Tag – Carta d’Identità dell’anima

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Le anime non scrivono, non hanno dita

Ennesimo tag della mia gemella dei tag LaCorte!

Ecco cosa dice Carla (penso sia l’ideatrice di questo tag):

Ciascuno di noi si presenta con le fattezze che coglie lo sguardo e, finché non si sgretola il silenzio, l’immagine conduce il gioco. E se potessimo esibire, per prima, la CARTA D’IDENTITA’ dell’Anima, cosa cambierebbe? Per alcuni nulla, per altri tanto, TUTTO, potendo mostrare che la vera bellezza ha sede nel Cuore – Il TAG nasce dalla voglia di scoprire i tratti “autentici” di ciascuno di voi, di poter attribuire loro il valore che meritano e di poterci scoprire diversi nella copertina ma simili nelle pagine della vostra storia.

Ebbene, quali sono le regole?

  • Menzionare chi ha creato il TAG – La dimora del pensiero
  • Utilizzare la stessa immagine o crearne una nuova (cimentatevi, saprete fare di meglio!)
  • Compilare la CARTA D’IDENTITA’
  • Nominare tutte le persone che vorrete ed avvisarle di essere state taggate.

Vediamo un po’:

Cognome: Aven
Nome: Andrea
nata il: sono nato il 9 settembre, per alcuni persino il 30 settembre
a: Palermo, dove le case sono a turno rosa e nero
cittadinanza: Abito sul web, su Internet, Facebook, Whatsapp, Instagram e WordPress
residenza: Proprio qui, in questo blog. Venitemi a trovare, ho i biscotti (?) virtuali
via: Boulevard of Broken Dreams, 80
stato civile: single imperituro forever and ever
professione: Scrittore (AHAHAHAH)
statura: sono bassamente alto
capelli: corti, castani, che cadono uno dopo l’altro
occhi: nocciola?
segni particolari: sono pieno di punti neri, sto diventando un uomo nero, proprio quello dentro gli armadi e questa cosa sta diventando un po’ porno LOL
Taggo TE!!

 

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La Ropa Sucia/135

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La situazione a New York stava precipitando. Raquel Garcia giaceva nuda con un uomo nudo proprio pochi giorni dopo il matrimonio festoso che aveva celebrato con Fernando, quest’ultimo aveva rispoosto baciando appassionatamente Luisa Ortega. In realtà era stata lei a baciarlo a stampo mentre lui si era subito staccato pulendosi la bocca, ma agli occhi di Raquel la scena andò nella sua mente con la prima versione.

“Allora… calmiamoci tutti. Tu Bob scendi da me, parleremo dopo”

“Okay padrona”disse Bob, e scese da lei mettendosi accanto a lei facendole i massaggi.

“Chiariamo questa situazione” Raquel era molto bella. I capelli le cadevano davanti agli occhi e il fatto che solo un lenzuolo copriva le sue ggrazie, lasciando la schiena scoperta, poteva essere davvero un sogno per chiunque la guardasse. Fernando solo era immune a tale visione, eprché era molto arrabbiato con lei, visto che stava praticando certe atti con quel Bob che aveva una voce molto strana, come se qualcuno da piccolo lo avesse colpito con un pallone da calcio proprio fra i gioielli e quell’incidente lo aveva corrotto anche nella voce, per qualche strana ragione. Fernando non era sicuro, ma magari poteva essere una ragione.

“Il qui presente Bob è il mio massaggiatore. L’ho assunto quando sono arrivata per il mio viaggio di nozze. L’ho visto proprio in questo hotel: è stato lui a offrirsi di massaggiarmi le spalle perché mi ha detto che ero molto tesa. Al che mi sono spogliata nuda e mi sono sdraiata su questo stesso letto, e lui mi ha massaggiato. Se vi state chiedendo perché anche lui si è spogliato nudo, beh, c’è caldo. Al che, un massaggio dopo l’altro, io mi sono girata e lui ha cominciato a baciarmi le spalle, e una cosa dietro l’altra abbiamo finito per fare sesso. Se non l’avete notato, Bob è un ottimo ragazzo ed io sono bellissima, modestamente. Ecco che fra noi c’è stato solo questo momento, quindi non ho tradito Fernando come ha appena fatto lui, infilando tre metri di lingua nella bocca dell’ingenua Luisa Ortega”

“In realtà è stato solo un bacio a stampo! Magari mi avesse mesos tre metri di lingua in bocca, e non solo sulla bocca!”

Tutti guardarono la frustrata Luisa a bocca aperta.

Nel frattempo, i coniugi Garcia, ossia i genitori della fedifraga Raquel, si presentarono davanti al castello di Romàn Garcia, visto che la loro casa era stata venduta agli Islas.

Non avevano in mano molti bagagli, erano molto poveri e bastò loro una valigia per due.

Romàn li vide vestiti in maniera molto sciatta, spettinati, come se si fossero alzati di tutta fretta e avevano messo sia i pantaloni di lui che i vestiti di lei nella stessa valigia alla rinfusa, tanto che se ne vedevano le tracce.

