempo.

Non le rimase altro che chiedere informazioni al Boss del Clan dei Neri, che dalla lettera si evinceva fosse diventato il Sindaco stesso.

Andò al Municipio, che si trovava poco distante dalla piazza principale, un edificio incassato fra una casa e l’altra, dotato di scalinata e bandiera argentina sopra l’uscio. Accanto alla bandiera nazionale, il simbolo di Villa Nueva: uno stemma con dentro alcune case immerse nella Pampa, con sotto scritto il motto della città: i panni sporchi si lavano in famiglia.

Giunta in segreteria, chiese.

“Scusate… serve appuntamento per conferire col Sindaco?”

L’addetto il cui nome sulla targhetta recitava Ambrogio, rispose “No, signora Mendosa. Può salire tranquillamente: sono finiti i momenti in cui rapivamo le persone, adesso il Sindaco è disposto sempre a ricevere chicchessia, anche se non sappiamo né nome né provenienza”
Cecilia squadrò quello strano maggiordomo con sospetto: sembrava sorridente: diceva sul serio oppure scherzava?

E inoltre, dove lo aveva già visto?

“Mah, sarà” disse lei, e salì al primo piano, dove venne accolta da Alfonso Fernandez.

“Benvenuta, Cecilia Mendosa” disse subito il ragazzo, “Io sono Alfonso Fernandez, vicesindaco. Entra, entra”

Alfonso aveva un ufficio tutto suo, ma passava la maggior parte del tempo nella stanza del Sindaco. In quel caso, però, fu incaricato di accogliere la nuova visitatrice secondo tutti i crismi.

“Allora, sappiamo perché sei qui. Tu ci servi, Cecilia Mendosa… o forse dovrei dire Gutierrez”

Quel cognome accostato al suo nome le parve strano, apocalittico quasi.

“Cosa posso fare?” chiese lei. Non vide biscotti né tè in quella scrivania, solo scartoffie che forse servivano anche a fare scena, vedendo com’erano disordinate. Sembrava, dai fogli sparsi e dai vestiti spiegazzati del suo interlocutore, che ci fosse stata una colluttazione.

“Non lo immagini?” chiese Alfonso, congiungendo i polpastrelli delle dita e accavallando le gambe. “Eppure nella lettera abbiamo parlato chiaro… devi reclamare la tua parte di eredità, regnando sui Sanchez er sui Gutierrez con scettro di ferro. In cambio noi ti daremo tutto l’appoggio civico di cui abbisogni”

La ragazza era d’accordo. Non ne poteva più di vivere in mezzo al peblo. Era chiamata per essere nobile, lo sentiva dentro di sé e malediceva sua madre per non averci pensato prima.

“Va bene, allora. Sono conten ta di fare parte di questa squadra, il clan dei Neri”

“È la squadra dell’amore” disse Alfonso, toccandosi negligentemente il colletto della camicia aperta. Cecilia non poté fare a meno di guardare che era sporco di rossetto.

Si alzò, chiedendosi con chi Alfonso se la facesse, ma fu un pensiero che l’abbandonò subito. Dopo pochi minuti, entrò Rebecca Jones, mordendosi le labbra nel guardare Alfonso, quindi richiuse la porta a chiave dall’interno.

Tutto ciò, tuttavia, era stata vista. Una persona vestita da lampada a muro era stata vigilante per tutto quel tempo, così andò subito a casa Salcido e informò i suoi capi di tutti quei fatti.

“E come hai fatto ad origliare?” chiese Cecilia, mentre Roberto si metteva le mani ai capelli, tubato da quella svolta.

“Ho messo un bicchiere sulla porta, no?” disse lo scagnozzo, che peraltro era vestito di bianco, e a sua volta era stato far gli inservienti dei Salcido. Lui non poteva lamentarsi, gli era stato garantito un aumento di stipendio.

“Maledetto bastardo…” sibilò il Sindaco. “Usare l’ufficio del vicesindaco per fare sesso”

“Tu non lo fai da tanto, eh?” chiese Catalina, comprensiva.

“Madre…” disse Roberto. “madre, che cosa stai facendo?”