“Beh” disse lui. “Mi sa che mi tocca… tanto, comunque, ho un castello, potremmo anche non vederci mai se dovessimo dividerci le ali”

“Infatti” disse Javier, guardando con disprezzo la nobiltà ostentata di Romàn, come se non avesse mai visto nessuno tanto ricco e se ne disgustava. “Ma tu com’è che sei diventato ricco?”

“Bah, un po’ di questo, un po’ di quello… qualcosa che tu non puoi mai capire perché non ti sei mai mosso da Villa Nueva. Questo stesso castello è già per te un viaggio all’estero”

Javier si sentì bruciare, ma era vero. Ed era vero anche che non poteva farci niente, perché, anche per lui come per tutti, la lavatrice continuava a girare…

La Ropa Sucia/122

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Rosa aveva ottimi motivi per andare all’ospedale, ogni giorno, a fare compagnia alla sorella Adele, che a sua volta vegliava sul marito moribondo.

Era vero, tutti la chiamavano la chica formosa. Tutti i ragazzi, quando faceva quel tragitto in bicicletta da casa sua alla clinica, la fischiavano addosso e alcuni si abbandonavano in certio commenti osceni che non le piacevano. Era vero tutto, ma a lei mancava un uomo. Ne aveva avuti tanti, e in clinica c’era un dottore niente male.

Una volta arrivata nel solito stanzino dove c’erano José e altri due pazienti, Rosa chiese ad Adele “Ma dov’è il dottor Gonzalez?”

Adele guardò il marito, che tranquillo stava leggendo il giornale, pieno di articoli sia veri che finti. C’era anche un disegnino riempitivo, fatto dalla piccola figlia dell’articolista.

“Glielo devo dire?” chiese Adele a José. QAuest’ultimo annuì, sospirando con aria stanca.

“Rosa” disse Adele. “Ti ricordi il dottor Gonzalez, che ha guarito tutte noi dalle malattie infantili?”

“Ebbene?”

Rosa non sapeva se voleva saperlo oppure no.

“Ebbene è partito, non è più a Villa Nueva”

Rosa sgranò gli occhi e guardò i due coniugi come se fossero impazziti. Al che si alzò, lasciò i vestiti nuovi di ricambio nella sala e andò a cercare quel medico carino per chiedere lumi a lui.

“Scusa, medico carino?”

Quegli si girò e sospirò. “Possibile che mi chiamiate tutte così? Ce l’avrò anche io un nome oppure no?”

“Sì beh, è perché lei è bellissimo” disse Rosa, mettendo in mostra i motivi per cui era definita formosa. “Comunque non volevo il suo numero di telefono”

“Oh, meno male! E cosa vuole dunque?”

Rosa notò che la stava guardando negli occhi nonostante i motivi per cui era definita formosa fossero bene in vista. Qualcosa non tornava.

“Volevo sapere dov’è finito il dottor Gonzalez, che fantastico è riuscito a curare tutti i bambini di Villa Nueva da trent’anni”

“Oh, è fuggito” rispose lui. “Sai, ha scoperto di essere padre di una ragazza, Clara Sanchez, che poi era Espimas, ed è fuggito”

“Ah” Rosa si ricordava di Clara. Lei e lei avevano un destino in comune: quella notte di tanti anni prima avevano scambiato le culle, e quindi per tutto quel tempo lei era stata nella famiglia Espimas, mentre Clara si era sempre considerata figlia dei Sanchez. Adesso, stando a quel che diceva il medico carino non era nemmeno figlia degli Espimas, ma figlia del medico, che adesso era scappato. E dove poteva essere andato?

Per Rosa si apriva un caso difficile da risolvere, che avrebbe risolto. Però, prima disse una cosa “Allora che ne dice se andassimo al bar giù a prendere un aperitivo?”

“Oh no, grazie…” disse lui e le voltò le spalle. Il medico carino nascondeva qualcosa.

Nel frattempo el loco aveva raccontato tutto a suo fratello, scendendo anche nei particolari della sua avventura con Analisa.

“Praticamente siamo già messi insieme. Analisa è andata dai Sanchez e si sta operando per spegnere la lavatrice”

El tiburòn guardava una mutanda messa sul divano di casa. Una mutanda femminile.

“Tu lo sai perché nostra madre e lo zio continuano a fare sesso?”

El loco era l’unico a riuscire a captare la voce bassissima e borbottata del fratello.

“Cosa c’è? Sei invidioso? Sei l’unico che non batte chiodo fra i Gutierrez, in effetti” rispose. Lui si considerava fra gli eletti perché era pronto a mettersi con Analisa, la quale vide con Pedro la lavatrice, che stava girando…

La Ropa Sucia/105

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Clara Sanchez era in realtà appartenente alla famiglia Espimas, ma adesso era figlia del dottor Gonzalez. Fece cadere l’anello nuziale che era appartenuto al viejo, e preferì fissare il suo certificato di nascita.

Restava solo una domanda da fare.

“Perché vestirsi da colonne?” chiese dunque Fernando.

“No, in realtà la domanda è un’altra, amore mio” lo corresse Raquel. “Come ha fatto a entrare quel pezzo di carta dentro l’anello e come ha fatto questa tizia a estrarlo”

Clara emise un lungo sbuffo e si alzò con tutta la dignità che poteva avere vestita da colonna.

“Allora, innanzitutto non sono questa tizia, ma sono figlia del celebre dottor Gonzalez e cresciuta nella famiglia più ricca di Villa Nueva. Punto secondo, sono riuscita ad estrarre il foglio perché come tutti sanno, l’anello del viejo aveva una levetta a scorrimento nel cerchio interno”

Clara dimostrò che era nel giusto aprendo e chiudendo a piacimento uno scompartimento.

“In ogni caso, il defunto Gutierrez ha dato a me quell’anello e adesso voglio darlo a chi amo più di ogni altra cosa al mondo” dichiarò Fernando. “Dammelo”

Clara consegnò l’oggetto al primogenito degli Espimas e qualche ora dopo, quella sera, la vecchia zia Felipa Espimas emise un lungo sospiro.

“Si può sapere chi è che ha messo in giro la voce che qui ci sia uno spettro? È un’ora che cerchiamo e non ho trovato nulla!”

I due coniugi arrossirono imbarazzati. “Lo abbiamo sentito dal loco, il figlio dei Gutierrez, anche se è un poco loco, noi…”

“Ma porca miseria! Ma lo sapete chi è quel ragazzo! È uno stupido! Lo chiamano loco, no?”

“Yah-ha! Ti ho preso!”

Il proiettile sparato da una fionda prese sul cranio Benjamin che cadde proprio sul tavolino spiritico.

“AAAAH! LO SPIRITO!” urlò la signora Espimas.

“Calma, cara… è nostro figlio” la tranquillizzò il marito.

“AAAH! BAMBINI!”

Carlos si mise le mani in faccia e poi vide che era stato a tramortire il piccolo Benjamin.

“Tu! Tu non sei… chi sei?”

“Mi chiamo Jùan Islas, e vivo qui accanto”

“Miseriaccia…” i due coniugi e la vecchia megera guardarono con sospetto il piccolo discolo e pensarono che ci fosse qualcosa che non quadrava.

Al che si alzarono e salirono su in soffitta, ma non trovarono nessuno, questo perché Analisa era tornata a casa con le pive nel sacco, quindi gli Espimas realizzarono che si trattava di una bricconata solitaria di Jùan e lo rimpiazzarono a casa. Fu Analisa a prenderlo e scusarsi con i vicini.

Il giorno dopo, poco più in là, Miguel Espimas, che nel frattempo era rimasto tutto quel tempo in quella che era stata la casa di Fernando e Raquel, ebbe modo di riflettere su tutto lo scibile umano, finché non arrivò Clara in persona spalancare al porta e balzargli fra le braccia.

“Clarita…” esordì scosso Miguel.

“Miguel! Miguel! Possiamo sposarci!”

“Come? In che senso? Non siamo…”

“Hai detto bene! Non siamo! Guarda qui!”

Estrasse dall’incavo fra i seni un certificato di nascita che la certificava figlia del dottore.”

“Non siamo!” Ripeté estatica. Al che, scosso, incredulo e sorpreso, Miguel strinse a sé Clara e la baciò appassionatamente, bacio che poi proruppe in un atto sessuale vero e proprio.

Fatto stava che proprio mentre i due erano pronti per unirsi, la porta venne aperta dai legittimi proprietari della casa, Fernando e Raquel.

“Voi due!” esclamò l’Espimas maggiore. “State copulando sopra il tavolo del mio soggiorno!”

I due, seminudi, fecero in fretta a coprirsi. “Fernandito! Devi tornare a casa, piuttosto!”

“Non ci sarà nessun anello, mio caro Miguel” disse Fernando al fratello.

“Non ho parlato di anelli… sei un po’ fissato”

“Oh” Fernando rimase spiazzato. “Comunque, andate a fare le vostre cose… fuori”

E fu così che furono Fernando e Raquel a copulare sul tavolo del soggiorno, ballando quella danza allo stesso ritmo del movimento della lavatrice.

Una serie di sfortunati eventi Tag!

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Benvenuti nel paese dove crescono le uova di Pasqua!

Buongiorno e buona Pasqua!

Torno con un Tag: ebbene sì, La Corte mi tagga e io non  posso fare altro che rispondere!

La Corte ti dichiara colpevole!

Colpevole di essere appassionato di tag.

Passiamo ora alle DOMANDE, che sono molteplici e piene di insidie (?)

A quanto pare, devo solo rispondere alle seguenti domande ispirate a “Una serie di sfortunati eventi”.

  • Un infausto inizio: un libro che ti ha lasciato con l’amaro in bocca L’isola del giorno prima 
  • La stanza delle serpi: un libro che ti ha appassionato Il conte di Montecristo
  • La funesta finestra: un libro che hai divorato Harry Potter e la camera dei segreti LOL
  • La sinistra segheria: un libro che ti ha ipnotizzato Il ritratto di Dorian Gray
  • L’atroce accademia: la trilogia preferita La Compagnia dell’Anello – Le due Torri – il Ritorno del Re
  • L’ascensore ansiogeno: un libro che ti ha lasciato perplesso Il nome della rosa LOL andiamo, tutto sto casino per SPOILER e poi SPOILER?
  • Il vile villaggio: un libro giudicato male Non ho suggerimenti qui, vado sempre sul sicuro
  • L’ostile ospedale: un libro che ti ha angosciato Non leggo libri di questo genere, mi angoscerebbero
  • Il carosello carnivoro: un libro che ti ha colpito dalla copertina Le avventure di Sherlock Holmes ^^ l’edizione Mammut è così morbida
  • L’atro antro: un libro in cui hai temuto per la fine di un personaggio  I Miserabili
  • Il penultimo pericolo: un libro in cui c’è uno scambio d’identità Lo strano caso del dottor Jeckyll e Mister Hyde. Mi ero affezionato e…
  • La fine: una saga che ti è dispiaciuto finire. Harry Potter e i doni della morte LOL devo tutto a questo libro e non starei facendo questo tag se non fosse per lui.