La lavatrice continuiava a girare…

La Ropa Sucia/174

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A casa Salcido molte verità stavano saltando fuori, con quattro persone col fiato sospeso, più una che si stava ingozzando di biscotti, tutti preparati dalla sapiente mano di Ambrogio, il maggiordomo di casa che, dal suo angolino, stava aspettando chissà cosa, o semplicemente si teneva pronto per qualche ordine che difficilmente sarebbe arrivato, presi com’erano dal racconto di Pepa Gutierrez, che era evasa e probabilmente le sarebbe stato affibbiato quel nomignolo. Finalmente ne avrebbe avuto uno anche lei, anche se non lo desiderava, ma si sa: alla fine i soprannomi ti prendono; piaccia o non piaccia.

“Augusto Goicochea cosa se ne fece di quel milione?” chiese Roberto, l’aitante runner. Lui sapeva cosa poter fare di un milione di pesos. Ad esempio lo avrebbe investito per una pista di atletica regolamentare, in modo da poter correre tranquillamente senza che i ciclisti rischiassero di ammazzarlo.

“Beh” disse lei “Lo usò a suo vantaggio, in modo da distruggere coloro che gli hanno tappato la bocca, tappandogliela di rimando, probabilmente per sempre. Sapeva, lui, che Francisco Miranda avrebbe vinto facilmente le elezioni a sindaco di Villa Nueva, così lo rapì”

“Ma come” disse la signora Salcido “un soldato della rivoluzione che si fa rapire in quel modo?”

Pepa sgranò gli occhi. Le sembrava tutto così ovvio che non riusciva a capire come mai tutti avessero gli occhi velati “Appunto, proprio perché era un soldato della rivoluzione. Convinto com’era che la guerra fosse finita, dormì un po’ sugli allori. Anzi, si addormentò sul serio. E fu rapito nel suo letto, dislocato in un posto che adesso rivelerò. Al suo posto si pose lui, Augusto Goicochea, che si travestì in modo da somigliare a colui che aveva rapito. Tuttavia, i suoi due fratelli avevano capito che fosse lui perché fece una cosa che non doveva fare”

“Cosa?” chiese Catalina.

“Andò assieme al commissario a visitare Ramòn Fernandez, proprio dritto nel suo covo. E ora, come faceva a sapere lui dove si trovava? E dai… ecco perché fu scoperto come neanche il più idiota! Ovvio che non poteva essere il vero Sindaco”

“Quindi, il vero Sindaco si trova…?” chiese Roberto.

“Nei sotterranei del castello di Romàn Garcia, fratello o fratellastro di Javier!”

Tutti spalancarono la bocca.

“Allora è veramente un criminale!” esclamò adirato il signor Salcido, adirato chissà per quale motivo. “Andiamo a catturarlo!”

“No, aspettate!” esclamò Roberto, l’aitante runner. “E tu come fai a sapere tutte queste cose?”

Pepa sospirò. Prese l’ultimo biscotto e lo mangiò con gusto. Poi rispose “Ho avuto come compagna di cella una persona molto bene informata sui fatti. L’unica persona al mondo che poteva conoscere tutti questi fatti e rivelarli, dato che comunque ha avuto l’ergastolo e non può uscire come ho fatto io, che sono giovane e atletica ed evadere per me è un giocao da ragazzi”

“E chi sarà mai?” si chiesero tutti.

Pepa fissò tutti quanti, considerando se fossero pronti a ricevere quel nome, un nome che era rimasto a lungo celato. Un nome che nemmeno lei, sulle prime, stentava ad accettare.

“Il nome è… Cassandra Espimas. Proprio così, la madre di Carlos Espimas e matriarca di quella famiglia. Ecco cosa c’entrano loro! Ecco perché Goicochea si era rivolto a quella casata per compiere quell’omicidio! Ecco perché gli Espimas sono così tanti! Ecco perché nella carbonara ci vuole il guanciale, ed ecco perché Cassandra si è costuita alla giustizia dopo quell’incendio, addossandosene tutta la responsabilità, anche se non lo aveva proprio commesso!”

Calò un silenzio gelido a casa Salcido. Tuttavia, se si aguzzava l’orecchio, si poteva sentire il rumore di una lavatrice che girava…