 

Taggo chi se la sente!

La Ropa Sucia/75

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Adele a un certo punto pensò ad Alvaro.

Non era quindi José Riquelme il padre di colui o colei che stava crescendo dentro di lei, ma era quel bellimbusto che era stato suo compagno a scuola. In effetti, i tempi coincidevano di più, anche se Adele aveva sperato tantissimo che il padre fosse José, e anche quest’ultimo aveva deciso di essere il padre e prendersene la responsabilità, accettando di sposarsi.

Il fatto era che adesso quel matrimonio era soltanto una copertura. Si trattava semplicemente di due conoscenti che avevano avuto una notte, o meglio, qualche minuto, chiusi nel bagno dei Gutierrez e che adesso stavano per partire in viaggio di nozze a Parigi.

Adele pensò a cosa aveva provato con Alvaro e a quello che invece era successo con José. Non c’era paragone.

José era così hombre

Al suo matrimonio era venuto fuori che era impotente, tanto da impedire la prima notte di nozze, poi sostituita con la veglia in omaggio al viejo. Ormai si trovava all’aeroporto, perciò non poteva presenziare al funerale, in cui ci sarebbero stati tutti, persino quei due enigmatici fratelli che avevano fatto la loro comparsa per la prima volta alla cattedrale di Cordova. Era incredibile come le cose accadevano e sembravano particolarmente concatenate fra di loro. Ad esempio, comparivano due fratelli di cui nessuno sapeva nulla e successivamente Fernando trovava un anello di fidanzamento molto costoso nella sua tasca. El viejo stava per dire una scomoda verità alla nonna Ana Lucia e colto da un infarto improvviso era morto stecchito mentre tutti stavano festeggiando.

Infine, com’era ovvio, lei e la sua famiglia doveva fare i conti con la lavatrice, che continuava a girare imperterrita e indifferente alle cose del mondo.

Nel frattempo, vide arrivare José, carico di bagagli.

“Finalmente! Ma quanto ci hai messo?” chiese lei. “Il gate sta per chiudere!”

“Lo so, Adele” rispose lui, ansimando. “Ma i miei genitori dovevano lavare a mano e quindi mi hanno messo a pulire”

“Capisco” mentì Adele, per poi avviarsi al gate che li avrebbe portati a Parigi, dove sarebbero rimasti due settimane.

Il funerale nel frattempo era cominciato e finito, ed era giunto il momento di dare l’ultimo saluto a nonno Alfio.

“… L’eterno riposo, dona a lui, o Signore, e splenda in lui la luce perpetua. Riposi in pace. Amen.” Recitò il parroco di Villa Nueva, don Sebastiàn, che aveva sentito confessioni scabrose, e guardava chi gli stava attorno con un misto di disprezzo e imbarazzo.

Tutti piangevano. I Gutierrez al completo, e poi i Sanchez, i coniugi Riquelme, e poi gli Espimas, che erano convenuti. Insomma, tutti quelli che avevano conosciuto Alfio sapevano quanto fosse stato importante per Villa Nueva e sapere che non ci sarebbe più stato nessun compleanno da festeggiare era una notizia triste, davvero. Oltre alla coppia di sposini, Pedro Sanchez mandò un pensiero a sua nonna, Ana Lucia, che era assente in quel giorno di pioggia, così strana in quel di marzo di fine estate.

Anche Ana Lucia lanciò un pensiero alla sua vecchia fiamma dei giorni ormai andati di chissà quale anno. La figlia che avevano avuto aveva poi avuto una figlia, che adesso stava col figlio del viejo.

Eppure, c’era ancora una verità che era adesso sepolta con lui: che cosa diamine poteva essere? Non era che forse conosceva il segreto della lavatrice?

Oppure, in quei mesi si faceva tanto parlare di alieni, UFO e quant’altro. E se anche Alfio fosse un extraterrestre? L’avrebbe saputo, alla fine lo aveva visto nudo.

Ma allora…?

E allora Ana Lucia continuò a sferruzzare, concentrata non tanto sul lavoro a maglia, ma su cosa el viejo doveva dirle.

Nel frattempo Catalina Salcido e il suo fidanzato Guillermo erano legati e imbavagliati a casa Garcia, alla mercé di un adirato Javier, che con la carabina era molto pericoloso.

La lavatrice continuava a girare.

Intervista a… Zanna!

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È la sala delle interviste di Aven. Davanti a lui, c’è la solita guantiera di pasticcini e in sottofondo una vecchia cover dei The Baseballs, prodotta da un grammofono. Aven attende Zanna, oggi, una delle sue scrittrici amatoriali preferite e, col tempo, diventata anche un’amica. Ha un sacco di domande che vorrebbe porle.
Zanna arriva, saluta e si siede sulle poltrone morbide e comode della sala. Entrambi sperano di non addormentarsi mentre parlano!
Ad ogni modo.
Ciao Zanna! Benvenuta qui, a “Le avventure di tutto” ^^ mettiti comoda, sarà un’esperienza divertente 😀

Cominciamo con una domanda facile. Sei qui per presentare “La luce calda del tramonto”, romanzo rosa storico che io ho letto e che personalmente lo trovo adatto a una futura pubblicazione. Quindi… com’è nata Cindy? E Peter?

*Si sistema meglio sulla poltrona e pensa che sia davvero fin troppo comod- zZzZzZzZz* Oh, Aven! Ma che piacere essere qui a rispondere alle tue domande! Prima di tutto ti ringrazio davvero tanto per avermi offerto questa guantie- ehm, possibilità e sarò più che lieta di colmare qualsiasi tuo dubbio e curiosità… Ma prima fammi dare uno scopo a quella iris fritta che vedo laggiù, solitaria, in un angolo.
10 Giugno 1945, Pasadena (CA).
Cindy Harris, la protagonista assoluta di tutta la vicenda narrata nel mio primo romanzo, nasce dalla mia primissima sperimentazione nel creare un personaggio originale. Cindy ha 17 anni all’inizio della storia, così come io avevo 17 anni quando l’ho “partorita” dalla mia tastiera e le ho dato anche altre caratteristiche fisiche e psicologiche che mi appartengono, unite ad altri aspetti che invece avrei sempre voluto vedere su di me e dentro di me. Cindy è il mio alter ego, in ogni senso, e per questo motivo la considero alla stregua di una figlia. Piena di difetti e ipocrisie, immatura, generosa, dolce e sarcastica… Cindy è un mix di dettagli e sfaccettature che difficilmente potrebbero rendere una persona noiosa… o allo stesso tempo SOPPORTABILE!
Peter Jones… anche per lui vale la stessa cosa di Cindy, ossia è anche lui un personaggio nato dal nulla ma forgiato dal mio ideale di uomo perfetto e da attori hollywoodiani che nel corso degli anni mi hanno fatta impazzire, non lo nego. Il co-protagonista del romanzo è il classico uomo tutto d’un pezzo, valoroso ufficiale e determinato, oltre ogni cosa compresa la guerra, ad amare l’unica ragazza che gli ha fatto perdere la testa in una sera di inizio estate – indovinate un po’ chi?? Esatto, 100 punti a Serpeverde! -. Peter è anche lui un personaggio totalmente umano, o almeno così spero di averlo reso. Non mi hanno mai fatta impazzire uomini e donne senza macchia, perfetti e imperituri: persone a cui va sempre tutto bene e la vita stende loro un tappeto rosso sotto i piedi. “La luce calda del tramonto”, per l’appunto, non è nulla di tutto ciò.

 

La storia si svolge soprattutto nei primissimi anni dopo la Seconda Guerra Mondiale, anche se parte proprio dal 1945. Perché proprio questo periodo storico, e non, che so, uno più moderno oppure uno più antico, addirittura?

*Il salotto delle interviste si tinge misteriosamente di un tenue color seppia* Sono da sempre stata una grande appassionata di Storia, più che altro un amante occasionale: ci sono periodi che non mi hanno mai affascinata più di tanto, altri che invece mi hanno solo incuriosita… ma il periodo che va dall’inizio del ‘900 fino agli anni ‘60 de secolo è qualcosa che in me ha sempre suscitato un amore platonico. Mi affascina la storiografia fra le due grandi guerre, che sappiamo tutti essere stato, dopo la prima rivoluzione industriale, il momento della storia umana di massimo sviluppo, con conseguenziale declino. Una montagna russa, ecco. E su questa “giostra” si sono alternate gioie e dolori, progressi e regressi che personalmente mi creano un flusso continuo di ispirazione e infinite possibilità da raccontare. Sai, Aven, quanto io ci tenga a risultare credibile e soprattutto veritiera con i contesti storici in cui faccio muovere le mie pedine, anche perché io sono sicura che da qualche parte, in qualche tempo, di storie come quelle che racconto per far sognare gli altri e me stessa saranno accadute sul serio. Ambientare una vicenda durante la Seconda Guerra Mondiale, e nello specifico “La luce calda del tramonto”, vuol dire mostrare l’amore nei suoi aspetti più tragici, ma anche la speranza nella sua forma più pura e tangibile. Pare scontato dirlo, ma fa sempre bene ricordare quanto queste due cose siano forti e capaci di smuovere mari e monti. In questo nuovo millennio si è perso un po’ il senso di certe cose…

Cindy e Peter sono due facce della stessa medaglia, anche se fra loro intercorre una differenza di età non indifferente. Cosa rispondi a coloro i quali potrebbero dire qualcosa contro questo tema?

Dieci anni di differenza. Ebbene, all’epoca una tale differenza poteva essere giudicata nella norma oppure per niente, a seconda dei contesti sociale e culturali. Nel caso di Cindy e Peter questa differenza di età è molto sentita, ma soprattutto perché Cindy nasce e cresce in un contesto abbastanza protetto, e arriva a 17 anni con una mentalità alquanto bambinesca sotto molti aspetti, seppur ci siano in lei sprazzi di maturità come raccontano alcuni episodi iniziali nella storia. Peter… beh, lui a 23 anni abbatteva aerei giapponesi a Pearl Harbor e a 27 vanta la medaglia al valore militare ed è un capitano della USAAF , senza contare che ha visto la guerra, su parecchi fronti (sì, anche quello nostrano). Quindi è ovvio che fra i due dieci anni, in realtà sono come venti o trent’anni. Alle persone che vedono un po’ questa differenza di età come un tabù dico di leggere la storia e poi di farmi sapere, e parlo da persona che nella realtà non riuscirebbe a vedere bene una diciassettenne di adesso con un ventisettenne di adesso.

Lo sai, questo è un blog comico. Puoi raccontarci un aneddoto divertente su questa storia?

Un aneddoto simpatico, per i miei personaggi, è sicuramente quando Cindy fa di tutto per impedire a sua sorella Alex di incontrarsi con Peter, combinandone di tutti i colori fino a sfiorare figuracce da Oscar con tutta la sua famiglia. Una menzione speciale va al momento del “serpente in giardino fra le foglie” e “il bigliettino con il numero di telefono ingoiato”.
Per me invece tutta la storia è stata un aneddoto simpatico… Perché è stato molto divertente impazzire per sette mesi insieme ai miei personaggi, restare chiusa in camera a scrivere in estate con 57° all’ombra, ma che erano 80° accanto ad un pc acceso anche per 12 o più ore al giorno. 🙂 Cosa non si fa per la propria passione…

Parliamo di ambientazioni. Nella tua storia si vedono grandi praterie, cavalli che corrono, e l’aviazione. Da dove nasce la tua passione per questi soggetti?

Il mio sogno è l’America. Detto questo credo che il motivo di scegliere certe ambientazioni possa essere capito alla perfezione. Ho scelto l’assolata California perché in qualche modo ricorda la mia adorata terra, il Sud, e perché ho sempre desiderato visitarla… Così come il resto degli States. Chissà, forse un giorno… Sicuramente un pellegrinaggio a Pasadena ce lo faccio, eh!

Guardami attentamente: io sono un maschio. La tua storia, diciamoci la verità, strizza l’occhio a un pubblico più “femminile”, e non lo dico io, ma la statistica. Che cosa hai provato quando hai saputo che un ragazzo avrebbe letto la tua storia?

La verità è che non sei stato l’unico uomo a leggere questa storia. È stata letta anche da un mio conoscente, un vero aviere, e ha sin da subito apprezzato tutta la storia fino alla fine. In ogni caso tu hai fatto una cosa che il mio stesso ragazzo non riuscirebbe a fare! HAI LETTO TUTTO! Quindi ode a te, Aven, e grande stima per te che sei in grado di saper apprezzare più generi diversi, compreso il romance storico.

“Ah sai, la tua storia mi ha colpito così tanto che voglio scriverci su una fan fiction!” Cosa rispondi se per caso incontrassi una persona del genere?

Oddio, ma sarebbe bellissimo! Io stessa scrissi una parodia della stessa, perculandomi alla grande da sola! Ma magari ci fosse qualcuno talmente suonato da farci su una fanfiction, mi accontenterei anche di una OS. Sarei curiosissima di vedere com’è che altre persone hanno immaginato i miei personaggi.

Guardati attorno: oggi come oggi, più che i romanzi rosa, vanno di moda i racconti erotici o quelli per adolescenti. Pensi che ci sia spazio nelle librerie per il tuo genere?

Assolutamente sì. Il mondo ha bisogno di più cultura, insieme allo svago che può dare una lettura. Il potenziale dei romance storici è proprio questo: far appassionare non solo ad una trama, ma anche alla Storia stessa. Per fortuna la mega industria del cinema americano pare stia capendo che girare film storici, anche solo semplicemente ambientati nel passato senza necessariamente usare l’espediente di guerre e tragedie, frutti bene. Questo vale anche per le serie tv, che oggigiorno stanno diventando un fenomeno sociale in crescita costante. E, guarda caso, molte storie sul genere portate su grandi e piccoli schermi sono quasi sempre trasposizioni di romanzi…

In generale, che messaggio vuoi dare, se c’è, a chi ti legge?

Di essere coraggiosi nell’amare e di non perdere mai la speranza di trovare la propria felicità, che quest’ultima sia il volto di una persona, lo scodinzolio di un cane o una cavalcata, un successo, un lavoro, un giro in alta quota o una bella fetta di torta al lime delle Keys…

 

Quali sono gli autori a cui ti ispiri?

Senza dubbio lei, Paullina Simons. Leggo le frasi più belle del suo “Il Cavaliere d’Inverno” come un mantra. Non c’è nulla che mi ispiri (e mi faccia sospirare) più di quel libro, il mio preferito in assoluto.

Qual è, invece, la musica che ti ispira?

Spesso e volentieri sono state le colonne sonore apocalittiche e strappalacrime di Hans Zimmer, come quelle del film “Pearl Harbor”, ma anche canzoni dell’epoca… dal Jazz allo Swing, che ho anche riportato in alcuni capitoli. Vedere Cindy e Peter ballare a ritmo di “Sing, sing, sing” di Benny Goodman è un’esperienza che raccomando caldamente a tutti gli appassionati degli anni ‘40 come me.

Quali sono le tue abitudini mentre scrivi? Ce l’hai una graffetta a portata di mano?

Non ci ho mai fatto caso, sai? Forse l’andare a fare un giro di ricognizione su Pinterest per cogliere l’ispirazione giusta che può offrirmi la foto di un paesaggio o un ritratto… O molto semplicemente è l’andare al bagno prima di iniziare a battere sulla tastiera, perché poi non so quando ci farò ritorno… Dopo un’ora? In serata? Due giorni dopo? Chi lo sa.

Così, a freddo, raccontaci di cinque cose che piacciono a Cindy, la tua protagonista. E non vale dire Peter…

– Animali
– Gelato alla vaniglia
– ballare lo Swing
– Cantare
– La libertà.

Pensi che il tuo romanzo possa esistere anche nella vita reale? Premesso che siamo tutti per la pace e la fine delle guerre, ma fra morte ed odio, c’è ancora posto per la ragazza (o oggi per il ragazzo, anche, viste le donne nell’esercito) che aspetta il partner di ritorno dall’inferno?

Senza dubbio, ci metto la mano sul fuoco! Non tutti i vecchi valori sono andati persi, per fortuna. E il valore della vita si rivela solo a coloro che hanno capito quali sono le vere priorità.

 

Bene! Adesso per favore saluta il pubblico da casa come farebbe Cindy, e al tempo stesso convincere a leggerti 😀

E adesso provate a starmi dietro, se ci riuscite…

Grazie per il tuo tempo concesso, sai che sei sempre la benvenuta qui ❤
Grazie a te, Aven, è stato un vero onore e piacere. La prossima volta vedrò di portati io nu’ bellu babbà con panna e Nutella 😉

Cara Valigia

Cara Valigia,

Non capisco perché,ma ogni volta che devo partire non riesci mai a chiuderti! Perché, eh? Ad esempio: devo andare in questo posto e tu mi chiedi, tanto per cominciare: “Ma dove devi andare? Perché?”

Allora io, non rispondendoti, perché so bene che per nessuno, nemmeno per una valigia, è semplice essere risvegliati, comincio a estrarre fuori dalla casa tutte le cose che mi servono per partire. Innanzitutto l’asciugamano: parto senza asciugamano? E per coprirmi la testa come farei? Per sventolarlo nel caso passasse un toro, cosa sventolerei?

Dopodiché, posso prendere le magliette: possono essere di tutti i tipi. All’ora della partenza ne spuntano davvero di ogni specie, forma e colore. Soprattutto, una maglia che erto sicuro di avere buttato, ma che è tornata impunemente ad occupare il mio guardaroba!

Tant’è vero che me lo chiedi tu stessa, valigia: “Ma questa maglia non l’avevi buttata?”

“Ssssh! Zitta, sbirra!” Esclama la maglia.

Va beh. Come diceva la mia professoressa delle scuole medie “Vestitevi a cipolla!”; quindi aggiungo un bel costume da cipolla, in onore dei vecchi tempi.

“Immagino l’odore” mi dici. È vero, ma metti caso che serve fare un soffritto in piena autostrada! Con 40° all’ombra, le auto possono essere ottime padelle!

Dopo le maglie e l’asciugamano, posso passare certamente a lamette, deodoranti, dentifrici, calze, pantaloni, occhiali, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale.

Ora è il momento di chiuderti, o valigia, che è un po’ il motivo per cui ti sto scrivendo questa lettera. Provo una volta… niente.

Provo una seconda… e lanci tutti i vestiari!

Provo una terza, ma ti ribelli. Non buoi chiuderti!

Quando imparerò a non portarmi da casa… tutta la casa? E poi, non è che tu, valigia, una volta entrata nel gate tiri fuori tutto, magari lanciando lontano per prima la mia amata tazza di Pac-Man?

Comunque, se vuoi la verità, ti dico: l’anno prossimo mi compro una piscina.

Tommaso è una mosca?

Tommaso è una mosca. Di solito le mosche volano; ma la maggior parte di loro preferiscono avere una precisa destinazione, ossia i vetri spalancati delle finestre.

 

Perché, se la luce ci passa, perché loro non dovrebbero? Allora, Domenica, la mosca polemica, invita Tommaso per il nuovo gioco dell’estate: “Forza, vieni a schiantarti con noi sui vetri! Chi va più veloce vince un sacco di punti! Andiamo a schiantarci a 130, dai!”

 

Ma a Tommaso non interessava tanto. Anzi, per tutta risposta afferma: “Ma lo sai che più sbattiamo contro le finestre, più diventiamo sceme? E siccome il vero potere è la conoscenza, mi sa che andrò a conoscere quel naso laggiù!”

Dopotutto, Tommaso è una mosca semplice: vede un naso, ci si posa su.

 

Nel frattempo Gianalfonso è un uomo importante d’affari. Si dà il caso che stia leggendo un’importante giornale di economia e quando lo fa non gradisce essere disturbato. Ebbene, Tommaso la mosca si appoggia proprio sul naso di quest’uomo, e prontamente con la mano lo scaccia via, non prima però che Tommaso possa dire: “È stato un piacere conoscerti, Naso!” e il naso: “Anche io, Tommy! Non abbandonarmi!”

 

Al che, Tommaso non se lo fa ripetere due volte e torna sul suo naso preferito. “Secondo te quale attività di amicizia possono fare una mosca e un naso?” chiede Naso.

 

Tommaso non risponde, preferendo sfregarsi le zampe senza soluzione di continuità, mentre l’importante uomo d’affari sta ormai… meditando profondamente sul crollo della borsa.

 

Il naso incalza. “Allora? I miei peli fremono e ho voglia di starnutire!” ma Tommaso sembra immobilizzato dal suo interminabile sfregare le zampe. Alla fine, il naso finisce per dare uno starnuto particolarmente violento, che spaventa la povera mosca, provocandogli un bel volo e farlo finire proprio sulla finestra. Tutte le altre sue amiche mosche fischiano e ronzano, allibite e stupefatte.

 

“Caspita, Tommaso!” dice Domenica, la mosca polemica. “Hai fatto un volo da record! Hai vinto una fornitura per un anno di cassonetti dell’umido!”

 

Ma Tommaso in mezzo agli applausi, ha in mente solo una cosa: l’amicizia fra le mosche e il naso non s’ha da fare.

 

applausi

“SCARLATTI!”

L’urlo imperioso del Maestro colse di sorpresa Nathan, che in mezzo al coro si sentì nudo.

“Non sei in accordo col coro! Ma come devo fare con te? Hai un talento pazzesco, ma credi di essere un solista! Indovina un po’: questo è un CORO! Un stramaledettissimo corso di una stupidissima chiesa, dannazione! E devi, DEVI, stare al passo con gli altri!”

Nathan si sentì avvampare. Qualcuno avrebbe potuto cuocere della carne sulle sue guance.

“Dai, puoi farcela” si sentì dire, non sapendo da chi perché non riusciva a sostenere lo sguardo di nessuno.

***

Anche quella volta, ci furono bis e applausi a scene aperte. Venivano da tutto il mondo per sentirlo cantare, e ogni volta non volevano che smettesse.

Però lui non era fatto per interagire col pubblico. In realtà gli interessava cantare, e basta. E non solo, cantare da solista, qualunque fosse l’opera in questione oppure un concerto proprio.

Il sipario si chiuse e Nathan tirò un sospiro di sollievo. Ogni volta che succedeva, non poteva fare a meno di venirgli in mente ciò che disse il suo maestro di musica, quella volta di trent’anni prima: era un solista, e quella definizione lo accompagnò per tutta la vita.

“Non è che da solista passerai a solitario?” gli aveva chiesto sua sorella, quando le aveva confessato di voler intraprendere la carriera da cantate tenore.

Sulle prime non aveva saputo rispondere, ma adesso, a distanza di anni, non poteva sentirsi più felice di così.

“Eccezionale”, “Straordinario”, “Tocchi le corde giuste nei cuori di ognuno”, gli stavano dicendo, per fargli i complimenti. Ma lui a parte piegare un angolino della bocca, non disse altro. Davvero, tutto quel contatto umano lo metteva a disagio.

Prese un lungo sorso d’acqua e tornò nel suo camerino. Anche quella serata era stata un successo, pensò mentre si sedette davanti al tavolino dove di solito veniva truccato prima dell’esibizione. Ecco che in effetti lo specchio restituì il suo sguardo stanco ma lieto.

Pensò ai suoi allievi dell’accademia. Come lui quando era agli inizi, avevano paura di tutto.

Pensò ai suoi cani. C’era Chopin, il primo, il jack russell bravissimo a prendere i fresbee, il bulldog Schumann, che aveva preso dall’autostrada; e infine Mozart, l’alano bravissimo a cantare.

Pensando ai suoi cani, sgranò gli occhi  e anche lo specchio fece lo stesso.

“Oh mio Dio… oh mio Dio” ripeté, mettendosi le mani nei capelli. E se avesse cantato come un cane e tutti lo avessero perdonato comunque, per via di un credito mai esistito?

Al solo pensiero si scoraggiò. Aveva fatto cilecca, non era poi così bravo come tutti dicevano. Certo, sulle prime non ci pensava mai, ma poi, finita l’adrenalina, tutti i difetti della serata emersero crudeli nella sua mente.

Sospirò, d’altra parte poco poteva farci. Gli vennero in mente le parole di sua sorella, quando le aveva confidato di essere andato male la prima volta che si era esibito: “Smettila con queste paranoie e trovati una tipa, piuttosto”

Ma lui scosse la testa. Come poteva lei dire una cosa del genere se l’unico modo che conosceva per esprimersi era il canto? E, sinceramente, intonare Nessun Dorma al primo appuntamento, seppur d’effetto, non era fra le cose più gradite in assoluto. A parte che sarebbe stato difficile inserirlo in un contesto logico.

Sospirò, Nathan, osservando il suo stanco riflesso. Promise a se stesso di migliorarsi ancora… e la prossima volta, di essere un insegnante migliore, coi suoi allievi.